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domenica 27 settembre 2026

Meta ha bloccato la promozione di un adattamento teatrale di Una stanza tutta per sé di Virginia Woolf in quanto contenente “temi femministi”

  

Per pubblicizzare l’adattamento teatrale di Una stanza tutta per sé di Virginia Woolf, il Teatre Raval di Barcellona (un piccolo teatro con 193 posti a sedere, riaperto di recente), ha ovviamente pensato di promuovere l’annuncio dello spettacolo su Facebook e Instagram. Con grande sorpresa, però, ha subito ricevuto un messaggio di Meta: “il tuo annuncio è stato rifiutato”. Questa la motivazione: «qualsiasi menzione di diritti civili, femminismo o riforma sociale viene solitamente classificata dal nostro sistema automatico come “temi sociali” e quindi filtrata». Per risolvere la situazione, Meta ha consigliato al teatro di eliminare dall’annuncio le “parole chiave”, in modo che il testo non sembrasse «incoraggiare l’attivismo». Senza dirlo chiaramente, insomma, Meta suggeriva di rimuovere la parola “femminista”, usata per descrivere lo spettacolo.

Giustamente sconcertati, i lavoratori del teatro hanno pubblicato sui loro social un comunicato, con tanto di screenshot della surreale conversazione avuta con Meta, in cui si legge: «Ci sentiamo in dovere di denunciare l’ingiustizia e la violazione dei nostri diritti nel non poterci essere permesso di promuovere un’opera femminista, in particolare un’opera di Virginia Woolf, nata nel 1882. Cosa possiamo fare? Come teatro dobbiamo pubblicizzare le nostre attività … e dobbiamo servirci dei social media affinché le persone siano informate sulle attività culturali». Il caso è stato ripreso e raccontato anche dal Guardian.

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mercoledì 23 settembre 2026

Repressione economica, il nuovo strumento dei despoti per zittire il dissenso - Alessandro Canella*

 

Da Francesca Albanese ad Autistici/Inventati, dai registi di “Naza” alle multe agli attivisti. Il nuovo strumento per zittire il dissenso è la repressione economica.

Laddove la vecchia repressione poliziesca si dimostra di scarsa efficacia, i despoti del mondo si sono inventati un nuovo strumento per zittire il dissenso: colpire nelle tasche le voci critiche.

L’avanguardia di questa nuova forma di autoritarismo è incarnata dagli Stati Uniti di Donald Trump, ma l’esempio viene emulato anche in altri Paesi, tra cui Israele e Italia. Si moltiplicano infatti i casi di persone o organizzazioni a cui sono stati chiusi i rubinetti economici e le fonti di sostentamento, non potendo evidentemente dare loro la caccia con gli strumenti giudiziari.

Da Francesca Albanese al collettivo Autistici/Inventati, dai giudici della Corte Penale Internazionale ai registi di “Naza”, fino ai semplici attivisti che si sono visti comminare multe da decine di migliaia di euro, ciò che accomuna i diversi casi di repressione economica sono elementi come la discrezionalità molto politica, l’impossibilità spesso di appellarsi ai provvedimenti per via giudiziaria, l’applicazione di sanzioni spesso fuori dal diritto ma facendo leva sui rapporti di forza o l’applicazione pretestuosa di pene sproporzionate rispetto alle condotte da punire, come il mancato rispetto di termini temporali di preavviso per svolgere una protesta.

La repressione economica contro Francesca Albanese, esponente dell’Onu

Uno dei casi più eclatanti della repressione economica riguarda l’inserimento di Francesca Abanese nella lista nera delle sanzioni statunitensi. Relatrice speciale dell’Onu per i territori palestinesi occupati, la giurista italiana è finita nel mirino dell’Amministrazione di Washington guidata da Donald Trump, che nel luglio 2025 ha decretato contro di lei dure misure punitive d’intesa con l’Office of Foreign Assets Control.
All’origine della decisione figurano i suoi intransigenti report sul genocidio a Gaza e i pressanti appelli rivolti alla Corte Penale Internazionale affinché perseguisse le responsabilità di funzionari statunitensi e israeliani.

Le ritorsioni di Washington hanno travolto la quotidianità della diplomatica, traducendosi in una vera e propria paralisi finanziaria. Poiché il sistema bancario globale gravita attorno al dollaro e teme le ritorsioni secondarie degli Stati Uniti, persino gli istituti di credito europei si sono visti costretti a rifiutare l’apertura di conti correnti a suo nome.
Senza possibilità di ricevere lo stipendio, disporre di una carta di credito o svolgere le più semplici operazioni di pagamento, la giurista ha vissuto una condizione d’isolamento economico senza precedenti per un rappresentante delle Nazioni Unite.

Lo stallo si è incrinato solo nel maggio 2026, quando la controversia è approdata nelle aule giudiziarie americane. Un tribunale federale statunitense ha accolto il ricorso dei legali della giurista, sospendendo in via cautelare l’efficacia del provvedimento.
Nella sentenza, il magistrato ha sottolineato come le sanzioni economiche siano state impropriamente impiegate come forma di ritorsione e censura politica, violando le tutele sulla libertà di manifestazione del pensiero garantite dal Primo Emendamento della Costituzione americana. In risposta al pronunciamento del giudice, il Dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti ha dovuto disporre la cancellazione temporanea della diplomatica dalla lista degli individui sanzionati.

Il caso dei giudici della Corte Penale Internazionale

Un’offensiva analoga a quella subita da Francesca Albanese ha travolto direttamente i vertici della Corte Penale Internazionale dell’Aja. Il punto di svolta è arrivato nel febbraio 2025, quando la Casa Bianca guidata da Donald Trump ha firmato un decreto esecutivo per colpire magistrati e funzionari del tribunale internazionale.
La reazione di Washington si è scatenata a seguito delle indagini del tribunale sui crimini di guerra a Gaza e dell’emissione dei mandati di arresto contro alti esponenti israeliani, con gli Stati Uniti che hanno accusato l’istituzione di minacciare la sovranità americana e quella dei suoi alleati non aderenti allo Statuto di Roma.

La ritorsione economica si è progressivamente allargata fino a toccare quasi metà del collegio giudicante dell’Aja, inclusa la presidente del tribunale Tomoko Akane, vari giudici e il procuratore capo Karim Khan.
Le conseguenze per i magistrati finiti nelle liste nere dell’Office of Foreign Assets Control sono state devastanti: i loro beni negli Stati Uniti sono stati bloccati e le istituzioni finanziarie internazionali si sono trovate impossibilitate a erogare stipendi o mantenere operativi i conti correnti per paura delle pesanti sanzioni secondarie americane. Si è configurato un vero e proprio strangolamento economico volto a paralizzare l’attività della Corte.

Anche in questo scenario l’offensiva ha scatenato una dura battaglia legale. Organizzazioni per i diritti umani e magistrati sanzionati hanno impugnato il decreto dinanzi alle corti federali statunitensi, contestando l’uso delle misure di emergenza economica contro dei giudici nel pieno esercizio delle loro funzioni giurisdizionali.
Mentre i tribunali americani sono stati chiamati a valutare la legittimità costituzionale dei blocchi finanziari, l’Assemblea degli Stati Parte e le Nazioni Unite hanno condannato l’uso delle ritorsioni bancarie, definendolo un attacco senza precedenti alla stessa indipendenza della giustizia internazionale.

Repressione economica e digitale: la vicenda di Autistici/Inventati

La vicenda che ha colpito Autistici/Inventati rappresenta un emblematico caso di repressione economica ed extra-giudiziale applicata al mondo del digitale e della libertà di espressione. Storico collettivo italiano nato nel 2001 per offrire servizi informatici orientati alla privacy e alla tutela dei diritti digitali – come email criptate, hosting e mailing list per movimenti e attivisti –, il progetto è finito al centro di un micidiale cortocircuito finanziario causato dall’imposizione di sanzioni unilaterali da parte delle autorità statunitensi attraverso l’Office of Foreign Assets Control (OFAC).

Pur non essendo formalmente accusato di alcun reato dall’autorità giudiziaria italiana o europea, il collettivo è stato inserito nella lista nera americana con l’accusa indiretta di fornire infrastrutture di rete a realtà invise a Washington.
Le conseguenze economiche e operative di questo provvedimento sono state immediate e devastanti. A causa dello strapotere del sistema finanziario globale e del dollaro, il rischio di “sanzioni secondarie” ha spinto i fornitori di servizi di rete, i registrar di domini e le stesse istituzioni bancarie europee – inclusa Banca Etica – a congelare le operatività del collettivo, interrompendo la gestione dei conti correnti destinati alle donazioni dal basso e rendendo inaccessibili i domini web principali.

