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venerdì 24 luglio 2026

L'Ombra del Nuovo Maccartismo: Il rapporto sul "complotto cubano" e la svolta autoritaria negli USA - Chris Hedges

Il rapporto di 100 pagine del Dipartimento di Stato sulla "campagna di sovversione di Cuba contro gli Stati Uniti", insieme all'affermazione di Donald Trump secondo cui "agli americani è stato palesemente mentito sulla sicurezza delle nostre infrastrutture elettorali", getta le basi per una dittatura.

Le elezioni saranno sabotate in nome della "sicurezza nazionale". Il dissenso di sinistra sarà criminalizzato in nome della "lotta al terrorismo". La democrazia sarà soffocata in nome della protezione della "libertà".

Trump, che ultimamente ha preso l'abitudine di lanciare avvertimenti su un complotto comunista per impadronirsi dell'America, sostiene che un'isola di 9,6 milioni di persone – quasi il 90% delle quali vive in condizioni di estrema povertà a causa di prolungati blackout dovuti a decenni di guerra economica statunitense – rappresenti una minaccia esistenziale.

Queste accuse non sono razionali. Come le accuse di manipolazione elettorale, sono pretesti trasparenti per attaccare istituzioni e individui percepiti come una minaccia al potere assoluto di Trump e del Partito Repubblicano. Mentre Cuba avrebbe "portato a termine una delle infiltrazioni di intelligence straniera più durature e dannose della storia americana", Russia, Cina, Iran e Corea del Nord, così come gruppi non statali, "hanno la capacità di compromettere le infrastrutture elettorali statunitensi".

Sotto la voce "Gruppi di facciata e simpatizzanti", il rapporto raccoglie un insieme eterogeneo di organizzazioni appartenenti alla "rete ideologica" cubana.

Ad esempio, la Interreligious Foundation for Community Organization (IFCO), fondata come organizzazione ecumenica per la giustizia sociale dalla Chiesa presbiteriana, viene descritta come parte di una "rete di solidarietà" cubana che "facilita l'agitazione radicale all'interno degli Stati Uniti".

Sono un ministro presbiteriano ordinato. Posso assicurarvi che la Chiesa presbiteriana non sta favorendo "l'agitazione radicale".

Il rapporto elenca una vasta gamma di organizzazioni per conto delle quali l'IFCO ha agito da intermediaria – in modo perfettamente legale – facilitando donazioni esenti da tasse e gestendo le sovvenzioni, la conformità e la rendicontazione. Tra queste figurano The Jericho Movement, Equality for Flatbush, Claudia Jones School, Haitian Women for Haitian Refugees, changingFrequencies, Viva Palestina US e The People's Forum, che il rapporto descrive come "un importante gruppo attivista nella rete ideologica cubana negli Stati Uniti".

La National Lawyers Guild (NLG) e i Democratic Socialists of America (DSA) vengono aspramente criticati nello stesso capitolo. La NLG "è una delle organizzazioni più persistentemente rilevanti e insidiose nella rete cubana negli Stati Uniti".

Il rapporto prosegue:

L'associazione di avvocati di estrema sinistra e attivisti radicali di strada ha svolto un ruolo chiave in una quota sproporzionata del terrorismo e della violenza di estrema sinistra che hanno afflitto gli Stati Uniti dagli anni '60 ad oggi. Nel corso della sua storia, ha mantenuto stretti legami con Cuba e altri regimi comunisti e ha cercato esplicitamente di promuovere le cause dell'estrema sinistra internazionale, anche lavorando per difendere e agevolare il terrorismo e la violenza estremista, dal Weather Underground degli anni '70 ai violenti militanti di BLM e alle cellule terroristiche di Antifa di oggi.

L'NLG è considerata un'operazione di influenza straniera perché fornisce assistenza ad attivisti il cui diritto alla rappresentanza legale è sancito dalla Costituzione.

Nel 2025, l'amministrazione Trump ha subordinato i finanziamenti federali all'Università di Harvard al taglio dei fondi e allo scioglimento della sezione della facoltà di giurisprudenza della National Lawyers Guild (HLS NLG), che forniva assistenza legale a individui e gruppi studenteschi opposti al genocidio.

Una sezione del rapporto è dedicata alle attiviste contro la guerra di CODEPINK e alle loro co-fondatrici Medea Benjamin e Jodie Evans. Viene evidenziato come al matrimonio di Evans con il ricco imprenditore del settore informatico Neville Roy Singham abbiano partecipato personalità di spicco del progressismo, tra cui la co-conduttrice di Democracy Now! Amy Goodman, il co-fondatore di Ben & Jerry's Ben Cohen e la drammaturga V (precedentemente nota come Eve Ensler), autrice de I monologhi della vagina.

L'elenco degli invitati a un matrimonio è uno dei passaggi più bizzarri.

Il rapporto esagera grossolanamente l'influenza del sostegno di Singham alle organizzazioni di sinistra — descritte come "di estrema sinistra" — ignorando al contempo le ingenti somme fornite da aziende statunitensi, milionari e miliardari, nonché dalla lobby israeliana, ai due principali partiti politici, ai super PAC, ai think tank e alle reti di pressione.

Israele esercita un'influenza ben più insidiosa sulla politica estera e sulla politica interna degli Stati Uniti rispetto a Cuba, Russia e Cina messe insieme.

Il Dipartimento di Stato attacca i cofondatori del Forum Popolare, Manolo De Los Santos e Claudia De la Cruz.

Si basa su documenti spesso risalenti a decenni fa e intrisi della paranoia della Guerra Fredda. Tra questi, un rapporto del Senato del 1966 che afferma l'esistenza di "prove schiaccianti del fatto che l'apparato governativo cubano si sia progressivamente organizzato nel corso degli anni per svolgere il suo compito principale: l'esportazione della sovversione comunista".

Ignora valutazioni più ponderate, tra cui una stima della CIA del 1981 che riconosceva come "gran parte dei disordini nel mondo siano radicati in dispute regionali e locali di natura politica, sociale o religiosa e non abbiano nulla a che fare con il comunismo".

In un capitolo intitolato "Turismo rivoluzionario", la Brigata Venceremos ("Vinceremo") viene descritta come una delle "operazioni di infiltrazione più estese e pericolose mai intraprese da una potenza straniera contro gli Stati Uniti". Questa affermazione diffama migliaia di individui e organizzazioni, presentandoli come agenti cubani, e non offre altro che insinuazioni.

Nell'elenco figurano "il fondatore di Mother Jones" (sebbene i fondatori fossero quattro), insieme a "diversi altri [non nominati] noti direttori di riviste, leader di potenti sindacati e gruppi di pressione, dirigenti di think tank e una serie di professori delle migliori università statunitensi" come "ex allievi" della Brigata.

Trasportare beni umanitari a Cuba non è un reato. Tuttavia, la richiesta di estradizione da parte del Dipartimento di Giustizia statunitense nei confronti della filantropa Fergie Chambers, che ha fornito fondi a organizzazioni umanitarie a Gaza, potrebbe portare alla criminalizzazione di qualsiasi persona o gruppo che presti assistenza a coloro che soffrono a causa delle sanzioni e del blocco.

Il rapporto attacca i membri del "Convoglio Nuestra América" del marzo 2026, che ha trasportato merci a Cuba "sfidando le sanzioni statunitensi". Sottolinea che 120 organizzazioni "provenienti da 33 paesi diversi si sono unite alla carovana", insieme a "una serie di influenti progressisti, tra cui Isra Hirsi, figlia della deputata statunitense Ilhan Omar, lo streamer e commentatore di videogiochi Hasan Piker — con cui ho discusso del mio libro A Genocide Foretold l'anno scorso —, l'ex leader del Partito Laburista britannico Jeremy Corbyn e diversi altri membri, attuali ed ex, del Parlamento europeo". Viene menzionato persino Thiago Avila, attivista della flottiglia di Gaza che ho intervistato il mese scorso dopo che era stato torturato dai soldati israeliani.

Le persone elencate nel rapporto non sono diventate "radicali" a causa dell'indottrinamento cubano. La loro politica è autoctona, formatasi in opposizione al razzismo, al genocidio, alla violenza della polizia, al terrorismo e all'uccisione di immigrati e cittadini statunitensi da parte dei criminali dell'Immigration and Customs Enforcement (ICE) e al neoliberismo, nonché ai crimini dell'imperialismo e del militarismo statunitensi.

Il rapporto fa fugace riferimento a una vasta gamma di persone basandosi su presupposti talmente deboli che bisogna leggerlo per crederci.

Il sindaco di New York, Zohran Mamdani, viene citato per essersi rifiutato di "condannare" un "omaggio ad Assata Shakur", quasi certamente incastrata per omicidio e fuggita a Cuba dopo essere evasa da una prigione statunitense nel 1979.

Il documento dedica due paragrafi alla sindaca di Los Angeles, Karen Bass, per la sua "cordialità nei confronti del regime comunista". La prova addotta è la sua partecipazione a una delegazione del Congresso che accompagnò l'allora presidente Barack Obama in visita sull'isola.

