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giovedì 30 novembre 2023

PIENAMENTE E UFFICIALMENTE CONFERMATA LA VALIDITÀ DELLA TERAPIA APPLICATA DA DE DONNO - Valentina Bennati

  

Uno studio appena pubblicato sul New England Journal of Medicine documenta e conferma il valore terapeutico del plasma convalescente anche nelle forme più gravi di COVID-19. Medici e ricercatori del Centre Hospitalier Universitaire (CHU) di Liegi e dell’Università di Liegi hanno riscontrato che la somministrazione di plasma prelevato da donatori convalescenti dopo l’infezione da SARS-CoV-2 a pazienti affetti da distress respiratorio acuto (l’evoluzione più seria della malattia che richiede ventilazione meccanica artificiale) ne ha ridotto significativamente la mortalità.

Lo studio (randomizzato) ha coinvolto 17 Unità di Terapia Intensiva negli ospedali belgi e ha compreso un totale di 475 pazienti durante le diverse ondate di COVID-19 da settembre 2020 a marzo 2022.
Un gruppo di 237 pazienti ha ricevuto plasma convalescente, mentre i restanti 238 pazienti hanno ricevuto cure standard. Al ventottesimo giorno i ricercatori hanno osservato una riduzione della mortalità di circa il 10%, dunque significativa, nel gruppo di pazienti che hanno ricevuto plasma convalescente entro 5 giorni dall’inizio della somministrazione della ventilazione meccanica invasiva. Nei pazienti che hanno ricevuto più rapidamente il plasma convalescente, cioè entro le prime 48 ore dopo l’inizio della ventilazione respiratoria artificiale, l’efficacia è stata osservata con ancora maggiore evidenza.

Non è il primo studio scientifico che dà ragione alla cura applicata dal medico Giuseppe De Donno, è, però, la prima volta che si scrive – tra l’altro su una delle riviste mediche più importanti al mondo – che il plasma convalescente funziona anche nei pazienti più gravi di COVID-19 già sottoposti a ventilazione respiratoria artificiale.

Dunque, si può dire che è stata pienamente e ufficialmente provata la validità della terapia applicata da De Donno, uomo mite e medico coscienzioso che ha ricevuto una serie di attacchi sconsiderati persino dopo la sua morte improvvisa e poco chiara (fu ritrovato impiccato la sera del 27 luglio 2021 e quasi tutti i media parlarono subito, molto frettolosamente, di suicidio).
Certo è che, se la sua terapia avesse ricevuto subito la giusta considerazione, lui non avrebbe fatto quella fine tragica, e farmaci poco sperimentati e troppo costosi, come i vaccini anticovid e gli anticorpi monoclonali, non avrebbero avuto tutta quella visibilità e quel mercato che, invece, poi hanno avuto.

da qui

giovedì 27 aprile 2023

Chiamatemi Sisifo - Piero Cipriano

 

L’omicidio della psichiatra di Pisa compiuto da un ex paziente dell’Spdc (Servizio Psichiatrico Diagnosi e Cura) è per molti una clava con la quale attaccare la legge Basaglia. Era accaduto qualcosa di simile nel 2013, dopo la morte di una psichiatra in un Centro di Salite Mentale di Bari, come ricordano alcune pagine del libro Il manicomio chimico (elèuthera), tornato in queste settimane nelle librerie (con una nuova introduzione), un testo scritto da Piero Cipriano intrecciando parti saggio e parti narrative. Un libro che mostra come in realtà i manicomi non sono mai stati chiusi, semplicemente oggi ci sono quelli chimici, e che aiuta proprio in questi momenti a ricordare con coraggio prima di tutto da dove occorre ripartire: non possiamo legare le persone negli Spdc come ancora accade; non ha senso considerare malattia qualsiasi disagio psichico; non possiamo dimenticare la potenza terapeutica della libertà; non è una cura prescrivere sempre più spesso e per tutta la vita psicofarmaci. Ampi stralci del primo capitolo

 

Ore, giorni, mesi, anni, asserragliato in questa Fortezza. È triste la vita, chiusa nei fortini della cura, ad aspettare. Fuori c’è il deserto dei Tartari, silente, minaccioso, dentro colleghi rassegnati e disadattati, forse più arresi alla vita dei reclusi stessi, disadattati per una loro follia diversa, scaltra, la follia della gente normale che non si fa rinchiudere ma rinchiude, che non si fa violentare ma violenta.

Io sono un infiltrato. Quando è notte aspetto. Se non dormo, vedo film. Se non vedo film, leggo. Se non leggo, scrivo. Forse, in fondo, è questa la vita che voglio. La vita di un recluso. La vita di un Minotauro. Finché, ogni tanto, suona il cicalino. Arriva, dal deserto dei Tartari, un uomo che ha perso la testa. Un folle. Arriva trasportato da un’autoambulanza, la sirena mi avvisa ancor prima del cicalino. Ma forse, ancor prima della sirena dell’ambulanza, mi avvisa un sesto senso. Un senso d’inquietudine. E mi avvio, per il dedalo dell’ospedale, verso il pronto soccorso, lo devo sedare, lo devo obbligare, lo devo spaventare, lo devo rinchiudere nel labirinto, nella Fortezza. E lo so fare. Perché io sono un Minotauro, meno mostruoso degli altri, forse, meno carnefice della fredda, meno leguleio dello svedese, meno infame della iena, meno vigliacco dello psicanalista, meno ignavo del fatalista (gli orridi personaggi che abitano il mio inconscio, sempre ammesso che l’inconscio esista, sempre ammesso che io ce l’abbia un inconscio, le parti cattive di me che ho gettato nel mondo di fuori), ma comunque, il mio, è il mestiere del carnefice.

A proposito di questo doppio ruolo, di avere a che fare con la carta e con la carne, fa comodo a tutti avere due mestieri. Così, quando sei stufo di fare il giudice dei matti, disgustato dalla delega a controllarli che lo Stato t’impone, puoi sempre dire che in fondo lo fai per campare, che di qualcosa bisogna pur vivere, ma il mio vero mestiere è scrivere, inventare le storie, viverci dentro, io vivo là, in un altro mondo. Quando, al contrario, la scrittura non viene, la pagina non rimane bianca ma peggio che bianca, imbrattata da frasi ignobili e storie ridicole, oppure le storie ci sono ma sono tutte uguali e sembrano non interessare nessuno, allora mi torna comodo dire che in fondo questo è solo uno svago, un passatempo, c’è chi gioca a carte io scrivo, che in realtà non pubblico perché non voglio, perché sono una persona seria, curo chi ha l’anima malata, io, ho altro a cui pensare che scrivere storielle, quelle sono capaci tutti, provate a tranquillizzare un agitato, provate, provate a convincere un suicida, e vedete se non vi gela il sangue nelle vene, altro che storie.

E sgravo metafore, che meglio rendano l’idea di questo mio mestiere, che forse è perfino inutile (David Graeber ha scritto qualcosa sui mestieri inutili, a volte credo che di tutti il più inutile sia il mio): sono il tenente Drogo, con una fortezza Bastiani da presidiare, sono il Minotauro, divoro chi arriva fino a questo labirinto, sono Ismaele, stivo nel Pequod magnifici capodogli impazziti, ma soprattutto sono e sarò Sisifo finché campo, l’eroe tragico, l’eroe assurdo, il brigante, e per me non esiste un lavoro più terribile, più vano, e più disperato di questo.

