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mercoledì 24 settembre 2025

Fuori Alaa - Enrico Campofreda

Giunge con estremo ritardo, ma è bene che sia arrivata, la liberazione d’un attivista storico d’Egitto: il quarantatreenne Alaa Abd El-Fattah, imprigionato nel 2013 a seguito del golpe bianco di Al Sisi, e poi nuovamente nel 2019, dopo una paradossale scarcerazione che nelle settimane seguenti gli rinnovava una pena di cinque anni per aver diffuso “notizie false” sui social media. Lo fanno uscire di cella il suo persecutore presidente egiziano, che addirittura lo grazia assieme ad altri detenuti politici, e il premier britannico Starmer fino a questo momento accogliente solo a parole delle suppliche della madre di Alaa, la docente universitaria Laila Soueif. La quale s’era spesa tantissimo per il rilascio del figlio che ha cittadinanza anche britannica, da lì la richiesta di coinvolgimento di Downing Street. Laila coi suoi settant’anni oggi sembra una novantenne: l’hanno piegata le pene patite e le lotte intraprese a favore del primogenito. In questi anni ha praticato essa stessa debilitanti scioperi della fame nonostante condizioni sempre più precarie di salute. Le testimonianze delle altre figlie, di amici, le stesse immagini della donna confermano come la professoressa negli ultimi cinque anni sia invecchiata per le sofferenze fisiche e morali subìte dalla famiglia. Perché adesso questa grazia? cosa significa? Da un lato c’è da constatare che Alaa ha quasi scontato per intero l’ennesima condanna, dall’altro c’è l’attuale scelta del governo inglese di esporsi a favore d’un riconoscimento dello Stato Palestinese. Mentre il regime del Cairo segue i dubbi sollevati da Emirati Arabi Uniti e Arabia Saudita per i recenti attacchi aerei di Israeli Air Force al Qatar, un esplicito schiaffo alle stesse petromonarchie propense a stabilire buoni rapporti con Tel Aviv attraverso gli “Accordi di Abramo”. Ora quest’ultime compiono un passo indietro di fronte all’aggressiva strafottenza dell’esecutivo Netanyahu, il cui isolamento diplomatico è globale. Con l’odierno pronunciamento all’Assemblea delle Nazioni Unite anche di Regno Unito, Australia e Canada, la stragrande maggioranza dei Paesi rappresentati nel Palazzo di Vetro (151 su 193, l’Italia resta nel guado di un “non ora” voluto da una Meloni  filo Maga) chiede quello Stato Palestinese che Israele nega praticando un genocidio strisciante a Gaza e l’occupazione militare e coloniale della Cisgiordania. Comunque l’uomo della repressione interna in Egitto non è cambiato. La sua è l’ennesima mossa buonista per conservare un profilo passabile da mediatore internazionale col quale riesce a conservare uno scranno nei tavoli di trattativa. Lì la partita col mondo islamico la gioca il turco Erdoğan e i rapporti con l’Occidente statunitense li tiene il saudita bin Salman. Sisi sorride e grazia un detenuto impossibile da tenere ai ferri pure per ragioni di passaporto, la svolta potrebbe offrirla liberando migliaia di oppositori di cittadinanza solo egiziana. Non lo farà. 


martedì 4 luglio 2023

Quattro storie per un decennio di repressione – Riccardo Noury

 

Oltre 60mila detenuti politici, stragi efferate (come la «Tienanmen del Cairo», neanche un mese e mezzo dopo il colpo di stato: fino a un migliaio di manifestanti uccisi nello sgombero di due sit-in in altrettante piazze della capitale), la tortura e le sparizioni come parti integranti dell’azione giudiziaria, la normalizzazione dello stato d’emergenza con l’incorporamento di norme «straordinarie» nel codice penale. E ancora, soppressione degli spazi di libertà, processi ai dissidenti, terribili condizioni carcerarie.

