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sabato 11 maggio 2024

L'avviso (finale) del Fondo Monetario Internazionale all'Impero Americano - Giuseppe Masala

 

Abbiamo sempre sottolineato che questa enorme crisi geopolitica in corso abbia una origine di tipo economico e monetario. Del resto solo le persone ingenue possono credere che agenti razionali come sono gli USA (o per meglio dire le sue élites) possano rischiare la distruzione di buona parte del mondo a causa di una guerra termonucleare per delle mere rivendicazioni territoriali peraltro relative a paesi neanche particolarmente ricchi e importanti come l'Ucraina. Si può rischiare il mondo per quale stato – tra Ucraina e Russia – avrà la sovranità su Mariupol o Krivoy Rog? Senza offesa per queste ridenti e senza dubbio graziose cittadine ipotizzare che si possa rischiare di uccidere miliardi di persone per quale stato debba controllarle è letteralmente impensabile.

Molto più congrua e razionale invece è l'ipotesi che il vero “Nodo di Gordio” che sta portando il mondo sull'orlo del baratro sia di natura economica e monetaria.

Gli Stati Uniti dalla fine della Seconda Guerra Mondiale hanno assunto il ruolo prima di finanziatore di ultima istanza per consentire la ricostruzione delle aree del mondo distrutte dal conflitto e poi, successivamente, hanno assunto il ruolo di “compratore di ultima istanza” (uso un'espressione molto felice coniata dall'economista Marcello De Cecco), ovvero sia, si sono incaricati il ruolo di assorbire le merci in eccesso prodotte nel resto del mondo inondando contemporaneamente il mondo di dollari. Divisa americana peraltro ben accetta da tutti i paesi del mondo essendo l'unica ad essere convertibile in oro (come da accordi di Bretton Woods) e conseguentemente utilizzata come moneta di scambio di tutti i commerci internazionali; anche quelli dove gli USA non c'entravano nulla, per intenderci.

E' chiaro che un simile meccanismo poteva consentire un equilibrio economico-monetario tra diverse aree del mondo e diverse nazioni fino a quando gli USA avessero mantenuto il loro vantaggio tecnologico che consentiva loro di rimanere competitivi sfornando nuovi prodotti e servizi e così riequilibrare i conti con l'estero a partire dalla bilancia commerciale. Le prime avvisaglie della rottura del meccanismo descritto le abbiamo avute negli anni 80 del secolo scorso con l'esplosione dell'export giapponese ottenuto grazie all'innovazione tecnologica legata soprattutto alla robotica e al settore meccanico in generale. Lo squilibrio come sappiamo, è stato relativamente sanato grazie ai cosiddetti Accordi del Plaza del Settembre del 1985 con i quali si decise la rivalutazione dello Yen giapponese rispetto alle altre divise (ed in particolare del Dollaro USA) consentendo così di decelerare la competitività del sistema produttivo nipponico rispetto a quella dei sistemi produttivi del resto del mondo.

Nel corso degli anni, dopo questi accordi, comunque emersero altri competitors che riuscirono ad erodere la competitività americana e che dunque di fatto minarono il sistema degli scambi internazionali “dollarocentrico”. Ci riferiamo da un lato alla Germania e ai paesi nordeuropei che grazie all'unione monetaria europea e al costo energetico bassissimo grazie all'import di gas dalla Russia riuscirono a guadagnare enormi mercati di sbocco (le prime vittime furono i paesi del sud Europa della UE) ed enorme competitività a livello globale e, dall'altro lato, alla Cina assisa al ruolo di fabbrica del mondo e al Giappone, alla Corea del Sud e a Taiwan sempre drive importantissimi per quanto riguarda l'innovazione tecnologica.

Come si può vedere, siamo di fronte ad una schiera di competitors degli USA temibile e che, infatti, è riuscita ad erodere completamente la competitività del Made in USA e a devastare – nel corso dei decenni – i suoi conti con l'estero fino a farle raggiungere la spropositata cifra di quasi ventimila miliardi di posizione finanziaria netta negativa dei nostri giorni. Una cifra che obbliga gli USA da anni a rifornirsi per una cifra equivalente dai mercati finanziari esteri per ristabilire l'equilibrio fondamentale tra risparmi e investimenti (R = Y).

