Visualizzazione post con etichetta Uri Avnery. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Uri Avnery. Mostra tutti i post

martedì 21 agosto 2018

ricordo di Uri Avnery


Uri Avnery: fino all’ultimo respiro - Patrizia Cecconi

L’età – implacabile nel decretare la fine della vita per chi ha avuto la fortuna di non vedersela stroncare dalla violenza o dalla malattia – ha privato il mondo di una delle menti più lucide e oneste del sionismo.
Sionismo, termine che fa tremare le vene ai polsi ai tanti attivisti filo-palestinesi che in esso vedono solo razzismo o suprematismo fascistoide. In realtà hanno ragione se si prende il sionismo per quel che è nella sua pratica generale, ma non hanno ragione se prescindono da quella che è una delle caratteristiche fondamentali che determinano il sionismo stesso, e che figure quali Jeff Halper o Gideon Levy hanno abbracciato, cioè il sostenere giusta l’esistenza dello Stato di Israele all’interno della Palestina storica e, in alcuni casi, lo scegliere di diventare israeliani pur venendo da altre parti del mondo, cittadinanza acquisita semplicemente in quanto ebrei grazie a una delle due leggi fondamentali dello Stato di Israele che è la cosiddetta «legge del ritorno».
“Ritorno” già in sé comporta un’arrogante pretesa e la base di una menzogna, ma fu la geniale trovata di Theodor Herzl, il padre del sionismo, appunto, ad essere vincente e a modificare il corso della storia nella terra di Palestina.
Se il luogo in cui far nascere lo Stato per gli ebrei fosse stato in Africa o in America Latina (come pure ipotizzato prima della scelta finale, estremamente comoda per il colonialismo europeo del secolo scorso) forse non ci sarebbe stata una «legge del ritorno» perché l’evocazione biblica non sarebbe stata tanto efficace, ma non lo sappiamo. La Storia del resto non si fa con i se o con i ma.
Il fatto è che Israele non ha ancora una vera legge costituzionale, perché la Costituzione implica i confini dello Stato e sappiamo bene che Israele quei confini li ha in testa in modo molto lontano dalla Risoluzione Onu 181 cui si aggrappa per legittimare la propria nascita e alla quale invece non ha mai portato rispetto né l’ha mai riconosciuta, a partire dall’autoproclamazione dello Stato decretata da Ben Gurion poco prima della scadenza del Mandato britannico e, quindi, prima che la Risoluzione 181 divenisse giuridicamente operativa.
Ma al di là degli interessi imperialisti c’è da considerare, come fattore sociale, cosa potesse significare per un ebreo dopo la Seconda guerra mondiale e i campi di sterminio (ma anche dopo i ricorrenti progrom nella storia) avere un proprio Stato in cui sentirsi sicuro.
Su questa retorica, che però si fonda su basi concrete e che, solo per citare i momenti e le figure europee più rilevanti che già durante la Prima guerra mondiale hanno avuto il loro peso –  come gli accordi Sykes-Picot nel 1916 e la dichiarazione Balfour nel 1917 – è venuta a crearsi l’idea che lo Stato di Israele, all’interno della Palestina e per di più cacciando i palestinesi, cosa non prevista né dalla Risoluzione 181 né dalla dichiarazione Balfour, fosse un sacrosanto diritto del cosiddetto “popolo ebraico” che veniva di fatto a crearsi raccogliendo sefarditi e askenaziti, arabi, europei, americani e altri, unificati dalla fede religiosa e non certo dalla nazione di provenienza.
Uri Avnery fu uno di quelli e lo fu prima della grande tragedia della Seconda guerra mondiale. Tedesco, nato nel 1923 nella cittadina di Beckum nella Renania ed emigrato con la sua famiglia in Palestina quando Hitler andò al potere. Aveva solo 10 anni e non fu facile quel periodo visto che la sua famiglia aveva perso ogni ricchezza nella fuga dalla Germania nazista. Il giovanissimo Helmut, diventato poi Uri divenne un potenziale israeliano prima che si costituisse Israele.
Aveva solo 15 anni Helmut-Uri quando si arruolò nell’Irgun, la famigerata organizzazione paramilitare guidata da Menachem Begin autrice di azioni di  terrorismo ebraico delle peggiori, tra le quali si ricorda anche la strage al King David Hotel di Gerusalemme del 1946. Ma Uri ne era già uscito da quattro anni, cioè da quando aveva visto che le azioni dell’Irgun non andavano verso l’indipendenza dagli inglesi ma soprattutto erano focalizzate contro gli arabi. Sionista convinto, ma contrario alla pratica terrorista dell’Irgun, Uri Avnery abbandonò quindi molto presto la formazione che poi avrebbe dato lustro a Begin.
Ciò non gli impedì di partecipare alla guerra contro gli arabi nel 1948/49, ma non gli impedì neanche di vedere e raccontare le atrocità commesse contro i palestinesi che raccontò nel suo libro «Il rovescio della medaglia». Libro che lo fece odiare da tanti ebrei, anche italiani e non solo israeliani, che definirono tradimento  la sua onestà intellettuale e morale.
Quest’uomo, che pur restando sionista fu un grande amico del popolo palestinese, fu tra i fondatori di un importante movimento pacifista e fu un grande e lucidissimo giornalista, oltre che scrittore. Trovando poco efficace Peace Now ne uscì e fondò Gush Shalom, movimento pacifista più radicale, senza mai abbandonare la sua visione “sionista” di ebreo che credeva giusta l’esistenza dello Stato ebraico accanto a uno Stato palestinese.
Chi scrive andò a trovarlo a Tel Aviv nel 2011 ma aveva appena perduto l’amatissima moglie e non aveva voglia di parlare di politica, per cui l’incontro avvenne con un altro rappresentante di Gush Shalom, più giovane ma altrettanto convinto delle sue stesse idee e altrettanto critico verso Israele, Adam Keller. Adam Keller raccontò che sua madre, una donna ultraottantenne e claudicante, in una manifestazione a sostegno dei diritti del popolo palestinese venne strattonata, picchiata e vilipesa dai soldati israeliani. Una piccola cosa rispetto a ciò che subiscono ogni giorno i palestinesi, e questo era chiaro ad Adam Keller, il quale comunque ci tenne a mettere l’accento sull’episodio per dire che non era certo questo l’Israele che lui, Uri Avnery ed altri convinti assertori dell’esistenza dei due Stati avevano in mente.
In Italia i suoi articoli venivano tradotti e pubblicati da il manifesto, giornale in qualche modo “di nicchia” e leggerli è sempre stato vero cibo per la mente. Lucido e logico nelle sue riflessioni, Avnery, già oltre 30 anni fa, mentre il mondo si prodigava in inchini e apprezzamenti che poi si rivelarono ingiustificati, proprio in un articolo pubblicato da il manifesto definì Perez  «Una menzogna che cammina». Articolo che chi scrive portò in lettura ad un’amica ebrea di sinistra avendo in cambio l’esclamazione disperata di nascondere subito quel giornale perché in casa sua, ebrei di sinistra, era vietato anche solo pronunciarlo il nome di Uri Avnery.
Questo è solo un aneddoto che unito a quello di Adam Keller potrebbe aiutare a far capire quanto lavoro c’è da fare per arrivare veramente a quella pace giusta al cui raggiungimento Avnery ha dedicato la vita.
L’essere stato un parlamentare della Knesset per tre legislature, fino al 1981, non lo ha salvato dalle invettive e dall’ostruzionismo delle istituzioni e del popolo israeliano sionista. Sionista nell’accezione che abitualmente si dà al termine e che i governi Netanyahu hanno notevolmente incrementato. Ma già quando nel 1982 incontrò Arafat, si dice che il grande nemico del presidente palestinese, Ariel Sharon, avesse tentato  di utilizzarlo per eliminare Arafat dando indicazioni al Mossad di «adempiere al loro compito» anche se questo avesse comportato la morte di Avnery che andava a intervistarlo. Lo raccontò proprio Avnery, sionista di stampo diverso da Ariel Sharon, congratulandosi con i servizi palestinesi per aver scampato il pericolo.
Con lui oggi non sparisce solo una grande mente, ma una mente capace di mettere in contraddizione le più grandi e le più piccole cose, come ad esempio le decisioni liberticide della Knesset israeliana circa la pratica di boicottaggio degli attivisti filo-palestinesi con analoga decisione della Knesset a favore del boicottaggio di un certo prodotto alimentare che danneggerebbe analogo prodotto di fabbricazione israeliana. Uri Avnery era veramente una mente scomoda, una mente che la falce della morte ha portato via con sé, avendo raggiunto i 94 anni, e che fino all’ultimo ha conservato lucidità, forza e determinazione.
Come racconta Adam Keller nel suo triste comunicarne la scomparsa, Avnery è collassato alcuni giorni fa tornando a casa dopo aver partecipato alla manifestazione contro la “nation state law” e dopo aver scritto un duro articolo contro quella legge.
Fino all’ultimo respiro Uri Avnery è stato coerente. La sua scelta di ebreo che non ha mai respinto l’esistenza dello Stato di Israele, sognandolo però democratico e rispettoso dei diritti dei palestinesi ai quali si “doveva” (e non “si doveva concedere”) il proprio Stato, lo ha accompagnato fino alla morte. Qualcuno lo ha definito un visionario perdente ma, come dice Adam Keller, suo ideale portavoce e successore in Gush Shalom, «i più grandi avversari di Avnery dovranno seguire le sue orme – perché lo Stato di Israele non ha altra scelta reale».
Se sarà così o meno non lo sappiamo, ma sappiamo che Israele ha perso la mente  lucida di un ebreo israeliano di sinistra, fortemente critico e anche per questo valido ostacolo contro la deriva barbarica della destra estrema. E anche i palestinesi hanno perso un amico, benché fosse un convinto sionista, tanto convinto e tanto aperto alla dialettica politica da mandare il suo articolo settimanale anche a chi non ha mai riconosciuto il diritto all’esistenza di Israele. Perché Avnery era una di quelle figure, sempre più rare, che riconoscono nell’avversario onesto un possibile collaboratore indiretto nel grande disegno di una società più giusta.
A chi scrive, pur essendo contraria al sionismo anche nell’accezione di Uri Avnery, mancherà molto il suo contributo. Altri invece ringrazieranno la falce della natura per aver spento una voce che ancora a 94 anni aveva la capacità di battersi contro chi viola sistematicamente i diritti umani, sebbene nello specifico si tratti dello stesso Paese che sentiva come propria patria. Avnery usava dire che «la differenza tra un combattente per la libertà e un terrorista dipende solo dalla prospettiva con cui si guarda». Questo non è l’accettazione del terrorismo ma il riconoscimento e la stima per chi combatte per la libertà.
Che la terra ti sia lieve, grande combattente.
(*) ripreso da www.pressenza.com