E di nuovo: caccia ai giornalisti e ai difensori dei diritti umani, congelamenti dei beni e divieti di viaggio. E infine, il sistema delle «porte girevoli», che fa rientrare in cella persone appena scarcerate o in procinto di esserlo, iscrivendole pretestuosamente a una nuova inchiesta.
L’Egitto, per le organizzazioni locali e internazionali che si occupano di diritti umani, è questo e tanto altro ancora. Per la comunità internazionale è invece un partner prezioso da trattare con indulgenza se non con vera e propria riconoscenza. Petrolio in cambio di armi: un paradigma di cui l’Italia è stata nel 2013 apripista e a seguire protagonista.
Per elencare le vittime della repressione di stato negli ultimi dieci anni della storia egiziana occorrerebbe un’edizione speciale di questo quotidiano. Allora, vorrei provare a raccontare cosa ha significato questo decennio per i diritti umani con quattro storie.
Quella di Ahmed Douma percorre esattamente quegli anni. Douma ha contribuito alla fondazione dei più importanti movimenti di protesta egiziani dell’inizio di questo secolo, come Kefaya e la Coalizione dei giovani rivoluzionari. Sta scontando il decimo di 15 anni di carcere. Arrestato nel dicembre 2013 per la sua asserita presenza a una manifestazione contro la legge che impediva le proteste, era stato condannato a tre anni. Nel febbraio 2015, a pena quasi terminata, è stato iscritto a una nuova indagine per «i fatti del Consiglio dei ministri» del dicembre 2011 (lo sgombero violentissimo di un sit-in in corso da tre settimane di fronte alla sede del governo) e condannato all’ergastolo, con successiva commutazione della pena a 15 anni. Le sue condizioni di salute sono molto preoccupanti. In carcere, ha scritto un libro di poesie, Curly, di cui le autorità egiziane hanno vietato stampa e distribuzione.

Di poesia parla, insieme a Douma, Alaa Abd el-Fattah nel suo Non siete stati ancora sconfitti, pubblicato in Italia da hopefulmonster. Figura tra le più iconiche del movimento egiziano per i diritti umani, ha trascorso buona parte degli ultimi dieci anni in carcere. Arrestato l’ultima volta nel settembre 2019, alla fine del 2021 è stato condannato a cinque anni di carcere per «diffusione di notizie false» (il reato “orwelliano” che colpisce chi dice la verità), insieme al suo avvocato Mohamed Baker, che di anni di carcere ne ha ricevuti quattro. Da aprile a novembre del 2022, Alaa ha intrapreso uno sciopero della fame e poi della sete per protestare contro l’ingiusta condanna, le inumane condizioni detentive e il rifiuto, da parte della direzione delle carceri, di garantirgli i diritti consolari di cittadino con passaporto britannico.

Il 24 gennaio 2015 Shaimaa al-Sabbagh si accingeva a prendere parte a una commemorazione, indetta da un partito di sinistra, delle vittime della rivoluzione del 25 gennaio che nel 2011 aveva spodestato Hosni Mubarak. Erano 30 persone in tutto, camminavano sul marciapiede per non ostruire la circolazione stradale, dirette a piazza Tahrir: alcune reggevano lo striscione del partito, altre avevano in mano cartelloni e fiori. Le forze di sicurezza, senza preavviso, iniziarono a lanciare lacrimogeni e a sparare coi fucili da caccia. Shaimaa fu colpita a morte dai pallini da caccia alla schiena e alla testa, da una distanza di otto metri.
Ma la storia più dolorosa è quella di Sara Hegazi, che il 14 giugno 2020 si è tolta la vita a Toronto, nell’esilio canadese in cui si era rifugiata sperando di lasciarsi la tortura alle spalle. Il 22 settembre 2017, durante il concerto della band Mashrou’ Leila al Cairo, Sara e altri spettatori danzarono sventolando gioiosamente la bandiera arcobaleno. Per quella gioia, una settimana dopo l’arrestarono. In una stazione di polizia le chiesero se fosse vergine e perché non portasse il velo. Poi gli agenti annunciarono «è arrivata una lesbica» e iniziò il massacro, cui presero parte poliziotti e anche donne in stato d’arresto per reati comuni: insulti, violenza sessuale, pestaggi. Sara fu posta sotto inchiesta per «promozione della devianza sessuale» e «depravazione». Trascorse tre mesi in carcere: i primi nove giorni in isolamento (durante i quali fu nuovamente stuprata e torturata), il resto del tempo in una cella con due detenute cui era stato detto di non rivolgerle mai la parola. Non le fu mai permesso di unirsi ad altre detenute durante l’ora d’aria.
Poi il rilascio su cauzione, in attesa del processo. E infine, la richiesta d’asilo al Canada. Dove, poco più di tre anni fa, si è accomiatata dalla vita denunciando «la violenza che mi è stata fatta dallo stato, con la benedizione di una società religiosa per sua stessa natura».

