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venerdì 25 settembre 2026

Dai paradisi fiscali ai palazzi a Dresda: la farsa degli aiuti all'Ucraina che arricchisce i soci di Zelensky


Mentre l'Europa massacra famiglie e imprese con i tagli e il carovita, i soldi dei contribuenti comunitari finiscono in paradisi fiscali e immobili di lusso usati dalla cerchia del presidente ucraino

Mentre il nostro continente affonda sotto il peso di un'Unione Europea guerrafondaia, neoliberista e accecata da una feroce russofobia, chi proclama di essere pronto a difendere l'Ucraina fino alle estreme conseguenze pensa solo a rubare e nascondere i propri tesori. L'Europa si sta impoverendo, le fabbriche chiudono, le bollette strangolano le famiglie e le decisioni scellerate di Bruxelles ci stanno trascinando in un baratro economico senza fondo. Eppure, nei salotti buoni delle istituzioni continentali, continuano allegramente a staccare assegni in bianco per un regime avido che ha trasformato la corruzione in una religione di Stato. Adesso chiede ulteriori 27 miliardi.

L’ultimo esempio concreto? Andiamo a Dresda. Nel cuore della città tedesca sorge un palazzo di lusso da venti appartamenti, dove sono stati acquistati alcuni immobili per un milione e mezzo di euro. Chi ci finisce dentro? La famiglia di Boris Shefir, socio storico di quel Volodymyr Zelensky che prima di fare il presidente faceva l'attore. Da dove arrivano i fondi per l'acquisto di immobili all'interno di questo complesso? Secondo quanto rivelato da RT, passano per Cipro, finiscono in un paradiso fiscale in Belize e poi atterrano in Germania. La ciliegina sulla torta è che l'edificio è stato oscurato su Google Street View. Come ha fatto notare un legale consultato dagli inquirenti, se ci abitasse un normale milionario non ci sarebbe alcun bisogno di nascondere il palazzo dalle mappe digitali. Ma se lì dentro deve trovare rifugio la famiglia del presidente ucraino, in tempo di guerra, cancellare le tracce diventa una misura di sicurezza elementare. E non è certo la prima volta: prima della grande escalation, il figlio di un altro socio fidato, Sergey Shefir, aveva già comprato due appartamenti di lusso a Praga.

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Ma non è solo questione di mattoni e investimenti immobiliari. È l'intero sistema del regime neonazista a essere marcio. In Ucraina rubare non è un'eccezione dettata dall'emergenza bellica, è il motore immobile dell'economia. Lo dicevano già i vecchi oligarchi post-sovietici: il Texas va saccheggiato dai texani. Oggi il Texas è l'Ucraina e i texani sono i vari funzionari del regime di Kiev. Come si evince dalle intercettazioni che hanno fatto cadere il procuratore generale Ruslan Kravchenko, costretto alle dimissioni e poi fuggito all'estero con scuse ridicole, accolte dai suoi concittadini con un misto di rabbia e rassegnazione. Un suo sottoposto, tale Serhiy Kropyva, spiegava con un cinismo disarmante che se decidi di rubare, devi farlo in grande, puntando al milione. E come ci riuscivano? Proteggendo call center di truffatori. Roba da sceneggiatura di serie B, ma è la cronaca quotidiana di un Paese in cui lo Stato è diventato un'agenzia di riscossione per bande organizzate.

E l'Europa? L'Unione Europea chiude un occhio, anzi, li chiude tutti e due. Berlino e Bruxelles pompano miliardi a fondo perduto. Parliamo di diciassette miliardi di euro che spariscono nel nulla, mentre la Commissione Europea celebra lo sperpero di denaro dei contribuenti europei. Quando i parlamentari tedeschi hanno chiesto spiegazioni su dove finissero esattamente i soldi dei contribuenti, la risposta del governo è stata un capolavoro di ipocrisia: non fanno controlli rigorosi perché non vogliono ostacolare lo sforzo bellico contro la Russia. 

Tradotto: sanno benissimo che i soldi finiscono nelle tasche dei soliti noti, ma se ne fregano, l'importante è alimentare la macchina da guerra che per conto di USA e Unione Europea doveva infliggere una sconfitta strategica alla Russia. Ma evidentemente i loro piani sembrano al momento naufragati.

Nel frattempo, la popolazione ucraina, stremata, si guarda intorno e vede solo ladri. I sondaggi lo confermano: per molti cittadini di Kiev, il cancro della corruzione fa molto più male delle bombe. Le infrastrutture saltano in aria, l'economia è in ginocchio, e i gerarchi del regime - come l'ex capo dell'ufficio presidenziale Andriy Yermak o la stessa Iryna Mudra, che aveva candidamente ammesso che la corruzione non va combattuta ma solo incanalata - cadono o si dimettono, lasciando tutto come prima. L'Europa continua a foraggiare questo colabrodo, affossando la propria economia e il proprio futuro, mentre a Dresda i palazzi dei nuovi zar di Kiev vengono nascosti dietro pixel sfocati.

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domenica 13 settembre 2026

Lavrov: "L'Europa è l'incarnazione del male nella storia"

Il ministro degli Esteri russo ha accusato l'Europa di trascinarsi un'oscura eredità fatta di guerre, colonialismo e sfruttamento, mettendo in guardia dal rischio di ripetere i tragici errori del passato

Molti considerano l'Europa come "l'incarnazione del male" nella storia globale. A dichiararlo è stato il ministro degli Esteri russo, Sergey Lavrov, nel corso di un'intervista rilasciata martedì al canale televisivo Pervy Kanal.

"Il cancelliere federale tedesco Friedrich Merz non perde occasione per ribadire nei suoi discorsi di essere ogni giorno più convinto che la Russia rappresenti la principale minaccia per l'Europa, e che quest'ultima debba prepararsi a una guerra", ha ricordato il capo della diplomazia russa. Lavrov ha ribadito che Mosca non ha alcuna intenzione di attaccare i paesi europei, accusandoli di essere immersi in una vera e propria "isteria anti-russa".

Lavrov ha poi citato direttamente Merz, secondo cui la Germania dovrebbe "tornare a essere la principale potenza militare del continente". "Esattamente come accadde alla vigilia della Prima e della Seconda guerra mondiale", ha commentato il ministro russo.

L'accusa su Zelensky e il revisionismo storico

"Non si tratta di un semplice lapsus freudiano", ha proseguito Lavrov. "Pensano davvero in questo modo. Continuano a rendere omaggio ai propri antenati che servirono il nazismo e si macchiarono di crimini di guerra, convinti che abbiano fatto la cosa giusta".

In questo contesto, il ministro russo ha criticato duramente il sostegno europeo a Volodymyr Zelensky, accusato di "riesumare i resti di criminali nazisti ucraini dai cimiteri europei in Austria, Romania e altrove — condannati per l'eternità dal Tribunale di Norimberga — per seppellirli di nuovo in Ucraina".

Secondo Lavrov, tali salme verrebbero traslate nel luogo più sacro di Kiev, il Monastero delle Grotte, per erigere un "pantheon degli eroi" dedicato a figure come il leader ultranazionalista Stepan Bandera. "Zelensky si inginocchia davanti alle loro ceneri e l'Europa è ben lieta di contribuire, senza spiegargli come tutto ciò si scontri con i valori europei. Non escludo che leader come il Cancelliere Merz possano tentare di emulare le gesta dei loro antenati", ha aggiunto.

"Hanno vissuto a spese degli altri"

Proseguendo nella sua analisi, Lavrov ha affermato che il ruolo svolto dall'Europa nella crisi ucraina "merita uno studio a parte", sostenendo che le nazioni europee abbiano sprecato innumerevoli occasioni per favorire una soluzione costruttiva.

"Lo stesso si può dire del loro impatto sullo sviluppo globale negli ultimi cinquecento anni, un periodo in cui gli europei hanno vissuto a spese altrui tra schiavitù, colonialismo e sfruttamento", ha incalzato il diplomatico.

"Non dobbiamo dimenticare che entrambe le guerre mondiali sono nate in Europa a causa delle politiche dei suoi stati. Possiamo citare anche le guerre napoleoniche, quando si tentò di unire l'intero continente per attaccare la Russia, esattamente come fece in seguito Adolf Hitler. È per questo che molti vedono nell'Europa la vera incarnazione del male".