L’altro ieri, per esempio. Arrivo in spdc (Servizio Psichiatrico di Diagnosi e Cura) alle venti. Esce, dalla porta chiusa del reparto, l’infermiera. Le chiedo come va, com’è la situazione là dentro. Mica c’è qualcuno legato? Sì, risponde. E chi è? Uno che è arrivato ieri sera, da quando è entrato che è legato. Vado a conoscerlo. Cinquant’anni. Voce roca, un po’ impastata, per le sigarette e per i farmaci. Dice che ieri sera ha fatto un po’ di casino, perché era troppo contento. L’hanno portato in pronto soccorso. Un infermiere l’ha trattato male, lui ha reagito, e l’hanno legato. Chi era il medico? Quella donna che c’è in turno stasera, mi fa. Ma mica sono una bestia, continua, qualunque cosa avessi fatto, e le assicuro che non ho fatto nulla di che, ma è modo questo di trattare un essere umano? Dico: ho intenzione di toglierle le fasce, ma lei mi deve aiutare. Ora chiamerò qui la dottoressa che l’ha legato, no ma quella non mi slega!, non si preoccupi, chiamerò pure gli infermieri, e le farò delle domande, davanti a loro, lei dimostri che è pronto per essere sciolto.

Cerco la collega. Mi racconta, a modo suo, dell’uomo legato. Dice è un alcoolista e un cocainomane. Dice è uno che ruba in casa e fuori casa. Dice è uno senza un lavoro fisso. Dice aggredisce i familiari. Dice fa una terapia antidepressiva ma forse ne fa troppa, e insieme con la cocaina e l’alcool deve essere andato in eccitamento. Dice ieri sera era così eccitato che si arrampicava sui muri (questa è una di quelle espressioni stereotipe che chi lega spesso adopera, per enfatizzare l’ineluttabilità delle fasce, però io non ho mai visto nessuno arrampicarsi sui muri). Dico ok, ora però vieni con me che lo andiamo a slegare. Dice non sono d’accordo, l’ho valutato appena due ore fa e straparlava, era logorroico, disorganizzato, minaccioso. Dico io invece ci ho parlato giusto due minuti fa e tutto ciò che elenchi non c’è più, quindi vieni con me a slegarlo, per favore. Convoco tutti nella stanza dell’uomo legato, dottoressa e infermieri. Formulo al paziente le assurde domande che questi operatori vogliono sentire per poter procedere allo slegamento. Si sente più tranquillo? Sì vostro onore. Accetta di prendere i farmaci che le daremo? Sì vostro onore. Accetta di proseguire il ricovero per almeno un’altra settimana? Sì vostro onore. Ebbene, dico agli altri, la decisione è presa, il paziente verrà sciolto. L’infermiere maschio abbozza. Gli va a fare la terapia, Depakin per bocca, Abilify intramuscolo nel sedere, en endovena nel braccio, tutte le vie di somministrazione le abbiamo percorse. Questo è il baratto necessario. Per togliergli le fasce dagli arti gli devi mettere i farmaci nel cervello. Da qualche parte lo devi legare. Lo sciogliamo. L’uomo legato non batte ciglio. L’infermiere si aspetta qualche reazione. Un minimo. Invece rimane in posizione clinica ancora un po’, anche se le fasce non le ha più. L’uomo con la calamita esce e l’uomo sciolto mi stringe la mano, con molta forza, e mi dice: se non c’era lei, stasera, io restavo fino a domani mattina, come minimo. Grazie, gli dico, grazie a lei, per la pazienza. Io non l’avrei avuta la sua stessa pazienza, davvero.

Oggi, per esempio. Un ragazzo di vent’anni, ricoverato da poche ore, un po’ delinquente (spaccio, uso di cannabis e cocaina, piccoli furti) e un po’ eccitato nell’umore (forse ancora per l’effetto di cocaina e cannabis), non vuole andare nel suo spdc di competenza territoriale. Gli spiego: guarda, qui abbiamo quattordici posti, e siete in diciotto. Se tu fossi il quattordicesimo ricoverato ti terrei, anche se appartieni a un altro spdc, ma siccome sei il diciottesimo, e lì hanno posto, devi essere trasferito. Lui mi dice che non ci va lì, manco morto, che lì ha già fatto due ricoveri, e ogni volta lo hanno legato, per cui se lo voglio trasferire devo passare sul suo corpo, anzi, lo devo uccidere. Dico no, guarda, non posso proprio, non puoi restare, ti do mezz’ora, preparati la borsa che faccio venire l’ambulanza per il trasferimento. Io mi giro e lui rompe un vetro con un pugno, e col pugno sanguinante mi minaccia: se mi trasferisci te la vedi con me, bastardo!

Ora, io lo comprendo perché lui non ci vuole andare in quell’altro spdc, è un spdc hard, di quelli dove, senza troppe cerimonie, prima ti legano, e poi discutono, però lui non lo sa che pure qui sta andando incontro allo stesso tipo di trattamento. Provo a spiegarglielo, a dirgli che il rischio di essere legato c’è anche qui, e che è meglio se accetta di andare perché, se rimane tranquillo, non potrà succedergli nulla, né qui né in quell’altro spdc. Ma lui niente. È irremovibile. Si spezza ma non si piega. Mentre io penso, ok, prendiamo tempo, qualcuno informa il direttore che lo psichiatra riluttante prende tempo, non decide, forse non sa che fare. Il direttore viene in reparto a parlare con me e dice: non esiste al mondo che lo tieni qua, abbiamo quattro pazienti in soprannumero e lui deve andare nel suo spdc, o con le buone o con le cattive, per cui ti do un quarto d’ora, o lo convinci oppure lo sedi, lo impacchetti e lo invii. Provo a spiegargli che non è né agitato né aggressivo, che non ci vuole andare in quel reparto perché ha paura, che lì l’hanno sempre legato nei precedenti ricoveri. E io che faccio, siccome ha paura che in quel reparto verrà legato, lo lego? Per un problema burocratico? Di competenza territoriale? Lui mi fa: ti do un quarto d’ora, se non lo fai tu lo faccio io.

Esco nel corridoio e ripenso a quel che sosteneva uno psichiatra di Napoli: l’urgenza, in psichiatria, non esiste. Non esiste l’urgenza, continuo a pensare, in questo quarto d’ora che mi ha dato. Intanto il quarto d’ora è passato e lui, con tutta la sua urgenza, tra poco verrà, e chiamerà i vigilantes, e raccoglierà tutto il personale sanitario e ausiliario per prenderlo, legarlo, sedarlo, e spedirlo. E io rimarrò a guardare. E lui, alla fine dell’urgenza, mi dirà che non sono adatto a lavorare in spdc, perché non so gestire l’urgenza. O forse perché non sono tagliato per la medicina dell’obbedienza.