da qui

mercoledì 26 ottobre 2022

COP27 in Egitto

COP27 in Egitto: non si può partecipare

Tra meno di 20 giorni avrà inizio la Cop 27 dell’Onu sul clima a Sharm El Sheik in Egitto.
Già le precedenti sono state solo operazioni di greenwashing che non hanno impedito la crescita delle emissioni, in questo caso siamo di fronte all’apoteosi dell’ipocrisia, una riverniciatura di verde di un regime militare che nega le più elementari libertà democratiche fondamentali e i diritti umani. Nell’Egitto di Al Sisi la repressione è sistematica e durissima. Non si può discutere di clima con chi detiene sessantamila prigionieri politici rinchiusi nelle carceri mentre il blogger Alaa Abd El-Fattah ha superato i 200 giorni di sciopero della fame.
L’opinione pubblica italiana ben conosce quanto accade in Egitto, dopo l’assassinio del nostro giovane connazionale Giulio Regeni e la detenzione di Patrick Zaki.
Bene hanno fatto la Cgil e altre organizzazioni a decidere di non partecipare alla Cop27 in considerazione del fatto che in Egitto non sono neanche garantite le convenzioni internazionali sulla libertà di organizzazione sindacale e di sciopero.
Riteniamo che l’Italia non possa partecipare alla Cop 27 in Egitto dato che il governo di quel paese ha dimostrato di non avere alcuna volontà di cooperare e collaborare affinchè emerga la verità sulla morte di Giulio Regeni.
Riteniamo che il nostro paese non debba essere complice di un regime come quello di Al Sisi e che debba chiedere la liberazione di tutti i prigionieri politici a partire da Alaa.
Chiediamo al Parlamento ed al Governo italiano di pronunciarsi per la non partecipazione dell’Italia. E di presenziare invece agli eventi alternativi.

Firma anche tu, fai sentire la tua voce insieme a quella di attivist* per i diritti umani e ambientalist*

Firma qui

 

https://transform-italia.it/cop27-in-egitto-non-si-puo-partecipare/

 

 

Il greenwashing per uno stato di polizia: la verità dietro la mascherata della Cop27 egiziana - Naomi Klein

 

Naomi Klein ha scritto per The Intercept e Guardian un lungo articolo sulla prossima Cop 27 sul clima che a novembre 2022 si terrà in Egitto. Giustamente segnala che il movimento per il clima non dovrebbe prestarsi al gioco di un regime militare che tiene in carcere sessantamila prigionieri politici. Noi in Italia ben conosciamo l’ipocrisia di una politica che non ha voluto rischiare la rottura con Al Sisi neanche di fronte all’assassinio di Giulio Regeni. Klein segnala che i governi inglese e anche quello tedesco (compresi i verdi nuova versione Nato) fanno tranquillamente affari con l’Egitto. Nelle prossime settimane sarà bene moltiplicare le iniziative per denunciare la repressione in Egitto cercando di guastare la festa al dittatore con la richiesta della liberazione dei prigionieri d’opinione. Purtroppo le emissioni crescono e ora le Cop diventano occasioni anche per riverniciare di verde le dittature. Intanto Alaa Abd El-Fattah, detenuto nelle carceri egiziane, ha superato i 200 giorni di sciopero della fame. Abbiamo lanciato questa petizione per chiedere al governo italiano di non partecipare alla Cop 27 che vi invito a firmare.

