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venerdì 25 giugno 2021

Trenta anni fa l’inizio della fine della Federazione jugoslava - Tommaso Di Francesco

 

Il 25 giugno del 1991 è una data memorabile. Da quel giorno infausto, con la proclamazione d’indipendenza della Slovenia e della Croazia dalla Federazione jugoslava – che aveva ancora un seggio all’Onu e un esercito unitario – , si apriva la voragine sanguinosa della guerra interetnica jugoslava. Una data che fa sentire la «barra del tempo», secondo Varlam Shalamov, che cambiò l’agenda del mondo. Iniziavano gli anni Novanta, precipitava la crisi nell’Urss, iniziava il conflitto in Iraq, si avviava dopo la caduta del Muro la riunificazione della Germania. E la guerra tornava nel Vecchio continente, nel sud-est dell’Europa, strategico ponte del confronto-scontro con l’Oriente.

Ora che si comincia a riconoscere quello che abbastanza isolato denunciava allora il manifesto, vale la pena raccontarne gli sviluppi decisivi.
La Federazione jugoslava era formazione storico-politica originalissima, dovuta anche alla straordinaria storia del movimento di massa partigiano che aveva liberato il Paese dall’occupazione nazi-fascista e dai regimi e forze locali ad esso collegati. Con la leadership di Tito il Paese era stato in equilibrio nella guerra fredda; dalla rottura con Stalin nel 1948 aveva costruito un suo collocamento internazionale promuovendo il Movimento dei Non Allineati; all’interno aveva avviato, pur sempre a partito unico, una forma di democrazia della rappresentanza, l’autogestione, piuttosto partecipata e popolare

La spina nel fianco restavano i diversi pesi economici, spesso mal distribuiti, dei Paesi componenti della Federazione. Per questo, dopo una unificazione sotto l’egida costituzionale della repubblica socialista, nel 1974 Tito e Kardely avevano apportato la modifica federale sostanziale dell’autonomia delle sei repubbliche (Slovenia, Croazia, Macedonia, Bosnia Erzegovina, Montenegro, Serbia più due regioni autonome aggregate alla Serbia, il Kosovo a maggioranza albanese e la Vojvodina con forte presenza di una popolazione di origine ungherese). Dopo la morte di Tito nel 1980 il Paese entrò in una fibrillazione economica fortissima, ci fu il ricorso al Fondo monetario internazionale – che avrebbe presto richiesto la restituzione – vennero adottate misure di austerità e a partire dal 1985 cominciarono vaste proteste sociali e conflitti nei comparti produttivi (valga per tutti il caso dell’Agrokomerc).

Il clima non poteva non ripercuotersi sulla compagine del partito, la Lega dei comunisti, e sulla nuova struttura costituzionale che prevedeva in un suo articolo il diritto di veto sulle decisioni federali per ogni Repubblica.

Accadde proprio così nei Balcani e in anticipo – una antefatto premonitorio della storia non solo la deriva del passato – , quella che negli anni più recenti è stata ed è la crisi dell’Unione europea: una divisione dovuta alla crisi economica e sociale. Per la quale, di fronte ai nodi del bilancio statale le regioni più «ricche», come la Slovenia, posero il veto sulla condivisione dei costi della crisi verso le regioni più povere (Montenegro, Kosovo, Macedonia (l’unica quest’ultima grazie ad un accordo tra Milosevic e Kiro Gligorov a rimanere fuori dal conflitto almeno fino alla guerra civile intestina tra albanesi e slovo-macedoni).

L’espressione politica di questo incrinarsi dell’originario rapporto di solidarietà, di «fratellanza e unità», furono le prime elezioni multipartitiche del 1990 con l’emergere dei partiti nazionalisti e indipendentisti, ovunque – in Croazia si rese evidente la forza dei movimenti neo-ustascia anche grazie a massicci finanziamenti occidentali fatti in nome della «democrazia»; mentre in Serbia a fronte della prima crisi esplosa in Kosovo con le proteste sociali e dei dei minatori, andava in porto l’operazione di maquillage di Slobodan Milosevic, leader emergente della Lega che cavalcava in modo spregiudicato e irresponsabile il rinascente nazionalismo serbo.

L’Unione europea nasceva allora. Maastricht era un nome impronunciabile, ma il timore per le crisi esplosiva dell’Urss impegnò i Paesi europei ad una scelta importante: la Commissione Badinter decise che non si dovevano riconoscere proclamazioni di indipendenza fatte in modo unilaterale, con la violenza e nel disprezzo del metodo democratico. Ecco. L’Europa dal 25 giugno del 1991 fece tutto il contrario di quello che aveva deciso: riconobbe – in primis fu La Germania di Kohl e Gensher insieme al Vaticano del polacco Wojtyla – le indipendenze di Slovenia e Croazia che si erano dichiarate indipendenti sulla base di valori etnici: «La Slovenia è la patria degli sloveni» e la «Croazia è la patria dei croati» dichiaravano le prime costituzioni de nuovi Stati.

Via via tutti gli altri Stati della nuova Unione europea riconobbero queste indipendenze su base etnica, senza chiedersi che fine avrebbero fatto le popolazioni non slovene e non croate dentro Stati etnicamente puri. E infatti cominciarono le proclamazioni dei serbi in Croazia, nella Baranja e in Krajina. E questo aprì la voragine di quello che sarebbe stato il conflitto in Bosnia Erzegovina dove tutte le etnie e le religioni erano rappresentate.
È proprio così. L’Unione europea nasce e si costruisce specularmente a partire dalla distruzione della Federazione jugoslava.

Per una guerra dunque nella quale non è vero che non siamo intervenuti se non troppo tardi, ma che invece abbiamo contribuito a fare esplodere e della quale siamo co-responsabili insieme ai nazionalismi interni. È una responsabilità sanguinosa di centinaia di migliaia di vittime, di stragi, pulizia etnica, l’assedio di sarajevo, violenza sulle donne, tutti crimini per i quali apparecchiati Tribunali ad hoc hanno incolpato solo i criminali locali ma non ancora – e forse mai più – quelli internazionali. Perché anche qui la verità è stata il primo bersaglio della guerra intestina.
Si poteva fare diversamente? Eccome se si poteva. Di fronte ad una realtà jugoslava che vedeva ben19 nazionalità, almeno tre religioni (cristiano ortodossa, musulmana e cattolica) e quattro lingue ma dove al primo censimento del 1981 che chiedeva a quale etnia si apparteneva, milioni di persone si erano pure dichiarate solo «jugoslave», bisognava agire con saggezza intimando che quella area sarebbe entrata nell’Ue solo se avesse salvaguardato la sua unità.

L’Europa nascente – e non ancora gli Stati uniti in aperto disaccordo – fece tutto il contrario: fece intendere con i riconoscimenti delle indipendenze su base etnica, che quella realtà sarebbe entrata a pezzi e, anzi, doveva entrare solo se divisa. Non solo, ogni Stato europeo cominciò a sostenere una Repubblica contro l’altra (p.s. la Germania si schierò con Slovenia e Croazia, la Francia con la Serbia ecc.). Divide et impera, insomma. Così possiamo affermare che la costruzione unitaria dell’Ue avviene sulla distruzione della Federazione jugoslava.

