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lunedì 18 ottobre 2021

L’università: una comunità aperta, critica, antifascista - Tomaso Montanari


Lo scorso 8 ottobre l’inaugurazione dell’anno accademico dell’Università per Stranieri di Siena ha visto l’insediamento come rettore di Tomaso Montanari. Il suo discorso di insediamento, inusuale in una Università (come l’intera cerimonia, visibile al link https://www.youtube.com/watch?v=j9lOR69hTxs), ha toccato alcuni dei temi più caldi nella nostra società: la centralità dell’essere umani, l’autoritarismo, il necessario antifascismo dell’Università, il senso della cultura e di una comunità educante, il pensiero critico, le migrazioni, l’accoglienza… È stato a pieno titolo, nell’attuale situazione del Paese, un controcanto che, dunque, proponiamo, nella sua interezza, come tale.

 

Autorità, colleghe e colleghi docenti e non docenti, studentesse e studenti, amiche e amici che oggi siete con noi, e caro Magnifico Rettore, caro professor Cataldi – caro Pietro.
La prima cosa che voglio dire prima di varcare la soglia che oggi mi porta a continuare il tuo lavoro; la prima cosa che voglio dire, parlando a nome della nostra collettività, è: grazie, Pietro! Grazie per la misura, la grazia, l’equilibrio, la dedizione, la determinazione, e vorrei dire l’amore con cui ti sei preso cura di questa comunità, nella buona e nella cattiva sorte. Grazie per la prosperità, la crescita, l’autorevolezza che hai saputo garantire alla Stranieri. Grazie per la guida sicura nel buio della pandemia. Grazie soprattutto per una cosa, che mi colpì fin dal primo momento che ci conoscemmo: grazie perché non ti sei mai vergognato della tua umanità. Ricordo che pensai che se un rettore di una università italiana era ancora visibilmente un essere umano, allora forse c’era qualche speranza. Da allora ho imparato a conoscerti, e negli ultimi mesi sei stato per me non solo un mentore incredibilmente paziente e uno straordinario didatta, ma anche un amico vero. E, lo sai, da domani ti troverai ad avere ancora più pazienza. E questo grazie, pubblico e solenne, è anche per tutto quello che ancora ti chiederò. Hai chiuso il tuo discorso ricordandoci che «il nostro lavoro è tenere insieme lo spazio definito di questa città tanto identitaria e le quinte sconfinate del mondo, il nostro lavoro – hai detto – è la fatica e la felicità dell’attraversamento».