venerdì 10 agosto 2018

L’Olocausto dovrebbe essere una proprietà privata? "Non abbastanza!" - Uri Avnery


lo stato di Israele non ha pozzi di petrolio. Non ha miniere 
d’oro. Che cosa possiede? E’ il proprietario del ricordo dell’Olocausto.

Che vale molto. Chiunque voglia purificarsi da quella infamia ha bisogno di un certificato rilasciato dallo stato di Israele. Un documento del genere è assai costoso. Più grave è la colpa del richiedente, più alto è il prezzo del rilascio.
Che cosa ci ricorda?

Per molti secoli la Chiesa Cattolica aveva venduto “indulgenze”. Si trattava di documenti rilasciati dal papa o dai cardinali, che garantivano al ricevente la dispensa da doveri religiosi o permettevano atti [formalmente] proibiti dalla Chiesa.

Il caso più famoso è quello di Enrico VIII, re d’Inghilterra. Una indulgenza papale gli aveva permesso di sposare una principessa spagnola, gesto che sarebbe stato in contrasto con la legge ecclesiastica, visto che [fra i due] vi era un lontano legame di parentela. Ma, quando aveva voluto divorziare da lei per sposare la figlia di un nobile inglese, il papa gli aveva negato la necessaria dispensa. Il risultato era stata la scissione fra la Chiesa Cattolica e la Chiesa Anglicana, in cui il re (o la regina) hanno una funzione simile a quella del papa.

Il problema era che, con il passare del tempo, il rilascio delle indulgenze era diventato un commercio di fascia alta, da cui si arricchivano il papa e il clero di rango inferiore. Questa situazione aveva causato la rivolta di Martin Lutero e degli altri riformatori, che avevano dato vita a nuove Chiese indipendenti.
I leaders di Israele, capeggiati da Binyamin Netanyahu, ora si comportano come i papi dei tempi che furono: vendono le indulgenze dell’Olocausto.



Questo business non lo ha inventato Netanyahu. Lo ha ereditato dai suoi   predecessori. Era cominciato con David Ben-Gurion, subito dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale, quando aveva fatto un patto con il Cancelliere tedesco Konrad Adenauer. Ben-Gurion aveva dichiarato che esisteva una “nuova Germania”, che era completamente kosher e, in cambio, i Tedeschi avevano pagato tre miliardi di marchi allo stato di Israele, sia come indennizzo, che sotto forma di pensioni individuali ai sopravvissuti.

Anch’io avevo ricevuto una piccola somma per la “perduta educazione” e ai miei genitori era stata concessa una pensione mensile, che li aveva aiutati a sbarcare il lunario per tutto il resto della loro vita.
Per Ben-Gurion questa era esclusivamente una questione economica. Il nuovo stato di Israele non aveva soldi, il risarcimento tedesco lo aveva aiutato a sopravvivere nei primi anni.

Ma l’accordo nascondeva un’altra decisione. Israele, come ben si sa, è uno “stato ebraico”. Il governo di Israele porta due corone: è il governo di uno stato sovrano e si considera il leader della diaspora ebraica mondiale. Il presupposto ideologico è che questi due incarichi siano una cosa sola ed unica.
Ma questa è una finzione. Di tanto in tanto, si presentano dei problemi che mostrano [come esista] qualche divergenza fra gli interessi di Israele e quelli della diaspora. In tutti questi casi, gli interessi di Israele hanno la precedenza.

Una di queste situazioni si è presentata adesso.
Binyamin Netanyahu, re d’Israele e aspirante imperatore del popolo ebraico, ha firmato una dichiarazione congiunta con il governo polacco che libera, in effetti, il popolo polacco da ogni responsabilità riguardante   l’Olocausto. Vengono condannati, allo stesso tempo, l’antisemitismo e i sentimenti anti-polacchi.

Questo documento ha sollevato una tempesta [di critiche], centrata su due interrogativi: (1) corrisponde al vero? E (2) perché Netanyahu l’ha firmata?

Alla seconda domanda è più facile dare una risposta: Netanyahu ha una forte affinità con i governi dell’Europa Orientale, che formano un nuovo blocco, capeggiato dalla Polonia e che comprende anche l’Ungheria, la Repubblica Ceca e la Slovacchia.
I governi di tutte queste nazioni sono di estrema destra, quasi totalitari e anti-rifugiati. Si potrebbe definirli fascisti-soft.