Naturalmente fino a quando si trovano investitori disposti a finanziare questo squilibrio le cose apparentemente vanno bene; il problema emerge in tutta la sua virulenza quando il paese affetto da questo male si vede i cosiddetti “investitori internazionali” voltargli le spalle. Cosa questa che è esattamente ciò che sta avvenendo, almeno in parte, agli USA: la Russia non investe più negli USA (anche per ragioni legate al regime sanzionatorio susseguito alla guerra in Ucraina), la Cina ha fermato platealmente gli afflussi di nuovi capitali verso gli USA, così come allo stesso modo stanno mordendo il freno gli Emirati Arabi e l'Arabia Saudita entrati clamorosamente nell'orbita dei BRICS.

Una situazione drammatica che gli USA hanno fino ad ora tamponato grazie all'emissione di nuovi dollari stampati dalla FED e utilizzati per acquistare soprattutto titoli di stato USA di nuova emissione e ormai snobbati da molti investitori internazionali.

Una verità questa non più nascondibile, tanto è vero che, proprio ieri il Fondo Monetario Internazionale non ha più potuto esimersi dal sottolineare che il Deficit USA pone seri rischi all'economia mondiale perché aumenta l'inflazione a livello globale. Proprio questo rimando all'inflazione lascia intendere che il problema è la stampa di nuovi dollari per l'acquisto di titoli di stato da parte della FED (o del sistema bancario USA) il nodo del problema non più eludibile. Il FMI a mio avviso per ragioni politiche indora la pillola amara somministrata agli USA sottolineando che anche la Cina dovrebbe frenare la propria spesa pubblica, dimenticandosi però di dire che Pechino non ha bisogno di nuovi Yuan emessi dalla banca centrale per finanziarlo, avendo una posizione finanziaria netta positiva per migliaia di miliardi di dollari, e conseguentemente risparmio libero da investire a livello domestico.

Ciò che comunque lascia particolarmente sbalorditi dei rilievi mossi dal Fondo Monetario a Washington è il tono utilizzato: quello tipico usato nei confronti dei paesi ad un passo dalla bancarotta e che fino ad ora era a triste appannaggio di paesi come la Grecia oppure anche l'Italia.

Ovviamente, siccome è impensabile che gli USA smantellino le centinaia di basi militari sparse per il mondo o che ridimensionino quell'idrovora mangiasoldi che è il Pentagono con la finalità di ridurre la domanda aggregata attraverso l'abbattimento della spesa pubblica che in prospettiva comporta anche minori importazioni e dunque un miglioramento dei conti con l'estero, non possiamo fare altro che ipotizzare un aumento della conflittualità in giro per il mondo, soprattutto nelle aree dove confinano gli avversari strategici (Russia e Cina soprattutto), così da far bruciare – nelle intenzioni – l'enorme debito in un immenso falò bellico.

Chi spera in un ritorno della pace grazie a trattative su questioni territoriali, siano esse in Ucraina o nel Mar Cinese Meridionale, farebbe bene a riflettere sulle problematiche economiche, che sottolineo, non sono legate “ai soldi” dei ricchi capitalisti, ma al benessere di interi popoli e dunque alla stabilità sociale di intere nazioni. Sono facile profeta: gli USA prima di essere ridotta ad una enorme Argentina venderanno cara la pelle.

da qui

giovedì 3 marzo 2022

La precarietà aumenta le disuguaglianze e danneggia la produttività: parola del Fondo Monetario Internazionale - coniarerivolta

  

Un recentissimo lavoro del Fondo Monetario Internazionale (FMI) fornisce un quadro drammatico sulle disuguaglianze in Italia. Come d’altronde è ben noto, gli ultimi quarant’anni hanno visto un esplodere di tale fenomeno, con un aumento sensibile delle disparità in termini di guadagni che ha portato alla creazione di una vera e propria voragine tra i pochi privilegiati e la grande maggioranza della popolazione.

Non si tratta di una novità, ma di un fenomeno che abbiamo già affrontato in più occasioni, la manifestazione più evidente di come funziona una moderna economia di mercato alimentata dalla continua ricerca del profitto. Fa notizia, però, che ad occuparsene in maniera esplicita sia il FMI, una istituzione internazionale che ha dedicato una larga parte dei suoi sforzi ad alimentare le stesse disuguaglianze su cui oggi si strappa le vesti. Fa ancora più notizia – o meglio, dovrebbe fare notizia, se la cattiva coscienza di classe politica e mezzi di informazione non inducesse a guardare altrove – la causa che il FMI individua alla base dell’esplosione delle disparità di reddito.