Il nostro lavoro. Fermiamoci su queste due cose: noi, la nostra comunità accademica; e il lavoro che facciamo. Il mio impegno per i prossimi sei anni è che continuiamo ad essere, e diventiamo ancor più, un noi. «Salvarsi da soli è avarizia, salvarsi insieme è politica», diceva don Lorenzo Milani (e lo ripeterà tra poco il ministro Roberto Speranza, che ringrazio per aver voluto essere, virtualmente, con noi): e la nostra politica è quella di pensare non come una somma di egoismi, ma come una comunità.
Ho provato a spiegare, nel programma di mandato, cosa questo vuol dire, in concreto e a partire dal ruolo del rettore. Primo. Un governo plurale e paritario, di prorettrici e prorettori, delegate e delegati. Perché l’unico modo di far sì che il potere diventi servizio, non solo nella retorica, è suddividerlo, assumerlo insieme, renderlo largo, trasparente, responsabile. Secondo. Una comunità di eguali fondata sulle diversità. Il che vuol dire: comportarsi ogni volta che sia possibile, e tendenzialmente sempre, come se esistesse un ruolo unico della docenza (e lottare perché esista presto), e abolire ogni odioso segno di gerarchia tra docenti, non docenti e studenti. Siamo persone: rimaniamo persone! E vuol dire anche abbandonare, progressivamente e sostenibilmente, ogni forma di precarietà, cioè di sfruttamento. Tra i docenti, tra i non docenti, tra le persone che assicurano ogni giorno la pulizia e l’accessibilità degli edifici in cui si svolge la nostra vita. E riconoscere, valorizzare, celebrare (in parole e opere) le diversità: quelle dell’orientamento sessuale e dell’identità di genere, quelle delle lingue e delle culture, quelle delle età e dei talenti. Perché «siamo differenti, inteso “differenza” nel senso di diversità delle identità personali» e perché «siamo disuguali, inteso “disuguaglianza” nel senso di diversità nelle condizioni di vita materiali». E l’eguaglianza – questo il punto centrale – si deve realizzare «a tutela delle differenze e in opposizione alle disuguaglianze». Siamo una comunità dalla parte dei più deboli. Delle donne, di chi è o si sente diverso, di chi è povero culturalmente e materialmente, di chi è marginale e periferico. Siamo una comunità antifascista.
Ha un prezzo questo? Sì, lo ha.
Nelle scorse settimane, per aver espresso un punto di vista culturale, per aver ammonito sulle conseguenze della manipolazione politica della storia, per aver denunciato la strumentalizzazione politica delle vittime delle Foibe, ho dovuto subire un accanito linciaggio mediatico. E voi con me: e ve ne domando scusa. Penso, tuttavia, che ne valga la pena. Nel programma di mandato mi sono impegnato a dedicare dodici aule ai soli dodici professori universitari che non giurarono fedeltà al fascismo, nel 1931: ho capito a mie spese quanto quell’idea fosse attuale. Se guardiamo a quella generazione, la resistenza che ci è richiesta, è ben poca cosa: non farla – per convenienza, viltà, malinteso amore di pace – sarebbe una vergogna imperdonabile.
Del resto, da storico dell’arte credo profondamente nella forza dei luoghi, nelle storie e nei destini che nei nomi dei luoghi sono iscritti.
Ebbene, la vita della nostra piccola università si muove tra due poli principali: “Rosselli” (questo plesso) e “Amendola” (il rettorato). Il nostro “noi” è piantato nel cuore della toponomastica antifascista: quelle vite, quegli ideali, quelle voci ci accolgono e vegliano su di noi.  
Carlo Rosselli, a cui è intitolato il piazzale che tutti abbiamo appena attraversato arrivando qua, è una figura altissima di professore, di intellettuale, di antifascista – di martire dell’antifascismo, ucciso insieme a suo fratello Nello in Francia nel 1937, per ordine di Mussolini. Tra le tante pagine che, negli articoli di Carlo Rosselli, sembrano scritte per noi ce n’è una (del 1934) che spiega a fondo cosa significhi essere antifascisti oggi (nel 2021), e cosa significhi esserlo da umanisti, e in una università per Stranieri: «Siamo antifascisti non tanto e non solo perché siamo contro quel complesso di fenomeni che chiamiamo fascismo; ma perché siamo per qualche cosa che il fascismo nega ed offende, e violentemente impedisce di conseguire. Siamo antifascisti perché in questa epoca di feroce oppressione di classe e di oscuramento dei valori umani, ci ostiniamo a volere una società libera e giusta, una società umana che distrugga le divisioni di classe e di razza e metta la ricchezza, accentrata nelle mani di pochi, al servizio di tutti. Siamo antifascisti perché nell’uomo riconosciamo il valore supremo, la ragione e la misura di tutte le cose, e non tolleriamo che lo si umilii a strumento di Stati, di Chiese, di Sette, fosse pure allo scopo di farlo un giorno più ricco e felice. Siamo antifascisti perché la nostra patria non si misura a frontiere e cannoni, ma coincide col nostro mondo morale e con la patria di tutti gli uomini liberi». La nostra patria è il mondo, e la nostra piccola comunità si autodetermina declinando questi valori altissimi nella gioia e nella fatica del lavoro di ogni giorno.
Nel Senato accademico (che si riunirà, nella sua nuova composizione, già il prossimo 19), nel Consiglio di Amministrazione, nel Consiglio di Dipartimento decideremo insieme come attuare tutte queste cose, esposte in dettaglio nel Programma di mandato e nel discorso con cui, l’8 giugno scorso, ho chiesto la vostra fiducia.