Senza possibilità di raccogliere fondi per sostenere i costi dei server e sotto la minaccia di pesante isolamento bancario per chiunque fornisse loro supporto economico o tecnico, ma anche per non esporre a ritorsioni anche i propri utenti, il collettivo si è visto costretto a sospendere i propri storici servizi.
Questa forma di soffocamento finanziario ha evidenziato come l’uso politico delle sanzioni economiche possa travalicare le giurisdizioni nazionali, trasformando l’ostruzionismo bancario in un efficace strumento di censura indiretta in grado di spegnere spazi di dissenso e di libera informazione.

L’emulazione israeliana: le sanzioni ai registi di “Naza”

La campagna di ritorsione nei confronti dei registi del film documentario “Naza”, diretto da Yuval Abraham e Rachel Szor, segna un ulteriore tassello nell’uso delle sanzioni amministrative e delle pressioni istituzionali per reprimere il dissenso diplomatico e la libertà di informazione. L’opera, premiata con il premio speciale della giuria alla Mostra del Cinema di Venezia, indaga sui sistemi d’intelligenza artificiale usati dall’esercito israeliano per la selezione dei bersagli a Gaza, provocando una violentissima reazione politica sia in Israele sia sul piano dei finanziamenti pubblici.

Subito dopo la proiezione della pellicola al Lido, l’esecutivo israeliano ha attivato una serie di misure repressive per colpire le attività professionali ed economiche dei due registi.
Oltre alle aperte minacce di revoca della cittadinanza per alto tradimento espresse da esponenti di primo piano del governo, le autorità istituzionali hanno avviato procedimenti per revocare qualsiasi forma di sussidio, fondo pubblico o finanziamento statale destinato alle loro future produzioni o a enti correlati. Questa mossa è stata accompagnata dall’apertura di un’indagine giudiziaria per fuga di notizie riservate che rischia di bloccare la distribuzione commerciale del film e congelare i proventi dell’opera.

Sul fronte privato ed economico si è innescata una dinamica di vera e propria paralisi operativa. Le pressioni istituzionali e l’incriminazione potenziale per violazione della sicurezza nazionale hanno spinto diversi soggetti distributivi intermediari e piattaforme di pagamento a sospendere i trasferimenti di fondi e a congelare l’accesso ai budget operativi legati alle attività promozionali dei registi. L’offensiva combinata tra minacce penali, revoca dei contributi pubblici e l’ostruzionismo bancario ha così riproposto il modello di “strangolamento finanziario” già applicato ad altre figure critiche nei confronti delle politiche militari israeliane.

Anche l’Italia ha imparato: le multe salatissime agli attivisti

La stretta sul dissenso, in particolare attraverso la repressione economica, ha fatto scuola anche in Italia, dove le voci critiche vengono sempre più spesso colpite nelle tasche. Gli esempi si sprecano, ma un caso emblematico è la sanzione da 30mila euro notificata dalla Questura di Bologna a tre attivisti dei Municipi Sociali. La contestazione riguarda una protesta “senza preavviso” organizzata lo scorso 5 marzo contro la presidente della Bce Christine Lagarde, in visita alla Johns Hopkins University.
L’episodio riporta al centro del dibattito il Pacchetto Sicurezza del governo Meloni, accusato dai movimenti di utilizzare lo strumento economico come forma di repressione indiretta per disincentivare le mobilitazioni di piazza.

Al cuore della polemica c’è la riforma dell’articolo 18 del TULPS, che ha trasformato il mancato preavviso da reato a illecito amministrativo. Una depenalizzazione che però rappresenta un’arma a doppio taglio: se da un lato cancella il processo penale, dall’altro applica sanzioni pecuniarie immediate, salatissime e difficili da impugnare senza sostenere ingenti spese legali davanti al Giudice di Pace.
L’uso della corsia amministrativa, in particolare, priva i cittadini delle garanzie processuali tradizionali, affidando l’ordine pubblico a un meccanismo punitivo rapido e discrezionale.

Il caso di Bologna non rappresenta un fatto isolato, ma si inserisce in una tendenza già vista in altre città italiane. Sempre nel capoluogo emiliano, i cittadini del Comitato Mu Basta hanno subito contravvenzioni salatissime per “bivacco” durante il presidio a tutela del parco del Pilastro. Analogamente, a Brescia, il sindacalista Usb Dario Filippini è stato sanzionato per una mobilitazione spontanea organizzata senza rispettare i tre giorni di preavviso normativi. L’applicazione sistematica di queste elevate sanzioni pecuniarie rischia così di soffocare la libertà di protesta, trasformando l’esercizio della critica politica in un costo insostenibile per i singoli cittadini.

*da Radio Città Fujiko

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lunedì 21 settembre 2026

Il turismo non vuole problemi - Antonio Cipriani

Non vi sto a raccontare la mediocrità di uno come Ed Sheeran, l’avete letta in tutte le salse. Voglio soltanto sottolineare che quelli che un tempo chiamavamo poteri forti, o lobby di potere, mentre i benpensanti si sbigottivano e avevano sempre buone ragioni per criticare l’estremismo, adesso non si vergognano più. Non agiscono, come sempre hanno fatto, nell’ombra, muovendo le fila, corrompendo e raccontando una realtà falsificata; adesso se ne vantano. Il proprietario degli stadi dei concerti di Ed Sheeran, per esempio, ha vietato l’esibizione del rapper Macklemore perché le sue canzoni ricordano il dramma palestinese, e perché canta un brano sull’uccisione criminale di Hind Rajab da parte dei militari di Idf.

Censura? È qualcosa di più. Adesso le lobby di potere desiderano che si sappia che comandano loro. Vogliono sia chiaro che i governi non sono altro che declinazioni e che detengono loro le chiavi economiche, culturali, mediatiche e politiche.

Da noi in Italia va anche peggio. La destra festeggia la possibilità di carezzare il suo elettorato reazionario con leggi repressive, con divieti di manifestazione e altre amenità poco costituzionali; i giornali di destra festeggiando hanno preso a cuore gli ordini dei padroni, qualunque essi siano, con atteggiamenti e discorsi da voltagabbana acrobatici. E poi c’è la parte democratica. E qui sono dolori, perché sulla comunicazione e sull’intrattenimento mediatico l’autocensura vige sovrana: non conviene dire qualcosa che irrita il manovratore. Basta guardarsi intorno. In un mondo che cavalca la guerra come fosse un rodeo, con americani e israeliani che imperversano negli affari, nello spionaggio, nelle questioni politiche e nel turismo, i silenzi della cultura (o quel che è) sono imbarazzanti.
Per esempio ho notato che in tutta l’estate, tra tanti festival che si sono succeduti nei paesi della mia zona, finanziati anche con soldi pubblici, cioè con i soldi nostri, la parola Gaza mi sembra non sia mai apparsa. E neanche Palestina o guerra. Strano davvero. Gli interessi dei criminali stanno portandoci al disastro planetario, ma nei festival letterari si parla d’altro. Una buona parte riproduce nelle piazze, anche a spese nostre, gli stessi stucchevoli salottini della tv. Un’altra parte dice e non dice, ma non tocca gli argomenti essenziali per capire che cosa stiamo vivendo e che cosa accadrà in futuro. Perché?
Il barbiere, col suo rasoio filosofico, ha sempre la risposta a portata di lama: il turismo non vuole pensieri. Quindi nelle zone di turismo non si può nominare Gaza, non si deve far vedere la bandiera palestinese e neanche parlare di chi cura, di chi salva le vite come Emergency e di chi porta soccorsi come Global Sumud Flotilla. I turisti americani, israeliani, o di altre provenienze, potrebbero offendersi e pensare che nei nostri territori oltre ai Cipressini e al Gladiatore con i suoi campi elisi c’è di più. Magari c’è vita oltre la plastificazione del marketing.
Amen, conclude il barbiere.

Ma noi, che sempre andiamo controcorrente, di Gaza, di Palestina, di libertà, di Resistenza, di Global Sumud Flotilla e di diritti civili e sociali e di poesia abbiamo continuato a parlare anche in estate e sulla pubblica strada. E continueremo, con la stessa tenacia con la quale difendiamo il bene comune, il diritto di tutti ad avere voce nei luoghi dell’abitare civile, e ad avere servizi pubblici efficienti e luoghi veri dove vivere bene e con coscienza.

