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mercoledì 19 agosto 2026

«Che cosa vuole davvero il comunismo?» - Lavinia Marchetti


Una parola che fa paura per spiegarla brevemente ai ragazzi


Poche parole spaventano come “comunismo”. Basta pronunciarla perché la conversazione si irrigidisca, e chi la usa venga sospettato di nostalgie per il filo spinato. Alcuni ragazzi di un college (canadese) mi hanno chiesto un documento dove rendessi intellegibile e molto brevemente la domanda: “ma cosa vuole davvero il comunismo?”. La sfida mi è piaciuta, anche a rischio di banalizzare un po’ e sintetizzare troppo con pochi distinguo. In Italia il comunismo ha una “sua” storia, complessa e articolata, ma raramente quando si parla di comunismo si va al “sodo”, ci disperdiamo tutti (me compresa) nella produzione dei più grandi intellettuali degli ultimi duecento anni, ognuno con la sua versione. Vorrei restituirle il suo senso andando al concreto, attraverso i pensatori che l’hanno costruita e corretta lungo quasi due secoli. Distinguo subito ciò che il senso comune tiene mescolato. Una cosa è la teoria con i suoi fini, un’altra cosa sono i regimi che ne hanno usurpato il nome.

Giudicare il comunismo dai gulag equivale a giudicare il cristianesimo dall’Inquisizione, con la differenza che del secondo nessuno pretende di liquidare l’idea a causa dei suoi tribunali.

1. LO SFRUTTAMENTO È LA REGOLA, NON L’ABUSO

Il punto di partenza di Marx è una scoperta che oggi appare banale, ma non lo era affatto quando l’ha formulato. Il profitto discende dalla struttura stessa del salario, e la disonestà del singolo padrone non c’entra, poiché la regola vale anche con il padrone “buono”. L’operaio produce in una giornata un valore superiore a quello che riceve, e quel di più, il plusvalore, resta a chi possiede i mezzi di produzione. Lo scambio appare libero e giusto, e proprio in questo sta la sua astuzia, perché l’estrazione avviene alla luce del sole, dentro un contratto firmato. Oggi la stessa logica governa il magazziniere cronometrato dall’algoritmo e il fattorino pagato a consegna. Il comunismo comincia dal rifiuto di considerare naturale questo prelievo quotidiano sulla vita altrui.

2. NON VOGLIONO IL TUO SPAZZOLINO

La confusione più diffusa riguarda la proprietà. Il comunismo prende di mira la proprietà privata dei mezzi di produzione, cioè le fabbriche e la terra, il capitale con cui si mette al lavoro il resto dell’umanità. La casa in cui vivi e i tuoi oggetti quotidiani appartengono a un’altra sfera, quella dei beni personali, che nessun testo seriamente marxista ha mai voluto requisire. Engels lo precisava già discutendo i programmi di partito. Il bersaglio è il potere che deriva dal possedere ciò da cui gli altri dipendono per vivere. Una cooperativa come Mondragón, nei Paesi Baschi, dove sono i lavoratori a possedere l’impresa e a eleggerne i vertici, dimostra che la questione resta concreta.

3. LO SCOPO VERO: RIAVERE SE STESSI

Sotto l’economia si nasconde una posta più profonda, che il giovane Marx formulò nei manoscritti del 1844. Il lavoro salariato estrania l’uomo dal prodotto che gli sfugge e dall’atto stesso del produrre, ridotto a puro mezzo, mentre trasforma i suoi simili in concorrenti. La parola che Marx adopera è alienazione, la perdita di sé dentro un’attività che non si governa. Il fine ultimo del comunismo è la fine di questa espropriazione interiore, una società in cui, secondo la formula del Manifesto, il libero sviluppo di ciascuno diventi la condizione del libero sviluppo di tutti. L’antropologo David Graeber, descrivendo i lavori privi di senso che milioni di persone svolgono senza crederci, ha dato a quella vecchia intuizione un volto attualissimo.

4. IL MATERIALISMO STORICO: SEGUIRE IL DENARO

La cassetta degli attrezzi di questo pensiero porta un nome, materialismo storico. L’idea è che le forme del diritto e della politica affondino nelle condizioni materiali con cui una società produce e riproduce la propria vita. Non si tratta di un rozzo determinismo economico, e già Engels, in una celebre lettera del 1890, avvertiva che la sovrastruttura reagisce sulla base e possiede una sua efficacia. Louis Althusser affinò l’idea con il concetto di sovradeterminazione. Applicato al presente, il metodo invita a chiedersi, davanti a una legge o a una guerra, a chi giovi materialmente, quali interessi la muovano sotto la superficie delle buone ragioni.

5. LO STATO NON È UN ARBITRO NEUTRALE

Contro l’immagine dello Stato come arbitro imparziale collocato al di sopra delle parti, la tradizione marxista sostiene che esso nasce per garantire un certo ordine di proprietà, e difende in ultima istanza chi quell’ordine avvantaggia. Lenin, in Stato e rivoluzione, riprende Marx ed Engels e annuncia perfino l’estinzione dello Stato una volta scomparse le classi. La storia successiva ha rovesciato quella promessa in uno Stato più ingombrante di prima, ed è una delle contraddizioni su cui torneremo. Nicos Poulantzas, negli anni Settanta, ha mostrato con finezza come lo Stato contemporaneo condensi i rapporti di forza tra le classi, restando permeabile alle pressioni popolari. La domanda che rimane riguarda chi governi davvero quando crediamo di essere governati soltanto dalle leggi.

6. PERCHÉ OBBEDIAMO? EGEMONIA E IDEOLOGIA

La domanda che tormenta i comunisti del Novecento è la più difficile: perché i dominati accettano il proprio dominio senza bisogno di catene. Antonio Gramsci, dal carcere fascista, rispose con il concetto di egemonia, il consenso che la classe dominante ottiene facendo passare i propri interessi per il senso comune di tutti. Louis Althusser vi aggiunse gli apparati ideologici di Stato, la scuola e i mezzi d’informazione che ci plasmano come sudditi docili, e chiamò interpellazione il gesto con cui l’ideologia ci assegna un posto e ci convince che sia il nostro. Chi legge queste righe riconoscerà il tema del mio lavoro, il modo in cui un potere persuade, chi subisce, di essere libero. La meritocrazia, con la sua promessa che ciascuno ottiene ciò che merita, è la forma odierna di quel consenso fabbricato.

7. UGUAGLIANZA E LIBERTÀ INSIEME: BALIBAR

Étienne Balibar ha coniato una parola che riassume l’ambizione più alta di questa tradizione, égaliberté, ugualibertà. La tesi è che libertà e uguaglianza non stanno semplicemente accanto, si implicano a vicenda, poiché è vuota la libertà di chi manca del necessario, ed è falsa l’uguaglianza tra servi. La libertà di dormire sotto un ponte, osservava con sarcasmo Anatole France, viene concessa in egual misura al ricco e al povero. Jacques Rancière ha radicalizzato il punto, ponendo l’uguaglianza come presupposto da praticare subito, e chiamando politica il momento in cui la parte esclusa, quelli che non contano, reclama la propria voce. Il comunismo vuole rendere materiale ciò che le costituzioni promettono soltanto sulla carta.

8. UNA FAMIGLIA LITIGIOSA

Chi immagina il comunismo come un blocco compatto ignora la sua storia reale, fatta di scissioni furibonde. Rosa Luxemburg, comunista fino al martirio, rimproverò a Lenin il soffocamento della libertà, e scrisse che la libertà è sempre la libertà di chi pensa diversamente. La Scuola di Francoforte, con Adorno e Horkheimer, rivolse gli strumenti di Marx contro le illusioni del progresso. Claude Lefort e Cornelius Castoriadis, usciti dal marxismo rivoluzionario, dedicarono la vita a smascherare la burocrazia sovietica come nuova classe dominante. Questa tradizione ha prodotto da sé le requisitorie più implacabili contro i regimi che ne avevano rubato il nome, segno di un pensiero vivo, capace di giudicare se stesso.

9. PERCHÉ È DIVENTATA UNA BRUTTA PAROLA?

Restano da spiegare due processi diversi che hanno reso la parola impronunciabile. Il primo è reale e terribile. Nel nome del comunismo sono stati commessi crimini enormi, le carestie e il grande terrore staliniano, poi il balzo in avanti di Mao con i suoi milioni di morti per fame, infine lo sterminio cambogiano. Nessuna difesa seria può aggirare quei cumuli di cadaveri, e la parte più lucida di questa tradizione, da Luxemburg a Lefort, li ha denunciati prima e meglio dei suoi nemici. Lo storico François Furet ne fece il centro della propria requisitoria, mentre Eric Hobsbawm ed Enzo Traverso hanno insistito sul dovere di comprendere senza assolvere. Il secondo processo è propagandistico. La guerra fredda e il maccartismo hanno saldato la parola comunismo alla sola immagine del gulag, e hanno addestrato i cittadini a bollare come sovversiva qualunque misura di giustizia sociale, come la sanità pubblica o il salario minimo. Ancora oggi chi propone di curare i poveri viene sospettato di preparare i lager.