Ma, in questo giorno fausto, abbiamo qua molti ospiti e amici, e dunque nei prossimi minuti non vorrei parlare ancora di noi, bensì del nostro lavoro, continuando a riflettere sulle ultime parole del discorso di Pietro. Qual è, dunque, questo nostro lavoro?
È lo stesso della scuola: perché l’università, non mi stancherò di ripeterlo, è parte della scuola – è scuola. E quel lavoro è formare cittadini, e prima ancora persone: persone umane. Tutta l’università esiste per formare umani, anche Legge o Ingegneria non sfornano solo avvocati o ingegneri, ma formano o non formano esseri umani. Noi, poi, come umanisti siamo capaci solo di fare quello: se non lo facciamo più, siamo come il sale quando perde il suo sapore. Ma non possiamo farlo, questo lavoro, se non siamo umani noi stessi.
Un singolare paradosso – confessiamocelo. Se passiamo la vita a studiare humanities, e non riusciamo a diventare un poco umani, a cosa davvero abbiamo dedicato la vita? Per questo non si può separare ricerca e didattica, studio e insegnamento, biblioteca e aula: perché se ci separiamo dalla sorgente, siamo fontane aride. E per questo il governo dell’università, la sua organizzazione, non può mai diventare impersonale, spersonalizzata, astratta, burocratica. Non è un’azienda, non si ciba di numeri. Siamo una comunità di persone, in cui le persone vengono prima di ogni altra cosa. Siamo come l’orco della favola a cui Marc Bloch paragona lo storico: «Egli sa che là dove fiuta carne umana, là è la sua preda». Solo che non vogliamo mangiarla, la nostra preda: la vogliamo far vivere più intensamente. Più umanamente.
La prima cosa che dunque abita le nostre aule è il dubbio, il pensiero critico, la contestazione di ogni dogma, di ogni autorità – a partire dalla nostra. A partire da quella del rettore. La nostra deve essere un’università ribollente di letture tendenziose. È il titolo delle «parole dette [da Franco Antonicelli] per l’inaugurazione della Biblioteca dei portuali di Livorno», il 15 ottobre del 1967. Già, perché gli scaricatori di porto avevano voluto una loro biblioteca: strumento di riscatto e di liberazione. E Antonicelli, questo intellettuale singolarissimo e libero, quel giorno memorabile consigliò loro ciò che oggi vorrei consigliare alle studentesse e agli studenti della Stranieri: «Cercate sempre i libri che vi tormentano, cioè che vi conducono avanti, i libri che vi gettano lo scrupolo di coscienza: questi sono i libri, i libri non di fede accertata, ma di fede incerta. Questi sono i libri che un cittadino, un portuale che diventa, che è, che vuol essere più cittadino deve leggere».
Dobbiamo costantemente ricordare che la nostra ispirazione è questa fede incerta, piena di dubbi. Consapevole che abbiamo scelto questa vita e questa via, non perché pensiamo di sapere molto. Al contrario, l’abbiamo scelta perché sappiamo di non sapere. Ha detto la poetessa polacca Wislawa Szymborska, nel discorso di accettazione del Premio Nobel, nel 1996:

Ispirazione non è un privilegio esclusivo dei poeti o degli artisti in genere. C’è, c’è stato e sempre ci sarà un gruppo di individui visitati dall’ispirazione. Sono tutti quelli che coscientemente si scelgono un lavoro e lo svolgono con passione e fantasia. Ci sono medici siffatti, ci sono pedagoghi siffatti, ci sono giardinieri siffatti e ancora un centinaio di altre professioni. Il loro lavoro può costituire un’incessante avventura, se solo sanno scorgere in esso sfide sempre nuove. Malgrado le difficoltà e le sconfitte, la loro curiosità non viene meno. Da ogni nuovo problema risolto scaturisce per loro un profluvio di nuovi interrogativi. L’ispirazione, qualunque cosa sia, nasce da un incessante “non so” … A questo punto possono sorgere dei dubbi in chi mi ascolta. Allora anche carnefici, dittatori, fanatici, demagoghi in lotta per il potere con l’aiuto di qualche slogan, purché gridato forte, amano il proprio lavoro e lo svolgono altresì con zelante inventiva. D’accordo, loro “sanno”. Sanno, e ciò che sanno gli basta una volta per tutte. Non provano curiosità per nient’altro, perché ciò potrebbe indebolire la forza dei loro argomenti. E ogni sapere da cui non scaturiscono nuove domande, diventa in breve morto, perde la temperatura che favorisce la vita. Nei casi più estremi, come ben ci insegna la storia antica e contemporanea, può addirittura essere un pericolo mortale per la società. Per questo apprezzo tanto due piccole paroline: “non so”. Piccole, ma alate. Parole che estendono la nostra vita in territori che si trovano in noi stessi e in territori in cui è sospesa la nostra minuta Terra. Se Isaak Newton non si fosse detto “non so”, le mele nel giardino sarebbero potute cadere davanti ai suoi occhi come grandine e lui, nel migliore dei casi, si sarebbe chinato a raccoglierle, mangiandole con gusto. Se la mia connazionale Maria Sklodowska Curie non si fosse detta “non so”, sarebbe sicuramente diventata insegnante di chimica per un convitto di signorine di buona famiglia, e avrebbe trascorso la vita svolgendo questa attività, peraltro onesta. Ma si ripeteva “non so” e proprio queste parole la condussero, e per due volte, a Stoccolma, dove vengono insignite del premio Nobel le persone di animo inquieto ed eternamente alla ricerca.

