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giovedì 3 settembre 2026

Meno auto, più alberi: come le città europee stanno ripensando lo spazio pubblico - Cecilia Cacciotto

Grenoble ha rimosso i cartelloni per piantare alberi. Parigi ha triplicato le biciclette. Le città europee stanno ridisegnando lo spazio pubblico – e la qualità dell'aria

Le città coprono il 4% del territorio del Vecchio Continente, eppure è qui che vive la maggior parte degli europei, si consuma oltre il 60% dell’energia globale e si produce circa il 75% delle emissioni di CO2. La crisi climatica non è un fenomeno lontano: si misura nell’aria che respiriamo, nell’acqua che non defluisce dopo un nubifragio, nel calore che si accumula tra il cemento d’agosto. Le città sono al tempo stesso le principali responsabili del problema e il luogo in cui il problema si può affrontare con più efficacia.

Eppure le città sono spesso sole. Le politiche di resilienza climatica dipendono quasi esclusivamente dalle entrate municipali e dai fondi europei, e solo una su due ha una voce di bilancio dedicata. Questo dossier racconta le città che stanno già cambiando – le piste ciclabili di Parigi, le piazze-spugna di Copenaghen, i biodigestori di Milano, le superillas di Barcellona – non come esempi irraggiungibili, ma come prove che un’altra città è già in costruzione. Le città possibili, appunto.

«Le città del nostro Paese possono diventare un concreto campo d’azione del Clean Industrial Deal lanciato dalla presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen all’inizio del suo secondo mandato. Possiamo diffondere tecnologie e prodotti innovativi per rendere concreta la decarbonizzazione dell’ecosistema urbano, ma dobbiamo crederci di più». Lo sottolinea Stefano Ciafani, presidente nazionale di Legambiente, nella prefazione del rapporto 2025 sulla performance ambientale delle città.

In prima linea nella lotta ai cambiamenti climatici, i centri urbani si stanno attrezzando per affrontare la sfida. Ma la consapevolezza, pur diffusa, e strumenti ancora probabilmente insufficienti non bastano a spianare la strada. Paradossalmente, i centri urbani occupano una porzione ridotta del territorio continentale – il 4% in Europa (il 3% in Italia) – ma è qui che vive il 75% degli europei. Le città consumano oltre il 60% dell’energia globale e sono responsabili di circa il 75% delle emissioni di CO2.

La domanda, quindi, è inevitabile: come deve essere la città del futuro per vincere la sfida dei cambiamenti climatici? Già nel 1974 Fulco Pratesi dimostrava che non esiste una contrapposizione tra città e natura: una visione allora eretica, oggi diventata una necessità.

La missione europea per le città climaticamente neutrali entro il 2030

Il cuore della strategia urbana nell’Europa dei 27 è la missione “100 Climate-Neutral and Smart Cities”. Avviato cinque anni fa, è un programma della Commissione europea che ha selezionato cento città pilota – a cui si aggiungono altre dodici di Paesi associati – con l’obiettivo di raggiungere la neutralità climatica entro il 2030. Le città partecipanti aderiscono ai Climate City Contracts, piani d’azione che riguardano energia, trasporti e rifiuti. Il primo traguardo è ottenere la EU Mission Label, che certifica la validità del percorso intrapreso. Le cento città fungono da apripista: se il modello funziona, il resto d’Europa sarà chiamato a seguirle. In Italia ne sono state selezionate nove.

A quattro anni dall’avvio, queste città hanno ottenuto un primo risultato: con il decreto 558 dello scorso dicembre sono stati stanziati 11,8 milioni di euro, che verranno suddivisi e destinati agli obiettivi della transizione. Una cifra limitata, ma comunque un risultato politico rilevante, come sottolinea Annalisa Boni, assessora alla Transizione ecologica del Comune di Bologna: «Il fatto che le nove città si siano presentate unite di fronte al governo ha permesso di non essere viste come singole realtà locali con piccole richieste, ma come un blocco strategico nazionale». L’auspicio è che il governo centrale riesca a sostenere la transizione verso la decarbonizzazione di tutti i centri urbani. «Ma è importante – aggiunge Boni – che si affermi il principio per cui la neutralità climatica non è un costo, ma un’opportunità di sviluppo economicamente vantaggiosa e socialmente equa».

Grenoble: meno pubblicità, più alberi e spazio pubblico

Un concetto chiarissimo a Grenoble. La svolta sostenibile qui inizia dodici anni fa, con le elezioni municipali del 2014, che portano alla guida della città una coalizione inedita tra ecologisti, sinistra radicale e collettivi civici. Si parte da interventi piccoli ma significativi: la rimozione dei cartelloni pubblicitari per fare spazio agli alberi, l’introduzione rigorosa delle zone a basse emissioni e il limite di 30 km/h su gran parte del territorio comunale, per favorire pedoni e ciclisti.

Parallelamente si investe sul trasporto pubblico, che diventa più capillare e accessibile, anche grazie all’introduzione di tariffe agevolate per le fasce più fragili. In questi stessi anni prende forma il progetto dell’eco-quartiere bioclimatico, basato sull’uso di materiali naturali. Il quartiere Flaubert è un esempio di rigenerazione urbana: qui gli edifici sono costruiti con legno e terra cruda, permettendo di ridurre i consumi energetici fino al 76% rispetto all’edilizia tradizionale.

La decisione di rimuovere 326 cartelloni pubblicitari – comprese le pensiline digitali ad alto consumo energetico – è costata al Comune circa 600mila euro di entrate annue. Una perdita che, spiega il vicesindaco Gilles Namur, è stata «in gran parte compensata da una riduzione delle spese di rappresentanza. La salute fisica e mentale dei cittadini e delle cittadine è per noi molto più importante. E gli alberi restano i migliori filtri per l’aria».

Qualità dell’aria nelle città italiane: oltre il 70% fuori norma

Piantare alberi aiuta, ma non basta. La qualità dell’aria resta la principale emergenza sanitaria nelle nostre città. La nuova direttiva europea sulla qualità dell’aria (2024/2881) prevede il dimezzamento dei limiti di PM2.5 entro il 2030. Se fosse già in vigore oggi, oltre il 70% delle città italiane risulterebbe fuori norma.

Milano rappresenta un caso particolare, probabilmente il più complesso del Paese: la sua posizione geografica favorisce il ristagno degli inquinanti. Entro il 2040 Milano punta ad abbandonare il gas nel teleriscaldamento, sostituendolo con fonti alternative. Per decongestionare il traffico sono state istituite Ztl che, nell’ultimo decennio, hanno contribuito a una riduzione dei gas tossici tra il 15% e il 20%. Tuttavia, per centrare gli obiettivi del 2030, sarà necessario ridurre ulteriormente le emissioni nocive del 40-50%.

Ridurre le auto non basta: serve cambiare le abitudini di mobilità

A chi ritiene che la soluzione sia semplicemente il passaggio all’elettrico, Guido Lanzani di Arpa Lombardia ricorda che le polveri sottili «sono costituite da più componenti e comprendono anche il contributo dell’usura di freni e pneumatici e asfalto. È quindi necessario puntare, oltre che al rinnovo del parco circolante, alla riduzione dei chilometri percorsi in auto». Una sfida che richiede una trasformazione radicale, non solo della mobilità ma anche delle abitudini: «Il 70% degli italiani percorre meno di 10 km al giorno, il 68% lo fa in auto e il 60% di questi spostamenti avviene da soli», sottolinea Federico Del Prete, responsabile mobilità di Legambiente. «E la velocità media in una città come Milano è 18 km/h, molto al di sotto dei tanto criticati 30 km/h».

