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martedì 8 settembre 2026

Stiamo cercando metodi nuovi e anticonvenzionali



a cura di Francesco Masala

“Stiamo cercando nuovi modi creativi e non convenzionali per fare pressione e punire l’Iran”, si legge nel testo circolato tra gli esperti di questioni militari. Una modalità, quella dell’invio per posta elettronica, insolita secondo alcuni funzionari sentiti dall’emittente americana. (da qui)

Ecco alcune risposte, non sull’Iran, ma di sicuro anticonvenzionali:

Alcune ipotesi per stroncare i due stati canaglia più potenti del mondo:

a – Per gli Usa a breve ci sarà una nuova guerra civile negli Stati Uniti, ispirata da Trump contro il comunismo (un’intervista interessante ad Alessandro Portelli), soprattutto se gli eletti socialisti in Parlamento proporranno qualche punto del piano dei dieci punti delle Pantere Nere:

  1. Vogliamo la libertà, vogliamo il potere di determinare il destino della nostra comunità nera
  2. Vogliamo piena occupazione per la nostra gente
  3. Vogliamo la fine della rapina della nostra comunità nera da parte dei capitalisti
  4. Vogliamo abitazioni decenti, adatte a esseri umani
  5. Vogliamo per la nostra gente un’istruzione che smascheri la vera natura di questa società americana decadente. Vogliamo un’istruzione che ci insegni la nostra vera storia e il nostro ruolo nella società attuale
  6. Vogliamo che tutti gli uomini neri siano esentati dal servizio militare
  7. Vogliamo la fine immediata della brutalità della polizia e dell’assassinio della gente nera
  8. Vogliamo la libertà per tutti gli uomini neri detenuti nelle prigioni e nelle carceri federali, statali, di contea e municipali
  9. Vogliamo che tutta la gente nera rinviata a giudizio sia giudicata in tribunale da una giuria di loro pari o da gente delle comunità nere, come è previsto dalla costituzione degli Stati Uniti
  10. Vogliamo terra, pane, abitazioni, istruzione, vestiti, giustizia e pace

(da qui)

ma anche una tassazione per i capitali nei paradisi fiscali, come quella dei nemici cinesi (QUI), sarebbe un casus belli per la guerra civile

 

b – Per Israele un analista propone di spostare metà dei coloni, dei soldati dell’IDF e del governo israeliano a Mar a Lago (il ranch di Trump è enorme) circondati dai mercenari dell’ICE, gli aguzzini con il guanto di velluto,

e l’altra metà dei coloni, dei soldati dell’IDF e del governo israeliano a Little Saint James, l’isola di  Jeffrey Epstein, circondati dalle straordinarie portaerei degli Usa

c – Craig Mokhiber, ex funzionario delle Nazioni Unite, propone di smantellare “il regime israeliano è governato da un’ideologia profondamente razzista e fondamentalmente violenta. È armato di tecnologie di sorveglianza e di uccisione avanzate, possiede un potente arsenale convenzionale e ha scorte di armi nucleari, chimiche e biologiche. Ha varato politiche che impongono l’omicidio di massa di civili (la Dottrina Dahiya), l’assassinio dei propri cittadini (la Direttiva Annibale) e la potenziale distruzione nucleare del mondo (l’Opzione Sansone). Le sue spie operano in paesi di tutto il mondo e i suoi rappresentanti sono attivamente coinvolti nella corruzione di governi e istituzioni in tutto l’Occidente. Un regime del genere ha forse il “diritto di esistere”? No. Anzi, smantellare questo regime e sostituirlo con una Palestina libera con pari diritti per tutti non è solo un obbligo legale, ma anche un imperativo esistenziale per tutta l’umanità.” (da qui)

da qui





sabato 11 luglio 2026

Il secolo mobile - Gabriele Del Grande

(letto da Francesco Masala)

Ambalavaner Sivanandan (un ricordo qui), bibliotecario, editore di rivista, agitatore, romanziere, saggista, polemista, direttore dell'Institue of Race Relations, un grande intellettuale di origine srilankese, attivo in Gran Bretagna, disse una volta “We are here because you were there”, che è la spiegazione chiara e inequivocabile (purtroppo ignorata) del perché tanti migranti cercano di raggiungere i paesi della fortezza Europa e di tutte le fortezze occidentali.