Nell’Europa attuale, tutti [questi stati] si oppongono alla leadership della Cancelliera Angela Merkel e dei suoi alleati, che sono più o meno liberali, favorevoli ai rifugiati e condannano l’occupazione israeliana della Palestina e gli insediamenti israeliani. Netanyahu ritiene che la sua alleanza con l’opposizione europea possa fungere da deterrente nei confronti dei sostenitori della Merkel.

Le istituzioni ebraiche mondiali vedono la cosa in una luce completamente diversa. Ricordano che questi partiti di estrema destra sono i discendenti dei partiti filo-nazisti del periodo hitleriano. Per loro, il cinismo di Netanyahu è un tradimento nei confronti delle vittime ebraiche dell’Olocausto.
Una domanda molto più importante è: la dichiarazione congiunta corrisponde al vero?

Anche in Israele, la dichiarazione filo-polacca di Netanyahu è stata ampiamente condannata. L’odio per la Polonia è molto più radicato di quello per la Germania. E’ una storia lunga e complicata.
Prima dell’Olocausto, in Polonia risiedeva la più grande comunità ebraica del mondo. Pochissimi Ebrei si chiedono: come mai? Perchè?

La semplice (e dimenticata) verità è che, per secoli, la Polonia è stata il paese più progressista d’Europa. Mentre gli Ebrei venivano perseguitati,   uccisi ed espulsi dalla maggior parte delle altre nazioni europee, Inghilterra, Francia e Germania comprese, venivano accolti a braccia aperte dai re polacchi. Uno di loro aveva avuto un’amante ebrea, i proprietari terrieri nobili impiegavano gli Ebrei come amministratori dei loro possedimenti, gli Ebrei si sentivano protetti.

Nel corso degli anni, questa situazione era completamente mutata. I Polacchi mal sopportavano, in mezzo a loro, quella minoranza, non tanto esigua, di aspetto e modo di vestire diversi, che parlava un’altra lingua (Yiddish) e aveva una religione differente. Erano risentiti anche dalla competizione economica. Durante i lunghi periodi di dominazione e di oppressione da parte della Russia e degli altri stati vicini, i Polacchi erano diventati estremamente nazionalisti e, da questo nazionalismo, erano esclusi gli Ebrei. L’antisemitismo era diventato una forza potente.

La risposta ebraica era stata un odio radicato per la Polonia e per tutto ciò che era polacco.
L’invasione nazista della Polonia aveva creato una situazione molto complicata. Dopo la guerra, per molti Ebrei era risultato evidente che i Polacchi avevano collaborato con i nazisti allo sterminio degli Ebrei. Era diventato normale parlare dei “campi di concentramento polacchi”.
Questo ha fatto arrabbiare molto i Polacchi. Di recente hanno promulgato una legge che criminalizza l’uso di espressioni del genere.


Perciò, quando Natanyahu aveva firmato una dichiarazione con cui liberava i Polacchi da ogni responsabilità per lo sterminio degli Ebrei in Polonia, la cosa aveva suscitato una tempesta di furore in Israele e in tutto il mondo ebraico.

Circa una dozzina di anni fa avevo visitato per la prima volta la Polonia. [Quella visita] faceva parte delle ricerche per il mio libro (in ebraico) “Lenin non vive più qui”, che descriveva la situazione in Russia e in diverse altre nazioni subito dopo la caduta del comunismo.


Nessun’altra nazione mi aveva sorpreso come la Polonia. Avevo saputo che, durante l’occupazione nazista, c’erano state non una, ma due organizzazioni clandestine che avevano combattuto contro i nazisti. Milioni di Cristiani polacchi, insieme agli Ebrei, erano stati sterminati dai nazisti.


(Quando eravamo ritornati in Israele, mia moglie Rachel, che mi aveva accompagnato nel viaggio, aveva sentito una bottegaia di Tel Aviv parlare polacco. “Lo sa che i Tedeschi hanno ucciso anche tre milioni di Cristiani polacchi?”, le aveva chiesto, ancora inpressionata da quello che aveva sentito [in Polonia]. “Non abbastanza”, aveva rimarcato la bottegaia.)

Durante l’Olocausto, le prime informazioni affidabili sui campi di sterminio arrivate agli alleati occidentali e alle istituzioni ebraiche erano filtrate dal governo polacco in esilio a Londra. Migliaia di Polacchi sono   stati decorati in Israele per aver aiutato dagli Ebrei a sopravvivere, spesso rischiando la vita loro e delle loro famiglie.

Certo, molti altri Polacchi avevano aiutato i Tedeschi ad uccidere gli Ebrei, proprio come avevano fatto le popolazioni locali di tutte le nazioni occupate dai nazisti. Subito dopo la fine dell’occupazione nazista si era anche verificato qualche pogrom locale. Ma non ci sono stati “Quisling” polacchi. In confronto alle altre popolazioni che avevano subito l’occupazione, i Polacchi si sono comportati abbastanza bene.

E allora, come mai i campi di sterminio si trovavano in Polonia? Perchè lì viveva il grosso degli Ebrei, e perché lì era facile trasportare gli Ebrei provenienti dagli altri paesi. Ma non erano “campi di sterminio polacchi”.
Nella dichiarazione congiunta Netanyahu-Polonia ci sono alcune esagerazioni. Per esempio si parla di anti-semitismo e anti-polacchismo (qualunque cosa significhi) nella stessa frase. Ma certamente non merita tutte le critiche che ha ricevuto.

Alcuni anni fa avevo letto una novella di uno scrittore israeliano. Descriveva l’invasione del Medio Oriente da parte di una popolazione mongola, che odiava in modo ossessivo gli Arabi. Gli occupanti avevano chiesto agli Ebrei di aiutarli a sterminare gli Arabi, promettendo loro ogni genere di ricompensa.
In quanti avranno fatto una cosa del genere? Che cosa avreste fatto voi? 