Non si sa che fine ha fatto la lettera perduta sul clima. Tutto ciò che si sa è questo: Alaa Abd El-Fattah, uno dei prigionieri politici di più alto profilo d’Egitto, l’ha scritto durante lo sciopero della fame nella sua cella del Cairo il mese scorso. Riguardava, ha spiegato in seguito, “il riscaldamento globale e le notizie dal Pakistan”. Era preoccupato per le inondazioni che hanno causato lo sfollamento di 33 milioni di persone e per ciò che quel cataclisma prediceva sulle difficoltà climatiche e sulle risposte meschine dello stato a venire.

Tecnologo e intellettuale visionario, il nome di Abd El-Fattah – insieme all’hashtag #FreeAlaa – è diventato sinonimo della rivoluzione pro-democrazia del 2011 che ha trasformato la piazza Tahrir del Cairo in un mare in tempesta di giovani che ha posto fine a tre decenni di governo del dittatore egiziano Hosni Mubarak. Dietro le sbarre quasi ininterrottamente negli ultimi dieci anni, Abd El-Fattah è in grado di inviare e ricevere lettere una volta alla settimana. All’inizio di quest’anno, una raccolta dei suoi scritti dalla prigione è stata pubblicata in un libro ampiamente celebrato Non siete stati ancora sconfitti. (questa edizione italiana).

La famiglia e gli amici di Abd El-Fattah vivono per quelle lettere settimanali. Soprattutto dal 2 aprile, quando ha iniziato lo sciopero della fame, ingerendo solo acqua e sale all’inizio, e poi solo 100 calorie al giorno (il corpo ha bisogno di circa 2.000). Lo sciopero di Abd El-Fattah è una protesta contro la sua detenzione per il reato di “diffusione di notizie false” – apparentemente perché ha condiviso un post su Facebook sulla tortura di un altro prigioniero. Tutti sanno, tuttavia, che la sua prigionia ha lo scopo di inviare un messaggio a tutti i futuri giovani rivoluzionari che hanno in testa sogni democratici. Con il suo sciopero, Abd El-Fattah sta tentando di fare pressione sui suoi carcerieri per ottenere importanti concessioni, compreso l’accesso al consolato britannico (la madre di Abd El-Fattah è nata in Inghilterra, quindi ha potuto ottenere la cittadinanza britannica). I suoi carcerieri finora si sono rifiutati, e così continua a deperire. “È diventato uno scheletro con una mente lucida”, ha detto di recente sua sorella Mona Seif.

Più a lungo dura lo sciopero della fame, più preziose diventano quelle lettere settimanali. Per la sua famiglia, non sono altro che una prova di vita. Eppure, nella settimana in cui ha scritto sul crollo climatico, la lettera non è mai arrivata alla madre di Abd El-Fattah, Laila Soueif, difensore dei diritti umani e intellettuale a pieno titolo. Forse, ha ipotizzato nella successiva corrispondenza con lei, il suo carceriere aveva “versato il caffè sulla lettera”. Più probabilmente, si è ritenuto che toccasse “alta politica” proibita, anche se Abd El-Fattah dice di essere stato attento a non menzionare il governo egiziano, o anche “l’imminente conferenza”.

Quest’ultimo pezzo è importante. È un riferimento al fatto che il mese prossimo, a partire dal 6 novembre, la località di Sharm el-Sheikh in Egitto ospiterà quest’anno il vertice delle Nazioni Unite sul clima, Cop27 . Decine di migliaia di delegati – leader mondiali, ministri, inviati, burocrati nominati, nonché attivisti per il clima, osservatori di ONG e giornalisti – scenderanno in città, con il petto ornato di cordini e distintivi colorati.

 

Ecco perché quella lettera smarrita è significativa. C’è qualcosa di insopportabilmente commovente nel pensiero di Abd El-Fattah – nonostante il decennio di umiliazioni che lui e la sua famiglia hanno subito – seduto nella sua cella a pensare al nostro mondo che si sta riscaldando. Eccolo lì, che sta lentamente morendo di fame, ma ancora preoccupato per le inondazioni in Pakistan e l’estremismo in India e per il crollo della valuta nel Regno Unito e per la candidatura presidenziale di Lula in Brasile, tutti elementi menzionati nelle sue recenti lettere, condivise con me dalla sua famiglia.