Secondo l'accusa, gli agenti cubani "mantengono una presenza capillare in centinaia di gruppi di facciata, organizzazioni di attivisti, centri di solidarietà e reti ideologiche di ONG e organizzazioni non profit. Questi gruppi rappresentano collettivamente uno dei vettori di influenza straniera ostile più grandi, sofisticati e pericolosi nella storia moderna americana". Cuba avrebbe "infiltrato i più alti livelli del governo statunitense, reclutato e formato generazioni di attivisti americani [e] sostenuto un'ondata senza unprecedented di terrorismo di sinistra sul suolo americano".

Notate la parola terrorismo. Notate che essa rende questi individui e queste organizzazioni terroristi. Notate che li rende soggetti a leggi antiterrorismo draconiane. E notate che l'amministrazione Trump si è impegnata a dare la caccia e a sradicare la "sinistra radicale".

Il rapporto accusa Cuba e i suoi alleati di star conducendo "una rivoluzione contro la civiltà occidentale stessa, perpetrata, in parte, attraverso il metodo inedito e insidioso di persuadere i figli dell'Occidente a rivoltarsi contro la propria eredità". Accusa L'Avana di "sostegno entusiasta alle rivolte per George Floyd". Afferma inoltre che "l'ascesa di Antifa" e "l'esplosione dell'attivismo pro-terrorista nei campus universitari americani" possono essere "collegati, in qualche modo, all'influenza cubana".

Il documento descrive i DSA come "un esempio particolarmente significativo della vittoria ideologica dello sforzo di Cuba di porsi come capitale spirituale del radicalismo terzomondista". Afferma che l'organizzazione mantiene un "impegno feroce, quasi religioso, nei confronti della causa del regime cubano". Sostiene inoltre che Cuba abbia costruito una "vasta rete rivoluzionaria" che ha "plasmato i movimenti estremisti più famosi e influenti d'America", tra cui le Pantere Nere, il Weather Underground e Antifa. Queste reti includono "potenti organizzazioni non profit di sinistra, collettivi anti-ICE, gruppi socialisti e organizzazioni militanti marxiste" negli Stati Uniti.

Cuba, conclude il rapporto, "ha cercato di minare, degradare e destabilizzare l'America con spie e soldati, ma anche con studenti e intellettuali; con cellule terroristiche, ma anche con comitati di solidarietà e reti non profit con agenti dei servizi segreti operanti sotto copertura diplomatica...".

Questa offensiva è agghiacciante. È peggio del maccartismo. Preannuncia una brutale epurazione della società americana.

Coloro che sono citati nel rapporto vengono condannati senza prove. Viene loro negato il giusto processo. Che le affermazioni contenute nel rapporto siano, nella migliore delle ipotesi, distorte e spesso fittizie, è irrilevante. La propaganda fascista non si fonda sulla verità. Si fonda sull'odio per i valori liberali, la democrazia e la sinistra. Si fonda sulla convinzione che, una volta eliminati coloro che sono stati condannati come contaminanti umani, ci sarà una rinascita morale, spirituale ed economica.

Abbiamo già visto questa danza fascista. Sappiamo cosa succederà dopo. Non sarà niente di buono.

(Traduzione de l’AntiDiplomatico)

da qui

domenica 14 giugno 2026

Operazione militare di Cuba sul territorio degli Stati Uniti - Alberto Bradanini

 

1. Con una decisione senza precedenti, la Repubblica di Cuba ha lanciato un’invasione navale e aereo-trasportata contro gli Stati Uniti. L’offensiva tuttora in corso, che il governo cubano ha chiamato Operazione Rinsavimento Cerebrale (ORC) ha l’obiettivo di sostituire la classe dominante anglo-americana affetta dalla malattia degenerativa nota con il nome di Morbo di Trump con una nuova classe politica che organizzi il paese su basi diverse rispetto al passato. Secondo analisti di mainstream si tratterebbe di un’operazione di regime change, un tempo pratica diffusa da parte dell’impero Usa nei paesi dove elezioni politiche, minacce o corruzione non riuscivano a garantire un governo prono agli interessi imperiali invece che a quelli della popolazione locale.

Una volta che le ultime resistenze da parte del governo Usa saranno sbaragliate, la palingenesi toccherà la sfera dei diritti economici e della democrazia (affinché diventi effettiva e partecipata), oltre che l’insieme della politica interna e estera.  Secondo Hombre Normal, il ministro cubano della Humanidad – i canoni della nuova impalcatura istituzionale saranno centrati sulla demolizione del potere plutocratico oggi incentrato sulle corporazioni private, quali strumenti di oppressione etica ed economica di un brutale imperialismo) e il recupero della centralità dello Stato nell’economia e nello sviluppo scientifico/tecnologico del paese, nel rispetto della Costituzione, della libertà di pensiero, religione, associazione, espressione e libera impresa.

Massima priorità sarà riservata allo sradicamento della povertà e dell’emarginazione sociale. Tutti dovranno avere un lavoro sufficiente per vivere e progredire. La proprietà privata sarà garantita e incentivata, affinché ogni famiglia, attraverso il lavoro, possa soddisfare le proprie necessità in funzione delle risorse pubbliche disponibili. Le grandi aggregazioni finanziarie e industriali oltre una certa soglia saranno però consentite solo se funzionali al benessere collettivo e sotto stretta sorveglianza dello Stato. I capitali potranno essere esportati solo sotto controllo dello Stato, e in ogni caso nel rispetto del Diritto Internazionale, della Carta delle Nazioni Unite, in condizioni di parità con le altre nazioni e di rispetto dei diritti e interessi altrui.

Il servizio sanitario sarà nazionalizzato e tutti i cittadini bisognosi potranno accedervi gratuitamente. Le risorse necessarie a tal fine proverranno dallo smantellamento delle grandi corporazioni farmaceutiche e delle 800 basi militari oggi attive in 80 paesi al mondo. Sarà in tal modo possibile, altresì, avviare la costruzione e ammodernamento delle infrastrutture pubbliche oggi fatiscenti o gravemente digradate.

2. Quanto alla politica estera, la nuova classe dirigente – selezionata sulla scorta di accertate competenze e della lealtà ai menzionati principi etici – dovrà rimuovere gli apparati militari e d’intelligence, smantellando Cia, Nsa e le altre agenzie palesi o segrete, sinora utilizzate per destabilizzare, provocare guerre, organizzare colpi di stato, pianificare aggressioni, omicidi mirati, sequestri di persone e via dicendo.

Un’altra priorità sarà la rivitalizzazione delle organizzazioni internazionali, in primis quelle della famiglia delle Nazioni Unite (ad es. l’OMC che Washington ha reso da anni inoperante perché disobbediente ai suoi ordini), che dovrà tornare a funzionare, come da statuto, per risolvere le controversie che sempre emergono tra sistemi economici).

Le convenzioni bilaterali o multilaterali, sia nel campo della sicurezza che in quello economico, tecnologico e culturale, che gli Stati Uniti hanno boicottato perché giudicate non convenienti ai fini di dominio, dovranno tornare a funzionare, nel rispetto degli interessi di tutti, della pace e della stabilità internazionale. Massima priorità verrà data al controllo e riduzione delle armi di distruzione di massa (nucleari, biologiche e chimiche), tramite il rafforzamento del regime internazionale di sorveglianza.

3. Nel contesto dell’Operazione Rinsavimento Cerebrale, il governo cubano ha sottolineato che occorrerà operare anche sul piano educativo, promuovendo l’alfabetizzazione politica presso il deculturato popolo Usa, stimolando la coscienza dei valori essenziali dell’essere umano socializzato. Saranno contrastati come nemici di classe i valori assolutizzanti del profitto e del disprezzo dei beni/interessi collettivi. L’acquisizione e l’uso personale di armi da fuoco saranno proibiti e pesantemente sanzionati. Lo Stato tornerà ad avere il monopolio dell’uso della forza. Sarà ampliata e tutelata la libertà di manifestazione pacifica prevista dalla Costituzione. L’attuale, truffaldino sistema elettorale statunitense, ideato per impedire ogni possibile alternativa e dialettica politica, sarà sostituito con un sistema proporzionale puro, che risponda alla volontà del popolo.

Le decisioni cruciali della vita del paese, come quelle su pace e guerra, non potranno essere adottate da un solo individuo, foss’egli anche il presidente, in quanto esposto, come nel caso attuale, a instabilità mentale, ricatti e corruzione. Esse saranno appannaggio di organi collegiali, Camera dei deputati e/o Senato.

Pensiero critico ed etica della socialità dovranno tornare centrali per consentire la rigenerazione dell’homo novus nordamericano, tenendo a mente le sofferenze a lungo patite sotto il tallone della deformazione mediatica e valoriale, dell’alienazione e dello sfruttamento.

Nelle parole del ministro cubano Hombre Normal, saranno immediatamente avviati progetti per presidiare il territorio, garantire la sicurezza delle persone e lottare contro ogni genere di violenza, delinquenza e uso di droghe, tenendo presente che tali mali sono il riflesso dell’emarginazione e della sottocultura. La lotta all’estrazione di risorse e lavoro da parte del ceto dominante globalista andrà a beneficio di 300 milioni di cittadini, ma anche degli stranieri legali (45 milioni) e illegali (10 milioni).