10. CHE COSA VUOLE, OGGI, IN CONCRETO

Spogliata delle caricature, la domanda comunista suona quasi ragionevole. Vuole estendere la democrazia dal recinto del voto al luogo dove passiamo la vita, l’economia, poiché appare strano eleggere i sindaci e subire i padroni come sovrani assoluti. Vuole sottrarre al mercato i beni da cui dipende la sopravvivenza, la salute e la casa, e restituire alla comunità il sapere. Nancy Fraser, nel suo capitalismo cannibale, mostra che questo sistema divora le stesse basi naturali e sociali che lo tengono in piedi, e da tale consapevolezza nasce l’ecosocialismo, l’idea che una crescita infinita su un pianeta finito sia una follia contabile. Vuole infine ridurre il tempo di lavoro, poiché Marx già nei Grundrisse vedeva nella liberazione del tempo la ricchezza autentica. Nell’anno in cui i dodici uomini più ricchi possiedono più della metà povera dell’umanità, oltre quattro miliardi di persone, e il patrimonio dei miliardari cresce dell’ottantuno per cento rispetto al 2020, domandare a chi debbano andare i frutti delle macchine intelligenti diventa la questione politica del secolo.

LE OBIEZIONI CHE RESTANO IN PIEDI

Sarebbe disonesto chiudere senza le obiezioni fondamentali, quelle che un comunismo adulto deve affrontare invece di schivare. Ludwig von Mises e Friedrich Hayek sostennero che, privata dei prezzi di mercato, un’economia pianificata resta cieca, incapace di sapere che cosa e in quale quantità produrre, e la penuria cronica del blocco sovietico diede loro ragione su molti punti. Resta poi il problema che assilla chiunque abbia letto la storia del Novecento, la concentrazione del potere economico e di quello politico nelle stesse mani invita alla tirannide, e nessuna buona intenzione ha finora impedito quella deriva.

Un pensiero all’altezza del proprio fine deve rispondere con istituzioni, il pluralismo dei partiti e la libertà di critica che Rosa Luxemburg esigeva contro Lenin. Il comunismo che mi interessa cerca di rendere la terra un poco meno ingiusta, senza promettere alcun paradiso, e accetta di essere giudicato sui risultati. Chi lo trasforma in una bestemmia impronunciabile, e insieme in un pretesto per non toccare nulla, difende un ordine che ha appena regalato a dodici uomini più ricchezza di quanta ne posseggano quattro miliardi di persone. La brutta parola, a ben guardare, serve a proteggere proprio questo.

da qui

venerdì 27 febbraio 2026

Vogliamo vincere. Come? - John Holloway

 

I

Vogliamo vincere. Dobbiamo vincere. Noi, i perdenti di sempre, vogliamo e dobbiamo vincere.

Cosa vogliamo vincere? Vogliamo vincere molte cose, una serie di lotte specifiche. Vogliamo sbarazzarci di Trump, Milei, Starmer, Macron. Vogliamo abolire l’ICE, abolire i controlli sull’immigrazione ovunque. Fermare la violenza contro le donne. Fermare il crescente potere dei signori della guerra in tutto il mondo. Fermare l’ascesa dell’estrema destra. Fermare i combustibili fossili e il riscaldamento globale. Fermare l’eliminazione del pensiero critico nelle università. Alcune cose le vinciamo, altre le perdiamo, e questo è importante. Nulla di ciò che dico deve essere inteso come una critica all’inevitabile particolarità delle lotte. Alcune di queste cose possono essere ottenute all’interno del capitalismo. Ma sappiamo che non basta. Non basta perché le aggressioni continuano ad arrivare. È bello vincere una battaglia, ma le pressioni continueranno ad arrivare. Viviamo in una società basata sulla costante intensificazione dell’aggressione del denaro contro la vita. E ci sentiamo intrappolati. Sentiamo di essere spinti sempre più verso un abisso, verso la catastrofe, se non addirittura verso l’estinzione. C’è un senso di urgenza, di fine partita, la fine dell’umanità.

Proprio in questo momento nel quale tutto peggiora, dobbiamo alzare la posta. Dobbiamo tornare alla rivoluzione. Resistenza sì, ribellione sì, naturalmente. Gli zapatisti hanno ragione a concentrarsi su resistenza e ribellione. Ma non dimentichiamo l’altra parola: rivoluzione. Follia. Uscite in strada dopo la fine di questa sessione e provate a immaginare una rivoluzione nella vostra città.

Follia, ma forse una follia necessaria. Questo discorso è un invito a unirvi a me nella mia follia.

II

Ci sentiamo intrappolati perché siamo intrappolati. Ogni società è un sistema di coesione o confluenza sociale, in cui esistono modelli consolidati di relazione reciproca. Nella società odierna, questi modelli sono plasmati soprattutto dal fatto che le nostre attività creative sono collegate tra loro attraverso lo scambio di merci, come sostiene Marx. Da lì, egli prosegue traendo le conseguenze di questa relazione fondamentale analizzando le forme a cui dà origine lo scambio di merci. La mercificazione porta allo sviluppo e al predominio del denaro, alla trasformazione dell’attività umana in lavoro astratto o alienato, alla disgregazione delle comunità e all’identificazione dell’individuo astratto, all’ascesa e al predominio del capitale che trae la sua ricchezza e il suo potere dallo sfruttamento del lavoro, e così via.

Questa società è caratterizzata da una straordinaria opacità, le relazioni sociali sono reificate. Il modo in cui ci relazioniamo gli uni con gli altri è congelato in certe forme sociali che appaiono separate ed eterne. Il capitalismo è labirintico, una concatenazione di forme che conducono l’una all’altra e ci rinchiudono in modelli consolidati di attività e riproduzione sociale. Una totalità di forme apparentemente separate, concentrate sull’obbligo di convertire le nostre vite in lavoro, una strana attività priva di qualsiasi significato se non quello di produrre profitto accumulabile da altri.

Queste forme – lavoro, denaro, Stato, capitale ecc. – stimolano una creatività senza precedenti, ma la creatività viene pervertita attraverso la forma denaro, con la sua insaziabile spinta al profitto, e produce enormi difficoltà e una profonda distruzione delle premesse della vita. Pensate a Internet, allo smartphone o all’intelligenza artificiale, straordinari prodotti della creatività umana ma, contenuti come sono nella spinta al profitto, non sono ciò che avrebbero potuto essere e lasciano una scia di sfruttamento, distorsione e distruzione.

Nell’analisi di Marx, l’attenzione non è sul chi o sul cosa, ma sul come. Come ci relazioniamo gli uni con gli altri? Come interagiamo gli uni con gli altri? Questo è forse il punto centrale di ciò che voglio dire. Ma il come esiste nella forma di un cosa indiscutibile. Il lavoro (lavoro astratto o alienato) è semplicemente una cosa che dobbiamo fare, piuttosto che una forma peculiare della nostra attività umana. Il denaro è una cosa che possediamo o non possediamo, piuttosto che un modo strano e disumanizzante di relazionarci con gli altri. La feticizzazione o reificazione è un processo di “cosa-ificazione”. È anche un processo di “chi-ificazione”. Lo scambio di merci scompone il “noi” comunitario in una serie di “io” astrattamente identificati: proprietari delle merci scambiate, senza storia, senza memoria, senza sogni.

III

Siamo contenuti nelle forme sociali dell’attuale sistema di coesione sociale. Queste sono forme che identificano e definiscono, che contengono la nostra attività all’interno di determinati modelli di comportamento. Possiamo tutti pensare a come le nostre attività oggi, in questo giorno, siano limitate dal lavoro, dal denaro, dal capitale e dallo Stato. Se queste sono forme di costrizione e contenimento, allora la rottura dell’attuale coesione sociale deve essere uno straripamento. Ma come? Come possiamo confrontare il “come” del contenimento con il “come” o i “come” dello straripamento per creare una coesione sociale diversa? Come possiamo confrontare le forme identificative del rapporto di capitale con il flusso anti-identitario della nuova creazione.

La rivoluzione è la sostituzione del modello consolidato di coesione sociale con un altro o altri, un mondo di molti mondi, come dicono gli zapatisti. Questo come-contro-come si esprimerà sicuramente a un certo punto come un chi contro chi: chiaramente coloro che beneficiano dell’attuale come della coesione sociale vorranno difenderlo, mentre coloro che ne soffrono di più sono quelli che probabilmente lotteranno per un cambiamento. Ma la cosa importante è che il come-contro-come non venga ridotto o oscurato da un chi-contro-chi. È il come-contro-come che plasma la nostra lotta e la nostra creazione di un mondo diverso.

La tradizione marxista, guidata da Lenin ed Engels, ha di fatto ridotto il come-contro-come a un chi-contro-chi, riassunto nella brillante e concisa frase di Lenin secondo cui il potere è una questione di chi-chi. Una frase favolosa dalle conseguenze disastrose. Il chi-chi è la lotta della classe operaia contro la classe capitalista, sia identificabile che identificata. Il come di una forma radicalmente nuova di coesione sociale viene messo in secondo piano. C’è una totale cecità sulla questione della forma nella rivoluzione russa, al punto che sia Evgeny Pashukanis che Izaak Rubin furono giustiziati per aver insistito sulla centralità della forma nell’opera di Marx. Il denaro, lo Stato e soprattutto il lavoro furono trattati nella pratica come caratteristiche astoriche di qualsiasi società.