Fu una iniziativa scellerata tutta europea, per la quale stavolta gli Stati uniti del segretario di Stato, il repubblicano James Baker e del grande inviato Cyrus Vance , preoccupati del crollo di un Paese cardine dell’equilibrio con l’Oriente e già alleato dell’Occidente per tutta la guerra fredda, provarono fino all’ultimo a contraddire la tendenza; ma poi con la presidenza Clinton tutto cambiò e gli Usa divennero sponsor di tutti i conflitti sul campo aprendo in Bosnia perfino all’arrivo di mujaheddin dall’Afghanistan e ai ripetuti interventi della Nato che finalmente trovava occasione di protagonismo; fino alla pace di carta di Dayton a fine ‘95 che altro non fu che una spartizione su base etnica.

La fotografia attuale degli staterelli nati dalla eterodeterminazione sanguinosa della Federazione jugoslava ci dice che nessuno di questi Paesi da solo ha un futuro. Non ce l’ha la Slovenia membro Ue alle prese con il leader Janez Jansa allora dissidente di Mladina e guida delle milizie che assaltarono senza pietà drappelli di soldati di leva jugoslavi, lo stesso che però ora è legato a Orban e le piazze in protesta lo chiamano «dittatore»; e che i conflitti sui coinfini tra Sterelli restano (il Golfo di Pirano conteso tra Lubjana e Zagabria); che la crisi bosniaca, appesa alla spartizione, si riapre; che la questione albanese nell’area resta irrisolta, anche nella nuova entità della Macedonia del Nord; che la solitudine serba resta pericolosa; che il Kosovo è uno Stato impresentabile. Ma tutti o quasi hanno un nuovo fiammante bilancio della difesa: dopo il piccolo Montenegro, sono ormai tutti dentro la Nato o in ottica atlantica. La vogliamo chiamare espansione della democrazia liberale?

da qui

domenica 30 agosto 2020

Misfatti NATO: l’uranio contro i civili - Gregorio Piccin (*)

 

Un avvocato italiano e il suo collega serbo insieme nel difendere le vittime civili e militari dell’uranio impoverito utilizzato alla fine degli anni ’90 dalla Nato nell’ex Jugoslavia

 

La responsabilità istituzionale per le «vittime interne» dell’uranio impoverito impiegato nelle «guerre umanitarie» della Nato nell’ex Jugoslavia è stata dimostrata inequivocabilmente dalla relazione finale della IV Commissione parlamentare d’inchiesta presieduta dall’onorevole Gianpiero Scanu e dalle 170 cause di servizio risarcitorie e indennitarie a favore di altrettanti ex militari strappate nei tribunali al ministero della Difesa dall’avvocato Angelo Fiore Tartaglia. Per le responsabilità individuali delle alte cariche istituzionali dovremo invece attendere gli esiti delle indagini aperte dalla procura della Repubblica di Roma e dalla procura Militare grazie ad un esposto depositato recentemente dal generale Roberto Vannacci e supportato dalle dichiarazioni del colonnello Fabio Filomeni.

MA QUELLA che si prospetta come una spallata definitiva al muro di gomma (nazionale ed internazionale) sull’affaire uranio impoverito è la inedita saldatura tra le vittime militari dei Paesi che parteciparono all’aggressione e quelle civili dei Paesi aggrediti.

GLI INCONTRI alla base di questa iniziativa epocale si svolgono da oltre un anno, con molta discrezione, nello studio romano di Angelo Tartaglia. L’eco dei ripetuti successi dell’avvocato italiano, che non pochi grattacapi ha procurato e sta procurando al ministero della Difesa, hanno raggiunto il suo collega serbo Srdjan Aleksic il quale, accompagnato da Domenico Leggiero dell’Osservatorio militare, ha voluto assolutamente incontrarlo.

OGGI SONO PRONTI a rendere pubblica, in esclusiva per il manifesto, la loro strategia che punta ad ottenere verità e giustizia ai massimi livelli. «Ho incontrato il mio collega Srdjan Aleksic per la prima volta presso il mio studio», spiega Tartaglia. «Mi raccontò di aver perso la madre a causa dell’uranio impoverito. È uno dei più autorevoli avvocati dei Balcani e si è subito creato fra di noi una grande intesa professionale ed umana. È arrivato il tempo di affrontare questa tematica che in Italia ha colpito e continua a colpire i nostri militari reduci da queste aree contaminate, ad un livello più alto. Affrontare la questione nei tribunali in Serbia significa entrare nel cuore giuridico del problema. Non risparmierò le mie energie, dedicherò tutto me stesso e con me il mio collega finché non avremmo raggiunto lo scopo di tutelare tutti. Mai più un danno così enorme alle persone inermi ed al territorio….».

ALEKSIC è infatti molto noto in Serbia: da anni organizza presso l’università di giurisprudenza di Niš simposi internazionali sull’uranio impoverito coinvolgendo massimi esperti da Russia, Giappone, Francia, Belgio, Germania e Cina.
«Il problema delle conseguenze dei bombardamenti è stata la mia ossessione per parecchi anni» spiega Aleksic – «Non solo per la tragedia che ha colpito la mia famiglia ma anche per i contatti personali quotidiani con i miei concittadini e con le persone del sud di Serbia. Il carcinoma ed altre malattie gravi con aumento di mortalità hanno segnato gli anni dopo l’aggressione criminale della Nato. Anzi, queste malattie sono diventate sinonimo dell’aggressione stessa. Grazie all’esperienza accumulata dal mio collega Tartaglia, faremo partire in autunno a Niš, Kragujevac, Belgrado, Vranje e Novi Sad altrettante cause risarcitorie. Si tratta di cause a favore dei malati di carcinoma, con incontestabili prove mediche che la malattia e’ provocata dall’uranio impoverito sparso durante i bombardamenti della Nato».

OLTRE alla sua esperienza l’avvocato Tartaglia ha messo a disposizione le perizie di istituzioni di riferimento che in Serbia non esistono come la Clinica Universitaria La Sapienza di Roma, l’Istituto di nanotecnologia di Milano e il Politecnico di Torino. «E comunque le cinque cause saranno solo il primo passo», continua Aleksic. «Nel mio ufficio adesso ho più di duemila casi di persone malate che in quel periodo lavoravano in Kosovo e Metohija. Dobbiamo radunare tutti i malati di carcinoma e altre malattie causate dall’uranio perché ogni singolo caso possa essere giustamente risarcito. Ciò vale anche per le famiglie dei morti che possiedono documentazione medica adeguata con prova della causa di morte. Verificheremo ogni singolo caso presso l’Istituto di nanotecnologia in Italia, presenteremo ogni singolo caso nei tribunali in Serbia e tramite le migliaia di cartelle cliniche chiederemo all’Onu di inviare ispettori indipendenti per fare verifiche sulla contaminazione dei territori a distanza di 21 anni dai bombardamenti. Poi ci rivolgeremo alla Corte dei diritti dell’uomo a Strasburgo e informeremo il Parlamento europeo. Il nostro obiettivo è che in tali processi siano chiamati in causa anche i Paesi che hanno partecipato direttamente o indirettamente ai bombardamenti Nato del 1999 anche mettendo a disposizione le loro basi. Questi Paesi, per la quasi totalità europei, dovranno farsi carico della bonifica totale dell’uranio impoverito presente sui nostri territori”.