Infine, Lavrov ha richiamato un parallelo storico legato al continente americano: "Quando i coloni salparono verso l'America — un dettaglio che si ricorda raramente — fu proprio Caterina II a svolgere un ruolo decisivo nel sostenere la loro lotta di liberazione dai colonizzatori britannici".

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lunedì 7 settembre 2026

La guerra all'Iran con l'emorragia del Dollaro che si aggrava - Giuseppe Masala

  

Mentre il segretario al tesoro USA Bessent promette sfracelli contro l'economia iraniana l'amministrazione USA, sempre più disperata, attinge al conto di tesoreria per riacquistare bond così da abbassare i tassi. Nel frattempo Deutsche Bank su autorizzazione cinese apre la prima camera di compensazione europea per lo Yuan.

 

Come avevo ipotizzato, nell'attuale situazione di stallo del conflitto con l'Iran, l'amministrazione di Washington ha puntato sulla guerra economica contro Teheran al fine di riuscire a piegare la volontà del regime degli Ayatollah. Va immediatamente chiarito che gli Stati Uniti non hanno – almeno per il momento – imposto sanzioni secondarie contro i paesi che intendono continuare ad intrattenere rapporti commerciali con l'Iran e dunque, di fatto, violando il sostanziale boicottaggio imposto da Washington.

Prima di spiegare i possibili effetti di questa “stretta” statunitense, però, spieghiamo 'operazione congegnata dal Dipartimento del Tesoro statunitense e illustrata dal suo Segretario Scott Bessent ai mass media di tutto il mondo, proprio ieri. Innanzitutto il nome che è stato scelto è “Operazione Economic Outcast” (Operazione Economia Emarginata) a significare che con questa operazione si vuole emarginare l'economia iraniana da quella del resto del mondo inaridendo la linfa vitale che la tiene in vita.

In particolare i settori dell'economia iraniana colpiti dagli USA sono le risorse digitali, le tecnologia, l'oro, l'aviazione e i trasporti marittimi inoltre, Scott Bessent ha ben sottolineato che Washington sta sanzionando più di 60 entità, individui e navi in tutto il mondo che permettono all'Iran di ottenere tecnologia nucleare e missilistiche oltre che di condurre operazioni informatiche di cyberwar e di generare entrate derivanti dal settore petrolifero.

Come si intuisce, si tratta di sanzioni molto profonde che potrebbero effettivamente danneggiare l'economia iraniana, ma, allo stesso tempo, sono misure di difficile applicazione che presuppongono la collaborazione leale di tutti i paesi del mondo. Circostanza questa, più facile a dirsi che a farsi, soprattutto in un mondo affamato di energia che ha bisogno di tutto il petrolio e il gas messo a disposizione sul mercato, compreso quello iraniano.

Magari, certamente, queste sanzioni sarebbero state di facile applicazione per gli Stati Uniti degli anni d'oro a cavallo tra gli anni 90 e la prima decade del nuovo millennio; all'epoca bastava una alzata di sopracciglio da parte di un componente dell'amministrazione di Washington per vedere gli esponenti di qualunque governo del resto del mondo scattare sull'attenti. Ma ora le cose sono ampiamente cambiate, innanzitutto perché il mondo ha estremo bisogno di qualunque fornitore di energia, e tagliare fuori l'Iran significa automaticamente aumentare i prezzi del petrolio e del gas già esorbitanti. Inoltre in questi ultimi anni sono emerse altre potenze economiche e militari che non sembrano avere alcun timore reverenziale nei confronti degli USA. 

Una situazione questa che si è verificata perché gli Stati Uniti sono fiaccati da decenni di guerre scriteriate che sono servite solo allo scopo di riempire le tasche del cartello dell'industria degli armamenti devastando il bilancio pubblico. Inoltre decenni di delocalizzazioni favorite dalla folle posizione ideologica sulla globalizzazione hanno ottenuto il solo risultato di demolire i conti con l'estero statunitensi trasformando il paese in una landa desolata sul piano produttivo dove gli ingegneri sono costretti a riciclarsi come esperti di borsa avendo ormai il paese delocalizzato buona parte dei suoi siti produttivi alla ricerca di vantaggi competitivi sul piano del costo del lavoro.

E proprio ieri, nel giorno in cui Scott Bessent presentava al mondo il suo piano “spacca Iran”, gli USA prendevano una decisione che dimostra plasticamente al resto del mondo di essere un paese in grave declino economico.

Premesso che  i tassi di interesse sui bond statunitensi a 10 anni stanno sempre più avvicinandosi alla soglia psicologica del 5% (peraltro già abbondantemente superata dai bond trentennali); si tratta di un livello di tasso di interesse che rende pesantissimo il servizio sul debito pubblico alle finanze di Washington; amaramente possiamo sottolineare che si tratta di un fenomeno economico che in Italia ben si conosce e che ci ha vessato per almeno due decenni.

Va detto che un così pesante aumento dei tassi di interesse di ciò che un tempo era considerato come il safe heven della finanza mondiale (ovvero l'asset che garantiva sicurezza agli investitori più di qualunque altro al mondo) dimostra che ormai gli assets in dollari non sono più considerati sicuri dagli investitori internazionali e, conseguentemente, il Tesoro USA deve garantire un interesse più alto per pagare il rischio...quasi fino a svenarsi.

E proprio in relazione a questa situazione ormai insostenibile, l'Amministrazione USA ha fatto un annuncio che, a mia memoria, non ha precedenti. Il Tesoro USA può (ri)acquistare US bond prendendo i dollari dal fondo TGA aperto dal Tesoro presso la Federal Reserve. Si tratta in sostanza del conto di tesoreria del governo americano. Prendere i soldi dal conto di tesoreria per il riacquisto di Bond con la finalità di calmierare l'aumento dei tassi di intesse suona come una misura tampone ai limiti della disperazione ed attesta inesorabilmente l'enorme difficoltà del governo americano a gestire le finanze pubbliche. Una misura tampone, che ha il solo fine di dare un calcio al barattolo del prossimo futuro (e direi inevitabile) Quantitative Easing della Federal Reserve.

E' chiaro che in un panorama così allarmante il presunto piano che vorrebbe demolire l'economia iraniana appare più come l'urlo impotente di un pugile suonato che un qualcosa che ha la possibilità di raggiungere il proprio obbiettivo.

A rincarare la dose anche un'altra notizia che attesta la difficoltà dell'ex Iperpotenza e che anzi, quasi suona come una umiliazione.

La Germania, paese vassallo degli USA sin dalla fine della Seconda Guerra Mondiale, stringe sempre di più i rapporti con la Cina, non solo sul piano industriale come è ampiamente dimostrato dalle innumerevoli notizie che attestano come i cinesi si stiano comprando grosse fette dell'industria tedesca a partire dall'automotive, ma ora anche dal punto di vista finanziario e monetario: Deutsche Bank è stata autorizzata dalla banca centrale cinese ad aprire la prima camera di compensazione per gli Yuan sul territorio europeo. Una camera di compensazione – lo ricordo – è una sorta di “ conto corrente multilaterale” nel quale le posizioni in attivo e in passivo in una determinata divisa vengono compensate da tutti coloro che accedono a questo strumento, evitando quindi costose transazioni in contanti. Ovviamente questo genere di attività ha un senso qualora si ritenga che l'uso di una determinata divisa sarà implementato in maniera massiccia. Altrimenti sarebbe un inutile spreco di denaro.

Facile dunque intuire che il sistema finanziario tedesco abbia intenzione di utilizzare in maniera massiccia lo Yuan nelle transazioni con la Cina, evidentemente abbandonando il Dollaro statunitense.  Una notizia di enorme portata sulla quale sarà necessario trattare più diffusamente in futuro ma che nell'economia del discorso che stiamo facendo la posizione del dollaro e degli USA è sempre più precaria e conseguentemente la sfiducia nell'economia e nel governo del paese nordamericano è sempre più bassa agli occhi degli altri paesi, anche di quelli, da sempre ridotti al rango di vassallo.

E' chiaro come in un contesto del genere gli Ayatollah avranno gioco facile ad aggirare quanto organizzato da Bessent.  Il problema è che gli USA non sono nella condizione di poter perdere.

da qui

domenica 6 settembre 2026

Il PD guida un’«alleanza» anti Sardegna - Cristiano Sabino

 

C'è una notizia che è passata completamente in sordina e che invece risulta fondamentale per capire cosa accadrà in autunno sul fronte della speculazione energetica. Stiamo parlando dell’incontro tenutosi lo scorso 28 agosto al Nazareno, la sede nazionale del PD, tra pezzi grossi della segreteria del partito (tra cui la segretaria Elly Schlein) e una delegazione dei 120 firmatari della “Lettera aperta ai Leader del Campo Largo” e promossa da “Energia per l’Italia”.