Per concessione di Comedonchisciotte


Data dell'articolo originale: 14/07/2018

da qui

mercoledì 6 giugno 2018

Il giorno della vergogna - Uri Avnery





IL LUNEDI DI SANGUE, quando il numero di palestinesi uccisi e feriti aumentava ogni ora, mi sono chiesto: che cosa avrei fatto se fossi stato un giovane di 15 anni nella Striscia di Gaza?
La mia risposta è stata, senza esitazione: sarei stato vicino alla barriera del confine e avrei protestato, rischiando la vita e i miei arti, ogni minuto.
Come mai sono così sicuro?
Semplice: ho fatto la stessa cosa quando avevo 15 anni.
Ero membro della Organizzazione Militare Nazionale (la “Irgun”), un gruppo armato clandestino etichettato come “terrorista”.
All’epoca la Palestina era sotto l’occupazione britannica (chiamata “mandato”). Nel maggio 1939, i Britannici hanno promulgato una legge che limitava il diritto degli ebrei di acquisire della terra. Ho ricevuto l’ordine di trovarmi a una certa ora in un certo posto vicino alla riva del mare a Tel Aviv per prendere parte a una manifestazione. Dovevo aspettare un segnale dato da una tromba.
La tromba ha suonato e abbiamo cominciato a scendere lungo Allenby Road, che allora era la strada principale della città. Vicino alla sinagoga principale, qualcuno ha salito le scale e ha fatto un discorso provocatorio. Poi abbiamo marciato fino alla fine della strada dove erano ubicati gli uffici dell’amministrazione britannica. Lì abbiamo cantato l’inno nazionale, “Hatikvah”, mentre alcuni membri adulti del nostro gruppo hanno dato fuoco agli uffici.
Improvvisamente, parecchi camion pieni di soldati britannici si fermarono con grande stridore di freni e risuonò una salve di spari. I Britanni spararono al di sopra delle nostre teste, e scappammo via.
Ricordando questo avvenimento 79 anni dopo,  mi è venuto in mente che i ragazzi di Gaza sono eroi più grandi di quanto eravamo noi allora. Non sono scappati. Hanno mantenuto la posizione per ore, mentre il bilancio delle vittime saliva a 61 e il numero dei feriti da munizioni vere arrivava a 1500, oltre a 1000 persone colpite dal gas.
QUEL giorno, la maggior parte delle stazioni televisive a Israele e all’estero hanno    diviso in due il loro schermo. A destra, gli avvenimenti di Gaza. A sinistra, l’inaugurazione dell’ambasciata degli Stati Uniti a Gerusalemme.
Nel 136° anno della guerra sionista-palestinese, quello schermo diviso è l’immagine della realtà: i festeggiamenti a Gerusalemme e il bagno di sangue a Gaza. Non su due pianeti diversi, non in continenti diversi, ma ad appena un’ora di distanza in macchina.
Il festeggiamento a Gerusalemme è iniziato come un evento sciocco. Un gruppetto di uomini in giacca e cravatta, gonfi di presunzione, festeggiavano – che cosa –esattamente? Lo spostamento simbolico di un ufficio da una città a un’altra.
Gerusalemme è il principale oggetto del contendere. Tutti sanno che non ci sarà pace, non adesso, mai, senza un compromesso al riguardo. Per ogni palestinese, ogni arabo, ogni musulmano in tutto il mondo, è impensabile rinunciare a Gerusalemme. E’ da lì, secondo la tradizione musulmana, che il Profeta Maometto era asceso in cielo, dopo aver legato il suo cavallo alla roccia che è ora il centro dei luoghi sacri. Dopo la Mecca e Medina, Gerusalemme è il terzo luogo più sacro dell’Islam.
Per gli Ebrei, naturalmente, Gerusalemme è il luogo dove, circa 2000 anni fa, si ergeva il tempio costruito da Re Erode, un crudele mezzo-ebreo. Un avanzo di un muro esterno è ancora lì ed è onorato come il “Muro occidentale”. Di solito veniva chiamato “Muro del Pianto”, ed è il luogo più sacro per gli ebrei.
Gli statisti hanno tentato di fare la quadratura del cerchio e di trovare una soluzione. Il Comitato delle Nazioni Unite del 1947 che ha decretato la spartizione della Palestina in stato arabo ed ebraico, soluzione, questa entusiasticamente appoggiata dalla leadership ebraica  – ha suggerito di separare Gerusalemme da entrambi gli stati, e di costituirla come unità separata all’interno di quella che si supponeva fosse, di fatto, una specie di confederazione.
La guerra del 1948 ha avuto come conseguenza una città divisa: la parte est è stata occupata dal lato arabo (il Regno di Giordania) e la parte occidentale è diventata la capitale di Israele. (La mia modesta parte è stata di combattere nella battaglia per  strada).
A nessuno è piaciuta la divisione della città. I miei amici ed io abbiamo quindi ideato una terza soluzione che  oramai  ha avuto un consenso mondiale: mantenere unita la città a livello municipale e dividerla dal punto di vista politico: la parte ovest  come
Capitale dello stato di Israele, quella est come capitale dello Stato di Palestina. Il leader dei palestinesi locali, Faisal al-Husseini, rampollo di una illustre famiglia palestinese locale, e figlio di un eroe nazionale che è stato ucciso non lontano dalla     mia postazione nella stessa battaglia, ha appoggiato pubblicamente questa formula. Yasser Arafat mi ha dato il suo tacito consenso.
Se il Presidente Trump avesse  dichiarato Gerusalemme Ovest capitale di Israele e ha spostato lì la sua ambasciata quasi nessuno si sarebbe eccitato. Omettendo la parola “Ovest”, Trump ha acceso un fuoco,  forse senza rendersi conto di quello che stava facendo e probabilmente infischiandosene.
Secondo me, lo spostamento dell’ambasciata degli Stati Uniti non significa nulla. E’ un atto simbolico che non cambia la realtà. Se e quando la pace verrà, nessuno si preoccuperà di qualche stupido atto di un semi-dimenticato presidente degli Stati Uniti. Inshallah.
COSÍ ECCOLO LÁ, questo gruppo di  Israeliani, Americani e quelli  che avevano il loro piccolo festival, mentre fiumi di sangue scorrevano a Gaza. Esseri umani erano uccisi a dozzine e feriti a migliaia.
La cerimonia è iniziata come un incontro cinico che rapidamente è diventato grottesco ed finito con l’essere sinistro. Nerone che suonava la lira mentre Roma bruciava.
Quando si sono scambiati l’ultimo abbraccio e hanno fatto gli ultimi complimenti (specialmente alla raffinata Ivanka), Gaza è rimasta quello che era – un enorme campo di concentramento con ospedali affollati, senza medicine e cibo, acqua potabile ed elettricità.
Si è scatenata una ridicola campagna di propaganda per contrastare la condanna in tutto il mondo. Per esempio, la notizia che il terrorista Hamas aveva costretto i Gazani ad andare a dimostrare – come se tutti potessero essere costretti a rischiare la vita in una dimostrazione.
Oppure la notizia che Hamas aveva pagato 50 dollari a ogni dimostrante. Rischiereste la vostra vita per 50 dollari? Qualcuno lo farebbe?
Oppure: i soldati non avevano altra scelta se non ucciderli perché stavano prendendo d’assalto la barriera di confine. In realtà nessuno lo ha fatto: il grande concentramento di brigate dell’esercito israeliano lo avrebbe facilmente evitato senza sparare.
Quasi dimenticata è stata una piccola notizia dei giorni precedenti: Hamas aveva discretamente offerto una Hudna per dieci anni. L’Hudna è un armistizio sacro che non va mai interrotto. I Crociati, nostri remoti predecessori, hanno fatto molti Hudna con i loro nemici arabi durante la loro permanenza di 200 anni, qui.
I leader israeliani hanno immediatamente rifiutato l’offerta.
QUINDI PERCHÉ ai soldati è stato ordinato di uccidere? E’ la stessa logica che ha dato vita innumerevoli regimi di occupazione in tutta la storia: spaventare così tanto i “nativi” fino a farli rinunciare. Ahimè, le conseguenze sono state quasi sempre l’opposto: gli oppressi sono diventati più duri, più risoluti. Questo sta accadendo adesso.
Il lunedì di sangue potrebbe ben essere considerato in futuro come il giorno in cui i Palestinesi hanno riguadagnato il loro orgoglio nazionale , la loro volontà di resistere e di combattere per la loro indipendenza.
Stranamente, il giorno successivo, il giorno principale della protesta programmata, il giorno della Naqba – la catastrofe – sono stati uccisi soltanto due dimostranti. I diplomatici stranieri all’estero, di fronte all’indignazione in tutto il mondo, probabilmente hanno inviato in patri messaggi di SOS. Chiaramente, l’esercito israeliano aveva cambiato ordini. Sono stati usati mezzi non letali che sono bastati.
LA MIA COSCIENZA non mi permette di concludere questo senza un poco di autocritica.
Mi sarei aspettato che tutti i famosi scrittori di Israele avrebbero pubblicato una    condanna congiunta mentre le sparatorie stavano ancora andando avanti. Non è successo.
La “opposizione politica” è stata spregevole. Neanche una parola da parte del partito laburista. Neanche una parola dal politico Ya’ir Lapid. La nuova leader del partito Meretz, Tamar Sandberg, ha almeno boicottato i festeggiamenti a Gerusalemme. I laburisti e Lapid non hanno fatto neanche questo.
Mi sarei aspettato che le nostre molte coraggiose organizzazioni pacifiste si sarebbero unite in un’azione di plateale condanna, azione che avrebbe risvegliato il mondo. Non è accaduto. Forse erano in stato di shock.
Il giorno successivo, gli eccellenti ragazzi e ragazze dei gruppi pacifisti hanno dimostrato di fronte al all’ufficio del Likud a Tel Aviv. Erano in circa 500. Lontano, lontano dalle centinaia di migliaia che avevano dimostrato anni fa, contro il prezzo della ricotta.
In breve: non abbiamo fatto il nostro dovere. Accuso me stesso tanto quanto accuso tutti gli altri.
Dobbiamo prepararci subito per la prossima atrocità. Dobbiamo organizzarci per un’azione di massa, ora!
QUELLO CHE PERÓ ha superato tutto è stata l’enorme macchina di  lavaggio del cervello che si è messa in moto. Da molti anni non avevo avuto esperienza di una cosa così.
Quasi tutti i “corrispondenti militari” hanno operato come agenti di un esercito propagandistico. Giorno per giorno hanno aiutato l’esercito a diffondere bugie e falsificazioni. Il pubblico non aveva nessuna alternativa se non quella di credere a ogni parola. Nessuno ha detto loro il contrario.
Lo stesso si può dire di tutti gli altri mezzi di comunicazione, dei presentatori, degli annunciatori  di programmi, e dei corrispondenti. Sono diventati volentieri bugiardi governativi. Probabilmente a molti di loro è stato ordinato così dai loro capi. Non è stato un capitolo glorioso.
Dopo la giornata di sangue, quando l’esercito ha affrontato la condanna del mondo e ha dovuto smettere di sparare (uccidendo “soltanto” due dimostranti disarmati), tutti i media israeliani si sono uniti nel dichiarare questa una grande vittoria di Israele.
Israele ha dovuto aprire i valichi e mandare cibo e medicine a Gaza. L’Egitto ha dovuto aprire il suo valico di Gaza e accettare molte centinaia di feriti per operazioni e altre cure.
Il Giorno della Vergogna è passato. Fino alla prossima volta.