Mentre la relazione finale della IV Commissione parlamentare d’inchiesta è stata depositata dallo stesso Scanu presso la presidenza del Parlamento europeo, l’internazionalismo giuridico che gli avvocati Tartaglia ed Aleksic stanno mettendo in campo varca i confini del legittimo risarcimento per le vittime militari e civili di questo maledetto metallo pesante ed assume chiari contorni politici: ristabilire finalmente quel diritto internazionale ed umanitario espropriato e fatto a pezzi dalla Nato.

 

(*) pubblicato ieri sul quotidiano “il manifesto”


http://www.labottegadelbarbieri.org/misfatti-nato-luranio-contro-i-civili/

domenica 5 luglio 2020

la guerra al virus (e non solo)


Il virus e la militarizzazione delle crisi - Raúl Zibechi

Dobbiamo risalire al tempo del nazismo e dello stalinismo, quasi un secolo addiètro, per trovare esempi di controllo della popolazione tanto esteso e intenso come quelli che stanno avvenendo in Cina con la scusa del coronavirus. Un gigantesco panopticon militare e sanitario, che confina la popolazione costringendola a vivere rinchiusa e sottoposta a permanente vigilanza.
Le immagini della vita di ogni giorno in ampie zone della Cina che ci arrivano, non solo nella città di Wuhan e nella provincia di Hubei, dove vivono 60 milioni di persone, danno l’impressione di un enorme campo di concentramento a cielo aperto a causa dell’imposizione della quarantena per tutti gli abitanti.
Città deserte dove transita soltanto il personale di sicurezza e sanitario. Si misura la temperatura a ogni persona che entra in un supermercato, nei centri commerciali e nei complessi residenziali. Se ci sono membri di una famiglia in quarantena, soltanto uno di loro ha il diritto di uscire ogni due giorni per comprare i viveri.
In alcune città, quelli che non usano le mascherine possono finire in carcere. Si incoraggia l’utilizzo di guanti monouso e matite per premere i bottoni dell’ascensore. Le città della Cina sembrano città fantasma, fino al punto che a Wuhan quasi non si incontrano persone per la strada.

È necessario ribadire che la paura sta circolando a maggior velocità del coronavirus e che, a differenza di quel che si fa credere, “il principale assassino nella storia dell’umanità è stato ed è la denutrizione”, come segnala una imperdibile intervista del portale Comune-info.
La consuetudine abituale nella storia è stata porre in quarantena persone contagiate, mai si sono isolate in questo modo milioni di persone sane. Il medico e accademico dell’Istituto di Salute Globale della University College London, Vageesh Jain, si domanda: “Ha una giustificazione una reazione tanto drastica? Cosa accade con i diritti delle persone sane?”.
Secondo l’OMS, ogni persona contagiata dal coronavirus può contagiarne altre due, mentre un malato di morbillo può contagiarne tra le 12 e le 18. Per questo Jain assicura che oltre il 99.9% degli abitanti della provincia di Hubei non sono contagiati e che “la gran maggioranza della popolazione intrappolata nella regione non sta male ed è poco probabile che sia infettata”.
Il bollettino 142 del Laboratorio Europeo di Anticipazione Politica (LEAP) fa questa riflessione: “La Cina ha scatenato un piano d’azione di emergenza di dimensioni senza precedenti dopo soltanto 40 morti su una popolazione di un miliardo e 200 mila persone, sapendo che l’influenza uccide in Francia 3 mila persone ogni anno“. Nel 2019 l’influenza ha ucciso 40 mila persone negli Stati Uniti. Il morbillo uccide nel mondo 100 mila persone l’anno e l’influenza mezzo milione.
Il LEAP sostiene che siamo di fronte a un nuovo modello sociale di gestione delle crisi, che può contare sul consenso dell’Occidente. L’Italia ha seguito questo cammino nell’isolare dieci centri con 50 mila abitanti, quando c’erano ancora solo poche decine di persone colpite dal virus.
La Cina esercita un sofisticato controllo della popolazione, dalla video-vigilanza con 400 milioni di videocamere nelle strade fino al sistema di punti di “credito sociale” che regola il comportamento dei cittadini. Adesso il controllo si moltiplica, comprendendo la vigilanza territoriale con brigate di cittadini “volontari” in ogni quartiere.

Vorrei fare qualche considerazione, non dal punto di vista sanitario ma da quello che comporta la gestione di questa epidemia per i movimenti anti-sistemici.
La prima è che, essendo la Cina la futura potenza egemone globale, le pratiche del suo Stato verso la popolazione rivelano il tipo di società che le élite vogliono costruire e propongono al mondo. Le forme di controllo che esercita la Cina sono enormemente utili alle classi dominanti di tutto il pianeta per tenere a bada los de abajo (quelli che stanno in basso, ndt), in periodi di profonde e impetuose scosse economiche, sociali e politiche, di crisi terminale del capitalismo.
La seconda è che le élite stanno usando l’epidemia come laboratorio di ingegneria sociale, con l’obiettivo di chiudere la rete sulla popolazione con una doppia maglia, a scala macro e micro, combinando un controllo minuzioso a scala locale con un altro, generale ed esteso come la censura in Internet e la video-vigilanza.
Siamo probabilmente di fronte a un saggio di prova di quel che si applicherà nelle situazioni critiche, come i disastri naturali o gli tsunami e i terremoti; ma soprattutto di fronte alle grandi esplosioni sociali capaci di provocare crisi politiche devastanti per los de arriba, (quelli che stanno in alto, ndt). Insomma, le élite si preparano per eventuali sfide al proprio dominio.
La terza considerazione è che noi non sappiamo ancora come potremo affrontare questi potenti meccanismi di controllo di grandi popolazioni, meccanismi che si combinano con la militarizzazione della società di fronte alle rivolte e alle sollevazioni, come accade, per esempio, in Ecuador.
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Traduzione per Comune-info di marco calabria. Questo articolo uscirà anche su La Jornada