All’avvio dell’Operazione Rinsavimento Cerebrale, il presidente cubano, Miguel El Libertador, aveva dichiarato: “il popolo nordamericano è vissuto a lungo nell’inganno di essere governato dalla migliore democrazia del pianeta, mentre era chiaro anche alle montagne del Gran Canyon che si trattava di una plutocrazia malata, violenta e spietata”, aggiungendo: “Cuba non può restare a guardare oltre, mentre milioni di cittadini statunitensi sono oppressi, vedono diminuire le loro aspettative di vita e non hanno di che vivere “.

4. Secondo le ultime notizie, le forze cubane giunte sulle spiagge della Florida con barche da pesca riadattate, convogli di biciclette e colonne di automobili anni ’50 ingegnosamente ammodernate, sono state accolte con tripudio e genuina riconoscenza dai cittadini nordamericani. Le truppe cubane hanno portato al seguito viveri, coperte e medicinali per i primi soccorsi a beneficio dei senza tetto, tossicodipendenti, disoccupati cronici e altri bisognosi. Si hanno notizie di gruppi spontanei di sostegno agli invasori, disoccupati, sottoccupati, sfruttati e neolaureati privi di prospettive (tra cui i portatori dell’impagabile debito studentesco, ora abolito).

In uno slancio reattivo, la cui ragione profonda si cerca tuttora di comprendere, diverse filiali di Starbucks sono state occupate e rinominate “People’s Cafés” penalizzando il titolo a Wall Street, galvanizzando tuttavia milioni di lavoratori nelle piantagioni di caffè in Africa e Asia, oltre che in America Latina. Al momento, quale misura di confidence building i clienti ricevono caffè e cappuccini a gratis, in attesa della riorganizzazione dei rispettivi settori agricoli e della distribuzione, con atteso incremento dei salari delle maestranze.

Alla notizia dell’avvio dell’Operazione Rinsavimento Cerebrale, la Guardia Nazionale Usa, l’ICE (Immigration and Customs Enforcement) e i comandi di polizia in diversi stati hanno deciso di schierarsi dalla parte del popolo. A loro volta, le forze armate (Marines, Air Force e US Navy) – che in un primo momento avevano considerato l’impiego di testate termonucleari per polverizzare gli invasori sbarcati con le insidiose colonne di automobili d’epoca – si sono ribellate al Joint Chief of Staff, gen. Out of Mind, mettendosi agli ordini del col. Good Sense, autoproclamatosi difensore delle genti nordamericane.

All’annuncio pubblico che le forze cubane avevano preso possesso del Sud della Florida, il popolo nordamericano è sceso in piazza in ciascuno degli altri 49 stati dell’Unione, organizzando comitati di autogestione e di garanzia per formare il “governo provvisorio rivoluzionario dei Nuovi Stati Uniti d’America”, il cui avvio sarà garantito dalle truppe cubane fino al pieno insediamento delle nuove istituzioni. In attesa che la vita privata e pubblica possa essere riorganizzata sulla scorta dei principi diffusi da Radio Cuba Libre, il governo provvisorio ha statuito che “Il tallone di ferro” (Jack London, 1908) deve essere considerato libro costituzionale, rendendolo obbligatorio in ogni ordine e grado in seno al sistema educativo del paese.

Le prime elezioni libere ed eque saranno pertanto organizzate entro tre mesi, garanti le truppe cubane menzionate, mentre alle Nazioni Unite i leader mondiali non hanno nascosto la sorpresa che una piccola nazione come Cuba potesse esprimere un potere etico-militare di tale caratura, ottenendo risultati così strabilianti. “A questo punto, i tempi per una palingenesi mondiale – hanno osservato i pungenti diplomatici del Sud Globale in un incontro con gli intronati colleghi europei – sono dunque maturi“.

Alla conferenza stampa, convocata in emergenza al Dipartimento di Stato, Marco el-Rubio non ha potuto trattenere i singhiozzi, mentre lo schermo dietro di lui proiettava immagini satellitari di truppe cubane che fumavano sigari a Central Park e passeggiavano applaudite sulla Fifth Avenue: “erano anni – ha egli tenuto a sottolineare – che mettevo in guardia di scavare trincee di difesa sulle spiagge di Miami, invece di perdere tempo con quella maledetta guerra contro l’Iran, dando retta a quel criminale squilibrato di Netanyahu, sebbene sotto altri aspetti essa abbia avuto le sue ragioni, perché abbiamo guadagnato una montagna di soldi in borsa!”

da qui

sabato 6 giugno 2026

Da domani Cuba ufficialmente sotto attacco Usa

La crisi umanitaria a Cuba – da tempo obiettivo di Trump, Rubio e falchi vari della Contra cubano-americana – ha dunque una data ufficiale di inizio dell’attacco finale statunitense. Il 5 giugno -avverte Roberto Livi-, L’attacco non ancora armato ma distruttivo, il ‘bloqueo’ contro una popolazione già alla fame. E poi vedremo.

L’orco si mangia l’indifeso

La catena alberghiera canadese Blue Diamond ha annunciato che si ritira da Cuba. Analoga decisione appare certa per alcune catene spagnole, in particolare Iberostar ha annunciato ieri la rinuncia a gestire dodici hotel dell’isola. Migliaia di lavoratori del settore turistico rimarranno senza lavoro, senza nulla da mangiare.

L’Ordine del padrone

Sono le reazioni alla più recente decisione del presidente Trump di imporre sanzioni extraterritoriali a partire dal 5 giugno per chi collabora con il Gruppo militar- industriale cubano, Gaesa, presente nel settore turistico attraverso la controllata Gaviota, il gruppo turistico controllato. «Per le stesse ragioni le due grandi compagnie che controllano la distribuzone e il commercio dei container, la francese CMP-CGM e la tedesca Hapag-Lloyd, hanno annunciato che sospenderanno l’invio nei porti di Cuba», riferisce il Manifesto.

Gli amici alla larga

La petroliera russa Universal, inviata a Cuba per alleviare il blocco statunitense, la settimana scorsa ha cambiato rotta verso il Sud America per non essere intercettata dal blocco navale degli Usa, di recente rinforzato con l’arrivo del gruppo d’assalto della portaerei Nimitz.

Le crisi umanitarie, dopo Gaza, non contano più

Cuba vietata per ordine di chi? Dalle due compagnie citate sopra e dai loro container dipende il 60% del commercio navale dell’isola. Visto che a Cuba sia il governo che i privati comprano all’estero circa l’80% dei beni di prima necessità, il blocco dei container significa assenza di cibo e prezzi alle stelle per quel poco che arriverà. Il collasso del turismo e lo strangolamento energetico faranno il resto.

100mila in attesa di cure

Intanto negli ospedali con poca luce (quelli che hanno I pannelli solari) e ancor meno medicine si registrano circa 100.000 pazienti in attesa di operazioni – trapianti e urgenze comprese – e la mortalità infantile è raddoppiata (dati forniti dal ministro degli Esteri, Rodríguez, al Consiglio di sicurezza dell’Onu, convocato la settimana scorsa dalla Cina).

Il contesto di morte del ‘bloqueo’ americano

Decina di migliaia di vittime annunciate faranno dunque da corollario a un piano vecchio di 67 anni – l’inizio del bloqueo nordamericano – con lo scopo di «creare fame e disperazione a Cuba» perché la popolazione si rivolti e cambi governo. Lo hanno confermato nei giorni scorsi, oltre al segretario di Stato, alcuni tra gli analisti e influencer della Florida, come Juan Antonio Blanco, presidente di “Cuba Siglo XXI”. A Cuba, affermano, non vi è un’opposizione (si tratta di «piccoli gruppi» per di più «divisi» – dunque «è imprescindibile» l’intervento degli Stati Uniti. Come lo fu – così afferma Blanco- quello voluto da Teodoro Roosevelt nel 1898 per abbattere il potere coloniale della monarchia assolutista spagnola (che già era sul punto di arrendersi ai mambises, i guerriglieri indipendentisti cubani).

La via americana alla democrazia

In attesa della fame e della disperazione a livello di massa, a Cuba c’è il buio. Ogni giorno il Sen, il Sistema nazionale di produzione e distribuzione di elettricità, annuncia che a malapena potrà produrre la metà di quello che servirebbe per alimentare l’isola. Il ministro dell’Energia Vicente de la O Levy da più di due settimane ha informato che non vi è un goccio di petrolio di riserva. Si tira avanti con il greggio di produzione nazionale (40% circa del fabbisogno), quello che si può usare: è assai “pesante” e per pomparlo e usarlo bisogna “scioglierlo” con nafta che il paese non può comprare; una piccola parte di quella utilizzata è nafta criolla, prodotta con un’invenzione chimica cubana. Per il resto, per cucinare, si usa il «gas associato» di alcuni pozzi nella costa nord, come quello di Puerto Escondido.