Da: Z Net – Lo spirito della resistenza è vivo
www.znetitaly.org
Fonte: https://zcomm.org/znetarticle/the-day-of-shame
Originale: Gush Shalom
Traduzione di Maria Chiara Starace
da qui  

mercoledì 4 ottobre 2017

Il BDS è l’unico nostro strumento contro l’occupazione e l’apartheid israeliani - Ruchama Marton


Pensare che Israele possa rimediare a un regime coloniale e di apartheid senza un aiuto esterno è un’illusione pericolosa fondata sull’ orgoglio machista israeliano.
Nel suo articolo su Haaretz, Uri Avnery risponde a quello che ho detto alla mia festa di compleanno degli 80 anni. “Alcuni dei miei amici pensano che la lotta sia persa, che non sia più possibile cambiare Israele ‘dal di dentro’, che solamente una pressione dall’esterno può aiutare e che la pressione esterna in grado di fare questo è il movimento del boicottaggio, disinvestimento e sanzioni. Uno di questi amici è la dottoressa Ruchama Marton”, egli scrive.
Avnery afferma: “Prima di tutto respingo decisamente l’idea che non c’è nulla che noi possiamo fare per salvare lo Stato, e che noi dobbiamo confidare negli stranieri perché facciano il lavoro per noi. Israele è il nostro Stato. Abbiamo la responsabilità di questo”.
Ecco la mia risposta
Non ho mai detto in qualunque momento o posto che io, o noi, la sinistra non sionista definita radicale, vogliamo o ci aspettiamo che qualcuno nel mondo faccia il nostro lavoro per noi. Non soltanto non è etico, è anche stupido e non praticatibile. Dalla guerra civile in Spagna, una guerra che è stata persa, al Sud Africa, una guerra che ha vinto, e a tutte le altre lotte, i nativi hanno sempre lottato e sono stati uccisi insieme ai loro sostenitori in giro per il mondo, mai separatamente. Sotto questo profilo, la sinistra radicale in Israele è in ottima compagnia. Avnery non ha alcun diritto di dire di me o di noi che aspettiamo qualcuno da fuori Israele che lotti per noi. Questo è sicuramente sbagliato.
La lotta corretta, secondo me, è la lotta anti colonialista e anti apartheid. Chiunque si illuda di poter vincere questa battaglia senza l’aiuto esterno cade in un errore, in un’illusione pericolosa fondata sull’orgoglio machista sionista israeliano. Io e solo io.
Oggi la questione della pace non è rilevante. È piuttosto un argomento di convenienza, troppo bello e al momento non praticabile. Schierarsi per la pace non è una posizione politica ma è un’adesione di facciata. Avnery conosce qualcuno di destra o di sinistra che si oppone alla pace? La questione attuale è quella dell’occupazione e dell’apartheid.
La lotta anti coloniale ha una tradizione rispettabile e quella contro l’apartheid ha una strategia che ha funzionato. È vero che quelli che hanno lottato per un cambiamento politico reale e non solo per salvare il Paese, hanno avuto bisogno di rinunciare ai privilegi a loro garantiti dal regime di apartheid.
Il diritto alla politica è il diritto più importante. Senza questo è come “Lasciate in pace gli animali”. Lottare per un ambulatorio nei territori occupati è come lottare per una mangiatoia per un cavallo. Il regime totalitario riduce il cittadino “ad avere diritti”, il diritto al cibo, alla casa, all’istruzione e alla salute. Quando il diritto alla politica è negato, la persona è ridotta allo stato di animale. Chiunque non abbia voglia di combattere per il diritto alla politica, lotta solo per il proprio corpo. Vale la pena chiedersi – siamo solo l’aspirina dell’occupante?Un cerotto dell’apartheid?
Voglio dare ai giovani che desiderano lottare gli strumenti per pensare criticamente. In altre parole, non stare al gioco del governo e al suo progetto. Dobbiamo imparare a dire che non accettiamo più le leggi del governo. Ciò significa assumere dei rischi e rinunciare ai nostri privilegi, che stanno dentro le regole dettate dal regime. Come ha detto Ralph Waldo Emerson: “Gli uomini validi non devono obbedire troppo bene alle leggi.”
Fintantochè gli ebrei israeliani che non sostengono il BDS pensano che sia possibile cambiare dall’interno, essi sono come la parabola della lepre che voleva cambiare dall’interno il leone. Così il leone l’ha mangiata. La lepre è entrata nel leone ma la sua storia è finita. Oggi cambiare dall’interno è un’illusione, la sinistra radicale non può pensare e agire in questo modo.
La sinistra sionista ha paura del radicalismo perché ha paura di rimanere sola, senza una tribù. Il problema è che esiste un’altra tribù, una più grande, e che si trova all’esterno. Per esempio, la tribù internazionale del BDS in crescita. È il nostro alleato perché non abbiamo alleati all’interno della nostra tribù nativa. Dobbiamo essere consapevoli che, dall’interno siamo troppo pochi e troppo deboli. Senza i nostri alleati di fuori non possiamo fare molto. I traditori di oggi saranno gli eroi di domani.
Avenery dice: “Penso che boicottare proprio Israele sia uno sbaglio. Porterebbe l’intera opinione pubblica israeliana nelle braccia dei coloni, mentre il nostro compito sarebbe di isolare i coloni nei territori occupati e di separarli dall’opinione pubblica israeliana. Il nostro compito qui è di raggruppare, riorganizzare e raddoppiare i nostri sforzi per sconfiggere l’attuale governo e portare l’area pacifista al potere”
Io gli rispondo: Stai argomentando in base ad un presupposto senza fondamento circa il futuro, basato solamente sulla paura di rimanere solo, perché l’opinione pubblica israeliana nella sua interezza si unirà ai coloni. La maggior parte lo ha già fatto. Il BDS è l’unica arma nonviolenta che può indurre la società israeliana ebraica a prendere consapevolezza del dominio e della sofferenza dell’occupazione quando venga costretta a pagarne il prezzo.
Se l’occupazione e l’apartheid portano a una sofferenza economica, culturale e diplomatica a causa di un boicottaggio internazionale, è molto probabile che possa avvenire un cambiamento nella visione israeliana che è basata da un lato sull’enorme beneficio che deriva al Paese e ai suoi cittadini ebrei dall’occupazione e dalla separazione, dall’altro sulla vigliaccheria di quella che viene definita la sinistra israeliana, o campo pacifista.