Il Coronadigos - Marco Bersani

L’incredibile sproporzione tra il problema che si sta affrontando -la scoperta e la diffusione del Coronavirus- e le misure intraprese -lo stato d’eccezione applicato in alcune regioni e tendenzialmente all’intero Paese- rivela qualcosa di molto profondo sulle dinamiche sociali e di potere che stanno attraversando una società come quella italiana, sfinita da tre decenni di cultura politica neoliberale, che, oltre a peggiorarne pesantemente le condizioni di vita, ne ha polverizzato ogni legame sociale.
E, sebbene questa situazione presenti anche paradossi disvelanti -il virus è arrivato via aereo con la cravatta dell’uomo d’affari, non via mare con gli abiti sdruciti del migrante- e qualche volta persino divertenti -a quando il primo barcone di industriali del nordest che cercherà di entrare in Romania e, respinto, verrà soccorso dalla prima ong leghista con Salvini al timone?- ciò su cui occorre porre l’attenzione sono almeno due aspetti inquietanti.
Il primo riguarda il potere e le vette di disciplinamento sociale che sta sperimentando. Foucault diceva che le misure a suo tempo prese per contrastare la lebbra e la peste costruivano due forme di potere differenti e complementari con un unico scopo: quello di controllare la società.
E se le misure prese per contrastare la lebbra si basavano sul rigetto, l’esclusione sociale e l’abbandono degli ammalati al loro destino, con l’obiettivo di salvaguardare la società dagli stessi e di perseguire il sogno della comunità pura, le misure prese per contrastare la peste si basavano sul rigidissimo controllo e sulla ripartizione ossessiva degli individui, che venivano differenziati, incasellati e normati, con l’obiettivo di governare meticolosamente la società e di perseguire il sogno della comunità disciplinata.
Scriveva Foucault al proposito “Questo spazio chiuso, tagliato con esattezza, sorvegliato in ogni suo punto, in cui gli individui sono inseriti in un posto fisso, in cui i minimi movimenti sono controllati e tutti gli avvenimenti registrati, in cui un ininterrotto lavoro di scritturazione collega il centro alla periferia, in cui il potere si esercita senza interruzioni, secondo una figura gerarchica continua, in cui ogni individuo è costantemente reperito, esaminato e distribuito fra i vivi, gli ammalati, i morti, tutto ciò costituisce un modello compatto di dispositivo disciplinare”.
L’analogia con quanto sta accadendo in questi giorni è impressionante, ma diventa inquietante se lo si paragona con la “minaccia” che incombe: non siamo in presenza della lebbra, né della peste, bensì di un virus del raffreddore, ovviamente da non sottovalutare in quanto nuovo e per il quale nessuno ha di conseguenza sviluppato gli anticorpi, ma che per virulenza e mortalità, ha una pericolosità estremamente limitata.
Sembra evidente come le misure intraprese per contrastarlo non rispondano ad un’esigenza di salute pubblica, ma ad una lezione di pedagogia disciplinare di massa. Da diversi punti di vista.
Il primo dei quali riguarda i soggetti: mentre è chiaro come la categoria veramente a rischio sia quella degli anziani con patologie pregresse, tutte le misure sono principalmente rivolte ai bambini, ai giovani e agli adulti.
Il secondo riguarda gli spazi: nelle zone prive di focolai sono salvaguardati i luoghi della produttività di bambini e adulti, che devono andare in classe e sul luogo di lavoro, ma non possono fare nient’altro, essendo vietati tutti gli spazi della curiosità, dell’incontro, dell’arricchimento culturale e spirituale, della socialità.
Il terzo riguarda i tempi: la chiusura alle 18 dei locali a Milano, a meno di immaginare ascendenze vampiresche del Coronavirus, sembra un plateale invito all’autoisolamento nel panico individuale, dopo aver comunque dato il proprio contributo al Pil della nazione.
L’apogeo è stato raggiunto dalla Regione Marche che, pur in assenza di qualsiasi focolaio, nonché di qualsiasi persona ammalata, ha chiuso tutte le scuole e proibito tutte le attività di incontro, fino a farsi impugnare il provvedimento dal governo, che ora dovrà spiegare al solerte governatore come, affinché la pedagogia disciplinare funzioni, serve almeno una parvenza di shock (che so, un malato), altrimenti il re viene visto nudo da tutti.
Questo ci porta al secondo aspetto inquietante di tutta questa vicenda. E riguarda la società e la sua passività. Com’è infatti possibile che tutto questo avvenga senza alcun sussulto sociale, che non siano le battute ironiche che viaggiano via social? Come mai, da un lato all’altro della penisola, si fa incetta di amuchina indipendentemente dal rischio reale? Perché abbiamo accettato di trasformare le maschere di carnevale, allegre, variopinte e reciprocamente comunicanti, con mascherine tristi e monocolore con le quali transitiamo su autobus e metropolitane, comunicando tensione ed ostilità?
C’è qualcosa di molto profondo che sta emergendo in questi giorni, al punto da aver quasi ammutolito personaggi come Salvini di fronte allo stupore di un sogno, per quanto a sua insaputa, realizzato: un  popolo che vive di paura e che si fa disciplinare. Addirittura grato al potere di aver finalmente identificato un nemico reale e di aver dato un nome ad un’angoscia da insicurezza che era divenuta insopportabile.
Non si tratta di proporre eccentriche violazioni ai divieti imposti o velleitarie chiamate all’esodo da questa situazione paradossale: si tratta di iniziare a interrogarci tutte e tutti assieme se e per quanto tempo continueremo a consegnare le nostre esistenze e la loro dignità a chi, una volta utilizzando la trappola del debito per respingere ogni rivendicazione di diritti e l’altra utilizzando un’epidemia per disciplinare l’intera società, ci chiede di interiorizzare la solitudine competitiva come unico orizzonte esistenziale.
da qui