È per proclamare questo «non so», è per questa fede incerta, vedete, che ho preferito non indossare la toga: e chiedo scusa se questo gesto può aver offeso qualcuno. Perché tra quei libri di fede incerta ne ho letti due (i Pensieri di Blaise Pascal e le Tre Ghinee di Virginia Woolf) che mettono in guardia dal rischio di trovare troppo certezze nelle vesti liturgiche dei poteri maschili. Il primo ha scritto che se «i magistrati possedessero la vera giustizia non saprebbero che farsene di quelle loro toghe rosse, dei loro ermellini, di cui s’ammantano come gatti villosi […] se i medici sapessero la vera arte per guarire, non avrebbero palandrane e pantofole, e berrette a quattro pizzi». E Virginia suggeriva che le coloratissime toghe delle università inglesi servissero a suscitare «competitività e invidia». Un recente, luminoso discorso delle allieve e degli allievi della Scuola Normale Superiore di Pisa, mia amata alma mater, ci ha di recente ricordato quanto questi sentimenti siano attivi, e distruttivi, nell’università prigioniera del mito dell’eccellenza. Dunque, non rifugiamoci nelle insegne che proclamano al mondo che siamo quelli che sanno. Preferiamo l’umiltà – cioè l’amorevole, francescana vicinanza alla terra – di chi sceglie come sua insegna il «non so».
Agli abiti, ai gesti, ai riti, ai pensieri che disegnano l’università come un clero separato dal mondo, preferiamo tutto ciò che ci restituisce al mondo, e al nostro lavoro per cambiarlo. Per questo accogliamo con gioia e gratitudine le bandiere delle diciassette contrade, il gonfalone della Regione Toscana e quello della Provincia: perché l’università si sente parte di una comunità civile, della sua storia, del suo desiderio di futuro. Siamo profondamente legati all’amatissima città di Siena, e alle sue istituzioni: qua oggi tra noi rappresentate dalla Balzana, il gonfalone civico che salutiamo con deferenza e con affetto. E desidero inviare il saluto più rispettoso e amichevole al Sindaco di Siena, che ha scelto di non essere presente tra noi.