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domenica 20 settembre 2026

Attacco intimidatorio contro Sensibili alle Foglie per il libro su sionismo e nazismo


(da Osservatorio Repressione)

La richiesta di rimuovere il libro di Francesco Lazzeri mostra il terreno su cui agisce il DDL Romeo: confondere antisionismo e antisemitismo per restringere la critica a Israele e la solidarietà con la Palestina.

Non c’è un decreto di sequestro, non c’è una sentenza che abbia dichiarato illegale il libro e non risulta un provvedimento giudiziario che ne abbia vietato la diffusione. Eppure Sensibili alle Foglie denuncia di aver ricevuto, attraverso il provider che ospita la propria libreria online, una richiesta di rimozione della pagina dedicata a Sionismo e nazismo facce della stessa medaglia di Francesco Lazzeri, pubblicato dalla casa editrice nel 2025. La richiesta, secondo quanto comunicato dall’editore e riportato pubblicamente, proviene dall’Associazione Italiana Avvocati e Giuristi Ebrei e CoDe RTD Srl e segnala il contenuto come incitamento o approvazione della violenza, incitamento all’odio e discriminazione su basi etniche o religiose, con particolare riferimento a narrazioni antisemite, negazione o grave banalizzazione della Shoah e disinformazione capace di contribuire alla diffusione dell’odio o alla giustificazione della violenza.

Accuse pesantissime. Proprio per questo dovrebbero essere sottoposte a un confronto pubblico altrettanto rigoroso, distinguendo ciò che appartiene alla critica storica e politica da ciò che costituisce effettivamente odio antiebraico o negazionismo. Il problema posto dal caso Sensibili alle Foglie non consiste infatti nel pretendere che qualsiasi cosa venga scritta sul sionismo sia per definizione legittima, storicamente corretta o sottratta alla critica. È l’esatto contrario: un libro può essere contestato, demolito attraverso le fonti, accusato di forzature interpretative e sottoposto alla più dura discussione storiografica. Ma chiedere all’intermediario tecnologico che ospita la libreria dell’editore di rimuoverne la pagina introduce un’altra questione, quella della possibilità di rendere materialmente invisibile un’opera senza che un giudice ne abbia stabilito l’illiceità.

Sensibili alle Foglie respinge integralmente le accuse e rivendica trentasei anni di attività editoriale contro la discriminazione etnica e religiosa. Sostiene inoltre che il libro di Lazzeri non neghi affatto la Shoah, ma ricostruisca attraverso documenti, fonti e un’ampia bibliografia i rapporti intercorsi in determinate fasi storiche tra organizzazioni sioniste e Germania nazista, collocandoli dentro la storia dell’emigrazione ebraica verso la Palestina e del progetto coloniale sionista. La stessa casa editrice aveva già presentato pubblicamente il volume come un lavoro volto a mettere in relazione storica sionismo e nazismo, arrivando a formulare giudizi estremamente radicali sulle due ideologie.

Sono tesi che possono e devono essere discusse anche duramente. L’equiparazione tra sionismo e nazismo contenuta fin dal titolo è una tesi storiografica e politica fortissima, che non può essere trattata come un’evidenza indiscutibile semplicemente perché formulata in un libro. Ma altrettanto improprio sarebbe stabilire automaticamente che la comparazione tra due movimenti politici costituisca negazione della Shoah o odio contro gli ebrei. La verifica deve riguardare ciò che il libro effettivamente sostiene, le fonti utilizzate e il modo in cui vengono interpretate. È questo il terreno sul quale una società democratica dovrebbe affrontare anche le opere più controverse.

Il caso assume però un significato politico molto più ampio perché esplode mentre il Parlamento italiano sta discutendo proprio la definizione normativa dell’antisemitismo. Il disegno di legge 1004, presentato originariamente dal capogruppo leghista al Senato Massimiliano Romeo, è stato approvato da Palazzo Madama il 4 marzo scorso con 105 voti favorevoli, 24 contrari e 21 astenuti. Il provvedimento è ora alla Camera con il numero C.2830 e dal 9 settembre è in esame in commissione.

Il testo approvato dal Senato adotta la definizione operativa di antisemitismo elaborata dall’International Holocaust Remembrance Alliance, compresi i relativi indicatori. Allo stesso tempo stabilisce esplicitamente che restano ferme «la libertà di critica politica e di espressione del pensiero e la libertà di riunione e di associazione». Non introduce nuove fattispecie penali e, durante l’esame parlamentare, è stata eliminata anche la disposizione che aveva fatto discutere sulla possibilità di vietare manifestazioni.

Questo va detto, proprio per non attribuire alla legge ciò che nel testo attuale non c’è. Ma non elimina il problema politico. Perché durante lo stesso iter parlamentare è emersa apertamente la preoccupazione che l’adozione legislativa della definizione IHRA possa contribuire a confondere antisemitismo e critica radicale a Israele. Nel resoconto ufficiale del Senato viene ricordato che AVS e Movimento 5 Stelle hanno denunciato il rischio di perseguire come antisemita la critica al governo israeliano, mentre Italia Viva ha sottolineato la necessità di distinguere antisemitismo e antisionismo. Anche esponenti del Partito democratico hanno espresso dubbi sull’opportunità del provvedimento, pur partecipando al confronto parlamentare.

È precisamente questa distinzione che il caso Sensibili alle Foglie rende concreta. L’antisemitismo è odio, discriminazione e violenza contro gli ebrei in quanto ebrei. È una realtà storica e presente che deve essere combattuta senza esitazioni. Il sionismo è invece un movimento politico e storico, nato alla fine dell’Ottocento, articolato nel corso del tempo in correnti diverse e diventato uno dei riferimenti ideologici fondamentali nella costruzione dello Stato di Israele. Come qualsiasi ideologia politica, può essere studiato, sostenuto, contestato oppure radicalmente rifiutato. Un cittadino può essere antisionista senza nutrire alcun odio verso gli ebrei, così come un ebreo può essere antisionista senza cessare evidentemente di essere ebreo.

La sovrapposizione dei due concetti produce quindi un effetto politico enorme. Se l’antisionismo viene fatto coincidere con l’antisemitismo, la critica non riguarda più soltanto determinate decisioni del governo Netanyahu, l’occupazione della Cisgiordania, gli insediamenti o la distruzione di Gaza. Diventa potenzialmente sospetta anche la critica alla natura stessa del progetto politico sionista, alla costruzione dello Stato su base etnico-nazionale, alla Nakba e alle strutture di discriminazione imposte ai palestinesi. Una parte fondamentale della storia contemporanea viene così spostata dal terreno del conflitto politico a quello della devianza morale.

Il punto non è teorico. Negli ultimi anni la solidarietà con la Palestina è stata sempre più spesso trattata in Europa come un problema di sicurezza e ordine pubblico. Manifestazioni vietate o sottoposte a restrizioni, accampamenti universitari sgomberati, attivisti denunciati, iniziative culturali contestate, conferenze cancellate e organizzazioni sottoposte a provvedimenti repressivi hanno progressivamente costruito intorno alla Palestina un’area speciale del discorso pubblico. L’accusa di antisemitismo, quando viene utilizzata indiscriminatamente contro l’antisionismo o contro la denuncia delle politiche israeliane, diventa uno degli strumenti attraverso cui restringere quello spazio.

In Italia questa dinamica incontra un processo più generale di criminalizzazione del dissenso. Il caso di Sensibili alle Foglie arriva dopo l’attacco che ha colpito l’infrastruttura digitale indipendente Autistici/Inventati e dentro un clima nel quale la solidarietà alla Palestina è stata più volte investita da indagini, denunce e misure di polizia. Vicende diverse, che sarebbe sbagliato sovrapporre meccanicamente, ma che indicano un problema comune: una quota crescente della repressione contemporanea non passa necessariamente attraverso il divieto esplicito di un’opinione. Passa attraverso infrastrutture, piattaforme, provider, sistemi di pagamento, procedimenti amministrativi e dispositivi capaci di aumentare progressivamente il costo materiale del dissenso.

È questa la caratteristica più interessante della vicenda denunciata dall’editore. La censura del XXI secolo non ha necessariamente bisogno di poliziotti che entrano in tipografia per sequestrare migliaia di copie. Un libro può rimanere formalmente legale e diventare più difficile da acquistare; un sito può non essere sequestrato da un magistrato ma perdere il proprio hosting; una campagna può non essere proibita e ritrovarsi senza strumenti di pagamento; un contenuto può non violare alcuna legge e scomparire perché un intermediario privato considera troppo rischioso continuare a ospitarlo. Nessuno ha formalmente censurato nulla e tuttavia qualcosa diventa progressivamente invisibile.

