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giovedì 17 settembre 2026

INTEL PUBBLICIZZATA ANCORA DA TRUMP; “GUADAGNATI CENTINAIA DI MILIARDI DI DOLLARI DAL TRADING SUL TITOLO” - Mauro Speranza

 

Trump e la mossa su Intel

Un’immagine generata con l’IA e pubblicata sui social che lo ritrae mentre fa trading sulle azioni Intel ottenendo guadagni per “centinaia di miliardi di dollari” in borsa. È questa l’ultima trovata di Donald Trump per pubblicizzare l’azienda, la seconda dopo quanto fatto già a settembre 2025 dopo che il governo aveva acquistato una quota del 9,9% del produttore di chip.

Nell’immagine su Truth Social, il tycoon mostra il prezzo d’acquisto del titolo Intel, pari a 20 dollari, contrapponendolo ai 95 dollari della chiusura di venerdì scorso, seguendo così lo stesso schema comunicativo del post dello scorso anno in cui venivano indicato i 30 dollari della quotazione di allora successivi all’acquisto della quota da parte del governo statunitense.

Con Wall Street oggi chiusa per il Labor Day, gli effetti della mossa di Trump si vedranno con la prossima seduta.

Gli investimenti del Presidente

Il trading di Trump su Intel non rappresenta l’unico suo investimento in Borsa: ai presidenti USA non è vietato fare trading durante il loro mandato, a differenza della maggior parte degli altri funzionari federali.

Un’indagine condotta dalla CNN ha scoperto che Trump ha acquistato azioni di 21 aziende poco prima di pubblicare su Truth Social messaggi a loro favore.

Dai documenti depositati presso l’U.S. Office of Government Ethics (OGE) emerge che account collegati a Trump hanno aperto posizioni su Intel e Dell Technologies prima che lui elogiasse pubblicamente entrambe le aziende. Il titolo Dell, da allora, è salito di oltre il 300% quest’anno.

Un post simile su SpaceX pubblicato in agosto aveva suscitato un’attenzione analoga, anche se dati successivi hanno mostrato che il rialzo del titolo era iniziato nel pre market USA , prima del post di Trump, indebolendo così il collegamento diretto.

Dubbi di conflitto di interesse

Trump inoltre non ha inserito i suoi asset in un blind trust, potendo così vedere direttamente cosa comprano o vendono i suoi gestori. Secondo gli esperti, questa configurazione lascia spazio a conflitti di interesse che altri funzionari non possono avere.

Il senatore repubblicano Josh Hawley si è unito ai democratici lo scorso anno per una proposta di legge per vietare il trading azionario sia ai membri del Congresso che ai presidenti. Trump ha risposto duramente, presentandolo come un attacco da parte di un senatore junior più che come una vera riforma etica.

Una analisi CNN ha però rilevato che il comportamento opposto è raro. La maggioranza delle migliaia di operazioni di Trump dichiarate non è mai stata seguita da un post correlato su Truth Social. Inoltre, non ci sono prove dirette che colleghino i suoi post alle decisioni di trading.

La quota del 9,9% di Intel detenuta dal governo, acquistata a 20,47 per azione nell’agosto 2025, oggi vale teoricamente molte volte la cifra iniziale. Intanto, la tendenza dei post presidenziali in prossimità dei rialzi sui titoli continua a suscitare l’attenzione delle organizzazioni che monitorano l’etica pubblica.

da qui

martedì 7 luglio 2026

La caccia invisibile - Mario Sommella

Come Trump ha trasformato la deportazione in un’industria silenziosa

Mentre il mondo guarda i Mondiali, l’amministrazione Trump ha ordinato in segreto la più grande accelerazione di arresti nella storia dell’ICE. Senza telecamere, senza annunci, senza testimoni. Perché il potere ha imparato che la repressione funziona meglio quando nessuno la vede.

1. Cinque giorni, diecimila persone

C’è stato un tempo, appena un anno fa, in cui le retate dell’ICE si annunciavano come operazioni militari: conferenze stampa, agenti in tenuta da combattimento davanti alle telecamere, il segretario alla Sicurezza Interna in giubbotto tattico per i fotografi. Quel tempo è finito. Non perché la macchina si sia fermata, ma perché ha imparato a lavorare al buio.

Secondo documenti interni ottenuti dal New York Times, le autorità federali per l’immigrazione hanno arrestato più di diecimila persone in cinque giorni, alla fine di giugno. Il ritmo, oltre duemila arresti al giorno, è circa il doppio di quello registrato all’inizio del 2026, quando la media quotidiana si aggirava intorno alle mille persone. Il picco è stato toccato sabato 27 giugno, con più di 2.400 arresti in un solo giorno, e la popolazione detenuta nelle strutture ICE è cresciuta di quasi quattromila unità in pochi giorni, superando quota 63.000. Tre funzionari a conoscenza delle conversazioni interne hanno confermato che la spinta ad alzare i numeri è arrivata direttamente dalla Casa Bianca.

Gli ordini operativi sono di una brutalità burocratica che meriterebbe un posto negli archivi della storia amministrativa della repressione: ai vertici territoriali dell’ICE è stato imposto di tenere quanti più agenti possibile al lavoro sette giorni su sette e di destinare l’ottanta per cento del personale alle operazioni di arresto, sottraendolo a ogni altra funzione. Non indagini, non verifiche, non garanzie: arresti. Il capo della divisione espulsioni dell’ICE, Marcos Charles, ha ringraziato per iscritto i suoi uomini per gli sforzi straordinari del fine settimana, con il linguaggio soddisfatto di un dirigente commerciale che ha superato il budget trimestrale. Perché di questo, come vedremo, si tratta: di un budget. Di un fatturato.

2. La strategia del silenzio

Ciò che distingue questa offensiva dalle precedenti non è la scala. È l’assenza di spettacolo. Per tutto il 2025 l’amministrazione aveva annunciato in anticipo le proprie intenzioni prima di riversare ondate di agenti su Chicago, Los Angeles e Minneapolis. Era una repressione-propaganda, costruita per la base elettorale, con la crudeltà come messaggio politico. Quel modello si è rotto. E si è rotto perché la gente è scesa in strada.

Il nuovo segretario alla Sicurezza Interna, Markwayne Mullin, ha promesso una campagna di applicazione più silenziosa dopo il caos dell’operazione di un mese in Minnesota, dove agenti federali hanno ucciso due cittadini statunitensi. La parola chiave è «silenziosa». Non più umana, non più legale, non più rispettosa dei diritti: silenziosa. Gli arresti sono stati spalmati sui momenti ordinari della vita quotidiana invece che concentrati in retate spettacolari: i controlli periodici presso gli uffici dell’immigrazione, i posti di blocco stradali, gli incontri per strada. La persecuzione si è fatta capillare, diffusa, ambientale. Non irrompe più nella cronaca: si insinua nella normalità.

E il tempismo non è casuale. Tutto questo avviene mentre gli Stati Uniti ospitano i Mondiali di calcio, con gli occhi del pianeta puntati sugli stadi e le città americane trasformate in vetrine globali. Dietro la vetrina, l’arcipelago dei centri di detenzione si riempie a ritmi mai visti nella storia dell’agenzia. È la versione aggiornata di una vecchia lezione autoritaria: il grande evento sportivo come cortina, la festa come anestesia.

3. Il sangue che ha imposto il silenzio

Per capire perché il potere ha scelto l’invisibilità bisogna ricordare cosa è successo quando era visibile. Tra settembre 2025 e febbraio 2026 gli agenti federali dell’immigrazione hanno sparato a quattordici persone, nel corso di operazioni condotte in case, luoghi di lavoro, tribunali e strade. A Minneapolis, durante l’operazione Metro Surge, definita dal Dipartimento della Sicurezza Interna la più grande operazione di applicazione delle leggi sull’immigrazione mai condotta, sono morti due cittadini americani.

Il 7 gennaio un agente dell’ICE ha ucciso Renee Nicole Good, trentasettenne, sparandole mentre era nella sua auto. I funzionari dell’amministrazione sostennero che avesse tentato di investire un agente, ma i video dei passanti smentirono presto la versione ufficiale, mostrando la donna che cercava semplicemente di allontanarsi. Renee Good era una madre di tre figli che si era da poco trasferita a Minneapolis. Il 24 gennaio due agenti hanno ucciso Alex Pretti, trentasette anni, infermiere di terapia intensiva presso l’ospedale dei veterani di Minneapolis. Stava filmando con il telefono gli agenti mascherati e si era frapposto tra un agente e una donna spinta a terra. È stato colpito con spray al peperoncino, atterrato da più agenti e ucciso mentre circa sei uomini lo circondavano. Anche in questo caso la narrazione governativa, che lo dipinse come terrorista domestico, è stata demolita dai video verificati dalle principali agenzie internazionali.

La reazione popolare fu imponente: il 23 gennaio 2026 il Minnesota conobbe uno sciopero generale contro l’operazione e contro l’impunità degli agenti, seguito da centinaia di manifestazioni in tutto il Paese. Il costo politico costrinse l’amministrazione a sacrificare qualche pedina: Gregory Bovino, il comandante delle operazioni, fu privato del suo titolo e avviato al pensionamento, mentre Kristi Noem venne rimossa dalla guida del Dipartimento e sostituita da Mullin. Ma la macchina non si è fermata: ha solo cambiato marcia. E oggi il governo federale trattiene le prove delle uccisioni, ha bloccato fisicamente gli investigatori statali sulla scena del delitto Pretti e custodisce l’auto di Renee Good, mai esaminata, avvolta nel cellophane in un magazzino dell’FBI, tanto che lo Stato del Minnesota ha dovuto fare causa all’amministrazione per ottenere l’accesso alle prove. Quando lo Stato federale nasconde le prove dell’uccisione dei propri cittadini, non siamo più davanti a eccessi: siamo davanti a un metodo.

4. I volti dietro i numeri

Diecimila arresti in cinque giorni sono un’astrazione statistica finché non si guardano i volti. Suor Letty Ugboaja, religiosa nigeriana e infermiera, è stata arrestata il 28 giugno a McAllen, in Texas, mentre andava in chiesa la domenica mattina; è stata rilasciata solo dopo l’intervento di funzionari del Congresso. Arturo, operaio messicano di quarantotto anni che costruiva mobili sei giorni alla settimana, è stato preso a Salt Lake City mentre andava a una partita di calcio. Un padre nicaraguense di due figli è stato arrestato a Miami quando si è presentato al controllo che il governo stesso gli aveva fissato: la sua udienza in tribunale era prevista per il 2027. Si presenta all’appuntamento con lo Stato, e lo Stato lo incatena.

Vale la pena fermarsi su un dato che smonta l’intera narrazione securitaria: secondo i gruppi che monitorano i dati, circa due arresti su tre effettuati sul territorio quest’anno riguardano persone senza alcun precedente penale, nonostante l’amministrazione continui a dichiarare che l’obiettivo sono i criminali pericolosi. Non si stanno arrestando criminali: si stanno arrestando lavoratori, infermiere, madri, padri che pagano le tasse. L’avvocata Ysabel Lonazco, nello Utah, racconta di clienti che hanno ormai paura persino di guidare fino al supermercato. Questa paura non è un effetto collaterale: è l’obiettivo. Una popolazione terrorizzata non si sindacalizza, non denuncia il furto salariale, non alza la testa. Il terrore amministrato è disciplina del lavoro con altri mezzi.

5. Il business della carne umana

E qui arriviamo al cuore economico del sistema, quello che la stampa liberale nomina sottovoce e che invece va detto ad alta voce: la detenzione di massa è un’industria privata quotata in borsa, e questa impennata di arresti è, prima di ogni altra cosa, una consegna di merce.

I numeri sono pubblici, dichiarati dagli stessi protagonisti nelle chiamate con gli investitori. GEO Group, il più grande gestore privato di strutture ICE, ha annunciato il 12 febbraio 2026 un profitto record di 254 milioni di dollari per il 2025, un aumento di circa il 700 per cento rispetto al 2024, trainato dai contratti con l’amministrazione Trump per costruire nuovi centri di detenzione, e ha rivendicato circa 520 milioni di dollari in contratti nuovi o ampliati, il maggior volume di nuovi affari nella storia dell’azienda. CoreCivic, l’altra grande corporation del settore, ha dichiarato 116,5 milioni di profitti, quasi il 70 per cento in più dell’anno precedente.

Ma il dettaglio più rivelatore è un altro. Nelle stesse chiamate sugli utili, alcuni investitori hanno espresso frustrazione perché l’ICE non stava incarcerando abbastanza persone da generare i ricavi attesi: uno di loro ha lamentato che il mercato si aspettava di arrivare a quota centomila detenuti, mentre si era fermi poco sopra i settantamila. Rileggiamola, questa frase. Il capitale finanziario che chiede allo Stato più corpi in gabbia per far quadrare le proiezioni trimestrali. Quattro mesi e mezzo dopo quella chiamata, lo Stato ha consegnato: quota raddoppiata negli arresti giornalieri, ottanta per cento degli agenti sulla caccia all’uomo, popolazione detenuta in crescita verticale. Il tutto sostenuto da uno stanziamento senza precedenti di 45 miliardi di dollari approvato dal Congresso, con cui l’ICE intende espandere la detenzione in aree del Paese dove oggi non esistono strutture.