Qualche anno fa Josep Borrell aveva detto Noi un giardino, il resto del mondo una giungla, sarebbe interessante a spese di chi noi siamo un giardino e a causa di chi, nelle parole di Borrell, il resto del mondo è una giungla.

 

A volte capitano libri che ti spiegano un po’ di cose che non sapevi e che rimettono in riga tanti fatti, noti, ma spesso dimenticati.

Chi leggerà il libro potrà farsi tante domande e troverà tante risposte.

 

La politica migratoria europea cambia a partire da una cinquantina d’anni fa, e si basa su una parola feticcio, che è sicurezza. In nome della sicurezza non si vogliono più accogliere i migranti come donne e uomini liberi, con diritti come quelli dei residenti in Europa. In nome della sicurezza si finanziano i campi di prigionia e di concentramento nei paesi del sud del Mediterraneo. In nome della sicurezza

In nome della sicurezza si lasciano morire i migranti in mare, come politica dichiarata, e poi si finge di piangere lacrime di coccodrillo.

In nome della sicurezza si ostacolano gli arrivi di persone non ariane, che crede in un dio diverso, e si fanno ponti d’oro ai bianchi cristiani, soprattutto badanti

In nome della sicurezza si esclude lo ius soli, per chi è più entusiasta di essere italiano, di quanto lo siano gli italiani di nascita.

In nome della sicurezza si crea un’economia di vigilanti di vari tipi, ai confini, negli uffici, nei cpr, una grande quantità di posti di lavoro inutili, che David Graeber chiamava bullshit jobs, lavori non creativi, lavori che opprimono, lavori dimenticabili.

Il secolo mobile è un libro da non perdere e da consultare spesso.

 

 

 

Ps1: Già il sociologo Renato Curcio almeno a inizio secolo analizzava i rapporti fra migranti, lavoro mal pagato, precarietà, razzismo, insicurezza (quella vera, quella dei migranti) e spiega(va) che avere un ‘esercito di riserva’ di lavoratori migranti permetteva e avrebbe permesso di comprimere i salari di tutti i lavoratori, e così è successo, spesso in Europa, di sicuro in Italia (qui, per esempio)

 

Ps2: se posso fare una critica a Gabriele Del Grande, è che a proposito dell’11 settembre non ha nessun dubbio sulla versione ufficiale, nessun dubbio sul fatto che in Europa, a Londra e Madrid, un palazzo colpito da un aereo non cade, ma a New York sì, e sul fatto che i tre grattacieli caduti erano stati riempiti di esplosivi da prima, anche il terzo grattacielo caduto lo stesso giorno senza nessun contatto con un aereo.

 

Ps 3

scrive Lavinia Marchetti:

In Italia, nel 2026, chi ha votato le leggi che criminalizzano il dissenso di piazza sapeva cosa stava votando. Le trascrizioni parlamentari mostrano che le obiezioni erano state formulate e registrate. Poi il momento del voto aveva azzerato quelle voci, perché votare era il gesto di fedeltà richiesto.
La democrazia produce un paradosso finale in cui il meccanismo formale del consenso, che dovrebbe proteggere il pluralismo, diventa il sigillo che certifica la cancellazione del dubbio. Il gaslighting istituzionale ottiene la propria firma dai soggetti che ne sono oggetto. La ratifica è autentica, e proprio in questa autenticità risiede la trappola. L’inganno è a monte. (qui).

Lo stesso si può dire per le leggi sulla (in)sicurezza, e di protezione delle frontiere, tutti i governanti e parlamentari italiani ed europei quotidianamente praticano la banalità del male, ci vorrebbe una pena per tutti i governanti e parlamentari italiani ed europei che continuano a sostenere le politiche di sicurezza ariane e assassine.

lunedì 8 giugno 2026

Etica della reciprocità (vale anche per gli Usa e per Israele?)



Confucio sintetizza così: “L’allievo Tse Kung chiese: Esiste una parola che possa esser la norma di tutta una vita? Il maestro rispose: Questa parola è ‘reciprocità’. E cioè, non comportarti con gli altri come non vuoi che gli altri si comportino con te.”

articoli di Lucio Caracciolo (ripreso da infosannio.com) e MJ Rosenberg (ripreso da invictapalestina.org/blog), con due domande di Francesco Masala

.

