Visualizzazione post con etichetta Ahed Tamimi. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Ahed Tamimi. Mostra tutti i post

lunedì 22 aprile 2019

Dopo la mia detenzione, il mio fratellino è stato imprigionato in Israele. Chi farà sentire la sua voce per i ragazzi palestinesi come noi? - Ahed Tamimi




Un anno fa mi trovavo in una prigione israeliana, privata dei miei diritti fondamentali e spogliata della mia infanzia. Il crimine che portò agli otto mesi di carcere non era il mio, ma quello della continua occupazione israeliana della Palestina.
Come per molti prigionieri bambini che sono soggetti agli orrori della detenzione delle forze armate israeliane, una delle più difficili lotte quotidiane era lo stare separata dalla mia famiglia. La settimana scorsa, la mia famiglia è stata lacerata di nuovo: questa volta, le forze israeliane sono venute a portare via mio fratello quindicenne Mohammed.
Questo è il prezzo che paghiamo per l’occupazione israeliana. Ogni madre e padre sono costretti a vivere nella paura che i propri figli siano il prossimo obiettivo. I palestinesi nella West Bank sono soggetti alla legge marziale, che è impiegata come mezzo per reprimere, silenziare e impedire la nostra resistenza all’occupazione.
Non abbiamo gli stessi diritti dei coloni israeliani che vivono sulla terra rubata vicino a noi. Questo ci impedisce di condurre vite normali e minaccia le nostre esistenze, ma è consentito dal sistema legale israeliano.
Tutta la West Bank presenta un quadro di duplice regime giuridico: ai coloni ebrei sono riconosciuti diritti ai sensi della legge civile israeliana, mentre a noi palestinesi sono portati via dalla legge militare – due trattamenti e risultati molto diversi, attuati su base etnica. Gli esperti affermano che ciò corrisponda alla definizione di apartheid, e i bambini non sono immuni da questa sofferenza.

Al momento ci sono più di 200 bambini palestinesi nelle carceri israeliane, compreso mio fratello. Ogni anno, Israele arresta e processa circa 700 bambini, alcuni anche dodicenni. In genere sono accusati di aver lanciato delle pietre. Dopo essere stati separati dalle proprie famiglie, esposti ad abusi fisici, psicologici ed emotivi, molti bambini sono costretti a firmare confessioni messe loro davanti dagli interrogatori israeliani – spesso in una lingua che non capiscono. A pochissimi bambini è permesso consultare un avvocato o avere un membro della famiglia presente durante l’interrogatorio.
Con il 99% dei procedimenti giudiziari contro i palestinesi che si concludono in una condanna, firmare una confessione e arrivare a un patteggiamento è spesso presentato come la via più veloce per essere rilasciati e riuniti con la famiglia.
Dal momento dell’arresto, i bambini palestinesi vanno incontro ad abusi per mano delle forze israeliane. Nel 2013, l’UNICEF ha pubblicato un rapporto sul maltrattamento diffuso, sistematico e istituzionalizzato dei bambini nel sistema detentivo militare. Delle 38 disposizioni fissate per proteggere i bambini palestinesi, Israele ne ha attuato soltanto una. Secondo l’ente benefico Defence for Children International – Palestina, tre bambini su quattro sperimentano violenze fisiche e quasi la metà di loro risente dell’esperienza traumatica di essere strappati via dalle proprie famiglie, nel cuore della notte, da parte di soldati armati.
Il governo britannico è a conoscenza di ciò che accade. Una delegazione di giuristi fu inviata nel 2012 dal Foreign Office per relazionare sulla situazione. Fece ritorno con quelle che erano delle considerazioni di palese condanna, che un anno dopo rispecchiarono quelle dell’UNICEF.
Più recentemente, la Palestine Solidarity Campaign ha consegnato una petizione con più di diecimila firme per chiedere un’azione urgente, e i parlamentari hanno presentato una Early Day Motion (EDM 563) che è la quarta più appoggiata in questa sessione legislativa.

Oggi, per la Giornata Internazionale dei Prigionieri Palestinesi, mi unisco a loro per chiedere al governo britannico di ritenere Israele responsabile e restituire ai palestinesi la propria infanzia.
Il mio caso si è guadagnato l’attenzione internazionale e sono grata per i molti messaggi di sostegno ricevuti dalla gente del Regno Unito durante la mia angosciante esperienza in prigione. Ma non sarò completamente libera finché non lo saremo tutti noi.
(*) Ahed Tamimi è un’attivista palestinese che è stata imprigionata per aver aggredito un soldato israeliano nel dicembre 2017. È rappresentata dalla Palestine Solidarity Campaign e diverse organizzazioni, tra cui Amnesty International, hanno organizzato campagne in suo favore.

(Trad.   Invictapalestina.org)

domenica 7 aprile 2019

Chi ha ucciso l’adolescente palestinese Ahed Tamimi? - Javier Cortines



L’ultima cosa che ho letto su Ahed Tamimi è stato un articolo pubblicato a Madrid nel settembre 2018 su “El Confidencial Sahrawi”, in cui l’eroina palestinese appare in una foto scattata a Parigi accanto all’atleta Saharawi Salah Eddin Medan. La ragazza, che aveva appena trascorso otto mesi in una prigione israeliana, stava facendo un tour in Europa in cerca di sostegno per la causa palestinese, come “alter ego” di Nelson Mandela, da lei molto ammirato.
A quanto pare, la giovane guerrigliera aveva provocato l’ira del re del Marocco, Mohamed VI, (autoproclamatosi discendente del profeta Maometto), per essersi fatta  fotografare con Salah Eddin Medan , membro del Fronte Polisario (FP), movimento che aspira, come la Palestina, a liberare le proprie terre e a vivere in uno Stato libero e indipendente, così che il monarca, i suoi scagnozzi e la stampa alawita lanciarono una campagna per demonizzarla.
 (So che la storia della Palestina e del Sahara Occidentale (1) sono molto diverse, ma hanno alcuni punti in comune: l’occupazione illegale della terra, le ondate di profughi diventati apolidi e l’elusione delle risoluzioni ONU, che chiedono riparazione per le ingiustizie subite dai Palestinesi e dai Saharawi, perché invise agli Stati Uniti) .
I Marocchini hanno fabbricato  moltissime calunnie per denigrare questa grande combattente, la cui leadership deve essere apparsa come una bomba nelle società maschiliste,  e hanno riempito la rete di falsità sostenendo che Ahed Tamimi, 17 anni, era “un agente, una spia d’ Israele “che aveva  ingannato il suo popolo con la stessa furbizia dell” l’Autorità Nazionale Palestinese (ANP) nell’era di Yasser Arafat “.
 (Sappiamo tutti che il Marocco è come un segugio che punta alle “uova” del governo spagnolo, e che la questione Saharawi è tabù in Spagna (e in Palestina). Qualsiasi tentativo di Madrid di chiedere giustizia per i Sahrawi, arriva subito alle orecchie del segugio e i leader spagnoli  si coprono rapidamente il sacco scrotale con cinture di castità. Mohamed VI sa come  tenere in pugno i suoi vicini del nord: aprire le porte per inviare valanghe di migranti e vietare ai nostri pescatori le “sue coste” (saharawi).
A quanto pare, la mano di Mohamed V è molto lunga (a volte indossa un orologio con 1075 diamanti dal valore di un milione di dollari), e così dà un avvertimento sia al Palazzo della Moncloa come a quello della Muqatta, la sede del presidente palestinese, Mahmud Abbas. Con persone simili, tutte le idee che abbiamo di libertà sono destinate ad andare in pezzi, in quanto esse poco  importano ad alcuni ex governanti, amici del discendente del Profeta, come l’ex socialista Felipe Gonzalez, che possiede un magnifico palazzo a Tangeri, (situato sulla prima linea di spiaggia) del valore di circa 2,5 milioni di euro.
Ahed Tamimi, la ragazza del villaggio di Nabi Saleh, nella West Bank occupata, ha trascorso otto mesi in prigione (dicembre 2017-luglio 2018) per aver schiaffeggiato un soldato israeliano nel cortile di casa sua. In prigione ha subito torture psicologiche (continue minacce contro la sua famiglia e gli amici), molestie sessuali e interrogatori interminabili e violenti per rompere la sua volontà ed esporla al mondo come un angelo nero “con le ali spezzate”.
La sua scomparsa è dovuta solo al caso Saharawi o ci sono altre cause? Dà fastidio che una ragazza adolescente, voce carismatica in sedi internazionali,faccia  tremare Israele con la sua parola e “alzi la bandiera palestinese sulle cime più alte”  lasciando in sottofondo politici mediocri con le loro idee obsolete che rifiutano di lasciare il passo alle nuove generazioni, nonostante il misero fallimento delle loro politiche?
Ahed Tamimi è un adolescente che traspira coraggio, intelligenza, nobiltà, onestà e integrità. Cattive qualità in Palestina, in cui da un lato v’è evidenza di gravi casi di corruzione all’interno dell’Autorità Palestinese e dall’altro, nella Striscia di Gaza (feudo di Hamas), c’è una tale disperazione che “i suoi guerriglieri e guerrigliere” vanno a morire  sotto un’accecante pioggia di proiettili con l’”illusione” di poter saltare le recinzioni e ritornare nella loro patria storica, quella che risale ai primi Filistei, popolo elegante, colto e raffinato che probabilmente aveva assorbito l’humus della civiltà minoica.
Israele, che occupa  la Cisgiordania e Gerusalemme Est (Giudea e Samaria per i Sionisti) dalla guerra dei Sei Giorni (1967), è una specie di bunker americano con un impressionante arsenale di bombe atomiche che minaccia, se i suoi piani vengono contrastati, di provocare una terza guerra mondiale. Di questo ci ha già avvertito, e venendo attaccato moltissimo per questo, Günter Grass, negli ultimi decenni coscienza fastidiosa dell’Europa e fratello di sangue di Eduardo Galeano, dall’altra parte dell’Oceano.
L’assenza di Ahed Tamimi, che è determinata a studiare legge e a guadagnare il sostegno internazionale per creare uno Stato palestinese, coincide con la notizia inquietante che Israele sta acquistando , tramite intermediari, numerose case di Palestinesi che vivono a Gerusalemme Est.
In questo modo i Sionisti, senza fare troppo rumore, si stanno impossessando della città che dovrebbe essere la capitale dello Stato palestinese (Ramallah, situato a 15 km a nord ovest di Gerusalemme, è solo capitale provvisoria). Alcune fonti dicono che “alcuni agenti immobiliari”, che obbligano  o spingono i Palestinesi a vendere le loro case, sono Arabi e li definiscono ” traditori” della loro gente e senza alcun scrupolo morale.
Già alla fine degli anni ‘40 Israele acquistò terreni da contadini poveri o da proprietari terrieri palestinesi per “allargare i propri confini”. Qualcuno riesce ad immaginare , per esempio, cittadini britannici che acquistano fattorie in Spagna  facendole diventare automaticamente parte del Regno Unito? Come dice il proverbio, tutti tagliano  legna da ardere dall’albero caduto.
Dal 1947 ad oggi, la Palestina ha perso l’85% del suo territorio. La metà dei quattordici milioni di Palestinesi nel mondo, sette milioni, sono rifugiati o discendenti di rifugiati. Molti dei  Palestinesi più preparati, come ingegneri, architetti, intellettuali, medici, fisici, ecc, hanno abbandonato quel “deserto” dove ci sono ancora ragazze come Ahed Tamimi, che cercano di dimostrare che lei e le giovani generazioni che la sostengono, di mentalità aperta e progressista, possono raggiungere l’impossibile e insegnare al mondo una lezione.