Il contagio autoritario - Emanuele Giordana

L’Asia è grande e tentare una sintesi della sua risposta al virus è quasi impossibile. Si possono però studiare tendenze e persino dei buoni esempi. Se escludiamo il pianeta Cina, si potrebbe tentare una divisione.
Paesi alla frontiera con la Rpc, la sua «cintura» geografica meridionale: Cambogia, Laos, Vietnam, Myanmar, vicini ma tra i meno colpiti al mondo. Paesi a grandi numeri, dall’Indonesia alle popolatissime nazioni dell’Asia del Sud con relativamente «pochi casi». Paesi ricchi, tecnologicamente avanzati ma non sempre socialmente virtuosi (Corea del Sud, Malaysia, Singapore). Infine le aree della guerra più o meno conclamata, dall’Afghanistan agli endemici conflitti birmani.
IL MISTERO DELLA CINTURA. Se si guarda una tabella salta all’occhio che in Asia solo cinque Paesi hanno decessi zero. Escludendo Timor Est (24 casi 0 decessi) e Turkmenistan (0 casi 0 decessi), gli altri sono Vietnam, Cambogia e Laos cui si può aggiungere il Myanmar (solo 6 decessi). Sono i Paesi della «cintura» Sud della Cina, alla periferia dell’Impero dunque e i più vicini all’epicentro di Wuhan (anche l’Asia centrale a Ovest è poco colpita ma è distante dall’epicentro).
Circa 200 milioni di abitanti in quattro nazioni che ospitano comunità cinesi e dove c’è un vasto via vai di lavoratori cinesi e non da e per la Cina. Innanzi tutto han chiuso subito le frontiere con la Rpc: scelta commercialmente dura ma intelligente.
Poi hanno isolato interi villaggi al primo caso (il Vietnam già da in febbraio) e allestito quarantene in luoghi come i monasteri (Myanmar) sapendo di avere strutture cliniche molto fragili. I positivi vengono subito isolati in ospedale, identificati e resi noti (senza il nome) per età, sesso e residenza. Si sa così dove non andare e chi è del posto identifica il malato e deve autodenunciarsi.
SOSTENERE che sono regimi autoritari o dittature mascherate (Phnom Penh è l’unica capitale che desta qualche sospetto sui numeri) è riduttivo. Sembra semmai aver funzionato una logica culturale di autodisciplina di villaggio dove la salute resta un bene collettivo da preservare.
In Myanmar in ogni quartiere è stato allestito un posto di blocco «civile» dove lavarsi le mani. Se non hai la mascherina ti fanno un cenno col capo. Disciplina e autodisciplina oltre alla pregressa esperienza della Sars. Più consigli e aiuti dalla Cina, interessata a non guastare i rapporti coi primi vicini della Via della Seta.
«Nel caso del Vietnam – spiega Pietro Masina, dell’Orientale di Napoli – è interessante il dibattito che si è svolto nel Vietnam Studies Group, gruppo di accademici e ricercatori, che – a parte qualche polemica sulla natura autoritaria del regime – ha sostanzialmente confermato il fatto che il Paese non ha nascosto i dati. Ne abbiamo avuto esperienza diretta seguendo una ricercatrice tornata in Vietnam da Londra ammalata. Del resto, con 100 casi attivi, il Vietnam aveva messo in quarantena fino a 90mila persone».
UN LOCKDOWN DA 17MILA ISOLE. La gestione del virus in Indonesia è stata invece ondivaga, con regole incerte e litigi tra governo centrale e province e col governatore della capitale.
Un’inchiesta della Reuters in aprile sosteneva che i morti fossero almeno due volte tanto i dichiarati. «Il virus è stato preso alla leggera – dice lo scrittore Goenawan Mohamad – ma dopo un inizio goffo, il presidente Jokowi ha preso il comando e attualmente ci sono piani per affrontare il problema. Ma ci sono anche 250 milioni di persone sparse su 17mila isole: è un Paese decentralizzato, con governi locali eletti dal popolo e una burocrazia inaffidabile. Il lockdown alla fine è poroso e lo Stato non è finanziariamente abbastanza forte da sostenere i danni all’economia così che le persone stanno diventando irrequiete. Finora, il governo ha evitato metodi draconiani anche per via di un passato militare e autoritario, ma non credo che riceveremo buone notizie in futuro. Nemmeno credo però che l’Indonesia si stia avvicinando al Brasile».
Faisol Reza, parlamentare ed ex attivista che fu sequestrato dall’esercito nei giorni della caduta della dittatura di Suharto (1998) difende Jokowi: «Ha tre problemi: la capacità finanziaria del governo, la mancanza di fiducia dei funzionari e gli ostacoli legali. Jokowi è fiducioso su come si può affrontare il virus, ma lo è meno sull’economia. Ha diviso l’onere del governo centrale coi governi provinciali e regionali e attuato il distanziamento su larga scala ma con la possibilità di tornare ai villaggi dalle rispettive famiglie. C’è un problema con funzionari e ministri che non osano prendere decisioni a causa di esperienze passate con strascichi legali e hanno chiesto garanzie per prendere provvedimenti senza rischi. Gli ostacoli legali? La legge sull’autonomia regionale che limita l’azione del governo centrale, una legge che Jokowi vuole modificare». Ma questo è vero allora anche per l’India o il Pakistan, con grandi numeri e difficoltà tra potere centrale e decentrato?
MOLTA GENTE MOLTO VIRUS? Goenawan sostiene di no: «Rispetto all’India, dove migliaia di lavoratori migranti hanno dovuto subire il blocco, gli indonesiani sono in condizioni migliori. Non ci son state famiglie sbattute sotto i ponti o negli scantinati. Il sostegno sociale e la distribuzione di cibo per i nuovi disoccupati hanno dato sinora risultati relativamente buoni».
In India, com’è noto, il virus ha invece scatenato l’islamofobia oltre a far pagare un caro prezzo ai migranti interni. Ma i numeri Rispetto agli abitanti, tutti i grandi Paesi dell’Asia del Sud – così come l’Indonesia – registrano pochi casi e pochi decessi in realtà sovrappopolate: l’India con quasi un miliardo e mezzo di abitanti, il Pakistan con oltre 200 milioni, il Bangladesh con 160.
Sono stati accusati di nascondere i dati. Vediamolo in Bangladesh: «La mia ipotesi – dice lapidariamente David Lewis, docente della London School autore tra l’altro di Bangladesh: Politics, Economy and Civil Society – è che i numeri in Bangladesh siano drammaticamente sottovalutati a causa del sistema sanitario debole e di pochissimi test».
Una tesi condivisa dal suo collega bangladese Abul Hossain della Green University di Dacca: «I pochi test ci mettano in una situazione buia e pensiamo che i dati diffusi sui decessi siano la metà di quelli reali perché un gran numero di persone morte per il virus non vengono conteggiato dalle statistiche. Infine riteniamo che ci sia un numero enorme di asintomatici in un Paese dove, l’anno scorso, il budget sanitario era solo lo 0,9% del Pil».
RICCHI E SPIETATI. Nei Paesi ricchi (Tokyo è appena uscita dall’emergenza) spiccano i casi di Corea, Malaysia e Singapore, nonostante siano avanguardie tecnologiche con la patente di democrazie, un benessere diffuso e buoni ospedali.
Si sono distinti per dei vistosi buchi neri sociali. Quando Seul ha visto una ripresa del contagio iniziato a maggio con un focolaio nei club Lgbtq, si è diffusa una reazione razzista nei confronti del diverso, identificato come untore per le sue pratiche sessuali fuori norma. Singapore e Malaysia hanno fatto altrettanto, se non peggio, coi migranti.
La città-stato li ha rinchiusi in grandi dormitori dove sono scoppiati focolai di Covid-19. La Malaysia ha messo molti migranti in prigione e perseguito i giornalisti che hanno raccontato la svolta autoritaria contro i più deboli: una forza lavoro immigrata cui Kuala Lumpur, come Singapore, non può rinunciare ma che ha cercato di nascondere sotto il tappeto.
VIRUS E CONFLITTI. Se il Covid-19 abbia aiutato il governo di Kabul a fare un accordo interno dopo mesi di stallo e contestazioni del risultato elettorale e se la tregua ora stipulata tra l’esecutivo di Ghani e i Talebani sia solo merito del virus resta da dimostrare.
Certo sembra aver aiutato i vari protagonisti a un po’ di sano pragmatismo: a nessuno piace, già in crisi di consenso, perderne altro per colpa di una malattia. Ma la richiesta di tregua dell’Onu a marzo, riecheggiata dal Papa, non ha funzionato: né in India, né in Thailandia.
Solo in parte nelle Filippine e nel Myanmar dove però il cessate il fuoco, decretato a Yangoon il 10 maggio, ha escluso le aree… dove si combatte. Non sarebbe sbagliato dire che il Covid ha spinto l’Asia verso una svolta autoritaria. Sperando che non diventi virale.
da qui