Anche wikipedia dedica una pagina etica della reciprocità


Domande – Francesco Masala

se l’Iran e Hezbollah volessero e riuscissero a eliminare tutti i pezzi grossi degli Usa e di Israele, compresi i presidenti e i militari al top degli eserciti aggressori, potremmo dire che sono dei selvaggi o che applicano (in qualche modo) l’universale etica della reciprocità?

e se l’Iran e Hezbollah volessero e riuscissero a ridurre Tel Aviv come lo Stato d’Israele ha ridotto Gaza o sta riducendo il Libano, potremmo dire che sono dei selvaggi o che applicano (in qualche modo) l’universale etica della reciprocità?

 

La solitudine di Israele in guerra totale – Lucio Caracciolo

Israele fu per unire gli ebrei. Oggi li divide. E si divide. Fine del sionismo? Israele si volle “Luce delle nazioni” (Ben-Gurion). Oggi pare uno Stato paria. Israele si propose di salvare gli ebrei dalle persecuzioni, ora li mette in pericolo. Lo Stato esiste di norma per garantire pace, sicurezza e benessere del popolo. Lo Stato di Israele è in stato di guerra permanente. Vorrà esserlo per sempre? Paradosso supremo: il violento tramonto di Israele è opera di Israele. Della scelta di trattare l’orrore del 7 ottobre come questione di vita o di morte, quasi Sinwar fosse per sventolare lo stendardo del Profeta nella Grande Sinagoga di Gerusalemme. A sfida mortale risposta mortale. Vendetta da consumare liquidando tutti, e tutti insieme, gli aspiranti liquidatori di Israele. Questa non è guerra, è strage senza fine. Vittoria totale annuncia sconfitta totale perché impossibile. A meno di credersi capaci di finire la storia. Agli eventuali sopravvissuti, in entrambi i campi, resterebbe poco di umano. Qualche segno si intravvede.

Ammettiamo però che Israele trionfi su tutti i fronti, quindi emerga torreggiante su un Medio Oriente distrutto e rifatto a sua immagine e somiglianza. Che cosa resterebbe della sua ragione sociale, fondata sul diritto a esistere di un popolo scampato alla soluzione finale quindi riunito nella Terra promessa? Tenuto finora insieme dal memento mori, intesa minaccia permanente dell’Amalek di turno, sia esso l’Iran con la sua pletora di indocili clienti arabi o la Turchia neoimperiale, entro la cui forma ottomana i pionieri sionisti si immaginavano provincia autonoma. Senza Nemico, come sedare particolarismi e separatismi delle sue eterogenee tribù, delle quali due (arabi e haredim) non-sioniste, tanto da scansare l’obbligo alla difesa della patria? E più nel profondo, il senso di elezione che consente agli ebrei israeliani di certificarsi superiori ad arabi e islamici incivili, resisterebbe all’estinzione della minaccia, alla fine della persecuzione? Infine, come può una controsoluzione finale ottenuta con i mezzi disumani placare coscienza e memoria dei discendenti di coloro che all’altra fine scamparono? Il suicidio morale non è per tutti meno insopportabile del suicidio fisico.

Implicito nel bellicismo totalitario la rinuncia alla deterrenza. Persa il 7 ottobre. Inutile nel nuovo contesto. Contro gli ingenui che vogliono le armi al provvisorio servizio della politica, il governo di Gerusalemme postula la soluzione militare definitiva. Poco importa se il “cane pazzo” (Moshe Dayan dixit) non fa più paura. Se non puoi terrorizzare i terroristi devi sterminarli. Senza troppo distinguere per sesso ed età. Conseguenza della degradazione del popolo palestinese ad aggruppamento di bestie terroriste. Per cui ogni bambino nasce terrorista e come ogni adulto o anziano deve morire perché tale. Stazione ultima del percorso che dal rifiuto di (ri)conoscere l’Altro ne induce percezioni alterate dal terrore dell’ignoto. Perciò lo erige mostro. Israele è in guerra di attrito contro sé stesso. Le sue Forze di difesa (Idf) sono ovunque al contrattacco. Mentre conquistano e talvolta riperdono avamposti aprono sempre nuovi fronti, chiudendone nessuno perché nessuno è chiudibile. A meno di non credere nella Vittoria Totale. Sperando di non scoprirla sacrificio di sé.