Abitare il mondo significa ­ ­– ce lo insegnano le nostre studentesse e i nostri studenti – aver voglia di cambiarlo dalle fondamenta. E la lezione inaugurale, che tra poco ascolteremo, serve a non lasciare dubbi sulla direzione in cui vogliamo cambiarlo, il mondo.
Pietro ed io abbiamo chiesto a Cecilia Strada di aprire questo anno accademico, perché ci pare che Resq, «la nave degli italiani» che solca il Mediterraneo per salvare «esseri umani, leggi e diritti», della quale Cecilia è portavoce, sia tra le luci accese nell’eterna notte della Repubblica. Italiani che accolgono stranieri: e che per accoglierli li strappano al mare, perché non siano riconsegnati alle carceri libiche – a torture pagate con i soldi delle nostre tasse. Resq salva la nostra stessa identità: «Profugo … povero, ignoto, io vago fra i luoghi deserti di Libia / dall’Europa … respinto»: sono parole del primo canto dell’Eneide, a parlare è Enea. «Profugo … povero, ignoto, io vago fra i luoghi deserti di Libia / dall’Europa … respinto»: se questo è il mito fondativo di Roma, come potremmo essere più fedeli alla traditio, al passaggio di mano della cultura, se non con la presenza, la testimonianza, la parola di Cecilia Strada? Siamo stranieri in Italia: da sempre meticci, fusi, diversi, sangue misto, bastardi. Questa la nostra storia: questo il nostro progetto per il futuro. Questo, in una università in cui si impara a diventare stranieri, è davvero il nostro lavoro di ogni giorno.
La nave Resq dice di sé, lo abbiamo sentito, che salva non solo i corpi, ma anche le leggi. Già, le leggi. Oggi vorrei ricordare che costruendo le basi culturali per aprirci agli stranieri, la nostra università è dalla parte della legge, dell’ordine. È bene ricordarlo, in un’Italia in cui legge e ordine sembrano essere diventate bandiere di chi i migranti li sequestra sulle navi, o li vorrebbe affondare sui barconi.
Nadia Fusini – che oggi ci onora della sua presenza – mi ha regalato l’ancora inedita traduzione di un brano del Thomas More, questo dramma scritto nell’Inghilterra del primo Seicento da un collettivo di autori, uno dei quali fu nientemeno che William Shakespeare. E proprio in uno dei brani così evidentemente suoi, leggiamo parole che sembrano scritte per oggi. Tomaso Moro, cancelliere del regno, è chiamato a sedare il tumulto del popolo che vorrebbe cacciare gli stranieri che rubano il lavoro agli inglesi. Così si rivolge loro:

Diciamo che sono espulsi, e diciamo che questa vostra protesta
Giunga a ledere la maestosa dignità dell’Inghilterra.
Immaginate di vedere gli stranieri disgraziati,
Coi bambini sulle spalle, i loro miseri bagagli,
Arrancare verso i porti e le coste per imbarcarsi,
E voi assisi in trono, padroni ora dei vostri desideri,
L’autorità soffocata dalle vostre risse,
Voi, agghindati delle vostre opinioni,
Che avrete ottenuto? Ve lo dico io: avrete insegnato
A far prevalere l’insolenza e il pugno forte,
E come si annienta l’ordine. Ma secondo questo schema
Nessuno di voi arriverà alla vecchiaia:
Ché altri furfanti, in balìa delle loro fantasie,
Con quello stesso pugno, con le stesse ragioni, e lo stesso diritto,
Come squali vi attaccheranno, e gli uomini, pesci famelici,
Si ciberanno gli uni degli altri. […]
Volete calpestare gli stranieri,
Ucciderli, sgozzarli, impadronirvi delle loro case,
Mettere il guinzaglio alla maestà della legge
Per aizzarla poi come un cagnaccio. Ahimè! Diciamo che il Re,
Clemente col traditore pentito, rispondesse
In modo non commisurato alla vostra grande colpa,
Mettendovi al bando: dove ve ne andrete?
Quale paese, vista la natura del vostro errore,
Vi darà asilo? Che andiate in Francia o
Nelle Fiandre, in qualsiasi provincia germanica,
In Spagna o in Portogallo,
In qualunque luogo che non sia amico dell’Inghilterra:
Ebbene, lì sareste per forza stranieri. Vi piacerebbe forse
Trovare una nazione di temperamento così barbaro
Che scatenandosi con violenza inaudita,
Vi negasse rifugio sulla terra, anzi
Affilasse detestabili coltelli per le vostre gole,
Scacciandovi come cani, come se non fosse Dio
Che v’ha fatto e creato, come se gli elementi naturali
Non servissero anche ai vostri bisogni
Ma dovessero essere riservati a loro? Cosa pensereste
Di un simile trattamento? Questo è il caso degli stranieri,
Questa la vostra montagnosa disumanità.