È un potere enorme perché oggi lo spazio pubblico dipende da infrastrutture private. Hosting, social network, motori di ricerca, servizi cloud e piattaforme commerciali stabiliscono materialmente quali parole possono circolare. Le garanzie costituzionali sono state costruite principalmente per proteggere il cittadino dall’intervento censorio dello Stato; molto più difficile è affrontare un ecosistema nel quale la restrizione della parola può essere prodotta attraverso una concatenazione di decisioni apparentemente private.

Per questo la vicenda del libro di Francesco Lazzeri riguarda anche chi non condivide affatto le sue conclusioni. La libertà editoriale non consiste nel diritto di pubblicare soltanto libri sui quali esiste un consenso. È precisamente il diritto di pubblicare opere che disturbano, provocano e mettono in discussione le narrazioni dominanti, assumendosi naturalmente la responsabilità di ciò che viene scritto e accettando la critica pubblica più radicale.

Se Sionismo e nazismo facce della stessa medaglia contiene falsificazioni storiche, si dimostrino. Se utilizza impropriamente le fonti, si pubblichino quelle fonti e si contestino le conclusioni. Se banalizza la Shoah, si mostri dove e in quale modo. Se invece commette un illecito, esistono gli strumenti dello Stato di diritto e spetta a un’autorità competente accertarlo. Ciò che non può diventare normale è il principio secondo cui un’associazione possa ottenere la cancellazione di un libro dal suo spazio di vendita semplicemente rivolgendosi all’intermediario che rende tecnicamente possibile quello spazio.

La stessa storia di Sensibili alle Foglie rende particolarmente significativo questo tentativo. La casa editrice ha costruito per decenni il proprio catalogo intorno alle istituzioni totali, al carcere, alla psichiatria, alla marginalità, alle forme della repressione e alle voci espulse dalla narrazione dominante. Il fatto che oggi si trovi costretta a difendere la presenza online di un proprio libro dimostra quanto il conflitto sulla Palestina abbia ormai raggiunto direttamente il terreno della produzione culturale.

C’è poi un elemento che non dovrebbe mai essere rimosso dalla discussione. Mentre in Europa ci si interroga ossessivamente sulle parole utilizzate per descrivere Israele, in Palestina la discriminazione non è un esercizio linguistico. Esistono occupazione militare, insediamenti, demolizioni, espulsioni, segregazione territoriale e sistemi giuridici differenti applicati nello stesso territorio a seconda dell’appartenenza nazionale. Organizzazioni internazionali e israeliane per i diritti umani hanno utilizzato il concetto di apartheid per descrivere questa struttura. A Gaza la questione della qualificazione giuridica delle condotte israeliane è arrivata davanti alle più importanti istituzioni internazionali.

È quindi legittimo chiedersi perché una parte crescente del dibattito occidentale sembri concentrarsi non tanto su ciò che viene fatto ai palestinesi, quanto sui limiti entro i quali è consentito descriverlo.

Combattere l’antisemitismo è necessario proprio perché l’antisemitismo esiste. Esiste nella società europea, nella destra estrema, nelle culture complottiste e può manifestarsi anche dentro ambienti che sostengono la causa palestinese. Negarlo sarebbe irresponsabile. Ma proprio per questo trasformare qualsiasi critica del sionismo in antisemitismo produce un danno enorme anche alla lotta contro l’odio antiebraico: dilata talmente il concetto da rischiare di renderlo indistinguibile dalla controversia politica.

La battaglia dovrebbe essere esattamente opposta: isolare e combattere senza ambiguità l’antisemitismo e contemporaneamente garantire la piena libertà di discutere il sionismo, la storia dello Stato di Israele, la Nakba, l’occupazione e le responsabilità israeliane verso il popolo palestinese. Sono due esigenze perfettamente compatibili. Diventano incompatibili soltanto quando si decide che difendere Israele significhi difendere gli ebrei e che attaccare politicamente il sionismo significhi quindi attaccare gli ebrei.

Sensibili alle Foglie ha annunciato di non voler accettare questa logica e di trasformare l’attacco in un’occasione per far conoscere ancora di più il libro, presentandolo e discutendolo pubblicamente. È probabilmente la risposta più efficace. Perché un libro controverso non deve essere sottratto allo sguardo, ma esposto alla discussione.

Il caso arriva mentre il DDL Romeo ha già superato il Senato e continua il proprio percorso alla Camera. Sarebbe semplicistico sostenere che quella legge abbia già prodotto la richiesta di rimozione: non è ancora legge e il testo approvato contiene esplicite garanzie per la libertà di critica. Ma sarebbe altrettanto ingenuo ignorare il clima politico nel quale le due vicende si incontrano. Mentre il Parlamento cerca di stabilire normativamente come riconoscere l’antisemitismo, fuori dal Parlamento qualcuno sta già provando a stabilire quali forme di critica del sionismo possano essere considerate intollerabili.

È qui che il caso Sensibili alle Foglie diventa un precedente da non sottovalutare. Oggi riguarda la pagina di un libro. Domani può riguardare una conferenza, un film, una ricerca universitaria, un sito, una manifestazione o un’associazione.

Non occorre condividere il libro di Lazzeri per capire quale sia la posta in gioco. Occorre soltanto decidere se vogliamo una società nella quale le tesi storiche vengono confutate attraverso altre tesi e altri documenti oppure una società nella quale, prima ancora che intervenga un giudice, qualcuno possa bussare alla porta del provider e chiedere che quelle tesi diventino invisibili.

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Per dovere civico Sensibili alle foglie segnala la richiesta, pervenutaci tramite il provider che ospita la nostra libreria online, di rimuovere la pagina dedicata al libro Sionismo e nazismo facce della stessa medaglia, di Francesco Lazzeri, da noi edito nel 2025. La richiesta è stata inviata al provider dall'Associazione Italiana Avvocati e Giuristi Ebrei e CoDe RTDSrl con la motivazione che “il contenuto è segnalato come incitamento o approvazione della violenza; incitamento all'odio e contenuti discriminatori su basi etniche o religiose, con particolare riferimento alle narrazioni antisemite; negazione o grossolana banalizzazione della Shoah; disinformazione che contribuisce alla diffusione dell'odio o alla giustificazione della violenza”.

Si tratta con tutta evidenza di una richiesta intimidatoria, intentata strumentalmente da soggetti provocatori, con lo scopo ultimo, probabilmente, di ottenere una causa civile attraverso la quale chiedere aleatori “indennizzi” in denaro.

Come editori siamo impegnati da trentasei anni a combattere l'odio e la discriminazione su basi etniche o religiose, e in questo quadro, il libro “Sionismo e nazismo facce della stessa medaglia” documenta come gli ebrei siano stati, nel corso della storia, vittime  del sionismo oltre che del nazismo (e in generale dei Paesi europei). In un tempo storico in cui la propaganda israeliana viene quotidianamente alimentata per impedire legittime critiche all'operato dello Stato di Israele, e a ridosso della discussione, nel parlamento italiano, del ddl che mira a equiparare l'antisionismo all'antisemitismo, non ci stupisce che venga presa di mira la pagina online del libro di Francesco Lazzeri, con il quale vi invitiamo a organizzare incontri in presenza per parlare della sua preziosa ricerca storica.

Tenuto conto che

a)                  in questo momento storico chi esercita  fisicamente violenza e odio al di fuori di qualsiasi dirittointernazionale è sotto gli occhi di tutti nella cronaca di ogni giorno;

b)                 la discriminazione su base etnica o religiosa in questo momento è in atto fisicamente contro ipalestinesi e gli islamici, peraltro anch'essi provenienti da popolazioni di lingua semitica;

c)                  le radici dell'attuale regime di apartheid, di pulizia etnica e di pratiche genocidarie messe in attoda Israele risalgono all'ideologia sionista;

d)                 non si può considerare disinformato un lavoro che presenta 58 pagine di fonti documentarie e dibibliografia di testi riconosciuti in tutto il mondo come testi di qualità

chiediamo a tutti e tutte di non dimenticare la Palestina e le indicibili violenze di cui sono ogni giorno bersaglio i palestinesi di ogni età e genere, affermando con forza in ogni sede il loro diritto alla resistenza e all'autodeterminazione.

 

 

Spegniamo subito il rogo sionista dei libri  

(da Osservatorio Repressione)

 

Scrittori, docenti, editori e lettori contro l’attacco a Sensibili alle Foglie e il DDL Romeo: difendere la libertà di criticare il sionismo e sostenere la Palestina.

Come scrittori, ricercatori storici, poeti, editori, lavoratori dell’editoria, docenti, lettori esprimiamo il nostro più acceso dissenso e la più forte opposizione possibile al Disegno di legge S. 1004, noto come DDL Romeo.