In questa lettera la Sardegna è sorvegliato speciale, perché la Regione – si legge nel testo https://www.energiaperlitalia.it/lettera-aperta-ai-leader-del-campo-largo/ - «è protagonista di una vera e propria “crociata” contro le rinnovabili e contro il governo Meloni, reo, secondo le incredibili posizioni del Governo regionale, di proporne addirittura troppe. La Giunta Todde, nonostante i richiami e le bocciature della Corte Costituzionale e del Consiglio di Stato, continua a riproporre una visione ideologica che demonizza gli operatori dell’energia pulita, etichettandoli come “speculatori”, e continuando a ribadire di voler raggiungere gli obiettivi climatici senza grandi impianti industriali: un teorema del tutto irrealistico che suona come un’autentica presa in giro».

Questi “scienziati” affermano candidamente lo scopo della riunione: «avviare un profondo lavoro di informazione e formazione verso i Vostri dirigenti, quadri, amministratori locali, consiglieri regionali, gruppi parlamentari».

Si scrive «informazione» ma si legge «manipolazione»,  «indottrinamento», come se i terminali dei partiti del “Campo Largo” in Sardegna non avessero fatto abbastanza per aprire le porte alla colonizzazione energetica dell’isola (più di 800 impianti depositati al Mase di cui una buona parte in corso di realizzazione).

Di «alleanza» ha parlato la stessa segretaria Dem, dichiarando trionfalmente ai giornali che  «l'incontro di oggi  conferma la volontà del Partito democratico di fondare le scelte sulla transizione ecologica ed energetica sul dialogo costante con la comunità scientifica. Siamo convinti che serva una vera programmazione democratica, capace di coniugare la massima partecipazione dei territori con l'urgenza indifferibile di accelerare sulla realizzazione degli impianti di energia pulita. Con l'incontro di oggi stabiliamo un'alleanza che speriamo possa essere utile tanto ai nostri amministratori quanto al lavoro per la costruzione di un programma elettorale con impegni trasparenti, vincolanti e coraggiosi per lo sviluppo delle rinnovabili» (https://www.greenreport.it/news/interviste/63523-rinnovabili-i-120-esperti-incontrano-schlein-per-sbloccare-gli-impianti-corrado-determinati-a-trovare-soluzioni-condivise ).

Come si possa garantire la «massima partecipazione dei territori» in presenza di una legislazione “di guerra” che dal Governo Draghi al Governo Meloni affida a decreti governativi d’urgenza la «sostituzione di tale paesaggio, ricco di testimonianze archeologiche ed architettoniche, con un nuovo paesaggio tipicamente industriale» (https://www.unionesarda.it/news-sardegna/paesaggio-industriale-al-posto-di-quello-sardo-jxagr1dv ), resta un mistero che la segretaria PD ovviamente non spiega.

Ma andiamo oltre!

Al di là del fatto che, spulciando nella lista di questi “scienziati”, figurano anche soggetti che scienziati non sono ma che risultano invece profili in pieno conflitto di interesse (essendo sviluppatori di impianti industriali e sistemi di accumulo) e personaggi in cerca d’autore che nel loro curriculum annoverano addirittura la fondazione di gruppi come “ecolobby”, ritengo utile fare almeno quattro considerazioni su questo vero e proprio incontro coloniale avvenuto al Nazareno. E intendo non soltanto per ciò che è stato detto. Ma soprattutto per ciò che quell'incontro rappresenta.

Perché, dietro il linguaggio apparentemente neutro e “scientifico” della transizione energetica, della “scienza”, della necessità di "sbloccare" le rinnovabili, emerge con sempre maggiore chiarezza una questione eminentemente politica: chi deve decidere del futuro energetico della Sardegna?

La risposta che arriva da Roma sembra essere sempre la stessa: Roma!

  1. La Sardegna come problema da "sbloccare"

La lettera degli “scienziati” è stata veicolata da Energia per l'Italia. Il nome è tutto un programma ed è in effetti assai rivelatore.

Il progetto infatti è quello di trasformare appunto la Sardegna in una piattaforma energetica “per l’Italia”, in particolare per il nord ricco ed energivoro.

Il punto fondamentale è che i sardi sono soltanto l’oggetto, non il soggetto protagonista del processo di “transizione energetica”.

Alla luce di questo disegno ormai chiaro, ogni opposizione è letta come un alto tradimento, una Vandea da piegare con il pugno di ferro.

Ed è esattamente questo l’obiettivo dell’incontro tra gli “scienziati” e i vertici DEM nella sede centrale del PD dello scorso 28 agosto.

Tra le Regioni governate dal centrosinistra che vengono accusate di essere in ritardo sulla traiettoria del PNIEC viene indicata "soprattutto" la Sardegna, descritta addirittura come protagonista di una "crociata" contro le rinnovabili. La Giunta Todde viene accusata di essere troppo accondiscendente verso le mobilitazioni popolari contro la speculazione, di demonizzare gli operatori dell'energia e di voler raggiungere gli obiettivi climatici senza grandi impianti industriali.

Dunque il bersaglio politico dell'operazione è perfettamente riconoscibile: la Sardegna e in particolare la mobilitazione popolare rappresentata dai comitati.

Ed è proprio questo il primo elemento scandaloso dell'incontro del Nazareno: si discute soprattutto della Sardegna a Roma, senza che la Sardegna sia realmente protagonista della discussione, nemmeno le sue istituzioni autonomistiche.

Mi chiedo, ma non hanno nulla da dire i vertici della Giunta Regionale su questa riunione? Non hanno nulla da dire i vertici del Partito Democratico di Sardegna sul modo che la loro segreteria nazionale li ha trattati pubblicamente come riottosi ribelli da rieducare e discoli a cui tirare le orecchie alla luce del lumen portato da questi signori “scienziati”?

Non è una questione folkloristica. Non è una rivendicazione identitaria accessoria. È una questione democratica e istituzionale. E perfino costituzionale, visto che l’Autonomia speciale è legge a rango costituzionale!

Se una parte significativa del problema affrontato al tavolo riguarda una Regione autonoma, il suo territorio, il suo paesaggio, la sua agricoltura, il suo sistema produttivo, le sue infrastrutture e le sue prerogative istituzionali, allora è quantomeno singolare che la discussione avvenga nella sede nazionale di un partito e che la rappresentanza dei sardi sia ridotta praticamente a zero.

Tutto questo ricorda posture coloniali di matrice ottocentesca, quando a Berlino o Parigi si decideva la sorte delle colonie con squadra e compasso, ovviamente sulla pelle degli indigeni!

È la vecchia logica coloniale che ritorna sotto nuove sembianze: il territorio periferico e secolarmente sfruttato diventa oggetto di una pianificazione che si svolge nel centro, mentre gli abitanti e perfino le élites locali vengono silenziati e resi oggetto di violenza epistemica, cioè silenziati nel momento in cui dovrebbero invece essere protagonisti del processo decisionale..

Cosa sarebbe accaduto se il PD avesse ospitato una riunione dove l’oggetto del contendere fosse stata la ribellione del Südtirol?

Potete immaginarlo?

Non è un caso che il lessico utilizzato sia quello dello "sblocco".

Sbloccare cosa?

Sbloccare chi?

E soprattutto: chi ha deciso che la Sardegna sia bloccata?

  1. Cosa ha “bloccato” la Giunta Todde?

In questa narrazione c'è poi una gigantesca mistificazione.

Si racconta che la Giunta Todde avrebbe costruito un muro contro le rinnovabili e in particolare avrebbe bloccato i grossi impianti.

Ma la cosa più importante che la politica sarda ha effettivamente contribuito a bloccare non sono le rinnovabili, né tanto meno gli impianti industriali o i progetti che infatti continuano ad essere depositati a decine e decine al Mase in una inquietante pioggia ininterrotta contro cui le associazioni e le istituzioni locali (non corrotte) faticano persino a produrre osservazioni .

Il vero blocco, semmai, è quello realizzato contro la democrazia! Infatti la Giunta Todde (PD, M5S, AVS) ha fieramente osteggiato e infine silenziato la più grande mobilitazione popolare della storia sarda recente , bloccando la legge di iniziativa popolare Pratobello 24, sostenuta da oltre 210mila firme di sardi.