mercoledì 24 giugno 2020

Protesta dei matematici Usa contro la polizia - Luca Tancredi Barone




La comunità di matematici si è resa protagonista di una protesta poco usuale: 1.400 di loro hanno firmato una lettera il 15 giugno indirizzata al notiziario della società matematica statunitense, l’Ams Notice, in cui si invitavano i colleghi a «boicottare il lavoro con i dipartimenti di polizia» degli Stati Uniti «alla luce degli assassinati extragiudiziari» come quello di George Floyd, e della «brutalità della polizia» nella repressione delle manifestazioni. L’Ams ha fatto sapere invece di non avere una posizione ufficiale sulla questione.
I 10 RICERCATORI e ricercatrici che hanno lanciato la lettera hanno identificato i modi in cui la loro disciplina contribuisce a rendere la vita dei neri d’America ancora più dura. Al centro delle critiche dei firmatari della lettera aperta c’è il cosiddetto predictive policing, un software diffusissimo nei dipartimenti di polizia delle città nordamericane, che utilizza degli algoritmi per predire dove è più probabile che avvengano i crimini, chi potrebbe commetterli, se questi individui possono essere legati a gang, e fa delle raccomandazioni sulle zone dove “è meglio” distribuire gli agenti. Nella lettera si fa riferimento in particolare a un workshop del 2016 organizzato da alcune matematiche e matematici legati a doppio filo all’azienda PredPol, che commercializza questi software. Software che sono stati ampiamente criticati per essere troppo semplicistici.
LA MATEMATICA che viene usata in questi modelli, per semplificare molto, evidenzia i luoghi dove sono stati già compiuti arresti o delitti e segnala alla polizia di tornarci. Sono modelli matematici molto simili a quelli che prevedono dove accadranno gli sciami sismici dopo il terremoto principale. Con la differenza che mentre ci sono sismografi più o meno ovunque che possono rilevare microsismi in ogni momento, nel mondo reale non ci sono “rilevatori” di crimini in ogni posto e a ogni ora: pertanto, un sistema basato su questo meccanismo tende a rilevare più crimini dove già è inviata più polizia, e a non rilevare i crimini che vengono meno denunciati. Con l’effetto di amplificare il razzismo istituzionale già esistente.
ANALOGHE CRITICHE, cui i firmatari fanno eco, si possono fare ai software di intelligenza artificiale utilizzati per il riconoscimento facciale. In particolare, per quei software che vorrebbero “riconoscere” i volti dei criminali da quelli delle persone per bene – ammesso che esistano.
In un bell’articolo dell’anno scorso del New York Times, citato gli stessi matematici firmatari della lettera, si diceva che «l’intelligenza artificiale e il computing moderno stanno dando una nuova vita e una patina di oggettività» a teorie screditate come la frenologia o la fisiognomica, «usate nel passato per legittimare la schiavitù e perpetuare la scienza dalla razza nazista». Ma ci sono persone che stanno lavorando anche su software per distinguere facce intelligenti da quelle di stupidi o per riconoscere le facce delle persone omosessuali da quelle eterosessuali.
ALCUNE VERSIONI di questi programmi sono disponibili commercialmente e vengono usate per indovinare genere, sesso, età o stato emozionale da una fotografia: ma anche in questo caso c’è un problema strutturale. Non funzionano bene con le foto di persone non bianche, semplicemente perché i software non sono stati allenati per riconoscerle.
«Esistono preoccupazioni serie sull’uso del machine learning, dell’intelligenza artificiale e delle tecnologie di riconoscimento facciale per giustificare e perpetuare l’oppressione», scrivono i matematici nella lettera. «Dato il razzismo culturale e la brutalità della polizia, crediamo che noi matematici non dovremmo collaborare con i dipartimenti della polizia», giacché «è troppo semplice creare una patina ‘scientifica’ per il razzismo». I firmatari che questi sofware vengano sottoposti a giudizio pubblico e che nei corsi di data science vengano affrontate le implicazioni etiche, sociali e legali di queste tecnologie.

domenica 14 giugno 2020

Morire di pareggio di bilancio - Marco Bersani



Una delle maggiori evidenze emerse durante la fase critica dell’epidemia da Covid-19 è stata il collasso del sistema sanitario in tutte le regioni maggiormente colpite, con l’(ex) eccellenza lombarda ritrovatasi con il primato mondiale negativo in termini di malati e di morti.
Abbiamo drammaticamente sperimentato cosa hanno significato due decenni di progressiva trasformazione della salute da diritto a merce: drastici tagli alla spesa e al personale, ingresso ed espansione dei privati, torsione aziendalistica anche della gestione pubblica.
Ciò che è stata quotidiana esperienza di ogni lavoratore del servizio sanitario e di ogni cittadino alle prese con le proprie necessità di cura, è oggi certificato dall’ultimo “Rapporto sul coordinamento della Finanza pubblica”, recentemente redatto dalla Corte dei Conti.
Secondo l’analisi, “il successo registrato in questi anni nel riassorbimento di squilibri nell’utilizzo delle risorse non ha sempre impedito il manifestarsi di criticità che oggi è necessario superare: si tratta delle differenze inaccettabili nella qualità dei servizi offerti nelle diverse aree del Paese; delle carenze di personale dovute ai vincoli posti nella fase di risanamento, dei limiti nella programmazione delle risorse professionali necessarie ma, anche, di una fuga progressiva dal sistema pubblico; delle insufficienze della assistenza territoriale a fronte del crescente fenomeno delle non autosufficienze e delle cronicità; del lento procedere degli investimenti sacrificati a fronte delle necessità correnti”.
Linguaggio felpato per dire una verità ineluttabile: l’ossessione del riequilibrio finanziario, dettato dai vincoli di Maastricht e dal pareggio di bilancio, ha di fatto smantellato il servizio sanitario pubblico e i risultati sono quelli che tutti abbiamo visto e sperimentato.
Rileva il rapporto di come, tra il 2009 e il 2018, si sia verificata una riduzione particolarmente consistente delle risorse destinate alla sanità, con una spesa pro capite diminuita di 8 decimi di punto ogni anno.
In Europa, solo la Grecia ha tagliato la spesa sanitaria più dell’Italia, mentre alcuni paesi l’hanno costantemente aumentata (+2% Francia, +2,2% Germania), con un rapporto di spesa pro capite che oggi vede la Germania spendere il doppio e la Francia il 60% in più delle risorse messe a disposizione di ogni cittadino italiano.
Inutile dire come, a questo progressivo depauperamento della spesa pubblica sanitaria, abbia corrisposto un ampliamento dei costi a carico delle famiglie, con un aumento del 14% negli ultimi sei anni.
La Corte non può, evidentemente, esplicitare critiche ai processi di privatizzazione avvenuti, con la conseguente centratura della sanità sulle strutture ospedaliere -la prevenzione costa, la terapia remunera- ma chiunque può capire cosa sottenda il passaggio: “un’adeguata rete di assistenza sul territorio non è solo una questione di civiltà a fronte delle difficoltà del singolo e delle persone con disabilità e cronicità, ma rappresenta l’unico strumento di difesa per affrontare e contenere con rapidità fenomeni come quello che stiamo combattendo. L’insufficienza delle risorse destinate al territorio ha reso più tardivo e ha fatto trovare disarmato il primo fronte che doveva potersi opporre al dilagare della malattia e che si è trovato esso stesso coinvolto nelle difficoltà della popolazione, pagando un prezzo in termini di vite molto alto”.
D’altronde, se a livello europeo si è sospeso il patto di stabilità per poter avere le risorse per salvare vite e curare persone, non serve Aristotele per concludere che il patto di stabilità è contro la vita e la cura.
Tocca tenerlo a mente, ora che la faglia sulla narrazione liberista, aperta dalla pandemia, sta per essere richiusa dal rinnovato feticismo per la cultura dell’impresa.