Secondo i dati più recenti, l’inquinamento a Milano costa circa 2.800 euro l’anno per cittadino. Si stima che il 14% dei decessi sia legato alle PM2.5. Rispettando i nuovi limiti europei, si potrebbero evitare oltre 1.500 morti all’anno nella sola area metropolitana. L’assessora all’Ambiente Elena Grandi ricorda ancora la posizione geografica sfavorevole della città: «Dal 2022 il Comune si è dotato del Piano aria e clima, un piano strategico di azioni integrate». I risultati non mancano, ma «Milano non può farcela da sola. L’inquinamento dell’aria non ha confini amministrativi: per questo le politiche di tutela devono essere sempre più incisive, integrate e soprattutto condivise a livello sovracomunale e regionale per essere efficaci».

Mobilità ciclabile: Parigi, Utrecht e Copenaghen come modelli europei

La transizione verso la mobilità dolce è una strada che permette di far respirare anche i bilanci pubblici delle città. Un esempio da seguire arriva ancora una volta dalla Francia, da Parigi. La città ha scommesso sulle due ruote. A favorire la capitale francese è anche la sua estensione relativamente contenuta per una metropoli, un fattore che ha dato slancio all’uso della bicicletta: un investimento di 250 milioni di euro ne ha letteralmente triplicato la diffusione. Oggi la Ville Lumière dispone di una flotta di bike sharing di oltre 42mila mezzi, tra pubblico e privato, in grado di ridurre le emissioni tossiche del 30%. Il 2026 è stato indicato come l’anno della svolta: Parigi punta a diventare una città ciclabile al 100%.

Il parcheggio per biciclette più grande al mondo si trova invece a Utrecht, con 12.500 posti: un primato che ha contribuito a farle guadagnare il titolo di città più bicycle-friendly del mondo. A Copenaghen, il 52% degli spostamenti avviene già in bicicletta. E i benefici sono anche economici: per ogni chilometro pedalato la società guadagna circa 0,64 euro in termini di salute e produttività, mentre ogni chilometro percorso in auto costa alla collettività circa 0,71 euro. Copenaghen resta però un caso particolare: la sua espansione urbana segue ancora oggi l’impianto del piano urbanistico del 1947. A sostenerla ci sono anche investimenti importanti, tra i 40 e i 45 euro all’anno per abitante destinati alle infrastrutture ciclabili, tra i livelli più alti al mondo. Vivere la città, per i danesi, è una scelta che si traduce in politiche concrete.

da qui 

venerdì 30 dicembre 2022

Se alla TAV Torino-Lione viene a mancare Lione, ‘ndo vai?

Sindaci di Lione e Grenoble chiedono stop immediato al progetto TAV con altre 150 personalità

È stata presentata pochi giorni fa sul quotidiano ecologista Reporterre la lettera che riproduciamo qui di seguita. Firmata da oltre 150 personalità pubbliche francesi, pretende l’immediato STOP ai lavori preparatori per il raddoppio della linea Torino-Lione al fine di dirottare le risorse sul rinnovamento della linea AV esistente, su cui tra l’altro sono stati già investiti 800 milioni nel 2011 per garantirne l’adeguamento. Tra i firmatari i sindaci di Grenoble e Lione, numerosi amministratori locali nonché sindacalisti del settore ferroviario, deputati europei e nazionali. Buona lettura! (traduzione a cura di presidioeuropa)

 

In un momento in cui bisogna fare di tutto per limitare il riscaldamento globale e rafforzare l’indipendenza del nostro Paese, nel momento in cui scarseggiano le medicine e i prodotti alimentari importati dall’altra parte del mondo, nel  momento in cui il governo sostiene di non avere i soldi per la sanità e per gli ospedali, nel momento in cui i treni quotidiani sono degradati e le infrastrutture ferroviarie non sono mantenute o sono insufficienti, chiediamo di fermare il progetto Lione-Torino, la cui unica logica è quella di trasportare sempre più merci più lontano e di alimentare questo culto energivoro e distruttivo.