Questo è il punto in cui la retorica della sicurezza si dissolve e resta visibile la struttura: denaro pubblico che alimenta un commercio privato di esseri umani. Non è una metafora. È il modello di business, descritto negli atti societari, benedetto dai mercati. E dentro quelle strutture, come il centro di Dilley in Texas, che i detenuti descrivono come un inferno infestato dal morbillo, con cibo ammuffito e acqua putrida, la merce umana viene stoccata al costo più basso possibile, perché ogni dollaro risparmiato sulla dignità è un dollaro di margine di guadagno.

6. Ciò che il silenzio ci chiede

La lezione politica di questa vicenda va oltre i confini americani, e riguarda direttamente anche noi europei, che sui centri di detenzione per migranti, sulle esternalizzazioni e sui rimpatri abbiamo costruito un’industria gemella. Il potere ha imparato che la violenza spettacolare produce resistenza: le immagini di Minneapolis hanno generato scioperi generali, dimissioni, cause giudiziarie, un movimento. La risposta non è stata fermare la violenza, ma renderla invisibile. Sostituire la retata teatrale con l’arresto capillare, il blitz con il controllo di routine, il comunicato trionfale con il silenzio amministrativo.

È la forma più matura e più pericolosa dell’autoritarismo contemporaneo: quella che non ha bisogno di mostrarsi, perché ha trasformato la repressione in flusso ordinario, in procedura, in fatturato. Contro questa forma di potere, l’informazione indipendente e la mobilitazione collettiva non sono un’opzione tra le altre: sono l’unico antidoto. Perché se la strategia del sistema è il silenzio, il primo atto di resistenza è denunciare i fatti. Dire che quei sessantatremila detenuti non sono numeri ma persone. Dire che quei profitti record sono costruiti sulla loro carne. Dire che Renee Good e Alex Pretti non sono morti per un incidente, ma per una politica repressiva. E che quella politica ha nomi, responsabili, azionisti.

Il mondo guarda i Mondiali. Noi abbiamo il dovere di guardare altrove.

Fonti

New York Times, «Immigrant Arrests Surge to 10,000 in 5 Days as ICE Clamps Down», 1 luglio 2026

Associated Press / UC Berkeley Deportation Data Project, dati sugli arresti ICE, luglio 2026

NBC News, «Trump’s DHS immigration enforcement officers shot 14 people from September 2025 to February 2026»

PBS NewsHour, «Shooting deaths climb in Trump’s mass deportation effort», gennaio 2026

ProPublica, «Minnesota’s Fight to Hold Agents Who Shot Alex Pretti, Renee Good Accountable», marzo 2026

NPR, «Months after the ICE shootings in Minnesota, a federal probe remains elusive», aprile 2026

Common Dreams / Prison Legal News, «Private Prison Firm GEO Group Reports Record $254 Million Profit After New ICE Contracts», febbraio 2026

The Appeal, «Unsatisfied With Record Profits, Private Prison Investors Want ICE to Escalate», febbraio 2026

TIME, «ICE’s Largest Prison Contractors Post Record Revenue», marzo 2026

«Quando l’ingiustizia si fa legge, ribellarsi diventa un dovere»

da qui

lunedì 6 aprile 2026

L’altra America: la guerra come destino, la cultura come rifiuto - Adriano Tedde

In un editoriale del 26 marzo dal titolo significativo “Non è Trump, è l’America” (It’s Not Trump. It’s America.), la giornalista Lydia Polgreen nel New York Times si chiede se tutto il caos che il suo paese sta provocando a livello mondiale sia dovuto semplicemente alla deviazione di un Presidente fuori norma o alla manifestazione di cause più profonde legate all’identità americana.

Polgreen confessa di aver oscillato a lungo tra due diversi sentimenti, come tanti altri suoi connazionali. Da una parte, si è spesso chiesta se Trump fosse un’anomalia nel corso della storia americana, un personaggio malefico che utilizza il potere a suo piacimento come nessun presidente abbia mai fatto in passato. Da questa interpretazione si trae il conforto che un giorno l’anomalia dovrà finire con l’uscita dalle scene di Trump, per volontà politica o semplicemente per il corso della legge di natura. Dall’altra parte, nei suoi momenti più bui la giornalista si è domandata se invece Trump non fosse altro che il punto di arrivo naturale di quello che l’America è sempre stata: una nazione compiaciuta che si autorizza a fare tutto quello che vuole sulla base dei miti della provvidenza e del cosiddetto “eccezionalismo.”

La guerra all’Iran – osserva Polgreen – dissolve questa dicotomia, mostrando come entrambe le chiavi di lettura possano coesistere. L’anomalia e la continuità si sovrappongono: la follia di Trump è insieme causa e sintomo. Il risultato è un conflitto che appare tanto arbitrario nelle sue origini quanto radicato nelle premesse ideologiche che lo rendono possibile. L’articolo si chiude con l’affermazione che l’unico modo per uscire dal tunnel in cui l’America si è cacciata è dunque rinunciare una volta per tutte all’illusione dell’eccezionalismo e riconoscere che il paese è uno fra tanti altri in un mondo interconnesso.

L’eccezionalismo è uno dei miti fondanti dell’America sin dai primi anni della Repubblica, nata 250 anni fa. Si tratta di una convinzione, assimilata da ogni studente fin dai primi anni di scuola, secondo cui l’America è l’eccezione nella storia umana, il popolo messo alla guida del mondo, capace di plasmare ogni evento con la sua volontà, alla ricerca della felicità (the pursuit of happiness) intesa come diritto inalienabile dei popoli nella dichiarazione di indipendenza del 1776.

Di questo tratto fondante della nazione americana è imbevuto l’intero arco politico, dai conservatori ai liberali. In tempi a noi vicini, furono Madeleine Albright e i Clinton a dichiarare l’America come la “nazione indispensabile” del nostro pianeta. La Segretaria di Stato in un’intervista del 1998 riassunse molto chiaramente il concetto della superiorità americana affermando: “se usiamo la forza, è perché siamo l’America; siamo la nazione indispensabile. Restiamo a testa alta e guardiamo più lontano di altri paesi, verso il futuro, e vediamo il pericolo che incombe su tutti noi.” Questa è la stessa forma mentis che ha ispirato i presidenti del ventunesimo secolo, Bush junior, Obama e Biden e che oggi ispira “l’anomalia” Trump. 

Rinunciare a questa illusione, come suggerisce Polgreen, significherebbe mettere in discussione uno dei pilastri più profondi dell’identità nazionale. Un cambiamento di tale portata non ha molti precedenti storici: le civiltà raramente abbandonano spontaneamente i miti che le fondano, se non in seguito a crisi radicali.

Eppure, la storia americana contiene anche un potente antidoto al fanatismo dell’eccezionalismo. Accanto alla narrazione dominante, esiste una lunga tradizione critica che ne smaschera le contraddizioni. Dalla disobbedienza civile di Henry David Thoreau, alla democrazia poetica di Walt Whitman e l’ironia corrosiva di Mark Twain, gli anticorpi al mito americano erano già evidenti nel diciannovesimo secolo.  fino alle di autori come Jack London, Sinclair Lewis e John Steinbeck, l’America ha continuamente prodotto voci capaci di metterne in discussione le certezze.

All’alba del nuovo secolo, le inquietudini moderne prendono forma nei romanzi di Jack London Martin Eden (1909) e Il tallone di ferro (1908) – quest’ultimo è un romanzo che anticipa di oltre un secolo la deriva dittatoriale di oggi. Nel 1935 Sinclair Lewis scrisse Qui non è possibile, un romanzo nel quale immaginava l’avvento di una dittatura simile a quella tedesca con l’elezione nel 1936 di un demagogo populista. Il romanzo tornò in vetta alle vendite dei libri con la prima elezione di Trump nel 2016. John Steinbeck con i suoi antieroi della Depressione smontò la narrazione del sogno americano che si faceva forte proprio negli anni Trenta per infondere fiducia in una nazione stremata dalla crisi economica. Negli anni Quaranta, Henry Miller, espatriato in eterno conflitto col suo paese, fece ritorno in America per trovare riparo dall’Europa in guerra e osservò una nazione materialista incapace di intendere il mondo. Nel suo Incubo ad aria condizionata (1940) profetizzò che una volta eliminato il problema di Hitler, il mondo avrebbe dovuto fare i conti con una minaccia ben più grande. La dominazione americana. Forse questo spiega perché Miller non fu mai uno scrittore molto popolare negli USA. La Beat generation e la controcultura degli anni Sessanta continuarono a contribuire a questo filone di critica all’ideologia americana. Infine, dagli anni Ottanta fino a pochi anni fa, l’anti-eccezionalismo fu incarnato dai romanzi di Paul Auster, narratore di una America piccola che fa i conti con l’austerità e la precarietà imposte dal neoliberalismo.

Questa contro-narrazione non si è limitata alla letteratura, la musica e il cinema sono state due forme di espressione che hanno dato voce a molti contestatori. Dal blues al country, tutto il repertorio della musica popolare americana dà voce agli ultimi e ai marginalizzati. Un’opera fondamentale in questo senso è l’Antologia della Musica Folk Americana una collezione delle prime registrazioni di musica rurale nera e bianca, curata negli anni Cinquanta da Harry Smith. L’antologia fu una rivelazione per molti giovani delle città e della provincia americane del tempo, tra i quali emersero Bob Dylan e altri cantautori degli anni Sessanta che hanno accompagnato i venti di rivolta contro l’America razzista e guerrafondaia. Erede tardivo di quella scena è poi Tom Waits, il cantante californiano che con le sue dissonanze sublimi racconta un paese allo sfascio da oltre cinquant’anni. 

L’antidoto all’eccezionalismo si può trovare anche nell’industria conservatrice e capitalista di Hollywood. Si pensi alla satira sociale di Charlie Chaplin o alla malinconia e l’alienazione in Buster Keaton. All’indomani della Seconda guerra mondiale, William Wyler filma Gli anni migliori della nostra vita, un successo di botteghino che con toni melensi denunciava il trattamento dei veterani di guerra da parte di una nazione vittoriosa ma ingrata. Elia Kazan negli anni Cinquanta diventa il regista degli “underdog” che subiscono le ingiustizie della società americana. E quando Hollywood andò in crisi, una generazione di giovani registi la salvò facendo film a basso costo che ebbero un grande successo proprio perché diversi da tutto quello che gli americani erano abituati a vedere la sera nei cinema. A cavallo tra i Sessanta e i Settanta, la “New Hollywood” di Martin Scorsese, Francis Ford Coppola, Roman Polanski, Milos Forman, Alan Pakula, Robert Altman e diversi altri mise in scena drammi crudi e violenti dove evapora del tutto il confine tra bene e male, moralità e indecenza, rettitudine e ingiustizia. Questa epopea è riassunta in un recente documentario chiamato Breakdown: 1975 di Morgan Neville che spiega magnificamente come cinquant’anni fa l’America prese coscienza dei suoi limiti per l’ultima volta, prima del ritorno in gran stile della balla del sogno americano con Rocky che vinse l’oscar come miglior film nel 1976, facendo ripiombare il pubblico nella nebbia dell’auto-compiacimento della favola dell’eccezionalismo. Una menzione particolare a questo punto merita il regista Jim Jarmusch, premiato a Venezia lo scorso anno, come raro esempio di chi ha continuato a insistere sul carattere non-eccezionale dell’identità americana anche negli anni delle grandi ubriacature nazionalistiche reaganiane e post-sovietiche. Due film su tutti: Dead Man (1995) per una rilettura del mito del Wild West e Mystery Train (1989) per la scioccante commercializzazione delle narrazioni patriottiche e mancanza di senso della storia nella società americana.

Perdonatemi se non ho incluso donne in questa lista, ma il loro contributo è stato importante quanto quello dei maschi, da Frances Ellen Watkins Harper a Harriet Beecher Stowe, Toni Morrison, Patti Smith, Dorothea Lange e Nina Simone. Insomma, l’elenco dei dissidenti dell’eccezionalismo è lunghissimo tra gli artisti americani, e si fa ancora più lungo quando si prendono in considerazione anche le diverse correnti della storia intellettuale del paese.

Oggi, di fronte a segnali di declino politico, sociale e forse anche militare – come sembrerebbe emergere dalla guerra all’Iran – il richiamo all’eccezionalismo sembra farsi più insistente proprio mentre perde credibilità. È in queste fasi contraddittorie che le nazioni tendono a irrigidirsi nelle proprie certezze, talvolta ricorrendo alla forza per difenderle. Per questa ragione ritengo che la speranza di Lydia Polgreen che i suoi connazionali si liberino di secolari illusioni proprio in questo momento storico mi sembra flebile.