Apagones, fame e sete

«‘Apagones’, black out quotidiani sempre più lunghi e – loro sì – stabili. E con i black out i cubani devo fare i contri anche con l’assenza di acqua, che necessita di corrente per essere pompata. Naturalmente aumentano i cacerolazos, le proteste popolari al suono delle casseruole quasi quotidiane anche in zone ben presidiate come il centro storico dell’Avana», segnala sempre Roberto Livi.

Dottrina ‘Donroe’

La prospettiva annunciata da Washington è dunque buio, fame e sete nell’isola, a meno che il governo non accetti le condizioni del tycoon-presidente, ovvero «cambiamenti profondi», economici e politici. Dunque una resa al progetto egemonico di Trump proiettato su tutto il continente americano (Canada e Groenlandia compresi) che l’ideologo Maga ha ribattezzato «Donroe» (modernizzazione della “dottrina Monroe” sul «destino manifesto» degli Usa di dominare il Centro-Sud del continente, proclamato dal presidente Monroe all’inizio del 1800).

Conquista militare dopo l’umiliazione Iran?

I piani per un intervento militare statunitense sono pronti, lo ha ripetuto il ministro della guerra Pete Hegseth che lo scorso fine settimana si è “addestrato” con i marine: alcune foto lo mostrano in maglietta verde, muscoli e tatuaggi in rilievo, di fronte allo sguardo adorante di donne-marine. Fa quasi tenerezza (e molta rabbia) confrontare tali foto con le immagini-diffuse dalla tv cubana lo stesso fine settimana – del Día de la Defensa in Cuba, con civili – in gran parte in età matura- che smontano kalashnikov del secolo scorso e lanciano granate di addestramento che non scoppiano, perché bisogna risparmiare esplosivo.

da qui

giovedì 10 aprile 2025

La missione Rubio fallisce in Giamaica: l’assistenza medica cubana resta. E lui si vendica - Flavio Bacchetta

 

Non sapremo mai cosa si sono detti Donald Trump e Marco Rubio al rientro del Segretario di Stato a Washington dopo il meeting multilaterale a Kingston con Barbados, Giamaica, Haiti, Trinidad e Tobago, più altri stati caraibici collegati da remoto, e i due successivi in Guyana e Suriname.

Rubio era partito convinto di avere gioco facile con le isole anglofone, ma ha dovuto incassare un sonoro rifiuto alla richiesta di annullamento dell’accordo per l’assistenza medica fornita da Cuba. Gli Stati caraibici hanno fatto quadrato per difendere il programma concordato con l’Avana. Dal Covid in poi, dottori e infermieri cubani si sono rivelati pressoché insostituibili nel sostenere un servizio sanitario traballante, che diventa inesistente nel caso di Haiti.

Riguardo al petrolio importato nei Caraibi dal Venezuela, e negli stessi Stati Uniti dalla Guyana, il veto sull’energia è sfumato in partenza, dal momento che per ora i dazi su petrolio e gas non sono contemplati nell’agenda Trump. La Giamaica – che ha una partnership solida con Caracas per greggio e gas liquido – ha tirato un sospiro di sollievo, mentre la Guyana, forte dei suoi nuovi pozzi off shore, ha avuto gioco più facile, essendo già nella lista Usa dei paesi fornitori di petrolio.

Dal bastone alla carota

Rubio si è trovato subito in difficoltà: partito a spron battuto, minacciando i premier convenuti di ritirare a loro e al personale diplomatico il visto per entrare negli Stati Uniti se non avessero provveduto ad annullare i permessi che consentono ai medici cubani di agire all’estero, ha dovuto registrare il netto rifiuto degli alleati.

Dopo il timido no di Andrew Holness, primo ministro giamaicano, partner storico dei Rep Usa, Mia Mottley, primo ministro di Barbados, e Ralph Gonsalves per St. Vincent e Grenadine si sono detti pronti a restituire il visto seduta stante se il segretario di stato avesse insistito nel ricatto. Rubio ha cercato di svicolare con la tattica del divide et impera, chiedendo incontri separati con i singoli paesi, ma la Mottley lo ha inchiodato, accusandolo apertamente di voler indebolire i capi di governo convenuti. La leader delle Barbados aveva già negli anni passati fatto valere le sue ragioni, rimuovendo il 30 novembre 2021 la Regina dalla carica simbolica di Capo di Stato, proclamando la repubblica e uscendo così dal Commonwealth Realm, che ne limitava l’indipendenza amministrativa, vincolando l’economia bajana agli interessi del Regno Unito.

Fu uno smacco notevole per gli inglesi – che i bajani dileggiano chiamandoli redlegs (gambe rosse) – per i quali Barbados e Bahamas rimanevano colonie con le Cayman loro cassaforte. Dal 2021 Barbados affianca le isole gemelle di Trinidad & Tobago, già repubbliche dal 1970 pur mantenendo rapporti d’affari con l’ex impero. La Mottley aveva poi sferzato duramente i capi di stato convenuti al summit Onu sul cambiamento climatico, tacciandoli di ipocrisia e inerzia. Parole profetiche oggi che la questione clima è praticamente svanita dagli impegni Usa e il combustibile fossile salito di nuovo in cattedra dopo un decennio di parole al vento, letteralmente, su energie rinnovabili e auto elettriche.

Ipocrisia stelle e strisce

La strategia di Rubio si è dimostrata subito fallimentare, accusando i presenti di sfruttare il personale medico cubano in combutta con il governo centrale che secondo il Segretario di Stato usa i suoi medici come merce di scambio, togliendo loro il passaporto e incassando direttamente gli stipendi. In realtà Cuba trattiene il 60% delle spettanze per finanziare il programma che comprende anche la scholarship, l’istruzione gratuita per gli studenti che provengono da famiglie indigenti.

Gli stati ospitanti hanno dichiarato compatti che i medici immigrati sono trattati allo stesso livello dei sanitari locali. Per esperienza diretta, posso dire che diversi in Giamaica lavorano anche dentro strutture private che sono al di fuori del programma governativo, quindi nel complesso il trattamento di cui usufruiscono, pur se non privo di lacune, è comunque una via d’uscita visto che in patria – quando va bene – arrivano a stento a cento dollari al mese. I medici, non gli infermieri, claro.

L’ipocrisia di Rubio cozza con la realtà e il suo tentativo, se fosse riuscito, avrebbe causato un collasso del sistema sanitario caraibico e africano, senza contare che anche in Italia i dottori cubani si sono rivelati preziosi, in un SSN che da anni è diventato un colabrodo scarseggiando cronicamente di mezzi e personale.

Conclusioni

A Rubio è andata male anche in Guyana, che ha tenuto duro sul programma condiviso con Cuba, mantenendo duty free i prodotti petroliferi esportati negli Usa, frutto del greggio ricavato dalle estrazioni in mare. D’altra parte gli Stati Uniti ci tengono a mantenere buoni i rapporti con la nazione confinante col Venezuela non solo per il petrolio, ma anche per un eventuale intervento militare ai danni del nemico storico, ergendosi a difensori della Guyana sul contenzioso che Maduro ha iniziato, reclamando per sé la regione guyanese di Essequibo, ricca anch’essa di petrolio e che oltretutto equivale a circa un terzo del piccolo Stato caraibico.

È giocoforza per Trump sorvolare sulla questione ideologica, evitando di applicare dazi sulla materia prima importata dal suo alleato, essenziale per gli Stati Uniti.

Ps. La vendetta di Rubio non si è fatta attendere: l’ambasciata Usa ha emesso un nuovo Travel Warning per scoraggiare l’afflusso turistico verso Barbados, Colombia, Cuba, Giamaica (a cui era stata promessa la rimozione), Haiti, Messico e Venezuela per non aver ceduto ai suoi ricatti. Colpire le economie dei paesi in via di sviluppo che non si piegano alla volontà degli Stati Uniti è una specialità della Casa (Bianca) da sempre.

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“Nella storia di Washington gli operatori sanitari di Cuba erano spie, ora sono vittime”

Omar Stainer Rivera è un ricercatore e scrittore cubano e ha pubblicato diversi articoli su quella che definisce la “strategia di boicottaggio” del governo degli Stati Uniti contro le missioni mediche cubane nel mondo ora, ancora una volta, colpito dalle recenti sanzioni promosse dal Segretario di Stato Marco Rubio. Stainer è anche l’autore del libro “The White House vs. White Coats”, che approfondisce questo argomento, e sta preparando un nuovo libro sull’argomento. Abbiamo condotto questa intervista al IV Colloquio Internazionale Patria 2025, tenutosi dal 17 al 19 marzo presso l’Università dell’Avana.

 

Stainer spiega che la strategia è cambiata. Fino a pochi anni fa, i medici cubani in tanti paesi erano presentati, nella retorica di Washington e in quella di certa stampa collegata, come “agenti del governo cubano”, anche come “spie” o “propagandisti del comunismo”, quando si trattava di cooperazione in paesi i cui governi non erano legati all’Avana; o, come strumenti per sostenere “le basi di appoggio al governo”, quando era alleato di Cuba, come nel caso del Venezuela. In entrambi i casi, l’account diplomatico e mediatico ha aggiunto due messaggi: l’incapacità professionale di questo personale cubano e l’accusa di aver “tolto il lavoro” al personale indigeno. Successivamente, la Casa Bianca ha cambiato il discorso e ha ritenuto più efficace presentare il personale di assistenza medica come vittima della “tratta di esseri umani” o del “lavoro schiavo”, una narrazione che si mantiene ancora oggi.