domenica 26 marzo 2017

L’esercito più morale? - Uri Avnery


Pochi giorni fa mi è capitato di vedere un eccellente film inglese: “Testament of Youth (Testamento di gioventù)  basato sulle memorie di Vera Brittain.
Vera racconta la sua storia, la storia di una ragazza inglese cresciuta in una famiglia borghese senza preoccupazioni e dolori, quando la I Guerra Mondiale mise fine a quel paradiso. Suo fratello, i suoi amici e il suo fidanzato, furono uccisi uno a uno nei terribili scenari fangosi della Francia. Si arruolò come infermiera e si occupò di centinaia di feriti e di  morti. La tenera ragazza di campagna si trasformò in ua donna temprata.
La scena che mi ha colpito di più è quella in cui Vera viene destinata a una baracca piena di tedeschi feriti. Un ufficiale tedesco, non tanto giovane, sta morendo. Nel suo delirio vede la sua amata, prende le mani di Vera, e sussurra: “Sei tu, Clara?” e Vera risponde in tedesco: “Ich bin hier” – Sono qui. Con un sorriso di felicità sulle labbra, il tedesco muore.
All’indomani della guerra, una folla di inglesi chiede una pace vendicativa. Vera prende la parola e racconta la sua esperienza. La folla rimane in silenzio.
Il film mi ha riportato alla mente l’evento di Elor Azaria, il soldato che uccise un    assalitore arabo gravemente ferito che giaceva a terra indifeso. Elor è stato duramente condannato dal tribunale militare, ma è stato punito con un periodo di prigionia ridicolmente leggero: un anno e mezzo. Il suo legale in cerca di pubblicità, è ricorso in appello.
Uccidere una persona ferita o un nemico catturato è un crimine di guerra. Perché?
Per molte persone, questo è un mistero. La guerra è il regno dell’uccisione e della distruzione. I soldati vengono decorati perché hanno ucciso. E quindi, perché improvvisamente diventa un crimine uccidere un nemico ferito? Come è possibile parlare di una legge della guerra quando la guerra stessa rompe tutte le leggi? Un esercito che addestra i suoi soldati a uccidere, come può chiedere loro di mostrare indulgenza?
Dagli inizi del genere umano, la guerra è stata una condizione umana. E’ iniziata dalla tribù primitiva che difendeva le sue risorse limitate dai vicini predatori. I vicini uccisi erano risorse guadagnate.
I limiti alle devastazioni della guerra furono fissati dopo uno dei più orribili conflitti della storia: la Guerra dei Trent’Anni  (1618-1648). Il principale campo di battaglia fu la Germania – un paese piatto al centro dell’Europa, senza confini difendibili. Gli eserciti stranieri vi entrarono da tutti i lati per risolvere tra di loro la questione con la forza. Gli eserciti devastarono intere città, uccidendo, violentando e saccheggiando.
Iniziò come guerra di religione, ma divenne una guerra di supremazia e di guadagno.
Milioni di persone morirono. Alla fine, due terzi della Germania furono  devastati, un terzo della popolazione tedesca fu sterminato. Una delle conseguenze fu che i tedeschi, mancando di qualsiasi confine naturale, difendibile, come mari e montagne, crearono un confine artificiale: un potente esercito. Fu l’inizio del militarismo tedesco, che raggiunse il suo apice durante la furia nazista.
Come testimoni delle atrocità della  Guerra dei Trent’Anni, gli umanisti considerarono i modi di limitare la guerra e di creare un nucleo di legge internazionale. Il proponente eccezionale fu un olandese: Hugo de Groot (“Grotius”), che gettò le basi per le regole della guerra.
Come può essere limitata una guerra? Come possono essere “pure” le armi quando il loro scopo è proprio quello di uccidere e distruggere? Grotius  stabilì un semplice principio: non si può fare nulla per limitare i mezzi e le pratiche necessarie per vincere una guerra. Nessun esercito rispetterà tali limitazioni.
In guerra, però accadono cose terribili che non hanno nulla a che fare con la vittoria. Uccidere i civili, i prigionieri, e i feriti non contribuisce alla vittoria. Risparmiare loro la vita va bene per tutte le parti. Se risparmio la vita dei soldati nemici catturati, e se il nemico risparmia la vita dei miei soldati che vengono catturati, tutti vincono.
E quindi le moderne leggi della guerra non sono soltanto morali e umane, sono anche sensibili. Tutte le nazioni civili le riconoscono. Infrangerle è un reato.
All’inizio, la legge che proibisce l’uccisione di chi viene catturato e dei feriti, si applicava soltanto ai soldati in uniforme. Nelle recenti generazioni, invece, la linea di separazione tra i soldati in uniforme e i civili che combattono è diventata sempre più confusa. I guerriglieri, i partigiani, i combattenti clandestini, i terroristi, sono diventati parte di una guerra riconosciuta. La legge internazionale si è ampliata fino a includere anche loro,
(Qual è la differenza tra un terrorista e un combattente per la libertà? Sono orgoglioso di avere scoperto molto tempo fa l’unica formula scientifica: “I combattenti per la libertà sono dalla mia parte, i terroristi stanno dall’altra.”)
E così torniamo a Elor Azaria. Uccidere un “terrorista” nemico, ferito, neutralizzato, è un crimine di guerra, puro e semplice. I “terroristi” feriti devono essere curati. Non sono più nemici, sono soltanto esseri umani feriti, come il tedesco moribondo nel film.
Sarah Netanyahu, la moglie largamente impopolare del Primo Ministro, ha detto di recente in un’intervista: “Credo che l’esercito israeliano sia l’esercito più morale del mondo!”
Stava solo citando un articolo di fede israeliano, ripetuto di continuo su tutti i media israeliani, nelle scuole e nei discorsi politici.
Alcuni potrebbero pensare che un “esercito morale” sia un ossimoro. Gli eserciti sono immorali per la loro stessa natura. Gli eserciti ci sono per fare la guerra, e la guerra è fondamentalmente immorale.
Ci si potrebbe chiedere in che modo la guerra sia sopravvissuta per tutti questi millenni. L’umanità ha fatto enormi progressi in tutti i campi  di attività,   e tuttavia la guerra è sopravvissuta. Sembra che sia radicata troppo in profondità nella natura e nella società umana.
Quando due cittadini litigano, non viene più permesso loro di uccidersi. Devono andare in tribunale e accogliere il verdetto basato su una legge accettata da tutti. Il buonsenso direbbe che la stessa cosa si dovrebbe applicare alle nazioni.
Quando due stati litigano, dovrebbero andare in un tribunale internazionale e accettare serenamente il suo giudizio.
Quanto siamo lontani da questa realtà? Secoli? Millenni? Un’eternità?
Nel 17° secolo, la guerra era condotta dai mercenari che combattevano per guadagnare. I reggimenti talvolta cambiavano bandiera sul campo di battaglia. I soldati  cercavano  di fare razzie.  Il “Sacco di Magdeburgo durante la Guerra dei Trent’Anni vive fino a oggi nella storia tedesca. E’ stata un’orgia di saccheggi, di uccisioni e di stupri in quella città che si trova a ovest di Berlino.
Un secolo dopo la guerra venne condotta da eserciti nazionali professionali e divenne un po’ più evoluta. Le guerre di Luigi XVI° e di Federico il Grande lasciarono la popolazione in gran parte non molestata.
Con la Rivoluzione francese, hanno avuto origine i moderni eserciti di massa. La leva generale divenne la regola ed ancora in vigore a Israele e in alcuni altri paesi.
La leva significa che quasi tutti servono fianco a fianco: i buoni e i cattivi, chi è normale e chi è depravato. Hi visto figli istruiti, di “buone famiglie”, commettere terribili crimini di guerra. Quando li incontrai alcuni anni dopo, erano cittadini rispettosi della legge e padri di famiglia orgogliosi.
La mia personale osservazione è stata che se, in una squadra normale, un paio di soldati stabili, morali affrontano  poche mele marce, e nel mezzo la maggioranza dei soldati, c’è la probabilità che i migliori dessero il tono.
C’è, però, anche la possibilità che i migliori si assimilino agli altri, e che alla fine tutto diventa disumanizzato. Non è un buon argomento per l’obiezione di coscienza.
(Devo ammettere che sono combattuto circa questo argomento. Da una parte mi piacerebbe che uomini e donne moralmente sani servissero  e influenzassero le loro unità, dall’altra comprendo profondamente coloro che seguono il richiamo della loro coscienza e che ne pagano il prezzo.)
Quando vedo un soldato che spara sangue freddo a un nemico ferito, mi chiedo: “Chi sono i suoi genitori? In che casa è cresciuto? Chi sono i suoi comandanti?”
La colpa maggiore deve andare agli ufficiali, dal capo della compagnia, fino al Comandante in capo. In un esercito, i comandanti devono avere sempre la responsabilità principale. Tutto dipende dagli standard morali che inculcano ai loro subordinati. Prima di tutto incolpo sempre loro.
Proprio all’inizio di questa faccenda ho proposto di condannare Azaria a una dura pena detentiva, perché tutti lo capissero. Poi lo perdonerei, ma soltanto a condizione che pubblicamente ammetta il suo crimine e chieda perdono. Finora si è rifiutato di farlo e si crogiola nel bagliore della sua condizione di eroe, per alcune parti della popolazione. Fanno così anche i suoi genitori che chiaramente godono della loro visibilità.
E quindi, come è morale l’esercito israeliano?
Anche prima che venisse fondato lo stato di Israele, l’organizzazione clandestina (l’Haganah) che ne formava la base, era orgogliosa della sua moralità. “La Purezza delle armi ebraiche” [La moralità in guerra] era allora e lo è ancora, lo slogan. Era vero allora come lo è adesso, ma ha creato la fede nello “Esercito più morale del mondo”.
Non c’è nulla di simile a un esercito realmente morale. Sfortunatamente gli eserciti sono necessari, in questo mondo, ma la loro moralità è sempre discutibile.
Se dovessi valutare   il nostro esercito, supporrei che è più morale dell’esercito russo  e meno morale che, supponiamo, dell’esercito svizzero.