Finora, ospitare il vertice si è rivelato a dir poco una manna d’oro per Sisi, un uomo che Donald Trump aveva definito il mio “dittatore preferito”. C’è un vantaggio per il turismo costiero, che è crollato negli ultimi anni, e il regime spera chiaramente che i suoi video di docce all’aperto e giri in cammello ispireranno di più. Ma questo è solo l’inizio della corsa all’oro verde. Alla fine del mese scorso, British International Investment (BII), che è sostenuta dal governo del Regno Unito, ha annunciato in maniera entusiasta  che stava “investendo 100 milioni di dollari per supportare le startup locali” in Egitto. È anche il proprietario di maggioranza di Globeleq, che prima della Cop27 ha annunciato un accordo da 11 miliardi di dollari per costruire la produzione di idrogeno verde in Egitto. Allo stesso tempo, la BII ha sottolineato il suo “impegno a rafforzare la sua partnership con l’Egitto e aumentare i finanziamenti per il clima per sostenere la crescita verde del Paese”.

Questo è lo stesso governo che sembra aver fatto ben poco per ottenere il rilascio di Abd El-Fattah, nonostante la sua cittadinanza britannica e il suo sciopero della fame. Sfortunatamente per lui, il destino di Abd El-Fattah è stato per mesi nelle mani di Liz Truss che, prima di diventare la prima ministra straordinariamente insensibile e inetta della Gran Bretagna , ne era la segretaria degli esteri spettacolarmente insensibile e inetta. Avrebbe potuto utilizzare alcuni di quei miliardi in investimenti e aiuti allo sviluppo per ottenere il rilascio di un concittadino. (La scorsa settimana, Gillian Keegan, ministro per l’Africa presso l’Ufficio degli esteri, del Commonwealth e dello sviluppo, ha riferito di aver incontrato per la prima volta l’ambasciatore egiziano nel Regno Unito e di aver “sollevato il caso di Alaa Abd El-Fattah”.)

I fallimenti morali della Germania sono ugualmente tristi. Quando la co-leader del partito dei Verdi, Annalena Baerbock, è diventata la prima donna ministro degli Esteri del paese lo scorso dicembre, ha annunciato una nuova “politica estera basata sui valori”, che avrebbe dato la priorità ai diritti umani e alle preoccupazioni sul clima. La Germania è uno dei principali donatori e partner commerciali dell’Egitto, quindi, come il Regno Unito, ha sicuramente una carta da giocare. Ma invece di esercitare pressioni sui diritti umani, Baerbock ha fornito a Sisi opportunità di propaganda inestimabili, incluso l’ospitare insieme a lui il Petersberg Climate Dialogue a Berlino a luglio, durante il quale lo spietato dittatore è stato in grado di rinominarsi leader verde.

E date le difficoltà causate dalla dipendenza della Germania dal gas russo, l’Egitto si sta preparando a fornire gas sostitutivo e idrogeno . Nel frattempo, il colosso tedesco Siemens Mobility ha annunciato uno “storico” contratto multimiliardario per la costruzione di treni elettrificati ad alta velocità in tutto l’Egitto.

Le iniezioni internazionali di green cash stanno fluendo giusto in tempo per il travagliato regime di Sisi. Di fronte a uno tsunami di crisi globali (inflazione, pandemia, carenza di cibo, aumento dei prezzi del carburante, siccità, debito) oltre alla sua cattiva gestione e corruzione sistemiche, l’Egitto è sul punto di andare in default sul suo debito estero, una situazione instabile che potrebbe destabilizzare il regime di Sisi. In questo contesto, il vertice sul clima non è solo un’opportunità di pubbliche relazioni, è un’ancora di salvezza.

Sebbene riluttanti a rinunciare al processo, la maggior parte degli attivisti per il clima più seri ammettono prontamente che questi vertici producono poco in termini di azione per il clima basata sulla scienza. Anno dopo anno da quando sono iniziate, le emissioni continuano a salire. Qual è, allora, il vantaggio di sostenere il vertice di quest’anno quando l’unica cosa che è destinata a realizzare assolutamente è l’ulteriore radicamento e arricchimento di un regime che, per qualsiasi standard etico, merita lo status di paria?