IV

Torniamo al punto di partenza. Siamo intrappolati in queste forme. Possiamo essere militanti quanto vogliamo, ma finché restiamo all’interno delle forme capitaliste, non facciamo nulla per fermare la riproduzione della dinamica di distruzione. Ci deve essere una via d’uscita! Ma come?

Non basta gridare o sognare. Facciamolo. Engels aveva ragione su questo. Nel suo L’evoluzione del socialismo, dall’utopia alla scienza, sosteneva che non bastava fantasticare, che dovevamo pensare scientificamente a come trasformare la società. Sognate pure, diceva, ma qual è la base materiale della vostra speranza?

La versione del socialismo scientifico di Engels e Lenin non ha funzionato, non ha prodotto le società che coloro che vissero e morirono nella lotta avevano sperato, ma esattamente il contrario. Ha prodotto società orribili che non avevano e non hanno nulla a che fare con l’autodeterminazione della nostra attività vitale. Ma il loro fallimento ci ha lasciato una domanda: come, come diavolo possiamo realizzare una trasformazione radicale del modello di coesione sociale?

V

La risposta è ovvia: non lo sappiamo.

È importante dirlo, non solo perché è vero. Cinquanta o sessant’anni fa avevamo la risposta: prendere il potere statale e cambiare la società da lì. Ma questa non si è rivelata affatto una risposta. Le forme sociali capitaliste non possono essere spezzate agendo attraverso le forme sociali capitaliste. Come abbiamo visto, i tentativi di infrangere il dominio del denaro e del capitale attraverso lo Stato sono falliti completamente.

Ma è anche molto importante dire che non conosciamo la risposta, perché il non sapere è parte della risposta. Se lo sappiamo, allora lo diciamo ad altri e riproduciamo un discorso monologico di autorità che riproduce lo stile della società che vogliamo trascendere. Se diciamo di non sapere, entriamo immediatamente in una politica di dialogo. Il nostro “non lo so” è un “Questo è quello che penso, ma non ne sono sicuro, cosa ne pensi tu?”, che rompe già con la grammatica gerarchica della società esistente ed entra nell’incerta anti-grammatica della società che vogliamo creare e che stiamo creando.

Spero che questo discorso possa essere inteso in questo modo, come un “Non lo so, questo è tutto quello che so, puoi portarci oltre?”.

VI

La risposta ortodossa della classe operaia forte e organizzata non ha funzionato. Questo, almeno in parte, perché è stata intesa sulla base di un concetto definitorio e identitario della classe operaia. Lo stesso si può dire dell’idea che lo sviluppo delle forze produttive porterebbe al collasso dei rapporti di produzione: ciò ignora che lo sviluppo delle forze produttive si sviluppa conflittualmente dentro e contro i rapporti di produzione in ogni momento del loro sviluppo. In entrambi i casi, si presuppone un’esternalità che non può esistere nella pratica: non può esserci un’esternalità completa tra due momenti di un’unica coesione sociale.

Vorrei suggerire – e questo è in realtà il mio secondo punto fondamentale – che possiamo fare un passo avanti rivolgendoci al concetto di “Non Ancora” di Ernst Bloch. La sua tesi è che il mondo che non esiste ancora ma potrebbe esistere, esiste già. Esiste come “Non Ancora”, come anticipazione presente, come spinta contro e oltre, come inadeguatezza, come sogno, come ribellione.

Nel suo grande libro, Il Principio Speranza, egli traccia la presenza e la forza di questo Non Ancora, questa spinta verso un mondo diverso, nelle fiabe, nella danza, nell’architettura, nella musica, nella teoria politica, nella religione, tra gli altri campi. La conclusione è che, con la scoperta da parte di Marx del potenziale della classe operaia, la spinta costante del Non Ancora diventa una forza pratica per trasformare il mondo. Marx non mette in discussione il significato della classe operaia, ma il suo canto al potere del Non Ancora in così tanti aspetti diversi della vita, come una forza che spinge costantemente contro ciò che è, apre un modo diverso di pensare alle basi materiali della nostra speranza rivoluzionaria. La possibilità di trasformare radicalmente il mondo dipende dalla forza del Non Ancora, del malcontento, del non-conformismo e della creatività che spingono contro e oltre le forme sociali esistenti.

L’idea del Non Ancora non si oppone all’idea di lotta di classe, ma suggerisce un’interpretazione diversa. Mentre il concetto tradizionale di classe operaia è identitario, l’idea del Non Ancora è profondamente anti-identitaria, una continua spinta contro i confini. “Pensare è andare oltre”, come dice Bloch. Comprendere la classe operaia o lavoratrice come Non Ancora significa aprire il concetto e vedere cosa nasconde. Il concetto di lavoro nasconde la sua stessa dualità, come ha sottolineato Marx, insistendo sul fatto che questo era “il perno su cui ruota una chiara comprensione dell’economia politica”. Alla base del lavoro astratto e alienato, così facilmente visibile nella società capitalista, c’è quello che Marx chiama lavoro concreto o utile, il tipo di lavoro o attività creativa che esiste in qualsiasi società. Il Non Ancora qui è la spinta dell’attività creativa o del fare contro e oltre il suo contenimento entro i limiti del lavoro astratto, quel lavoro il cui unico significato è quello di contribuire alla redditività del capitale. Il Non Ancora è un traboccare. Allo stesso modo, i lavoratori che ora sono classificati o definiti dal fatto di essere vincolati alla prestazione lavorativa, spingono contro e oltre la loro classificazione. Visto in questo modo, il Non Ancora è la lotta della classe operaia, la lotta di coloro che sono attualmente intrappolati nel lavoro capitalista, contro e oltre il lavoro, e dentro e contro la trappola che è la loro classificazione.

Il Non Ancora è strettamente correlato alla nozione di un comunismo di base, così presente nell’opera di David Graeber, come anche in quella di Kropotkin e Abdullah Öcalan, e in effetti nell’intero movimento curdo. L’idea di base è che qualsiasi società, inclusa quella capitalista, dipenda per il suo funzionamento dall’esistenza di un comunismo di base, una pratica fondamentale di sostegno reciproco nella vita quotidiana. Questo può essere visto come una sorta di “sì, ma” in risposta alla consueta lettura di Marx. Come abbiamo visto, la tesi di Marx è che la società esistente è plasmata dal fatto che le persone si uniscono attraverso lo scambio di merci e che questo porta allo sviluppo e al predominio del denaro, alla trasformazione dell’attività umana in lavoro astratto o alienato, alla disgregazione delle comunità, all’ascesa e al predominio del capitale che trae la sua ricchezza e il suo potere dallo sfruttamento del lavoro, e così via.

L’idea del comunismo di base si presenta come un “sì, ma” nel senso di dire “Sì, è vero, ma c’è qualcos’altro: un comunismo in cui le persone si relazionano tra loro sulla base del bisogno, del riconoscimento e del sostegno reciproci, dell’attività liberamente condivisa. In effetti, la società individualizzante e distruttiva può esistere solo sulla base della continua esistenza del suo opposto. Distruggendo questo comunismo di base, il capitalismo distrugge le sue stesse fondamenta”.

Credo che questo “sì, ma” sia già presente ne Il Capitale di Marx, ma non è stato ampiamente commentato. È presente nelle categorie del valore d’uso, del lavoro concreto o utile e, in effetti, nel concetto di forze produttive, che non esistono in completa sussunzione nelle loro forme capitalistiche, ma sono in costante tensione con esse.

La speranza risiede quindi nella forza di questo comunismo di base. Questo ci invita a riscrivere la storia non solo in termini di dominio, e non solo in termini di ribellioni come l’insurrezione anabattista guidata da Thomas Münzer, su cui Bloch scrisse un libro, ma in termini della forza del comunismo quotidiano. Sì, è vero che siamo intrappolati nel mondo del denaro, ma questo mondo del denaro può esistere solo se esiste anche un mondo critico di sostegno reciproco, di condivisione e amore, di amicizia e solidarietà. Questo è un tema centrale nel meraviglioso libro di David Graeber scritto con David Wengrow, The Dawn of Everything: A New History of Humanity (L’alba di tutto. Una nuova storia dell’umanità, Rizzoli, ndr). È anche un tema centrale in Sociology of Freedom (Sociologia della Libertà, Punto rosso, ndr) di Abdullah Öcalan, sviluppato nell’idea di “modernità democratica contro modernità capitalista”.

Questo comunismo di base è la società che non esiste ancora, ma che esiste già materialmente come necessaria controparte del dominio del denaro. Osservarlo attraverso il prisma del non ancora significa vedere che esiste in-contro-e-oltre la propria negazione. Il sostegno reciproco che caratterizza il comunismo quotidiano non può esistere al di fuori della socialità capitalista dominante: inevitabilmente le si oppone e ne è permeato. Spesso assumerà la forma capitalista di dare denaro a qualcuno o di aiutare a trovare un lavoro. Non c’è purezza qui. La coesione sociale in cui viviamo è antagonistica, in cui le due parti si compenetrano costantemente. È importante non idealizzare o romanticizzare il comunismo di base: può esistere solo come lotta, e ogni lotta è contraddittoria.

Vogliamo la rivoluzione, ma ha senso solo se riconosciamo che non esiste purezza rivoluzionaria. Vivendo nella società capitalista, siamo inevitabilmente soggetti danneggiati, come dice Adorno. Allo stesso tempo, il fatto che il capitale sia un’aggressione costante significa che viviamo non solo in questa società, ma anche contro di essa, e che ci proiettiamo oltre. Come soggetti danneggiati, viviamo in-contro-e-oltre la nostra condizione danneggiata.