Chi caccia lo straniero, chi lo perseguita, chi lo insulta distrugge la legge e l’unico ordine possibile, quello umano. Le parole di Shakespeare sono ancora più vere nell’Italia di oggi, retta da una legge fondamentale, la Costituzione del 1948, che fa del nostro comune essere persone umane il fondamento stesso di ogni legge. E, come vedete, dallo studio della storia e delle lingue, dalla filologia, dalla traduzione estraiamo continuamente, come da un tesoro, cose nuove e cose antiche.
Ecco, dunque, il nostro lavoro: tenere in tensione queste cose. L’antico e il nuovo, il passato e il presente: quella tradizione umanistica che ancora può renderci umani. «La nostra patria – ci ha ricordato Carlo Rosselli – non si misura a frontiere e cannoni, ma coincide col nostro mondo morale e con la patria di tutti gli uomini liberi». È un forte, fortissimo invito alla presenza. Ad essere presenti, contro ogni forma di indifferentismo.

Oggi siamo felici anche perché finalmente possiamo essere qua in presenza – pur conservando, come è doveroso, distanziamenti, mascherine, porte aperte e prudenza. Il nostro impegno è che questa presenza fisica sia segno e annuncio di una presenza morale, culturale, umana dell’Università per Stranieri: nella città di Siena, in Italia e in un mondo che, anche per noi, coincide con la patria di tutte le donne e di tutti gli uomini liberi.

Buon lavoro a tutte, e a tutti!

 


 

da qui

lunedì 1 giugno 2020

Sulla morte senza esagerare - Wislawa Szymborska



Non s’intende di scherzi,
stelle, ponti,
tessitura, miniere, lavoro dei campi,
costruzione di navi e cottura di dolci.
Quando conversiamo del domani
intromette la sua ultima parola
a sproposito.
Non sa fare neppure ciò
che attiene al suo mestiere:
né scavare una fossa,
né mettere insieme una bara,
né rassettare il disordine che lascia.
Occupata a uccidere,
lo fa in modo maldestro,
senza metodo né abilità.
Come se con ognuno di noi stesse imparando.
Vada per i trionfi,
ma quante disfatte,
colpi a vuoto
e tentativi ripetuti da capo!
A volte le manca la forza
di far cadere una mosca in volo.
Più d’un bruco
la batte in velocità.
Tutti quei bulbi, baccelli,
antenne, pinne, trachee,
piumaggi nuziali e pelame invernale
testimoniano i ritardi
del suo ingrato lavoro.
La cattiva volontà non basta
e perfino il nostro aiuto con guerre e rivoluzioni
e, almeno finora, insufficiente.
I cuori battono nelle uova.
Crescono gli scheletri dei neonati.
Dai semi spuntano le prime due foglioline,
e spesso anche grandi alberi all’orizzonte.
Chi ne afferma l’onnipotenza
è lui stesso la prova vivente
che essa onnipotente non è.
Non c’è vita
che almeno per un attimo
non sia stata immortale.
La morte
è sempre in ritardo di quell’attimo.
Invano scuote la maniglia
d’una porta invisibile.
A nessuno può sottrarre
il tempo raggiunto.

(Traduzione di Pietro Marchesani)

venerdì 20 luglio 2018

Perché sono dalla parte dei migranti africani - Antonella Sinopoli




Preferisco i paesi conquistati a quelli conquistatori – da Possibilità di Wislawa Szymborska.