In ogni caso, l’obiettivo di questa strategia è quello di cancellare o rendere impossibile qualsiasi accordo medico di Cuba all’estero, sia annullandolo, sia rendendolo così difficile da renderlo impossibile firmarlo e attuarlo. Per cosa? Distruggere l’immagine della cooperazione cubana e porre fine alle entrate che, in alcuni paesi, Cuba ottiene per il suo sistema sanitario pubblico interno.

Per fare questo, il governo degli Stati Uniti utilizza vari attori subordinati: i media (il caso del “Wall Street Journal” è uno dei più significativi), le ONG come Prisoners Defenders, i membri del Congresso e i sindacati medici, tra gli altri.

Per quanto riguarda i Difensori dei Prigionieri, Omar Stainer indica che è la principale fonte del Governo degli Stati Uniti nei suoi rapporti sul “traffico di esseri umani” a Cuba, in un trattamento “circolare”, in cui il Governo e la suddetta ONG, che risponde al cento per cento ai suoi interessi, si alimentano a vicenda con storie, esempi e linguaggio.

Omar Stainer Rivera Carbó (La Sierpe, Sancti Spíritus, 1984): Laureato in Psicologia e master in Scienze della Comunicazione. Diplomato presso il Centro di Formazione Letteraria Onelio Jorge Cardoso. Ha vinto premi e menzioni al Concorso di Racconti Brevi dell’Editorial Capitán San Luis 2014 e 2015, così come al Premio 26 de Julio, dove ha ottenuto una menzione di ricerca e un premio nel genere biografico per il romanzo ancora inedito, su Félix Varela, Yo no sé callar. È stato finalista al Premio Fantoches 2019 con il romanzo Yo maté a Mella, dove vengono ricreati brani della vita di Julio Antonio Mella. Ha pubblicato Un país bajo la lluvia, Editorial Oriente, 2019.

X di Omar Stainer: @omar_stainer

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martedì 4 ottobre 2022

CUBA E LA FAMIGLIA - Gianmarco Pisa

 

Un diritto di famiglia tra i più avanzati e moderni.    
 
Un risultato storico per Cuba (e non solo) è stato l’esito del referendum popolare per l’approvazione del nuovo Codice della Famiglia, un testo ampio e articolato, che rinnova complessivamente il quadro del diritto familiare, della famiglia e dei rapporti tra i generi, e che traguarda una serie di obiettivi politici e sociali di rilevante importanza. Secondo quanto riportato dal Gramma, infatti, «il Consiglio elettorale nazionale ha riferito, allo scoccare delle 08:00, alla televisione nazionale, i risultati preliminari della votazione, a Cuba e all’estero, per il referendum sul Codice della Famiglia. Su un totale di 8.447.467 elettori, 6.251.786 hanno esercitato il diritto di voto, pari ad una affluenza al voto del 74,01%. Sono state contate 5.892.705 schede valide, pari al 94,25% del totale. Di questi, 3.936.790 hanno votato SI, pari al 66,87% dei voti validi. I voti per il NO hanno raggiunto 1.950.090, pari al 33,13%».
Un risultato di grande importanza, che conferma, con il supporto di oltre i due terzi della popolazione cubana, l’entrata in vigore del nuovo Codice della Famiglia, importante per diverse ragioni: costituisce una rappresentazione estremamente vivida della capacità di innovazione e di avanzamento del sistema sociale a Cuba, per l’ampliamento della sfera dei diritti che viene a definire e per il carattere significativamente avanzato delle sue disposizioni; rappresenta un fattore non solo di sviluppo, ma anche di partecipazione, a giudicare dalle modalità stesse di elaborazione e di approvazione del testo, dapprima sottoposto a una vasta campagna di massa di consultazione e revisione (con l’organizzazione di un dibattito pubblico sui contenuti del Codice, attraverso migliaia di assemblee, che, in alcuni casi, hanno rivisto, modificato o migliorato interi articoli della legge), e poi sottoposto a consultazione popolare ai fini della sua approvazione definitiva. Infine, attesta un nodo teorico-politico di grande spessore, tanto più significativo perché giunge da un Paese socialista, vale a dire l’inestricabile correlazione tra diritti sociali e diritti civili, con lo spazio delle libertà personali e affettive che insiste sullo spazio dell’inclusione sociale e della giustizia sociale e che, in prospettiva, conferma il nesso teorico - giuridico e politico - essenziale, della universalità e indivisibilità dei diritti umani in tutte le loro generazioni (come diritti civili e politici; come diritti economici, sociali e culturali; come diritti dei popoli e dell’ambiente), nel senso di «tutti i diritti umani per tutti e per tutte».

 


I principi cardine su cui si basa il Codice sono adesso accessibili per il lettore italiano grazie alla traduzione curata dalla Associazione Nazionale di Amicizia Italia-Cuba e redatta da Sergio Marinoni. Qui, in base al fondamentale art. 2, «lo Stato riconosce la famiglia come cellula fondamentale della società, la protegge e contribuisce alla sua integrazione, al suo benessere, al suo sviluppo sociale, culturale, educativo e economico, all’esercizio delle sue responsabilità, e crea le condizioni che garantiscono l’adempimento delle sue funzioni come istituzione e gruppo sociale. Le diverse forme di organizzazione delle famiglie, basate su relazioni di affetto, si creano tra parenti, indipendentemente dalla natura della parentela, e tra coniugi o partner affettivi». I principi di parità ed eguaglianza sono confermati nel successivo art. 4, in particolare in relazione a «la piena uguaglianza in materia di filiazione»; «la piena uguaglianza tra donne e uomini, per l’equa distribuzione del tempo dedicato al lavoro domestico e di cura tra tutti i componenti della famiglia, senza sovraccarichi per nessuno di loro, e il rispetto del diritto delle coppie di decidere se, quanti e quando avere figli, preservando in ogni caso il diritto delle donne di decidere sul proprio corpo»; «il pieno sviluppo dei diritti sessuali e riproduttivi nell’ambiente familiare, indipendentemente dal sesso, dal genere, dall’orientamento sessuale e dall’identità di genere, dalla disabilità o da qualsiasi altra circostanza personale; compreso il diritto all’informazione scientifica sulla sessualità, sulla salute sessuale e sulla pianificazione familiare, in ogni caso adeguata alla loro età».

 

Viene, chiaramente, garantito il superiore interesse del minore, quale (art. 7)  «principio generale che informa il diritto di famiglia, di osservanza obbligatoria e primordiale in tutte le azioni e le decisioni che li riguardano, sia nella sfera privata sia nella sfera pubblica» e, di conseguenza, in materia di separazione e affido (art. 6), indica che «le bambine, i bambini e gli adolescenti non possono essere separati dalle loro madri, dai loro padri e dalla loro famiglia, a meno che le autorità competenti non lo stabiliscano in circostanze particolari, in conformità alla legge e alle procedure stabilite, tenendo conto della necessità, dell’eccezionalità e della temporaneità della misura e, in ogni momento, nel loro interesse superiore. Tale separazione deve essere considerata strettamente necessaria in conseguenza di un grave inadempimento o dell’impossibilità di esercitare le responsabilità genitoriali, e sempre con l’obiettivo di proteggere i figli. Le decisioni relative alla separazione devono essere considerate come misure di ultima istanza e devono essere riviste periodicamente». Il Codice considera poi (art. 14) «questioni di protezione urgente» tutti i casi di discriminazione e di violenza nella sfera familiare; stabilisce le fonti di parentela in tre istituti (art. 17), «la filiazione, indipendentemente dalla sua origine o dal modo in cui è stata determinata; il matrimonio; l’unione affettiva di fatto registrata»; riconosce inoltre (art. 21) l’istituto della parentela socio-affettiva in quanto «si basa sulla volontà e sul comportamento tra persone legate affettivamente da un rapporto stabile e duraturo nel tempo che può giustificare la filiazione».

 

Ancora nel senso del riconoscimento e dell’ampliamento dei diritti va poi l’art. 50 che riconosce «fonti e tipi di filiazione», vale a dire «la procreazione naturale, che dà luogo alla filiazione per sangue; l’atto giuridico di adozione, che dà luogo alla filiazione adottiva; la volontà espressa di costruire la maternità o la paternità delle persone che sono i genitori attraverso l’uso di qualsiasi tecnica di riproduzione assistita, che dà luogo alla filiazione assistita; e il riconoscimento dei legami socio-affettivi filiali che si costruiscono a partire dal possesso dello status di figlia o di figlio rispetto a madri e padri, che dà origine alla filiazione socio-affettiva». Si riconosce poi (art. 56) che «in via eccezionale, una persona può avere più di due vincoli di filiazione, sia per cause originarie o sia per cause sopravvenute; qualunque sia la causa, il legame di filiazione si instaura giuridicamente indipendentemente dal legame biologico o dalla componente genetica delle persone coinvolte». Per questa fattispecie, sono dettagliate (art. 57) le cause di multigenitorialità: a) i casi di filiazione assistita in cui, oltre alla coppia, anche la terza persona che dona i gameti o la portatrice gestazionale, che può o meno apportare l’ovulo, a seconda dei casi, desidera assumere la maternità o la paternità, di comune accordo con la prima; e qualsiasi altro caso in cui, sulla base del progetto di vita in comune, sia previsto il concepimento di una figlia o di un figlio da parte di più di due persone. In ogni caso, le persone che assumono questo progetto di vita in comune per avere un figlio o una figlia con un altro partner, se sono sposate o hanno costituito un’unione affettiva di fatto registrata, hanno bisogno del consenso del rispettivo coniuge o partner affettivo di fatto in relazione al quale non esiste la presunzione di filiazione di cui all’art. 66 del presente Codice».
Un Codice, in definitiva, tra i più moderni e avanzati, dove la qualità dei legami affettivi e il superiore interesse del minore vengono ribaditi quali principi chiave della norma. 