Questo è importante quando pensiamo alla rivoluzione e al suo significato. La rivoluzione, abbiamo visto, è una questione di come. Dobbiamo sostituire il come dell’attuale coesione sociale con un altro, dobbiamo sostituire l’attuale modello di unione attraverso lo scambio di merci e denaro con uno o più modelli diversi. L’attuale unione, coesione o confluenza è antagonista, caratterizzata da un antagonismo tra il dominio del denaro e il comunismo di base che esiste nel Non-Ancora. Pensare la rivoluzione significa pensare a come possiamo rafforzare quel Non-Ancora, quel comunismo-contro.

Questa è soprattutto una questione di come. Come rafforziamo il Come comunista contro il Come capitalista? Contro le forme sociali del lavoro, come affermiamo le anti-forme di attività libera e autodeterminata? Ho già suggerito che il modo migliore per pensarci è in termini di creazione di crepe nella trama del dominio capitalista, spazi o momenti in cui diciamo No e creiamo altri modi di fare. La rivoluzione può essere vista come il riconoscimento, la creazione, l’espansione, la moltiplicazione e la confluenza di tali crepe. Il riconoscimento può essere inteso come il riconoscimento delle molteplici manifestazioni del comunismo di base di cui abbiamo parlato. È la confluenza di tali crepe che ho sempre trovato più difficile da comprendere. È chiaro che tale confluenza non dovrebbe essere pensata in termini istituzionali, che probabilmente la cosa più importante è una risonanza creata da canzoni, storie, immagini, forse anche discorsi e libri. Ma c’è un tema molto importante che emerge dalle discussioni attuali: l’idea della comune come base sia della società che vogliamo creare sia nell’organizzazione della lotta attuale per arrivarci. La confluenza di crepe, di rifiuti e di malcontento sociale può essere pensata in termini di comunizzazione.

Marx disse della Comune di Parigi del 1871 che fu la forma politica “finalmente scoperta” dell’emancipazione della classe operaia. Questo è certamente vero se pensiamo alla classe operaia non come a un raggruppamento sociologico, ma come agli oppressi che spingono verso la propria autodeterminazione collettiva. Se ci concentriamo sulla rivoluzione come uno scontro di come, di diversi modi di unirsi, allora è chiaro che la rivoluzione è un movimento di comunizzazione, ovvero sia una spinta dell’attività autodeterminata contro il lavoro, sia il movimento di una qualche forma di organizzazione comunitaria contro lo Stato.

Lo Stato, qualsiasi Stato, esclude le persone attraverso la sua forma, la separazione dei funzionari retribuiti dalla società. La comune include, cerca di articolare idee dal basso e di reintegrare l’organizzazione della società nella società stessa. Lo Stato è necessariamente subordinato all’accumulazione di capitale in virtù della sua dipendenza dal capitale per il suo reddito e la sua sopravvivenza. La comune cerca di liberarsi dalla subordinazione all’accumulazione di capitale promuovendo altre forme di produzione. Lo Stato è intrinsecamente razzista in virtù della sua definizione tramite confini territoriali, mentre la tradizione della comune, da Parigi al Rojava, è stata fortemente antirazzista e antinazionalista. Il partito orientato allo Stato è uno strumento per raggiungere il potere e accetta il presente della coesione sociale per trasformarlo in un domani indefinitamente posticipato. La comune non è uno strumento per raggiungere il potere, è già l’espressione di una forma diversa di coesione sociale in avanzamento, qui e ora.

VII

Lottare per un modo diverso di stare insieme significa comunizzare, rafforzare la coesione sociale emergente. Öcalan ha scritto di recente che “sebbene la lotta di classe ne faccia effettivamente parte, è più corretto leggere la storia come un lungo processo di relazione e conflitto tra sviluppo comunitario e sviluppo anti-comunitario che risale a circa 30.000 anni fa”. Questo è molto utile, ma non sono d’accordo con la sua separazione tra lotta di classe e comune: se pensiamo alla lotta di classe come a un come-contro-come, allora è chiaro che è il movimento di comunizzazione contro lo sviluppo anti-comunitario che è il capitalismo.

La comune è più una domanda che una risposta. È meglio pensarla come un’assemblea di soggetti danneggiati. L’insistenza degli zapatisti sul fatto che loro siano solo persone comuni è di fondamentale importanza, ma ovviamente noi persone comuni siamo persone danneggiate, spesso sessiste, razziste, patriarcali, irascibili e così via, e le comunità tradizionali sono molto spesso patriarcali. La comune rivoluzionaria è necessariamente un comunismo, un movimento contro se stessa, per superare la propria condizione di danno, un verbo e non un sostantivo. Una sorta di auto-avvio attraverso un dibattito di reciproco riconoscimento.

VIII

Torniamo all’inizio. Ora, più che mai, è tempo di parlare di rivoluzione. Questo è un momento di grande sconvolgimento nel capitalismo mondiale e di grande fragilità. Il centro non può reggere, non ha resistito. Lo spazio per miglioramenti riformisti si è ridotto notevolmente ed è probabile che rimanga tale. Ora è il momento di traboccare, di dire “No, non si può continuare così”. Ora è il momento di lottare per l’emancipazione del fare dal lavoro, per l’autodeterminazione comunitaria dallo Stato.

I due David, nella conclusione del loro libro, parlano della “nozione greca di kairos come di uno di quei momenti occasionali nella storia di una società in cui i suoi quadri di riferimento subiscono un cambiamento – una metamorfosi dei principi e dei simboli fondamentali, quando i confini tra mito e storia, scienza e magia – diventano confusi – e, quindi, un vero cambiamento è possibile”. Sono d’accordo con loro che questo è un momento davvero speciale.

Quindi, alla fine: questo è quello che penso, questo è tutto quello che ho detto, ma non ne sono sicuro, cosa ne pensi? Preguntando caminamos, camminiamo domandando.


Testo del discorso tenuto il 12 gennaio per la David Graeber Memorial Lecture, iniziativa promossa insieme da Clifornia Institute of Integral Studies, Rojava University, Universidad Autónoma de Puebla, The Élisabeth-Bruyère School of Social Innovation

da qui

domenica 28 dicembre 2025

Pasolini o dell’alterità del comunismo - Sergio Labate

Prologo.

Ultimamente sono annoiato dalla maggior parte delle animate discussioni culturali che attraversano il nostro paese, tanto quanto sono commosso a immaginare – che è una delle poche cose che si può fare davvero, coltivare l’empatia degli assenti – la sostanza storica delle parole lasciateci in eredità da coloro che hanno nutrito la nostra generazione. “Sostanza storica”: parole pubbliche che erano fatte di corpi e di sostanze materiali. Questo erano gli intellettuali, non attori di un reality show ininterrotto chiamato “politica”, ma persone che si scontravano, venivano al dunque e, in ogni caso, nelle parole che mettevano al mondo ne percepivi le viscere, il sangue, la nuda connessione tra le vite private e le utopie pubbliche. Intellettuale era chi provava a discendere negli inferi della propria vita intima per risollevare non solo se stessi, ma quante più persone possibili verso una forma di vita comune, quella che riguarda tutti e non solo chi ne sussurra le parole, ne inventa le direzioni. L’intellettuale come colui che trova parola nel disorientamento del mondo, così mi pareva questo mestiere di scrivere e insieme di vivere.
Sarà per questo che anche l’anniversario di Pasolini mi è parso un evento sospeso tra due mondi, letteralmente. Che poi erano già quelli che intuiva lui stesso: uno 
smarrito per cui non resta che un congedo che non riusciamo a concederci e l’altro che è giunto tra noi e che fingiamo di non vedere per non soffrire di ciò che annuncia, del soffio che sbatte le porte e frantuma i vetri e mette a soqquadro la nostra acquietata coscienza borghese. Non è cambiato nulla, dopo cinquant’anni. Ancora lo facciamo abitatore di due mondi che si sfiorano ma non si amano, si succedono ma non si riconoscono, si sono nutriti vicendevolmente ma fingono di non dover nulla l’uno all’altro.
Vale a destra, che tira Pasolini per la giacca come una figurina da possedere, un ombrello sotto cui ripararsi, e se anche siam fascisti, l’importante è non prendere la pioggia. Ma vale anche a sinistra, quella sinistra che usa Pasolini per rafforzare la coscienza di una superiorità imperitura, una vera e propria legge della natura, del resto mai potrebbe essere legge della storia visto che la storia ci è sfuggita di mano e sta andando a grandi passi verso tutt’altra parte. Ma noi accontentiamoci di stare al calore del nostro mondo antico e che importa se tutti gli oppressi stanno ormai senza rifugio e senza parole e il loro inferno è rimasto uguale, senza nemmeno più poter nutrire la speranza che un tempo qualcosa o qualcuno rappresentava per loro. Gli oppressi, l’unico vero e insensato amore di Pasolini. Amore non d’intimità ma d’alterità. Come vedremo subito adesso che il discorso può tornare quel che è, una dissimulazione dell’amore che lo muove. Quel che è per molti e per me, quel che non è mai stato per lui.