Questo editto repressivo non è volto soltanto a tacitare ogni critica e mobilitazione dei movimenti sociali e politici nei confronti del colonialismo genocidario israeliano, ma a criminalizzare, rimuovere, cancellare ogni opera d’indagine storica, filosofica, antropologica, letteraria, lirica che avversi l’ideologia sionista fondata su razzismo, apartheid, e scientifico sterminio dei palestinesi e degli arabi che non accettano l’occupazione e l’esproprio della propria terra e delle proprie vite.

Esprimiamo vicinanza e solidarietà all’autore Francesco Lazzeri e a Sensibili alle foglie editore per la comunicazione minatoria di messa all’indice del libro “Sionismo e Nazismo facce della stessa medaglia – Un connubio storico pericoloso dalle nefaste e attuali conseguenze” da parte dell’Associazione Italiana Avvocati e Giuristi Ebrei.

Ci è ben chiaro che questa vicenda rappresenta un primo passo da parte dei poteri sionisti italiani dominanti di estrema destra (area di governo) e di centro (Partito Democratico) per strappare ai lettori e bruciare tutti i libri pubblicati e in pubblicazione che descrivano e raccontino la verità sull’occupazione e il genocidio, dapprima strisciante e da tre anni conclamato e rivendicato, subiti da quasi un secolo dal popolo palestinese da parte dei coloni israeliani.

Sappiamo molto bene che associazioni come quella che ha inviato la missiva intimidatoria a Sensibili alle Foglie dovrebbero definirsi “sioniste” o “amiche d’Israele”. Senza scomodare l’ebraismo che viene utilizzato strumentalmente come scudo per giustificare la risibile accusa di razzismo nei confronti di autori ed editori da sempre impegnati fino all’ultima stilla d’energia contro tutte le discriminazioni etniche, razziali e religiose.

Siamo perfettamente a conoscenza che esistono sulle scrivanie di simili realtà liberticide liste di scrittori, case editrici da denunciare e processare, e soprattutto di libri da mettere al macero per cancellare la memoria storica dei crimini israeliani contro l’umanità in ogni angolo del Vicino Oriente, la memoria storica del popolo palestinese, e di chi sostiene incrollabilmente alle nostre latitudini la sua Causa e la sua liberazione.

Non abbiamo dubbi che questo attacco a Lazzeri e Sensibili alle Foglie rappresenti un’apertura del fuoco ad alzo zero contro la cultura della verità, del dissenso, della resistenza a sostegno degli oppressi e degli ultimi. In modo da annientarla per sempre.

Questo appello per spegnere prontamente il rogo sionista dei libri vuole essere soltanto la prima azione per difendere senza tregua il diritto alla libertà di espressione e di creazione e il diritto di leggere, scrivere, pubblicare parole divergenti e di scontro contro il colonialismo genocidario israeliano e il totalitarismo che intende apertamente instaurare in Italia attraverso le sue dirette diramazioni, con la compartecipazione del governo Meloni e del Partito Democratico.

Prima che sia troppo tardi, invitiamo dunque a sottoscrivere immediatamente l’appello mandando una mail all’account controassedio@gmail.com CON OGGETTO “SPEGNIAMO SUBITO IL ROGO SIONISTA DEI LIBRI” E IL VOSTRO NOME, COGNOME, ATTIVITÀ UMANA (SCRITTORE, RICERCATORE STORICO, POETA, EDITORE, LAVORATORE DELL’EDITORIA, DOCENTE, LETTORE, ECC).

Filippo Kalomenìdis, scrittore e poeta

Silvia De Bernardinis, ricercatrice storica

Gian Andrea Franchi, scrittore, fondatore dell’Associazione Linea d’Ombra e docente

Lorena Fornasir, psicoterapeuta e fondatrice Associazione Linea d’Ombra

Nicoletta Dosio, autrice, militante politico NO-TAV, e docente

Maria Elena Delia, autrice e portavoce italiana Global Sumud Flottilla

Adriano D’Amico, scrittore

Elisabetta Cipolli, scrittrice 

Samantha Comizzoli, regista

Simone Capula, regista teatrale

Juri Di Molfetta, scrittore

Roberta Campagna, attrice e autrice teatrale

Domenico Castaldo, attore e drammaturgo

Alessandra Dell’Atti, attrice

Luana Farina Martinelli, poeta

Anna Leone, poetessa

Anna Emanuele, scrittrice

Maria Grazia Gagliardi, scrittrice

Iain Chambers, scrittore e ricercatore indipendente, già ordinario di Studio Coloniali e Postcoloniali del Mediterraneo, presso Università di Napoli, l’Orientale.

Maria Rita Mancaniello, professore associato in Pedagogia Sociale, presso Università di Siena.

Fabrizia Baldissera, professore associato in pensione

Giovanna Campani, antropologa

Luciano Blasco, antropologo

Vincenzo Morvillo, giornalista e critico

Rete Nazionale “La Scuola per la Palestina”

Ingrid Anastasia Pedrazzini, docente

Daniele Simonelli, docente

Federica Cresci, docente

Fabio Loi, docente

Viviana Faedda, docente

Leonardo Ferrandino, docente

Francesca Frascaroli, docente

Maria Gaia Merra, docente

Maria Saba, ex docente

Maria Antonietta Scanu, lavoratrice dell’editoria

Mattia Uzzau, lettore

Mauro Morello, lettore

Pacifico Saber, lettore

Cristina Fabbri, lettrice

Gabriella Martis, lettrice

Giovanna Pirino, lettrice

Rosa Sallustio, lettrice

Gianluca Venturini, lettore

Luca Servino, lettore

Gaia Marescotti, studentessa Scienze Politiche e Relazioni Internazionali e lettrice

Cinzia Delle Pezze, operatore socio-sanitario e lettrice

Gabriella Fragiotta, lettrice

Giuliana Sponza, lettrice

Maria Teresa Audisio, lettrice

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martedì 8 settembre 2026

Gli Stati Uniti dichiarano terrorista Autistici/Inventati: ora nel mirino c’è l’infrastruttura del dissenso

 

Prima ti chiamano terrorista, poi ti cancellano dalla rete - Osservatorio repressione

Il caso Autistici/Inventati mostra il salto di qualità della guerra di Trump contro gli Antifa: nessuna condanna e nessun reato accertato, ma sanzioni capaci di mobilitare banche, provider e intermediari privati. Nel mirino non c’è soltanto chi dissente, ma la possibilità di costruire infrastrutture digitali autonome dal controllo degli Stati e delle Big Tech.

Dal 26 agosto, quando il Dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti attraverso l’Office of Foreign Assets Control (OFAC) ha inserito Autistici/Inventati nel sistema delle sanzioni antiterrorismo, la vicenda ha smesso di essere soltanto l’ennesimo capitolo della crociata ideologica dell’amministrazione Trump contro gli “Antifa”. Nel giro di pochi giorni quella decisione ha cominciato a produrre conseguenze concrete. Il 28 agosto il dominio autistici.org è diventato irraggiungibile. Sono poi arrivati problemi con strumenti finanziari e di pagamento. È precisamente questa capacità della designazione americana di propagarsi ben oltre l’atto originario a rendere il caso particolarmente grave: non è necessario chiudere materialmente i server né ottenere da un tribunale europeo la messa al bando del collettivo. È sufficiente trasformarlo in un soggetto economicamente e tecnologicamente rischioso affinché una rete di intermediari cominci a prendere le distanze.

Bisogna partire da un fatto che rischia di perdersi dentro il linguaggio dell’antiterrorismo. Autistici/Inventati non è stato condannato negli Stati Uniti per gli attentati o i sabotaggi richiamati dall’amministrazione americana. Nessun giudice italiano ha stabilito che A/I sia un’organizzazione terroristica. Il collettivo sottolinea che non gli è stato contestato alcun reato né negli Stati Uniti né in Italia e che nessun tribunale ha accertato una sua responsabilità nelle azioni attribuite ad alcuni gruppi che avrebbero utilizzato le sue infrastrutture. La posizione del governo americano è diversa: Washington considera la fornitura di servizi tecnologici e di comunicazione a determinate organizzazioni una forma di sostegno materiale o tecnologico. È precisamente in questa distanza tra responsabilità per un fatto concretamente commesso e responsabilità derivata dall’infrastruttura fornita che si trova il cuore politico della vicenda.