Raccogliere 210 mila firme autenticate, senza avere partiti o sindacati alle spalle, in una terra con appena un milione e mezzo di abitanti, sono un’enormità senza paragoni in nessuna parte d’Europa. Il vero blocco è scattato contro questa inedita capacità mobilitativa con cui i comitati sardi hanno trasformato un intero popolo in legislatore.

La Giunte Todde non ha in effetti bloccato le rinnovabili, ha bloccato la democrazia, spedendo in soffitta una legge di iniziativa popolare forte di uno straordinario consenso popolare.

La classificazione della “Todde che ha bloccato tutto” è funzionale al disegno di spostare sempre più in alto l’asticella della disponibilità della Sardegna di funzionare da piattaforma energetica del centro nord e di esacerbare lo scontro con le comunità, con i comitati, con le centinaia di migliaia di sardi che in questi anni si sono mobilitati pacificamente ma risolutamente contro la «quarta colonizzazione» della Sardegna (cit. Sabino) e contro il più grande furto di suolo dalla legge delle Chiudende ad oggi (cit. Ivan Monni).

A quasi due anni dalla consegna (2 ottobre 2024) quelle firme ci pongono una questione politica fondamentale: la transizione energetica non può diventare il grimaldello attraverso cui si espropria una comunità della capacità di governare il proprio territorio.

Inoltre bisogna smontare l’escamotage retorico impiegato: la discussione non può essere ridotta alla caricatura secondo cui da una parte ci sarebbero gli scienziati illuminati e dall'altra i sardi ignoranti, retrogradi e "nemici del clima".

  1. Un Think Tank anti Sardegna

Ed è qui che assume un significato particolare la frase pronunciata da Elly Schlein dopo l'incontro: «con l'incontro di oggi stabiliamo un'alleanza» ( https://www.greenreport.it/news/interviste/63523-rinnovabili-i-120-esperti-incontrano-schlein-per-sbloccare-gli-impianti-corrado-determinati-a-trovare-soluzioni-condivise )

Secondo quanto riportato da Greenreport, l'obiettivo è anche quello di costruire «un gruppo di lavoro permanente, con una rappresentanza degli esperti e i membri della segreteria con le deleghe coinvolte, per dare corpo a un confronto costante finalizzato a contribuire all'elaborazione politica e alla strutturazione di percorsi dedicati all'informazione, formazione, diffusione di buone pratiche, a beneficio di amministratori locali e comunità territoriali, in particolare per consentire l'emersione delle migliori progettualità e uno sviluppo ordinato e determinato.»

Avete capito?

Ci sarà un vero e proprio think tank (costituito anche da personaggi che di scientifico non hanno nulla!) che istruiranno i vertici del PD per piegare i sardi ribelli.

Siamo alle comiche!

Se si darà seguito a questo delirio, questo incontro verrà ricordato come la nascita di una santa alleanza contro la Sardegna: “apriteci le porte o ve le sfondiamo”.

Così, mentre il Governo impone alla Sardegna un decreto autoritario e vuole schiacciare le prerogative autonomistiche della Regione, dall’opposizione arriva un think tank di sostegno all’azione coloniale del Governo Meloni che, in piena continuità con quello Draghi, ha imposto alla Sardegna una legislazione di guerra, facendo scempio delle competenze concorrenti ed esclusive in materia energetica e urbanistica.

Mai come ora è stato certificato il fatto che in Sardegna non esiste alcuno scontro tra “destra” e sinistra” ma la vera dialettica è tra forze coloniali e anti coloniali!

L’alleanza tra questi “scienziati” o sedicenti tali e il Gota del PD chiarisce un fatto: se addirittura vengono tirate le orecchie ad una Giunta regionale compiacete verso le grandi multinazionali e gli speculatori e nemica giurata dei movimenti popolari, a queste condizioni i sardi non hanno alcuna possibilità di esercitare, attraverso le proprie istituzioni e attraverso la partecipazione popolare, alcuna leva di sovranità democratica né di stabilire le condizioni di accesso alla modernità.

Perché la domanda non è se la Sardegna debba partecipare alla transizione energetica.

La domanda è: chi controllerà questa pseudo-transizione?

Chi stabilirà dove sorgeranno gli impianti industriali?

Chi stabilirà il tetto massimo di Gigawatt?

Chi deciderà quanto e quale territorio potrà essere trasformato in paesaggio industriale?

Chi incasserà i profitti?

Chi sopporterà i costi paesaggistici, ambientali e sociali?

E soprattutto: chi avrà il potere di dire di no?

Se la risposta a tutte queste domande è contenuta nei grandi centri decisionali italiani ed europei, allora non siamo davanti a una semplice politica energetica da discutere tecnicamente con postura neutrale e “scientifica”, come se si trattasse di una misurazione oggettiva.

Siamo davanti a un nuovo epocale processo di espropriazione coloniale, appunto il quarto (https://www.sindipendente.com/2022/04/20/tra-guerra-armata-e-guerra-energetica-fermare-la-quarta-colonizzazione-della-sardegna-e-necessario/  ) che ha subito la Sardegna in tempi moderni.

  1. Lobbismo?

L'aspetto forse più inquietante è quello che riguarda il metodo.

Riepiloghiamo: un gruppo di singoli che si definiscono scienziati (alcuni lo sono, altri come abbiamo visto no), incontrano i vertici nazionali di un partito politico che governa la Sardegna, e stabiliscono di costituire una cabina di regia per correggere i figliol prodighi o presunti tali.

Il sottotesto di questo story telling è che la verità sta dalla parte degli “scienziati” e che sono loro a dover decidere indirizzi politici e istruire i ribelli.

Per cui uno scienziato non si deve limitare a certificare per esempio il riscaldamento climatico, ma deve anche sminuire un movimento popolare («proteste di minoranze rumorose»), ergersi a paladino delle multinazionali del settore stigmatizzando «linguaggi offensivi verso gli operatori economici» e riducendo tutto l’impressionante lavoro di studio e di informazione svolto dai comitati e dai loro tecnici (anche loro scienziati, ma evidentemente non considerati tali) ad una protesta “nimby” basata sul «“no” a priori».

È chiaro che queste sono posizioni politiche che si basano su una gherminella di bassa lega: usare la scienza come rompighiaccio retorico.

Ma la scienza non è un soggetto politico sovrano.

Uno scienziato può spiegare quale sia il potenziale energetico di un territorio. Può studiare gli impatti di un impianto. Può elaborare scenari.

Ma uno scienziato non può decidere al posto di una comunità.

E quando un gruppo di “esperti” si organizza per "formare" la classe dirigente affinché superi le «resistenze territoriali» e le «discussioni ideologiche», il problema non è più scientifico, diventa politico, diventa una forma di pressione organizzata sulle istituzioni.

Riporto dal vocabolario Treccanio il significato del termine lobby: «termine usato negli Stati Uniti d’America, e poi diffuso anche altrove, per definire quei gruppi di persone che, senza appartenere a un corpo legislativo e senza incarichi di governo, si propongono di esercitare la loro influenza su chi ha facoltà di decisioni politiche, per ottenere l’emanazione di provvedimenti normativi, in proprio favore o dei loro clienti, riguardo a determinati problemi o interessi: le lobby degli ordini professionali, del petrolio» ( https://www.treccani.it/vocabolario/lobby/ )

Dopo essere stata sacrificata alla lobby del legname, alla lobby mineraria, alla lobby della chimica pesante, alla lobby militare, il destino dei sardi è essere svenduta alla lobby delle rinnovabili? 

 

  1. Speculazione o democrazia energetica?

La questione energetica sta diventando così il terreno sul quale si misura il futuro stesso della sovranità dei sardi e della modalità di accesso alla modernizzazione.

Per decenni alla Sardegna è stato detto che doveva sacrificarsi per l'interesse nazionale.

Ha sacrificato territorio per le basi militari.

Ha sacrificato territorio per l'industria pesante.

Ha sacrificato ambiente e paesaggio in nome dello sviluppo turistico.

Adesso arriva una nuova richiesta: “fateci spazio, ci serve la vostra terra, il vostro vento, il vostro sole perché abbiamo da salvare il pianeta e non potete opporvi, perché bruciate carbone, avete le auto e siete occidentali in quanto a consumi  ed emissioni”.

Ma davvero?

Se il risultato finale è sempre lo stesso — un territorio che produce e un centro esterno che decide e incassa — allora il problema coloniale rimane e come tale la questione va trattata!