E sono passati già venti minuti e penso a quel che suggerivano i fenomenologi, Edmund Husserl, che bisogna fare epoché, sospendere il giudizio, e a quel che diceva Basaglia, che bisogna mettere tra parentesi la malattia mentale, ma a volte, come adesso, mi sa che è necessario perfino sospendere l’azione, e io quello sto facendo, sto fermando l’azione, e se potessi fermerei anche il tempo. E mi ritorna in mente una cosa che ho letto mesi fa, uno dei più grandi manager degli ultimi decenni, Jack Welch della General Electric mi pare, per un’ora al giorno guardava dalla finestra. Ecco, ora lo faccio pure io, mi metto a guardare fuori dalla finestra, da questa finestra con le sbarre, così provo a fermare il tempo. E mentre guardo fuori mi ricordo di Oblomov, l’accidioso personaggio di Ivan Gončarov, e penso che ormai nessuno, e non solo tra chi fa il mio mestiere, ha più il tempo per pensare, per riflettere. Oblomov rappresenta l’ozioso, ma l’ozio permette di riflettere, e io sto riflettendo, e mi torna in mente La banalità del male, e la domanda di Hannah Arendt agli ebrei: ma perché non vi siete ribellati? Non sarebbero stati sei milioni, le vittime dell’olocausto, se i funzionari ebrei si fossero ribellati alle direttive naziste, e penso ad alcuni miei colleghi in particolare, non tutti, ma alcuni sono veramente dei burocrati, obbedienti agli ordini, tanti piccoli Adolf Eichmann che fanno il male mica perché amano fare il male, no, manco si rendono conto di fare il male, lo fanno proprio perché si attengono scrupolosamente alla legge, ai protocolli, alle regole, alle linee guida, alle direttive dei primari, a prescindere dall’eticità di queste leggi, di questi protocolli, di queste linee guida, potevate astenervi, dice la Arendt agli ebrei che hanno collaborato alla soluzione finale, potevate non partecipare, e io ora sento questo mio umore farsi sempre più socratico, e so che è proprio questo il momento giusto per disobbedire, perché è meglio subire un torto che commetterlo, è meglio che io sia in disaccordo col mondo, se il mondo ha leggi ingiuste, piuttosto che essere in disaccordo con me stesso, perché io, poi, con me stesso ci devo continuare a vivere, io, poi, torno a casa e devo guardare in faccia le mie figlie, e dunque sto continuando a riflettere invece di agire, l’urgenza del direttore, dov’è adesso l’urgenza di agire, e dove sarà adesso il direttore e a che punto sarà la sua urgenza, io intanto mi sto calmando, e magari pure il ragazzo sta riflettendo, e si sta calmando, ed è passata già mezz’ora, anzi quasi quaranta minuti, e meno male che il direttore non è ancora venuto, battagliero, risoluto, determinato ad acchiapparlo e sedarlo e legarlo e spedirlo. Sarà stato trattenuto da qualche telefonata, per fortuna, perché il ragazzo nel frattempo ha riflettuto e si è calmato, e viene da me e mi dice: va bene, se non ho alternative allora vado nell’altro spdc.

Ora sono al bar, ho stimbrato, sono di nuovo un uomo libero, senza capi, via dall’urgenza e dalle leggi assurde, sorseggio un tè con due giovani tirocinanti, una molto bella, ma con uno sguardo melanconico, l’altra più lieve, con un piercing, quest’ultima mi fa: ma solo tu lavori in questo modo? Io dico: non proprio. Siamo in pochi, questo sì. Ma… siamo una minoranza forte. Quelli come me sapete come li chiamano? Ci chiamano i basagliani. E così ne approfitto per parlare loro di Franco Basaglia.

da qui

mercoledì 4 gennaio 2023

La psichiatria non è un’isola - Ugo Zamburru

  

Leggo nel preambolo dello statuto di “Volere la luna”: «Essere rivoluzionari oggi significa proporsi quello che può sembrare impossibile a molti, ma che in realtà dovrebbe essere normale: cambiare radicalmente il proprio modo di essere, di pensare, agire, cooperare e aggregarsi, tenendo fermi i valori di riferimento di un solidarismo radicale. Il mondo è cambiato, è ora di cambiare noi stessi. E il nostro modo di stare insieme. A cominciare da tre obiettivi primari: contrastare le diseguaglianze, promuovere ma soprattutto praticare forme di partecipazione solidale, favorire la rinascita di un pensiero libero e critico. Cioè non limitarsi a proclamare i propri valori, ma praticarli concretamente, con azioni positive quotidiane, creazione di occasioni di prossimità, di spazi, anche limitati, di relazione, di strumenti di comunicazione aperti e critici».

Mi viene spontaneo intrecciare questa impostazione con la mia riflessione e la mia esperienza di psichiatra (e non solo). Parafraso il movimento zapatista delle montagne del sud est messicano: «Gli zapatisti fanno quello che dicono e dicono quello che fanno!». E ricordo Oscar Olivera, boliviano difensore dell’acqua pubblica in Cochabamba contro una speculazione che ha causato morti e feriti: «Per voi la politica è l’arte del governare, per noi quella di trovare nuove forme di relazione degli uomini tra di loro e degli uomini con la natura»; oppure: «È importante avere uno spazio in cui incontrarsi, uno spazio dove condividere il quotidiano e in cui creare quel clima che può portarci a far soffiare il vento del cambiamento».

E vengo ad alcune esperienze personali, vissute non tanto nella mia attività professionale di psichiatra (su cui ho già riportato il mio pensiero nel Piccolo manuale di sopravvivenza in psichiatria, scritto con Angela Spalatro per le Edizioni Gruppo Abele), quanto in quella di militante dei diritti umani in Messico e in Tunisia. Anche se i due aspetti si intrecciano e ricordo sempre la triade cognitiva del sapere: sapere, saper fare e saper essere.

Il mio bagaglio professionale non avrebbe potuto avere contributi migliori dalle visite domiciliari, dall’incontro con la povertà, con le diseguaglianze, con le ingiustizie, con la violenza del nostro modello neoliberista. Ma questo mio girovagare mi ha portato a incontri fecondi come quello con le vittime argentine di tortura, con le Madres argentine de Plaza de Mayo, con le madri messicane e mesoamericane in cerca dei figli scomparsi nel viaggio verso il sogno americano piuttosto che con le madri maghrebine e sub sahariane che vivono lo stesso dolorosissimo travaglio. Madri e familiari che mi hanno insegnato il valore della dignità ribelle, che nel nome della solidarietà e della reciprocità trasforma l’impotenza, il dolore e la rabbia che da livello individuale si fondono in una ricerca collettiva che non è soltanto più la sola ricerca del proprio caro, ma lotta comune per cambiare questo mondo ingiusto che provoca milioni di persone in cammino per sfuggire a guerre, persecuzioni, cataclismi naturali, violenze che come matrice comune hanno il desiderio di trasformare il nostro pianeta e i suoi abitanti in merce in cui si è perso il senso del bene comune.

Nella Primera brigada internacional de busqueda che si è svolta dal 16 febbraio al 26 marzo di quest’anno in Messico, da Nogales (nello stato di Sonora) a Tijuana (nella stato della Baja California), ho partecipato alla ricerca, da parte di quasi 200 familiari, dei 200.000 scomparsi nel viaggio della speranza verso gli Stati Uniti. Un viaggio di 3000 chilometri in cui incontrare gente, rendere visibile il problema, fare pressione sulle autorità, chiedere giustizia. Non solo giustizia, ma anche memoria e verità! Non mi dilungo a raccontare questa per me incredibile esperienza. Mi fermo, piuttosto, per fare il punto sulla domanda che sempre viene rivolta, sia a noi attivisti sia soprattutto ai familiari: «Ma cosa avete ottenuto?», sottendendo che le cose non cambiano e non cambieranno… Abbiamo ottenuto un paio di risultati concreti: 29 corpi recuperati e identificatiti nelle fosse clandestine rintracciate nel deserto grazie a un lavoro incessante; quattro recuperati in vita in condizioni drammatiche e restituiti alle famiglie; una serie di tracce per continuare il lavoro di ricerca, che non si è esaurito certo in questa carovana. E a chi mi dice che senso abbia recuperare dei cadaveri, spesso solo dei resti che vengono identificati dagli antropologi forensi che ci accompagnano, rispondo con le parole delle madri, che con un sorriso in mezzo alle lacrime ti spiegano il sollievo pur doloroso di sapere infine che fine ha fatto il loro caro. Perché non c’è nulla di più angoscioso dell’eterna attesa senza sapere nulla e perché avere una tomba sulla quale piangere è parte imprescindibile dell’elaborazione del lutto. Alcune donne, sapendo che sono uno psichiatra, mi hanno chiesto consigli sugli psicofarmaci che assumevano, in particolare antidepressivi e ansiolitici. Nessuna di loro aveva trovato benefici, più spesso effetti collaterali.