L’inchiesta pubblicata da The Intercept il 28 agosto colloca non a caso l’attacco ad A/I dentro la più ampia offensiva dell’amministrazione Trump contro quello che definisce terrorismo di estrema sinistra. Non si tratta semplicemente di perseguire singole azioni violente, per le quali esistono già leggi, tribunali e strumenti investigativi. La novità consiste nella costruzione di un campo politico sospetto molto più vasto, nel quale la categoria “Antifa” può funzionare come contenitore sufficientemente indeterminato da comprendere gruppi differenti, campagne di protesta, reti militanti e soggetti che mettono loro a disposizione strumenti di comunicazione. A/I diventa particolarmente interessante proprio perché consente di osservare il punto nel quale la repressione passa dalle persone alle infrastrutture che rendono possibile la loro organizzazione.

La questione è tutt’altro che astratta. Autistici/Inventati offre da venticinque anni posta elettronica, hosting, blog e altri strumenti di comunicazione a movimenti, associazioni e singole persone. Non ha mai nascosto il proprio orientamento politico. «Non siamo e mai saremo una struttura neutra», ribadisce il collettivo dopo le sanzioni: A/I è antifascista e anticapitalista e considera la tecnologia uno strumento attraverso cui rendere possibile una comunicazione libera, nella quale la privacy non sia una formula pubblicitaria ma una caratteristica reale dell’infrastruttura. Proprio questa dichiarata collocazione politica viene utilizzata dall’amministrazione americana per costruire una continuità tra il provider, alcuni suoi utenti e le eventuali condotte illegali attribuite a questi ultimi.

È un passaggio estremamente pericoloso perché tende a cancellare distinzioni elementari. Fornire un indirizzo di posta elettronica non significa scrivere i messaggi inviati attraverso quell’indirizzo; ospitare un blog non significa essere l’autore di ogni testo pubblicato; offrire strumenti crittografici non significa conoscere o condividere le attività di chi li utilizza. Nel dossier Il server chiamato “Paranoia”, dedicato alla storia di A/I e alle conseguenze delle sanzioni americane, questa questione emerge con particolare chiarezza: la designazione statunitense tende a confondere fornitore e utente, affinità politica e controllo operativo, tutela della privacy e occultamento di un reato. È precisamente la costruzione di infrastrutture destinate anche ai movimenti radicali a diventare parte dell’accusa.

Qui emerge anche una contraddizione difficilmente aggirabile. Le grandi piattaforme commerciali sono state utilizzate nel corso degli anni da organizzazioni terroristiche, suprematisti bianchi, gruppi criminali, organizzatori di violenze e persino autori di stragi che hanno diffuso attraverso i social immagini delle proprie azioni. Eppure la presenza di quei soggetti su Facebook, Instagram, YouTube o X non ha trasformato automaticamente le società proprietarie delle piattaforme in organizzazioni complici delle attività dei loro utenti. Nel caso di Autistici/Inventati il criterio sembra cambiare: il carattere politicamente orientato dell’infrastruttura e la scelta di offrire servizi a realtà radicali diventano elementi attraverso i quali ricostruire una responsabilità molto più ampia.

La differenza tra A/I e le Big Tech, però, non riguarda soltanto le dimensioni. Riguarda il modello stesso di Internet. Facebook, Instagram, Google e X hanno costruito il proprio potere sulla concentrazione delle infrastrutture e sull’accumulazione dei dati. Possono tollerare anche opinioni radicalmente ostili al sistema economico e politico perché quelle opinioni continuano a circolare dentro ambienti nei quali comportamenti, relazioni, interessi e preferenze diventano informazioni economicamente valorizzabili. Il dissenso non deve necessariamente essere cancellato: può essere profilato, classificato, indirizzato dagli algoritmi e trasformato contemporaneamente in merce e conoscenza sulle persone che lo esprimono.

Autistici/Inventati nasce invece da una concezione opposta della rete. Fin dall’inizio l’obiettivo è stato sottrarre la comunicazione dei movimenti alla dipendenza esclusiva dai provider commerciali, ridurre la raccolta di informazioni identificative, utilizzare crittografia e decentralizzazione, moltiplicare i punti dell’infrastruttura anziché concentrarli. Dopo l’accesso della polizia ai server ospitati da Aruba nel 2004, A/I sviluppò il Piano R*, distribuendo dati e funzioni su macchine collocate in paesi differenti: la perdita o il sequestro di un singolo nodo non avrebbe più dovuto compromettere l’intera rete. La repressione venne incorporata nella progettazione tecnica, trasformando l’esperienza della sorveglianza in un principio di resilienza. L’offensiva statunitense sembra intervenire precisamente sul punto debole di questo modello. Se una rete è stata costruita per sopravvivere al sequestro di un server, invece di sequestrare il server si possono colpire le relazioni economiche e istituzionali che gli permettono di esistere. Il dossier su A/I descrive bene questo passaggio: banche, registrar, data center, fornitori di software e sistemi di pagamento possono diventare altrettanti punti di pressione. L’obiettivo non deve necessariamente essere ottenere le chiavi crittografiche o identificare tutti gli utenti; può essere sufficiente aumentare il costo economico, giuridico e reputazionale di qualsiasi relazione con il soggetto sanzionato.

È qui che le sanzioni mostrano una forma contemporanea di esercizio del potere. Lo Stato definisce il soggetto pericoloso, ma una parte rilevante dell’esecuzione viene trasferita agli intermediari privati. Una banca non ha bisogno di condividere l’analisi politica dell’amministrazione Trump: deve semplicemente chiedersi se mantenere un rapporto con un piccolo collettivo italiano valga il rischio di entrare in conflitto con il sistema finanziario americano. Lo stesso ragionamento può essere fatto da un provider, da un registrar o da una società tecnologica. Nasce così il fenomeno dell’overcompliance: per evitare qualsiasi rischio, le imprese applicano restrizioni persino più estese di quelle strettamente richieste, moltiplicando gli effetti della decisione originaria.

In questo senso la sparizione di autistici.org assume un significato politico che va oltre la vicenda tecnica del dominio. Non significa che Internet sia stata “spenta” da Washington né autorizza ricostruzioni semplicistiche sulla catena delle responsabilità. Mostra però quanto sia vulnerabile anche un’infrastruttura tecnicamente decentralizzata quando deve interagire con un ecosistema globale composto da registri dei domini, sistemi finanziari, società tecnologiche e fornitori sottoposti direttamente o indirettamente all’influenza statunitense. La decentralizzazione dei server può proteggere dalla retata tradizionale; è molto più difficile proteggersi da una forma di isolamento che attraversa contemporaneamente finanza, tecnologia e rapporti commerciali.

Questa dinamica produce inoltre un effetto politico che non richiede la chiusura definitiva di A/I per essere efficace. Una persona può chiedersi se utilizzare un indirizzo del collettivo possa attirare attenzioni indesiderate; un giornalista può diventare più prudente nel contattare determinate fonti; un ricercatore può evitare un archivio; una banca può sottoporre una transazione a controlli aggiuntivi; un piccolo provider può decidere di non ospitare più realtà politicamente controverse. Il dossier parla esplicitamente della possibilità che la designazione produca una propria «sfera di paura»: la repressione funziona così anche attraverso l’incertezza e l’autocensura, senza bisogno di perseguire penalmente ogni singolo appartenente alla comunità interessata.

È questo il punto nel quale la vicenda Autistici/Inventati si salda con la più generale strategia trumpiana contro gli Antifa. Se l’obiettivo fosse esclusivamente reprimere specifici atti violenti, bisognerebbe individuarne gli autori, raccogliere prove e attribuire responsabilità personali. Quando invece il bersaglio si estende a chi offre strumenti di comunicazione, la logica cambia. Non si interviene più soltanto sull’atto illegale, ma sull’ecosistema politico e sociale dentro il quale quell’atto viene collocato. La categoria del terrorismo rischia così di dilatarsi fino a comprendere non soltanto chi compie determinate azioni, ma chi condivide un orientamento politico, chi pubblica determinati materiali e chi rende tecnicamente possibile la comunicazione tra soggetti considerati radicali.

Il precedente dovrebbe quindi interessare molto più degli ambienti anarchici e antifascisti. Il dossier indica esplicitamente il problema per servizi di posta crittografata, VPN, social network federati, archivi comunitari, editori radicali e progetti indipendenti. Se l’affinità politica con alcuni utenti, la protezione della loro privacy e l’hosting di pubblicazioni controverse possono concorrere a trasformare un provider in parte dell’attività attribuita ai suoi utilizzatori, viene messo in discussione un principio fondamentale dell’Internet indipendente: la possibilità di costruire infrastrutture che abbiano un proprio orientamento politico senza essere per questo responsabili penalmente di tutto ciò che transita attraverso di esse.