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mercoledì 20 luglio 2022

Omaggio a Fidel

 

Io non ho amato Cuba, nei tre anni trascorsi a studiare lì. Tanto è vero che mi spostavo in Messico ogni volta che potevo, e alla fine a Cuba ci avrò trascorso un anno e mezzo in totale. Non l’ho amata perché amo poco le isole, in generale, e perché i cubani mi davano sui nervi, parecchio.  E la pativo: l’embargo è uno stillicidio di cose che non funzionano, che non si trovano, che sono difficilissime da fare. L’embargo crea paesi logoranti dove la sopravvivenza è legata all’organizzazione che ti dai, e dove tu, straniero, sei sempre in torto: perché hai più soldi – credono loro – e vieni dalla parte di mondo che la vorrebbe vedere cadere, Cuba, e l’isola risponde togliendoti ogni tratto umano e trasformandoti in un portafogli che cammina, caricaturizzandoti nel cliché dello straniero a Cuba che, nove volte su dieci, non è una bella persona. Io, quindi, ogni volta che potevo prendevo il mio Cubana de Aviación e in 50 minuti ero in Messico, dove la gente era normale e non si aspettava di essere pagata anche solo per rispondere a un “buongiorno”. E dove, perdonatemi, mangiavo: un’insalata che non fosse di cavolo, una minestra che non fosse sempre e solo di riso con fagioli, un frutto che non fosse l’unico che si trova a Cuba di trimestre in trimestre. Un’introvabile patata. Un gelato che non fosse stato scongelato e ricongelato quaranta volte. A Cuba, a meno che tu non voglia spendere molti soldi – e anche lì, uhm – apprendi cos’è la deprivazione sensoriale, dopo mesi passati a provare un sapore solo. Io a Cuba una volta sono quasi svenuta in un supermercato, dopo due giorni trascorsi all’infruttuosa ricerca di un pomodoro. Il corpo ti chiede certe vitamine, certi sali minerali, e tu non riesci a darglieli. Atterravo in Messico e, i primi due giorni, mi strafogavo.

Eppure, Cuba funzionava. A modo suo. Davanti a ogni facoltà, all’università, c’era una targa che ringraziava la tale Comunità Autonoma spagnola che aveva finanziato il sistema elettrico. All’interno della facoltà sembrava di essere negli anni 50 dopo un bombardamento: banchi, cattedre, lavagne, tavoli sbilenchi, lampadine a intermittenza, computer e telefoni arcaici, sedie metalliche incongruenti, tutto in rovina, tutto cadente, e in mezzo a tutto questo professori trasandati, sciupati, malvestiti, che però ti facevano lezioni durante cui il tempo volava, che sapevano quello che facevano, che erano bravi. A volte proprio bravi. L’assoluta incongruenza tra lo squallore del luogo e la qualità delle parole. E la serietà, la severità, l’inflessibilità dietro la trasandatezza. La gente che ho visto bocciare all’esame di dottorato. L’incongruenza che tu, straniera, avvertivi tra come si presentava il tutto e la loro altissima considerazione di sé. Perché i cubani hanno un’immensa stima di sé. I cubani si sentono speciali, bravissimi, una specie di razza eletta. E questo non te lo aspetti, da un paese che cade a pezzi. E siccome te la fanno pesare, la loro presunzione, la loro certezza di essere degli immensi fighi, un po’ li strozzeresti e un po’ ti ritrovi ad ammettere che tutti i torti non ce li hanno. Li strozzeresti per i modi, ma poi devi ammettere che la loro forza è tutta lì. Nel sentirsi i migliori di tutti e quelli che non hanno paura di nessuno.

E’ difficile, per una come me, arrivere all’aeroporto praticamente in fuga, pregustando il mondo normale che riabbraccerai entro un’ora, sopportare con odio le ultime angherie cubane prima di entrare nell’aereo (un assorbente dieci dollari di cui otto te li metti in tasca tu, negoziante cubana che abusa del mio stato di straniera in difficoltà?) e poi, nel momento esatto in cui l’odio ti trabocca da dentro, vedere gli sportelloni di un aereo angolano che si aprono e i passeggeri che cominciano a scendere: in sedia a rotelle, in barella, uno più sciancato dell’altro. Africani che vanno a curarsi a Cuba. Gente che noi, in Europa, lasciamo morire con indifferenza se non soddisfazione, e che la poverissima Cuba invece accoglie e cura. E tu che fai? Guardi, ti rendi conto, e che te ne fai più del tuo odio? Ti accorgi che sei una straniera viziata o, peggio, che non sei proprio nessuno. Che la Storia, da quelle parti, non sei tu, non passa per l’Europa. Tu sei lo spettatore pagante, se ti va bene, oppure aria, vattene. Cuba mette a fuoco altro da te.

L’Europa, in effetti, è lontanissima. Ed è straniante sentire gli europei che parlano di Cuba e dicono sempre, puntualmente, tutto il contrario di quello che vedi tu. Dai massimi sistemi a quelli minimi. Cominciamo dai primi: “E’ una dittatura, la gente vuole fuggire, gli omosessuali perseguitati, i dissidenti“. In realtà, l’immagine di dittatura cubana che si ha all’estero è quella dei primi anni 70, del cosiddetto “quinquenio gris” che la stessa ortodossia politica della Cuba di oggi definisce come “intento de implantar como doctrina oficial el Realismo socialista en su versión más hostil.” La definizione è di EcuRed (la Wikipedia cubana, per intenderci) ma io stessa ho sentito criticare, addirittura ridicolizzare quell’epoca nelle aule universitarie dell’Università dell’Avana. Sono passati 35 anni da allora, gente. Cuba non è quella cosa lì. I cubani fanno il diavolo che gli pare. E pure gli stranieri.

Diceva la mia padrona di casa: “Tre cose non si possona fare, a Cuba: le droghe, lo sfruttamento dei bambini e, se sei straniero, una smaccata propaganda antistatale. Per il resto, se vuoi camminare per strada nudo e a testa in giù nessuno ti dice niente.” I dissidenti? Avranno una dignità quelli legati alla Chiesa, suppongo, ma credo che tutti sappiano che le varie Damas en  Blanco, per non parlare poi della Sanchez, prendono soldi per ogni manifestazione che fanno (famoso un loro sciopero perché non erano pagate abbastanza). Io non ho conosciuto nessuno, letteralmente nessuno, che ne parlasse con un minimo di rispetto. E’ gente pagata, punto, chiusa la questione. Poi, certo, la gente parla di poltica, immagina il futuro, esprime idee. C’è chi ama (amava, gessù…) Fidel e chi lo detesta/detestava. E chi, la maggior parte, ha sentimenti ambigui, tra l’ammirazione e il rancore. Chi cambia idea ogni secondo. Perché, di fondo, i cubani sono orgogliosi delle loro conquiste. Sono orgogliosi di quello che hanno combinato. E fanno catenaccio, sono uniti, sono isolani. Ecco, sono isolani. Non capisci Cuba se non ti metti in testa questo: che sono isolani, e per loro il mondo è Cuba e tutto il resto c’è se serve, sennò può pure affondare. Vogliono scappare? In realtà vogliono viaggiare. Perché sono isolani, appunto. C’è tanto mondo che non hanno mai visto. E poi, certo, vogliono soldi. Vogliono comprare cose. Vogliono guadagnare, come è umano che sia. Ma poi vogliono tornare. I cubani muoiono di nostalgia, lontano da casa, dalla famiglia, dalla loro gente, dal loro riso e fagioli. Sono uniti da fare schifo, i cubani. E se si sentono minacciati, di più. Ne sanno qualcosa gli USA, che inasprirono l’embargo nel momento esatto in cui cessarono gli aiuti dall’URSS e a Cuba fecero, letteralmente, la fame. Speravano in una rivolta, gli USA. Si ritrovarono con un popolo che si rimboccò le maniche per l’ennesima volta e ne uscì in piedi, come sempre. Inventandosi cose come il pastrocchio di soia, ripugnante intruglio distribuito alla popolazione come “proteinas para el pueblo“. Perché poi sono pratici: il corpo ha bisogno di proteine, vitamine, carboidrati? In qualche modo li ingurgitavano. E nei parchi ci sono gli attrezzi per fare ginnastica, tipo palestra. E se non ci sono medicine, ricorrono alle piante, alla medicina naturale. Ne escono sempre. E si concedono pure il lusso di esportare i loro medici in Venezuela, come altri esporterebbero, chessò, rame, in cambio di petrolio venezuelano. Questo, hanno fatto i cubani: hanno esportato medici in cambio di petrolio. Perché questo è quello che hanno: la loro formidabile, benché odiosissima, gente. Suona retorico, lo so. Odio scriverlo, odio dirlo. Però è vero. Incredibilmente, è vero. Come, poi, questi medici, questi professionisti cubani riescano ad essere bravi nonostante ristrettezze di ogni genere (falla tu, ricerca, in un paese con internet a pedali) io non lo so e non l’ho capito. Ma ce la fanno.