La reazione del primo ministro al pogrom di Hamas ha uno sfondo inconfessabile, infatti rimosso. I terroristi di Sinwar lo hanno tradito. Per anni quei Fratelli musulmani che Israele ha incentivato dalla nascita per contrastare Arafat e la sua Olp, scompigliare il frastagliato fronte palestinese e spingerlo alla resa dei conti fratricida – missione quasi compiuta – sono stati parte integrante della sua tattica non troppo segreta, tantomeno originale: divide et impera. Impresa finanziata dal Qatar, condivisa con l’Egitto guardiano della frontiera occidentale di Gaza e bollinata da Washington. Fino al 7 ottobre il meccanismo oliato da Bibi sembrava funzionare a meraviglia. Gaza pareva sedata. Dirigenti del Mossad e loro omologhi di Hamas, grati dello stipendio pagato, si concedevano rilassate conversazioni. Contro i deliri complottisti, la sorpresa per lo Stato profondo e per lo stesso Netanyahu è stata tale. Sconvolgente. E vergognosa. Perciò resteremo a lungo in attesa di una vera indagine sui fatti di quel giorno.

da qui

 

 

Non è Netanyahu, è Israele! –MJ Rosenberg

L’articolo di Mairav Zonszein sul New York Times è così sconvolgente non solo per ciò che racconta, ma anche per chi lo dice, dove lo dice e per quanto poco senta il bisogno di smorzarne l’impatto.

Non si tratta di un’estranea che lancia accuse.

Zonszein è una nota giornalista israeliana che scrive sul New York Times, e ciò che descrive è un paese che ha superato il limite: del combattere.

Inizia con un dettaglio che sembra quasi surreale nelle sue implicazioni. Con l’avvicinarsi del cessate il fuoco, «i funzionari israeliani temevano che la guerra potesse finire presto». L’implicazione è lì, inequivocabile: la paura non è la sconfitta, è la fine della guerra stessa.

Zonszein non insiste su questo punto. Non ne ha bisogno. Il significato è ovvio. Quando la prospettiva della pace produce ansia anziché sollievo, qualcosa di fondamentale è cambiato. La guerra non è più un mezzo per raggiungere un fine. È diventata il fine.

Poi arriva il momento che fa piazza pulita di ogni residuo di finzione. Proprio nel giorno in cui il cessate il fuoco è entrato in vigore, quando i civili «hanno cominciato a tirare un sospiro di sollievo», Israele ha lanciato «uno degli attacchi più letali… senza alcun preavviso», uccidendo più di 350 persone e ferendone oltre 1.000, «molte delle quali civili».

Zonszein non usa eufemismi, né un linguaggio distaccato. La giustapposizione è l’accusa: sollievo da una parte, uccisioni di massa dall’altra – simultanee, deliberate e normalizzate.

Esprime poi il giudizio fondamentale, che colpisce con la forza di qualcosa di a lungo osservato e finalmente detto ad alta voce: per gli israeliani, i cessate il fuoco sono visti come fastidiosi ostacoli alla guerra.

Non si tratta di un singolo leader o di una singola decisione. È una diagnosi di una società. I cessate il fuoco non sono obiettivi. Sono ostacoli. La diplomazia non è il punto di arrivo. È un’interferenza.

Da lì, Zonszein allarga l’obiettivo. «La guerra è sempre più spesso la risposta automatica dello Stato… non solo la strategia, ma la norma».

Non una tattica. Una condizione di esistenza

E una volta che la guerra diventa la norma, acquisisce una logica autosufficiente che è quasi impossibile da spezzare: «Se la guerra è lo status quo, il lavoro non è mai finito e non si può mai perdere, perché si è sempre e ancora al fronte».

Quella frase dovrebbe far riflettere. Perché descrive un sistema senza via d’uscita. Senza obiettivo finale. Senza un momento in cui basta. La guerra diventa permanente – non perché ha successo, ma perché non deve mai finire.