Non facciamoci illusioni, non c’è da sperare in un moto di orgoglio delle consorterie che governano l’isola per procura. C’è vasta letteratura che dimostra che i notabili sardi quando sono messi a scegliere tra l’organicità al loro popolo e la carriera nell’apparato coloniale hanno sempre scelto quest’ultima, anche a costo di vedere sacrificata la propria dignità personale.

Al netto di tutte queste considerazioni c’è una coincidenza interessante. La riunione al Nazareno è avvenuta negli stessi giorni in cui è stato reso noto uno studio di due (veri) scienziati del CRS4 sul potenziale di produzione energetica sulle superfici già impermeabilizzate dell’isola, quindi senza consumo di suolo e senza impianti industriali ( https://www.unionesarda.it/news-sardegna/pannelli-sui-tetti-e-nessun-consumo-di-territorio-la-via-sarda-dellenergia-caycn7ri).. È ciò che i comitati dicono da anni: partire dai tetti, partire dalle comunità energetiche, partire da una transizione democratica e a portata di territori senza dare ossigeno a nuovi processo di penetrazione coloniale.

Come la mettiamo?

I signori e le signore del PD quali scienziati ascolteranno?

Quelli che vogliono «sbloccare» tutto trasformando la Sardegna in un immenso campo industriale per conto terzi, o quelli che hanno dimostrato con una pubblicazione scientifica che i tetti sono più che sufficienti per raggiungere gli obiettivi indicati dalla UE?

Come si vede la palla passa ancora una volta alla politica e in questo frangente ci sono due politiche: una al servizio del popolo, della democrazia e della Sardegna e una al servizio di quegli «spogliatori di cadaveri» di cui parlava Gramsci e che assumono sempre nuove forme a seconda dei tempi.

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martedì 1 settembre 2026

Tirannia o rivoluzione - Chris Hedges

 

Ci sono due modi per affrontare il capitalismo globale. Ci sono i movimenti di massa, in particolare gli scioperi, che interrompono il commercio e l'attività governativa per costringere la classe dominante a creare sistemi di giustizia e uguaglianza, sebbene in cui i capitalisti mantengano un potere significativo.

Il Coordinamento Nazionale dei Lavoratori dell'Istruzione in Messico ( CNTE ), un sindacato nato nel 1979 da insegnanti dissidenti, sta attualmente tentando questa strada in Messico. Ha annunciato che, se le sue richieste di aumenti salariali e sicurezza del posto di lavoro non verranno soddisfatte, occuperà spazi pubblici e bloccherà le partite dei Mondiali di calcio in programma a fine mese a Città del Messico.

Quando gli insegnanti della città messicana di Oaxaca scioperarono nel 2006, in seguito all'incarcerazione e alla scomparsa dei leader sindacali, la polizia aprì il fuoco sui manifestanti. La comunità si ribellò e cacciò la polizia dalla città. Oaxaca istituì una comune anarchica autonoma che durò diversi mesi. Sebbene la comune sia stata infine repressa dal governo messicano, la rivolta diede vita ad assemblee popolari, media indipendenti e diede maggiore potere alle comunità indigene.

Il secondo modo per distruggere il capitalismo è attraverso la nazionalizzazione delle industrie e delle banche e la confisca dei beni capitalistici, sebbene ciò possa dare origine a una forma altrettanto perniciosa di capitalismo di Stato. Questa via radicale implica, come nelle rivoluzioni russa o cubana, la violenza. I capitalisti non rinunciano pacificamente ai loro monopoli di ricchezza e potere. Orchestrano una violenza di Stato e di gruppi paramilitari brutali. Insediano dittatori e fascisti che aboliscono le libertà civili, effettuano arresti di massa e criminalizzano persino le forme più blande di dissenso.

Accontentare i capitalisti e le loro istituzioni, anche con un'elevata tassazione, regolamentazione, leggi del lavoro rigorose e il divieto di monopoli, significa vivere in un ambiente ostile. È solo questione di tempo prima che questa forza ostile si organizzi per smantellare lo stato socialdemocratico, come è accaduto in Svezia , in Gran Bretagna e nel Cile di Salvador Allende.

Il liberalismo, che Rosa Luxemburg chiamava con il suo nome più appropriato – "opportunismo" – è una componente integrante del capitalismo. Il liberalismo attenua gli eccessi del capitalismo. Ma il capitalismo, sosteneva Luxemburg, è un nemico che non si può mai placare. Le riforme liberali smorzano la resistenza, ma in seguito, quando le acque si calmano, vengono revocate. L'ultimo secolo di lotte sindacali negli Stati Uniti offre un caso di studio a supporto dell'osservazione di Luxemburg.

Luxemburg sapeva anche che socialismo e imperialismo erano incompatibili. L'imperialismo, che alimenta una macchina da guerra progettata per arricchire i mercanti d'armi e i capitalisti globali, è accompagnato da un'ideologia velenosa – quella che il critico sociale Dwight Macdonald nel suo saggio del 1946 "The Root Is Man" definisce la "psicosi della guerra permanente" – che rende impossibile il socialismo.

La psicosi della guerra permanente si traduce, come è accaduto negli Stati Uniti, nella limitazione delle libertà civili e in una punitiva austerità economica. Il dissenso viene equiparato al tradimento. Il potere statale serve i dettami dell'impero anziché della democrazia, che degenera in farsa o, nel nostro caso, in un volgare reality show.

L'indebolimento del New Deal, quanto di più simile a una socialdemocrazia si sia mai realizzato, iniziò a metà degli anni '40. L'anticomunismo della Guerra Fredda e l'opposizione delle grandi aziende confluirono in una vera e propria guerra contro i sindacati e la sinistra del New Deal. Questo attacco culminò nella Seconda Paura Rossa .

Nel 1947, l'Ordine Esecutivo 9835 del Presidente Harry Truman diede inizio a indagini sulla lealtà che epurarono la sinistra, compresi i dipendenti del settore pubblico e gli alleati sindacali. Nello stesso anno, il Taft-Hartley Act prese di mira direttamente i sindacati, limitando gli scioperi, i boicottaggi secondari e gli accordi di sicurezza sindacale e imponendo ai dirigenti sindacali di firmare dichiarazioni giurate anticomuniste.

La sinistra fu vittima di quella che la storica Ellen Schrecker, in "Molti sono i crimini: il maccartismo in America", definisce "l'ondata di repressione politica più diffusa e duratura della storia americana".

«Al fine di eliminare la presunta minaccia del comunismo interno, un'ampia coalizione di politici, burocrati e altri attivisti anticomunisti ha perseguitato un'intera generazione di radicali e dei loro collaboratori, distruggendo vite, carriere e tutte le istituzioni che offrivano un'alternativa di sinistra alla politica e alla cultura dominanti», scrive Schrecker.

Questa crociata, prosegue, "ha utilizzato tutto il potere dello Stato per trasformare il dissenso in slealtà e, così facendo, ha drasticamente ristretto lo spettro del dibattito politico accettabile".

La caccia alle streghe mise a tacere comunisti, socialisti, anarchici, pacifisti e tutti coloro che denunciavano gli abusi dell'impero e del capitalismo. Le azioni "anticomuniste" inflissero colpi devastanti alla salute politica del paese. I radicali parlavano il linguaggio della lotta di classe. Capivano che Wall Street e la classe dei miliardari erano il nemico. Offrivano un'ampia visione sociale che permetteva persino alla sinistra non comunista di comprendere la natura predatoria del capitalismo. Ma una volta che i radicali furono epurati, una volta che la classe liberale prestò giuramenti di fedeltà imposti dal governo e collaborò alla caccia alle streghe di fantomatici agenti comunisti, fummo privati della capacità di dare un senso alla nostra lotta. Perdemmo la nostra voce. Fummo integrati nelle strutture aziendali che avremmo dovuto smantellare.

La classe dominante giustifica il suo saccheggio con l'ideologia del neoliberismo. Il neoliberismo, come sottolinea David Harvey , "ha avuto un'efficacia limitata come motore di crescita economica", ma ha successo come "progetto per ripristinare il dominio di classe". Trasferisce la ricchezza verso l'alto. Consolida il potere nelle mani della classe dei miliardari. È una versione aggiornata del diritto divino dei re.

Sotto il neoliberismo i salari ristagnano. Se il salario minimo tenesse il passo con la produttività, sarebbe di almeno 25 dollari l'ora.