Come chiede Arefin: “A che punto diciamo ‘basta’?”

Per mesi, egiziani in esilio in Europa e negli Stati Uniti hanno implorato le ONG di inserire i prigionieri politici del loro paese nell’agenda dei negoziati che portano al vertice. Ma questo tema non ha mai avuto la priorità.

Gli è stato detto che questo è “la Cop dell’Africa” ​​(Cop sta per Conferenza delle parti, o firmatari della Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici); e che, nonostante tutti i precedenti fallimenti, questa Cop, la 27esima, avrebbe finalmente preso sul serio “l’attuazione” e  le “perdite e danni” – l’ONU parla per la speranza che i paesi ricchi e altamente inquinanti pagheranno finalmente ciò che devono alle nazioni povere, come il Pakistan, che hanno contribuito quasi per nulla alle emissioni di carbonio, eppure stanno sopportando la maggior parte dei costi crescenti.

La chiara implicazione è stata che il vertice è troppo serio e troppo importante per essere sviato dalla presunta piccola questione dei diritti umani del paese ospitante. Ma la Cop27 intende davvero sostenere la giustizia climatica? Porterà energia verde, trasporto pulito e sovranità alimentare ai poveri? Il vertice affronterà davvero il debito climatico e le riparazioni, come molti sostengono? Magari.

Il caso delle riparazioni climatiche è ovvio, scrive il giornalista, regista e romanziere egiziano Omar Robert Hamilton, in un saggio magistrale . “La questione più difficile è come progettare un sistema di riparazioni che non rafforzi i poteri autoritari dello stato”, uno che garantisca che i fondi contribuiscano effettivamente a politiche genuinamente post-carbon. “Questo dovrebbe essere al centro dei negoziati della Cop tra i paesi del sud e del nord – [ma] quelli che negoziano per il sud tendono ad essere poteri statali autoritari i cui interessi a breve termine sono ancora più avidamente fragili di quelli dei dirigenti petroliferi”.

In breve, nonostante nei circoli climatici si parli di questa come la Cop di “attuazione”, il vertice dell’Egitto probabilmente otterrà poco, come azione reale per il clima, come tutte le altre prima. Ma ciò non significa che non otterrà nulla: quando si tratta di sostenere un regime di tortura, inondandolo di denaro e operazioni fotografiche per la pulizia dell’immagine, Cop27 è già un regalo sontuoso.

Abd El-Fattah è stato a lungo un simbolo della rivoluzione violentemente spenta in Egitto. Ma con l’avvicinarsi del vertice, sta diventando anche il simbolo di qualcos’altro: la mentalità della “zona di sacrificio” al centro della crisi climatica. Questa è l’idea che alcuni luoghi e alcune persone possono essere invisibili, scontati e cancellati, tutto in nome del progresso. Abbiamo visto la mentalità all’opera quando le comunità vengono avvelenate per estrarre e raffinare combustibili fossili e minerali. L’abbiamo visto quando quelle comunità vengono sacrificate in nome dell’approvazione di una legge sul clima che non le protegge. E ora lo stiamo vedendo nel contesto di un vertice internazionale sul clima, con i diritti delle persone che vivono nel Paese ospitante sacrificati e non visti in nome del miraggio del “progresso reale” nei negoziati.

Se il vertice dell’anno scorso a Glasgow riguardava il “bla, bla, bla”, il significato di questo, ancor prima che inizi, è più inquietante. Questo vertice parla di sangue, sangue, sangue. Il sangue dei circa 1.000 manifestanti massacrati dalle forze egiziane per assicurare il potere al suo attuale sovrano. Il sangue di coloro che continuano ad essere assassinati. Il sangue di coloro che sono stati picchiati nelle strade e torturati nelle carceri. Il sangue di persone come Abd El-Fattah.