Spinto da questa considerazione e ricordando analoga esperienza in Tunisia nell’aprile del 2019 durante una carovana organizzata da Carovane migranti, in cui avevo incontrato analoghe situazioni, mi sono interrogato sul ruolo della concezione attuale della psichiatria. Con una suora brasiliana, hermana Nyzelle, che lavora su questo tema in Honduras (uno dei paesi più violenti del mondo) abbiamo fatto un questionario a 39 familiari. Di questi solo quattro si erano rivolti a uno psichiatra, assumendo psicofarmaci. Gli altri citavano come fattori “terapeutici” l’essersi riuniti in gruppi locali, nazionali e internazionali in cui condividere il dolore, denunciare l’accaduto e attraverso la ricerca della verità, della memoria e della giustizia dare senso, nel nome della solidarietà e della reciprocità, a quel che senso sembra non avere.

Ritorno a una vecchia esperienza che ho più volte raccontato: chiamato anni fa in consulenza in pronto soccorso per una minaccia di suicidio incontrai un operaio sui 50 anni, che mi raccontò di essere disperato perché stava finendo la cassa integrazione e non riusciva a trovare lavoro, tutti gli dicevano che aveva troppa esperienza e costava troppo, meglio assumere un giovane, magari con contratto di apprendistato. Anche il rapporto con la moglie, che lo aveva sempre sostenuto, era contaminato dallo spettro della disoccupazione, con l’angoscia di due figli che stavano frequentando l’università e che non sapeva come poter mantenere in futuro. Cosa posso fare, vogliono che mi ammazzi così tolgo il disturbo, aveva concluso. Avrei potuto dargli un antidepressivo, magari un ansiolitico, ma non era la soluzione. Quell’uomo era disperato, arrabbiato e triste, non certamente affetto da sindrome depressiva. Il primo passo fu la richiesta del medico di turno che mi chiese quale diagnosi segnare per la dimissione, io risposi “disoccupazione” al che lei mi fece notare che non era presente negli algoritmi e nei protocolli. Ci accordammo su un generico “crisi di angoscia legata alla disoccupazione incipiente” e fu il primo passo.

L’episodio di questo signore e quello delle madri di cui sopra mi hanno spinto a una riflessione sul ruolo della psichiatria che non può liquidare una situazione complessa con una diagnosi semplicistica e banalizzante. Se usiamo la lente della psichiatria rischiamo di patologizzare quello che è il risultato di un sistema economico criminale e disumanizzante, quello neoliberista. Se prescrivo un antidepressivo a quel signore cassa integrato o alle madri in cerca del figlio desaparecido, convinco queste persone di essere malate, con tutto quel che ne consegue. Se pongo il focus sul contesto, mi chiedo se è malato il cassaintegrato che a 54 anni è gettato via come una cosa inutile o se è malato un sistema in cui Valletta, amministratore delegato della Fiat negli anni ’60 guadagnava 30 volte lo stipendio di un operaio, mentre Marchionne, nello stesso ruolo ma negli anni 2000 guadagnava oltre 500 volte lo stipendio di un operaio! E allo stesso modo è malata una donna intristita per la scomparsa del figlio o è malata una società che produce migranti in fuga dalla povertà, dalle crisi climatiche, dalla violenza che servono ad arricchire le multinazionali e i paesi ricchi?

Non si possono creare i presupposti per incidere in maniera devastante sulla salute mentale e poi chiedere ai servizi di salute mentale, già in sofferenza, di occuparsene. Occorre uscire dalla logica binaria malattia/assenza di malattia esplorando territori complessi nel segno della partecipazione, della reciprocità, della solidarietà, delle soluzioni condivise.

da qui

martedì 31 maggio 2022

a sorpresa ecco il vaiolo delle scimmie

NTI: nel maggio 2022 inizierà l'epidemia da vaiolo delle scimmie

La Nuclear Threat Initiative aveva previsto tutto: in un’esercitazione sui pericoli di una nuova pandemia, condotta a marzo del 2021, aveva infatti indicato il 15 maggio 2022 come data in cui avrebbe potuto iniziare una nuova pandemia, causata stavolta dal vaiolo delle scimmie (monkeypox).

La NTI, come spiega il suo sito, è un’organizzazione senza scopo di lucro a tutela della sicurezza globale, nata per contrastare le minacce nucleari e biologiche che mettono in pericolo l’umanità.

Riprendiamo ancora dal sito ufficiale: “Nel marzo 2021, la NTI, in collaborazione con la Conferenza sulla sicurezza di Monaco, ha condotto un’esercitazione simulata sulla riduzione delle minacce biologiche ad alto rischio”.

“La simulazione ha esaminato le lacune nelle architetture nazionali e internazionali relative alla biosicurezza e al contrasto di una pandemia, esplorando le opportunità per migliorare le capacità di prevenzione e risposta ad avvenimenti biologici ad alto rischio. Tra i partecipanti, 19 leader e autorevoli esperti provenienti da Africa, Americhe, Asia ed Europa con decenni di esperienza nella sanità pubblica, nell’industria delle biotecnologie, nella sicurezza internazionale e nella filantropia” (sic).

La simulazione prevedeva una “pandemia globale nata da un ceppo insolito di vaiolo delle scimmie”, innescata da un attacco terroristico condotto in un Paese immaginario dell’Africa (Brinia), nel quale i terroristi usano un “agente patogeno ingegnerizzato in un laboratorio con biosicurezza inadeguata e con poco controllo. La simulazione si conclude con più di tre miliardi casi e 270 milioni di morti a livello globale”.

In calce all’articolo riportiamo la figura dello studio nel quale viene riportata la data dell’attacco terroristico che innesca la pandemia di vaiolo delle scimmie che si trova a pagina 10 dello stesso: 15 maggio 2022, appunto.

Per il resto, la simulazione riferisce come si sviluppa la pandemia, come si contrasta, etc. Chi volesse approfondire, rimandiamo alla descrizione della simulazione in questione, che si può leggere cliccando qui.

La NTI non è nuova a profezie similari. Fondata dal senatore Sam Nunn e da Ted Turner, mitico fondatore della Cnn, fu profetica – in uno studio condotto in collaborazione con il Johns Hopkins Center – nell’allarmare su una possibile, disastrosa, pandemia.

Un allarme che era stato riportato dal Washington Post il 14 ottobre del 2019, prima cioè dell’epifania del Covid-19, e rilanciato il giorno dopo, tramite un tweet, da Joe Biden, non ancora asceso alla Casa Bianca, il quale aveva evidentemente compreso la portata dell’allarme.

 

Lo scorso anno, quindi, la NTI si è ripetuta con il vaiolo delle scimmie, virus che finora era rimasto confinato a pochi sfortunati casi e all’Africa.

Ad allarmare sul vaiolo, senza specifiche riguardanti le scimmie, anche Bill Gates, nel novembre dello scorso anno (Piccolenote). Un allarme che allora risuonò del tutto bizzarro, essendo stato il vaiolo eradicato dall’umanità, con gli ultimi virus custoditi solo in due biolaboratori di massima sicurezza (uno negli Usa e uno in Russia). Infatti, nessuno poteva immaginare che il vaiolo delle scimmie, finora innocuo, potesse diventare una potenziale minaccia.

Ma al di là, resta la simulazione della NTI e la sua accurata preveggenza, sia per quanto riguarda il virus potenzialmente pandemico, che nella tempistica della sua insorgenza, azzeccata quasi al giorno. Più che nel campo scientifico sembra che la NTI si muova nel campo della stregoneria.

Detto questo, ancora l’attacco del virus delle scimmie riguarda pochi e isolati casi, anche se la sua diffusione non può non destare le preoccupazioni del caso, soprattutto dopo la devastazione causata dal Covid-19.

Preoccupazioni che, però, a oggi restano relative, dal momento che per ora ci troviamo di fronte a pochi casi, cioè a qualcosa di gestibile e circoscritto. Non essendo stregoni, ci limitiamo a registrare il dato e ad attendere gli sviluppi.

da qui



IL VAIOLO DELLE SCIMMIE COME ARMA BIOLOGICA

Il vaiolo sarà scomparso, ma la ricerca sui virus del vaiolo è fiorente, stimolata dallo spettro del bioterrorismo. Nel numero di maggio 2004 del Journal of Virology, un team di ricercatori dell’esercito americano riferisce che un nuovo vaccino a DNA può proteggere le scimmie da una dose altrimenti letale di vaiolo delle scimmie. Questo è avvenuto negli Stati Uniti. Quindi stavano lavorando sul vaiolo delle scimmie.