Abbiamo sempre una possibilità, tutti. Solo che le possibilità non sono le stesse per tutti. Non sono generate dalla stessa valvola di ottimismo, dalla stessa speranza di successo o dalle medesime condizioni di partenza. Alcune sono possibilità indotte, provocate da spinte esterne di cui noi siamo solo un organismo debole che le subisce e le consuma.
Ma è sulla base delle possibilità, della possibilità di scelta, che si misura la giustizia, che si misurano i diritti umani, che si misura la veridicità o meno di quei Trattati internazionali e di quelle parole che tanto hanno gioco nelle dichiarazioni di chi in questi ultimi anni e nei secoli scorsi ha giustificato i crimini più orrendi.
In nome della civilizzazione prima e della democrazia poi, la forte Europa e gli Stati Uniti hanno disumanizzato l’umanità. L’altra umanità. Prima occupandone i territori, poi sradicando milioni di persone (Tratta Atlantica) utilizzate per costruire il proprio benessere economico e sociale e ancora – negli anni successivi alla decolonizzazione – attuando da un lato politiche di aggiustamento strutturale che avrebbero strangolato e tolto autonomia alle economie africane e dall’altro avviando una serie di accordi per tenere in piedi dittature e governi repressivi che però garantivano agli Stati e alle compagnie occidentali lo sfruttamento delle risorse interne. Risorse senza le quali l’Europa subirebbe una crisi per più ampia e letale che quella degli immigrati.
Il problema è che il saccheggio dell’Africa continua, a cominciare dal furto della terra. Una delle motivazioni – o forse la principale – a quella migrazione economica che viene spesso citata come se fosse un crimine anziché una condizione sociale dei nostri tempi.
Sono cose risapute? Non mi pare. Lo conferma la dialettica superficiale che in questo periodo sta circondando la questione migrazione. Ora che questo “strano” Governo ha sdoganato fascismo e razzismo si è scatenata non solo “la caccia al negro” ma anche una compulsiva gara a dire la propria sugli immigrati. Si dice così tanto – ma nello stesso tempo così poco visto la banalità delle frasi slogan – che verrebbe voglia di chiudersi in un silenzio catartico e “riparatore”.
Ma questo non è possibile, non è una possibilità che va presa in considerazione. Proprio oggi, proprio adesso è il tempo di parlare, reagire, contrastare l’onda sporca che continua a lasciare melma sulla spiaggia, pulire, ordinare.
Nella fretta di buttare fuori l’odio che covava dentro abbiamo perso un’occasione, quella di “usare” il fenomeno migratorio per avviare un’utile riflessione collettiva. Una riflessione che andava fatta a livello politico, nelle scuole, nei libri di testo, nei teatri, nelle discussioni tra amici.
Sarebbe stata una riflessione che avrebbe rispolverato la Storia e che avrebbe potuto anche, e finalmente, aprirci alla Storia e alla conoscenza delle culture africane. Perché, insomma, la verità è che permane il concetto hegeliano che l‘Africa non ha Storia, gli africani sono selvaggi e devono ringraziare la tratta se sono entrati nella civilizzazione.
Si era in pieno Secolo dei Lumi e questo potrebbe almeno farci riflettere su quanto le nostre valutazioni siano così poco razionali, illuminate, assolute. Direi, semmai, imperfette. O anche errate.
E si potrebbe anche magari essere pietosi di tanta ignoranza e supponenza (Hegel, per esempio, non aveva mai messo piede in Africa, come – cambiando tema – non ce l’aveva mai messo il feroce Leopoldo II, re del Belgio il cui sfruttamento del Congo fece 10 milioni di vittime in 23 anni). Ma no, essere pietosi dell’ignoranza non si può. L’ignoranza è pericolosa e maligna. Soprattutto quella di chi sfoggia titoli accademici.
Il veleno che sta in un titolo del genere: “Sì, c’è un abisso tra noi e gli africani. L’Occidente ha una cultura superiore” è pari solo alle assurdità del testo: “È l’abisso tra la civiltà occidentale cristiana e il resto del mondo, non solo l’Africa. I diritti dell’uomo, universali e inalienabili, le libertà personali, il valore di ogni vita, questa è la tradizione occidentale. Dall’altra parte invece c’è una tradizione di diritti legati agli status, a sua volta determinati principalmente da fattori quali il sesso e l’anzianità di nascita, quindi una tradizione di discriminazioni e limitazioni delle libertà personali: in Africa il tribalismo, in India le caste, dappertutto l’inferiorità e lo sfruttamento di donne e bambini.”