Nei venti anni in cui i sostenitori del progetto hanno dichiarato che il loro obiettivo è spostare le merci dalla strada alla ferrovia, i loro risultati sono deplorevoli per la salute e l’ambiente:

  • Hanno diviso per cinque il numero dei treni merci tra Francia e Italia,
  • Hanno deciso di aprire al traffico stradale una galleria di sicurezza nel tunnel del Fréjus, in barba alla promessa di non farlo,
  • Hanno dirottato 200 milioni di euro destinati alle ferrovie delle Alpi per finanziare il tunnel stradale del Fréjus,
  • Non hanno tolto un camion dalla strada quando la linea ferroviaria esistente lo permette e quando la strada è più costosa del 30% rispetto al servizio ferroviario,
  • Stanno prosciugando le sorgenti, prosciugando le falde acquifere e abbattendo ettari di foresta nella Maurienne,
  • Stanno distruggendo terreni agricoli per costruire impianti di cemento e cave per i loro progetti.

Finché non verrà rilanciato il traffico merci su rotaia tra Francia e Italia, non si dovrà abbattere un solo albero, non si dovrà artificializzare un metro quadrato di terreno agricolo e non si dovrà prosciugare un metro cubo d’acqua.

Chiediamo, in linea con quanto scritto dalle amministrazioni centrali e dal COI – Consiglio per l’Orientamento delle Infrastrutture, che la linea ferroviaria esistente venga utilizzata immediatamente nella misura in cui lo era negli anni duemila. Questo non solo crea posti di lavoro e migliora la sicurezza stradale, la qualità dell’aria nelle valli alpine e la salute pubblica, ma combatte efficacemente il riscaldamento globale.

Chiediamo che il denaro che verrebbe investito nel progetto della nuova linea Lione-Torino venga utilizzato subito per aprire una piattaforma di carico dalla strada alla ferrovia nella zona di Ambérieu-en-Bugey e che le navette ferroviarie per il trasporto di merci vengano offerte agli autotrasportatori a partire dal 2023.

Chiediamo, come previsto dalla legge, che i 20 milioni di euro di utili annuali del traforo del Monte Bianco siano destinati esclusivamente alla ferrovia e al finanziamento del trasferimento di merci e passeggeri dalla strada alla ferrovia e che i 200 milioni di euro versati al traforo stradale del Fréjus negli ultimi 10 anni siano restituiti alla ferrovia.

Chiediamo che la decisione di aprire al traffico la galleria di sicurezza del tunnel stradale del Fréjus venga annullata e che sia riservata esclusivamente ai mezzi di soccorso.

Proponiamo di migliorare la capacità delle linee tra Aix-les-Bains e Annecy, La Roche-sur-Foron e Saint-Gervais, e tra Saint-André-le-Gaz e Chambéry per ridurre il traffico stradale e aumentare il trasporto giornaliero di passeggeri. Gli investimenti per il miglioramento delle infrastrutture (compresa la protezione dell’ambiente e del rumore per i residenti locali) sulla tratta Ambérieu-Modane devono essere attuati senza indugio per riportare il tunnel esistente al suo pieno potenziale.

Rifiutiamo la logica del progetto Torino-Lione e dei suoi sostenitori, i cui precedenti sono la distruzione del trasporto ferroviario di merci nel nostro Paese negli ultimi 30 anni. Stanno già distruggendo le ferrovie della Maurienne per le esigenze di questo grande progetto inutile.

Affermiamo che il denaro investito nel progetto Torino-Lione porterà allo stesso fallimento della linea Perpignan-Figueras, il primo anello del corridoio mediterraneo.

L’ambiente, i terreni agricoli, le falde acquifere e il denaro pubblico devono essere preservati!

La linea ferroviaria esistente deve essere utilizzata immediatamente e i lavori preparatori per il progetto Torino-Lione devono essere interrotti...

da qui

 

 

 

No Tav, Torino-Lione il no dei francesi: “Smettetela di devastare la montagna” – Antonio Amorosi

Sindaco ambientalista di Lione guida la protesta contro la TAV Torino Lione. Il fronte francese è critico: “Per limitare il riscaldamento globale…”

No Tav, Torino-Lione. Altri fondi devono arrivare dalla UE, ma arriveranno mai?