*articolo pubblicato su il manifesto

martedì 26 maggio 2020

contro alcuni miti sul Coronavirus Covid-19 – bortocal




ecco, vi propongo un esercizio contro i luoghi comuni, anche molto illustri, sul Coronavirus Covid-19, e userò come guida un articolo pubblicato sul Manifesto, che vorrebbe essere molto alternativo, ma che diventa una antologia esemplare di alcuni veri e propri miti che circolano sul virus.
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Nato da appena cento giorni in una lontana città sconosciuta, un nuovo virus ha già percorso tutto il pianeta, e ha obbligato a chiudersi in casa miliardi di persone. Qualcosa immaginabile solo nei film post-apocalittici… L’umanità sta vivendo una esperienza del tutto nuova. Verificando che la teoria della “fine della storia” è una menzogna, scoprendo che la storia, in realtà, è imprevedibile.
Nato da appena cento giorni? ma no, probabilmente era nato prima: non siamo affatto sicuri di come, dove e quando sia nato; diffondere delle false certezze non è utile.
in una lontana città sconosciuta? neppure di questo siamo sicuri, questa è solo una provvisoria approssimazione.
una esperienza del tutto nuova? per niente, anzi stiamo vivendo soltanto una vaga imitazione di tragedie ben più consistenti del passato.
che la storia sia imprevedibile o che la fine della storia sia una menzogna sono frasi ad effetto che non hanno un vero significato.
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Stiamo subendo nella nostra stessa esistenza il famoso “effetto farfalla”: qualcuno, dall’altro lato del pianeta, mangia uno strano animale, e tre mesi dopo metà dell’umanità è in quarantena. Afflitti, i cittadini voltano gli occhi verso la scienza e gli scienziati – come un tempo verso la religione – implorando la scoperta di un vaccino salvatore, la cui scoperta richiederà lunghi mesi.
ecco di nuovo la ripetizione di troppi luoghi comuni, il ritorno a quella narrazione che ci è stata data in pasto al primo emergere del problema, come nella fretta di darci qualche forma di rassicurazione o di far credere che tutto era sotto controllo:
davvero il virus è nato al mercato degli animali selvatici vivi di Wuhan? pochi credono ancora a questa favola inverosimile, o quantomeno per crederla ci vorrà qualche prova in più.
davvero siamo di fronte all’effetto farfalla di un avvenimento del tutto casuale e imprevedibile che sconvolge un mondo altrimenti sano? e allora come mai quasi nessuna pandemia è stata altrettanto bene prevista di questa e, ciononostante, ci ha colti altrettanto impreparati?
le devastazioni ambientali e il confinamento progressivo della natura residua in aree sempre più ristrette non hanno nulla a che fare con la perdita di habitat degli animali selvatici che costringe quasi i virus a fare dei salti di specie per sopravvivere, e infatti a farli con un ritmo sempre più incalzante negli ultimi anni?
e davvero dobbiamo pensare che la soluzione di questa contraddizione sia nell’invenzione di un vaccino che ci permetta di continuare come prima, come se anche la capacità dell’organismo umano di assorbire vaccini fosse illimitata come la logica capitalistica pretende che siano le risorse del pianeta e la crescita dei consumatori e dei loro consumi? e dico questo proprio il giorno in cui si comunica che l’industria cinese CANSINO ha pubblicato i dati della sperimentazione del suo vaccino contro Covid19? dice di avere prodotto anticorpi immunizzanti; ma è evidentemente in atto una corsa tra americani e cinesi a chi trova il vaccino per primo (e questo annuncio dalla Cina è molto più serio ed è il primo vaccino di cui si parla che appare credibile) ma non mancano i problemi aperti, ad esempio il fatto che sia stato testato esclusivamente su persone giovani.

ma davvero non possiamo concepire un mondo dell’equilibrio umano con la natura? o forse abbiamo perso oramai per sempre questa possibilità e non ci rimane che la corsa frenetica all’autodistruzione collettiva, da riprendere al più presto dopo questa forzata interruzione?
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Ci troviamo di fronte a una situazione enigmatica. Senza precedenti. Nessuno sa interpretare e chiarire questo strano momento di profonda opacità, quando le nostre società continuano a vacillare sui loro pilastri come scosse da un cataclisma cosmico. E non esistono segnali che ci aiutino a orientarci. Un mondo crolla. Quando tutto sarà terminato, la vita non sarà più la stessa.
enigmatica non mi pare la parola giusta: difficile da interpretare, questo sì.
i precedenti ci sono, ma naturalmente sono in parte diversi.
cataclisma cosmico è un’altra espressione ad effetto, da ridimensionare: ci sono stati e ci sono gli sciocchi, e tra loro anche presunti maestri del pensiero, che hanno sminuito quel che stava accadendo; ma enfatizzarlo in maniera mostruosa è altrettanto ridicolo: i problemi che abbiamo davanti sono immani, ma non hanno una dimensione cosmica: l’umanità potrà anche scomparire, anzi è certo che succederà e forse anche abbastanza presto, ma per questo universo non cambierà molto se diventerà un po’ meno consapevole di se stesso.
i segnali che ci aiutino a orientarci sono difficili da cogliere, ma ci sono, basta cercarli con pazienza e quasi ostinazione.
Un mondo crolla, la vita non sarà più la stessa: forse, ma non lo sappiamo ancora; per ora basta che sia stato sospeso l’isolamento e molte cose ricominciano come prima: qui nella valle, il primo morto in montagna, il primo incidente d’auto mortale.
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Solo qualche settimana fa, decine di proteste si erano diffuse a scala planetaria, da Hong Kong a Santiago del Cile. Il nuovo coronavirus le ha spente una a una estendendosi, rapido e furioso, nel mondo. Alle scene di masse in festa che occupavano strade, si sostituiscono le immagini di viali vuoti, muti, spettrali. Emblemi silenziosi che segneranno per sempre il ricordo di questo strano momento. La gente cerca anche rifugio e protezione dello Stato che, dopo la pandemia, potrebbe tornare con forza a sfavore del Mercato. La paura collettiva quanto più è traumatica tanto più rinforza il desiderio di Stato, di Autorità, di Orientamento.
ecco, questo è vero: il virus ha portato in primo piano il problema della sopravvivenza, che era dato per scontato, e ha improvvisamente sminuito tutto il resto; il diritto alla vita è apparso di colpo più importante di ogni altro diritto, per il semplice motivo che se non vivi perdi anche la libertà di pensiero o di parola.
abbiamo accettato limitazioni di diritti fondamentali – come ad esempio quello di camminare da soli – perché non volevamo alimentare nessuna forma di insubordinazione all’autorità, che in quel momento era necessaria; abbiamo dato più peso alla disciplina che all’autodeterminazione, ma per il semplice motivo che molti sono incapaci di autodisciplina e potevano metterci in pericolo.
ora che l’emergenza è passata si pone tuttavia il problema di trovare un nuovo equilibrio tra le libertà dei singoli e l’autodifesa della comunità: il nostro modello occidentale di gestione dei diritti non funziona, è troppo squilibrato a favore dell’individuo, cioè troppo favorevole all’anarchia, nella quale del resto prospera la ricerca del profitto e la corsa alla diseguaglianza sociale.
ma tra le righe della contrapposizione proposta qui sopra tra Stato e Mercato (da scrivere entrambi con la maiuscola) noto qualcosa di irrisolto: per ora a me basterebbe che finisse, almeno nei media, la dittatura psicologica dei nuovi moloch della nostra civiltà della finanza fine a se stessa: i mercati.
già mi basta che la gente abbia capito che la vita è più importante di loro.
mai come in questi giorni i famosi mercati appaiono nemici della sopravvivenza del genere umano, e siccome ci sono degli uomini in carne ed ossa, ed anche in pingui conti in banca, dietro questo nome misterioso, agitato come il vessillo nero e funebre delle navi dei pirati, forse è giunto il momento di liberarsi delle loro ossessioni.
forse è giunto il momento di pensare che i debiti pubblici vanno cancellati e non soltanto per i paesi africani dove il pagamento degli interessi assorbe cinque volte le spese per la sanità: e si infettano anche loro, il virus ci ritornerà addosso inevitabilmente; e dunque dobbiamo metterli in grado di combatterlo, per il nostro stesso bene.
o aspetteremo per esigere la cancellazione del debito, cioè dei loro crediti, di ridurci nella stessa situazione di miseria?
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purtroppo non abbiamo nessun motivo di essere ottimisti; chi si sforza di rendersi conto di quel che sta succedendo davvero, siamo ancora pochi.
ma almeno diciamo fra noi le cose come stanno e non alimentiamo stupidamente e per mancanza di riflessione i miti che circolano sul coronavirus.