Originale: Counterpunch
Traduzione di Maria Chiara Starace
Traduzione © 2017 ZNET Italy – Licenza Creative Commons  CC BY NC-SA 3.0

domenica 6 marzo 2016

Quando Dio perde ogni speranza - Uri Avnery

Subito dopo la fondazione di Israele, Dio apparve a David Ben-Gurion e gli disse: "Hai fatto bene con il mio popolo. Pronuncia un desiderio e io lo esaudirò”
"Vorrei che Israele fosse ebraico, democratico e comprendesse tutto il paese tra il Mediterraneo e il Giordano," rispose Ben-Gurion.
"Questo è troppo anche per me!" esclamò Dio. "Ma io ti concederò due dei tuoi tre desideri. Si può scegliere tra un Israele ebraico e democratico in una parte del paese, uno Stato democratico in tutto il paese che non sarà ebraico o un Israele ebraico in tutto il paese che non sarà democratico ".
Dio non ha cambiato idea.
Mentre sto scrivendo questo, Benjamin Netanyahu è totalmente assorbito nel promulgare una nuova legge, una legge che sarebbe uno spartiacque nella storia di Israele. Il pubblico guarda in modo confuso, come se stesse accadendo in Kamchatka.
Questa legge potrebbe consentire (potrei scrivere “consentirà”), a 90 dei 120 membri della Knesset di espellere qualunque altro membro della Knesset o semplicemente, tutti gli altri membri. I motivi di tale decisione sono nebulosi: sostenere il "terrorismo" – a parole, così come mediante azioni, negando il carattere ebraico dello stato, e così via.
 Chi decide? La maggioranza, ovviamente.
L'impulso immediato per proporre questo disegno di legge è stato fornito dai tre membri arabi della Knesset che hanno visitato i genitori di "terroristi" arabi di Gerusalemme Est annessa. Ho già parlato di questo nel mio ultimo articolo. Avevano un buon pretesto - per aiutarli ad ottenere i corpi dei loro figli, che erano stati uccisi sul posto. Ma l'ovvia ragione è stata quello di portare loro le proprie condoglianze.
Ora, si può sostenere che una madre in lutto è una madre in lutto, indipendentemente dalla causa della morte di suo figlio e che offrire condoglianze è una virtù umana. Ma questo può essere troppo umanistico per i membri del Likud.
Nei bei vecchi tempi, quando eravamo i "terroristi" e gli inglesi erano gli occupanti, avrei certamente portato le mie condoglianze a un vicino di casa il cui figlio fosse stato ucciso durante un raid dell’Irgun. Non credo che gli inglesi mi avrebbe arrestato per questo.
Per legge, i membri della Knesset godono dell’immunità da procedimenti giudiziari per qualsiasi atto commesso in linea con le proprie funzioni. Per i membri della Knesset visitare i loro elettori in tali circostanze può essere un atto del genere. Pertanto (secondo il Likud, ndt), una nuova legge è necessaria.
E che legge!