A chi afferma simili fandonie ricordiamo che la prima Carta dei Diritti Umani, la Carta di Manden, fu elaborata in Africa. Era il 1236. Nella Carta si stabilisce tra l’altro il diritto alla vita e i diritti delle donne. Non a caso è stata riconosciuta come uno dei primi esempi, se non il primo – di Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo. Ricordiamo anche che riguardo alle tribù esistono fior fiore di ricerche sul ruolo che le potenze occidentali ebbero nello stabilire divisioni e fratture e la supremazia di alcune popolazioni su altre allo scopo di controllare meglio i possedimenti coloniali. Divide et impera. Per inciso anche in Italia esiste un sistema delle caste su base sociale e di potere: politici, medici, manager, giornalisti…
Chi parla spesso non conosce le società africane, non sa nulla. Non sa nulla neanche chi ha detto nei giorni scorsi (non ha neanche senso citarlo): “il futuro degli africani è in Africa“.
E allora il futuro di chi l’ha detto è in Italia, non negli Stati Uniti dove si trova ora. Allora è in Italia il futuro degli oltre 124mila italiani che nel 2016 sono emigrati all’estero. E allora è nel loro Paese di nascita il futuro di tutti quegli imprenditori o studenti o lavoratori che hanno aperto aziende, che lavorano, che vivono in Africa. Me compresa. Ma no, noi siamo viaggiatori, noi siamo espatriati, noi siamo intraprendenti e coraggiosi.
Forse, semplicemente noi abbiamo quella famosa possibilità. E abbiamo passaporti e l’accesso ad una politica dei visti e della mobilità che praticamente ci apre le porte al mondo intero. Una politica dei passaporti e dei visti formulata dall’Occidente e che mirava sempre di più a creare barriere, a dividere il mondo tra privilegiati e poveri Cristi, e che alimenta di fatto il mercato degli esseri umani e i viaggi disperati attraverso il Mediterraneo.
Ma noi non rientriamo nel novero dei morti di fame, non siamo mai un numero, non siamo mai quelli da fotografare e mettere sui giornali senza rispetto né pietà. Noi andiamo a portare lavoro, civiltà, occasioni (così dicono). Noi siamo superiori, la nostra cultura è superiore, come si legge in quel bel titolo di giornale.
Siamo tanto superiori che invece di guardare e studiare le cause di un fenomeno ci limitiamo a guardarne gli effetti, che invece di verificare cosa c’è dietro gli slogan ce li stampiamo sulla fronte. Che invece di chiedere “perché” attacchiamo chi non si arrende a questa carica di pressappochismo con il termine “buonista” che poi, alla fine, sta per fesso. Anzi, più che fesso “nemico”. Vuol dire creare delle nette divisioni: con me o contro di me.
C’è un momento in cui la maggioranza (o quella che sembra esserlo) deve far paura. E in questo momento siamo già dentro.
La voglia di tacere alle frasi d’odio o alle immagini e ai video manipolati o tagliati ad arte per accreditare certe teorie è grande perché per resistere ci vogliono energie, ci vuole continua attenzione, ci vuole studio. La voglia di spegnere tutto e attendere (e sperare) che il marcio defluisca è forte. Ma il nostro compito è un altro.
Il nostro compito è fare informazione, provocare magari riflessioni e voglia di  approfondire. Trovare le parole di questi tempi non è facile ma quelle che sicuramente non useremo e non avalleremo mai sono quelle legate alla mancanza di conoscenza, all’odio preconcetto, ai complottismi vari.
Oggi, più che mai c’è bisogno di resistenza e resilienza. Stiamo dimostrando quanto sia facile cadere nella barbarie istituzionalizzata, nella barbarie che si ammanta di “superiorità, sapere e civiltà”, nella barbarie che urla contro i deboli incitata da leader/capipopolo.
E allora perché sono dalla parte dei migranti? Non perché rifiuto politiche adeguate sui flussi migratori, non perché sono paladina degli africani – anzi vivendo in un Paese africano ho sviluppato una certa dose di criticità nei confronti di chi si dice “innamorato dell’Africa“. Non perché sono “buonista” (che poi, ripeto, sta per fessa), e non perché magari ho delle idee politiche anziché altre.
Sono dalla parte dei migranti perché la prima schiavitù è la povertà e la povertà più subdola è non avere futuro.
Sono dalla parte dei migranti perché determinati diritti sono universali e l’universalità non si ferma all’Europa o all’America del Nord. Perché ogni volta che prendo un aereo penso che sono fortunata. Perché le mie possibilità non sono circoscritte a un gommone, a qualche ONG o alla Guardia costiera che mi tira fuori dalle onde. Perché penso che migrare non è e non debba essere considerato un privilegio di pochi, una iattura o l’ultima spiaggia ma è un diritto – un diritto universale.
Sono dalla parte dei migranti, dunque, perché migrare è un diritto come è un diritto non essere costretti a migrare. Migrare è una scelta.
E ancora: sono dalla parte dei migranti perché al loro posto potrei esserci io, e con i tempi che corrono non è detto che non potrebbe avvenire. