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domenica 16 maggio 2021

Oblò - Marco Calabria



 

UNO. Sarà bene tenerlo a mente: la comunicazione, anche quella sociale, non è fatta solo di parole scritte e parlate. Nel libro Le labbra del tempo, Eduardo Galeano racconta storie brevi quanto preziose: ogni volta che passa il dottore, Doña Maximiliana, un’anziana ricoverata in ospedale, lo prega di prenderle il polso. Il medico crede sia un po’ suonata ma è un uomo paziente e l’accontenta, sempre. Impiega anni a capire che la vieja stava solo chiedendo di essere toccata. Le mani possono arrivare lontano, fino raggiungere le chiavi dei cancelli più profondi del dolore, là dove un farmaco non entra mai.

§  DUE. È troppo tempo che conviviamo con i dispositivi di dissoluzione del sociale. La paura del contagio, poi, è un formidabile strumento di controllo, perfino etico. Bisognerebbe inventare qualcosa, ma siamo ancora assorbiti da questa comunità dell’intangibile, in cui la pelle, il corpo e gli odori dell’altro risultano ogni giorno più alieni. Il virus ci è servito da amplificatore di ciò che sapevamo: abitiamo una casa attraversata da necro-politiche di espropriazione della vita. Si estrae valore dai nostri corpi e dal nostro tempo, dalle patologie come dalla terra e dai fiumi. E poi nulla di tutto quel che potrebbe essere la vita in comune viene tollerato. Cosa nascerà da un mondo silenziato in cui il contatto prevalente avviene attraverso schermi freddi e dispositivi tecnologici?

§  TRE. Lo spazio contemporaneo è dominato da un eccesso di comunicazione, un altro tipo di comunicazione, che non passa per i corpi ed è in gran parte inutile o inservibile. Spesso genera impoverimento intellettuale e morale, ma soprattutto impedisce di cogliere i processi che modificano in profondità quello che accade. Il diritto e perfino la possibilità di essere informati, ma soprattutto di interpretare quel che avviene a scala planetaria, è poco più di un mito, segnato da una nuova superficialità. C’è chi dice sia la superficialità dei titoli. E ogni buon giornalista sa che i titoli, una volta esaurita la necessaria funzione seduttiva, possono semplificare in modo irrimediabile la realtà. Non sono autosufficienti, i titoli. Hanno bisogno di essere spiegati, a maggior ragione in un tempo segnato in misura abissale dalla complessità. La domanda è: possiamo ancora limitare quella superficialità, possiamo aprirvi delle fessure?

§  QUATTRO. A noi di Comune piace la politica delle domande. Una di quelle che sono più frequenti, nel nostro mestiere, dice: dove va il giornalismo? Ah, saperlo. No, non ne abbiamo idea, ed è assai preferibile dirselo. Le fesserie cerchiamo di raccontarle solo in casi molto estremi. Generalmente, quando si parla di informazione al di sopra delle parti e nelle notti di luna opaca. Quel che ci pare di aver capito, invece, dopo qualche decennio di avventuroso inseguimento della pratica dell’obiettivo, è che per raccontare i fatti c’è bisogno di condurre un’instancabile battaglia contro quel che si pensa di essere. È una lotta ancora una volta per cambiare, certo, ma comincia da sé stessi. Una lotta contro la conferma delle proprie convinzioni più consolidate, contro una certa allergia all’autocritica ma, naturalmente, è una lotta anche contro le tortuose vie attraverso cui il potere-dominio, cioè il potere-su qualcuno o qualcosa e non il potere-di fare, cattura le esperienze. Si chiama ordine delle cose esistenti.

§  CINQUE. Non c’è campo delle conoscenze in cui la relazione tra natura e cultura o tra storia e vita biologica sia più interconnessa di quello del linguaggio, che è un codice di comunicazione, cioè un sistema che associa segni e significati, indispensabile a scambiare contenuti e/o informazioni. Il linguaggio, poi, tra gli individui della specie che sta cercando di estinguersi, può diventare una lingua, anche se quegli individui non sono capaci di articolar parola. Con le parole, invece, si compongono barzellette, cronache, reportage giornalistici, canzoni, fumetti e molte altre forme narrative con le quali entriamo in relazione giorno dopo giorno. Però le parole devono poter camminare di bocca in bocca. Altrimenti si muore soli.