Potrebbe esserci ancora tempo per cambiare quel copione e perché il vertice diventi un riflettore che illumina le connessioni tra l’aumento dell’autoritarismo e il caos climatico in tutto il mondo, come il modo in cui leader di estrema destra come l’italiana Giorgia Meloni hanno alimentato la paura dei rifugiati, tra cui coloro che fuggono dal crollo climatico, per alimentare la loro ascesa, e come l’UE inonda di denaro leader brutali come Sisi in modo che continui a impedire agli africani di raggiungere le sue coste. C’è ancora tempo per sostenere che la giustizia climatica è impossibile senza le libertà politiche.

“A differenza di me, non sei ancora stato sconfitto.” Alaa Abd El-Fattah ha scritto quelle parole nel 2017. Era stato invitato a tenere un discorso a RightsCon, la conferenza annuale sui diritti umani nell’era digitale sponsorizzata da tutte le grandi aziende tecnologiche. La conferenza si stava svolgendo negli Stati Uniti, ma poiché Abd El-Fattah era dietro le sbarre nella famigerata prigione di Tora (erano passati quattro anni a quel punto), ha invece inviato una lettera. È un testo brillante, sull’imperativo di proteggere Internet come spazio di creatività, sperimentazione e libertà. Ed è anche una sfida per coloro che non sono (ancora) dietro le sbarre, che hanno la libertà di fare cose come viaggiare per recarsi alle conferenze per parlare di giustizia, democrazia e diritti umani. In quella libertà risiede la responsabilità. Una responsabilità non solo di essere liberi, ma anche di agire liberamente, per usare la libertà al suo pieno potenziale trasformativo, prima che sia troppo tardi…

 

Mentre decine di migliaia di delegati della Cop27 relativamente liberi si preparano a volare a Sharm el-Sheikh, controllando le temperature medie di novembre (massime di 28°C), preparandosi adeguatamente (camicie leggere, sandali, un costume da bagno – perché non si sa mai), le parole di Abd El-Fattah sulle responsabilità che derivano dall’essere imbattuti assumono una nuova urgenza. Data l’intensa sorveglianza e minaccia che dovranno affrontare gli egiziani presenti al vertice, come dispiegheranno la loro libertà gli stranieri presenti? Il loro stato di non essere ancora sconfitti?

Si comporteranno come se l’Egitto fosse solo uno sfondo, non un vero paese in cui persone come loro hanno combattuto e sono morte per le stesse libertà che hanno e contro gli stessi interessi economici che stanno destabilizzando il nostro clima planetario e politico? O troveranno il modo di portare alcune delle macabre verità delle prigioni egiziane nello sfarzo verde del centro congressi? Pronunceranno alcuni dei nomi dei prigionieri? Cercheranno le poche organizzazioni della società civile rimaste al Cairo – come quelle che si sono riunite sotto copcivicspace.net – e vedranno come possono aiutare?

Abd El-Fattah sarebbe il primo a dire che non serve né pietà né carità. Piuttosto, come un internazionalista impegnato che è stato solidale con molte lotte, dal Chiapas alla Palestina, ha chiamato compagni in una battaglia che ha fronti in ogni nazione. “Vi contattiamo”, ha scritto in quella lettera di RightsCon dal carcere, “non alla ricerca di potenti alleati ma perché affrontiamo gli stessi problemi globali, condividiamo valori universali e con una ferma convinzione nel potere della solidarietà”.

Forze antidemocratiche e fasciste stanno crescendo in tutto il mondo. In paese dopo paese, le libertà sono precarie o sfuggono. E tutto questo è connesso. Le maree politiche si muovono a ondate oltre i confini, nel bene e nel male, motivo per cui la solidarietà internazionale non può mai essere sacrificata in nome dell’opportunità per un obiettivo più grande di “progresso”. La rivoluzione egiziana è stata ispirata da quella tunisina e, a sua volta, “lo spirito di Tahrir” si è diffuso nel mondo. Ha contribuito a ispirare altri movimenti guidati dai giovani in Europa e Nord America, tra cui Occupy Wall Street, che a sua volta ha contribuito a far nascere nuove politiche anticapitaliste ed eco-socialiste. In effetti, puoi tracciare una linea piuttosto retta da Tahrir a Occupy, alla campagna presidenziale statunitense di Bernie Sanders nel 2016, all’elezione di Alexandria Ocasio-Cortez al Congresso e alla sua difesa del Green New Deal.