-1-La scrittrice cinese San Mao (1943-1991) ritrasse la turbolenza del Sahara, poco prima che il Marocco  invadesse il territorio con la famosa Marcia Verde, in un’opera di grande valore storico e letterario, “Memorie del Sahara”. Mi sono sempre rammaricato del fatto che nessun regista spagnolo abbia portato sullo schermo “una cronaca così eccezionale” che, senza dubbio, otterrebbe un grande successo internazionale. Per saperne di più su San Mao, che ha vissuto nel Sahara con il marito spagnolo José María, clicca su questo link: San Mao ha salvato dall’oblio il nobile popolo Saharawi.

Trad: Grazia Parolari  “contro ogni specismo, contro ogni schiavitù” – Invictapalestina.org

giovedì 24 gennaio 2019

L’attivista israeliana che ha schiaffeggiato l’accusatore di Ahed Tamimi vuole un processo politico - Oren Ziv




Yifat Doron afferma di aver schiaffeggiato il procuratore militare israeliano per difendere la sua amica. “Noi non veniamo puniti nello stesso modo dei palestinesi per aver commesso le stesse azioni.”
Pochi minuti prima che un tribunale militare israeliano condannasse la giovane Ahed Tamimi a otto mesi di carcere, un’attivista israeliana, Yifat Doron, si è avvicinata al procuratore militare, gli ha gridato: “Chi sei tu per giudicarla?” e ha dato uno schiaffo in testa al tenente colonnello.
Doron è stata rilasciata sulla parola solo due giorni dopo essere stata arrestata per aver schiaffeggiato il procuratore nel marzo dello scorso anno. A Tamimi non è stata concessa la libertà su cauzione per quattro mesi in attesa del processo, avendo anche lei schiaffeggiato un soldato israeliano qualche mese prima.
Ahed è palestinese. Yifat è israeliana. Ahed è stata giudicata dal sistema giudiziario militare israeliano. Yifat – nonostante avesse preso a schiaffi un ufficiale militare nella Cisgiordania occupata, proprio come Ahed – è stata processata in un tribunale civile all’interno di Israele.
Quando Israele occupò la Cisgiordania nel 1967 applicò sul territorio la legge militare. Tecnicamente, nel territorio occupato la legge militare ed il sistema giudiziario militare hanno giurisdizione ugualmente su palestinesi ed israeliani. Nella pratica, un palestinese ed un israeliano che commettano lo stesso identico reato nello stesso identico territorio sono soggetti a leggi differenti, a procedure giudiziarie differenti, vengono processati in tribunali differenti e godono di diritti e tutele differenti.
A differenza dello schiaffo di Ahed, che ha occupato i titoli dei giornali in tutto il mondo e a quanto pare ha messo in imbarazzo il sistema militare e l’orgoglio nazionale di Israele, non vi è stata una documentazione filmata del gesto di Doron.
Il suo processo, per aver aggredito un pubblico ufficiale in circostanze aggravate, è iniziato giovedì scorso presso la pretura di Gerusalemme. Il pubblico ministero chiede che venga incarcerata.
La scorsa settimana, fuori dall’aula a Gerusalemme, Doron ha detto che non intendeva fare una dichiarazione politica quando ha preso a schiaffi l’ufficiale israeliano l’anno scorso. “Per come la vedo io, è stata una reazione al fatto di vedere la mia amica in difficoltà.” Comunque, ha aggiunto, ciò che è seguito è stato un esempio di apartheid.
“Noi non veniamo puniti nello stesso modo in cui vengono puniti i palestinesi per le stesse azioni”, ha spiegato.
Doron si rappresenta da sola al processo.
“Poiché l’arresto è avvenuto in un contesto politico, non mi interessa entrare in qualunque genere di argomentazioni giuridiche”, ha detto a proposito della sua decisione di rinunciare all’avvocato. “Rappresenterò me stessa sul piano politico – mi intendo di politica.”
Il sistema giudiziario è uno degli strumenti principali usati da Israele per opprimere i palestinesi, ha aggiunto Doron, e spera di impostare il processo su questo. In particolare, spera di far luce sul diverso modo in cui sono trattati palestinesi e israeliani nei due separati sistemi giudiziari.
Doron ha detto che non si opporrà alla richiesta della procura di incarcerarla. “Ci sono persone che accettano pacificamente il carcere, come molti dei miei amici palestinesi, che fanno quotidianamente esperienza della realtà del carcere, sia personalmente che attraverso i propri cari.” Il carcere fa semplicemente parte della loro vita, spiega.
Negli ultimi anni Doron ha visitato il villaggio palestinese di Nabi Saleh quasi ogni settimana. Ha partecipato alle periodiche manifestazioni del villaggio contro l’occupazione ed è stata presente ai funerali degli abitanti palestinesi uccisi dalle forze israeliane per aver protestato contro l’espansione degli insediamenti illegali. Negli ultimi dieci anni, decine di persone di Nabi Saleh, compresi minori, sono state arrestate ed imprigionate per il loro coinvolgimento nelle manifestazioni settimanali del villaggio.
“In definitiva, l’importante è sostanzialmente stare accanto ai miei amici”, conclude Doron.
La prossima udienza del suo processo si terrà a settembre – tra otto mesi. A differenza di Ahed, che è rimasta in prigione in attesa del processo, Doron rimarrà in libertà fino ad allora.
Una versione di questo articolo è stata pubblicata per la prima volta in ebraico su Local Call [Chiamata Locale,sito israeliano di notizie affiliato a +972, ndtr.].
(Traduzione di Cristiana Cavagna)

venerdì 12 ottobre 2018

Chi è l’ignorante? - Gideon Levy



Nella sua grottesca richiesta che il Real Madrid “si scusi” per aver ospitato l’attivista palestinese Ahed Tamimi, Yair Lapid ha deciso che l’incontro di Madrid “testimonia quanto siano ignoranti  coloro che vogliono distruggere lo Stato di Israele”.
Lasciamo da parte la questione delle capacità distruttive di una ragazza di 17 anni privata dei suoi diritti e l’artificiosa paranoia di un politico israeliano di 55 anni. In una competizione sull’ignoranza di ciò che sta accadendo sotto l’occupazione, si può dire che i padroni di casa di Tamimi a Madrid ne sanno molto di più del leader del partito centrista che proviene dall’elegante quartire di   Ramat Aviv Gimel, che, si può presumere, non ha mai messo piede a Nabi Saleh, casa della famiglia Tamimi. Le uniche sue informazioni sui palestinesi gliele da  l’esercito, lo Shin Bet ed i media israeliani. Lapid, che evita di incontrarsi con qualsiasi palestinese  , che non ha mai visitato territori palestinesi, così come fanno tutti i politici israeliani, non ha la minima idea della vita e delle persone di  questo villaggio dedito alla lotta, cosi come di qualsiasi altra località palestinese posta a meno di mezzora da casa sua.
L’ignoranza di Lapid è cosa ben nota. Qualsiasi europeo, lettore medio di giornali sa più di qualsiasi israeliano su ciò che sta accadendo in Palestina. La nuda e semplice verità che puoi trovare sulla stampa internazionale non la trovi su quella Israeliana.  Sulla stampa israeliana la verità è ben nascosta ed  è ammantata di un strumentale allarmismo e di bugie. Nell’Europa occidentale ai lettori non viene fatto il lavaggio del cervello con storie su una ragazzina  “terrorista” di 17 anni di una “famiglia di assassini” proveniente  da un “villaggio terrorista”. O con storie sulla  la distruzione di Israele, sul terrorismo diplomatico o sul terrorismo degli aquiloni. Nella stampa Europea  raccontano come è la vita sotto l’occupazione e cosa motiva l’opposizione ad essa.
Il Real Madrid vede Tamimi come un’eroina, un simbolo che merita rispetto e solidarietà per la sua legittima opposizione all’occupante, un occupante che con forza brutale invade e opprime il suo villaggio. C’è qualche altro modo per descrivere la vita a Nabi Saleh? Fatta eccezione per Haaretz ed altri  due o tre giornalisti che coprono i territori occupati per altre testate e che cercano di bilanciare il quadro presentato da Israele con un’immagine della verità, a volte scontrandosi  con i loro editor, le informazioni che escono dai territori occupati sono distorte ed ingannevoli. Ognuno è un terrorista. Si alzano la mattina – terroristi. Vanno  a dormire – terroristi. Terroristi nati per uccidere ebrei.
L’occupazione israeliana non trova spazio  nei media israeliani. Le descrizioni della routine, della vita quotidiana sotto occupazione non ha pubblico. Nessuno è interessato alle raffigurazioni degli orrori e dei crimini. IDF (le forze di occupazione israeliane) e Shin Bet (i servizi segreti israeliani) sono le uniche fonti di informazione degli israeliani per quasi tutto ciò che accade nel campo profughi di Balata.
Dalla  seconda intifada questo lavaggio del cervello si è intensificato enormemente e la popolazione israeliana non conosce nulla  della realtà della vita nella West Bank e nella Striscia di Gaza. Hanno solo informazioni distorte ed una  propaganda che sconfina nell’incitamento. I tentativi di descrivere la vita da incubo a Gaza, per esempio, sono molto più rari nella stampa israeliana che nella stampa internazionale  e, quando succede, questi suscitano ostilità e derisione. Gli israeliani scelgono di non informarsi e tendono a  raggomitolarsi nella loro ignoranza.
Israele ha proibito ai giornalisti israeliani di entrare nella Striscia di Gaza negli ultimi 12 anni, e nessuno apre la bocca. Anche le città della Cisgiordania, i suoi villaggi  ed i campi profughi ricevono più visite da giornalisti stranieri che da israeliani. Il risultato: una ignoranza terribile, pregiudizi, stereotipi, paura, odio, arroganza e disprezzo per qualsiasi cosa abbia a che fare con i palestinesi. In assenza di qualsiasi contatto diretto con loro,  è decisivo l’incitamento verso  la visione del mondo israeliana.
Qualcuno potrebbe anche  credere, a rischio di essere terribilmente ingenui, che se Lapid, non il politico ma l’ex-giornalista, dovesse una volta visitare Nabi Saleh per cercare di capire , con una mente aperta e non accecata, come è avvenuta la brutale occupazione  delle terre del villaggio e riuscisse a percepire che sia a  Nabi Saleh che nel vicino insediamento di Halamish si vive il vero ritratto dell’apartheid, applaudirebbe il Real Madrid per l’illuminazione che ha avuto nel voler accogliere una figlia di quel villaggio che ha osato affrontare l’occupante e lo ha sopraffatto.
Forse a Lapid ed a tutto il branco di israeliani che lo segue alla cieca, lo fa impazzire il fatto che Tamimi sia tutto ciò che  lui, figlio di papà  che non ha  mai dovuto lottare per qualcosa e senza particolari doti di coraggio, non è mai stato e non  sarà mai: una combattente coraggiosa disposta a pagare un pesante prezzo personale, nata e cresciuta sotto l’occupazione ed ora simbolo della resistenza a quell’occupazione.