§  SEI. Nel 1969, anno del primo passo sul satellite naturale, da queste parti c’è stato un autunno dalle temperature particolarmente elevate. Era l’Autunno dei Consigli che non erano destinati agli acquisti. Nacquero nelle fabbriche e quelli che dentro ci trascorrevano l’intera vita uscirono fuori, in lunghe file, per provare a cambiare la società intera. Non era facile vincere quella partita, ma riuscirono a cambiare i principi, le idee e le convinzioni di molta gente. Sull’insieme di quei tre elementi, una persona – o un gruppo di persone – fondano la propria concezione della vita: è la filosofia.

§  SETTE. I cambiamenti climatici e quelli sociali, come si vede, hanno una lunga storia. E a proposito di storia e filosofia, sempre in quell’anno, il 1969, un filosofo della storia e della politica bulgaro dal nome pronunciabile, Tzvetan Todorov, inventò un nome bizzarro per designare l’analisi delle forme e delle strutture della narrazione. Nacque così la narratologia, che poi, anche grazie a uno dei maestri di quel bulgaro emigrato a Parigi, tale Roland Barthes, di professione semiologo, finì per servire tanto alla ricerca di una vera e propria grammatica del racconto. La narratologia, naturalmente, non studia soltanto i racconti letterari e forse non si può neanche definire una scienza, almeno nei termini in cui la vede oggi l’intenso dibattito avviato in Tv dai virologi italiani. Non sappiamo nemmeno se la narratologia studi il racconto della società che cambia. Non si sa mai: potremmo scoprirlo alla fine di questi nostri incontri.

    Benvenuti, ovunque ascoltiate

da qui

martedì 7 febbraio 2017

ricordo di Tzvetan Todorov





Le differenze tra le culture sono indispensabili per il cammino stesso dell’umanità; abbiamo bisogno di una distanza tra noi e l’altro quasi per guardarci dall'esterno.
Certamente la scoperta dell’America non è la sola storia esemplare sul tema.
Penso anche a vicende avvenute durante le Crociate, che rappresentano l’incontro della civiltà europea con quella araba, che per molti aspetti era superiore.
Esistono vari aneddoti, ricordo un racconto di un medico arabo che registra i comportamenti selvaggi degli europei i quali, di fronte ad una gamba ferita non trovavano niente di meglio da fare che amputarla, in condizioni igieniche spesso precarie, tanto che la gamba si infetta e l’uomo muore dopo tre giorni.
Il medico arabo descrive gli europei come selvaggi che non conoscono gli elementi più semplici della medicina. Al confronto lui sa curare quella ferita con l’applicazione di piante e unguenti che guariscono senza alcuna violenza.
C’è qui un interessante sguardo gettato su di noi dagli altri, che ci colgono nel ruolo di barbari.


Il viaggiatore aveva un pregiudizio favorevole nei confronti di popoli di contrade lontane e cercava di descriverli ai suoi compatrioti; [...] ora l'uomo moderno è incalzato. Il turista farà quindi, un'altra scelta: le cose, e non più gli esseri umani, saranno oggetto della sua predilezione: paesaggi, monumenti, rovine… Il turista è un visitatore frettoloso… non solo perché l'uomo moderno lo è in generale, ma anche perché la visita fa parte delle sue vacanze e non della sua vita professionale; i suoi spostamenti all'estero sono limitati entro le sue ferie retribuite. La rapidità del viaggio costituisce già una ragione della sua preferenza per l'inanimato rispetto all'animato: la conoscenza dei costumi umani, diceva Chateaubriand, richiede tempo. Ma c'è un'altra ragione per questa scelta: l'assenza di incontri con soggetti differenti, è molto riposante, poiché non mette mai in discussione la nostra identità; è meno pericoloso osservare cammelli che uomini.
(da Noi e gli altri, L'Esotico, Torino, 1991)

Quando mi chiedono perché amo la letteratura, mi viene spontaneo rispondere: perché mi aiuta a vivere. (da La letteratura in pericolo, Garzanti Libri, 2008)