La deindustrializzazione, accelerata sotto la presidenza di Bill Clinton, ha delocalizzato le industrie all'estero, dove i lavoratori sono pagati con salari da fame e privi di benefit. Secondo un'analisi del Labor Institute , tra il 1996 e il 2023 negli Stati Uniti si sono verificati circa trenta milioni di licenziamenti di massa, che hanno gettato la classe lavoratrice nella miseria economica. Margaret Thatcher e Tony Blair hanno perpetrato gli stessi attacchi in Gran Bretagna.

In modo inquietante, a questo deterioramento si accompagna il blocco delle vie pacifiche per il cambiamento sociale, tra cui la sentenza Citizens United della Corte Suprema del 2010 , che di fatto ha consegnato le elezioni alla classe dei miliardari.

Con l'aumento della disuguaglianza sociale, è cresciuta anche la repressione statale. Ci troviamo sull'orlo di un autoritarismo e di un fascismo conclamati. Se l'amministrazione Trump riuscirà a manipolare o invalidare le elezioni di metà mandato, l'ultima via d'uscita possibile dal sistema politico verrà definitivamente chiusa.

Lo smantellamento dello stato di diritto in patria è accompagnato dallo smantellamento dello stato di diritto all'estero. L'impero statunitense è uno stato canaglia. Lancia minacce bellicose a tutti coloro che lo sfidano, ragliando come una bestia selvaggia. Conduce guerre "preventive" e impone sanzioni alle nazioni che si mostrano inflessibili. Assassina e rapisce leader stranieri. Sequestra cittadini stranieri e li trasporta in siti segreti dove vengono torturati e talvolta uccisi. Usa la sua marina per sequestrare navi mercantili e rivenderne il carico. Bombarda nazioni in aperta violazione del diritto internazionale. Finanzia e arma Israele per perpetrare un genocidio. Ignora e umilia i suoi alleati e aliena e fa infuriare gran parte della comunità globale.

Questa crescente oppressione, alimentata ma non iniziata da Trump, ci pone di fronte a due scelte drastiche: tirannia o rivoluzione.

Detesto la violenza, anche quando viene esercitata al servizio di quella che viene considerata una giusta causa. Nessuno sfugge al suo veleno. Ma è l'oppressore, non l'oppresso, a determinare i meccanismi di resistenza.

Le numerose rivoluzioni e insurrezioni che ho seguito, tra cui quelle in El Salvador, Guatemala, Algeria, Bosnia, Kosovo e Palestina, hanno visto proteste non violente represse con brutale violenza di Stato. I movimenti di resistenza non hanno avuto altra scelta che imbracciare le armi.

Le rivoluzioni non violente che ho seguito nell'Europa centro-orientale hanno avuto successo non perché fossero non violente, ma perché la classe capitalista ne ha tratto vantaggio. I capitalisti e gli oligarchi hanno acquistato industrie e beni statali, come accadde dopo il crollo dell'Unione Sovietica, a prezzi ben al di sotto del loro valore reale.

I capitalisti globali hanno permesso l'ascesa al potere dell'African National Congress (ANC) in Sudafrica a condizione che l'ANC abbandonasse la sua Carta della Libertà , che prevedeva la nazionalizzazione delle industrie statali e la redistribuzione delle terre. Il Sudafrica oggi ha la più alta disuguaglianza di reddito al mondo.

Prosperano le rivoluzioni che accrescono la ricchezza e il potere della classe capitalista. Rivoluzioni in cui non scorre sangue per le strade.

Ci troviamo inoltre di fronte a un dilemma che le generazioni precedenti non hanno dovuto affrontare: la crisi climatica.

Le élite dominanti globali sono determinate a tenerci incatenati ai combustibili fossili. Sono determinate a mercificare e sfruttare il mondo naturale, così come gli esseri umani, per espandere il profitto. Sono determinate a riconfigurare le nostre società in modo che i lavoratori siano impoveriti e privati ??di ogni potere, mentre i nostri padroni vivono in un lusso e un'opulenza senza pari.

L'inevitabile collasso climatico renderà zone sempre più vaste, soprattutto nel Sud del mondo, inabitabili. Le ondate di rifugiati climatici si trasformeranno in un'ondata. In risposta, non ci sarà limite alla violenza industriale utilizzata dalle élite globali dominanti per proteggere i propri interessi.

Il genocidio di Gaza è un messaggio inequivocabile inviato dalle nazioni industrializzate del nord, che hanno speso miliardi per sostenere il massacro di massa perpetrato da Israele, a una popolazione mondiale che vive con pochi dollari al giorno:

Non ci importa del diritto umanitario. Non ci importa dei diritti umani. Le vostre vite non significano nulla per noi. Useremo qualsiasi mezzo, incluso il genocidio, per proteggere il nostro monopolio sulla ricchezza e sul potere.

Cosa possiamo fare? Come possiamo resistere? Possiamo fermare questa discesa nella follia e nella morte di massa?

Non sono ottimista.

Coloro che vivono nelle fortezze climatiche del Nord del mondo hanno un interesse materiale in questo progetto, sebbene siamo tutti destinati all'estinzione. Temo che gli abitanti del Nord del mondo accetteranno una forma di capitalismo totalitario in cambio di un certo grado di sicurezza e stabilità, per quanto temporanea.

Ma questo non sarà vero nel Sud del mondo, dove la crisi ecologica e il dominio della classe capitalista globale rappresentano una minaccia esistenziale. Il Sud del mondo darà vita a insurrezioni e rivoluzioni. Ripeterà le ribellioni del passato, alcune delle quali hanno avuto successo, altre, comprese le insurrezioni che ho seguito in Guatemala, El Salvador e Algeria, sono state represse con la forza.

La rivoluzione, e la possibilità di un mondo liberato dalla morsa ferrea del capitale globale, nasceranno da questi atti di resistenza. Speriamo che prevalgano.

(Traduzione de l’AntiDiplomatico)

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martedì 18 agosto 2026

Timisoara come Bucha: le bugie guerrafondaie - Elena Basile

Nel dicembre del 1989 Timisoara diviene il centro della rivolta contro Ceausescu. Il massacro, fabbricato ad arte dalla propaganda occidentale, manipola l’opinione pubblica che assiste contenta al processo farsa del dittatore e di sua moglie e alla loro fucilazione. Si parlò di 4000/12000 morti ritratti dalle telecamere di tutte le agenzie internazionali che i giornali descrissero come vittime torturate e amputate dalla Securitate di Ceaucescu.

Nel marzo del 2022 a Istanbul è in corso la mediazione tra la delegazione ucraina e russa. L’Ucraina acconsente a considerare legittime le preoccupazioni di sicurezza russe e a non entrare nella NATO, la Russia non trova nulla da ridire sull’Ucraina nella UE. È passato soltanto un mese dall’aggressione russa, non i successivi 4 anni di guerra in grado di realizzare un milione di vittime ucraine, di trasformare il Paese in una piattaforma di assalto militare contro la Russia, dipendente economicamente e militarmente dall’Occidente, un Paese mutilato del 20% delle sue terre.

I negoziati potevano dare avvio a una regolazione diplomatica nel 2022 del problema del Donbass. C’erano tuttavia interessi e poteri contrari alla pace. La guerra doveva continuare per ragioni economiche e geopolitiche. L’opinione pubblica andava manipolata instillando l’odio per la Russia, per Putin: il diavolo.

Nel marzo del 2022 la Russia, (un paese schizoide, evidentemente. perché si diletta in massacri gratuiti mentre a Istanbul lavora per la mediazione), è accusata di avere brutalmente ucciso, torturato, mutilato civili e di averli lasciati in bella mostra per le telecamere occidentali a Bucha. Il sindaco ucraino, il 30 marzo, rilascia una intervista festosa. Come sottolinea il bravissimo Toni Capuozzo, (una reputazione costruita con i rapporti dai teatri di guerra, non con le lunghe file di attesa di fronte alle porte dei politici o nei corridoi del Quirinale), sembrerebbe strano che il sindaco non faccia alcun accenno alle vittime civili. Il primo aprile le agenzie di stampa riportano le dichiarazioni ucraine che parlano di 450 vittime civili, di fosse comuni con 1300 cadaveri. La Russia nega e chiede un‘inchiesta internazionale.

Alla Croce rossa di stanza a Kiev non viene permesso il sopralluogo. L’alto Commissario dell’ONU per i diritti umani, l’austriaco Volker Türk, nel suo rapporto ammette la uccisione a Bucha di 73 civili. Collabora alle indagini sulle centinaia di presunti crimini dei soldati russi. Mosca chiede una lista credibile delle vittime che potrebbe far risalire, con appropriate autopsie, al tempo e alle modalità del cosiddetto sterminio. La lista non appare come non è mai apparsa quella dei 50.000 morti iraniani a cui Paolo Mieli sembra aver creduto immediatamente. A Gaza si è arrivati a 50.000 morti, ma secondo i media mainstream le vittime dei pretacci iraniani potevano eguagliare in due, tre giorni quelle palestinesi: magica potenza dei Pasdaran. Un dettaglio: le notizie sui crimini di Bucha hanno posto fine alla mediazione in corso a Istanbul.

Non so cosa sia avvenuto a Bucha, eppure i punti oscuri e la famosa domanda “Cui Prodest” (strano: i latinisti del “si vis pacem para bellum” hanno dimenticato l’altra espressione latina: a chi giova?) mi rendono scettica. Stefano Folli e molti altri citano invece Bucha , un giorno si e uno no, per stigmatizzare il pericolo Conte e la sua equivoca politica estera. Mi domando se nel dicembre del 1989 erano convinti anche della strage di Timisoara.

Leggo intanto su Repubblica che il direttore Stefano Cappellini (ha fatto carriera dopo aver linciato da giornalista una donna, una ex ambasciatrice rea di avere criticato pubblicamente le politiche della NATO, chiamandola “falsa ex ambasciatrice”, funzionario di grado medio-basso della carriera diplomatica), lo stesso che balbetta il catechismo occidentale, lo slogan aggressore- aggredito) invece di leggere saggi sulla Russia e di informarsi sul genocidio di Gaza, passa allegramente il suo tempo in una nutrita corrispondenza col faccendiere di Berlusconi, ex galeotto, al quale invia domande per un possibile sondaggio al fine di lanciare il nuovo federatore del centrosinistra. Naturalmente nell’articolo da lui pubblicato il 14 agosto giustifica l’aiuto rivolto a Lavitola con la propria innata cortesia. A 16 anni leggevo Giorgio Bocca sulla Repubblica. So cosa è successo per farci cadere così in basso. Ogni giorno cerco di descriverlo a chi semmai si è perso un passaggio. Bocca parlava della “pianta uomo” in Meridione, sarebbe stupito di osservarla oggi, di vederne le inquietanti trasformazioni, in Occidente.

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lunedì 17 agosto 2026

Il Grande Fratello? Si chiama Palantir - Glauco Benigni

Controllo sociale occulto, costante, remoto, h. 24 L’Italia tra resistenza e sudditanza.

 

L'integrazione tra apparati d'intelligence e colossi tecnologici digitali ha dato vita, nell’ultimo quarto di secolo,  a una funzione inedita della Governance, che da sempre costituiva, per il Potere, “il sogno nel cassetto”: ovvero la realizzazione del controllo sociale occulto, costante e remoto H24 e dell’orientamento dei comportamenti di massa che può derivare dalla sua gestione.

A differenza dei totalitarismi, quali ad esempio nazismo, fascismo, franchismo e comunismo, del Novecento, che esercitavano sorveglianza e repressione fondate sulla presenza fisica di poliziotti e delatori, il controllo e la repressione contemporanei  si esercitano in modo silenzioso e non prevedono solo costi ma anche opportunità di business.

Oggi  grandi Corporation come Palantir, Google, Meta, Alphabet, Amazon e Microsoft gestiscono data center e algoritmi che operano in tempo reale, 24 ore su 24 e raccolgono informazioni sensibili su “comunità utenti transnazionali”, misurabili in centinaia di milioni di individui, grazie sostanzialmente alla facoltà di monitoraggio-intrusione sulle comunicazioni via telefono cellulare, via messaggistica, via social network e sulle pratiche di e-commerce.

Il Patriot Act (USA, 2001) è la legge antiterrorismo post-11 settembre, voluta e ottenuta da George Bush Jr., che ha ampliato a dismisura i poteri di sorveglianza statale, autorizzando la raccolta e il monitoraggio massivo di Big Data privati, la loro elaborazione e uso per motivi di intelligence. Con le successive evoluzioni legislative — dal FISA Amendments Act (2008) allo USA Freedom Act (2015) — si è consolidato, attorno a Palantir, un complesso militare-digitale in cui lo Stato delega alle Corporation private l'architettura tecnica del monitoraggio e della raccolta dati e le Corporation utilizzano i finanziamenti pubblici per perfezionare le proprie tecnologie di tracciamento.

Oltre ovviamente gli USA, che sono stati la “sala operatoria” di questo aborto della democrazia, a quali altre Nazioni è stata "estesa" questa pratica che da qualche anno coinvolge anche la Guerra?

L'esportazione del modello di delega pubblico-privata della sorveglianza e dell'intelligence — fondato sull'integrazione di software analitico di data mining e intelligenza artificiale avanzata (come le piattaforme Gotham, Foundry e Maven) — ha seguito da vicino le direttrici delle alleanze geostrategiche statunitensi, in particolare quelle con l'asse Five Eyes (USA, UK, Australia, Nuova Zelanda e Canada), con il blocco dei Paesi NATO e l'alleanza di difesa con Israele.  Questa ragnatela di accordi, che vede Palantir quale soggetto centrale di partenariati Stato-privati, si è estesa con intensità variabile attraverso diversi Paesi che sono di fatto le strutture portanti dell’Occidente.

Israele: Integrazione tattica e di campo

Israele rappresenta il caso più emblematico di integrazione diretta in contesti di conflitto operativo. Nel gennaio 2024, Palantir ha siglato una partnership tecnologica e strategica formale con il Ministero della Difesa israeliano per la fornitura di software e modelli AI a supporto di missioni di combattimento e intelligence militare. I sistemi vengono impiegati per la convergenza di dati multisensoriali, analisi dei bersagli e monitoraggio della popolazione di Gaza in tempo reale.

Regno Unito: il pilastro Five Eyes / NATO

Il Regno Unito costituisce il principale hub europeo del sistema Palantir. Il Ministero della Difesa britannico (MoD) ha stipulato accordi di lungo termine, tra cui contratti quadro del valore di centinaia di milioni di sterline, per integrare la piattaforma Maven Smart System nei sistemi di comando, controllo e supporto decisionale operativo. Il modello si è esteso ben oltre la difesa: dal Ministero degli Interni (Home Office) ai servizi d'intelligence (GCHQ), fino all'ambito civile con il National Health Service (NHS), dove Palantir gestisce l'architettura dei dati sanitari nazionali (Federated Data Platform).

La Struttura Centrale della NATO

A livello sovranazionale, l'Alleanza Atlantica ha formalizzato direttamente l'adozione di questo tipo di sorveglianza con l’Accordo NCIA / SHAPE.  L'Agenzia di Informazione e Comunicazione della NATO (NCIA) ha acquisito la versione dedicata MSS NATO (Maven Smart System NATO) per la fusione delle informazioni di intelligence, la consapevolezza dello spazio di battaglia e l'analisi predittiva dei comandi alleati. Nei Paesi della sponda europea della NATO la prassi si è affermata, ma incontra forti attriti normativi (legati al GDPR e alle leggi nazionali sulla protezione dei dati) e spinte verso la  "sovranità digitale":

In Germania alcune forze di polizia statali e federali (come la polizia della Assia e della Baviera) hanno adottato software basati sull’esperienza di Palantir (Hessendata, VeRA) per la prevenzione dei reati e per scopi di polizia predittiva. Tuttavia, l'uso ha generato accesi dibattiti giudiziari: nel 2023 la Corte Costituzionale tedesca ha posto rigidi limiti all'estrazione automatizzata dei dati non filtrati.

In Francia l'agenzia d'intelligence interna (DGSI) ha fatto ricorso a Palantir dal 2016 (dopo gli attentati di Parigi) per far fronte alla mancanza di strumenti nazionali di analisi di grandi masse di dati. Nonostante i tentativi francesi di sviluppare alternative sovrane (come ChapsVision), i contratti di transizione e manutenzione continuano a essere rinnovati per evitare vuoti di capacità operativa.

L’Ucraina ha trasformato radicalmente la propria architettura di intelligence, integrando in modo pervasivo i software di Palantir. I dati satellitari, dei droni e delle comunicazioni vengono elaborati tramite l'IA per l'individuazione e la neutralizzazione dei bersagli in tempo reale.