C’è un discorso di Pasolini che appare quello di un fantasma, di uno spettro. Lo legge Vincenzo Cerami due giorni dopo la morte del poeta. Siamo al congresso del Partito radicale, che celebra i trionfi che avrebbero costruito la sua epica. Siamo all’inizio di novembre 1975. Pasolini non c’è più, è già uno spettro. Ha avuto tempo e modo di scrivere quelle parole, ma la contumacia a cui il destino le condanna è una metafora di un modo d’interpretare il nostro presente che il suo pensiero rappresenta. È questo ciò che mi sconvolge di più rileggendolo ancora adesso: la lucidità rispetto al (nostro) tempo presente, a partire dal privilegio di essere assente. Chissà se questa lucidità in contumacia è l’unica possibile per un intellettuale: se la lucidità non sia davvero solo ciò che appare a cose fatte. E vi sarebbe comunque di che discutere, sul fatto che la lucidità possa essere una dote pasoliniana, di un autore che è sempre parso provocatore, viscerale, irriverente, complicato, inaspettato. Niente più della sua scrittura mi appare sideralmente lontana da ogni more geometrico, da ogni evidenza e pulizia dello sguardo. Come sia possibile che in questa scrittura sempre impaziente vi sia stata tanta lucidità, anche politica, io non riesco davvero a spiegarlo. Per questo vorrei proporre di tornare un istante a quelle parole di uno spettro e a quell’evento. Facciamo quel che Pasolini ha fatto – per fortuna nostra – raramente: andiamo con ordine.

Pasolini tiene a presentare la propria alterità: non va a parlare con i radicali perché è a loro prossimo, ma perché è da loro altro. La sua presentazione è nota e suona, in contumacia, quasi come un testamento politico: «Prima di tutto devo giustificare la presenza della mia persona qui. Non sono qui come radicale. Non sono qui come socialista. Non sono qui come progressista. Sono qui come marxista che vota Partito Comunista Italiano». Eccola l’alterità di Pasolini, quella di un comunista. Che marca la distanza persino da tutto ciò che oggi appare troppo radicale, quasi intollerabile agli occhi della gente che dovrebbe rappresentare la sinistra. Pochi di loro si definirebbero ancora progressisti, certamente nessuno socialista. Se lo fa il sindaco di New York, viene considerato un potenziale sovversivo. È ovvio, lo so: quel riferimento al socialismo va contestualizzato. Siamo in Italia, nel 1975 e il Psi si sta imponendo con tutta la prepotenza del suo riformismo a uso e consumo del neocapitalismo. Un mix di potere e consumo e, soprattutto, la presunzione (del tutto corretta, purtroppo e col senno del poi) che la rivoluzione potesse fare la fine della locomotiva cantata da Guccini: deviata su un binario morto, quello in cui abbiamo barattato il sogno per tutti in un sogno che riguardava soltanto l’io, l’universalismo delle classi con l’individualismo che avanzava nelle sembianze di un’emancipazione e le promesse di cambiare non più il mondo ma la nostra vita individuale. Non più il sol dell’avvenire ma la casa di proprietà e le televisioni e tutto quel che è venuto dopo e non smette ancora di accadere. Ma è proprio questo il punto: tutto quello che è venuto dopo, anche a sinistra, sembra aver trattenuto in eredità questa sbiadita promessa falsa che il neocapitalismo promuoveva e i socialisti italiani imponevano. Non il sogno di un marxista che vota Pci, ma l’illusione che gli oppressi si potessero elevare tramite la privatizzazione del mondo.

Non è che un istante e siamo già nel tempo nostro. Dove certo giunge La Russa a celebrare il Pasolini conservatore, ma sinceramente mi pare solo folklore, non cultura. Mentre ciò che mi appare imperdonabile sono i Veltroni, i Napolitano, i Fassino, quelli che si autoproclamano eredi legittimi e nessuno mai si potrebbe far sfiorare dal dubbio che non lo siano. E che questa privatizzazione del mondo, questo cedimento di un’intera tradizione, l’hanno perseguiti così sistematicamente e violentemente da costruire una trappola con i mezzi e le aspettative che appartenevano al bisogno di trovare una via d’uscita da ogni trappola. Quella cosa che Pasolini rivendica e chiama ancora Comunismo. Chi ha tradito davvero Pasolini? Chi lo strumentalizza pallidamente e senza crederci nemmeno lui o chi aveva il dovere di leggerlo e ha preferito dimenticarlo per realizzare alla perfezione il mondo sciagurato da lui prefigurato? Pasolini sapeva la differenza che passa tra un comunista e un radicale, un progressista, un socialista. Sapeva che ciò che li distingue è un’alterità inquieta e irriducibile.

È a questo punto della storia che quel discorso in contumacia appare così vividamente attuale da far male. Perché, davvero, Pasolini aveva capito tutto non solo della mutazione antropologica ma anche della mutazione politica (soprattutto, aveva intuito che sono la stessa cosa). E forse già allora – forse, perché il suo segretario era Berlinguer, sulla cui eredità politica a me risulta difficile prendere posizione – aveva capito che quell’estrema, ultima dichiarazione d’amore nei confronti del Pci avrebbe pagato lo scotto di una doppia contumacia: del poeta ormai assente ma anche del Pci già votato alla propria dissoluzione, pronto a prendere le vesti del suo contrario, come accadrà qualche decennio dopo. Pronto a cedere la propria alterità per diventare come i radicali, i socialisti, i progressisti. E, così, perder definitivamente se stesso. Non posso seguir tutto il discorso (si legge negli Scritti corsari, si trova facilmente anche in rete), ma sottolineo solo alcuni passaggi fondamentali per capire quale alterità abbiamo perduto e a quale conformismo ci siamo rassegnati.

Pasolini descrive una nuova categoria di militanti: “gli estremisti dei diritti”. Chi sono? Sono dei veri apostoli, che hanno come missione quella di convincere gli altri con le buone o con le cattive ad aver coscienza dei propri diritti. Ora, qui cominciamo a capire dove sta andando a parare il discorso, questi estremisti non sono già più comunisti, perché la lotta di classe e l’alterità degli sfruttati rispetto agli sfruttatori si è già stilizzata ed è diventata una faccenda interna alla coscienza borghese. La lotta di classe è stata sostituita dalla «inconscia guerra civile dentro l’inferno della coscienza borghese», scrive Pasolini («l’apostolato dei giovani estremisti di estrazione borghese – l’apostolato in favore della coscienza dei diritti e della volontà di realizzarli – altro non è che la rabbia inconscia del borghese povero contro il borghese ricco, del borghese giovane contro il borghese vecchio, del borghese impotente contro il borghese potente, del borghese piccolo contro il borghese grande. È un’inconscia guerra civile – mascherata da lotta di classe – dentro l’inferno della coscienza borghese»).

Perché Pasolini se la prende con l’emergere della coscienza dei diritti? Oltretutto, poche righe prima, ha riconosciuto come inaggirabile la preferenza per la democrazia da parte dei comunisti. Dunque ciò che Pasolini sta rimproverando agli “apostoli estremisti” non è di aver intrapreso la via dei diritti – cioè quel particolare modo di far avanzare l’emancipazione che consiste nel legittimare le conquiste degli sfruttati attraverso la tutela della legge –, ma di averlo fatto in funzione di quelli che egli stesso indica come i “diritti civili”. Non è quello che rimproveriamo ai pallidi eredi rimasti del Pci? Certamente sì. Ma Pasolini non anticipa il senso comune, anticipa lo spiazzamento del senso comune. Il problema dei diritti civili non è affatto, come vorrebbero altri eredi ancora più sbiaditi di quella tradizione, i “rossobruni” di oggi, di aver sostituito gli operai con le innumerevoli “minoranze” come soggetto della rivoluzione. Il problema non è la classe, è piuttosto il conflitto: cioè l’alterità (se il lettore ha solo la pazienza di giungere alla citazione finale, Pasolini lo dirà con una chiarezza esemplare). Anche i diritti sociali possono incivilirsi, cioè rientrare dentro l’inferno della coscienza borghese. Continua Pasolini: «Perché è ora di dirlo: i diritti di cui qui sto parlando sono i “diritti civili” che, fuori da un contesto strettamente democratico, come poteva essere un’ideale democrazia puritana in Inghilterra o negli Stati Uniti – oppure laica in Francia – hanno assunto una colorazione classista. L’italianizzazione socialista dei “diritti civili” non poteva fatalmente (storicamente) che volgarizzarsi. Infatti: l’estremista che insegna agli altri ad avere dei diritti, che cosa insegna? Insegna che chi serve ha gli identici diritti di chi comanda. L’estremista che insegna agli altri a lottare per ottenere i propri diritti, che cosa insegna? Insegna che bisogna usufruire degli identici  diritti dei padroni. L’estremista che insegna agli altri che coloro che sono sfruttati dagli sfruttatori sono infelici, che cosa insegna? Insegna che bisogna pretendere l’identica felicità degli sfruttatori. Il risultato che in tal modo eventualmente è raggiunto è dunque una identificazione: cioè nel caso migliore una democratizzazione in senso borghese».