Gli omosessuali, poi: a Cuba si celebra il Pride, per dire. Sono finiti gli anni 70, “Fresa y chocolate” fu girato con sovvenzioni statali, non scherziamo. Ma, soprattutto, ricordo una pubblicità progresso dello Stato, dei cartelloni esposti nelle farmacie che mi colpirono molto. Era una cosa sulla prevenzione dell’AIDS e c’era la foto di due gay che si baciavano. Ma a differenza dell’Europa, dove i due gay sarebbero stati giovani e bellissimi, nella foto cubana c’erano due signori di mezz’età, bruttini, normali. Due comuni cittadini, come li avresti potuti incontrare sul pianerottolo. Né giovani, né belli, né magri, niente. Due signori che si baciavano e un pacato invito all’amore che non escludeva la prevenzione. Sobrio. Rispettoso. Bello. Mi sembrò un esempio da seguire. Del resto, Cuba è molto poco patinata. Non ha neanche la pubblicità, se è per questo. Solo pubblicità progresso e grosse scritte motivazionali un po’ ovunque. E’ il buono dell’avere molto poco da comprare, nessuno cerca di convincerti a farlo.

Altrettanto stranianti mi paiono poi i discorsi degli stranieri che celebrano i cubani come un popolo di felici danzerini sempre di buon umore e simpatici, uh, che simpatici. Di buon umore? Io, gente stronza come all’Avana ne ho vista poca, in vita mia. Quando diventa chiaro che non li vuoi scopare, che non gli vuoi offrire da bere, che non ti caveranno una lira, tu diventi trasparente ma attorno a te si dispiega la realtà: gente affaticata, incazzosissima, arrogante o, semplicemente, con i cazzi suoi a cui pensare, come è giusto e normale che sia. No, non sono ciarlieri: puoi farti un’ora su un taxi collettivo strapieno senza che nessuno parli con nessuno. Puoi andare mille volte allo stesso bar senza scambiare una parola col barista. Ricevere una gentilezza gratis è rarissimo, ricevere un sorriso non interessato di più. Se sei in difficoltà attiri gli squali. E più è giovane, la gente, e più è stronza. Ecco, questa è una cosa importante: il divario tra i vecchi e i giovani, a Cuba. Con la crisi degli anni Novanta, il sistema scolastico cubano si ritrovò a piedi, come molte altre cose. Con il grosso dei maestri esportati in giro, ci si ritrovò con i ragazzi più grandi a fare lezione ai più piccoli, per dire, e a un generale decadimento dell’istituzione. Per questo e altri motivi, si percepisce uno stacco culturale importante tra i cubani da una certa generazione in giù. I giovani non valgono quanto i loro padri. E questo sarà un problema, in prospettiva. Poi, è vero, la gente fuori dall’Avana (o da Varadero, gessù) è meglio. Molto meglio. Ma i cubani sono, dicevo, isolani. Cocciuti, orgogliosi, quello che vuoi tu, ma non amichevoli. Ma manco per il cazzo, proprio. Se sono amichevoli, anzi, è meglio che ti preoccupi. Avranno i loro motivi, e sono motivi che non ti convengono. Esagero? Sì, un po’. Sintetizzare crea stereotipi, è ovvio. Però, ecco, stereotipo per stereotipo, quello dello stronzo mi pare più azzeccato di quello del felice danzerino. Fermo restando che ballano benissimo, è ovvio.

Ma siamo sempre lì: se da una parte io li detestavo – a un certo punto li detestavo proprio tutti, senza eccezioni – dall’altra, poi, mi accorsi in fretta che, nel resto dell’America Latina, potevo usare il mio status di residente a Cuba come un’onoreficenza, una cosa che mi distingueva in positivo dalla massa europea. Soprattutto in Nicaragua. In Nicaragua, quando la gente scopre che vivi a Cuba si emoziona. Manca solo che ti abbracci. Perché, in un modo o nell’altro, tutti debbono qualcosa ai cubani. “Io mi sono laureato a Cuba, gratis!” “Mio padre è stato salvato da un medico cubano!” Una folla. Il Nicaragua trabocca di gente che in gioventù è stata presa e spesata da Cuba per studiare, che ha avuto vitto e alloggio gratis per anni, che ha con l’isola un debito a vita. E se tu vivi a Cuba, pare che ce l’abbiano anche con te, il debito. Ti trattano bene. Ti rispettano. I cubani sono rispettati, in America Latina. Se lo sono guadagnato. E alla fine, è questo: li rispetti. Io li rispetto. Non li amo, ma li rispetto. E quando hai girato per tutto il Centro America, e non ne puoi più di vedere bambini coperti di stracci, bambini che in Chiapas vanno a lavorare trascinandosi zappe più grandi di loro, bambini che circondano il Ticabus a ogni sosta della Panamericana armati di stracci e si mettono a lavarlo in cambio di un’elemosina, finisce che non vedi l’ora di tornarci, a Cuba, e di vedere finalmente bambini normali (la normalità è un concetto molto mobile), con l’uniforme lavata e stirata, belli pettinati con la riga a lato o le treccine e che vanno, tutti, A SCUOLA. Oppure a giocare. E che non lavorano. Mai. Riatterri a Cuba che trabocchi di rispetto. Lo dici al taxista che ti riporta all’Avana e lui è contento, rincara la dose: “E’ vero, noi ci lamentiamo e ci dimentichiamo del buono, ma è proprio vero. Anche i nostri portatori di handicap, non c’è confronto. E che dire della delinquenza, del narcotraffico? Siamo fortunati, noi.” Sì, sono fortunati, loro. Perché è una questione di prospettiva: se nasci povero, malato, sfortunato, è meglio se nasci a Cuba. Molto meglio, proprio. Fuori da lì, muori e muori male. Un povero non vuole essere guatemalteco, haitiano, dominicano. Vuole essere cubano, credimi.

Cosa si può dire di Fidel nel giorno della sua morte? Questo, probabilmente: che ha dato un senso allo sfuggente concetto di “cubanità”. Concetto che i cubani inseguivano da un secolo, prima che arrivasse lui. Che ha preso un popolo che lottava per la sua indipendenza da cent’anni – prima contro gli spagnoli e subito dopo, come una grottesca beffa, contro gli USA che ne presero il posto – e lo ha reso, per la prima volta nella sua storia, indipendente. Parliamo un po’ di questo, di cosa è la “cubanità”. I cubani sono figli di due popoli entrambi sradicati, spagnoli e africani, piombati su un’isola dove gli indigeni erano scomparsi praticamente subito e senza quasi lasciare traccia. Sono il risultato dell’incontro/scontro e poi mescolanza di europei venuti a fare soldi e di africani trascinati come schiavi. Sarebbero un’accozzaglia di storie e culture diverse, di radici sradicate, di bianchi e neri, schiavisti e schiavi, violentatori e violentati, se tutte queste storie e queste culture non si fossero mischiate, se tutti non fossero andati a letto con tutti, se l’immenso meticciato che ne è derivato non si fosse unito, a un certo punto, nel nome della lotta per l’indipendenza. Cuba è giovane. Diceva uno dei suoi grandi intellettuali, Fernando Ortiz: “Tutto quello che in Europa è successo nell’arco di millenni, a Cuba è successo in soli quattro secoli“. Cuba non ha storia che non sia di appena ieri, non ha spiritualità come la intendono i popoli antichi, non ha religione che non sia un minestrone di riti mischiati, non ha un colore, una faccia, un’identità che non sia quella dell’essere cubani, appunto. Qualsiasi cosa ciò voglia dire. E diceva sempre Ortiz: “La cubanità non la dà la nascita, in un paese come il nostro, né la residenza, il colore, non te la dà nessun dato oggettivo. La cubanità te la dà la volontà di essere cubano“. E’ cubano chi ha voluto costruire Cuba. E Cuba, quindi, ha cominciato a nascere nel 1868, quando bianchi e neri insieme hanno cominciato a lottare contro la Spagna. Insieme, questo è importante. Lì è stato lo spartiacque. E l’hanno combattuta per 30 anni, fino al 1898. Quando sono arrivati gli USA, che fino ad allora se ne erano rimasti a guardare tifando per lo più Spagna, e hanno sfilato la vittoria ai cubani. Hanno dichiarato guerra a una Spagna ormai sfiancata, l’hanno sconfitta e si sono presi Cuba. I cubani, quindi, invece di una vittoria si sono trovati davanti a un passaggio di consegne. Invece della loro costituzione si sono ritrovati l’Enmienda Platt, e un padrone nuovo a cui obbedire.