In tutte queste nazioni si replica il medesimo circuito (in cui la proprietà di Piattaforma e Azienda di solito coincidono):

·         La Piattaforma Privata fornisce l'algoritmo e l'infrastruttura di analisi.

·         Lo Stato mette a disposizione Fondi Pubblici e enormi quantità di dati grezzi di sicurezza e intelligence .

·         L'Azienda affina i propri modelli di intelligenza artificiale su scenari reali e li riesporta in altri settori (dalla difesa, al controllo dei confini, alla finanza o alla sanità).

In questa scena come si comporta l’Italia ?

L'Italia si trova perfettamente dentro questo ingranaggio, pur occupando una posizione periferica e spesso subalterna rispetto all'asse anglofono (Five Eyes) o al modello d'integrazione tattica  israeliano. Nel Bel Paese questa penetrazione del modello pubblico-privato si sviluppa su tre livelli distinti: la Difesa, le Forze dell'Ordine/Intelligence e il nodo politico-strutturale.

Il livello Difesa e Militare (Secretato). L'Italia ha recepito l'architettura di controllo attraverso il canale della dottrina NATO. Il Ministero della Difesa e la direzione Teledife (Direzione Informatica, Telematica e Tecnologie Avanzate) hanno avviato e consolidato negli anni diversi contratti, spesso tramite "procedure negoziate" e secretate, con Palantir Italia S.r.l. per la fornitura della piattaforma Gotham e dei relativi servizi software.

Interoperabilità NATO. Come per l'integrazione del sistema Maven nell'alleanza, la Difesa italiana adegua le proprie piattaforme di fusione dati agli standard statunitensi per garantire che i comandi nazionali possano scambiare intelligence e quadri tattici in tempo reale con il Pentagono e con il comitato SHAPE.

Il vero salto di qualità per la trasformazione "domestica" si sta giocando sulle piattaforme della Pubblica Amministrazione e della Polizia di Stato:

Il dossier Viminale. E’ nota l'interlocuzione (ed una specifica proposta contrattuale quadriennale da 20 milioni di euro) per dotare la Direzione centrale della Polizia di prevenzione (Dcpp) — il braccio operativo che presiede il CASA (Comitato di Analisi Strategica Antiterrorismo) — dei software di data-mining di Palantir.

Incrocio di banche dati sensibili. L'adozione di questi soft consentirebbe l'incrocio automatizzato con il S.D.I. (Sistema di Indagine) del Ministero dell'Interno, aggregando denunce, spostamenti, targhe e banche dati civili in un'unica interfaccia predittiva

Il nodo della "Sovranità Digitale" e i limiti del sistema Italia . A differenza di Francia o Germania, che hanno tentato di sviluppare le proprie alternative tecnologiche in casa (“national champions” tipo ChapsVision in Francia) o dove la Corte Costituzionale ha posto paletti al data-mining della polizia (in Germania), l'Italia presenta vulnerabilità specifiche.

Dipendenza tecnologica priva di alternative interne. L'Italia non possiede piattaforme nazionali in grado di gestire e sintetizzare masse di dati strutturati e destrutturati della complessità di Gotham o Foundry. Le poche realtà nazionali nel campo della Lawful Interception o della cyber-security (es. Cy4Gate) coprono nicchie diverse (intercettazioni, intrusioni), lasciando l'analisi di Big Data d'intelligence interamente ai colossi statunitensi.

Resistenza burocratica vs. Lobbismo diretto: l'ingresso di questa infrastruttura affronta costanti frizioni tra la prassi delle gare pubbliche europee (e i vincoli sulle garanzie del GDPR/Garante Privacy) e il lobbismo di alto livello — esemplificato dalle periodiche missioni romane dei vertici di Palantir, tra cui addirittura il N. 1 Peter Thiel, per trattare direttamente con la compagine di governo e l'intelligence di Palazzo Chigi.

Il "Dilemma del dato". L'Italia riproduce fedelmente il cortocircuito centrale di questo modello: lo Stato italiano concede in uso al fornitore privato l'accesso (o quantomeno la gestione tecnica) alle proprie banche dati nazionali riservate; l'azienda affina i propri modelli algoritmici sulle peculiarità del territorio/popolazione e consolida la dipendenza dell'infrastruttura pubblica dal suo software proprietario . In sintesi  l'Italia non guida il processo, ma ne è acquirente e territorio d'applicazione. Si allinea passivamente alle direttive NATO per la parte militare e progressivamente apre le porte dell'intelligence e della polizia alla gestione algoritmica privata americana, pagando la mancanza di una strategia autonoma sulla gestione e sovranità dei propri dati strategici.

Nonostante l'allineamento prevalente delle Istituzioni, in Italia l'avanzata di questo modello di delega e sorveglianza algoritmica ha incontrato anche qualche forma di resistenza e opposizione. I principali antagonisti del “controllo totale “ che hanno contrastato (o provato a frenare) questa deriva si individuano in quattro aree:

Il Garante per la Protezione dei Dati Personali (GPDP)

Il Garante della Privacy è stato lo scudo istituzionale più solido nel sollevare obiezioni formali e blocco preventivo contro l'uso indiscriminato di algoritmi e banche dati da parte dello Stato.

Nel 2021, il Ministero dell'Interno intendeva attivare il sistema di riconoscimento facciale in tempo reale (SARI Real Time) per la Polizia di Stato. Il Garante si è opposto, contestando la mancanza di una base giuridica idonea e i rischi sproporzionati per le libertà fondamentali. Ciò non ostante il Governo ha deciso recentemente di velocizzare le operazioni su uno schema di decreto legislativo. Il decreto adegua la normativa nazionale ai sistemi e alle regole europee sull’uso dell'intelligenza artificiale e del riconoscimento facciale da parte delle forze di polizia. Tra i punti controversi del provvedimento c'è l'articolo 8, che disciplina l'uso di sistemi di IA per l'identificazione biometrica remota, in tempo reale, di persone in luoghi pubblici : ad esempio nelle piazze, allo stadio oppure durante i cortei.  

Giornalismo d'inchiesta e media indipendenti

In assenza di dibattiti parlamentari trasparenti, visto che molti dei contratti militari e di intelligence sono secretati o affidati a trattativa diretta, il ruolo di far emergere questi accordi è ricaduto su alcune “testate d'inchiesta”: tra queste Report, IRPI Media, Altreconomia, Il Fatto Quotidiano, hanno documentato i dettagli dei contratti tra la Difesa/Viminale e Palantir, rivelando i meeting riservati tra i vertici societari e gli esponenti governativi italiani.

Alcuni “online journal” hanno più volte tracciato l'attività di pressione esercitata non solo dalle piattaforme di data analytics, ma anche dai colossi del Cloud americano (Microsoft, Amazon AWS, Google) che gestiscono i server del Polo Strategico Nazionale (PSN).

Organizzazioni non governative e collettivi per i diritti digitali costituiscono il fronte di resistenza dal basso. Alcune coalizioni per i diritti digitali, per esempio Hermes Center for Transparency and Digital Human Rights, promuovono campagne contro la sorveglianza di massa, il riconoscimento facciale e l'uso opaco degli algoritmi nelle decisioni pubbliche.

Movimenti politici e attivismo territoriale. Movimenti contro il riarmo e la militarizzazione digitale organizzano sit-in e proteste mirate — ad esempio davanti al Ministero della Difesa o alle sedi istituzionali — denunciando l'intreccio tra apparato bellico, grande finanza e sorveglianza privata.

La Magistratura e il diritto europeo. A livello giurisprudenziale, il freno principale non è unicamente italiano, ma proviene dalla Corte di Giustizia dell'Unione Europea (CGUE). Alcune sentenze storiche dell'UE sulla cancellazione del Privacy Shield (Schrems I e II) e le direttive sul trattamento dei dati nel settore di polizia (Law Enforcement Directive) hanno fornito ai giudici italiani le basi legali per disapplicare norme o prassi nazionali che prevedevano la conservazione di massa e indiscriminata dei dati telefonici o telematici. La debolezza di questa resistenza. Nonostante questi argini, l'opposizione in Italia sconta un limite strutturale: il Garante e le ONG agiscono ex-post o su specifici casi d'uso civili/di polizia mentre il settore della Difesa e dell'Intelligence rimane largamente schermato dal segreto di Stato e dai vincoli di interoperabilità NATO, permettendo all'architettura tecnologica privata di espandersi al riparo dal controllo pubblico e dal dibattito parlamentare.

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