Non è dall’Italia che arriva il blocco vero alla tratta ferroviaria ad alta velocità Torino-Lione, ma dalla Francia. Il sindaco di Lione, Grégory Doucet, esponente dei Verdi molto stimato, ha firmato un appello per chiedere lo stop dell’intervento. Il testo è sottoscritto da almeno 150 personalità tra ecologisti, sindacalisti, parlamentari (una cinquantina) ed europarlamentari francesi. Doucet fece scalpore all’insediamento annunciando la scelta di ridursi di 1.000 euro l’indennità di sindaco, da 8.500 a 7.500 euro lordi al mese, al fine di aumentare senza ricorrere a più soldi pubblici le indennità di alcuni consiglieri comunali delegati (da 2.300 a 2.700 euro lordi al mese).

“In un momento in cui bisogna fare di tutto per limitare il riscaldamento globale e rafforzare l’indipendenza del nostro Paese”, scrivono i firmatari, “in un momento in cui mancano medicinali e prodotti alimentari importati dall’altra parte del mondo, in un momento in cui il governo afferma di non avere i soldi per sanità e per gli ospedali, in un momento in cui i treni quotidiani sono in pessime condizioni e le infrastrutture ferroviarie non sono o sono mantenute in modo insufficiente, chiediamo lo stop al progetto Lione-Torino che ha come unica logica quella di trasportare sempre più merci sempre più lontano e di mantenere questo culto energivoro e distruttivo”. Quel denaro va reinvestito in treni esistenti.

E prosegue un atto di accusa durissimo, pubblicato sul media indipendente Reporterre.net, dove vengono elencati i danni arrecati dall’opera al territorio: aver moltiplicato per 5 il numero di treni merci tra Francia e Italia; aver aperto al traffico stradale il tunnel di sicurezza nel Fréjus, rimangiandosi la parola data di non farlo; aver dirottato 200 milioni di euro destinati alla ferrovia nelle Alpi per finanziare il traforo stradale del Fréjus; non aver tolto un camion dalla strada quando la linea ferroviaria esistente lo consente e la strada è più costosa del 30% rispetto al servizio ferroviario; aver prosciugano le sorgenti della zona, drenato le acque sotterranee e tagliato ettari di foresta nella zona Maurienne; aver distrutto terreni agricoli per impianti di cemento, aver costruito cave solo per realizzare la tratta Torino-Lione.

Negli occhi dei lettori è rimasto vivo il ricordo degli scontri negli anni sul versante italiano tra manifestanti italiani e polizia, ma gli eventi di protesta sono continuati anche sul fronte francese. Ancora in questo autunno è stata organizzata una grande manifestazione contro il progetto a Villarodin-Bourget, evento in cui si denunciava il costo astronomico dell’opera e la siccità causata dai lavori.

“Finché il traffico merci su rotaia tra Francia e Italia non sarà riavviato non si dovrà abbattere un albero, non si dovrà artificializzare un metro quadrato di terreno agricolo e non si dovrà drenare un metro cubo d’acqua… L’ambiente, i terreni agricoli, le acque sotterranee e il denaro pubblico devono essere preservati!”, scrivono gli appellanti.

I sottoscrittori propongono di migliorare le linee esistenti e tra queste “la capacità delle linee tra Aix-les-Bains e Annecy, la Roche-sur-Foron e Saint-Gervais e tra Saint-André-le-Gaz e Chambéry per ridurre il traffico stradale e aumentare il trasporto giornaliero di viaggiatori”.

Dell’opera sono stati ad oggi completati solo il 19% dei lavori per 115 chilometri totali. Altre risorse economiche per realizzare il progetto devono arrivare dalla UE. Ma non è detto che il tutto vada in porto, tanto meno ora che la Francia vede le proteste sollevarsi tra i sindaci ambientalisti.

da qui