venerdì 14 settembre 2018

Le compagne invisibili di Ahed - Ramzy Baroud



Ahed Tamimi, la diciassettenne militante palestinese del villaggio di Nabi Saleh in Cisgiordania, è un’icona di una giovane generazione ribelle di palestinesi che ha dimostrato di non tollerare le continue violazioni israeliane dei loro diritti e della loro libertà. Dopo aver passato otto mesi in prigione per aver affrontato i soldati dell’occupazione israeliana nel cortile di casa sua, Ahed è uscita ancor più forte e più determinata a trasmettere al mondo le sofferenze e le lotte del suo popolo.
“Il potere è del popolo ed il popolo saprà decidere il proprio destino e il proprio futuro e lo può fare”, ha detto, rivolgendosi alla folla di sostenitori e giornalisti dopo il suo rilascio.
La storia di Ahed ha ricevuto una sproporzionata attenzione da parte delle agenzie di comunicazione internazionali, che invece hanno spesso ignorato il coraggio e la sofferenza di tante ragazze e donne palestinesi che da molti anni vivono sotto l’occupazione e l’assedio militare di Israele.
Cosciente di questo, la madre di Ahed, Nariman, ha detto: “Sinceramente, è stato probabilmente l’aspetto di Ahed che ha provocato questa solidarietà internazionale, e questo è un fatto razzista, perché molti minori palestinesi sono nella situazione di Ahed, ma non sono stati trattati allo stesso modo.”
C’è molto di vero in questa affermazione. Quando le donne palestinesi non sono invisibili nell’informazione dei media occidentali, vengono dipinte come sventurate vittime di circostanze al di là del loro controllo – l’occupazione militare della loro terra e l’“arretratezza” della loro stessa società patriarcale. Difficilmente vengono viste come promotrici di cambiamento; al massimo, sono presentate come intrappolate in un “conflitto” in cui non giocano alcun ruolo attivo.
L’invisibilità delle donne arabe e musulmane nei media occidentali ha radici in una lunga storia di colonialismo, pieno di errate convinzioni e rappresentazioni razziste. Nel caso palestinese, queste errate rappresentazioni pregiudicano l’urgenza politica ed umanitaria della drammatica condizione delle donne palestinesi e del popolo palestinese nel suo complesso.
In realtà le donne palestinesi sono difficilmente mere spettatrici nella persecuzione e nella resistenza dei palestinesi e, a prescindere dal loro orientamento politico, dalla loro religione o residenza, meritano di essere rese visibili e comprese nel più ampio contesto dell’occupazione israeliana della Palestina.
Ciò che segue sono le brevi storie di quattro forti donne di Gaza che, nonostante la loro lotta ed il loro coraggio, rimangono invisibili nei media. Allevano bambini, insegnano musica, partecipano alle proteste alla barriera tra Gaza e Israele, subiscono la perdita dei loro cari e ferite e resistono di fronte ad una dura vita sotto l’assedio.

‘Tornerò ad unirmi alla Grande Marcia del Ritorno’ – Lamia Ahmed Hussein, 37 anni, Khan Younis
Quando il marito di Lamia, Ghazi Abu Mustafa, il 27 luglio è stato ucciso da un cecchino israeliano alla barriera di separazione tra Gaza e Israele, lei stava lavorando sul campo come volontaria paramedica.
Lamia è la maggiore di nove sorelle e fratelli. La sua famiglia, che ora risiede nella città di Khan Younis, nel sud della Striscia di Gaza, è originaria della cittadina di B’ir Al-Saba’a nella Palestina storica e, come milioni di palestinesi a Gaza e altrove, è ora in esilio permanente.
La fede di Lamia nel suo diritto a tornare nella casa della sua famiglia in Palestina è ciò che l’ ha motivata ad unirsi alla ‘Grande Marcia del Ritorno’ il 30 marzo, in cui ricorreva anche “il Giorno della Terra”.
La sua decisione è stata appoggiata con forza da suo marito Ghazi, di 43 anni, che si è unito alla Marcia proprio il primo giorno. Lamia si è offerta come volontaria paramedica, aiutando centinaia di feriti palestinesi ogni venerdì. Conosceva molto bene quanto importante potesse essere il suo ruolo per quei coraggiosi dimostranti e per le loro famiglie. In passato, suo marito è stato ferito diverse volte negli scontri coi soldati israeliani.
Il suo primo ferimento, che gli tolse la vista all’occhio sinistro, avvenne durante la mobilitazione ampiamente non-violenta contro l’occupazione israeliana (1987-1993), nota come la prima Intifada. Nella Marcia del Ritorno è stato colpito più volte e, con Lamia al suo fianco, è ritornato alla barriera zoppicando, per essere accanto al suo popolo.
Lamia e Ghazi hanno affrontato insieme le loro sfide, hanno cresciuto una famiglia nella impoverita Gaza ed hanno protestato uno accanto all’altra quando la marcia di Gaza ha coinvolto l’intera comunità, sia uomini che donne, come non era mai avvenuto prima.
A luglio Ghazi è stato colpito a morte. È morto mentre Lamia stava salvando la vita di un altro dimostrante gravemente ferito, Nahid Qadeh.
Lamia era distrutta, ma non spezzata. Una vita di difficoltà e sofferenze le ha insegnato la forza e la resilienza. “Una barca impegnata ad aiutare gli altri non affonderà mai”, le ha detto Ghazi un giorno mentre si univano ad una grande folla di manifestanti alla barriera.
Madre di sei figli, rimasta vedova, ha tutte le intenzioni di riprendere il suo lavoro alla barriera.
“Niente farà vacillare la mia fede nel mio diritto al ritorno”, dice, una lezione che insegna continuamente ai suoi figli.
Benché il futuro di Gaza rimanga fosco, la determinazione di Lamia ad ottenere giustizia – per la sua famiglia, per il suo popolo e per sé stessa – rimane indistruttibile.

‘Non smetterò di cantare’ – Reem Anbar, 28 anni, Gaza City
Reem ha trovato la sua vocazione durante la guerra di Israele contro Gaza nell’estate del 2014. Avrebbe portato il suo ‘oud’ [il liuto arabo, ndtr.] ogni giorno dalla sua casa al Centro culturale Sa’id Al-Mashal, dove avrebbe trascorso ore a suonare per gli impauriti bambini e le loro famiglie, che vi avevano trovato rifugio dagli incessanti bombardamenti.
Per anni Reem ha tentato di lasciare Gaza in cerca di un posto dove sviluppare la sua passione per la musica presso un autorevole istituto artistico. Ma la sua richiesta di uscire è stata ripetutamente respinta da Israele. Ci sono migliaia di studenti come Reem che non hanno potuto usufruire di opportunità educative al di fuori di Gaza per la stessa ragione.
Reem suona l’‘oud’ da quando era piccola. Era il suo compagno, soprattutto nelle lunghe notti dei bombardamenti israeliani. Ogni volta che le bombe cominciavano a cadere, Reem prendeva il suo strumento ed entrava in un magico mondo in cui le note ed i ritmi avrebbero sconfitto il caos assoluto fuori dalla sua finestra.
Quando Israele ha scatenato l’attacco del 2014 contro Gaza, Reem ha invitato altre persone nel suo mondo musicale. Ha suonato per i bambini traumatizzati nel centro culturale, che cantavano mentre le bombe israeliane cadevano sulle loro case. Quando la guerra è finita Reem ha continuato il suo lavoro, aiutando i bambini feriti e resi disabili durante la guerra, nel centro stesso ed altrove. Insieme ad altri giovani artisti ha composto pezzi musicali per loro e ha allestito spettacoli per aiutare questi bambini a superare il trauma e favorire la loro integrazione nella società.


Alla fine del 2017 Reem è finalmente riuscita a lasciare Gaza per intraprendere l’istruzione superiore in Europa. Il 9 agosto 2018 ha appreso col cuore a pezzi che Israele aveva bombardato il Centro Culturale Sa’id Al-Mashal, che è andato completamente distrutto.
Reem intende tornare a Gaza quando avrà completato il suo percorso educativo. Vuole ottenere una laurea magistrale in terapia della musica, per poter contribuire a risanare una generazione di bambini segnata dalla guerra e dall’assedio.
“Vogliono farci smettere di cantare”, dice. “Ma accadrà il contrario. La Palestina sarà sempre un luogo di arte, storia e ‘sumud’ – tenacia. Lo giuro, terremo i nostri concerti nelle strade, se necessario.”

Sconfiggerò il cancro’ – Shaima Tayseer Ibrahim al-Shamali, 19 anni, Rafah
Shaima può a stento parlare. Il suo tumore al cervello ha colpito la sua mobilità e la sua capacità di esprimersi. Eppure è decisa a conseguire la laurea in Educazione di base all’università aperta Al-Quds di Rafah, nel sud della Striscia di Gaza.
La sofferenza che affronta questa diciannovenne è straordinaria, anche per gli standard della povera e isolata Gaza. È la maggiore di cinque figli in una famiglia che è caduta in povertà in seguito all’assedio israeliano. Suo padre è pensionato e la famiglia ha dovuto lottare, ma ciononostante Shaima è determinata a poter studiare.
Doveva sposarsi dopo la laurea all’università. La speranza ha ancora modo di insediarsi nei cuori dei palestinesi di Gaza e Shaima sperava in un futuro migliore per sé e per la sua famiglia.
Ma il 12 marzo è cambiato tutto.
Quel giorno a Shaima è stato diagnosticato un tumore aggressivo al cervello. Appena prima della sua prima operazione all’ospedale Al-Makassed di Gerusalemme il 4 aprile, il suo ragazzo ha rotto il fidanzamento.
L’operazione ha lasciato a Shaima una paralisi parziale. Parla e si muove con grande difficoltà. Ma vi erano notizie peggiori; ulteriori analisi in un ospedale di Gaza hanno rilevato che il tumore non era stato del tutto rimosso e doveva essere asportato velocemente, prima che si espandesse di più.
A peggiorare la situazione, il 12 agosto il ministero della Sanità di Gaza ha annunciato che non sarebbe più stato in grado di curare i malati di cancro nell’enclave assediata da Israele.
Shaima sta ora lottando per la sua vita mentre aspetta il permesso israeliano di passare il checkpoint di Beit Hanoun (chiamato da Israele valico di Erez) verso la Cisgiordania, attraverso Israele, per un’operazione urgente.
Molti abitanti di Gaza sono morti in quel modo, nell’attesa di un pezzo di carta, un permesso, che non è mai arrivato. Shaima comunque continua a sperare, mentre tutta la sua famiglia prega costantemente che la loro figlia maggiore vinca la sua battaglia contro il cancro e riprenda i suoi studi universitari.