Eppure, un’alternativa esisterebbe, ed è già parte nella storia culturale del paese. Non richiede rivoluzioni, ma un atto di riconoscimento: accettare che gli Stati Uniti siano una nazione tra le altre, inserita in un mondo interdipendente. Basterebbe riscoprire anche solo uno degli artisti illuminati che nel corso di due secoli hanno messo a nudo la banalità e la normalità dell’America in varie forme. In fondo, come suggerisce implicitamente la tradizione artistica americana da Whitman in poi, la misura più duratura di un popolo non risiede nella potenza delle sue armi, ma nella capacità della sua cultura di interrogare e criticare sé stessa. In altre parole, anche se ci ostiniamo a raccontare la storia dei popoli attraverso le loro guerre, l’espressione più alta che questi lasciano di sé ai posteri è nella loro arte.

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martedì 3 febbraio 2026

Trump, predatore senza prede - Pino Arlacchi

 

(Il Fatto Quotidiano | 30 gennaio 2026) 

Ma chi è davvero Donald Trump? È troppo facile sbarazzarsi dell’interrogativo con la scorciatoia cognitiva della follia e della delinquenza. È troppo facile perché gli psichiatri ci dicono che il delirio di molte patologie mentali è metodico e coerente. E perché la criminologia ci dice che il comportamento criminale è razionale rispetto allo scopo e perciò lucido e prevedibile. Tutto il contrario di un Trump squilibrato e/o malfattore.

Proviamo invece a leggere il presidente americano attraverso il famoso ritratto dei protagonisti del capitalismo dipinto da Fernand Braudel, il maggiore storico del ’900, e attraverso gli studi più recenti sul comportamento animale.

 

Nella sua opera più nota, Braudel ha disegnato i profili delle singolari creature che si aggirano negli strati più alti del capitalismo occidentale. Quegli ambienti off-limits, avvolti nella nebbia, che l’autore chiama l’antimercato. Zone dove non ci sono più la regolazione e la concorrenza che dominano i piani più bassi del sistema, la “sfera rumorosa della circolazione delle merci”, il mercato dove tutto accade in superficie e dove vige la trasparenza.


I vertici supremi del capitalismo degli ultimi sette secoli, secondo Braudel, sono il regno degli animali da preda: le decine e centinaia di Donald Trump cui non può importare di meno delle regole che valgono per gli animali più deboli. Il “dolce commercio” è pacificatore finché non diventa grande impresa monopolistica o cartello di Stato. Il mercato stesso si basa su probabilità di guadagno non cruente, legali finché, come ci ha insegnato il vecchio Marx, non entrano in campo i mega-profitti della rapina coloniale e dello scambio ineguale accompagnati dai monopoli, dai dazi e dai prestiti a strozzo all’ombra delle navi da guerra. E anche Keynes ha sfiorato l’argomento quando ha parlato degli “spiriti animali” come forza motrice dell’accumulazione del capitale. Questo imprinting barbarico finalizzato all’appropriazione dei beni altrui che si rivela in ogni aspetto della vita e delle opere di Trump, non l’abbiamo colto.

 

Perché ci è sfuggito? Ci è sfuggito perché 80 anni di trionfo del capitalismo cosiddetto avanzato, imbellettato di tecnologia, democrazia e legalità, ci hanno imbevuti di un pensiero unico liberista che ha oscurato l’anima profonda del capitalismo euroamericano. Quella custodita nell’antimercato di Braudel. Un grumo di potere dentro il quale coabitano senza attriti violenza di Stato e alta tecnologia, Silicon Valley e Wall Street, Pentagono e imprese multinazionali. L’anima estorsiva e plutocratica degli Stati Uniti espressa da Trump che lascia ai gonzi il credo dell’America come guida della civiltà e della democrazia occidentali. Ed è qui che l’etologia si rivela di grande aiuto per capire le mosse del presidente Usa. Se vuole nutrirsi con successo, il predatore deve calcolare bene gli ordini di grandezza di volta in volta in gioco e attaccare solo prede sicuramente soccombenti. Non deve mai cacciare prede più grandi di lui, e deve astenersi se l’esito dell’aggressione è minimamente incerto.


Se leggete il documento di sicurezza nazionale Usa appena pubblicato, non troverete una parola ostile contro Cina e Russia. Prede troppo grosse, che praticano, per giunta, strategie di sopravvivenza più evolute. L’atto aggressivo, inoltre, deve preservare scrupolosamente l’incolumità dell’aggressore.

Un lupo calcola attentamente i rischi prima di avvicinarsi a una preda che potrebbe ferirlo. Le navi militari americane si sono tenute per mesi a 700 km di distanza dalle coste del Venezuela senza sparare un colpo, perché la loro vulnerabilità ai droni e ai missili di Maduro le avrebbe esposte a perdite pericolose di reputazione esterna e di consenso in madrepatria. Al contrario, un attacco spropositato di 150 aerei da combattimento provenienti da 20 diverse basi militari e convergenti contro un unico bersaglio – un singolo uomo, sia pure capo di Stato residente in un luogo fortificato – è un’operazione vinta fin dall’inizio, come abbiamo visto.

 

Altra storia è un cambio di regime, effettuato con massimo spiegamento di mezzi su un territorio vastissimo, contro una forza militare compatta e discretamente armata, sostenuta da una popolazione numerosa e ostile come quella venezuelana. Nessun predatore avveduto si imbarcherebbe in una caccia così rischiosa. E così è stato. La scala dell’aggressione si è degradata. Invasione e cambio di regime del Venezuela si sono ridotti all’estorsione di un pizzo su una risorsa strategica della vittima, costretta ad accettare l’umiliazione di chi si ritrova una pistola dietro la testa se non consegna le chiavi della cassaforte.


La svolta trumpiana non è nuova nella storia degli Stati Uniti, ma rappresenta un’evoluzione rispetto al passato perché si ispira a una certa prudenza nell’esercizio dell’aggressione. Attraverso le catastrofi afghana, vietnamita, irachena e simili, gli Stati Uniti hanno scoperto che anche prede apparentemente deboli possono risultare letali quando praticano la guerra asimmetrica. Le ferite sofferte hanno insegnato al predatore a riconoscere i limiti della propria forza e a schivare con maggior cura le aggressioni perdenti. Il risultato è che tutte le potenziali prede minacciate da Trump si trovano fuori della sua portata reale, eccetto la Groenlandia. Una vittima minuscola, da 57 mila abitanti, dove l’aggressione comporterebbe un tenore di rischio inferiore a quello del sequestro di Maduro. Lo stile della predazione diventa così circoscritto.

 

Contro l’Iran, attacchi contenuti – l’uccisione di Soleimani, raid limitati – che non degenerano in guerra aperta. Contro Colombia e Messico minacce di intervento che rimangono nel regno della coercizione simbolica. Contro pari o prede impossibili – Canada, Panama, Unione europea – minacce rumorose, ma prive di seguito militare. È la strategia del predatore che ringhia per difendere il territorio residuo, il proprio continente, e non per espandersi.

La lente etologica ci permette di cogliere anche la peculiare storicità di Trump, che è quella di un animale in difficoltà nei confronti di un ecosistema radicalmente trasformato rispetto agli anni d’oro della caccia. Le prede sono diventate meno vulnerabili e più rare, e la foresta pullula di competitori e di nemici. La Cina e l’Asia più ampia non sono semplici competitori nello stesso gioco predatorio. Rappresentano un modello alternativo che opera attraverso pratiche pacifiche piuttosto che predatorie.


Le Belt and Road Initiative, l’Asian Infrastructure Investment Bank, i Brics, non sono armi di spoliazione unilaterale ma di integrazione multilaterale. Non sono espressione di animali più grossi che divorano i più piccoli, ma creazioni di specie che prosperano attraverso comportamenti mutualistici. Frans de Waal, nei suoi studi sui primati, ha documentato come le strategie collaborative prevalgano su quelle puramente aggressive quando l’ambiente diventa complesso.

Gli Stati Uniti di Trump si trovano quindi in una posizione etologicamente insostenibile: sono un predatore costretto a sopravvivere in un ambiente che non può più controllare.

 

Le minacce di Trump sono l’unico strumento rimasto a una bestia feroce che non può più permettersi di combattere come una volta. Ma sono anche inefficaci. Perché nell’ecosistema del XXI secolo la sopravvivenza non si ottiene con il ringhio solitario, ma con l’integrazione in reti cooperative. Ma questo adattamento richiede proprio ciò che la tradizione americana fatica a concepire: la convivenza paritaria, l’accettazione di essere una potenza tra le potenze piuttosto che la potenza egemone. Gli animali feroci di Braudel devono imparare a convivere. Perché la lezione etologica è implacabile: i predatori devono adattarsi o estinguersi.


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sabato 18 ottobre 2025

Chiedo scusa ma non ho capito: per il genocidio non pagherà nessuno? - Pietro Francesco Maria de Sarlo

 

Chiedo scusa ma non ho capito. Mi baso sui fatti raccontati sui giornali e in TV, per cui se non capisco la colpa è di tv, giornali o dei fatti. Per carità potrebbe essere anche colpa mia, in tal caso, sono certo, che me lo farete notare.

Da due anni assistiamo in diretta al genocidio dei palestinesi. Biden prima e Trump poi ogni tanto hanno invitato l’amico Bibi a moderarsi. Le cancellerie europee e le nostre massime istituzioni, Quirinale e Chigi, hanno tuonato, si sono indignate, hanno invocato il diritto internazionale e indicato… Putin come nemico della civiltà occidentale. Persino Mattarella si è lanciato con gli occhiali vibranti di sdegno in ricostruzioni storiche, un po’ stiracchiate a dire il vero, per dimostrare la ferocia dell’orco sovietico. Ma di fronte al genocidio di Gaza tutti muti fino a pochi giorni fa. Al massimo qualche rimprovero, o qualche intimazione verbale a favore di telecamere data con tono fermo e cipiglio austero da Tajani: ho detto di fermarsi!

Noi italiani, che al fondo siamo sempre brava gente, abbiamo mandato aiuti, affidandone la distribuzione agli israeliani, ospitato e curato bambini e famiglie di giorno. Di notte invece commerciavamo in armi con un paese in guerra, vietato dalla Costituzione, che commetteva genocidio. Visto che le massime cariche dello Stato si appellano sempre al diritto internazionale occorre ricordare che, se provato, chi ha consentito questo commercio è complice di genocidio.

Nessuna sanzione a Israele, nessuna convocazione dell’ambasciatore neanche quando cittadini italiani venivano rapiti in acque internazionali. Anzi il governo ha chiesto la cortesia di non maltrattare troppo questi cittadini italiani che, al contrario delle istituzioni, non hanno girato il capo dall’altro lato. Non solo ma, a quanto pare, consentiamo al Mossad di scortare la squadra israeliana a Udine.

All’improvviso cambia il clima. L’indignazione popolare sale in tutto il mondo quando l’amico Bibi ordina di radere al suolo Gaza City, mettendo sempre più in difficolta l’ignavia e la vigliaccheria dei governi Ue che sono sempre più in imbarazzo. Tanto che atterriti all’idea che nella vicenda Flotilla ci scappasse il morto hanno pregato e implorato, quelli che i leoni da tastiera e Renzi chiamano croceristi, di fermarsi. Persino Mattarella è intervenuto con un accorato appello, ma si sa la gesuitica saggezza o la si pratica da bambini o non la si può insegnare.

Se siamo intellettualmente onesti se i governanti italiani e Ue possono sentirsi, ovviamente in pubblico, un filo imbarazzati dal comportamento degli israeliani dato lo sdegno popolare, a Trump non gliene po frega’ de meno. La svolta c’è stata per un errore fatale di Bibi, senza il quale il massacro sarebbe continuato fino allo sterminio totale. Le bombe sul Qatar e su chi stava negoziando. E questo persino a Trump è parso troppo.

Non certo per aver tentato di uccidere le delegazioni del nemico, che neanche nel Medioevo era lecito, ma perché in Qatar ci sono i soldi. Quelli veri. Oltre alle fonti energetiche che servono tanto a quel che resta dell’Occidente e a Trump e ai suoi affari. Bombardare proprio l’amichetto del cuore che gli aveva appena regalato un aereo, mica il Kugel o la crostata ricotta e visciole!

E poi il mondo arabo in subbuglio che parla di Nato araba, i Sauditi che firmano accordi di assistenza bellica reciproca con il Pakistan, potenza atomica. Insomma il terrore che saltasse tutto il cucuzzaro della influenza occidentale in Medio Oriente. Errore fatale. In un amen e senza difficoltà Trump vede gli arabi e intima a Bibi di fermarsi.

Ecco non capisco. Trump merita il Nobel per la Pace per aver fermato gli assassini dell’IDF o di essere processato per averlo fatto prima? Come direbbe Lucrezio ‘medio de fonte leporum surgit amari’. Insieme alla felicità della pace c’è l’amaro della certezza che nessuno pagherà. A parte i leader di Hamas uccisi e i poveri palestinesi, non Bibi e neanche i nostri vigliacchi governanti.

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giovedì 29 maggio 2025

L’Occidente e l’apartheid: Trump e non solo - Sergio Labate

 

Cos’è l’apartheid? È una politica di segregazione. Un regime di separatezza che si rivolge a certi gruppi in base a delle caratteristiche comuni: razza, ceto, genere ecc. Dunque c’è apartheid dove c’è una politica che separa e perseguita delle persone non in termini individuali o in relazione a gesti delittuosi, ma per il solo fatto di essere se stesse e di appartenere a un gruppo sociale più o meno riconoscibile. Cos’è la proiezione, in psicologia? È un elementare meccanismo di difesa, per cui proiettiamo sugli altri sentimenti o azioni o convinzioni che proviamo o mettiamo in atto e che non riusciamo o non vogliamo o non possiamo attribuire a noi stessi.

Pensavo a questi due semplicissimi concetti, mentre ascoltavo le ultime puntate dei deliri di Trump. Nell’ordine, la sua accusa al Presidente del Sud Africa di essere razzista nei confronti dei bianchi e, poche ore dopo, la decisione di proibire a una delle più grandi e prestigiose Università americane di ammettere studenti stranieri.

La scenetta col Presidente sudafricano è simile a quella con Zelensky, se non fosse per la prontezza di riflessi dell’interlocutore. Una vera e propria trappola a favore di telecamere, con la costruzione artificiale di fake news per legittimare quella che non è una semplice tesi bislacca, ma rappresenta precisamente un rovesciamento proiettivo. L’unico dato di realtà da cui parte questa narrazione palesemente falsa è che vi è una legge che permette l’esproprio (del tutto risarcito, salvo casi di terreni abbandonati a se stessi da tempo) di terra a fini pubblici, in un paese in cui il latifondo non è un’arcaica categoria dell’Ottocento. Per il resto, accusare il Paese dell’apartheid di perseguitare i bianchi in quanto bianchi non è solo un oltraggio alla memoria, ma è anche una follia rispetto al presente. Un presente in cui i bianchi continuano ad essere i ricchi e i neri ad essere i poveri. Non c’è stato nessuno spostamento economico e l’apartheid è rimasto dov’era, fondato ora su basi economiche e non più politiche. In fin dei conti, la pace non è stata che la continuazione dell’apartheid con altri mezzi. Ma perché quest’accusa di apartheid non può che essere interpretata nei termini d’un rovesciamento proiettivo, avendo a che fare con le politiche che il Presidente statunitense mette in atto?

Per rispondere a questa domanda, veniamo al secondo episodio. Quel geniaccio di Trump continua la sua guerra alle università americane (che peraltro non sono università pubbliche, ma sono fortemente elitarie sia nel reclutamento dei docenti sia soprattutto nella selezione degli studenti. Sono insomma modelli di un sapere esclusivo ed escludente, che dovrebbe piacere molto agli esponenti della destra). L’ultimo plateale gesto è quello di prendersela con gli studenti universitari “stranieri”: un gruppo sociale piuttosto cospicuo ed eterogeneo, ad occhio. Con un gesto di puro maccartismo, la sua amministrazione ha sospeso le iscrizioni per gli studenti stranieri. Perché prendersela con loro? Per punire le posizioni “antisemite” dell’Università, ufficialmente. Scelta interessante. In primo luogo, perché punisce solo indirettamente l’Università, punendo direttamente persone che – non avendo nome e cognome ma essendo un gruppo sociale piuttosto corposo – non possono essere accusate di condividere quelle idee che a quanto pare in una democrazia liberale non possono essere diffuse. In secondo luogo, perché si basa su un’ennesima contraffazione della realtà, definendo ogni critica alle politiche israeliane come “antisemitismo”. Il che ci permette di correggere la declinazione di un’altra domanda che ricorre sempre di più in queste settimane. La questione non è: “perché assistiamo alle semplificazioni che prendono il posto della complessità?” ma piuttosto: “perché assistiamo alle contraffazioni che prendono il posto della complessità?”. La differenza tra semplificazione e contraffazione è evidente e concerne l’uso politico delle parole. Quando semplifichiamo qualcosa, l’accusa che ci viene rivolta è che le cose non stanno esattamente così come le stiamo descrivendo. Ma la contraffazione non è per forza una semplificazione. Mentre la semplificazione conserva in sé parti di verità che magari distorce, la contraffazione non si occupa più di dir male la verità, ma si occupa direttamente di dire il falso come fosse vero. Questa non è più l’epoca della semplificazione, è ormai l’epoca della contraffazione.

Di fatto, anche questo piccolo episodio dimostra come l’apartheid è diventato un principio politico che unisce l’Occidente contro coloro che decide di designare come i suoi nemici. In questo caso i nemici contro cui agire sono duplici: sono gli stranieri e sono coloro che credono ancora al valore dell’istruzione. Sono dunque da perseguitare perché non appartengono alla nostra comunità e perché pretendono di imparare a maneggiare lo strumento di emancipazione e di critica al potere per eccellenza, la cultura. Ma il modo in cui si agisce risponde perfettamente ai canoni che definiscono l’apartheid. Che è esattamente una persecuzione che non è fondata su alcuna notizia di reato ma esclusivamente sull’appartenenza a un gruppo razziale (gli stranieri) e a un gruppo sociale (il “ceto medio riflessivo”, avremmo detto un tempo). Ma non è lo stesso apartheid che vediamo in azione nelle politiche securitarie del nostro Paese? Oppure nelle direttive europee sulla migrazione e sul diritto d’asilo? O ancora a Gaza, dove la segregazione e l’apartheid non hanno nemmeno il bisogno di celarsi dietro il rispetto di leggi e di diritti?

Sono due piccoli episodi, apparentemente minimi rispetto a tutto ciò che ci sta esplodendo in mano. Ma non fanno che confermare il fatto che è l’Occidente tutto oggi a poter essere accusato di aver plasmato le proprie politiche a immagine e somiglianza dell’apartheid che in Sud Africa è invece per fortuna solo un tragico ricordo del passato, almeno come fenomeno politico.

Se le cose stanno cosi, non riesco a trovare altre spiegazioni se non ricorrendo al buon vecchio Freud. Accusare l’altro di ciò che di fatto si persegue con accanimento ormai reiterato ed esplicito. Oltretutto, non è ciò che accade costantemente anche nelle nostre relazioni private? Non trovo più una persona violenta che non rivendichi alla fine di essere essa stessa vittima della violenza. Mentre alle vittime è tolto il diritto di parola, i carnefici si difendono facendo le vittime. Piccolo inciso che conferma questa sommaria analisi di psicologia sociale: nei giorni scorsi ho avuto la pessima idea di ascoltare cinque minuti di dibattito politico in televisione. Qualcuno ha provato a dire che a Gaza si sta consumando un genocidio. Apriti cielo. La conduttrice progressista e di sinistra si è indignata dicendo che non vuole che nella sua trasmissione si pronuncino simili parole. Dopo qualche minuto un brillante (sono decisamente ironico) esponente della destra, uno di quelli che sta trovando una nuova giovinezza perché disposto a difendere in ogni occasione l’indifendibile, ha detto testualmente: “il 7 ottobre si è consumato un vero e proprio genocidio del popolo ebraico”. In questo caso, la nostra conduttrice progressista e di sinistra non ha ritenuto di interrompere né di indignarsi (e con questo, è inutile dirlo, non voglio in alcun modo minimizzare la crudeltà del 7 ottobre).

Il piccolo insegnamento che dobbiamo trarne è immediatamente politico e attraversa tutto questo tempo così poco chiaro che ci accade di vivere. La domanda giusta non è: “perché i carnefici fanno i carnefici?”, ma è: “perché i carnefici rappresentano sistematicamente se stessi come vittime?”. Qualcuno direbbe per autoassolversi. Forse non sarebbe una contraffazione, ma certamente sarebbe una semplificazione. Perché ciò che l’Occidente fa non è solo non sentirsi in colpa per quel che ha scelto di diventare, ma accusare gli altri di essere ciò che esso stesso è diventato. Dietro il vittimismo c’è non solo la necessità di non sentirsi in colpa, ma anche il bisogno di far sentire in colpa coloro che si perseguitano, in modo da legittimare i propri comportamenti.

Tra muri e deportazioni, mi pare che la cartografia che stiamo cercando di imporre al mondo intero sia fondata sulla segregazione e il controllo di interi gruppi sociali, estesi a livello planetario. Non più guerre tra Stati, ma guerre di un gruppo sociale minoritario a gruppi sociali a cui vengono ormai negati senza ragione i diritti più elementari. Sono gruppi sociali eterogenei, ho scritto. Ma se dovessi indicarne un tratto comune, direi che sono tutti gruppi sociali non abbienti. Palestinesi, stranieri in genere, ceto medio riflessivo, persone non binarie, donne: ho certamente dimenticato qualcuno nell’elenco. Di fatto poveri, sottoposti a un regime di apartheid plateale da parte dei ricchi. Si chiama apartheid, si legge neo-capitalismo: non più soltanto un dispositivo economico, ma un vero e proprio dispositivo economico-politico.

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lunedì 10 marzo 2025

La geopolitica della pace. Discorso al Parlamento europeo il 19 febbraio 2025 - Jeffrey D. Sachs


L’amministrazione Trump è imperialista nel profondo. Trump crede ovviamente che le grandi potenze dominino il mondo. Gli Stati Uniti saranno spietati e cinici, e sì, anche nei confronti dell’Europa. Non andate a chiedere l’elemosina a Washington. Non servirebbe a nulla. Anzi, probabilmente aumenterebbe la spietatezza. Piuttosto, si deve avere una vera politica estera europea

Introduzione

Michael, grazie mille e grazie a tutti voi per la possibilità di stare insieme e di pensare insieme. Questo è davvero un periodo complicato, in rapida evoluzione e molto pericoloso. Abbiamo quindi bisogno di chiarezza di pensiero. Sono particolarmente interessato alla nostra conversazione, quindi cercherò di essere il più sintetico e chiaro possibile. Negli ultimi 36 anni ho seguito da vicino gli eventi nell’Europa orientale, nell’ex Unione Sovietica, in Russia e in Ucraina. Sono stato consulente del governo polacco nel 1989, del team economico del Presidente Gorbaciov nel 1990 e 1991, del team economico del Presidente Eltsin nel 1991-1993 e del team economico del Presidente Kuchma in Ucraina nel 1993-1994. Ho contribuito all’introduzione della moneta estone. Ho aiutato diversi Paesi dell’ex Jugoslavia, in particolare la Slovenia. Dopo il Maidan, il nuovo governo mi ha chiesto di venire a Kiev, mi ha portato in giro per il Maidan e ho imparato molte cose di persona. Sono in contatto con i leader russi da più di 30 anni. Conosco da vicino anche la leadership politica americana. Il nostro precedente Segretario al Tesoro, Janet Yellen, è stata la mia meravigliosa insegnante di macroeconomia 52 anni fa. Siamo amici da mezzo secolo. Conosco queste persone. Dico questo perché ciò che voglio spiegare dal mio punto di vista non è di seconda mano. Non è ideologia. È ciò che ho visto con i miei occhi e sperimentato in questo periodo. Voglio condividere con voi la mia comprensione degli eventi che hanno colpito l’Europa in molti contesti, e includerò non solo la crisi ucraina, ma anche la Serbia del 1999, le guerre in Medio Oriente, tra cui l’Iraq, la Siria, le guerre in Africa, tra cui il Sudan, la Somalia, la Libia. Queste sono in misura molto significativa il risultato di politiche statunitensi profondamente sbagliate. Ciò che dirò potrebbe sorprendervi, ma parlo per esperienza e conoscenza di questi eventi.

 

I. La politica estera degli Stati Uniti

Queste sono guerre che gli Stati Uniti hanno condotto e causato. E questo è vero da più di 30 anni. Gli Stati Uniti hanno maturato l’idea, soprattutto nel 1990-91 e poi con la fine dell’Unione Sovietica, che gli Stati Uniti ora governano il mondo e che non devono prestare attenzione alle opinioni, alle linee guida, alle preoccupazioni, ai punti di vista sulla sicurezza, agli obblighi internazionali o a qualsiasi quadro delle Nazioni Unite. Mi dispiace dirlo così chiaramente, ma voglio che lo capiate.

Nel 1991 ho cercato con tutte le mie forze di ottenere un aiuto finanziario per Gorbaciov,(*2) che ritengo sia stato il più grande statista dell’epoca moderna. Di recente ho letto il memo archiviato della discussione del Consiglio di Sicurezza Nazionale sulla mia proposta del 3 giugno 1991, leggendo per la prima volta come la Casa Bianca l’abbia completamente scartata e abbia sostanzialmente respinto la mia richiesta che gli Stati Uniti aiutassero l’Unione Sovietica con la stabilizzazione finanziaria e con l’aiuto finanziario per fare le sue riforme. Il memo documenta che il governo statunitense ha deciso di fare il minimo per evitare il disastro, ma solo il minimo.(*3) Hanno deciso che non è compito degli Stati Uniti aiutare. Al contrario.(*4)

Quando l’Unione Sovietica finì nel 1991, la visione divenne ancora più esagerata. E posso citare i capitoli e i versi, ma l’opinione era che noi [gli Stati Uniti] gestissimo lo spettacolo. Cheney, Wolfowitz e molti altri nomi che avrete imparato a conoscere credevano letteralmente che questo fosse ormai un mondo statunitense e che avremmo fatto quello che volevamo. Faremo piazza pulita dell’ex Unione Sovietica. Elimineremo tutti i rimanenti alleati dell’era sovietica. Paesi come l’Iraq, la Siria e così via se ne andranno. E questa politica estera la stiamo sperimentando da ormai 33 anni. L’Europa ha pagato un prezzo pesante per questo, perché in questo periodo non ha avuto alcuna politica estera che io possa immaginare. Nessuna voce, nessuna unità, nessuna chiarezza, nessun interesse europeo, solo lealtà americana.