"Immaginate che una cosa del genere accada in Inghilterra o negli Stati Uniti," ha tuonato Netanyahu, "un deputato o membro del Congresso che appoggia i terroristi!"
"Immaginate che una cosa del genere accada in Gran Bretagna o negli Stati Uniti," io risponderei, "una legge che consenta ai tre quarti del Parlamento o Congresso di espellere gli altri!"
Netanyahu è stato educato negli Stati Uniti. Sicuramente gli è stato insegnato lì che la democrazia non significa solo la regola della maggioranza. Adolf Hitler è stato probabilmente sostenuto dalla maggioranza. Democrazia significa che la maggior parte rispetta i diritti delle minoranze. Compreso il diritto di libertà di parola.
Il diritto di libertà di parola non significa il diritto di esprimere opinioni popolari. Opinioni popolari non hanno bisogno di alcuna protezione. La libertà di parola significa il diritto di pronunciare opinioni che sono detestate da quasi tutti.
Significa certamente il diritto delle minoranze di esprimere le proprie opinioni con mezzi pacifici. E questo è il nocciolo della questione.
Tutti capiscono che il diritto di 90 di espellerne 30 è una minaccia di espellere gli arabi della Knesset. La fazione "araba" nella presente Knesset è composta da 13 membri e diventerà probabilmente maggiore nelle prossimi elezioni. (E 'un po' complicato. La fazione "araba" comprende un membro ebreo, che è molto rispettato. La fazione "ebraica" include alcuni membri arabi, che non osano aprire la bocca su cose serie.)
Questa non è una legge contro i simpatizzanti di "terroristi". Questa è una legge contro la minoranza araba. La Knesset sarà ebraica, pura e semplice.
Tornando al patto di Dio con Ben-Gurion, Sarà uno stato ebraico in tutto il paese, senza essere democratico.
Gli ebrei sono stati minoranze dall'esilio babilonese, circa 2500 anni fa. Tutti gli ebrei sono stati minoranze per alcune migliaia di anni.
Si sarebbe creduto che 80 generazioni siano sufficienti per imparare come uno stato dovrebbe comportarsi nei confronti delle minoranze. In effetti, si sarebbe potuto credere che tutti gli stati del mondo avrebbero mandato delegazioni in Israele per imparare come dovrebbero essere trattate le minoranze. Il fondatore del sionismo, Theodor Herzl, certamente pensava così, e ha descritto i rapporti idilliaci tra lo Stato ebraico e dei suoi abitanti arabi nel suo futuristico romanzo "Altneuland" ("La terra vecchia e nuova").
Purtroppo, questo non si è avverato. I tempi in cui un giovane e fresco Israele attirava i progressisti di tutto il mondo per vedere i kibbutz e i moshav (villaggi cooperativi) sono ormai lontani. (Ora sembra che Bernie Sanders, uno dei candidati democratici alla presidenza degli Stati Uniti, sia stato una volta volontario in un kibbutz). Anche prima che la proposta di legge sia promulgata, Israele è uno dei paesi meno democratici nel mondo occidentale, a cui Israele vuole appartenere. Nella West Bank, che è governata da Israele, ci vivono circa 2,5 milioni di persone che sono prive di tutti i diritti civili e umani. Proprio questa settimana Amira Hass, la coraggiosa cronista israeliana dell’occupazione, ha descritto come la casa confortevole di una famiglia borghese palestinese sia stata invasa nel mezzo della notte da una squadra dell'esercito e gli abbiano detto di sgomberare il loro soggiorno, che è diventato un avamposto dell’esercito. I soldati portarono con sé un wc chimico portatile, ma si sono liberati senza problemi dal balcone.
Abbiamo creduto per un momento che Israele potesse rimanere "l'unica democrazia del Medio Oriente" tenendo grandi territori occupati. Non hanno gli inglesi tenuto sottomessi centinaia di milioni di indiani, mentre il paese è rimasto nel mondo fulgido esempio di democrazia? Certo, ma un inglese aveva bisogno di diverse settimane di navigazione da Liverpool a Bombay, il tempo di cambiare la sua personalità, mentre uno ha bisogno di solo cinque minuti per passare da Israele in Cisgiordania. cittadini arabi di Israele costituiscono circa il 20% della popolazione. Questi erano i resti di una grande maggioranza, la maggior parte dei quali erano fuggiti o sono stati espulsi.
Questa percentuale è rimasta così fin dall'inizio dello stato fino ad ora, un tempo in cui la popolazione di Israele è cresciuta più di dieci volte.
Un miracolo? Quasi. L'enorme aumento naturale della popolazione araba è stato equilibrato dall’immigrazione ebraica, in primo luogo dai paesi islamici, poi dalla Russia, e ultimamente dall'Etiopia. Sono ancora al 20%, come Dio ha previsto.
La prima generazione di "arabi israeliani" - come gli ebrei li chiamavano, con loro sconcerto - erano miti e sottomessi, ancora sconvolta dalla immensa catastrofe che aveva colpito la loro gente. Per motivi di sicurezza, sono stati sottoposti a un "governo militare", che ha limitato i loro movimenti. Un arabo non poteva andare dal suo villaggio all'altro, tanto meno acquistare un trattore o inviare un figlio a studiare, senza un permesso militare scritto. Questo sistema è stato abolito solo dopo 17 anni.
Ci si può chiedere il motivo per cui sono stati concessi i diritti di voto a tutti. Ebbene, dal momento che erano così docili, Ben-Gurion, un uomo di partito in tutto e per tutto, ha deciso che avrebbero sostenuto la maggioranza del suo partito alle elezioni. Questo in effetti è successo.
Ma ora c'è una terza generazione di cittadini arabi. Ci sono professori universitari arabi, medici primari, imprenditori, anche comandanti di polizia. Ci sono nazionalisti palestinesi, islamisti, comunisti. Hanno sentimenti, richieste, anche la faccia tosta di chiedere la piena parità.
Questo sarebbe abbastanza un grande problema in una situazione normale. Ma la situazione qui non è normale. La minoranza nazionale di Israele è parte del popolo palestinese, cui l'attuale leadership israeliana vuole togliere l’intero territorio.
In un angolo della mia mente ho una sceneggiatura per un film. Che sono pronto a regalare.
Due ragazzi ebrei, chiamiamoli Abramo e David, fuggono dalla Germania nazista. David va negli Stati Uniti, Abraham va in Palestina.
David, naturalmente, si unisce al movimento di Martin Luther King, diventa un leader attivista per i diritti civili e ora è un attivista fervente per i diritti delle minoranze. Egli sostiene anche il BDS, che chiede il boicottaggio di Israele.
Abraham, che si fa chiamare Rami, è un colonnello dell'esercito israeliano, un fervente nazionalista e regolare elettore del Likud, un ammiratore di Netanyahu. Per puro caso (questo è un film, dopo tutto) una volta era un membro del kibbutz in cui Bernie Sanders era stato un volontario.
Egli è responsabile di gran parte della Cisgiordania, e capita che sia responsabile dell'ordine in base al quale i palestinesi sono cacciati dalle loro case per motivi di sicurezza.
David dirige una delegazione americana dei diritti umani, che viene a indagare su ciò che sta accadendo nei territori occupati, Rami ha il compito di impedire loro di arrivarci. E così via.
Tornando a Dio, Egli sta scuotendo la testa. Questi esseri umani, si chiede, impareranno mai?
Nessun paese ha mai tratto profitto dal buttare fuori le sue minoranze. La Germania nazista ha espulso i suoi scienziati ebrei, alcuni dei quali sono andati negli Stati Uniti e costruito la bomba atomica per l'America. Molto tempo prima di questo, i re cattolici di Francia hanno buttato fuori gli Ugonotti protestanti, che sono emigrati in Prussia e trasformato una piccola città di guarnigione chiamata Berlino in un centro mondiale dell'industria e della cultura. Ci sono molti altri esempi.
Se duemila anni non ci hanno insegnato qualcosa, quando potremo mai imparare?

(Traduzione di  Giorgio Canarutto)