Zonszein è esplicita nell’affermare che la cosa non è imposta dall’alto. L’opinione pubblica è profondamente coinvolta. Anche dopo settimane di distruzione e paura, «il 78 per cento degli israeliani ebrei sostiene ancora la guerra contro l’Iran».

Quel numero non è una nota a margine. È la storia. Significa che non si tratta semplicemente di una politica; è un consenso. La normalizzazione della guerra è penetrata profondamente nella società israeliana. È sostenuta, giustificata e richiesta da una larga maggioranza.

Ecco perché alle prossime elezioni in Israele i principali contendenti saranno tra vari gradi di Netanyahu. Tutti falchi. Tutti odiatori dei palestinesi. E nessun candidato di rilievo che, come fece Rabin, voglia un cambio di rotta. È come se qui sapessimo che nel 2028 i repubblicani nomineranno un sostenitore di Trump, e i democratici nomineranno qualcuno che promette di essere una versione più efficace e meno rozza di Trump. Una situazione senza speranza, ma non è la nostra realtà. È quella di Israele.

Zonszein spiega perché. La “definizione di vittoria degli israeliani è inquadrata da una realtà distorta”, in cui le minacce possono essere eliminate con la forza e i risultati politici ottenuti attraverso campagne di bombardamenti, mentre i costi umani rimangono in gran parte invisibili.

Ma nel 2026, l’ignoranza è una scelta. Gli israeliani non vivono in un vuoto informativo. La devastazione a Gaza e altrove è documentata senza sosta: sui social media, nei resoconti internazionali, ovunque. L’idea che la gente “non sappia” crolla sotto il peso di ciò che è chiaramente visibile.

Zonszein coglie l’inutilità di questo intero approccio sottolineando la ripugnante metafora di stampo nazista, popolare in Israele, che è diventata sinonimo della politica israeliana: uno “sforzo senza fine di falciare l’erba ancora e ancora, non importa quanto velocemente o con quanta forza ricresca”. L’«erba», ovviamente, sono i palestinesi. O qualsiasi altro musulmano che debba essere falciato, abbattuto.

E questo porta alla conclusione più devastante del saggio: ciò che la società israeliana sostiene ora non è un percorso verso la sicurezza, ma un impegno verso la guerra perpetua.

Perché quando la guerra diventa normalizzata – accettata, prevista, persino desiderata – smette di essere una risposta alla minaccia e diventa il principio organizzativo dello Stato stesso.

Nel momento in cui scrive questo, il caso è già chiuso. Ciò che ha descritto non è solo una serie di campagne militari, ma una trasformazione: una società che ha interiorizzato la guerra come impostazione predefinita, come collante politico, come sostituto della strategia.

E una volta che quella trasformazione è completa, il pericolo non è solo che le guerre non finiscano.

È che la società stessa non vuole porvi fine.

(Traduzione a cura di: Leila Buongiorno)

da qui



da qui




lunedì 1 giugno 2026

Romanzo mondiale. Il gioco sporco del potere – Marco Niro

(letto da Francesco Masala) – una storia che sembra di fantasia, ma purtroppo sa di realtà, direbbe Tersite Rossi

(Garrincha edizioni, 2026, 15 euro)

Ai tempi di Gigi Riva, Georges Best, Diego Maradona, Roberto Baggio, Gianfranco Zola (fra gli altri) il romanzo di Marco Niro sarebbe stato classificato come fantacalcio, o romanzo d’anticipazione (per i pessimisti).

Invece oggi questo romanzo è ormai un libro di cronaca, e ogni giorno la realtà corre sempre più verso l’abisso, senza nessuna alternativa e opposizione.

Povero calcio, sport che tutti da bambini abbiamo amato e adesso fa proprio schifo, per colpa dei padroni del pallone.

Marco Niro racconta una storia semplice e complessa insieme, il tramonto di un mondo che sembrava inossidabile, basta seguire l’odore (o la puzza) dei soldi, come diceva Giovanni Falcone, e tutto diventa possibile, anche l’impossibile, e tutto diventa facile da capire.

C’è chi tira le fila, c’è un abile corruttore (oggi si chiamerebbe facilitatore), e poi ci sono i corrotti, sembrano giganti, sono solo pedine di un gioco nel quale dire non esiste la parola NO, se non vuoi essere distrutto.