Ci sono stati momenti in cui ci sono stati disaccordi e, credo, disaccordi molto belli. L’ultimo momento significativo è stato il 2003, nel periodo che ha preceduto la guerra in Iraq, quando Francia e Germania hanno detto che non appoggiamo gli Stati Uniti che aggirano il Consiglio di Sicurezza dell’ONU per questa guerra. Quella guerra fu direttamente architettata da Netanyahu e dai suoi colleghi del Pentagono statunitense.(*5) Non sto dicendo che ci fosse un legame o una reciprocità. Sto dicendo che è stata una guerra condotta per Israele. Una guerra che Paul Wolfowitz e Douglas Feith hanno coordinato con Netanyahu. E quella fu l’ultima volta che l’Europa ebbe voce in capitolo. Ho parlato con i leader europei allora, e sono stati molto chiari, ed è stato meraviglioso sentire la loro opposizione a una guerra inaccettabile. Da allora l’Europa ha perso completamente la sua voce, ma soprattutto nel 2008. Quello che è successo dopo il 1991, e per arrivare al 2008, è che gli Stati Uniti hanno deciso che l’unipolarismo significava che la NATO si sarebbe allargata da Bruxelles a Vladivostok, passo dopo passo.

 

II. Espansione della NATO

L’allargamento della NATO verso est non avrebbe fine. Questo sarebbe il mondo unipolare degli Stati Uniti. Se giocate al gioco del Risiko da bambini, come facevo io, questa è l’idea degli Stati Uniti: avere un pezzo in ogni parte del tabellone. Qualsiasi luogo che non abbia una base militare statunitense è sostanzialmente un nemico. La neutralità è una parola sporca nel lessico politico statunitense.

Neutralità è forse la parola più sporca secondo la mentalità statunitense. Se sei un nemico, sappiamo che sei un nemico. Se sei neutrale, sei un sovversivo, perché sei davvero contro di noi, ma non ce lo dici. Fai solo finta di essere neutrale. Questa era la mentalità, e la decisione è stata presa formalmente nel 1994, quando il Presidente Clinton ha firmato l’allargamento della NATO a est.

Ricorderete che il 7 febbraio 1990 Hans-Dietrich Genscher e James Baker III parlarono con Gorbaciov. Genscher tenne in seguito una conferenza stampa in cui spiegò che la NATO non si sarebbe mossa verso est.(*6) La Germania e gli Stati Uniti non avrebbero approfittato dello scioglimento del Patto di Varsavia. Si noti che questo impegno è stato assunto in un contesto giuridico e diplomatico, non in un contesto casuale. Questi impegni sono stati al centro dei negoziati per la fine della Seconda Guerra Mondiale, che hanno dato il via alla riunificazione tedesca.

È stata raggiunta un’intesa sul fatto che la NATO non si sposterà di un solo centimetro verso est.(*7) Ed era esplicito, e si trova in innumerevoli documenti. Basta cercare il National Security Archive della George Washington University per trovare decine di documenti.(*8) È un sito web intitolato “What Gorbachev Heard About NATO”. Dateci un’occhiata, per favore, perché tutto ciò che vi viene detto dagli Stati Uniti su questa promessa è una bugia, ma gli archivi sono perfettamente chiari.

Nel 1994 Clinton decise di espandere la NATO fino all’Ucraina. Si tratta di un progetto statunitense a lungo termine. Non è dovuto a un’amministrazione o a un’altra. È un progetto del governo statunitense iniziato più di 30 anni fa. Nel 1997, Zbigniew Brzezinski ha scritto La grande scacchiera, descrivendo l’allargamento della NATO verso est.

Quel libro non è solo una riflessione di Brzezinski. È la sua presentazione al pubblico di decisioni già prese dal governo degli Stati Uniti, ed è così che funziona un libro come questo. Il libro descrive l’allargamento a est dell’Europa e della NATO come eventi simultanei e congiunti. E c’è un bel capitolo in quel libro che si chiede: cosa farà la Russia mentre l’Europa e la NATO si espandono verso est?

Conoscevo personalmente Zbig Brzezinski. Era molto gentile con me. Ero consulente della Polonia e lui mi è stato di grande aiuto. Era anche un uomo intelligente, eppure nel 1997 ha sbagliato tutto. Nel 1997 scrisse dettagliatamente perché la Russia non poteva fare altro che aderire all’espansione verso est della NATO e dell’Europa.(*9) In realtà, dice che l’espansione verso est dell’Europa e non solo dell’Europa, ma della NATO. Questo era un piano, un progetto degli Stati Uniti. E Brzezinski spiega come la Russia non si allineerà mai alla Cina. Impensabile. La Russia non si allineerà mai con l’Iran.

Secondo Brzezinski, la Russia non ha altra vocazione che quella europea. Quindi, se l’Europa si sposta verso est, la Russia non può farci nulla. Così dice l’ennesimo stratega americano. C’è da chiedersi perché siamo sempre in guerra? Perché una cosa dell’America è che “sappiamo” sempre cosa faranno le nostre controparti, e ci sbagliamo sempre! E uno dei motivi per cui ci sbagliamo sempre è che nella teoria dei giochi non cooperativi che gli strateghi americani praticano, non si parla con l’altra parte. Si sa solo qual è la strategia dell’altra parte. È meraviglioso. Si risparmia così tanto tempo. Semplicemente non c’è bisogno della diplomazia.

 

III. La strategia del Mar Nero

Quindi, questo progetto è iniziato seriamente nel 1994, e abbiamo avuto una continuità di politica governativa per 30 anni fino a ieri, forse.(*10) Un progetto trentennale. L’Ucraina e la Georgia sono state le chiavi del progetto. Perché? Perché l’America ha imparato tutto quello che sa dagli inglesi.

Noi siamo l’aspirante Impero britannico. E ciò che l’Impero britannico ha capito nel 1853, con il signor Palmerston, scusate, Lord Palmerston [insieme a Napoleone III], è che si circonda la Russia nel Mar Nero e si nega alla Russia l’accesso al Mediterraneo orientale. Quello a cui state assistendo è un progetto americano per fare lo stesso nel XXI secolo. L’idea degli Stati Uniti è che Ucraina, Romania, Bulgaria, Turchia e Georgia facciano parte della NATO, che priverebbe la Russia di qualsiasi status internazionale bloccando il Mar Nero e neutralizzando essenzialmente la Russia come poco più di una potenza locale. Brzezinski è chiaro su questa geografia.

Dopo Palmerston e prima di Brzezinski, c’è stato naturalmente Halford Mackinder nel 1904: “Chi governa l’Europa dell’Est comanda l’Heartland; chi comanda l’Heartland comanda l’Isola del Mondo; chi comanda l’Isola del Mondo comanda il mondo”(*11).

Ho conosciuto i presidenti e/o le loro squadre. Non è cambiato molto da Clinton a Bush Jr. a Obama a Trump a Biden. Forse sono peggiorati passo dopo passo. Biden è stato il peggiore a mio avviso. Forse anche perché negli ultimi due anni non è stato in grado di gestire la situazione. Lo dico seriamente, non come commento ironico. Il sistema politico americano è un sistema di immagine. È un sistema di manipolazione dei media ogni giorno. È un sistema di pubbliche relazioni. Si può avere un presidente che fondamentalmente non funziona e che rimane al potere per due anni e si ricandida. L’unica cosa è che ha dovuto stare su un palco per 90 minuti da solo, e la cosa è finita lì. Se non ci fosse stato quell’inconveniente, sarebbe andato avanti con la sua candidatura, che dormisse o meno dopo le 16 del pomeriggio. Quindi, questa è la realtà. Tutti la accettano. È scortese dire quello che sto dicendo, perché in questo mondo non si dice la verità su quasi nulla.

Quindi, questo progetto è andato avanti dagli anni ’90. Bombardare Belgrado per 78 giorni di fila nel 1999 faceva parte di questo progetto. Dividere quel Paese quando i confini sono “sacrosanti”, non è vero? Tranne che per il Kosovo. I confini sono sacrosanti, tranne quando l’America li cambia. La divisione del Sudan è stato un altro progetto statunitense collegato. Si pensi alla ribellione del Sudan meridionale. È successo solo perché i sud sudanesi si sono ribellati? O devo darvi il manuale della CIA?

Cerchiamo di capire, da adulti, di cosa si tratta. Le campagne militari sono costose. Richiedono equipaggiamento, addestramento, campi base, intelligence, finanziamenti. Questo sostegno viene dalle grandi potenze. Non viene dalle insurrezioni locali. Il Sud Sudan non ha sconfitto il Sudan in una battaglia tribale. La sconfitta del Sudan è stata un progetto degli Stati Uniti. Andavo spesso a Nairobi e mi imbattevo in militari o senatori statunitensi o altri con un “profondo interesse” nella politica interna del Sudan. Quella guerra faceva parte del gioco dell’unipolarismo statunitense.

 

IV. La politica estera degli Stati Uniti e l’espansione della NATO

L’allargamento della NATO, come sapete, è iniziato nel 1999 con Ungheria, Polonia e Repubblica Ceca. La Russia ne fu estremamente contrariata, ma si trattava di Paesi ancora lontani dal confine russo. La Russia protestò, ma, ovviamente, senza successo. Poi entrò in carica George Bush junior. Quando si verificò l’11 settembre, il Presidente Putin promise tutto il suo appoggio agli Stati Uniti. E poi gli Stati Uniti decisero, intorno al 20 settembre 2001, che avrebbero lanciato sette guerre in cinque anni!

Potete ascoltare il generale Wesley Clark in video che ne parla.(*12) Era il comandante supremo della NATO nel 1999. Si recò al Pentagono intorno al 20 settembre 2001. Gli fu consegnato un foglio che spiegava la prospettiva di sette guerre scelte dagli Stati Uniti. Queste erano, in realtà, le guerre di Netanyahu.

Il piano del governo statunitense era in parte di ripulire [rimuovere] i vecchi alleati sovietici e in parte di eliminare i sostenitori di Hamas e Hezbollah. L’idea di Netanyahu era ed è che ci sarà un solo Stato, grazie, in tutta la Palestina pre-1948. Sì, un solo Stato. Sarà Israele. Israele controllerà tutto il territorio dal fiume Giordano al Mar Mediterraneo. E se qualcuno si opporrà, lo rovesceremo. Beh, non proprio Israele, ma più precisamente il nostro amico, gli Stati Uniti. Questa è stata la politica statunitense fino a questa mattina. Non sappiamo se cambierà. L’unica novità è che forse saranno gli Stati Uniti a “possedere Gaza” [secondo il Presidente Trump] invece di Israele a possedere Gaza.

L’idea di Netanyahu esiste da almeno 25 anni. Risale a un documento chiamato “Clean Break” che Netanyahu e il suo team politico americano misero insieme nel 1996 per porre fine all’idea della soluzione a due Stati. Il documento è disponibile anche online.(*13)

Si tratta quindi di progetti statunitensi a lungo termine. È sbagliato chiedersi: “È colpa di Clinton? È colpa di Bush? È colpa di Obama?”. Questo è il modo noioso di guardare alla politica americana, come a un gioco quotidiano o annuale. Ma la politica americana non è questo.

Dopo il 1999, il successivo allargamento della NATO è avvenuto nel 2004 con altri sette Paesi: i tre Stati baltici, la Romania, la Bulgaria, la Slovenia e la Slovacchia. A questo punto, la Russia era piuttosto contrariata. Questa seconda ondata di allargamento della NATO era una completa violazione dell’ordine postbellico concordato al momento della riunificazione tedesca. In sostanza, si trattava di un inganno fondamentale, o di una defezione, degli Stati Uniti da un accordo di cooperazione con la Russia.

Come tutti ricordano, perché la settimana scorsa si è tenuta la Conferenza sulla sicurezza di Monaco, nel 2007 il presidente Putin si è recato al CSM per dire: “Basta, quando è troppo è troppo”. Naturalmente, gli Stati Uniti non hanno ascoltato.(*14)

Nel 2008, gli Stati Uniti hanno fatto passare in gola all’Europa il loro progetto di lunga data di allargare la NATO all’Ucraina e alla Georgia. Si tratta di un progetto a lungo termine. Ho ascoltato Saakashvili a New York nella primavera del 2008, quando ha parlato al Council on Foreign Relations. Ci ha detto che la Georgia si trova nel cuore dell’Europa e che come tale sarebbe entrata nella NATO. Sono uscito, ho chiamato mia moglie e le ho detto: “Quest’uomo è pazzo, sta per far saltare in aria il suo Paese”. Un mese dopo è scoppiata una guerra tra Russia e Georgia, in cui la Georgia è stata sconfitta. Gli ultimi avvenimenti a Tbilisi non sono ancora una volta utili per la Georgia, con i vostri europarlamentari che si recano sul posto per promuovere le proteste. Questo non salva la Georgia, ma la distrugge, la distrugge completamente.