 

Ed eccoci di nuovo a Wuhan.

L’Istituto di virologia di Wuhan non solo ha condotto diligentemente ricerche sui coronavirus prima che venissero scatenati sull’umanità. Altri esperimenti hanno riguardato pure il vaiolo delle scimmie, che da tempo è oggetto di attenzione da parte dell’esercito come potenziale arma da guerra. Nel febbraio 2022, l’istituto ha pubblicato uno studio sul riconoscimento del genoma virale mediante il test PCR da virus del vaiolo delle scimmie appositamente assemblati per questo scopo. 

Nello studio “Efficient assembly of a large fragment of monkeypox virus genome as a qPCR template using dual-selection based transformation-associated recombination”, il laboratorio di Wuhan ha pubblicato sequenze del genoma del virus del vaiolo delle scimmie che consentono una “rapida identificazione” mediante test PCR. L’acronimo scientifico del vaiolo delle scimmie è “MPXV”.

Il genoma completo del vaiolo delle scimmie è stato pubblicato da scienziati israeliani nel 2018 e può essere consultato qui: Diagnosis of Imported Monkeypox, Israel, 2018. Quindi ci si deve chiedere perché mai i virus del vaiolo delle scimmie debbano essere manipolati in numerosi altri laboratori in tutto il mondo?

Il fatto che ora stia scoppiando il vaiolo è una coincidenza, oppure, visto che in questi giorni i russi sono accusati di tutto, anche in questo caso certamente sentirete dire che la Russia aveva pianificato di usare il vaiolo come arma biologica. È vero che anche i russi hanno giocato con i virus del vaiolo delle scimmie in laboratorio. 

Che il vaiolo delle scimmie possa essere usato come arma biologica è la valutazione esplicita di uno dei più noti esperti di armi biologiche, secondo un articolo del 2002.

Un tempo, il col. Kanatzhan “Kanat” Alibekov supervisionava quella che in seguito avrebbe definito la prima fabbrica di armi biologiche su scala industriale nell’Unione Sovietica.

Essa ha prodotto il materiale per gli incubi ‘biologici’, tra cui l’antrace, il vaiolo, la peste, la tularemia e l’ebola. Tutti in grado di uccidere milioni di persone.

I russi hanno lavorato anche con il virus del vaiolo delle scimmie, un cugino stretto del vaiolo, nel loro programma di armi biologiche.

In un’intervista del 1998, recentemente scoperta, rilasciata al Chemical and Biological Weapons Nonproliferation Project (CBWNP) americano, Ken Alibekov, che aveva supervisionato 32.000 dipendenti in 40 strutture dell’URSS, ha affermato che l’Unione Sovietico aveva un programma per utilizzare i virus come armi.

“Abbiamo quindi sviluppato un programma speciale per determinare quali virus “modello” potessero essere utilizzati al posto del vaiolo umano. Abbiamo testato il virus vaccinia, il virus del vaiolo dei topi, il virus del vaiolo dei conigli e il virus del vaiolo delle scimmie come modelli per il vaiolo”.

Prima di cambiare cittadinanza e nome, il col. Kanatzhan “Kanat” Alibekov è stato quindi vicedirettore, dal 1988 al 1992, della Biopreparat.

Alibekov, tuttavia, risiede dal 1992 negli Stati Uniti.

Una volta negli Stati Uniti è diventato consulente esterno del Dipartimento della Difesa, ha testimoniato davanti al Congresso, ha lavorato per aziende di ricerca e ha fondato le proprie aziende. È stato anche direttore del Center for Biodefense della George Mason University in Virginia.

Nel 2007, il Los Angeles Times ha pubblicato un articolo intitolato “Vendere la minaccia del bioterrorismo”, in cui si criticava Alibek.

Sono state le rivelazioni del col. Kanatzhan “Kanat” Alibekov, diventato Ken Alibek dopo essere disertato, a fornire le prime informazioni sulla portata del programma sovietico e sulla possibile proliferazione in Iran e Iraq, aveva dichiarato il dottor Thomas Monath, che è stato uno dei maggiori specialisti di biodifesa dell’esercito americano.

“Credo che abbia influenzato molte persone che erano in grado di prendere decisioni sulla risposta”, ha detto Monath, aggiungendo: “La preoccupazione per il vaiolo, in particolare, è stata guidata da Alibek”. Monath, che ha poi diretto un gruppo di esperti per consigliare la Central Intelligence Agency degli Stati Uniti sulla lotta agli attacchi biologici, ha affermato che le informazioni di Alibek erano state ascoltate ai livelli più alti del governo statunitense e ” sono state ulteriormente rafforzate” dagli eventi dell’11 settembre.

Il giornale riportava che Alibek aveva approfittato dei timori di bioterrorismo per ottenere 28 milioni di dollari in sovvenzioni o contratti federali per sé o per i suoi datori di lavoro. Il giornale sottolineava, che Alibek era una delle voci che assicuravano al governo degli Stati Uniti che l’Iraq aveva armi di distruzione di massa, un’affermazione che si è rivelata falsa, ma che è stata usata come motivo per la brutale invasione dell’Iraq.

Torniamo all’articolo del 2002 che dice:

… gli esperti russi di guerra biologica sono noti per aver lavorato con il virus (ndr vaiolo) nel programma di armi biologiche dell’Unione Sovietica.

Alla fine degli anni ’80 i sovietici decisero di non voler lavorare con il vaiolo “e si discusse molto sul possibile uso del vaiolo delle scimmie come arma biologica al posto del vaiolo”, ha dichiarato all’UPI Ken Alibek, ex vice capo del programma sovietico per le armi biologiche e ora residente negli Stati Uniti.

Il vaiolo delle scimmie, che provoca sintomi simili a quelli del vaiolo, può essere fatale, ma solo in una minoranza di casi, ha dichiarato James LeDuc, direttore della divisione di malattie virali e rickettsial presso i Centri per il controllo e la prevenzione delle malattie di Atlanta. Ha dichiarato di non essere a conoscenza di alcun caso al di fuori dell’Africa.

L’Organizzazione Mondiale della Sanità attribuisce l’aumento dei casi di vaiolo in Africa al fatto che i vaccini contro il vaiolo, che possono proteggere dal vaiolo, non vengono più somministrati…

Il “vero timore è che (il vaiolo delle scimmie) possa essere progettato come arma biologica”, ha dichiarato Jonathan Tucker, ex ispettore di armi per la Commissione speciale delle Nazioni Unite, che ora lavora presso il think tank Monterey Institute di Washington (ndr sempre nel 2002)

Il vaiolo delle scimmie non è contagioso come il vaiolo, ma non si sa se potrebbe esserlo o se è stato modificato per essere più virulento. I sovietici non si preoccupavano della contagiosità, ha detto Alibek, perché progettavano di produrre “tonnellate e tonnellate” del virus, sufficienti a infettare “centinaia di migliaia di persone o anche di più”.

Tucker ha osservato che il vaccino antivaioloso protegge sia dal vaiolo delle scimmie che dal camelpox, ma gli americani non hanno accesso a questo vaccino. Il CDC, che detiene una scorta di vaccino antivaiolo, sta attualmente (ndr 2002) riconsiderando la propria strategia di vaccinazione e sta valutando se vaccinare tutti o se aspettare che si verifichi un’epidemia e cercare di vaccinare solo le persone esposte.