Però i cubani sono cocciuti, come dicevo. Per i cinquanta anni successivi si sono rotti la testa studiando, protestando, guerreggiando – la rivoluzione fallita del ’30 – e ancora e ancora, tra due dittature e mille governi-fantoccio, mentre la loro economia dipendeva dagli USA, mentre persino il razzismo si accodava a quello degli USA impiantando l’apartheid che gli spagnoli mai avevano conosciuto, mentre sull’isola dilagavano il gangsterismo e la corruzione e le carceri erano piene – allora, mica oggi! – di oppositori politici. E poi è arrivato Fidel, la cui storia è talmente folle che sembrerebbe finta, se non fosse invece reale e documentabile. Si cita spesso “La Storia mi assolverà”, credo il più delle volte senza averlo letto. E’ l’autoarringa con cui lui, ben prima della Rivoluzione, spiegò ai giudici che lo avrebbero condannato il perché dell’assalto alla caserma Moncada, fatto da lui, il fratello piccolo Raul e un manipolo di studenti, studentesse, ragazzi vari, e finito malissimo. E’ la fotografia della Cuba sotto Batista e gli USA. E’ una dichiarazione di intenti – o, all’epoca, di sogni – ed è, soprattutto, l’autoritratto di un gigante. E’ molto difficile leggerlo, sapere che quell’uomo stava entrando in carcere e non sentire un rispetto immenso. Poi vennero l’uscita dal carcere, l’esilio in Messico, l’acquisto di una barchetta (il Granma) con cui partire, stipandola all’inverosimile, all’assalto di Cuba, lo sbarco (su cui il Che disse: “Fu più che altro un naufragio”), la polizia di Batista che stermina i naufraghi, Fidel che alla fine si ritrova con – boh, vado a memoria – meno di venti superstiti e dice: “Ce l’abbiamo fatta, vinciamo sicuro.” E vince. Sul serio. E, per la prima volta nella sua storia, Cuba diventa uno Stato sovrano. Questo, è stato il punto.

E poi vince ancora, e ancora, e ancora. Contro gli USA. Prendendoli sempre, incessantemente, per il culo. Gli USA proiettano propaganda anticastrista sul loro palazzone all’Avana? Castro fa circondare il palazzone da bandiere più alte, una per ogni stato che all’ONU si è dichiarato contrario all’embargo, e così lo impacchetta rendendolo praticamente invisibile. Gli USA mandano navi al largo di Mariel per prendere dissidenti in fuga e mostrarli al mondo? Fidel fa svuotare tutte le carceri e i manicomi di Cuba e ne spedisce gli ospiti tutti da loro, riempiendo gli USA di matti e delinquenti comuni cubani. La lista è infinita, la vicenda umana di Fidel anche. Il rapporto tra USA e Cuba, alla fine, è strano. Ma strano forte.

Gli USA e Cuba si amano e si odiano, sembrano parenti in lite. I primi hanno sempre voluto mettere le mani sui secondi, prima cercando di comprare Cuba alla Spagna, poi prendendosela con le cattive. I secondi hanno sempre sofferto l’ingombrante ombra e le mire squalesche dei vicini, e hanno fatto tutto quello che un popolo può umanamente fare per farsi trattare alla pari. Cuba non ha voluta fare la fine di Puerto Rico, tutto qui. Non ha voluto essere una colonia. Ma, alla fine, la sua storia recente è stata comunque pesantemente condizionata dagli USA. Avrebbero chiesto aiuto all’URSS, virando fortemente sulle posizioni sovietiche, se non avessero dovuto difendersi dagli USA? Avrebbero avuto bisogno di un partito unico per 50 anni se non avessero avuto bisogno di essere tanto compatti dinanzi a un nemico tanto potente? E come sarebbe, oggi, Cuba, se non uscisse da 60 anni di embargo? Se è riuscita a dare cibo, salute e istruzione a tutti i suoi cittadini NONOSTANTE l’embargo, cosa avrebbe fatto senza il limite, l’impoverimento a cui è stata condannata? Voi lo sapete? Io no, francamente. Quello che so, è che l’embargo li ha compattati ancora di più. E, conoscendoli, non era difficile da capire.

Però ho visto un sacco di cittadini USA, a Cuba, e ben prima che Obama aprisse il paese. Col cappello in mano e colmi di ammirazione, li ho visti. Che arrivano per dei corsi di studio all’università, o da soli, passando per il Messico per non farsi scoprire dalle proprie autorità. Perché gli statunitensi non potevano andare a Cuba per ordine degli USA stessi, ma lo Stato cubano li ha sempre fatti entrare, facendo col visto lo stesso giochino che Israele fa con chi non vuole il timbro d’entrata sul passaporto: te lo dà su un pezzo di carta. E ho visto un sacco di cubani che desideravano andarci, negli USA, e fare soldi, vedere l’abbondanza, visitare i parenti. Sono talmente vicini, in linea d’aria, che sembra incredibile.

Io, alla fine – e concludo questa lunga riflessione che oggi mi era proprio necessaria – di Cuba ho capito questo: che la devi rispettare, sennò prendi calci in culo. Tiri fuori il peggio dai cubani, se li prendi contropelo. E che questo orgoglio infinito, cocciuto, cazzuto, fa parte del sentire dell’isola ma Fidel lo ha saputo compattare, dargli sfogo e direzione. Lui ha preso un popolo costretto a passare da una bandiera all’altra e ne ha fatto una cosa diversa: il popolo che ha vinto, quello che si è guadagnato l’indipendenza e l’ha difesa, quello che ha ottenuto le uniche, grandi conquiste sociali dell’America Latina, quello che più si è schierato contro il razzismo, quello che ha fatto sognare mezzo pianeta, quello che non si capisce come abbia fatto ma, in qualche modo, ce l’ha fatta. Ha preso una colonia e ne ha fatto uno Stato. Molto, molto orgoglioso di sé. Ha commesso errori? Certo. Avrebbe potuto fare di meglio? Sì. I cubani hanno sofferto? Sì, ma l’alternativa era essere Puerto Rico o peggio. E avevano combattuto troppo, e troppo a lungo, per potere accettare di essere Puerto Rico. So’ gente orgogliosa, che gli vuoi dire.

Per quanto possa sembrare paradossale, io non pensavo che Fidel potesse morire. Pensavo che avrebbe seppellito pure me. Mi fa proprio uno strano effetto, questa morte, ed essendo io una donna del Novecento penso che, stavolta, di giganti non ne rimane proprio nessuno. Ora: i cubani di oggi, i giovani cubani di oggi, saranno all’altezza della storia incredibile che gli lascia Fidel?  Io credo che lui abbia cercato anche, riuscendoci spesso, di tirare fuori il meglio dal proprio popolo. Di dargli disciplina, serietà, educazione, cultura. Di fare di un popolo caraibico il popolo serio per eccellenza di tutta l’area. Operazione non facilissima, va detto.

Lascia un popolo povero ma viziato, nonostante la cura da cavallo degli anni Novanta. Che non paga bollette, che ha la sopravvivenza assicurata, che si crede ‘sto cazzo. E che è umanamente e culturalmente in declino da un po’. Dove le differenze razziali, dagli anni novanta in poi, si sono accentuate. Da quando le rimesse dall’estero sono diventate vitali, e si dà il caso che il grosso dei cubani emigrati fosse bianco e abbia, quindi, mandato denaro alle famiglie bianche, mettendo loro e solo loro in condizione di partire con la piccola impresa. Un popolo che ha più aspettative che voglia di lavorare, e a cui il turismo – soprattutto quello italiano, e va detto a nostro disonore – ha fatto un gran male.

Non so cosa ne sarà di Cuba, se i suoi “difetti” la aiuteranno anche stavolta o se, senza il carisma del suo Padre della Patria, diventerà il paesello qualsiasi che tanti sperano che diventi. Temo la generazione cresciuta negli anni Novanta. Se Cuba va al macero, sarà per loro. Ma se questo dovesse accadere, sarebbe una gran perdita per il mondo intero. Sono degli stronzi, pensano solo agli affari loro, ti venderebbero al macello se solo potessero – e lo fanno appena possono – e tuttavia, pur di essere fighi, hanno dato tanto. Per un’italiana che non li regge ci sono cento cittadini del Terzo Mondo che devono loro qualcosa. Da sessanta anni, rendono il pianeta più vario e più vero.

Io credo che si sentano abbastanza male, oggi, i cubani. E che ne abbiano tutti i motivi.

Tocca invece invidiare un po’ il Padreterno, se c’è, ché finalmente se lo vede là, ‘sto famoso Fidel, e finalmente può farci due chiacchiere. Non ha aspettato poco, decisamente. E mi piace immaginare che, tra i due, il più curioso sia il Padreterno.

http://www.ilcircolo.net/lia/2016/11/26/omaggio-a-fidel/