lunedì 18 maggio 2020

Quella colonialità che riemerge nella gestione del covid - Gabriele Proglio


L’esercito nei quartieri popolari e in periferia, con violenze della polizia. Non è sicurezza, ma un ordine che si ricrea. È il tentativo del capitalismo di risolvere le contraddizioni tra produzione e riproduzione sociale anche recuperando il tema coloniale e ricombinando le segmentazioni delle linee razziali per l’organizzazione del mercato del lavoro, per l’estrazione di ricchezza dai corpi, per l’imposizione di nuove forme di subalternità e segregazione. Innumerevoli gli esempi.
SI PENSI ALLA FRANCIA che ha approvato lo stato d’urgenza sanitario. «Si ispira – ha dichiarato il primo ministro Édouard Philippe – alla legge del 3 aprile 1955», quando la Quarta Repubblica tentò di disarticolare la rivoluzione algerina. Prevedeva il coprifuoco, le perquisizioni senza mandato, gli arresti domiciliari, il divieto di riunione e, più avanti, di ritrovo nei luoghi religiosi, la creazione di perimetri di sicurezza. Per lo storico Léopold Lambert la legge approvata da Mendes-France è «un regime esacerbato di strutture coloniali che continuano ad esistere». Fu usata contro l’insurrezione in Nuova Caledonia nel 1985 e per spegnere la rivolta del 2005 nelle periferie. Il nuovo dispositivo ha isolato le banlieue, in cui si muore di più, ha fatto 5 morti e provocato rivolte in 30 comuni.
È POSSIBILE LEGGERE l’impiego della colonialità lungo tracciati planetari. Di New York hanno già scritto in molti: i neri muoiono due volte più dei bianchi. E a seguire i latinos. Le posizionalità delle due categorie, rispetto all’accesso alla sanità, sono il risultato dell’eredità di fenomeni storici con periodizzazioni e geografie differenti: la schiavitù e la condizione dei neri negli Usa da un lato; dall’altro, il confine nord-sud delle Americhe, tra eredità coloniali e imperialismo.
In America Latina sono numerose le sommosse in carcere – oltre 300 i contagi a Santiago del Cile. In Salvador, i detenuti sono ammassati come schiavi nei cortili. Situazioni disastrose anche in Perù, Repubblica Dominicana e in Colombia, nelle zone più povere e in periferia, nelle favelas brasiliane.
IN MEDIO ORIENTE la pandemia si sovrappone ad altre tensioni politiche, sociali, economiche, con effetti esplosivi, come in Libano dove è stato imposto il coprifuoco e dove si sono svolte manifestazioni contro il carovita e la corruzione dei politici. In Palestina i blocchi delle autorità coloniali israeliane, dalla West Bank a Gaza, potrebbero avere effetti devastanti.
E poi, c’è la questione dei rifugiati. Prima sono stati tacciati di essere gli untori e ora sono pericolosamente confinati nei campi. Dalla Giordania alla rotta balcanica alle isole greche. In Africa, estrattivismo, deforestazione, land grabbing hanno corrotto interi ecosistemi, rendendo impossibile l’accesso all’acqua per 395 milioni di persone e ai servizi sanitari per 704 milioni. Il controllo sociale è imposto recuperando modelli di governo coloniale: si pensi alle misure militari dalla Nigeria al Burkina Faso.
A INIZIO EPIDEMIA, in Italia la colpa era dei «gialli». Poi c’è chi, come Libero, se l’è presa con i neri perché non si sarebbero ammalati come i bianchi e per l’apertura dei porti a 274 migranti. A Pasquetta, dopo che Di Maio ha dichiarato l’Italia «luogo non sicuro« per lo sbarco, e Libia e Malta hanno fatto finta di nulla, si sono contati 11 morti su un barcone alla deriva. Tornati a Tripoli, i 51 superstiti sono stati gettati in prigione.
E poi c’è il dibattito sulla regolarizzazione per l’agricoltura: Igiaba Scego e Leila El Houssi hanno parlato di un déjà-vu di coloniale memoria, del «migrante» ridotto a «bestia da soma». Anche Ranabir Samaddar, in un’intervista, parlando dei lavoratori migranti indiani come corpi due volte alieni – a casa e nel paese dove lavorano – provoca un’eco che ricorda la «doppia assenza» di Sayad e la «zona di non essere» di Fanon.
DICE BENE MIKE DAVIS: «il capitalismo è il responsabile della crisi». E se, come chiarito da Naomi Klein, «il capitalismo sta già stilando la lista dei desideri», accanto agli autoritarismi (Netanyahu, Bolsonaro, Trump, Orbán) compaiono nuove riformulazioni delle gerarchie della razza legate al lavoro e alla cittadinanza.
Su queste traiettorie si stanno già ricostruendo i contesti post-pandemia, attraverso un archivio di discorsi, immagini e pratiche.
Il colonialismo è tutt’altro che rimosso: si può non conoscere la storia, ma ricordare bene il lessico della razza.
La mappa delle genealogie razziali al lavoro mostra un mondo in divenire che può essere interpretato con uno sguardo intersezionale. La proposta più convincente – incrociando razza, genere e classe – arriva da Angela Davis che invita le tante soggettività a un nuovo ciclo di lotte e alla solidarietà internazionale