Si teme che il vaiolo russo possa essere trapelato ai terroristi, e non è certo che sia successo qualcosa di simile con il vaiolo delle scimmie. Un altro ex ispettore delle Nazioni Unite, che ha richiesto l’anonimato, ha dichiarato all’UPI: “Non c’è alcuna conferma che (il vaiolo delle scimmie) sia trapelato, ma il potenziale esiste”.

Alibek ha detto di non avere idea se il vaiolo delle scimmie sia mai uscito dal programma sovietico. Ma ha fatto notare che dagli anni ’70 fino agli anni ’90 “non è stato un problema procurarsi uno qualsiasi dei virus dell’orthopox (vaiolo, camelpox e monkeypox)” e molti Paesi avevano accesso a questi virus se li volevano.

E prosegue l’articolo:

La buona notizia è che il vaiolo non sembra essere trasmissibile da persona a persona e il vaccino antivaioloso produce una protezione contro di esso. Alla domanda se il vaiolo possa essere modificato in modo che il vaccino non sia efficace contro di esso, l’ex ispettore degli armamenti ha risposto: “Direi che questo rasenta l’impossibile”.

Alibek ha osservato: “Non c’è stato alcun lavoro per renderlo resistente al vaccino. Non posso dire nulla di certo su ciò che stanno facendo ora”. Alibek ha detto di aver lasciato il programma più di 10 anni fa. (ndr 1992) .

FONTE-ARTICOLO INTEGRALE (in inglese) https://www.upi.com/Science_News/2002/06/09/Monkeypox-could-be-used-as-bioweapon/19421023612300/

Nel 2006 Alibek ha fondato una nuova società di produzione farmaceutica, la MaxWell Biocorporation (MWB), di cui è stato amministratore delegato e presidente, con sede a Washington, D.C., e diverse filiali e affiliate negli Stati Uniti e in Ucraina.

Nel 2014, Alibek  è stato assunto dalla Locus Fermentation Solutions come vicepresidente esecutivo del settore ricerca e sviluppo.

ULTERIORI INFORMAZIONI https://military-history.fandom.com/wiki/Ken_Alibek

BIOLOGICAL WEAPONS IN THE FORMER SOVIET UNION: AN INTERVIEW WITH DR. KENNETH ALIBEK

https://www.nonproliferation.org/wp-content/uploads/npr/alibek63.pdf

KEN ALIBEK https://en.wikipedia.org/wiki/Ken_Alibek

“È noto che la Convenzione di Ginevra del 1972 proibisce la fabbricazione delle armi batteriologiche e, per questo motivo, l’esercito americano non le produce negli Stati Uniti ma altrove. Come mai? Perché al mondo ci sono moltissime località, come l’Ucraina o la Georgia, dove è possibile produrre e testare virus mortali sulla popolazione locale. Basta creare un laboratorio militare, dargli un nome innocuo, come ‘Stazione epidemiologica sanitaria’. Le ultime settimane hanno evidenziato questa realtà.   Gli Americani ci dicono che il programma per la riduzione della minaccia biologica del Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti viene attuato in regime di cooperazione con paesi partner per combattere la minaccia delle epidemie (intenzionali, accidentali o naturali) causate dai patogeni infettivi più pericolosi al mondo. Tra questi partner c’è l’Ucraina. I laboratori che operano in Ucraina e che sono legati agli Stati Uniti sono eredi dei laboratori di armi biologiche dell’Unione Sovietica. L’elenco non si trova on line. L’ambasciata statunitense in Ucraina specifica che hanno obiettivi del tutto pacifici. 

ULTIME NOTE: Secondo il Centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie questa è la prima volta che le catene di trasmissione sono state segnalate in Europa senza collegamenti con l’Africa occidentale o centrale: avviene cioé una trasmissione in comunità. 

Uno studio risalente ancora al 2013 condotto da scienziati del Tulane National Primate Research Center negli Usa parla anche di trasmissione via aerosol: la ricerca ha dimostrato che il virus del vaiolo delle scimmie (virus respiratorio) può restare nell’aria in aerosol fino a 90 ore.

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DATI INTERESSANTI

Un’esercitazione svoltasi nel 2021 ipotizzava una pandemia di vaiolo delle scimmie: “in 18 mesi, lo scenario si evolve in una pandemia catastrofica a livello globale

IL VAIOLO DELLE SCIMMIE IN UNA SIMULAZIONE NEL MARZO 2021

I MINISTRI DEL G7 SI ESERCITANO PER LA PROSSIMA PANDEMIA – IL “VAIOLO DEL LEOPARDO”

Il 25 marzo 2022 AIFA ha autorizzato un farmaco per il trattamento del vaiolo della scimmia

Il nome dell’antivirale è tecovirimat. Il vaiolo è stato dichiarato eradicato nel 1980, dopo che l’ultimo caso si è verificato nel 1977. Il medicinale non è stato sperimentato su pazienti umani e sugli animali ha dimostrato una buona efficacia. “Questo nuovo trattamento ci offre una opzione addizionale se mai il vaiolo dovesse essere usato come arma bioterroristica – afferma il direttore dell’Fda Scott Gottlieb. 

Tecovirimat SIGA è stato autorizzato in “circostanze eccezionali”. Questo perché non è stato possibile ottenere informazioni complete su Tecovirimat SIGA a causa della rarità delle malattie.

https://www.ema.europa.eu/en/documents/rmp-summary/tecovirimat-siga-epar-risk-management-plan-summary_en.pdf

USAMRIID, located at Fort Detrick – Un vaccino sperimentale contro il vaiolo protegge dal vaiolo delle scimmie nei primati non umani https://www.usamriid.army.mil/press_releases/jahrling_press_release_smallpox.pdf

 US Buys 13 Million Doses of Monkeypox Vaccine

 

https://www.nogeoingegneria.com/timeline/progetti/il-vaiolo-delle-scimmie-come-arma-biologica/

sabato 8 gennaio 2022

trafficanti di virus: una sorpresa in cantina – bortocal

 

ho approfittato di questi giorni di attività relativamente ridotta come blogger, oltre che per lavorare al mio prossimo libro auto-pubblicato, per provare a completare il trasloco di qualche anno fa: ho ancora una decina o più di scatoloni da aprire giù in cantina, e sto cercando il sacchetto con le centinaia di monete raccolte durante i miei viaggi e anche l’album di francobolli di quando ero ragazzino, che fra l’altro dovrebbe anche avere un certo valore.

ed ecco che da un mucchio di carte e libri esce anche un vecchio numero dell’Espresso, 10 aprile 2014 (dunque ero in pensione da qualche mese), con una copertina che mi pare profetica.

 


il titolo è diventato anche il titolo di questo post; il sottotitolo dice: Accordi tra scienziati e aziende per produrre vaccini e arricchirsi. ceppi [di virus] contrabbandati per posta rischiando di diffonderli. L’inchiesta segreta dei NAS e dei magistrati di Roma sul grande affare delle epidemie.

d’accordo, erano altri tempi: il Partito Democratico aveva depositato da poco una proposta di legge contro l’obbligo vaccinale e le epidemie di cui si parlava allora erano ancora soltanto quelle di aviaria, roba da polli.

ma questa vicenda dimenticata o quasi mi pare che abbia molto da insegnarci anche oggi.

. . .