Per trovare il colpevole, infatti, non serve cercare molto lontano: le riforme che hanno trasformato, in poco più di venti anni, il mercato del lavoro italiano da uno dei più rigidi in Europa a uno dei più flessibili (parole del FMI) sono le dirette responsabili. Pochi numeri, impietosi, spiegano meglio di tante parole di cosa stiamo parlando. La figura 1 (dati Eurostat) mostra come la percentuale di lavoratori con un contratto a tempo determinato, cioè precario, sia più che raddoppiata tra il 1995 (7%) e il 2021 (17%).

 



 

Figura 1: percentuale di lavoratori con un contratto a tempo determinato sul totale dei lavoratori. Fonte: Eurostat

La figura 2 aggiunge un altro tassello: se nel 1992 solo il 2% dei lavoratori si trovava involontariamente in un regime di part-time – cioè era part-time non per scelta, ma per mancanza di alternative migliori – nel 2020 questa percentuale arrivava al 12%.

 



 

Figura 2: percentuale di lavoratori con contratto part-time sul totale dei lavoratori. Fonte: OCSE

Quali sono stati gli effetti di questo proliferare senza controllo di precarietà lavorativa ed esistenziale? Lo studio del FMI mette in fila le risposte:

  • sono aumentate vertiginosamente le disparità e le disuguaglianze nella distribuzione del reddito;
  • chi è entrato nel mercato del dopo il 2000 ha enorme volatilità da un anno all’altro ed incertezza nei propri redditi, rendendo impossibile ogni progetto di vita;
  • chi entra nel mercato del lavoro attraverso un contratto a tempo determinato non ha particolari prospettive di trovare un lavoro stabile.

Al danno si aggiunge la beffa. Le riforme strutturali del mercato del lavoro sono state imposte con la scusa ed il pretesto di modernizzare il Paese e renderlo finalmente competitivo sui mercati internazionali. L’effetto ottenuto, però, è stato esattamente l’opposto: la produttività del lavoro in Italia è stata frenata proprio da quelle riforme che, secondo i cantori dell’economia di mercato, avrebbero dovuto portarci in un mondo nuovo e pieno di opportunità. Come la letteratura economica eterodossa ripete da anni, se al padrone è concessa la possibilità di risparmiare sul costo del lavoro con contratti miserabili e vessatori, costui si guarderà bene dall’investire in tecnologie avanzate o nel miglioramento della qualità dei prodotti e continuerà ad utilizzare massicciamente lavoro a basso costo e a basse tutele. Il datore risparmierà anche sulla formazione della propria forza lavoro, preferendo un lavoratore precario da licenziare alla prima necessità a un lavoratore con esperienza e tutele.

Naturalmente gli effetti nefasti della precarizzazione del mercato del lavoro ricadono inevitabilmente sul livello medio dei salari anche dei residui lavoratori con contratto stabile dal momento che la presenza di potenziali alternative a buon mercato esercita una pressione al ribasso sul livello generale dei salari. A questa dinamica si aggiunge come effetto e causa insieme il generale indebolimento dei sindacati che va di pari passo con l’accresciuta ricattabilità dei lavoratori. Una ricattabilità resa poi ancor più drammatica nel contesto di libera circolazione dei capitali dalla minaccia permanente di delocalizzazione all’estero da parte delle imprese. Un circolo vizioso che ha determinato l’enorme processo di redistribuzione regressiva del reddito e della ricchezza che prosegue da più di trent’anni.

Se si gratta appena la patina di propaganda e presunta ineluttabilità che copre gli interventi che hanno riguardato il mercato del lavoro italiano negli ultimi decenni, emerge in maniera indiscutibile una sola possibile interpretazione: il virus della precarietà serve unicamente a creare un esercito industriale di sfruttati, che il padrone usa alla bisogna e getta via quando non serve più, pagati poco, male e in maniera intermittente. Uno strumento che serve ad aumentare il potere contrattuale del padronato, non solamente nei confronti del precario ma anche del lavoratore con contratto ‘regolare’, che sa che se perde il lavoro dovrà poi entrare a sua volta nel girone infernale dei contratti a termine, part-time e così via, un’arma disciplinante per alimentare il profitto sulla pelle di chi lavora.

da qui