Ecco qui: l’estremista prende la faccia di Veltroni e di quella brutta storia che ci porta fino agli improbabili rappresentanti della sinistra di oggi. Apostoli, ma soprattutto apostati che hanno insegnato a tutti gli altri che l’unico sogno rimasto è che chi serve possa diventare padrone, chi è sfruttato possa ottenere l’identica felicità degli sfruttatori. Apostoli, ma anche zeloti che si sono incaricati di non lasciare altra possibilità di immaginare lo sfruttato se non come uno sfruttatore infelice. E coloro che ancora ammonivano che la questione è l’alterità, non l’identificazione, sono stati messi da parte, ignorati, derisi. Che meraviglia però questa sintetica definizione pasoliniana, che contiene in sé probabilmente una doppia critica. La critica ai zeloti estremisti, che hanno fatto della felicità degli sfruttatori niente più che una trappola del neocapitalismo, ma anche la critica ai comunisti scientifici, che sono scivolati ai margini della storia perché si sono dimenticati, a un certo punto, che il destino degli sfruttati aveva a che fare con la loro felicità, non con l’algida evidenza di una necessità oggettiva. Non un soggetto, ma un popolo. Questo era il cuore del comunismo e la sua alterità.

Ma c’è un ultimo passo da fare, in questo discorso che l’assenza di Pasolini consegna ai nostri tempi. Perché finora egli ci ha indicato cosa il comunismo non deve diventare (e cosa è diventato, possiamo aggiungere noi a posteriori). Ma la forza della sua lucidità sta nel consegnarci, cinquant’anni fa, un manifesto programmatico da cui ripartire adesso. Che sembra scritto per noi. Un testo sacro della sinistra che vorrei e, probabilmente, dell’unica sinistra che potrebbe non essere condannata al destino dei morti viventi. Innanzitutto Pasolini demolisce ogni argomento oppositivo, come già anticipato. La questione non è opporre diritti sociali a diritti civili, che tanto il neocapitalismo è in grado di risucchiare tutto nel gorgo profondo del conformismo e dell’identificazione. La questione è di ripartire dall’alterità di una forma di vita, così scrive Pasolini: «In che senso la coscienza di classe non ha niente a che fare con la coscienza dei diritti civili marxistizzati? In che senso il Pci non ha niente a che fare con gli estremisti (anche se alle volte, per via della vecchia diplomazia burocratica, li chiama a sé: tanto, per esempio, da aver già codificato il Sessantotto sulla linea della Resistenza)? È abbastanza semplice: mentre gli estremisti lottano per i diritti civili marxistizzati pragmaticamente, in nome, come ho detto, di una identificazione finale tra sfruttato e sfruttatore, i comunisti, invece, lottano per i diritti civili in nome di una alterità. Alterità (non semplice alternativa) che per sua stessa natura esclude ogni possibile assimilazione degli sfruttati con gli sfruttatori. La lotta di classe è stata finora anche una lotta per la prevalenza di un’altra forma di vita (per citare ancora Wittgenstein potenziale antropologo), cioè di un’altra cultura. Tanto è vero che le due classi in lotta erano anche – razzialmente diverse. E in realtà, in sostanza, ancora lo sono. In piena età dei Consumi».

Posso dirlo? Queste parole mi commuovono. Perché in fondo, così mi pare funzioni, l’atto d’amore nei confronti di un poeta non è altro che gratitudine per l’atto d’amore che le sue parole rappresentano per me. Trovo in queste poche righe espresso con chiarezza ciò che provo e non so dire, ciò che mi muove e non so come. La lotta di classe è una lotta per la prevalenza di un’altra forma di vita, né di più né di meno. Il comunismo è la lotta di coloro che, proprio in quanto sfruttati, non vogliono diventare come sfruttatori. È questo il sogno del comunismo. Non è questione d’identificazione, ma d’alterità. È tutto trascorso, scolorito? Ormai l’identificazione si è estesa irreversibilmente, grazie anche all’operoso sforzo degli apostoli zeloti del centro-sinistra? La profezia di Pasolini ci consegna una speranza quasi ontologica, se mi si permette il termine. Oggettiva, si direbbe. Tra gli sfruttati e gli sfruttatori l’alterità si può cancellare, ma non si può rimuovere. Anche “in piena età dei Consumi”, scrive Pasolini. Si riferiva a un mondo che prometteva a tutti di divenire uguali, se solo tutti avessero smesso di fargli la lotta. Quasi tutti hanno smesso di fargli la lotta, in effetti. Ma la promessa di diventare uguali si è trasformata nel suo contrario: siamo divenuti sempre più diseguali. L’identificazione non ha cancellato l’ontologia e gli sfruttati continuano a non essere come gli sfruttatori. In piena età dei consumi, dunque, la lotta di classe è riesplosa. Gli zeloti erano solo profeti sbagliati: all’opera, dunque.

da qui

lunedì 3 marzo 2025

Come il comunismo sta surclassando il capitalismo - Indrajit Samarajiva*

 

[Traduzione a cura di: Nora Hoppe]

 

Non è ironico? Non credete? Un centinaio di aziende di veicoli elettrici sono fiorite sotto il comunismo, mentre il capitalismo sovvenziona uno spaccone che produce quattro veicoli e un fermacarte. Una startup ha addestrato un'intelligenza artificiale per 5,5 milioni di dollari sotto il comunismo, mentre l'intelligenza artificiale del capitalismo richiede 500 miliardi di dollari di aiuti governativi. Tutto ciò che i capitalisti vi hanno detto sul capitalismo erano solo stronzate per vendervi altro capitalismo. Il comunismo è in realtà molto più innovativo del capitalismo. Fanno di più con meno, e per scopi migliori.

 

Lunga e forse inutile digressione storica

La grande potenza tecnica del comunismo era in realtà nota fin dall'inizio. Russia e Cina si sono industrializzate nel giro di una generazione. Nessuna nazione si è mai sviluppata più velocemente o in misura maggiore, un miracolo economico che la maggior parte degli economisti occidentali ha ignorato, perché il comunismo è un male, STFU [zitto, stronzo!]. La capacità produttiva del comunismo è stata screditata perché l'intera faccenda sembrava crollare con la fine dell'Unione Sovietica, ma non era tutto. Come  ha detto Xi Jinping nel 2018:

Lo sviluppo storico non è mai rettilineo, ma pieno di colpi di scena. Alla fine degli anni '80 e all'inizio degli anni '90, il crollo dell'Unione Sovietica, la caduta del Partito Comunista dell'Unione Sovietica e i drammatici cambiamenti nell'Europa dell'Est non solo hanno portato alla scomparsa dei primi Paesi socialisti e dei Paesi socialisti dell'Europa dell'Est, ma hanno anche avuto un grave impatto sul gran numero di Paesi in via di sviluppo che aspiravano al socialismo, e molti di loro sono stati costretti a prendere la strada di copiare il sistema occidentale. Il socialismo nel mondo ha subito una grave battuta d'arresto, come dice il proverbio: “Tutti i fiori scarseggiano per un po'”. Ho parlato del viaggio del socialismo dal pensiero vuoto alla scienza, dalla teoria alla pratica, da un paese a molti paesi. Vale la pena di approfondirlo...

La storia si evolve sempre secondo una propria logica. Il grande successo del socialismo con caratteristiche cinesi in Cina dimostra che il socialismo non è morto, né morirà, e che sta fiorendo con vitalità e vigore. Il successo del socialismo scientifico in Cina è di grande importanza per il marxismo e il socialismo scientifico e per il socialismo nel mondo. È ipotizzabile che se il socialismo non avesse ottenuto il successo odierno in Cina, se la leadership del Partito Comunista Cinese e il nostro sistema socialista fossero anch'essi crollati nel cambiamento del domino del crollo dell'Unione Sovietica, della caduta del Partito Comunista Sovietico e dei drammatici cambiamenti nell'Europa dell'Est, o se avessero fallito per altre ragioni, allora la pratica del socialismo avrebbe potuto nuovamente vagare nell'oscurità per molto tempo, e di nuovo come un fantasma, come diceva Marx, vagare nel mondo.

Fortunatamente per il mondo, prima della caduta dei sovietici, la Cina stava scindendo il proprio modello da quello sovietico e ha sviluppato qualcosa di molto diverso (e più solido). Come disse Xue Muqiao a una conferenza della Banca Mondiale nel 1982 (tutto questo tramite How China Escaped Shock Therapy, Isabella M. Weber, leggetelo, è eccellente):

Xue chiuse il suo discorso ricordando al pubblico che la Cina aveva imparato una lezione dolorosa quando aveva copiato il modello sovietico. Questo errore non poteva essere ripetuto. Secondo Xue, non era necessario cambiare i principi astratti, perché la questione chiave era come riformare nella pratica. La Cina non avrebbe cercato di copiare indiscriminatamente o all'ingrosso, ma avrebbe preso il meglio da ogni Paese e trovato la propria strada.

La principale intuizione cinese era che il problema richiedeva un'intuizione cinese. Il comunismo cinese è stato etichettato come socialismo con caratteristiche cinesi e con questo sistema economico altamente sperimentale e adattivo, Deng Xiaoping ha portato la Cina sul mercato (senza vendere tutto il suo patrimonio). Zio Deng aveva previsto la traiettoria in modo abbastanza preveggente nel 1987 (sul People's Daily [Il Quotidiano del Popolo):

La povertà non è il socialismo. Dobbiamo sostenere il socialismo, ma dobbiamo progredire nella costruzione di un socialismo che sia veramente superiore al capitalismo. Dobbiamo prima liberarci del socialismo della povertà (pinkun shehuizhuyi); anche se ora tutti dicono che stiamo creando il socialismo, solo a metà del prossimo secolo, quando avremo raggiunto il livello dei Paesi moderatamente sviluppati, potremo dire con certezza che il socialismo è davvero superiore al capitalismo e che stiamo davvero costruendo il socialismo.