E poi ci sono gli schiavi, motore dell’economia di sempre (come questi giorni in Italia, governata da chi odia i migranti e ama gli schiavi, si scopre che a Milano il consolato Usa, paese governato da chi odia i migranti e ama gli schiavi, è costruito da schiavi indiani).

Alcuni eventi sono riconoscibili, presi dalla cronaca, e situati in un puzzle, le cui tessere sembrano difficili da mettere nel disegno, ma alla fine tutto torna, anche troppo.

Come in una clessidra la fine è nota, ma bisogna saperla disegnare.

Un romanzo che non annoia per niente, promesso.

https://www.labottegadelbarbieri.org/romanzo-mondiale-il-gioco-sporco-del-potere-marco-niro/

martedì 26 maggio 2026

Contro l’esercito europeo

 


Mappa dei domini coloniali europei in Africa alla vigilia della Prima Guerra Mondiale. Credit Touring Club Italiano

 

I due stati paria terroristi e genocidi (Usa e Israele) sono stati fondati da europei, belle parole all’inizio e poi sono diventati quello che solo i complici non vedono.

Prima lo stolto e poi il rutto (gli ultimi segretari della Nato) hanno convinto troppi che Russia e Cina vogliono invadere l’Europa, quando si sa che l’Unione Sovietica è stata invasa da Germania e Italia, nell’ultimo secolo, ma anche in Cina alcuni paesi europei, tra cui l’Italia (qui), avevano messo le loro zampe.

Gli europei blaterano da decenni di un esercito comune europeo, cosa potrebbe fare di diverso dagli eserciti nazionali che a partire dalla Conferenza di Berlino del 1884-1885 hanno derubato e distrutto l’Africa?

L’unica opzione per l’Europa dovrebbe essere la neutralità, ma non è nella sua natura – Francesco Masala

 

 

Storia della Conferenza di Berlino del 1884-1885, l’evento in cui gli europei si spartirono l’Africa – Andrea Gaspardo

Tra il 15 novembre del 1884 ed il 26 febbraio del 1885, si svolse a Berlino una Conferenza che sancì formalmente la spartizione dell’Africa tra le potenze europee, decretando al contempo il destino di milioni di persone.

La Conferenza di Berlino fu un insieme di incontri indetti dal cancelliere dell’Impero Tedesco, Otto von Bismarck, a seguito della richiesta da parte di Leopoldo II, re del Belgio, di formalizzare il possesso dell’area del “bacino del Congo”, difendendolo dalle mire delle altre potenze europee, tra le quali la Francia (anch’essa forte promotrice del summit) e il Regno Unito. I lavori durarono dal 15 novembre 1884 al 26 febbraio 1885 e al termine delle trattative i diplomatici delle varie potenze partecipanti sancirono non soltanto il possesso del Congo da parte del Regno del Belgio, ma anche la spartizione dell’intero continente africano, decretando la nascita di un nuovo ordine politico ed economico che sarebbe durato fino alla Guerra Fredda e alla decolonizzazione.

 

Lo sfruttamento storico dell’Africa da parte di arabi ed europei

I rapporti tra il continente africano e le potenze europee sono di vecchia data e già all’epoca delle grandi scoperte geografiche (XV-XVI secolo) i navigatori al soldo dei reami d’Europa avevano iniziato una metodica opera di mappatura delle coste del continente. Era seguito poi un primo tentativo di espansione, soprattutto a opera dei portoghesi, ma che non era mai andato oltre le coste delle aree percepite come maggiormente strategiche.

L’esplorazione delle sconfinate lande interne divenne successivamente appannaggio di avventurieri, missionari cristiani e purtroppo dei mercanti di schiavi, soprattutto arabi, fino a che, nel corso del XIX secolo, l’interesse delle potenze europee per l’Africa, in particolare per l’area del “bacino del Congo” ricchissima di risorse naturali, crebbe nuovamente.