Nel 2008, come tutti sanno, il nostro ex direttore della CIA William Burns, che all’epoca era ambasciatore degli Stati Uniti in Russia, inviò un lungo cablogramma diplomatico al Segretario di Stato Condoleezza Rice, notoriamente intitolato “Nyet means Nyet”(*15). Il messaggio di Burns era che l’allargamento della NATO era osteggiato dall’intera classe politica russa, non solo dal Presidente Putin.

Conosciamo il cablogramma solo grazie a Julian Assange. Credetemi, non una sola parola viene detta al popolo americano su tutto questo dal nostro governo o dai nostri principali giornali in questi giorni. Quindi, dobbiamo ringraziare Julian Assange per il memo, che possiamo leggere in dettaglio.

Come sapete, Viktor Yanukovych è stato eletto Presidente dell’Ucraina nel 2010 sulla base della neutralità dell’Ucraina. La Russia non aveva alcun interesse o disegno territoriale in Ucraina. Lo so. Sono stato lì di tanto in tanto durante questi anni. Quello che la Russia stava negoziando nel 2010 era un contratto di locazione di 25 anni fino al 2042 per la base navale di Sebastopoli. Tutto qui. Non c’erano richieste russe per la Crimea o per il Donbas. Niente di tutto questo. L’idea che Putin stia ricostruendo l’impero russo è una propaganda infantile. Mi scusi.

Se qualcuno conosce la storia giorno per giorno e anno per anno, questa è roba da bambini. Eppure le cose infantili sembrano funzionare meglio di quelle degli adulti. Quindi, non c’erano richieste territoriali prima del colpo di Stato del 2014. Eppure gli Stati Uniti hanno deciso che Yanukovych doveva essere rovesciato perché era favorevole alla neutralità e si opponeva all’allargamento della NATO. Si chiama operazione di cambio di regime.

Ci sono state circa un centinaio di operazioni di cambio di regime da parte degli Stati Uniti dal 1947, molte nei vostri Paesi [parlando agli eurodeputati] e molte in tutto il mondo.(*16) Questo è ciò che la CIA fa per vivere. Vi prego di saperlo. È un tipo di politica estera molto insolito. Nel governo americano, se non si gradisce l’altra parte, non si negozia con essa, ma si cerca di rovesciarla, preferibilmente di nascosto. Se non funziona di nascosto, lo si fa apertamente. Si dice sempre che non è colpa nostra. Sono loro gli aggressori. Sono l’altra parte.

Sono “Hitler”. Questo viene fuori ogni due o tre anni. Che si tratti di Saddam Hussein, di Assad o di Putin, è molto comodo. È l’unica spiegazione di politica estera che viene data al popolo americano. Siamo di fronte a Monaco 1938. Non possiamo parlare con l’altra parte. Sono nemici malvagi e implacabili. Questo è l’unico modello di politica estera che sentiamo dal nostro governo e dai mass media. I mass media lo ripetono integralmente perché sono completamente subornati dal governo statunitense.

 

V. La rivoluzione di Maidan e le sue conseguenze

Nel 2014, gli Stati Uniti hanno lavorato attivamente per rovesciare Yanukovych. Tutti conoscono la telefonata intercettata dalla mia collega della Columbia University, Victoria Nuland, e l’ambasciatore statunitense Peter Pyatt. Non c’è prova migliore. I russi hanno intercettato la telefonata e l’hanno messa su Internet. Ascoltatela.(*17)

È affascinante. Così facendo, sono stati tutti promossi nell’amministrazione Biden. Questo è il lavoro. Quando c’è stato il Maidan, sono stato chiamato subito dopo. “Professor Sachs, il nuovo primo ministro ucraino vorrebbe vederla per parlare della crisi economica”. Così sono volato a Kiev e sono stato accompagnato in giro per il Maidan. E mi è stato raccontato come gli Stati Uniti abbiano pagato i soldi per tutte le persone intorno al Maidan, la rivoluzione “spontanea” della dignità.

Signore e signori, per favore, come sono apparsi all’improvviso tutti questi media ucraini all’epoca del Maidan? Da dove viene tutta questa organizzazione? Da dove sono arrivati tutti questi autobus? Da dove sono arrivate tutte quelle persone? Ma stiamo scherzando? Questo è uno sforzo organizzato. E non è un segreto, tranne forse per i cittadini europei e statunitensi. Tutti gli altri lo capiscono chiaramente. Poi, dopo il colpo di Stato, sono arrivati gli accordi di Minsk, in particolare Minsk II, che, per inciso, è stato modellato sull’autonomia altoatesina per l’etnia tedesca in Italia. Anche i belgi possono relazionarsi molto bene con Minsk II, che chiedeva l’autonomia e i diritti linguistici dei russofoni dell’Ucraina orientale. Minsk II è stato sostenuto all’unanimità dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite.(*18)Tuttavia, gli Stati Uniti e l’Ucraina hanno deciso di non applicarlo. Anche Germania e Francia, garanti del processo di Normandia, hanno lasciato che venisse ignorato. Questo rifiuto di Minsk II è stata un’altra azione unipolare americana diretta, con l’Europa che, come al solito, ha svolto un ruolo sussidiario del tutto inutile, pur essendo garante dell’accordo.

Trump ha vinto le elezioni del 2016 e ha quindi ampliato le spedizioni di armi all’Ucraina. I bombardamenti dell’Ucraina nel Donbas hanno provocato molte migliaia di morti. L’accordo di Minsk II non è stato applicato. Poi Biden è entrato in carica nel 2021. Speravo in un miglioramento, ma sono rimasto profondamente deluso ancora una volta. Ero un membro del Partito Democratico. Ora non appartengo a nessun partito perché entrambi sono comunque uguali. I Democratici sono diventati nel tempo dei veri e propri guerrafondai e non c’è stata una sola voce nel partito che abbia invocato la pace. Così come la maggior parte dei vostri parlamentari, allo stesso modo.

Alla fine del 2021, Putin ha messo sul tavolo un ultimo sforzo per raggiungere un modus operandi con gli Stati Uniti, in due bozze di accordo di sicurezza, una con l’Europa e una con gli Stati Uniti. Ha messo sul tavolo la bozza di accordo Russia-USA il 15 dicembre 2021.

A seguito di ciò, ho avuto una telefonata di un’ora con il [consigliere per la sicurezza nazionale] Jake Sullivan alla Casa Bianca, pregando: “Jake, evita la guerra. Si può evitare la guerra. Tutto ciò che gli Stati Uniti devono fare è dire: ‘La NATO non si allargherà all’Ucraina’”. E lui mi ha risposto: “Oh, la NATO non si allargherà all’Ucraina. Non preoccuparti”.

Gli ho detto: “Jake, dillo pubblicamente”. “No. No. No. Non possiamo dirlo pubblicamente”. Ho chiesto: “Jake, vuoi fare una guerra per qualcosa che non accadrà mai?”. E lui: “Non preoccuparti, Jeff. Non ci sarà nessuna guerra”. Queste non sono persone molto intelligenti. Vi dico che, se posso darvi la mia opinione onesta, non sono persone molto brillanti. Parlano da soli. Non parlano con nessun altro. Giocano alla teoria dei giochi. Nella teoria dei giochi non cooperativi, non si parla con l’altra parte. Si stabilisce solo la propria strategia. Questa è l’essenza della teoria dei giochi non cooperativi. Non è la teoria dei negoziati. Non è la teoria della pacificazione. È una teoria unilaterale e non cooperativa, se conoscete la teoria formale dei giochi.

È questo il loro gioco. Questo tipo di teoria dei giochi è iniziata [in applicazione] alla RAND Corporation. È quello che fanno tuttora. Nel 2019, c’è un documento della RAND, “Extending Russia: Competing from Advantageous Ground”.(*19) Incredibilmente, il documento, di pubblico dominio, chiede come gli Stati Uniti dovrebbero infastidire, inimicarsi e indebolire la Russia. Questa è letteralmente la strategia. Stiamo cercando di provocare la Russia, di farla crollare, di provocare forse un cambio di regime, forse disordini, forse una crisi economica.

Questo è ciò che in Europa chiamate alleato. Quindi, ero lì con la mia frustrante telefonata con Sullivan, in piedi al freddo. Stavo cercando di passare una giornata sugli sci. “Oh, non ci sarà nessuna guerra, Jeff”. Sappiamo cosa è successo dopo: l’amministrazione Biden si è rifiutata di negoziare l’allargamento della NATO. L’idea più stupida della NATO è la cosiddetta politica delle porte aperte, basata sull’articolo dieci del Trattato NATO (1949). La NATO si riserva il diritto di andare dove vuole, purché il governo ospitante sia d’accordo, senza che nessun vicino — come la Russia — abbia voce in capitolo.

Beh, io dico ai messicani e ai canadesi: “Non provateci”. Trump potrebbe voler conquistare il Canada. Quindi, il governo canadese potrebbe dire alla Cina: “Perché non costruite una base militare in Ontario?”. Non lo consiglierei. Gli Stati Uniti non direbbero: “Beh, è una porta aperta. Sono affari del Canada e della Cina, non nostri”. Gli Stati Uniti invaderebbero il Canada.

Eppure gli adulti, anche in Europa, in questo Parlamento, nella NATO, nella Commissione europea, ripetono l’assurdo mantra che la Russia non ha voce in capitolo nell’allargamento della NATO. Sono cose senza senso. Non si tratta nemmeno di geopolitica infantile. Non è affatto un ragionamento. Così, la guerra in Ucraina si è intensificata nel febbraio 2022, quando l’amministrazione Biden ha rifiutato qualsiasi negoziato serio.

 

VI. La guerra in Ucraina e il controllo degli armamenti nucleari

Qual era l’intenzione di Putin nella guerra? Posso dirvi qual era la sua intenzione. Era quella di costringere Zelensky a negoziare la neutralità. Ciò è avvenuto a pochi giorni dall’inizio dell’invasione. Dovreste capire questo punto fondamentale, non la propaganda che viene scritta sull’invasione sostenendo che l’obiettivo della Russia era quello di conquistare l’Ucraina con poche decine di migliaia di truppe.

Suvvia, signore e signori. Vi prego di capire una cosa fondamentale. L’idea dell’invasione russa era di tenere la NATO fuori dall’Ucraina. E cos’è la NATO, in realtà? È l’esercito statunitense, con i suoi missili, i suoi dispiegamenti della CIA e tutto il resto. L’obiettivo della Russia era quello di tenere gli Stati Uniti lontani dal proprio confine. Perché la Russia è così interessata a questo? Se la Cina o la Russia decidessero di avere una base militare sul Rio Grande o sul confine canadese, non solo gli Stati Uniti andrebbero fuori di testa, ma ci sarebbe una guerra nel giro di dieci minuti. Quando l’Unione Sovietica ci ha provato a Cuba nel 1962, il mondo è quasi finito in un Armageddon nucleare.

Tutto questo è gravemente amplificato dal fatto che gli Stati Uniti hanno abbandonato unilateralmente il Trattato sui missili anti-balistici nel 2002, ponendo così fine al quadro di relativa stabilità del controllo degli armamenti nucleari. Questo è estremamente importante da capire. Il quadro di controllo degli armamenti nucleari si basa, in gran parte, sul tentativo di scoraggiare un primo attacco [di decapitazione]. Il Trattato ABM era una componente fondamentale di questa stabilità. Nel 2002 gli Stati Uniti hanno abbandonato unilateralmente il Trattato ABM. Questo ha fatto esplodere la Russia. Quindi, tutto ciò che ho descritto sull’allargamento della NATO si è verificato nel contesto della distruzione del quadro nucleare da parte degli Stati Uniti. A partire dal 2010, gli Stati Uniti hanno iniziato a installare i sistemi missilistici anti-balistici Aegis in Polonia e poi in Romania. Questo non piace alla Russia.

Una delle questioni sul tavolo a dicembre e gennaio, dicembre 2021, gennaio 2022, era se gli Stati Uniti rivendicassero il diritto di installare sistemi missilistici in Ucraina. Secondo l’ex analista della CIA Ray McGovern, nel gennaio 2022 Blinken ha detto a Lavrov che gli Stati Uniti si riservano il diritto di piazzare sistemi missilistici in Ucraina.

Questo, cari amici, è il vostro alleato presunto. E ora gli Stati Uniti vogliono piazzare sistemi missilistici intermedi in Germania. Ricordate che gli Stati Uniti sono usciti dal trattato INF nel 2019. In questo momento non c’è un quadro di riferimento per gli armamenti nucleari.(*20) Essenzialmente, nessuno.