La questione riguarda dunque anche il rapporto tra democrazia e infrastrutture. La libertà di espressione non consiste soltanto nell’assenza di un poliziotto che impedisca materialmente di parlare. Nel capitalismo digitale la possibilità di prendere parola dipende da server, sistemi di pagamento, domini, motori di ricerca, piattaforme, app store e società private che controllano i principali snodi della comunicazione. Una libertà formalmente riconosciuta può diventare sostanzialmente impraticabile quando chi dovrebbe esercitarla viene escluso dall’infrastruttura necessaria per farlo.

Per questo il caso A/I non può essere ridotto alla difesa corporativa di un piccolo collettivo hacker. Autistici/Inventati rivendica di non essere neutrale, e proprio questo rende la questione ancora più importante. In una società democratica essere antifascisti, anticapitalisti o antimilitaristi deve poter costituire una posizione politica radicale senza trasformarsi per questo in una categoria antiterroristica. Allo stesso modo, costruire tecnologie coerenti con quelle convinzioni — non commerciali, rispettose della privacy, sottratte alla profilazione — non può diventare di per sé la prova di una complicità criminale.

Il punto non è sostenere che qualsiasi attività compiuta attraverso un’infrastruttura indipendente debba essere sottratta alla legge. È esattamente il contrario: se esiste un reato, deve essere individuato, provato e attribuito a chi ne porta la responsabilità, con tutte le garanzie di un procedimento giudiziario. Trasformare invece l’intera infrastruttura in un soggetto terrorista perché alcuni utenti sono accusati di determinate condotte significa sostituire alla responsabilità personale una responsabilità politica per appartenenza, prossimità o affinità. Ed è proprio questo passaggio che rende il caso Autistici/Inventati un precedente da contrastare ben oltre i confini della sua comunità.

La posta in gioco, in definitiva, non è soltanto se A/I riuscirà a conservare i propri domini, i propri strumenti finanziari e la propria capacità tecnica. È se continuerà a esistere uno spazio nel quale sia possibile costruire mezzi di comunicazione indipendenti senza consegnarli alle grandi corporation e senza essere assimilati alle eventuali condotte illegali di chi li utilizza. La guerra di Trump contro gli Antifa sta mostrando che la criminalizzazione del dissenso può procedere anche senza mettere fuori legge formalmente un’idea: può colpirne le reti, renderne costose le relazioni, spaventare gli intermediari e restringere progressivamente le condizioni materiali della sua esistenza. È una forma di repressione meno spettacolare di una retata, ma proprio per questo potenzialmente più profonda.

da qui

 

 

Autistici/Inventati, il collettivo italiano sanzionato da Trump chiude: “Temiamo conseguenze penali e finanziarie per le nostre comunità” – Alessandro Mantovani

 

Dopo 25 anni di attività, A/I è finito nella lista nera antiterrorismo dell'Ofac, l'Office of Foreign Assets Control dell'amministrazione Usa, perché avrebbe fornito “supporto materiale” a persone e gruppi antifascisti, anticapitalisti e radicali già indicati unilateralmente come “terroristi” dagli stessi Stati Uniti

 

Non è una resa, ha l’aria di una ritirata strategica. Il collettivo di attivisti digitali italiani Autistici/Inventati (A/I), che per 25 anni ha offerto servizi internet gratuiti e riservati in mezzo mondo, ha sospeso le sue attività domenica 6 settembre dopo le sanzioni statunitensi che l’hanno colpito il 26 agosto. “Ogni giorno in cui siamo rimaste online a partire dal 26 agosto è stata una vittoria, ma noi dobbiamo fermarci oggi”, si legge in un comunicato. A/I è finito nella lista nera antiterrorismo dell’Ofac, l’Office of Foreign Assets Control dell’amministrazione Usa, perché avrebbe fornito “supporto materiale” a persone e gruppi antifascisti, anticapitalisti e radicali già indicati unilateralmente come “terroristi” dagli stessi Stati Uniti. In particolare il movimento “Antifa” Usa, già sanzionato nel 2025 dall’amministrazione Trump, ma anche Palestine Action e il Pkk curdo e altri, colpiti ai sensi dell’Executive Order 13224, la normativa antiterrorismo che seguì gli attentati dell’11 settembre 2001.

E’ un salto di qualità inquietante, di questo passo chiunque potrà essere colpito perché ha rapporti con chi non piace all’amministrazione Usa, che di fatto o di diritto controlla il sistema bancario di tutto il mondo occidentale. In Italia Banca Etica, con una scelta molto contestata, ha chiuso unilateralmente il conto corrente di A/I. Impossibile accedere a qualche decina di migliaia di euro depositati e quindi anche pagare i fornitori. Nessuna reazione dal governo italiano e dall’Unione europea in difesa di liberi cittadini che non sono accusati di alcun reato nel nostro Paese. Non ci sono concrete possibilità di ricorso giudiziario neppure negli Usa: almeno in parte le accuse sono destinate a rimanere segrete.

Autistici/Inventati nacque nel 2001 accanto al nodo italiano di Indymedia, l’Indipendent media center che in quegli anni al di là e al di qua dell’Atlantico accompagnava le mobilitazioni altermondialiste che subirono la sanguinosa repressione del G8 di Genova. Secondo le informazioni circolate in questi giorni A/I ospitava o gestiva oltre 16 mila caselle e-mail cifrate e protette, circa 10 mila blog molti dei quali sulla piattaforma Noblogs.org, oltre 7 mila siti web e spazi di hosting autogestiti, migliaia di mailing list e newsletter per lo più di collettivi, associazioni e movimenti civili, ma era utilizzato anche da migliaia di privati cittadini che semplicemente non intendono consegnare la propria privacy online ai colossi della rete.

La scelta di chiudere mira innanzitutto a tutelarli: ”Per noi restare umani non è un semplice slogan”, scrive il Collettivo A/I. “Significa che, prima di tutto, sono le utenti, le persone che costruiscono le reti umane a cui ci appoggiamo e le comunità che ci hanno inondato di messaggi e di amore e solidarietà, che devono essere tutelate. Non possiamo accettare – si legge nel comunicato – uno scontro o prestarci a strumentalizzazioni che mettano in pericolo le loro vite, le vite dei loro cari, lasciandole alla mercé di autocrati, fascisti e agenzie che agiscono per vie extra-legali. La concreta possibilità di poter essere la causa di conseguenze penali o finanziarie per qualcuno che ci è vicino, o che anche solo interagisce con noi non ci permette altre scelte. Nessuna di noi ha simpatia per i gesti eroici e men che meno per i martiri, quindi non ne faremo e non ne chiederemo. In questo clima continuare a offrire i nostri servizi è solo un pericolo in più per le nostre utenti, e per tutte le persone che fanno parte delle nostre comunità. In un mondo di accuse slegate dai fatti non possiamo che aspettarci un’ulteriore repressione sproporzionata. Questo ci mette di fronte all’impossibilità di mantenere il nostro progetto originario: offrire strumenti sicuri e non mercificati”.

E ancora, scrive A/I: “Sono stati 25 anni bellissimi. Sono stati una ‘bella storia’. Ora mollate il pc, uscite, lottate, abbracciatevi e non perdete il sorriso. Perché noi ci fermiamo. Ma la resistenza e le idee no. Restiamo umani. A brevissimo spiegheremo come salvare il contenuto dei blog, mail, siti e altri suggerimenti di tipo tecnico. Tenete comunque sempre presente che, così come è stato chiuso senza alcun preavviso il dominio autistici.org, nel frattempo potrebbero esserci altri problemi del genere che non siamo in grado di prevedere”.

da qui

 

Gli Stati Uniti dichiarano terrorista Autistici/Inventati: ora nel mirino c’è l’infrastruttura del dissenso

Washington inserisce il collettivo italiano nella lista dei terroristi globali insieme a Palestine Action e Masar Badil. Non viene criminalizzato soltanto chi protesta: diventano bersaglio anche gli strumenti digitali che permettono ai movimenti di comunicare fuori dal controllo delle grandi piattaforme.

 Il governo degli Stati Uniti ha deciso che Autistici/Inventati è un’organizzazione terroristica globale. Non è una provocazione, né l’iperbole di qualche giornale: il 26 agosto il Dipartimento di Stato e il Dipartimento del Tesoro hanno inserito il collettivo italiano nella lista degli Specially Designated Global Terrorists, applicando l’Executive Order 13224, lo strumento costruito all’indomani dell’11 settembre per colpire economicamente organizzazioni e soggetti accusati di terrorismo.