Dove i diritti umani sono sotto attacco, lo è anche il mondo naturale. Dopotutto, le comunità e le organizzazioni che affrontano la più grave repressione e violenza statale in tutto il mondo – che vivano nelle Filippine o in Canada o in Brasile o negli Stati Uniti – sono costituite in modo schiacciante da popolazioni indigene che cercano di proteggere i loro territori da progetti estrattivi inquinanti, molti dei quali stanno anche guidando la crisi climatica. Difendere i diritti umani, ovunque viviamo, è quindi inestricabile dalla difesa di un pianeta vivibile.

Inoltre, la misura in cui alcuni governi stanno finalmente introducendo una legislazione sul clima significativa è anche legata alle libertà politiche. Il Senato degli Stati Uniti e l’amministrazione Biden sono stati finalmente trascinati ad approvare la legge sulla riduzione dell’inflazione, per quanto viziata. Ciò è avvenuto come risultato diretto della pressione pubblica, del giornalismo investigativo, della disobbedienza civile, dei sit-in negli uffici legislativi, delle cause legali e di ogni altro strumento disponibile nell’arsenale non violento. E, alla fine, i legislatori si sono riuniti per approvare l’atto perché temevano cosa sarebbe successo quando avrebbero affrontato gli elettori a novembre se fossero venuti da loro a mani vuote. Se i politici statunitensi non avessero dovuto temere il pubblico, perché il pubblico ne aveva una maggiore paura, niente di tutto questo sarebbe successo.

Una cosa è certa: non vinceremo il tipo di cambiamento richiesto dalla crisi climatica senza la libertà di manifestare, partecipare, vergognare i leader politici e dire la verità in pubblico. Se le manifestazioni vengono bandite e i fatti scomodi criminalizzati come “false notizie”, come accade nell’Egitto di Sisi, allora il gioco è finito. Senza gli scioperi, le proteste e la ricerca investigativa, saremmo molto peggio di come siamo. E una qualsiasi di queste attività sarebbe sufficiente per far sbattere un attivista o un giornalista egiziano in una cella oscura accanto a quella di Abd El-Fattah.

Quando è arrivata la notizia che il prossimo vertice delle Nazioni Unite sul clima si sarebbe tenuto a Sharm el-Sheikh, gli attivisti egiziani, all’interno del Paese e in esilio, avrebbero potuto invitare il movimento per il clima a boicottarlo. Hanno scelto di non farlo, per una serie di motivi. Ma hanno chiesto solidarietà. L’Istituto del Cairo per gli studi sui diritti umani, ad esempio, ha invitato la comunità internazionale a utilizzare il vertice “per gettare più luce sui crimini commessi in Egitto e sollecitare le autorità egiziane a cambiare rotta”. C’erano grandi speranze che gli attivisti nordamericani ed europei spingessero i loro governi a subordinare la loro presenza e partecipazione al rispetto da parte dell’Egitto dei requisiti fondamentali in materia di diritti umani, inclusa l’amnistia per i prigionieri di coscienza in carcere per “crimini” come l’organizzazione di una manifestazione o il rilascio di una dichiarazione poco lusinghiera sul regime o l’aver ricevuto una sovvenzione straniera.

Finora, a meno di un mese dall’inizio del vertice, la risposta del movimento globale per il clima è stata debole. Molti gruppi hanno aggiunto i loro nomi alle petizioni ; sono apparsi alcuni articoli sulla situazione dei diritti umani durante il vertice; attivisti per il clima in Germania, molti dei quali esiliati egiziani, hanno tenuto piccole proteste con cartelli che dicevano “Niente Cop27 fino a quando Alaa non sarà libero” e “No Greenwashing Egypt’s Prisons”. Ma non abbiamo visto niente di simile al tipo di pressione internazionale che preoccuperebbe i governanti egiziani…

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