Semmai, Zio Deng è stato conservatore. Siamo solo a un quarto del nuovo secolo e la Cina ha già un'aspettativa di vita e un tenore di vita superiori all'America capitalista. L'unica cosa su cui l'America è in vantaggio è il PIL, che misura la corruzione, il debito, le frodi sanitarie e la costante autostimolazione come aspetti positivi (e non lo sono). In termini economici reali, come il PPA, la Cina è già al di sopra dell'America, e non dà la priorità a misure così ottuse (del cavolo), preferendo cercare una crescita di “alta qualità” piuttosto che far salire solo numeri astratti. Come si vede, il socialismo cinese è pragmatico più che programmatico. Come disse Deng in un discorso del 1962 (che fece incazzare Mao):

Quando si parla di combattere le battaglie, il compagno Liu Bocheng cita spesso un proverbio del Sichuan: “Non importa se è un gatto giallo o un gatto nero, purché catturi i topi.” Il motivo per cui abbiamo sconfitto Chiang Kai-shek è che non abbiamo sempre combattuto in modo convenzionale. Il nostro unico obiettivo è vincere approfittando delle condizioni date. Se vogliamo ripristinare la produzione agricola, dobbiamo sfruttare anche le condizioni reali. In altre parole, non dobbiamo attenerci a una modalità fissa di rapporti di produzione, ma adottare qualsiasi modalità che possa contribuire a mobilitare l'iniziativa delle masse. Attualmente, sembra che né l'industria né l'agricoltura possano avanzare senza prima fare un passo indietro.

La Cina, ovviamente, ha dovuto gettare le basi maoiste per industrializzarsi, ma il problema degli anni Novanta è stato cosa fare con quella base industriale. Molti Paesi post-comunisti si sono affidati alla tenera misericordia del capitalismo (alimentando il socialismo al mercato) e hanno visto il più forte declino della qualità della vita al di fuori dei tempi di guerra. La Cina ha avuto un'idea diversa: i mercati all'interno del socialismo. Perché no? Come disse Zio Deng nel 1984:

È sbagliato sostenere che l'economia di mercato esiste solo nella società capitalista e che esiste solo un'economia di mercato “capitalista”. Perché non possiamo sviluppare un'economia di mercato nel socialismo? Sviluppare un'economia di mercato non significa praticare il capitalismo. Pur mantenendo un'economia pianificata come pilastro del nostro sistema economico, stiamo anche introducendo un'economia di mercato. Ma si tratta di un'economia di mercato socialista.

In effetti, le persone hanno avuto mercati sotto ogni tipo di sistema economico, Il mercato™ non è qualcosa di unico del capitalismo, è solo marketing. Come Jiang Zemin ha descritto il socialismo con caratteristiche cinesi nel 1992:

L'enfasi sulla pianificazione o sulla regolazione del mercato non era la distinzione essenziale tra socialismo e capitalismo. Questa brillante tesi ha contribuito a liberarci dall'idea restrittiva che l'economia pianificata e l'economia di mercato appartengano a sistemi sociali fondamentalmente diversi, determinando così una grande svolta nella nostra comprensione del rapporto tra pianificazione e regolamentazione del mercato.

Questo è tutto il contesto storico che porta alla situazione attuale, in cui il socialismo cinese supera decisamente il capitalismo occidentale, come aveva previsto Zio Deng. Siamo quindi al punto in cui il moderno Segretario Generale può guardarsi indietro e fare un po' il giro della vittoria. Il successo della Cina dimostra che il socialismo non è morto. Sta prosperando. Basta guardare.

 

I veicoli elettrici

Prendiamo ad esempio le automobili, il veicolo più ovvio per il trasporto del potere nazionale. La Tesla è stata un'innovazione quando è nata, ma ora sta rilasciando solo quattro modelli e alcuni camion giocattolo che si rompono se li si lava. È onestamente distopico se si vuole acquistare un veicolo elettrico puro da un'azienda di veicoli elettrici puri in America. Si può comprare una S, una X, una Y o un Cybertruck appena utilizzabile.

Nel frattempo, in Cina, la sola BYD vende oltre 40 modelli e ci sono centinaia di aziende che chiamano NEV, impegnate in una concorrenza spietata. La Cina, il paese comunista, conserva lo spirito razionale del capitalismo mentre l'America, il paese capitalista, sovvenziona un'auto da clown. Che cazzo sta succedendo? È quasi come se la propaganda fosse una stronzata e il comunismo funzionasse davvero.

La differenza fondamentale tra comunismo e capitalismo non è cosa (ci sono i mercati nel comunismo e l'intervento dello Stato nel capitalismo) ma per chi. Cui bono? I nomi comunismo e capitalismo dicono tutto quello che c'è da sapere. Nel comunismo la comunità è la cosa più importante, mentre nel capitalismo è il capitale. La differenza tra comunismo e capitalismo non è così difficile da capire, basta l'etimologia. Democrazia™ e Diritti Umani© sono solo slogan di marketing che il capitalismo usa per nascondere l'ovvio, ovvero che è soprattutto il capitale a governare.

Il problema è che il capitale non è molto bravo ad allocare il capitale. Come ha detto Biggie, non ci si dovrebbe mai sballare con le proprie scorte, cosa che il capitalismo americano ha fatto a partire dalla massiccia deregolamentazione degli anni '80, che ora è una politica unipartitica (il Congresso è solo un club di insider trading). Riacquisti di azioni, valutazioni di merda, pompaggio e dumping così grandi da essere salvati dal governo. La domanda centrale, come sempre, è: per chi? Il comunismo alloca le risorse per uno scopo comune (il socialismo per uno scopo sociale) o l'Islam per Dio (che è sicuramente il miglior pianificatore); molti sistemi economici sono possibili a seconda di “per chi”. Il capitalismo viene commercializzato come una soluzione universale per il bene generale, ma non è così, serve solo ad aumentare il capitale, come è scritto sulla scatola. Il capitalismo non è un sistema di governance, quanto piuttosto un sistema che smantella la governance per le proprie esigenze metaboliche. In breve, un cancro.

Il comunismo (o qualsiasi altro -ismo che non sia incentrato sul denaro) è in grado di allocare il capitale per uno scopo diverso dalla semplice riproduzione del capitale. Come riprodurre gli esseri umani e (teoricamente) riprodurre la natura e non ucciderci tutti. Ci sono molte direzioni diverse possibili se si orienta l'economia verso qualcosa piuttosto che limitarsi a “far crescere l'economia”. Questa è una logica circolare che a un certo punto si divide per zero. Non si può avere una crescita infinita su un pianeta finito.

L'industrializzazione comunista, ovviamente, porta alla morte per calore della vita sulla terra tanto quanto l'industrializzazione capitalista, ma c'è almeno il concetto di una comunità condivisa che potrebbe includere tutti gli esseri viventi, piuttosto che condividere il capitale al di sopra di tutto (sto ragionando in modo puramente teorico). Se i movimenti di liberazione comunista (non c'è mai stato un Fronte di Liberazione Capitalista) non fossero stati brutalmente soppressi in tutto il mondo il secolo scorso, avremmo potuto avere una possibilità di fermare il collasso climatico e l'esaurimento delle risorse entro gli anni Settanta, quando era possibile. Nel comunismo esiste almeno il concetto teorico di freno, mentre nel capitalismo è tutto un accelerare.

Questo è il motivo principale per cui il comunismo produce automobili migliori e incarnazioni artificiali oggi. La Cina produce veicoli elettrici economici e funzionali e non lussuosi dispositivi di segnalazione della virtù. La Cina produce IA efficienti e a basso costo e non veicoli di investimento di lusso. Il comunismo ha una ragione alla base della produzione, mentre il capitalismo è solo una crescita irrazionale per il gusto di crescere (cioè un cancro). Niente di tutto questo salverà il mondo (è troppo tardi), ma possiamo almeno dire “lo sapevo” alle macchine che se ne fregano mentre noi percorriamo l'autostrada (verso l'inferno).

 

L'INTELLIGENZA ARTIFICIALE

Prendiamo ora l'IA, un altro veicolo di trasmissione del potere nazionale (che distrugge anche il mondo naturale). L'IA conversazionale era l'ultimo posto in cui si poteva dire che il capitalismo occidentale funzionasse. L'IA era come il quarterback dell'industria tecnologica, l'ultimo posto dove un uomo bianco poteva comandare. Ma ora quel primato è stato cancellato da DeepSeek.

Mentre il governo degli Stati Uniti annunciava un investimento oligarchico da 500 miliardi di dollari in OpenAI, DeepSeek rilasciava un modello comparabile che era stato addestrato con 5,5 milioni di dollari. Nel comunismo un imprenditore privato ha creato DeepSeek di tasca propria, mentre nel capitalismo il Presidente ha dovuto stare accanto a Sam Altman, tenendogli la mano. Che cosa sta succedendo qui?

Il problema è che il capitale non è molto bravo ad allocarlo. Si limita a dare i soldi a se stesso. Questa è un'altra digressione, ma ad un livello molto alto, Jamie Merchant descrive come: “Tradizionalmente, una qualche forma di economia pianificata è considerata l'alternativa alle istituzioni di mercato, ma qui non c'è molta pianificazione. Si tratta piuttosto di qualcosa di nuovo: l'abolizione del mercato senza pianificazione.” Cosa Merchant intenda per “abolizione del mercato” è importante. L'America è arrivata di fatto alla pianificazione centrale senza pianificazione. Un cartello di banche si limita a spostare i tassi di interesse e il governo dà loro denaro gratis per farlo. È tutto controllato a livello centrale, ma senza che ci sia una sola idea di cervello tra di loro. Come continua Merchant,

In quanto primo Paese capitalista, gli Stati Uniti si assumono essenzialmente i costi crescenti della riproduzione delle condizioni di deterioramento della produzione capitalistica globale, che si manifestano con l'esplosione del bilancio della Fed e del debito nazionale. Allo stesso tempo, l'espansione della governance nella finanza privata e della finanza nel governo erode le basi della funzione competitiva del mercato. Più questa dinamica avanza, più si restringe il campo d'azione del mercato; più il mercato si restringe, meno redditizia diventa la produzione privata rispetto alle entrate da raccogliere attraverso la finanza; meno redditizia diventa la produzione privata, più l'accumulazione di capitale si esaurisce, richiedendo un intervento statale sempre più drastico solo per mantenere il battito cardiaco, il che erode ulteriormente le basi del mercato. Tradizionalmente, si ritiene che l'alternativa alle istituzioni di mercato sia una forma di economia pianificata, ma qui non c'è molta pianificazione. Si tratta piuttosto di qualcosa di nuovo: l'abolizione del mercato senza pianificazione.

Merchant descrive il fatto che l'America nel 2008 ha salvato le grandi banche senza assumere partecipazioni azionarie (cioè nazionalizzandole). Ha fatto la stessa cosa con le grandi aziende automobilistiche. Il mercato ha detto che queste aziende erano morte, ma il governo americano ha detto di no e le ha tenute in vita. La “distruzione creativa” del mercato è stata abolita, cioè il mercato è stato abolito senza pianificazione. Il governo statunitense stava solo reagendo alle crisi, ma ha finito per creare un enigma da cui non può uscire. La loro intera economia è un gigantesco schema Ponzi e non esiste un Ponzi inverso. In questo sistema oligarchico, l'unico scopo è quello di far salire la linea, per mantenere il massimo il più a lungo possibile. In questo senso, avere un prodotto che funziona bene e a basso costo è in realtà un terribile svantaggio. Riduce i profitti (che sono sempre più irrilevanti) e soprattutto riduce la spesa. Come continua Merchant: “Le società di gestione patrimoniale Blackrock, Vanguard e State Street Advisors sono i maggiori azionisti di 9 società su 10 dell'S&P 500, possedendo in media più del 20% delle azioni di ogni società dell'indice, per cui è naturalmente nel loro interesse scoraggiare qualsiasi concorrenza che possa ridurre i profitti.”

In questo contesto capitalista, qual è lo scopo di un sistema di intelligenza artificiale da 5,5 milioni di dollari? Qual è il suo valore per coloro per i quali suona la campana di apertura? Perché un capitalista dovrebbe volere una cosa del genere quando abbiamo questo trambusto da 500 miliardi di dollari in corso? Offrire qualcosa di più economico ed efficiente ai banchieri è come offrire loro un asciugamano nel bagno della discoteca. Non è per questo che sono lì. Al lavoro o nel tempo libero, stanno cercando di far salire quella linea il più velocemente e furiosamente possibile.

Come dice Matthew McConaughey  in Wolf Of Wall Street:

C'è un cliente che ha comprato azioni a 8 anni e poi ha annunciato che è a 16 ed è tutto felice di voler incassare, liquidare, prendere il suo libro, prendere i suoi soldi e correre a casa. Non glielo permetti di farlo, ok, perché questo lo renderebbe reale, giusto? No. Che lavoro fai? Ti viene un'altra idea brillante, un'idea speciale, un'altra situazione, un'altra azione per reinvestire i suoi guadagni e attirarlo, e lui lo farà, ogni singola volta, perché ne sono dipendenti. Continui a farlo ancora e ancora e ancora. Nel frattempo, lui pensa di diventare ricco (e lo è, sulla carta), ma io e te, i broker, ci stiamo portando a casa denaro contante tramite commissioni.

L'intelligenza artificiale era la gallina dalle uova d'oro che la realtà virtuale avrebbe dovuto essere, ha fatto salire la linea di NVIDIA e i "magnifici sette" si sono affollati nel bagno per ottenere un AF elevato. Più GPU (ed energia e acqua) consumavano questi prodotti, meglio era. L'intelligenza artificiale era un prodotto magico con vantaggi francamente mitici che faceva sì che le persone facessero la fila per buttarci soldi. Questo era il valore dell'IA nel sistema capitalista, non l'IA stessa. Ancora una volta, ricordate che il capitalismo non percepisce alcun bisogno umano se non l'avidità. Non gli importa cosa fa il prodotto, quanta energia e acqua brucia, purché faccia salire la linea, che sia nel naso o nei notiziari.

Ma ora in Cina si trovano di fronte a un "concorrente" (tutti, a parte l'America, sono felici di lavorare insieme) che capovolge il loro trambusto principale con un progetto parallelo. DeepSeek era un progetto parallelo di alcuni quant finanziari (trader algoritmici) con un sogno e una certa capacità GPU di riserva. L'IA conversazionale è un progetto collaterale in Cina che ha un'economia reale che costruisce cose reali e in cui l'IA viene utilizzata principalmente per noiosi casi aziendali, non per chiacchiere inutili. E così DeepSeek viene rilasciato open-weight (di fatto open-source) perché non gliene frega un cazzo. Come ha dichiarato il CEO di DeepSeek:

Di fronte a una tecnologia dirompente, un fossato closed-source è temporaneo. Anche l'approccio closed-source di OpenAI non ha impedito ad altri di mettersi al passo. Il nostro valore risiede nel nostro team, che attraverso questo processo cresce e accumula know-how. Costruire un'organizzazione e una cultura in grado di innovare costantemente è il nostro vero fossato. L'open source e la pubblicazione di documenti non significano che perdiamo nulla. Per i tecnologi, essere seguiti è una conquista. L'open source è più un atto culturale che commerciale. Donare è una forma di onore e attrae talenti promuovendo una cultura unica.

OpenAI è solo un termine di branding, ma DeepSeek lo sta effettivamente facendo. Nessuno sta cercando (o potendo) diventare un oligarca di rendita in Cina, possiedono già collettivamente i mezzi di produzione attraverso il Partito Comunista. Le persone possono certamente diventare ricche, ma l'obiettivo della Cina è una "prosperità moderata" e una "crescita di alta qualità", non il denaro del fanculo e la crescita a tutti i costi. Questo porta a prodotti molto diversi tra loro. In realtà è una cultura completamente diversa.

 

Non è ironico?

Come ha detto Alanis Morissette, non è ironico, non credete? Il capitalismo doveva essere questo grande motore di ingegnosità, ma si è congelato nella monopolizzazione, nella corruzione, nello spreco massiccio e nelle discariche. Il comunismo è stato etichettato come la morte dell'iniziativa individuale, ma ci sono ragazzi degli hedge fund che fanno l'IA rivoluzionaria come progetti collaterali. Si noti che non intendo dire che l'IA conversazionale in sé stia cambiando le regole del gioco, intendo dire che DeepSeek espone il gioco delle conchiglie a cui stavano giocando le aziende americane di IA (e i produttori di chip). Non ho nemmeno parlato di come la Cina abbia superato l'America sui social media e praticamente su tutti i settori a cui tengono, e i settori che non le interessano, come la salute, l'alloggio, l'istruzione e i reali bisogni umani.

Se si legge anche solo sottilmente nella storia di questi sistemi economici, non è così difficile da spiegare. Il comunismo ha uno scopo che va oltre il profitto e l'economia può essere diretta verso uno scopo umano (o idealmente naturale). Il capitalismo non ha alcuno scopo oltre al profitto, e degenera semplicemente in frode. Questi sistemi non sono gli stessi. Il capitalismo è peggio.

 

* Indrajit Samarajiva – https://indi.ca/about/


FONTE: 
https://indi.ca/how-communism-is-obviously-outcompeting-capitalism/

* Sono nato nel 1982 a Vancouver, in Canada, dove i miei genitori stavano facendo il loro dottorato di ricerca. Ho vissuto in Sri Lanka per un breve periodo prima di trasferirmi a Upper Arlington, Ohio, dove sono cresciuto. Ho studiato Scienze Cognitive alla McGill University di Montreal. Lì ho iniziato a scrivere per un mio blog e lo faccio da quasi 25 anni. Da adulto, sono tornato in Sri Lanka, dove vivo da allora. Ho fondato alcune riviste, ho lavorato per una grande società di telecomunicazioni nel settore dei contenuti, ho contribuito a creare molti siti web, ho lavorato come redattore online per un giornale e ho lanciato e venduto una startup di contenuti alimentari. Ho anche contribuito a lanciare la consegna di cibo all'interno dell'azienda che ci ha acquisito. Ora scrivo quasi tutti i giorni, che era il mio sogno fin dalla prima elementare.

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