Sorprendentemente però, a sferrare il primo “colpo di mano” non fu uno dei pesi massimi del continente europeo, bensì Leopoldo II, monarca del Belgio tra il 1865 ed il 1909, il quale utilizzando come pretesto le attività dell’Associazione Internazionale per l’Esplorazione e la Civilizzazione dell’Africa Centrale (Association Internationale pour l’Exploration et la Civilisation de l’Afrique Centrale in lingua francese), istituita nel 1876, iniziò a prendere possesso e a sfruttare in modo intensivo i territori che sarebbero diventati lo “Stato Libero del Congo” (oggi Repubblica Democratica del Congo).

La Conferenza di Berlino: cause ed esiti

Il colpo di mano di Leopoldo II mandò immediatamente in fibrillazione le grandi cancellerie europee, le quali si precipitarono ad accaparrarsi le concessioni di territori prima nelle zone vicine al “bacino del Congo” e, successivamente, in altre aree del continente facendo crescere le tensioni internazionali e, conseguentemente, le possibilità di uno scontro aperto dagli esiti imprevedibili.

Fu così che Otto von Bismarck, cancelliere dell’Impero Tedesco e principale arbitro degli equilibri politici all’interno del continente europeo, fu infine costretto, nel 1884, a indire una conferenza a Berlino per giungere a una composizione pacifica delle vertenze che negli anni si erano venute a creare. A questo evento, di capitale importanze nella storia della diplomazia, parteciparono tutte le potenze europee, ma anche l’Impero Ottomano, la Russia e gli Stati Uniti d’America, all’epoca astri nascenti del panorama politico mondiale.

Al termine della Conferenza, non tutti i partecipanti ottennero il diritto a ritagliarsi possedimenti coloniali in Africa (la Russia e l’Austria-Ungheria, solo per menzionarne un paio), e gli Stati Uniti d’America (unici nel panorama diplomatico) si riservarono il diritto di accettare o rifiutare le conclusioni del round diplomatico. Al di là dell’eccezionalismo statunitense, però, gli altri partecipanti si accordarono comunque su una serie di principi e di prassi d’azione che da quel momento in poi divennero parte integrante del pensiero e dell’agire geopolitico. Il più importante di tali traguardi fu quello di riconoscere formalmente il principio della “sfera d’influenza” sulla quale una determinata potenza si arrogava il diritto di esercitare i suoi interessi in maniera privilegiata a dispetto dei desideri degli altri.

La conclusione dei lavori della Conferenza inaugurò un periodo di incessanti guerre, protrattosi sino alla vigilia della Prima Guerra Mondiale (1914) che portò le potenze europee a prendere fisicamente il possesso, mediante l’istituzione di colonie o protettorati, di tutti i territori dell’Africa, con l’unica eccezione dell’Etiopia, la quale riuscì a tutelare la propria indipendenza. Questo complicato periodo di guerre è passato alla storia con il nome in lingua inglese di Scramble for Africa (vagamente traducibile con “La corsa all’Africa”, “La lotta per l’Africa” oppure “La zuffa per l’Africa”).

Il destino dei popoli africani dopo la Conferenza di Berlino

Senza dubbio i grandi sconfitti della Conferenza di Berlino furono i popoli africani. Come era naturale che fosse per il periodo storico, nessuno dei partecipanti alla Conferenza si prese il benché minimo disturbo di chiedere alle popolazioni del continente come volessero governarsi o anche solo condurre le proprie esistenze.

Nello “Stato Libero del Congo” (in seguito riformato come semplice colonia belga) il domino inaugurato da Leopoldo II ebbe il proprio sbocco finale in un genocidio che causò la morte di oltre 10 milioni di congolesi, su 33 milioni di abitanti totali, ma non si deve credere che altrove in Africa le cose andassero molto meglio. L’ironia di tutta questa vicenda è che una delle motivazioni sbandierate dai leader europei del tempo per giustificare agli occhi delle proprie opinioni pubbliche la necessità di imbarcarsi in costose ed estenuanti campagne militari coloniali fu proprio la necessità di liberare gli africani dalla schiavitù.

La conquista del continente africano fu largamente completata alla vigilia della Prima Guerra Mondiale, tracciando con riga e squadra i confini dei vari Paesi, e il nuovo ordine geopolitico venutosi a creare si sarebbe mantenuto (pur con diversi aggiustamenti) fino alla Guerra Fredda e al processo di decolonizzazione.

da qui