Un pacco anonimo spedito dall’estero con un corriere postale. Dentro, in una confezione termica, alcuni cubetti di ghiaccio molto speciali: contengono uno dei virus dell’aviaria, l’epidemia che dieci anni fa ha scatenato il panico in tutto il pianeta. Quando il postino lo consegna, il destinatario è assente: è il manager italiano di una grande azienda veterinaria.

l’articolo di Lirio Abbate inizia così, ma per leggere il resto occorre essere abbonati all’Espresso.

in rete se ne trovano liberamente però soltanto dei riassunti e delle anticipazioni. eccone uno:

Virus dell’aviaria spediti dall’estero in Italia in plichi anonimi, senza nessuna autorizzazione e violando tutte le norme di sicurezza, per produrre vaccini. Con il rischio di diffondere l’epidemia. “L’Espresso” nel numero in edicola domani rivela l’esistenza di un’inchiesta choc dei carabinieri del Nas e della procura di Roma su un traffico internazionale di virus.
Con un sospetto, messo nero su bianco dagli investigatori dell’Arma: c’è un business delle epidemie che segue una cinica strategia commerciale. Amplifica il pericolo di diffusione e i rischi per l’uomo, spingendo le autorità sanitarie ad adottare provvedimenti d’urgenza. Che si trasformano in un affare da centinaia di milioni di euro per le industrie. In un caso, gli inquirenti ipotizzano perfino che la diffusione dell’influenza tra il pollame del Nord Italia sia stata direttamente legata alle attività illecite di alcuni manager. E l’indagine ricostruisce i retroscena sullo sfruttamento dell’allarme per l’aviaria nel nostro Paese, che nel 2005 spinse il governo Berlusconi ad acquistare farmaci per 50 milioni di euro, rimasti inutilizzati.

eravamo soltanto ai primordi, evidentemente…

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L’inchiesta è stata aperta dagli investigatori americani, che hanno ottenuto le confessioni di Paolo Candoli, manager della filiale italiana di Merial, sui ceppi patogeni di aviaria spediti illegalmente a casa sua in Italia e poi venduti ad aziende statunitensi. Nel 2005 la Homeland Security Usa ha trasmesso i documenti ai carabinieri del Nas, che già si erano occupati a Bologna di una organizzazione criminale dedita al traffico di virus ed alla produzione clandestina di vaccini.

ma mi pare che resti in ombra il meglio, cioè il peggio.

si parla, infatti, di una inchiesta top secret della Procura di Roma sul traffico internazionale di virus, scambiati da ricercatori senza scrupoli e dirigenti di industrie farmaceutiche: tutti pronti ad accumulare soldi e fama grazie alla paura delle epidemie.

E si scopre che i ceppi delle malattie più contagiose per gli animali e, in alcuni casi, persino per gli uomini, viaggiano da un paese all’altro, senza precauzioni e senza autorizzazioni. Esistono trafficanti disposti a pagare decine e decine di migliaia di euro pur di impadronirsi degli agenti patogeni: averli prima permette di sviluppare i vaccini battendo la concorrenza.

L’indagine è stata aperta dalle autorità americane e poi portata avanti dai carabinieri del NAS. Perché l’Italia sembra essere uno snodo fondamentale del traffico di virus. Al centro c’è un groviglio di interessi dai confini molto confusi tra le aziende che producono i medicinali e le istituzioni pubbliche che dovrebbero sperimentarle e certificarle. […]

. . .

tutto questo era riferito alla aviaria, due decenni fa, ma non sembra un ritratto impressionante della situazione attuale?

con la differenza che, semmai, è stato fatto un salto di qualità gigantesco, dato che le cifre che girano per questo affare non sono più di centinaia di milioni, ma di decine di miliardi di euro e la strategia coinvolge gli esseri umani direttamente e non soltanto indirettamente.

a me tornano alla mente due cose, anzi tre:

l’insistenza cinese nel prospettare l’ipotesi che il virus non fosse nato in Cina, ma vi fosse arrivato – dall’Italia! accusavano loro – attraverso prodotti congelati;

il peso massiccio dell’infezione a febbraio dell’anno scorso in Italia, che bene si spiega se l’Italia è da decenni al centro di questo traffico illegale di virus; e vi è anche un preciso precedente proprio col virus dell’aviaria, che si diffuse in Europa proprio a partire dal pollame del Nord Italia, dove era probabilmente emerso proprio in diretta connessione con queste attività, che sembrano una precisa anticipazione di quel che accadde due anni fa.

ma la terza riflessione è la peggiore, perché a me è sempre sembrata molto strana e sospetta la velocità con la quale si è arrivati in diverse parti del mondo alla produzione di vaccini diversi contro questo virus: come se in qualche modo esso, o qualcuno di simile, fosse già stato disponibile da qualche tempo e come se le aziende si fossero già preparate a qualche vaccino per contrastarlo.

. . .

ma stiamo parlando di una prassi occulta che dura oramai da almeno un paio di decenni:

nell’aprile 1999 la Merial, branca italiana veterinaria del colosso Sanofri, si fece inviare illegalmente in Italia con corriere DHL un ceppo del virus dell’aviaria dal veterinario americano di un allevamento di polli saudita, poi condannato negli USA per cospirazione in contrabbando di virus, assieme al presidente e tre vicepresidenti della compagnia: lo scopo era di produrre farmaci da rivendere in Arabia Saudita.

ma proprio dal 1999 si sviluppa nel Nord Italia la più grande epidemia di aviaria in Europa e le indagini dei NAS di Bologna avevano scoperto che vi era una organizzazione criminale che trafficava in virus per produrre vaccini, al momento non autorizzati e venduti agli allevatori clandestinamente.

. . .

concluse queste indagini, nel 2005 dunque la Homeland Security american trasmette in Italia i verbali con i quali Paolo Candoli, il manager della Merial, ha confessato in cambio dell’impunità:

Candoli sponsorizzava a Roma convegni medici organizzati da professori universitari, a cui offriva viaggi ben pagati e laute consulenze, ricavandone corsie preferenziali per avere dal Ministero della Salute le autorizzazioni a commercializzare i farmaci prodotti dalla Merial, superando i primi pareri negativi.

vengono allora disposte intercettazioni telefoniche che rivelano diversi metodi di importazione dei virus: oltre che in cubetti di ghiaccio, in provette nascoste fra abiti in valigia.

. . .

le intercettazioni rivelano anche che una virologa italiana di fama mondiale, la Capua, sposata con un dirigente di una azienda attiva in campo veterinario, è in un giro di consulenze pagate profumatamente, da 1.000 a 1.500 euro al giorno, 4.000 in nero per una consulenza in Giappone.

non proseguo su questo punto; Ilaria Capua è stata anche deputata dal 2013 al 2016, quando si dimise a seguito dell’emergere di queste vicende, e vice-presidente della Commissione Cultura della Camera.

l’indagine su di lei, venne comunque misteriosamente dimenticata, dopo che un magistrato di Roma l’aveva interrogata nel 2007, e fu ripresa soltanto dopo questo articolo, dividendola in tre tronconi: a Verona, Padova e Pavia.

solo a Verona l’indagine si concluse: assolta dall’accusa di “traffico illecito di virus” perché “il fatto non sussiste”; quanto alla tentata concussione, era oramai andata in prescrizione.

lei denunciò l’Espresso per diffamazione, ma il procedimento venne archiviato nel 2018: non era stata diffamata, vi era stata soltanto una pubblicazione arbitraria di atti di un procedimento penale.

la Capua si trasferì in Florida nel 2016, scrisse un libro sulla sua vicenda, Io, trafficante di virus e ne è stato tratto un film, Trafficante di virus, dove è presentata come una vittima dell’odio per la scienza.

io comunque una opinione precisa non ce l’ho e se ce l’avessi non potrei dirla.

certo che le sue consulenze continuano, e ora sono televisive.

. . .

quel che è certo ancora lo dicono le intercettazioni: le parlano, ad esempio, di accordi paralleli e non ufficiali con alcuni personaggi delle autorità sanitarie romene.

e lei commenta che, finché esiste gente come i romeni, ai quali può essere data qualunque cosa, il mercato sarà in espansione.

del resto l’indagine condotta dai NAS rivela che l’allarme per l’influenza aviaria del 2005 è stata un problema più mediatico che reale: dietro vi era una strategia globale ispirata dalle multinazionali che producono farmaci e coinvolgeva anche l’Organizzazione Mondiale della Sanità.

Candoli, il manager italiano che è stato citato all’inizio, intercettato, dice che su questa influenza c’è stata una forma di vero e proprio terrorismo informativo; ma lo dice gioiosamente, commentando la vendita in un solo mese la vendita di un milione e mezzo di dosi di vaccino prodotto dalla sua azienda.

. . .

ma è la sua ultima intercettazione che è tremenda, e ricordo che siamo una quindicina d’anni fa:

Anche certe industrie farmaceutiche che producono vaccini umani hanno un business mica da noccioline. […] E’ che adesso stanno ragionando sulla possibilità che vi sia una pandemia, che non è scritta da nessuna parte.

o meglio: che non era ancora scritta.

che sia questa la chiave di lettura del nostro angosciante presente?

quella che una scoperta casuale in cantina mi ha regalato…


da qui

martedì 2 novembre 2021

Centro per rimpatri Torino (CPR): 26 tentativi di suicidio - Fabrizio Maffioletti

 

L’assistenza psichiatrica nei CPR, in particolare quella continuativa, sta diventando un aspetto di omissione di assistenza medica

Sul quotidiano La Stampa di Torino sono comparsi due articoli: martedì 21 scorso il quotidiano torinese ha pubblicato un articolo a firma di Luigi Manconi che denuncia tra i 20 e i 30 tentativi di suicidio all’interno della struttura di detenzione per migranti di Torino, ieri è comparso un altro articolo che specifica che i tentativi di suicidio sono 26.

Nel secondo articolo viene inoltre dichiarato che non esiste alcuna legge che stabilisca un protocollo (stabilito dalla Prefettura competente di zona per il CPR e l’Azienda Sanitaria) per la cura psichiatrica all’interno dei CPR.

Abbiamo, come nostra abitudine, approfondito la questione.

L’art. 2 comma 1 del Dlgs 286/98 (Testo unico sull’immigrazione) sancisce: “Allo straniero comunque presente alla frontiera o nel territorio dello Stato sono riconosciuti i diritti fondamentali della persona umana previsti dalle norme di diritto interno, dalle convenzioni internazionali in vigore e dai principi di diritto internazionale generalmente riconosciuti“.

Questo non per buonismo, ma semplicemente per coerenza con la Costituzione, il Diritto europeo e internazionale, che costituiscono fonte giuridica più elevata e quindi non eludibili o contraddicibili.

Quel “comunque presente” implica anche chi è non regolarmente presente, volutamente non usiamo in termine “irregolare” perché lesivo della dignità.

L’art. 35 comma 3 sancisce: “Ai cittadini stranieri presenti sul territorio nazionale, non in regola con le norme relative all’ingresso ed al soggiorno, sono assicurate, nei presidi pubblici ed accreditati, le cure ambulatoriali ed ospedaliere urgenti o comunque essenziali, ancorche’ continuative, per malattia ed infortunio e sono estesi i programmi di medicina preventiva a salvaguardia della salute individuale e collettiva. Sono, in particolare, garantiti”.

L’assistenza psichiatrica, ancor più in caso di atti di autolesionismo o di dipendenza da stupefacenti o psicofarmaci, rientra a pieno titolo nelle cure essenziali e continuative.

Nella Circolare 5 del 24 marzo 2000 del Ministero della Salute (allora Ministero della Sanità) alla pag. 8 leggiamo:
“per cure urgenti si intendono le cure che non possono essere differite senza pericolo per la vita o danno per la salute della persona;
per cure essenziali si intendono le prestazioni sanitarie, diagnostiche e terapeutiche, relative a patologie non pericolose nell’immediato e nel breve termine, ma che nel tempo potrebbero determinare maggiore danno alla salute o rischi per la vita (complicanze, cronicizzazioni o aggravamenti).
E’ stato, altresi’, affermato dalla legge il principio della continuita’ delle cure urgenti ed essenziali, nel senso di assicurare all’infermo il ciclo terapeutico e riabilitativo completo riguardo alla possibile risoluzione dell’evento morboso“.

Tutte queste norme a tutela delle persone straniere non regolarmente presenti sul territorio nazionale non sono state fatte per buonismo, ma perché la Costituzione, dalla quale non si può derogare, nell’art. 32 sancisce: “La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività, e garantisce cure gratuite agli indigenti”.

Da tutto ciò si evince che nei confronti di persone straniere non regolarmente presenti sul territorio nazionale vige l’obbligo di cura e che dev’essere erogata gratuitamente in caso di indigenza, circostanze nelle quali rientrano a pieno titolo le persone detenute nei CPR, a meno che non si stabilisca arbitrariamente che i CPR non rientrino nel territorio nazionale o, addirittura, si collochino al di fuori dall’alveo costituzionale.

Quest’obbligo di cura, stante la circolare del Ministero della Salute, spetta al servizio sanitario nazionale (SSN), e sottolineiamo: non a volontari o quant’altro, al SSN. Ove ciò non avvenga si tratta di fatti omissivi.

Ove si obbligasse il Gestore privato del CPR (le strutture sono gestite da privati, ma si tratta di terreni e fabbricati di proprietà dello Stato, quindi pubblici) ad ottemperare con medici contrattualizzati alle cure specialistiche, si determinerebbe una prassi arbitraria, non prevista dalle norme, che travalicherebbe il diritto/dovere del SSN ad esercitare le proprie prerogative di cura.

Il fatto che non ci sia una legge che stabilisca specificatamente un “protocollo” tra la Prefettura e l’Azienda Sanitaria competente, non esclude che corra l’obbligo delle cure specialistiche all’interno dei CPR.

Non si può quindi omettere la cura gratuita (data la condizione di indigenza) da parte del SSN alle persone migranti detenute, che ripetiamo: vengono recluse senza che abbiano commesso reati, e detenute inutilmente nel 50% dei casi perché non rimpatriate.

Emblematico è proprio il caso di Moussa Balde, guineiano, che lo scorso maggio si è tolto la vita nel CPR Brunelleschi di Torino, sottoposto a detenzione (a fini di rimpatrio) nonostante da anni non si effettuino rimpatri nella Repubblica di Guinea (Guinea Conakry).

Inoltre nel Regolamento CIE (ora CPR) 2014 che disciplina (con gravissime carenze normative) la detenzione nei CPR a pag. 3 leggiamo: “Il Prefetto provvede al coordinamento con strutture sanitarie pubbliche per la prestazione delle cure e dei servizi specialistici previsti dall’art. 35 del Dlgs 286/98 e successive modificazioni attraverso la stipula di protocolli d’intesa“, “provvede” dice il regolamento, e non “può provvedere”: la stipula non è quindi, secondo il regolamento, soggetta a discrezionalità, ma non solo, implica che venga portata a compimento.

Il Sen. Gregorio de Falco (Gruppo Misto), dopo la sua visita ispettiva al CPR Corelli di Milano, ha presentato un esposto di sequestro della struttura proprio per la mancanza di un protocollo per la cura delle persone migranti all’interno della struttura detentiva.

Nel video della conferenza, realizzata in collaborazione con la rete Mai più lager – No ai CPR, tenuta all’Università Statale di Milano e che abbiano pubblicato in questo articolo, al minuto 1:34:30 de Falco dichiara: “Abbiamo chiesto il sequestro per una mancanza, una specifica mancanza (un protocollo d’intesa stilato con l’Azienda Sanitaria per le cure delle persone migranti recluse nei CPR n.d.r.) rispetto alla quale loro (la Prefettura di Milano, competente territorialmente per il CPR di Milano, n.d.r.) oggi fingono (sarebbe stato “avviato” un protocollo a fronte dell’istanza di sequestro n.d.r.) di aver posto rimedio“.

In questo convegno organizzato da API Onlus è stato dichiarato: “E’ possibile curare con la mano destra chi si vuole opprimere con la sinistra“? No, ove si eluda la legge.

Nello stesso convegno il CPR è stato definito un luogo nel quale la legge si applica disapplicando sé stessa.

da qui