Con Autistici/Inventati vengono colpiti Palestine Action, già proscritta come organizzazione terroristica nel Regno Unito, e Masar Badil, movimento palestinese transnazionale che Washington considera collegato al Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina. Per Autistici/Inventati le conseguenze sono pesantissime: beni e interessi patrimoniali sottoposti alla giurisdizione statunitense vengono bloccati e alle persone statunitensi è generalmente vietato intrattenere transazioni con il collettivo. L’OFAC ha contemporaneamente previsto una licenza temporanea per consentire la cessazione ordinata delle transazioni esistenti.

Ma è soprattutto la motivazione politica del provvedimento a meritare attenzione.

Per Washington, Autistici/Inventati sarebbe parte dell’infrastruttura internazionale del cosiddetto “terrorismo di estrema sinistra”. Il Tesoro americano sostiene che i suoi servizi digitali – posta elettronica cifrata, hosting, chat, videoconferenze, blog e altri strumenti per la comunicazione protetta – siano stati messi a disposizione di organizzazioni e gruppi considerati estremisti o terroristici. Il Dipartimento di Stato arriva a descrivere A/I come un nodo tecnologico utilizzato da reti antifasciste, anarchiche e marxiste per comunicare, organizzarsi e diffondere materiali.

Il salto di qualità è evidente. Non si colpisce soltanto chi viene accusato di avere commesso un determinato atto. Si colpisce chi mette a disposizione l’infrastruttura attraverso cui soggetti politici comunicano.

È una differenza enorme. Autistici/Inventati nasce nel 2001 e da venticinque anni fornisce strumenti di comunicazione indipendente, privacy e autodifesa digitale a movimenti, collettivi, associazioni e singole persone. Il progetto gestisce migliaia di caselle di posta, siti, mailing list e blog e rappresenta una delle esperienze più longeve dell’autogestione digitale italiana. La sua funzione è sempre stata esattamente quella che oggi viene trasformata in elemento d’accusa: consentire a realtà politiche e sociali di sottrarre almeno una parte della propria comunicazione alla sorveglianza commerciale e statale.

Il governo statunitense sostiene che alcuni di questi strumenti siano stati utilizzati anche da gruppi responsabili di sabotaggi e azioni violente. Ma è proprio qui che si apre una questione enorme. Fornire un’infrastruttura di comunicazione significa essere responsabili delle attività di chi la utilizza? E soprattutto: fino a che punto la disponibilità di strumenti cifrati, hosting indipendente e anonimato digitale può essere trasformata in “supporto materiale” al terrorismo?

La risposta fornita dall’amministrazione statunitense è inquietante perché tende a cancellare la distinzione tra infrastruttura e utilizzatore, tra strumento e comportamento, tra possibilità tecnica e responsabilità penale.

È la stessa logica che, applicata coerentemente, potrebbe trasformare qualsiasi servizio di comunicazione in corresponsabile delle attività compiute dai propri utenti. La differenza, evidentemente, sta nella selezione politica del bersaglio. Autistici/Inventati non è una multinazionale tecnologica: è un’infrastruttura autogestita, antifascista, anticapitalista e antimilitarista che rivendica apertamente la propria collocazione politica.

Ed è precisamente questa collocazione a essere messa sotto accusa.

Il linguaggio utilizzato dall’amministrazione americana non lascia molti dubbi. Il segretario al Tesoro Scott Bessent parla esplicitamente di “estremisti di estrema sinistra, loro coperture e loro facilitatori”, mentre la strategia antiterrorismo statunitense del 2026 ha inserito il terrorismo violento di estrema sinistra tra le principali minacce per gli Stati Uniti. Il provvedimento contro A/I si colloca quindi dentro una strategia più vasta: costruire una categoria transnazionale del nemico interno nella quale antifascismo radicale, anticapitalismo, solidarietà palestinese e alcune forme di conflitto sociale possono essere progressivamente ricondotte alla grammatica dell’antiterrorismo.

Non è casuale che nello stesso provvedimento finiscano Autistici/Inventati, Palestine Action e Masar Badil. Realtà profondamente differenti vengono riunite sotto la stessa categoria politica e sicuritaria. Il denominatore comune non è una struttura organizzativa condivisa, ma l’essere collocate dall’amministrazione statunitense dentro un’area internazionale di opposizione radicale all’ordine politico occidentale e, in particolare per due delle organizzazioni colpite, di sostegno alla causa palestinese.

È un processo che conosciamo bene anche in Europa. Prima si allarga semanticamente la categoria di terrorismo; successivamente si anticipa sempre più la soglia della punibilità; infine si criminalizzano non soltanto gli atti ma le parole, le relazioni, gli strumenti, le infrastrutture che rendono possibile il conflitto politico.

È lo stesso paradigma che abbiamo visto avanzare in Italia con il decreto sicurezza del 2025 e con l’introduzione di fattispecie che spostano l’intervento penale molto prima della commissione di un fatto concreto. È il terreno del “terrorismo della parola”: non serve più necessariamente un’azione, perché diventano penalmente significativi il possesso di un materiale, la diffusione di un contenuto, l’espressione di solidarietà, l’appartenenza a una determinata rete politica.

Con Autistici/Inventati assistiamo a un passaggio ulteriore: il terrorismo dell’infrastruttura.

Non soltanto chi parla, ma chi permette di parlare. Non soltanto chi organizza una protesta, ma chi mette a disposizione gli strumenti attraverso cui quella protesta può organizzarsi. Non soltanto chi pubblica un comunicato, ma l’infrastruttura digitale che lo ospita.

È difficile non cogliere la portata di questo precedente in un’epoca nella quale una parte enorme della comunicazione politica passa attraverso piattaforme controllate da poche multinazionali. La possibilità di disporre di server indipendenti, comunicazioni cifrate e piattaforme non commerciali non è un vezzo tecnologico: costituisce una delle condizioni materiali dell’autonomia dei movimenti sociali.

Colpire quelle infrastrutture significa quindi intervenire direttamente sulle condizioni che rendono possibile l’organizzazione politica indipendente.

Autistici/Inventati ha respinto integralmente le accuse, riaffermando il proprio impegno nel fornire strumenti di autodifesa digitale che consentano ad attivisti, persone, gruppi e associazioni di comunicare liberamente. Nella dichiarazione diffusa dopo la notizia, il collettivo sintetizza la questione in poche parole: «L’antifascismo e l’anticapitalismo non sono terrorismo. Protestare non è terrorismo».

Ed è precisamente questo il punto.

La questione non consiste nel sostenere che qualsiasi comportamento compiuto da chi utilizza piattaforme militanti sia automaticamente legittimo. La questione è impedire che la responsabilità per singoli comportamenti venga estesa a interi ambienti politici e alle infrastrutture che ne consentono l’esistenza.

Perché il paradigma che sta prendendo forma è perfettamente riconoscibile: dal reato alla persona, dalla persona alla rete, dalla rete all’infrastruttura. È l’antiterrorismo che progressivamente smette di essere uno strumento eccezionale contro fatti eccezionali e diventa una tecnica ordinaria di governo del conflitto.

Per questo quanto accaduto ad Autistici/Inventati non riguarda soltanto un piccolo collettivo italiano di hacker e attivisti digitali. Riguarda la possibilità stessa di costruire spazi autonomi di comunicazione, organizzazione e dissenso. E proprio per questo sarebbe un grave errore considerarlo soltanto un problema loro.


Il comunicato del Collettivo:

Oggi abbiamo appreso che il governo degli Stati Uniti ha deciso di inserire un piccolo collettivo di volontari e attivisti digitali italiani nell’elenco delle organizzazioni terroristiche mondiali meritevoli di sanzioni, come si può leggere nelle dichiarazioni del Dipartimento del Tesoro, in quelle del Dipartimento di Stato e nel relativo Ordine Esecutivo emesso.

Noi respingiamo al mittente tutte le accuse presentate in tali dichiarazioni e allo stesso tempo riaffermiamo con forza il nostro impegno nel fornire una piattaforma di strumenti di auto-difesa digitale per permettere ad attivist*, singole persone, gruppi e associazioni di comunicare liberamente. 

Non ci fermeremo e continueremo a fare quello che abbiamo sempre fatto, opponendoci in ogni modo alle accuse false costruite da un’amministrazione politicamente disperata che ha il solo scopo di distrarre le persone e i media dalla propria violenza e dal proprio desiderio di guerra. 

L’antifascismo e l’anticapitalismo non sono terrorismo. Protestare non è terrorismo. E tutti hanno il diritto di prendere parola e di lottare per tutta l’umanità. 

Collettivo Autistici / Inventati — “Socializzare saperi senza fondare poteri”

da qui