‘Difenderò la mia famiglia e il mio popolo’ – Dwlat Fawzi Younis, 33 anni, Beit Hanoun
Dwlat si occupa di una famiglia di 11 persone, compresi i suoi nipoti e suo padre gravemente malato. Ha dovuto diventare capofamiglia quando suo padre, a 55 anni, è stato colpito da insufficienza renale ed è stato impossibilitato a lavorare.
Deve provvedere a tutta la famiglia con il denaro che guadagna come parrucchiera. I suoi fratelli e sorelle sono tutti disoccupati. Aiuta anche loro, tutte le volte che può.
Dwlat è una combattente; è sempre stata così. Forse è stata la sua esperienza del 3 novembre del 2006 a rafforzare la sua determinazione. Un soldato israeliano le ha sparato mentre stava manifestando con un gruppo di donne contro l’attacco israeliano e la distruzione della storica moschea Umm Al-Nasr a Beit Hanoun. Quel giorno sono state uccise due donne. Dwlat è stata colpita da una pallottola al bacino, ma è sopravvissuta.
Dopo mesi di cure è guarita ed ha ripreso la sua lotta quotidiana. Inoltre non ha mai perso occasione per alzare la voce in solidarietà con il suo popolo durante le proteste.
Il 14 maggio 2018, quando gli Stati Uniti hanno ufficialmente trasferito la loro ambasciata da Tel Aviv a Gerusalemme, 60 dimostranti palestinesi sono stati uccisi e circa 3000 feriti presso la barriera tra Israele e Gaza. Dwlat è stata colpita alla coscia destra, il proiettile ha trapassato l’osso ed ha tagliato un’arteria.
Da allora la sua salute è peggiorata velocemente ed ora non è in grado di lavorare. Ma Israele non ha ancora approvato la sua richiesta di essere trasferita all’ospedale Al-Makassed di Gerusalemme per esservi curata.
Eppure Dwlat sostiene che continuerà ad essere un membro attivo ed efficiente della comunità di Gaza – per amore della sua famiglia e del suo popolo, anche se questo significa andare alle proteste alla barriera di Gaza con le stampelle.
In realtà, Ahed, Lamia, Reem, Shaima e Dwlat incarnano lo straordinario spirito e coraggio di ogni donna palestinese che vive sotto l’occupazione e l’assedio di Israele in Cisgiordania e a Gaza. Resistono e persistono, nonostante l’enorme prezzo che pagano, e continuano la lotta delle generazioni di coraggiose donne palestinesi che le hanno precedute.
* Giornalista, scrittore e fondatore di PalestineChronicle
(Fonte Zeitun, traduzione di Cristiana Cavagna, l’articolo è uscito su Al Jazeera)

venerdì 12 gennaio 2018

Free Ahed Tamimi







Lo chutzpah di una ragazza palestinese, Ahed Tamimi - Gideon Levy


Martedì scorso i soldati delle forze di difesa israeliane hanno sparato alla testa di Hamed al-Masri, 15 anni, ferendo gravemente il ragazzo disarmato . Venerdì i soldati hanno sparato al disarmato Mohammed Tamimi, anch'egli di 15 anni, ferendo gravemente il ragazzo di Nabi Saleh. Sempre venerdì i soldati hanno ucciso Ibrahim Abu Thuraya, disabile senza gambe , sparandogli alla testa. Lo stesso giorno Ahed Tamimi, 16 anni, si trovava nel cortile di casa s e ha schiaffeggiato un ufficiale dell'IDF che 'aveva invasa la sua casa. 

Le  sparatorie barbariche non interessarono agli israeliani,i media non si preoccupano nemmeno di riportarle,ma lo schiaffo (e il calcio) di Tamimi ha provocato rabbia. Come osa schiaffeggiare un soldato IDF? Un soldato i cui amici schiaffeggiano, picchiano, rapiscono e, naturalmente, sparano ai palestinesi quasi ogni giorno.


Ha davvero una faccia tosta, Tamimi. Ha infranto le regole. Lo schiaffo è permesso solo ai soldati. La  vera provocazione non è il soldato che ha invaso la sua casa. Lei  che ha avuto tre parenti stretti uccisi dall'occupazione, i  genitori sono  stati detenuti innumerevoli volte e il padre è stato condannato a quattro mesi di carcere per aver partecipato  a una manifestazione all'ingresso di un negozio di alimentari




Israele si sveglia  dal suo sonno arrabbiato: come osa lei..  resistere a un soldato. Chutzpah palestinese. Si supponeva che Tamimi si innamorasse del soldato che aveva invaso la sua casa lanciandogli del riso , ma, ingrata lo ha ricompensato con uno schiaffo. È tutto a causa dell '"incitamento". Altrimenti certamente non odierebbe  il suo conquistatore.

Ci sono altre fonti di sfrenata voglia di vendetta contro Tamimi. (Il ministro dell'Istruzione Naftali Bennett: "Dovrebbe finire la sua vita in prigione.") La ragazza di Nabi Saleh ha infranto diversi miti per gli israeliani. Peggio ancora, ha osato danneggiare il mito israeliano della mascolinità. All'improvviso si scopre che l'eroico soldato, che veglia su di noi giorno e notte con audacia e coraggio, si scaglia contro una ragazza disarmata . Cosa succederà al nostro machismo che Tamimi ha distrutto così facilmente e al nostro testosterone? 

Improvvisamente gli israeliani hanno visto il nemico crudele e pericoloso che stanno affrontando: una ragazza di 16 anni con i capelli ricci. Tutta la demonizzazione e la disumanizzazione dei media sono andate in frantumi quando si sono scontrati con una ragazza in maglione blu. 

Gli israeliani hanno perso la testa. Questo non è quello che è stato detto. Sono abituati a sentire parlare di terroristi, terrore e comportamenti omicidi. È difficile accusare Ahed Tamimi di tutto ciò; non aveva nemmeno le forbici tra le mani. Dov'è la crudeltà palestinese? Dov'è il pericolo? Dov'è il male?  All'improvviso tutte le carte sono rimescolate: e  il nemico appare così umano. Certamente puoi contare sul meccanismo israeliano di propaganda e lavaggio del cervello  così efficienti: presto verrà assassinato  il personaggio di Tamimi .  Anche lei sarà etichettata come una crudele terrorista nata per uccidere; si dirà che non ha motivazioni giustificabili e che non c'è alcun contesto per il suo comportamento.

Ahed Tamimi è un'eroina, un'eroina palestinese. E' riuscita a far impazzire gli israeliani. Cosa diranno i corrispondenti militari, gli incitatori di destra e gli esperti di sicurezza? Perché i buoni sono gli 8200, Oketz, Duvdevan, Kfir, tutte  le altre unità speciali , l'IDF che  sta affrontando una popolazione civile indifesa , stanca dell'occupazione, incarnata da una ragazza con una kefiah sulla spalla 

Se solo ce ne fossero molti di più come lei. Forse ragazze come lei sarebbero in grado di scuotere gli israeliani. Forse l'intifada degli schiaffi avrebbe successo mentre tutti gli altri metodi di resistenza, violenti e non violenti, hanno fallito.

Nel frattempo Israele ha reagito nell'unico modo  che sa: un rapimento notturno dalla sua casa e la detenzione con sua madre. Ma nel profondo del suo cuore ogni discreto israeliano probabilmente conosce non solo chi ha ragione e chi no, ma anche chi è forte e chi è debole. Il soldato armato dalla testa ai piedi che invade una casa che non gli appartiene o la ragazza disarmata che difende la sua casa e il suo onore perduto con le mani nude, e  con uno schiaffo? 

Ragazza palestinese in un video virale arrestata da Israele per aver fatto apparire il male dell'occupazione - Anshel Pfeffer

Il comandante del battaglione di Givati sapeva di essere  in una tempesta di merda. I filmati dei suoi ufficiali nel villaggio palestinese di West Bank, Nabi Saleh, si sono diffusi venerdì sui social media e, di conseguenza, sono  piovute critiche alla sua condotta. Ha rapidamente inviato un messaggio al suo staff di battaglione, "Non prestare attenzione ai media, io mi aspetto che i miei uomini agiscano così". 


Non è stato il primo comandante delle forze di difesa israeliane negli ultimi anni a scoprire online che i suoi ufficiali sono  sotto il fuoco pubblico. Ma di solito questo avviene dopo che sono stati filmati mentre usano   violenza contro i civili palestinesi. In questo caso le truppe di Givati sono state prese di mira  dagli israeliani per non aver reagito quando un gruppo di ragazze e donne aveva iniziato a spingerli , a prenderli  a calci e a schiaffeggiarli. 

Il comandante potrebbe aver pensato  che se i militari fossero stati catturati dalla telecamera mentre  picchiava le donne, avrebbero ricevuto molto più sostegno dalla cybersfera israeliana. 

Dopo che il video è stato proiettato in televisione lunedì sera, i titoli delle prime pagine dei tabloid israeliani di martedì mattina hanno parlato di vergogna nazionale. I politici si sono accalcati nell''etere, discutendo sulla risposta dei soldati.  Il ministro dell'Istruzione Naftali Bennett, il leader di Habayit Hayehudi, è andato oltre, esprimendo la speranza che le ragazze "finiscano le loro vite in prigione". 

Politici ed esperti di sinistra hanno cercato di sostenere che gli ufficiali meritavano di essere lodati per aver mostrato moderazione, ma questo non era certo un argomento per ispirare fiducia. L'orgoglio nazionale è stato salvato quando è arrivata la notizia che una delle ragazze, la sedicenne Ahed Tamimi, era stata arrestata a casa sua nelle prime ore, quattro giorni dopo che l'evento era stato girato. 

"Coloro che danneggiano i nostri soldati di giorno vengono arrestati di notte", ha twittato il ministro della Difesa Avigdor Lieberman. 

Tamimi è ora in arresto per attacco ai militari , ma quello che nessuno poteva spiegare era perché, se davvero c'era  un motivo valido per arrestarla, non è stata presa in custodia venerdì? A meno che, in effetti, la vera accusa contro di lei  sia di aver reso  impotenti i soldati israeliani   davanti alla telecamera. 

C'è una completa disconnessione tra il modo in cui gli israeliani vedono se stessi e i loro soldati, e come vengono percepiti dall'esterno. Questo è naturale. 
Ogni società ha il suo orgoglio nei simboli e negli istituti nazionali. Ciò che sorprende ancora, dopo  che gli israeliani sono stati esposti ai media stranieri da anni , è che non riescano ancora a concepire come chiunque possa vedere i soldati IDF come qualcosa di diverso dalle figure che infondono fiducia ed empatia. specialmente nei tipici scenari operativi del Occupazione militare in Cisgiordania,. 
La decisione, non solo di arrestare Ahed Tamimi, ma di distribuire il filmato del suo arresto ai media israeliani questa mattina, riflette le priorità dell'IDF e della leadership militare :l'IDF non deve essere vista come debole agli occhi del pubblico israeliano mainstream. L'ordine di arrestare Tamimi, quattro giorni dopo l'incidente e solo dopo che il video del suo alterco con l'ufficiale era stato trasmesso negli spettacoli televisivi notturni, è stato un  modo per  controllare i danni e soddisfare il pubblico israeliano cancellando  umiliazione. Una ragazza palestinese che schiaffeggia un ufficiale dell'IDF è un insulto nazionale che poteva essere placato solo dalle immagini  che riprendevano il suo arresto mentre  era  portata via da casa da agenti femminili ben armati  della polizia di frontiera. 

In quel momento non importava che ai palestinesi queste riprese  avrebbero trasmesso un'immagine molto diversa e molto probabilmente avrebbero infiammato le tensioni già esistenti. Non importava nemmeno che, trasmesso su reti internazionali, tutto ciò che un pubblico straniero avrebbe visto era una giovane donna ribelle che veniva repressa da occupanti crudeli.Non importava nemmeno che questo fosse quasi certamente quello che voleva Ahed Tamimi. In  quel momento, l'unica cosa che contava era soddisfare un desiderio atavico :  i nostri coraggiosi soldati non possono essere umiliati in pubblico. 

Il viceministro Michael Oren, rendendosi conto di quale disastro nelle pubbliche relazioni avrebbe  creare queste immagini, ha cercato di giustificare l'evento così: preoccupazione per il benessere dei bambini. "La famiglia Tamimi", ha twittato in inglese, "che potrebbe non essere una vera famiglia, si occupa di bambini vestiti in abiti americani e li paga per provocare le truppe dell'IDF alla telecamera. Questo uso cinico e crudele dei bambini costituisce un abuso. Le organizzazioni per i diritti umani devono indagare! "Ci possono essere delle verità nelle sue accuse. I Tamimis sono manifestanti veterani e hanno dimostrato nel corso degli anni un talento nel produrre scene avvincenti per troupe televisive in visita a Nabi Saleh. La loro propensione a provocare le truppe dell'IDF davanti alle telecamere, dimostra che Israele non può mantenere un'occupazione militare di 50 anni sui civili palestinesi e aspettarsi che i soldat  isi comportino  bene in televisione. 

Lo sporco segreto che è stato rivelato qui è che i politici israeliani, che stanno perpetuando l'occupazione, non sono realmente preoccupati per la pressione internazionale su Israele o per il risentimento e la violenza palestinese. La loro più profonda paura è che l'ampio pubblico israeliano presti attenzione a ciò che i loro figli e figlie stanno facendo quotidianamente in Cisgiordania nel loro nome . E' impossibile   mettere in scena un'occupazione telegenica. I veterani israeliani di Breaking The Silence che hanno cercato di scuotere i loro connazionali dal loro stupore sono stati perseguitati e diffamati.E ora anche ai palestinesi non è permesso rendere l'IDF brutta. 

Anshel Pfeffer (corrispondente di Haaretz)

Il padre di Ahed Tamimi: sono orgoglioso di mia figlia. È una combattente per la libertà che, nei prossimi anni, guiderà la resistenza al dominio israeliano

di Bassem Tamimi

Anche questa notte, come ogni notte da quando decine di soldati nel cuore della notte hanno invaso la nostra casa, mia moglie Nariman, mia figlia di 16 anni Ahed e Nur, la cugina di Ahed, la trascorreranno dietro le sbarre. Anche se questo è il primo arresto di Ahed, le vostre prigioni non le sono sconosciute. Mia figlia ha passato tutta la vita all’ombra pesante della prigione israeliana – dalle mie lunghe incarcerazioni durante la sua infanzia, ai ripetuti arresti di sua madre, a quelli di suo fratello e dei suoi amici, passando per la minaccia implicita che rappresenta la presenza permanente dei vostri soldati nelle nostre vite. Il suo arresto era quindi solo questione di tempo. Un’inevitabile tragedia che ci stava aspettando.

Diversi mesi fa, durante un viaggio in Sudafrica, abbiamo proiettato in pubblico un video che documenta la lotta del nostro villaggio, Nabi Saleh, contro la dominazione imposta di Israele. Quando in sala è tornata la luce, Ahed si è alzata per ringraziare le persone per il loro sostegno. Avendo notato che alcuni tra il pubblico avevano le lacrime agli occhi ha detto: “Saremo forse vittime del regime israeliano, ma siamo anche orgogliosi della nostra scelta di lottare per la nostra causa, nonostante il costo che conosciamo. Sappiamo dove ci conduce questa strada, ma la nostra identità, come popolo e come persone, è radicata nella lotta e da questa trae ispirazione. Al di là della sofferenza e dell’oppressione quotidiana dei prigionieri, dei feriti e degli uccisi, conosciamo anche l’immenso potere che ci viene dall’appartenenza a un movimento di resistenza; la dedizione, l’amore, i piccoli momenti sublimi che derivano dalla nostra scelta di rompere i muri invisibili della passività.

“Io non voglio essere vista come una vittima, e non voglio dare alle loro azioni il potere di definire chi sono, e ciò che sarò. Ho scelto di decidere da sola come mi vedrete. Non vogliamo che voi ci sosteniate grazie ad alcune lacrime fotogeniche, ma perché abbiamo scelto la lotta e perché la nostra lotta è giusta. È l’unico modo per smettere di piangere un giorno.”

Mesi dopo questi eventi in Sudafrica, quando ha sfidato questi soldati armati dalla testa ai piedi, a motivarla non fu una rabbia improvvisa per le gravi ferite che Mohammed Tamimi, 15 anni, aveva ricevuto poco prima a solo pochi metri da lei. Non era più la provocazione di quei soldati che entravano in casa nostra. No. Questi soldati, o altri, identici nella loro azione e ruolo, sono indesiderati e intrusi nella nostra casa da quando Ahed è nata. No. Stava lì davanti a loro, perché è il nostro destino, perché la libertà non è data come un’elemosina e perché nonostante il suo alto costo, siamo disposti a pagare per questo.

Mia figlia ha solo 16 anni. In un altro mondo, nel vostro mondo, la sua vita sarebbe completamente diversa. Nel nostro mondo, Ahed è una rappresentante di una nuova generazione del nostro popolo, di giovani combattenti per la libertà. Questa generazione deve combattere su due fronti: da un lato, ha naturalmente il dovere di perseguire la sfida e la lotta contro il colonialismo israeliano in cui è nata, fino al giorno del suo crollo; dall’altro deve affrontare con audacia la stagnazione e il degrado politici che si sono diffusi tra noi. Deve diventare l’arteria pulsante che farà rivivere la nostra rivoluzione e che uscirà dalla morte trascinata da una cultura crescente della passività legata a decenni di inattività politica.

Ahed è una delle tante giovani donne che, nei prossimi anni, condurranno la resistenza alla dominazione israeliana. Non è interessata ai riflettori puntati ora su di lei per il suo arresto, ma ad un vero cambiamento. Non è il prodotto di uno dei vecchi partiti o movimenti e, con le sue azioni, invia un messaggio: per sopravvivere dobbiamo affrontare francamente la nostra debolezza e vincere le nostre paure.

In questa situazione il nostro più grande dovere, per me e per la mia generazione, è di sostenerla e lasciare il posto; controllarci e non cercare di alterare e imprigionare questa nuova generazione nella vecchia cultura e nelle vecchie ideologie con cui siamo cresciuti.

Ahed, nessun genitore al mondo vuole vedere sua figlia trascorrere i suoi giorni in una cella di detenzione. Tuttavia, Ahed, nessuno può essere più orgoglioso di quanto lo sia io di te. Tu e la tua generazione, avete abbastanza coraggio, finalmente, per vincere. Le vostre azioni e il vostro coraggio mi riempiono di un timore misto ad ammirazione e mi fanno venire le lacrime agli occhi. Ma, come tu chiedi, non sono lacrime di tristezza o rimpianto, ma piuttosto lacrime di lotta.

Bassem Tamimi è un attivista palestinese

traduzione: Simonetta Lambertini – invictapalestina

fonte: http://www.ujfp.org/spip.php?article6089




Haaretz: Israele deve liberare Ahed Tamimi


Tre donne della famiglia Tamimi sono detenute da Israele  fino a lunedì, per ordine del tribunale militare della Giudea. Ahed Tamimi è stata arrestata la scorsa settimana  Sua madre, Nariman, è stata successivamente arrestata con l'accusa di aver filmato le azioni di sua figlia  provocando così l'incitamento; Nour Tamimi è sospettato di aver partecipato all'incidente. Tutti e tre dovrebbero essere rilasciate immediatamente e gratuitamente.

Questo è un requisito per l'uguaglianza  dato che questo è il modo di agire del governo nei confronti dei giovani coloni estremisti che a volte agiscono con maggiore violenza, maggiore disinvoltura e maggiori rischi per i soldati delle Forze di Difesa israeliane .  Ahed Tamimi, 16 anni,  è diventata un eroina popolare tra i palestinesi e in tutto il mondo. Ogni giorno  in più  di detenzionerafforzerà la sua immagine e causerà ulteriori danni a Israele.

Lo stesso giorno suo cugino è stato colpito alla testa da soldati israeliani, Ahed è uscito nel cortile di casa con un parente e ha cercato di scacciare l'ufficiale e il soldato che stavano lì . Inizialmente  con parole e urla e più tardi con pugni e calci. I due soldati hanno dimostrato un rispetto lodevole e non hanno risposto agli attacchi. L'IDF ha ottenuto lodi  per il comportamento dei suoi soldati, incluso un articolo sul New York Times che ha elogiato la moderazione dei soldati.

Come al solito, però, non è il mondo a interessare Israele, ma quello che gli estremisti di casa diranno. Sembra che Israele voglia respingere le critiche e lo sdegno espressi in Israele per la moderazione dimostrata dai soldati ,colpendo duramente la famiglia Tamimi.

Israele pagherà un prezzo pesante per la sua aggressione contro questa ragazza che resiste all'occupazione, che ha agito con una minima violenza verso i rappresentanti dell'esercito che hanno invaso la sua casa e in precedenza avevano ferito in modo critico suo cugino .  Lasciare Ahed Tamimi in prigione mostrerà ancora una volta  la violenza dell'occupazione israeliana.  
Non c'è e non c'è mai stata un'occupazione militare che non abbia suscitato una resistenza giustificata e comprensibile da parte degli occupati  e quella israeliana dura da 50 anni  e  non si vede la fine   all'orizzonte. Nell'ambito delle note possibilità di resistenza, Ahed Tamimi ha scelto la via meno violenta.


A Tamimi e ai suoi parenti deve essere permesso di tornare a casa, e l'IDF deve riconoscere il valore della moderazione e incoraggiare i suoi soldati ad agire con la forza minima richiesta  soprattutto contro ragazze disarmate. 




L’arresto di Ahed Tamimi getta una luce inquietante su come i bambini sono presi di mira da Israele - Jonathan Cook


Forse non è  Ahed Tamimi il simbolo  che gli israeliani avevano in mente quando, per molti anni, hanno criticato i palestinesi per non aver prodotto un Mahatma Gandhi o Nelson Mandela.
I popoli colonizzati prima o poi riescono a far emergere   la  figura che più si adatta a sfidare quei putridi valori al centro della società che li opprime.  Ahed sembra proprio la figura che può servire a questo scopo.
Dopo aver schiaffeggiato due soldati israeliani armati fino ai denti che  si rifiutavano di lasciare il cortile della sua casa di famiglia nel villaggio di Nabi Saleh, vicino a Ramallah, nel West Bank e’ stata accusata la settimana scorsa di aggressione e istigazione alla rivolta. Sua madre, Nariman, è detenuta per aver filmato l’incidente. Il video è diventato rapidamente virale.
L’episodio è avvenuto dopo che dei  soldati non lontano da casa sua  hanno sparato in faccia a suo cugino quindicenne, ferendolo gravemente.
Nei media occidentali non si è dato  ad Ahed il tipo di sostegno che normalmente viene riservato ai manifestanti per la  democrazia in luoghi come la Cina e l’Iran. Ciononostante, questa studentessa palestinese – che molto probabilmente subirà una dura condanna per aver sfidato i suoi oppressori – è diventata rapidamente un’icona dei social media.
Ahed che fino ad adesso era sconosciuta  alla maggior parte degli israeliani, è un volto familiare per i palestinesi e per gli attivisti di tutto il mondo.
E’ da molti anni che  lei ed altri abitanti del villaggio si  scontrano settimanalmente con l’esercito israeliano che impone il dominio dei coloni ebrei su Nabi Saleh. Questi coloni hanno occupato con  la forza le terre del villaggio ed una antica sorgente, fonte d’acqua vitale per una comunità che dipende dall’agricoltura.
Unica, per la sua particolare capigliatura bionda ed i suoi penetranti occhi azzurri, Ahed fin da bambina  è stata ripresa e fotografata mentre affrontava i soldati che la sovrastavano. Scene del genere hanno ispirato una veterana attivista pacifista israeliana a consacrarla come la sua Giovanna D’Arco Palestinese.
Ma sono pochi gli israeliani che ne sono così innamorati.
Non solo si è fatta gioco dello stereotipo che gli sraeliani hanno del palestinese, ma ha anche ridicolizzato una cultura altamente militarizzata e maschilista.
Ha anche dato una faccia a quei  bambini palestinesi finora anonimi che Israele accusa del lancio di pietre.
I villaggi palestinesi come Nabi Saleh sono regolarmente invasi dai soldati. I bambini vengono trascinati via dai loro letti nel bel mezzo della notte, come è successo ad Ahed durante il suo arresto il mese scorso per rappresaglia allo schiaffo dato ad un soldato. Le associazioni che si occupano di diritti umani hanno raccolto molte evidenze su come  i bambini vengano regolarmente picchiati e torturati durante la detenzione.
Ogni anno finiscono nelle carceri israeliane centinaia di bambini accusati di aver lanciato pietre. Con i tassi di condanna dei tribunali militari israeliani di oltre il 99%, la colpevolezza e l’incarcerazione di questi bambini è una conclusione scontata. Possono anche ritenersi  fortunati. Negli ultimi 16 anni l’esercito israeliano ha ucciso in media 11 bambini al mese.
Il video di Ahed, proiettato ripetutamente dalla tv israeliana, ha minacciato di ribaltare l’immagine che Israele da di se: Davide che combatte contro l’arabo Golia. Questo spiega l’oltraggio ingiurioso e l’indignazione  che ha colpito  Israele da quando è stato trasmesso il video.
Com’era prevedibile, i politici israeliani si sono infuriati. Naftali Bennett, ministro dell’educazione, ha chiesto che  Ahed  “finisca la sua vita in prigione”. La ministra  della cultura Miri Regev, ex portavoce dell’esercito, ha detto di sentirsi personalmente “umiliata” ed “imbarazzata” da Ahed.
Ma più preoccupante è il dibattito mediatico che ha considerato una “vergogna nazionale”  l’incapacità dei soldati di colpire  Ahed in risposta ai suoi schiaffi.
Il venerato conduttore televisivo Yaron London si è mostrato stupito del  fatto che i soldati “non abbiano usato le armi ” contro di lei, chiedendosi se “la loro esitazione non fosse vigliaccheria”.
Ma le minacce di Ben Caspit , un importante analista israeliano, sono state molto più violente. In un suo pezzo ha scritto che quel che ha fatto Ahed ha fatto “ribollire il sangue di ogni israeliano”. Ed ha proposto di  sottoporla ad una punizione “di nascosto, senza testimoni e telecamere”, ed ha aggiunto come fosse conscio  che questa sua forma di vendetta lo avrebbe portato ad sua detenzione certa.
Il solo pensiero  di violare a sangue freddo un bambino incarcerato  avrebbe dovuto far star male  ogni israeliano. Eppure il signor Caspit è ancora tranquillo  nel suo posto di lavoro.
Il caso di Ahed oltre a denunciare la malattia di una società dedita alla disumanizzazione e all’oppressione dei palestinesi, compresi i bambini, solleva l’inquietante questione di quale tipo di resistenza gli israeliani ritengano che i palestinesi siano autorizzati a fare.
Su questo almeno Il diritto internazionale è chiaro. Le Nazioni Unite hanno dichiarato che le persone sotto occupazione possono usare “tutti i mezzi disponibili”, compresa la lotta armata, per liberarsi.
Ma Ahed, gli abitanti del villaggio di Nabi Saleh e molti palestinesi come loro hanno preferito adottare una strategia diversa: un confronto utilizzando la  disobbedienza civile e militante. Questo tipo di  resistenza sfida l’ipotesi dell’occupante di avere il diritto di comandare i palestinesi.
La scelta di questo tipo di resistenza  contrasta fortemente con l’Autorità Nazionale Palestinese di Mahmoud Abbas che è invece impegnata costantemente a fare compromessi con gli israeliani attraverso la cosiddetta “cooperazione per la sicurezza”.
Secondo l’editorialista israeliano Gideon Levy, il caso di Ahed dimostra che gli israeliani negano ai palestinesi il diritto non solo di usare razzi, pistole, coltelli o pietre, ma anche  quello che lui, con ironia chiama la “rivolta degli schiaffi”.
Ahed ed il villaggio di Nabi Saleh hanno dimostrato che la resistenza popolare disarmata – che tanto  disagio provoca ad israele e nel mondo – non può permettersi di essere passiva o gentile, ma deve essere coraggiosa, antagonista e dirompente.
Ma soprattutto deve fare da specchio all’oppressore. Ahed ha messo a nudo il bullo armato di pistola che si nasconde nell’anima di troppi israeliani. Questa è una lezione degna di Gandhi o Mandela. (January 8, 2018  The National (qui))




C'è solo una ragione per cui Ahed Tamimi rimane in prigione - Richard Silverstein
(tradotto da  Alba Canelli)

L'incidente è avvenuto durante la manifestazione settimanale nel villaggio di Nabi Saleh, un luogo in cui le autorità israeliane hanno progressivamente sottratto terra e risorse idriche a beneficio della vicina colonia  di Halamish.
Al-Tamimi è stato gravemente ferito dal proiettile di gomma che è penetrato nel suo cervello causando gravi lesioni. E' stato messo in coma farmacologico dal quale dovrebbe riprendersi.

Un rapporto della NBC News sull'inchiesta insiste sul grave errore comunemente usato dalle forze israeliane per giustificare le sparatorie a bambini e adolescenti con questo tipo di munizioni: i proiettili rivestiti di gomma sono spesso usati per disperdere la folla. Sebbene non siano considerati letali, possono essere molto pericolosi.
Ma i proiettili di gomma sono letali. Feriscono, mutilano e uccidono abitualmente manifestanti palestinesi innocenti. Accettare la prospettiva israeliana su questo problema costituisce una negligenza giornalistica.

Una contestatrice veterana
Dopo la sparatoria, il popolo della Cisgiordania è scoppiato in preda alla rabbia e ha iniziato a lanciare pietre contro l'esercito israeliano, che ha cercato di fermare le rivolte e ha piazzato una pattuglia di fronte alla casa in cui si erano radunati i manifestanti. Ciò ha provocato l'ira di Ahed al-Tamimi, 16 anni, una veterana di molte proteste contro le forze israeliane.

È corsa fuori di casa e ha affrontato i due soldati israeliani chiedendo di lasciare la proprietà della sua famiglia. I soldati hanno rifiutato. In quel momento, Ahed è passata dalle richieste al un confronto fisico. Si è scagliata contro di loro cercando di schiaffeggiarli e dare loro un calcio. Ha fatto pochi danni e in sostanza i soldati hanno cercato di ignorarla.

C'è solo una ragione per il contenimento dei soldati. Sono stati registrati su video. Sapevano che se fosse stata arrestata o avessero reagito, sarebbe stato tutto documentato e il mondo avrebbe potuto vederlo. Ecco perché hanno scelto un percorso di resistenza minore.
Tuttavia, il loro rifiuto di agire suscitò un vespaio di rabbia tra gli israeliani, vedendo che una semplice ragazza colpiva "i suoi ragazzi". E' stato umiliante e la coalizione di governo ultra-nazionalista ha chiesto la punizione.

Nessun palestinese, figuriamoci una ragazza adolescente, può permettersi di disprezzare il potere della nazione israeliana in quel modo, sostenevano.

Il risultato fu che l'esercito israeliano preparò un'incursione nella casa della famiglia al-Tamimi alle quattro del mattino seguente. I soldati irrompono nella sua casa, trascinano Ahed fuori dal letto, l'ammanettano e la spingono verso il furgone della polizia che l'attendeva fuori dalla porta. Hanno anche rubato i dispositivi elettronici della famiglia, compresi telefoni cellulari e computer, apparentemente sperando di documentare il "crimine" commesso da Ahed.
La madre della ragazza la seguì alla stazione di polizia per cercare di proteggere sua figlia e finì anche lei arrestata. Quella stessa mattina, la polizia ha trascinato Ahed davanti a un tribunale dove hanno chiesto che il giudice estenda il termine di reclusione.

Un regime di bulli prepotenti
Basem al-Tamimi, il padre di Ahed, è apparso in tribunale per sostenere la figlia ed è stato arrestato anche lui. È così che governa un regime composto da teppisti e mafiosi. Non tollerano alcuna opposizione in modo che questa resistenza non costituisca un esempio e che altri palestinesi abbiano la "grande idea" di aderire alla resistenza.

Il tribunale militare dei coloni ha prolungato la detenzione di Ahed per un'altra settimana perché il giudice ha deciso che liberarla potrebbe mettere a repentaglio le indagini sui suoi presunti crimini.

Il giudice Lidor Drachman del Tribunale Militare minorile della regione della Giudea ha detto che sebbene Ahed non costituisse alcun pericolo, era preoccupato che l'adolescente avrebbe cercato di ostacolare le indagini, il che ha giustificato il fatto di averla rinchiusa fino al lunedì successivo.
"Nonostante il comportamento provocatorio e oltraggioso della sospettata, dato il rischio limitato che rappresenta, insieme alla sua giovane età, ero disposto a rilasciarla in un centro di detenzione alternativo", ha scritto Drachman.

Tuttavia, continuò, aveva cambiato idea dopo aver ricevuto prove che era una criminale seriale e che rilasciandola avrebbe messo a repentaglio   le indagini. "Il rapporto confidenziale inviato alla corte indica che ... rappresenta una minaccia significativa e che potrebbe compromettere l'indagine".
C'è solo una ragione per cui Ahed rimane in prigione. Come punizione per la sua temerarietà. È chiaro che questa ragazza non può compromettere alcuna indagine. Va anche notato che l'esercito israeliano   ha un proprio tribunale minorile.
Riesci a immaginare qualche democrazia occidentale in cui l'esercito è responsabile per la persecuzione dei bambini?

Il contesto mancante
Anche i media israeliani si sono uniti al coro di abusatori contro gli al-Tamimi. Gli israeliani erano così infastiditi per l'immagine di un adolescente palestinese che rimproverava la crema dell'esercito israeliano che ha cercato di sminuirla chiamandola "Shirley Temper" [Shirley, l'irascibile], con sprezzante riferimento a Shirley Temple, la giovane star del cinema degli anni trenta.

L'ex ambasciatore israeliano negli USA, membro del Knesset, Michael Oren, ha insinuato in un tweet che i biondi capelli ricci di Ahed devono significare che non era realmente palestinese o un vero membro della famiglia. Ha anche twittato di dubitare che gli al-Tamimi fossero una "vera famiglia".
Ha aggiunto che quando i suoi bambini (della famiglia Tamimi, N.d.T) andavano alle manifestazioni, indossavano tipici vestiti americani, altra affermazione razzista che questi palestinesi provano a manipolare il pubblico occidentale affinché provi simpatia per la loro situazione. Cosa si aspettava che i bambini indossassero, Oren?

Anche il termine offensivo "Pallywood" (*) è stato ampiamente usato, il che significa che i palestinesi agiscono per ingannare il mondo e convincerli a simpatizzare con loro. Come colpo di grazia, il legislatore israeliano ha accusato  i Tamimi di pagare i propri figli per andare a protestare.
È assolutamente chiaro che si tratta di notizie false, accuse senza alcuna base reale. Tuttavia, poiché Oren è un membro del Knesset e un Likudista (del partito Likud, N.d.T) fedele che professa la calunnia razzista dei suoi concittadini, questa è la retorica che risuona in Israele.

In rare occasioni, la stampa straniera o israeliana fa riferimento al quasi omicidio di Mohammed al-Tamimi che ha preceduto la resistenza fisica di Ahed contro la pattuglia dell'esercito israeliano. I media traducono una narrativa che ha eliminato il contesto critico che consentirebbe al lettore di comprendere il quadro completo e il modo in cui i fatti si sono sviluppati.

I media usamericani come il Washington Post e il New York Times hanno fatto la stessa cosa usando quei termini razzisti nel ritrarre la protesta.  Hanno giustificato questo affermando che stavano semplicemente riportando il sentimento in Israele. Un argomento totalmente poco convincente.

Il Post, in particolare, ha pubblicato una foto che mostrava Ahed confrontarsi verbalmente con le truppe israeliane in una precedente protesta. Tuttavia, la ragazza (della foto) che sta litigando con i soldati non è Ahed. Anche se quest'ultima è nella foto, non è lei a litigare. Tali errori grafici confutano lo scopo dell'immagine, che doveva mostrare il presunto stile arrabbiato e conflittuale di Ahed.
Come se ciò non fosse abbastanza grave, uno dei maggiori editorialisti di giornali israeliani, Ben Caspit, scrisse una storia terrificante su Maariv in cui lodava i soldati per aver fatto del loro meglio in circostanze difficili. Non ha mostrato alcuna simpatia per Ahed. In effetti, l'ha citata in un racconto di AP dicendo: "Nel caso delle ragazze, dovremmo far pagare loro un prezzo in qualche altra occasione, al buio, senza testimoni e telecamere."

Le piattaforme dei social network bruciavano di indignazione per questo appello così poco sottile allo stupro e alla tortura di un adolescente. C'erano richieste a Al Monitor , dove gli scritti di Caspit appaiono regolarmente in inglese, di licenziarlo.
Ho chiesto alla direzione di Al Monitor se stessero considerando il problema e se il commento di Caspit fosse in linea con gli standard giornalistici della pagina. Non avevano risposto quando questo articolo è andato in stampa.

Misoginia e occupazione
In questi giorni il mondo è più sensibile al trattamento riservato alle donne sul posto di lavoro e nei media. Ciò rende il commento di Caspit ancora più chiaramente misogino. Ma non dovremmo esserne sorpresi nel contesto israeliano. Come società, Israele affronta un'epidemia di molestie sessuali e violenza contro le donne. La polizia non concede credibilità alle vittime e odia trattare questi casi.

Sebbene gran parte di questo atteggiamento possa essere attribuito all'atteggiamento generale della società nei confronti delle donne, vi è un altro fattore importante: l'occupazione di Israele influenza la nazione in molti modi, nelle piccole cose e in quelle grandi.

L'idea che Israele sia una nazione ossessionata dalla sicurezza in cui le persone spesso devono sacrificare i loro diritti a beneficio del tutto schiaccia lo status delle donne, che diventano vittime dello stato di sicurezza nazionale. I loro progressi e diritti sono relegati ad uno status inferiore.

Questa situazione è esacerbata nel caso delle donne palestinesi. Se le donne israeliane sono inferiori agli uomini israeliani, le donne palestinesi sono molto più in basso. Sono le nere di Israele.
Il diffuso approccio israeliano, invece di reprimere disordini, ha suscitato ancora più rabbia e violenza. Le proteste sono scoppiate in Palestina/Israele dopo la decisione del presidente Donald Trump del 6 dicembre riguardo a Gerusalemme capitale. Finora, le forze israeliane hanno ucciso 15 palestinesi che protestavano contro la dichiarazione di Trump.

Secondo la Mezzaluna Rossa Palestinese circa 3.600 palestinesi sono stati feriti durante queste proteste, 729 dei quali con proiettili rivestiti di gomma e almeno 192 con munizioni vere. L'Associazione Palestinese dei Prigionieri ha detto oggi che da dicembre l'esercito israeliano ha arrestato 620 palestinesi, 170 dei quali bambini e 12 donne.

L'ultimo a morire è stato Mohammed Sami al-Daduh, di 17 anni, che le truppe israeliane hanno sparato al collo in una manifestazione tenutasi a Gaza, vicino alla recinzione di confine. Il proiettile ha rotto il midollo spinale, è morto lo scorso lunedì.

N.d. l. T.:
(*) Composto aplologico di "Palestinese" e "Hollywood", si tratta di un neologismo utilizzato per indicare "la manipolazione dei media, la loro distorsione e la completa truffa da parte dei Palestinesi (...) col fine di vincere la guerra mediatica e della propaganda contro Israele" ...questo ovviamente secondo la visione degli israeliani che essendo esperti in propaganda e con il loro potere, spesso gestiscono le pagine di Wikipedia a loro piacimento. 
da qui




E se Ahed Tamimi fosse vostra figlia? - Gideon Levy

Nelle ultime due settimane, ha fatto irruzione nei salotti degli israeliani, a intervalli di pochi giorni, attraverso un altro rapporto superficiale sull’estensione del suo arresto. Ancora una volta, vediamo i riccioli d’oro; ancora una volta vediamo la figura di Botticelli nell’uniforme marrone da servizio di sicurezza Shin Bet e con le manette, che la fanno assomigliare più a una ragazza di Ramat Hasharon che a una ragazza di Nabi Saleh.

Eppure anche l’aspetto “non arabo” di Ahed Tamimi non è riuscito a toccare alcun cuore qui. Il muro di disumanizzazione e demonizzazione che è stato costruito attraverso vili campagne di incitamento, propaganda e lavaggio del cervello contro i palestinesi ha sconfessato anche la bionda di Nabi Saleh.

Potrebbe essere vostra figlia, o la figlia del vostro vicino, eppure l’abuso che soffre non risveglia sentimenti di solidarietà, compassione o elementare umanità. Dopo l’esplosione di rabbia per ciò che ha osato fare, è arrivato l’impenetrabile. È una “terrorista”. Non potrebbe essere nostra figlia; lei è palestinese.

Nessuno si chiede cosa sarebbe successo se Tamimi fosse stata sua figlia. Non sareste stati orgogliosi di lei, come suo padre, che, in un editoriale che esige il rispetto, ha espresso quell’orgoglio. Non avreste voluto una figlia del genere, che ha scambiato la sua inesistente gioventù per una coraggiosa lotta per la libertà? O avreste preferito una figlia che fosse una collaboratrice? O semplicemente una testa vuota?

E come vi sareste sentiti se i soldati di un esercito straniero avessero invaso la vostra casa di notte, rapito vostra figlia dal suo letto sotto i vostri occhi, ammanettata e arrestata per un lungo periodo, semplicemente perché lei ha schiaffeggiato il soldato che aveva invaso la sua casa, e ha schiaffeggiato l’occupazione, cosa che merita molto più che degli schiaffi?

Queste domande non infastidiscono nessuno. Tamimi è una palestinese, cioè una terrorista, e quindi, non merita alcun sentimento di simpatia. Niente spezzerà lo scudo difensivo che protegge gli israeliani dai sensi di colpa, o almeno dal disagio, sul suo oltraggioso arresto, sulla discriminazione da parte del sistema giudiziario, che non le avrebbe mai prestato attenzione se fosse stata una colona ebrea.

Persino la mano indipendente del giudice, il maggiore Haim Balilti, non ha tremato quando ha stabilito che il “pericolo” posto da Tamimi, una ragazza disarmata di 16 anni, giustifica la sua continua detenzione. Anche il giudice è solo un piccolo ingranaggio nella macchina, qualcuno che fa il suo lavoro e ritorna alle sue figlie e ai suoi figli di notte, orgoglioso del lavoro spregevole della sua giornata.

Israele si nasconde dietro una cortina di ferro che non è più possibile perforare. Nulla di ciò che Israele fa ai palestinesi è ancora capace di suscitare compassione. Nemmeno la ragazza poster, Tamimi. Anche se fosse condannata a vivere in prigione per uno schiaffo, anche se fosse condannata a morte, la sua punizione sarebbe accolta con gioia aperta o indifferenza. Non c’è posto per altre emozioni umane nei confronti di alcun palestinese.

Le organizzazioni che rappresentano i disabili, che hanno intrapreso un’imponente battaglia per i propri diritti, non hanno fatto capolino quando un cecchino delle forze di difesa israeliane ha ucciso un disabile, un doppio amputato, su una sedia a rotelle nella striscia di Gaza con un colpo alla testa. Le organizzazioni femminili, che combattono con forza e aggressività contro tutte le molestie sessuali, devono ancora alzarsi in collera contro la chiusura del caso di una detenuta palestinese che sosteneva di essere stata violentata da un poliziotto di frontiera. E i membri della Knesset non hanno protestato per il vergognoso arresto politico della loro collega, Khalida Jarrar, la cui detenzione senza processo è stata nuovamente estesa la scorsa settimana per altri sei mesi.

Se neanche Tamimi riesce a suscitare sentimenti di solidarietà, shock o senso di colpa, allora il processo di negazione, occultamento e repressione – l’impresa più importante dell’occupazione, dopo gli insediamenti – è finalmente completo. Non c’è mai stata un’apatia così terrificante qui, mai l’autoinganno e le menzogne hanno ​​prevalso qui così completamente e non ci sono mai state così poche preoccupazioni morali di fronte all’ingiustizia. Mai l’incitamento ha vinto così completamente.

Gli israeliani non sono più in grado di identificarsi con una ragazza coraggiosa, anche quando assomiglia alle loro figlie, solo perché è palestinese. Non c’è più alcun palestinese che possa toccare il cuore degli israeliani. Non c’è alcuna ingiustizia che possa ancora destare la nostra coscienza, che è stata completamente estinta.

Non disturbare; i nostri cuori e le nostre menti sono stati sigillati in un modo terrificante.