Quando Zelensky, pochi giorni dopo l’invasione russa, ha detto che l’Ucraina era pronta alla neutralità, l’accordo di pace era a portata di mano. Ne conosco i dettagli perché ho parlato con i principali negoziatori e mediatori e ho appreso molto dalle dichiarazioni pubbliche di altri. Poco dopo l’inizio dei negoziati, nel marzo 2022, è stato scambiato tra le parti un documento approvato dal Presidente Putin e presentato da Lavrov. Il tutto è stato gestito dai mediatori turchi. Nella primavera del 2022 mi sono recato ad Ankara per ascoltare in prima persona e nei dettagli cosa è successo durante la mediazione. La conclusione è questa: L’Ucraina si è allontanata, unilateralmente, da un accordo quasi raggiunto.

 

VII. La fine della guerra in Ucraina

Perché l’Ucraina ha abbandonato i negoziati? Perché gli Stati Uniti hanno detto loro di farlo e perché il Regno Unito ha aggiunto la ciliegina sulla torta facendo andare BoJo [Boris Johnson] a Kiev all’inizio di aprile per fare lo stesso punto. Keir Starmer si è rivelato ancora peggiore, ancora più guerrafondaio. È inimmaginabile, ma è vero. Boris Johnson ha spiegato, e potete trovarlo sul web, che la posta in gioco è niente meno che l’egemonia occidentale! Non l’Ucraina, ma l’egemonia occidentale. Michael von der Schulenberg e io ci siamo incontrati in Vaticano con un gruppo di esperti nella primavera del 2022 e abbiamo scritto un documento in cui spiegavamo che nulla di buono può derivare dal proseguimento della guerra.(*21) Il nostro gruppo ha sostenuto strenuamente, ma senza successo, che l’Ucraina dovrebbe negoziare immediatamente, perché i ritardi significherebbero morti massicce, rischio di escalation nucleare e forse una vera e propria perdita della guerra.

Non vorrei cambiare una sola parola di quello che abbiamo scritto allora. Non c’era nulla di sbagliato in quel documento. Da quando gli Stati Uniti hanno dissuaso l’Ucraina dai negoziati, forse un milione di ucraini sono morti o sono stati gravemente feriti. E i senatori americani, che sono i più cattivi e cinici che si possano immaginare, affermano che questo è un meraviglioso dispendio di denaro americano perché non muore nessun americano. È una pura guerra per procura. Uno dei nostri senatori vicini allo Stato di New York, Richard Blumenthal del Connecticut, lo ha detto ad alta voce. Mitt Romney lo ha detto ad alta voce. È il miglior denaro che l’America possa spendere. Nessun americano sta morendo. È irreale.

Ora, per arrivare a ieri, il Progetto Ucraina degli Stati Uniti è fallito. L’idea centrale del progetto è sempre stata che la Russia avrebbe piegato la mano. L’idea centrale è sempre stata che la Russia non può resistere, proprio come sosteneva Zbigniew Brzezinski nel 1997. Gli americani pensavano che gli Stati Uniti avessero sicuramente la meglio.

Gli Stati Uniti vinceranno perché stiamo bluffando. I russi non combatteranno davvero. I russi si mobiliteranno davvero. Metteremo in campo l’“opzione nucleare” economica di tagliare la Russia fuori da SWIFT. Questo distruggerà l’economia. Le nostre sanzioni metteranno la Russia in ginocchio. Gli HIMARS li faranno fuori. Gli ATACMS, gli F-16, li metteranno in ginocchio. Onestamente, ho ascoltato questo tipo di discorsi per più di 50 anni. I nostri leader della sicurezza nazionale hanno detto sciocchezze per decenni.

Ho pregato gli ucraini di rimanere neutrali. Non ascoltate gli americani. Ho ripetuto loro il famoso adagio di Henry Kissinger, secondo cui essere nemici degli Stati Uniti è pericoloso, ma essere amici è fatale. Permettetemi di ripeterlo per l’Europa: Essere nemici degli Stati Uniti è pericoloso, ma essere amici è fatale.

 

VIII. L’amministrazione Trump

Concludo con alcune parole sul Presidente Donald Trump. Trump non vuole la mano perdente di Biden. Per questo è probabile che Trump e il Presidente Putin si accordino per porre fine alla guerra. Anche se l’Europa continuerà a fare la guerrafondaia, non avrà importanza. La guerra sta finendo. Perciò, per favore, tiratela fuori dal vostro sistema. Dite ai vostri colleghi. “È finita”. È finita perché Trump non vuole tenersi stretto un perdente. Quella che si salverà grazie ai negoziati in corso è l’Ucraina. La seconda è l’Europa.

Il vostro mercato azionario sta salendo negli ultimi giorni a causa della “terribile notizia” dei negoziati e della potenziale pace. So che la prospettiva di una pace negoziata è stata accolta con orrore in queste stanze, ma questa è la migliore notizia che potreste ricevere. Ho cercato di contattare alcuni leader europei. Ho detto: non andate a Kiev, andate a Mosca. Negoziate con le vostre controparti. Siete l’Unione Europea. Siete 450 milioni di persone e un’economia da 20.000 miliardi di dollari. Comportatevi come tali.

L’Unione Europea dovrebbe essere il principale partner commerciale della Russia. L’Europa e la Russia hanno economie complementari. Le possibilità di scambi commerciali reciprocamente vantaggiosi sono molto forti. A proposito, se qualcuno volesse discutere di come gli Stati Uniti hanno fatto saltare il Nord Stream, sarei felice di parlare anche di questo. L’amministrazione Trump è imperialista nel profondo. Trump crede ovviamente che le grandi potenze dominino il mondo. Gli Stati Uniti saranno spietati e cinici, e sì, anche nei confronti dell’Europa. Non andate a chiedere l’elemosina a Washington. Non servirebbe a nulla. Anzi, probabilmente aumenterebbe la spietatezza. Piuttosto, si deve avere una vera politica estera europea.

Non sto dicendo che siamo in una nuova era di pace, ma siamo in un tipo di politica molto diversa, un ritorno alla politica delle grandi potenze. L’Europa ha bisogno di una propria politica estera, e non solo di una politica estera di russofobia. L’Europa ha bisogno di una politica estera che sia realistica, che comprenda la situazione della Russia, che comprenda la situazione dell’Europa, che comprenda cos’è e cosa rappresenta l’America e che cerchi di evitare che l’Europa venga invasa dagli Stati Uniti. Non è certo impossibile che l’America di Trump sbarchi truppe in Groenlandia. Non sto scherzando, e non credo che Trump stia scherzando. L’Europa ha bisogno di una politica estera, una vera politica estera. L’Europa ha bisogno di qualcosa di diverso dal “Sì, tratteremo con il signor Trump e lo incontreremo a metà strada”. Sapete come sarà? Mi chiami dopo.

Vi prego di avere una politica estera europea. Dovrete convivere con la Russia per molto tempo, quindi vi prego di negoziare con la Russia. Ci sono questioni reali di sicurezza sul tavolo sia per l’Europa che per la Russia, ma la boria e la russofobia non servono affatto alla vostra sicurezza. Non serve affatto alla sicurezza dell’Ucraina. L’avventura americana a cui lei ha aderito e di cui ora è il principale cheerleader ha contribuito a causare circa 1 milione di vittime ucraine.

 

IX. Sul Medio Oriente e la Cina

Per quanto riguarda il Medio Oriente, per inciso, gli Stati Uniti hanno ceduto completamente la politica estera a Netanyahu 30 anni fa. La lobby di Israele domina la politica americana. Non dubitate di questo. Potrei spiegare per ore come funziona. È molto pericolosa. Spero che Trump non distrugga la sua amministrazione e, peggio ancora, il popolo palestinese, a causa di Netanyahu, che considero un criminale di guerra che è stato adeguatamente incriminato dalla Corte penale internazionale.(*22)

L’unico modo per l’Europa di avere la pace ai confini con il Medio Oriente è la soluzione dei due Stati. C’è un solo ostacolo: il veto degli Stati Uniti nel Consiglio di Sicurezza dell’ONU, per volontà della lobby di Israele. Quindi, se volete che l’UE abbia una certa influenza, dite agli Stati Uniti di togliere il veto. In questo modo l’Unione Europea sarebbe insieme a circa 160 altri Paesi del mondo. Gli unici che si oppongono a uno Stato palestinese sono fondamentalmente Stati Uniti, Israele, Micronesia, Nauru, Palau, Papua Nuova Guinea, Argentina e Paraguay.(*23)

Il Medio Oriente è un luogo in cui l’Unione Europea potrebbe avere una grande influenza geopolitica. Eppure, l’Europa ha taciuto sul JCPOA e sull’Iran e circa metà dell’Europa ha taciuto sui crimini di guerra di Israele e sul blocco della soluzione dei due Stati.

Il sogno più grande di Netanyahu è la guerra tra Stati Uniti e Iran. E non si è arreso. Non è impossibile che arrivi anche una guerra tra Stati Uniti e Iran. Ma l’Europa potrebbe fermarla, se l’Europa ha una sua politica estera. Spero che Trump metta fine alla presa di Netanyahu sulla politica americana. Anche in caso contrario, l’UE può collaborare con il resto del mondo per portare la pace in Medio Oriente.

Infine, per quanto riguarda la Cina, vorrei dire che la Cina non è un nemico. La Cina è solo una grande storia di successo. È per questo che gli Stati Uniti la considerano un nemico, perché la Cina ha un’economia più grande di quella degli Stati Uniti (misurata in prezzi internazionali). Gli Stati Uniti resistono alla realtà. L’Europa non dovrebbe farlo. Ripeto, la Cina non è un nemico né una minaccia. È un partner naturale dell’Europa nel commercio e nella salvaguardia dell’ambiente globale.

Questo è tutto. Molte grazie.


Note

(*1) Trascrizione modificata dell’intervento del professor Jeffrey Sachs al Parlamento europeo in occasione dell’evento intitolato “La geopolitica della pace”, ospitato dall’ex segretario generale aggiunto delle Nazioni Unite e attuale eurodeputato della BSW Michael von der Schulenburg, il 19 febbraio 2025. La trascrizione è stata modificata per chiarezza e corredata di note a piè di pagina e collegamenti ipertestuali.

(*2) Che è diventato parte di un progetto condotto dal Prof. Graham Allison della Harvard Kennedy School of Government con il consigliere economico di Gorbaciov Grigory Yavlinsky e pubblicato nel libro Window of Opportunity: The Grand Bargain for Democracy in the Soviet Union, Pantheon Books, 1991.

(*3) Richard Darman, dell’OMB, la mette in questi termini. “Nel definire l’interesse degli Stati Uniti, dobbiamo essere un po’ machiavellici. Qual è l’importo minimo necessario per tranquillizzare un regime con il quale vogliamo lavorare su altre questioni? In altre parole, qual è il minimo indispensabile per far procedere le cose. Non credo che dobbiamo preoccuparci della decomposizione dell’URSS. Se questa è la nostra comprensione interna, allora possiamo andare avanti pubblicamente”. Più avanti, Darman aggiunge: “Voglio sembrare serio senza ingannare noi stessi. Abbiamo già abbastanza ingredienti per un buon pacchetto di pubbliche relazioni”. (enfasi nell’originale)

(*4) Si veda anche il mio articolo “How the Neocons Chose Hegemony Over Peace in the Early 1990s”, disponibile qui: h]ps://www.jeffsachs.org/newspaper-ar^cles/bfsmbpe4plx7cc6lgxhf37lx249r22?rq=how%20the%20neocons

(*5) Si veda Dennis Fritz, Deadly Betrayal: The Truth about why the United States Invaded Iraq, OR Books, 2024. Link qui: h]ps://orbooks.com/catalog/deadly-betrayal/

(*6) https://www.youtube.com/watch?v=ogM0EjYbPRk

(*7) Si trattò di un accordo, anche se verbale, in quanto Gorbaciov sottolineò agli Stati Uniti e alla Germania l’importanza dell’impegno americano-tedesco a non espandere la NATO verso est.

(*8) Molti dei documenti chiave si trovano qui https://nsarchive.gwu.edu/briefing-book/russia-programs/2017-12-12/nato-expansion-what-gorbachev-heard-western-leaders-early e qui https://nsarchive.gwu.edu/briefing-book/russia-programs/2018-03-16/nato-expansion-what-yeltsin-heard.

(*9) Ecco cosa scrive Brzezinski: “L’unica vera opzione geostrategica della Russia – l’opzione che potrebbe dare alla Russia un vero ruolo internazionale e anche massimizzare l’opportunità di trasformarsi e modernizzarsi socialmente – è l’Europa. E non un’Europa qualsiasi, ma l’Europa transatlantica dell’UE e della NATO in fase di allargamento. Questa Europa sta prendendo forma, come abbiamo visto nel capitolo 3, e probabilmente rimarrà strettamente legata all’America. È questa l’Europa a cui la Russia dovrà rapportarsi, se vuole evitare una pericolosa isola^ione geopolitica”. Brzezinski, Zbigniew. La Grande Scacchiera: American Primacy and Its Geostrategic ImperaEves (p. 118). Basic Books. 1997.

(*10) Mi riferisco alla telefonata Trump-Pu^n del 12 febbraio 2025 e alle dichiarazioni che sono seguite in rapida successione.