Ahed al Tamimi è la nuova icona della lotta palestinese -

Il giudice del tribunale militare israeliano chiede all’adolescente Ahed al Tamimi: “Come hai fatto a dare uno schiaffo a un nostro soldato?”. Lei risponde: “Toglietemi le manette e vi faccio vedere”. È nata un’icona della ribellione palestinese.
Ahed al Tamimi ha 16 anni e proviene da un piccolissimo paese della Cisgiordania, Nabi Saleh, abitato da meno di 500 persone e completamente circondato da insediamenti israeliani. Il suo nome si sta aggiungendo alla lunga lista di donne palestinesi che dopo Leila Khaled, negli anni settanta, hanno combattuto quanto gli uomini e hanno incarnato la moderna lotta palestinese agli occhi dell’opinione pubblica internazionale.
La vicenda comincia il 14 dicembre, quando Mohamed Tamimi, 14 anni, cugino di Ahed, viene colpito alla testa da un proiettile sparato a bruciapelo da un soldato israeliano. La pallottola lo prende al naso e gli rompe la mascella prima di perforare la parte sinistra del cervello. Mohamed è sopravvissuto ma ha perso metà del volto.
Poche ore dopo dei soldati si appostano nella proprietà della famiglia mentre altri cercano di entrare in casa di Ahed: la ragazza vuole scacciarli, ne spintona uno e cerca di schiaffeggiare l’altro. L’unica cosa straordinaria di quest’evento, normale nei territori occupati, è che la mamma filma l’accaduto e lo pubblica in streaming. Il video è diventato virale.
La guerra in diretta
La telecamera è al centro della questione. Per Richard Silverstein del Middle East Eye, i soldati non hanno risposto allo schiaffo solo perché erano filmati ed è anche per questo che in Israele, dove l’adolescente è sotto processo, l’opinione su Ahed al Tamimi è drasticamente diversa che in Palestina. Il ministro dell’istruzione Naftali Bennett ha dichiarato alla radio che dovrebbe essere “chiusa in galera gettando la chiave”. Il giornalista Ben Caspit ha scritto su Maariv (e ripetuto in televisione) “che meriterebbe una punizione, al buio, senza testimoni e senza telecamere”, chiaro invito allo stupro di una ragazza di 16 anni. Perché tanto odio verso Ahed che, in fondo, ha solo cercato di dare uno schiaffo?
Per l’opinione pubblica israeliana, la ragazza ha “umiliato” il soldato, ed è per questo che hanno reagito solo dopo che il video è diventato virale. Nella notte del 19 dicembre sono andati a prenderla a casa per farle affrontare un processo con ben 12 capi d’accusa contro di lei. Sulla rivista israeliana online+972, l’avvocata della ragazza tiene a specificare: “Non è un tribunale israeliano civile, ma un tribunale militare, nel quale il giudice indossa la stessa divisa dell’accusa”.
Shooting back
L’andamento della “questione” Ahed al Tamimi fa tornare in mente un progetto lanciato nel 2010 da una ong israeliana che aveva regalato 150 telecamere a dei giovani palestinesi per “rispondere al fuoco con le immagini” – shooting back, che in inglese significa allo stesso tempo rispondere con un’arma e filmare – e documentare la realtà palestinese dall’interno per raccontarla al mondo.
Per i palestinesi è una questione di sopravvivenza: l’opinione pubblica internazionale è un interlocutore fondamentale per la Palestina, che vive sotto occupazione, non ha un’economia propria e vive di aiuti esteri. Ovviamente, fin da quando da bambina era stata fotografata mentre dava un morso a un soldato per fargli lasciare suo fratello (aveva dieci anni), in questa guerra delle rappresentazioni gli elementi di un razzismo ordinario non mancano: la folta chioma e i suoi occhi chiari per alcuni la rendono meno palestinese, come racconta Jonathan Ofir nel suo articolo “Basta parlare dei capelli di Ahed al Tamimi”.
Ora sulla pagina Facebook #FreeAhedTamimi ci sono migliaia di ritratti e fotografie che raccontano la costruzione di un mito: Ahed su un cavallo bianco pronta, come Saladin, a difendere Gerusalemme con i suoi lunghi capelli al vento, o ancora rappresentata come una novella Giovanna d’Arco.
Di fatto, i social network non fanno che amplificare una guerra delle immagini che nel conflitto israelopalestinese si svolge da sempre. Leila Khaled (militante del Fronte popolare per la liberazione della Palestina accusata di terrorismo) era stata dipinta e innalzata come un’eroina quanto Che Guevara sulle T-shirt della sinistra di mezzo mondo, mentre altri si erano sentiti offesi da una mitologia costruita intorno a una terrorista. Per Ali Amro, professore di sociologia all’Università del Cairo “Israele ha sempre temuto le icone palestinesi, con nomi, visi e storie, che permettono ai palestinesi e al mondo di attribuire una faccia e umanizzare le complesse questioni israelopalestinesi che spesso cadono nella più oscura astrazione, spesso in favore di Israele”.
La posta in gioco è però molto alta. Anche perché bisogna ricordare che questa ragazza è imprigionata per essersi difesa come altri 331 minori palestinesi in detenzione militare dallo scorso maggio e come i 375 minori palestinesi che vengono arrestati in Israele, in media, ogni mese.
da qui

B’tselem: le forze di occupazione hanno ucciso 8 manifestanti palestinesi non armati a Gaza
Le forze israeliane hanno ucciso, nel mese di dicembre, otto manifestanti palestinesi, tutti disarmati e quindi non rappresentando alcuna minaccia. Partecipavano alle manifestazioni scoppiate contro la barriera di separazione a Gaza, secondo quanto ha rivelato il nuovo rapporto di B’tselem.
Secondo il documento, i soldati israeliani hanno sparato ai manifestanti scesi per strada contro il riconoscimento americano di Gerusalemme come capitale di Israele, uccidendo 10 Palestinesi e ferendone una centinaia in Cisgiordania, a Gaza e nella Gerusalemme occupata.
Durante le manifestazioni a Gaza, i soldati si trovavano dal lato israeliano della barriera, mantenendo le distanze dai manifestanti palestinesi. Secondo il rapporto, non correvano alcun rischio.
Eppure, anche questa ondata di violenze e uccisioni di Palestinesi a causa dell’utilizzo illegale e eccessivo di armi sarà dimenticata e nessuno ne sarà colpevole.
L’annuncio dell’apertura di un’inchiesta, da parte della polizia militare israeliana, sull’uccisione di Ibrahim Abu Thuraya – pubblicato dopo che il caso è stato trattato dai media israeliani e nel mondo – non manterrà le promesse. Non è altro che la prima di una serie di misure prese per mascherare le circostanze nelle quali le forze di sicurezza israeliane uccidono i Palestinesi.
Paradossalmente, i responsabili beneficiano di una protezione.
Traduzione di Chiara Parisi





“Cosa è successo quando una colona ebrea ha schiaffeggiato un soldato israeliano” - Noa Osterreicher

Questo schiaffo non ha aperto i notiziari della sera. Questo schiaffo, che è finito sulla faccia di un soldato delle unità Nahal a Hebron, non ha portato ad una condanna. Il soldato schiaffeggiato stava cercando di impedire il lancio di sassi da parte dell’assalitrice, che è stata fermata e interrogata, ma è stata rilasciata su cauzione il giorno stesso ed è potuta tornare a casa. Prima di questo incidente, la ragazza era stata condannata cinque volte –per lancio di sassi, per aggressione a un poliziotto e per disturbo della quiete pubblica– ma non è stata in prigione nemmeno una volta.
In un caso era stata condannata a un periodo di prova, e negli altri casi a un mese di servizi socialmente utili oltre a una simbolica multa di risarcimento per le parti offese. L’accusata aveva sistematicamente ignorato gli ordini di comparizione per interrogatori o per altre procedure legali, ma i soldati non erano andati a tirarla giù dal letto nel mezzo della notte e nessuno dei suoi familiari era stato arrestato. A parte un breve reportage del 2 luglio 2010 di Chaim Levinson sull’incidente, non c’erano state altre conseguenze allo schiaffo e ai graffi inflitti da Yifat Alkobi sulla faccia del soldato che l’aveva colta nell’atto di tirare pietre ai Palestinesi.
Il portavoce delle Forze Armate israeliane disse all’epoca che l’esercito “valuta con severità ogni atto di violenza contro le forze di sicurezza,” ma la schiaffeggiatrice era tornata a vivere in pace a casa sua. Il ministro dell’istruzione non aveva chiesto che fosse messa in prigione, i social media non si erano riempiti di appelli affinché fosse violentata o uccisa, e l’editorialista Ben Caspit non aveva raccomandato che fosse punita con le maggiori pene previste “in un posto buio, lontano dalle telecamere.”
Come Ahed Tamimi, anche Alkobi era nota da anni alle forze dell’esercito e della polizia del suo quartiere; tutt’e due sono considerate un fastidio o addirittura un pericolo. Ma la differenza tra di loro sta nel fatto che Tamimi ha aggredito un soldato che era stato mandato da un governo ostile che non riconosce la sua esistenza, ruba la sua terra, uccide e ferisce i suoi familiari, mentre Alkobi, una criminale abituale, ha aggredito un soldato del suo popolo e della sua religione, che era stato mandato dal suo Stato per proteggerla, uno Stato di cui lei è una cittadina che gode di speciali privilegi.
La violenza degli Ebrei contro i soldati è ormai da anni una cosa di routine nei territori occupati. Ma anche se sembra inutile chiedere ai soldati dei territori di proteggere i Palestinesi dalle violenze fisiche e dagli atti di vandalismo fatti dai coloni sulle loro proprietà, è difficile capire perché le autorità continuino a chiudere gli occhi, a coprire o chiudere il caso (o magari nemmeno ad aprirlo) quando le violenze vengono dagli Ebrei. Ci sono innumerevoli prove, alcune documentate fotograficamente. Eppure i responsabili dormono tranquilli nei loro letti, imbaldanziti dalla volontà divina e largamente finanziati da organizzazioni che ricevono contributi dallo Stato.
È piacevole, d’inverno, sentirsi comodi e al caldo sotto questi doppi standard, ma c’è una domanda che ogni Israeliano dovrebbe farsi: Tamimi e Alkobi hanno commesso lo stesso reato. La punizione (o la mancanza di punizione) dovrebbe essere la stessa. Se la scelta fosse tra liberare Tamimi o imprigionare Alkobi, cosa scegliereste? Tamimi deve restare in carcere per tutta la durata del procedimento –processo in una corte militare ostile– ed è probabile che riceva una pena detentiva. Alkobi, che non è stata processata per questo reato ma ha avuto processi in tribunali civili per reati molto più gravi, è stata a casa sua per tutta la durata dei procedimenti. È stata assistita da un avvocato che non doveva far la fila a un checkpoint per assistere la sua cliente, e la sua unica punizione sono stati lavori socialmente utili.
I ministri del Likud e della Casa Ebraica non hanno alcun motivo per accelerare l’approvazione di una legge che imponga l’applicazione della legge israeliana nei territori occupati. Anche senza la legge, l’unica cosa che conta è se sei nato ebreo. Tutto il resto è irrilevante.
*(Traduzione di Donato Cioli pubblicata originariamente su zeitun.info)