(*11) Mackinder scrisse nel 1919 il libro DemocraEc Ideals and Reality, basandosi sul suo precedente lavoro The Geographical Pivot of History del 1904.

(*12) Si veda l’intervista rilasciata dall’ex comandante supremo della NATO, il generale Wesley Clark, nel 2011 a Democracy, in cui gli è stato detto da un funzionario del Pentagono: “Stiamo per attaccare e distruggere i governi di 7 Paesi in cinque anni – inizieremo con l’Iraq, e poi ci sposteremo in Siria, Libano, Libia, Somalia, Sudan e Iran”.

(*13) Nel 1996, Netanyahu e i suoi consiglieri americani hanno pubblicato il documento “Clean Break: A New Strategy for Securing the Realm” con l’Ins^tute for Advanced Strategic and Poli^cal Studies. Questa nuova strategia di “rottura netta” invitava Israele a rifiutare il quadro di “terra in cambio di pace”. In pratica, Israele non si sarebbe ritirato dalle terre occupate dai palestinesi nel 1967 in cambio della pace regionale. Al contrario, Israele avrebbe continuato la sua politica di occupazione fino a quando non avesse ottenuto la “pace in cambio della pace”, ridisegnando il Medio Oriente a suo piacimento. Il ridisegno della mappa della regione consisteva nel rovesciare i governi che si opponevano al dominio di Israele. Link qui: https://www.dougfeith.com/docs/Clean_Break.pdf

(*14) Il 10 febbraio 2007, il Presidente russo Vladimir Pu^n ha tenuto un discorso alla 43a Conferenza sulla sicurezza di Monaco. Il discorso è disponibile qui http://en.kremlin.ru/events/president/transcripts/24034

(*15) La nota dell’ambasciatore William Burns Nyet Means Nyet: Russia’s NATO Enlargement Redlines. Il memo è disponibile qui https://wikileaks.org/plusd/cables/08MOSCOW265_a.html

(*16) La politologa Lindsey O’Rourke ha documentato 64 operazioni segrete di cambio di regime da parte degli Stati Uniti tra il 1947 e il 1989 e ha concluso che “le operazioni di cambio di regime, specialmente quelle condotte segretamente, hanno spesso portato a una prolungata instabilità, guerre civili e crisi umanitarie nelle regioni colpite”. O’Rourke, Covert Regime Change: America’s Secret Cold War, 2018. A partire dal 1989, esistono numerose prove del coinvolgimento della CIA in Siria, Libia, Ucraina, Venezuela e molti altri Paesi.

(*17) Link alla trascrizione della telefonata trapelata tra il Vicesegretario di Stato Victoria Nuland e l’Ambasciatore USA in Ucraina, Geoffrey Pyatt https://www.bbc.com/news/world-europe-26079957

(*18) L’accordo di Minsk II è stato approvato dal Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite con la risoluzione 2202, adottata all’unanimità il 17 febbraio 2015. https://press.un.org/en/2015/sc11785.doc.htm

(*19) Link al documento RAND: https://www.rand.org/pubs/research_reports/RR3063.html

(*20) Gli Stati Uniti si sono formalmente ritirati dal Trattato sulle forze nucleari a raggio intermedio (INF) il 2 agosto 2019, dopo un periodo di sospensione di sei mesi iniziato il 2 febbraio 2019.

(*21) L’incontro in Vaticano era la Sessione di Economia Fraterna sul Giubileo 2025: La speranza nei segni dei tempi. Link qui: https://www.pass.va/content/dam/casinapioiv/pass/pdf-

(*22) “Benjamin NETANYAHU, Primo Ministro di Israele, e Yoav GALLANT, Ministro della Difesa di Israele, hanno la responsabilità penale per i seguenti crimini di guerra e crimini contro l’umanità commessi sul territorio dello Stato di Palestina”. Link alla CPI: https://www.icc-cpi.int/news/statement-icc-prosecutor-karim-aa-khan-kc-applications-arrest-warrants-situation-state

(*23) Le Nazioni Unite possono porre fine al conflitto mediorientale accogliendo la Palestina come membro. Link al mio articolo qui: https://www.aljazeera.com/opinions/2025/1/10/the-un-can-end-the-middle-east-conflict-by-welcoming-palestine-as-a-member

* * * *

Sezione Domande e Risposte

 

Domanda del pubblico: L’Europa dovrebbe aumentare le spese militari?

Professor Jeffrey Sachs Risposta: Non sarei contrario a un approccio che preveda che l’Europa spenda dal due al tre per cento del PIL per una struttura di sicurezza europea unificata e che investa in Europa e nella tecnologia europea, senza che gli Stati Uniti impongano l’uso della loro tecnologia. I Paesi Bassi producono le uniche macchine per semiconduttori avanzati che utilizzano la litografia ultravioletta estrema. Questa azienda, ovviamente, è ASML. Eppure l’America determina ogni politica di ASML. Se fossi in voi, non consegnerei tutta la sicurezza e la tecnologia agli Stati Uniti.

Suggerirei di avere un proprio quadro di sicurezza, in modo da avere anche un proprio quadro di politica estera. L’Europa sostiene molte cose che gli Stati Uniti non sostengono. L’Europa sostiene l’azione per il clima. Il nostro Presidente è completamente fuori di testa su questo punto. L’Europa è a favore della decenza, della socialdemocrazia come etica. L’Europa è per il multilateralismo. L’Europa sostiene la Carta delle Nazioni Unite. Gli Stati Uniti non rappresentano nulla di tutto ciò. Il nostro Segretario di Stato Marco Rubio ha recentemente annullato il suo viaggio in Sudafrica perché l’uguaglianza e la sostenibilità erano all’ordine del giorno. Questo è un riflesso vivido, anche se cupo, del libertarismo anglosassone. Egualitarismo non è una parola del lessico americano. E nemmeno la parola sostenibilità.

Forse saprete che dei 193 Stati membri dell’ONU, 191 hanno presentato all’ONU piani per gli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile (SDG) nell’ambito del Forum Politico di Alto Livello (HLPF). Solo tre Paesi non l’hanno fatto: Haiti, Myanmar e Stati Uniti d’America. Al Tesoro di Biden non è stato nemmeno permesso di usare l’espressione Obiettivi di sviluppo sostenibile. Vi parlo di tutto questo perché avete bisogno di una vostra politica estera.

Ogni anno pubblico due rapporti. Uno è il Rapporto mondiale sulla felicità. Nel rapporto 2024, 8 dei primi 10 Paesi sono europei. L’Europa ha la più alta qualità di vita di tutto il mondo. Gli Stati Uniti sono al 23° posto. L’altro rapporto annuale è il Rapporto sullo sviluppo sostenibile. Nel rapporto 2024, 19 dei primi 20 Paesi per sviluppo sostenibile sono europei. Gli Stati Uniti sono al 46° posto. È necessaria una politica estera propria per proteggere la qualità della vita! Ero e resto un grande sostenitore dell’Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa (OSCE) e continuo a credere che l’OSCE sia il quadro adeguato per la sicurezza europea. Potrebbe davvero funzionare.

 

Domanda del pubblico: In che modo l’Europa dovrebbe impegnarsi diplomaticamente con la Russia?

Professor Jeffrey Sachs Risposta: Penso che l’Europa debba negoziare direttamente con la Russia su questioni estremamente importanti. Esorto quindi il Presidente Costa e la leadership europea ad avviare discussioni dirette con il Presidente Putin, perché la sicurezza europea è sul tavolo. Conosco i leader russi, molti di loro, abbastanza bene. Sono buoni negoziatori e voi dovreste negoziare con loro, e dovreste negoziare bene con loro. Porrei alcune domande alle controparti russe. Chiederei loro: quali sono le garanzie di sicurezza che possono funzionare affinché questa guerra finisca definitivamente? Quali sono le garanzie di sicurezza per gli Stati baltici? Parte del processo negoziale consiste nel chiedere all’altra parte le proprie preoccupazioni. Conosco il ministro degli Esteri Lavrov da 30 anni. Lo considero un brillante ministro degli Esteri. Parlate con lui. Negoziate con lui. Raccogliete le sue idee. Mettete le vostre idee sul tavolo. La cosa più importante è smettere di urlare, di fare i guerrafondai e discutere con le controparti russe. E non implorare di essere al tavolo con gli Stati Uniti. Non avete bisogno di stare nella stanza con gli Stati Uniti. Voi siete l’Europa. Dovreste essere nella stanza con l’Europa e la Russia. Non cedete la vostra politica estera a nessuno, né agli Stati Uniti, né all’Ucraina, né a Israele. Mantenete una politica estera europea. Questa è l’idea di base.

 

Domanda del pubblico: Paesi come Polonia, Ungheria e Repubblica Ceca volevano entrare nella NATO. Anche l’Ucraina. Perché non dovrebbe essere permesso loro di farlo?

Professor Jeffrey Sachs Risposta: La NATO non è una scelta di Ungheria, Polonia, Repubblica Ceca o Ucraina. La NATO è un’alleanza militare guidata dagli Stati Uniti. La domanda che l’Europa si poneva nel 1991 e oggi è come garantire la pace. Se fossi stato io a prendere le decisioni nel 1991, avrei chiuso del tutto la NATO con lo scioglimento del Patto di Varsavia e certamente con la fine dell’Unione Sovietica. Quando i Paesi chiedevano di aderire alla NATO, avrei spiegato loro ciò che il nostro segretario alla Difesa William Perry, l’importante statista George Kennan e l’ultimo ambasciatore degli Stati Uniti presso l’Unione Sovietica, Jack Matlock, dissero tutti negli anni ’90. Tutti dissero, in effetti, “Non è possibile garantire la pace”. Tutti dissero, in effetti: “Comprendiamo i vostri sentimenti, ma l’allargamento della NATO non è una buona idea perché potrebbe facilmente provocare una nuova guerra fredda con la Russia”. C’è un nuovo libro molto bello di Jonathan Haslam, pubblicato dalla Harvard University Press, intitolato Hubris. Offre una dettagliata documentazione storica dell’allargamento della NATO. Spiega come gli Stati Uniti siano stati troppo arroganti per discutere, negoziare e rispettare le linee guida della Russia, anche dopo aver promesso che la NATO non si sarebbe allargata.

Domanda del pubblico: Quali sono le conseguenze a lungo termine di questa guerra persa?

Professor Jeffrey Sachs Risposta: Siamo nel più grande progresso tecnologico della storia umana. È davvero incredibile quello che si può fare adesso. Mi meraviglia il fatto che una persona che conosce poco la chimica abbia vinto il Premio Nobel per la pace per la chimica, perché è un genio dell’intelligenza artificiale e delle reti neurali profonde, Demis Hassabis. Lui e il suo team di DeepMind hanno scoperto come usare l’intelligenza artificiale per risolvere il problema del ripiegamento delle proteine, un problema che ha impegnato generazioni di biochimici. Quindi, se mettiamo a disposizione le nostre menti, le nostre risorse e le nostre energie, possiamo trasformare il sistema energetico mondiale per garantire la sicurezza del clima. Possiamo proteggere la biodiversità. Possiamo garantire a ogni bambino un’istruzione di qualità. Possiamo fare tante cose meravigliose in questo momento. Di cosa abbiamo bisogno per avere successo? A mio avviso, la cosa più importante è la pace. Il mio punto di partenza è che non ci sono ragioni profonde per i conflitti, perché ogni conflitto che studio è solo un errore. Non stiamo lottando per il Lebensraum. Quest’idea, nata essenzialmente da Malthus e poi diventata un’idea nazista, è sempre stata sbagliata, un errore intellettuale fondamentale. Abbiamo avuto guerre razziali, guerre nazionali di sopravvivenza, per la paura di non avere abbastanza per tutti su questo pianeta, per cui siamo in lotta per la sopravvivenza. Come economista, posso dirvi che sul pianeta c’è abbondanza per lo sviluppo sostenibile di tutti. Abbondanza. Non siamo in conflitto con la Cina. Non siamo in conflitto con la Russia. Se ci calmiamo, se ci interroghiamo sul lungo termine, il lungo termine è molto buono, cioè se non ci facciamo saltare in aria prima. Quindi, questo è il mio punto di vista. Le prospettive sono molto positive se costruiamo la pace.

 

Domanda del pubblico: Pensa che la via d’uscita da questo conflitto sia la finlandizzazione dell’Ucraina?

Professor Jeffrey Sachs Risposta: Ottima domanda. Mi permetta di segnalare un aspetto della finlandizzazione. La finlandizzazione ha portato la Finlandia al primo posto nella classifica del World Happiness Report, anno dopo anno. La Finlandia è ricca, di successo, felice e sicura. È della Finlandia pre-NATO che sto parlando. Quindi la “finlandizzazione” è stata una cosa meravigliosa per la Finlandia. Quando Svezia, Finlandia e Austria erano neutrali, bravi. Intelligente. Quando l’Ucraina era neutrale, intelligente. Se hai due superpotenze, tienile un po’ separate. Se gli Stati Uniti avessero avuto un minimo di buon senso, avrebbero lasciato questi Paesi come spazio neutrale tra l’esercito americano e la Russia, ma gli Stati Uniti hanno troppo poco buon senso.

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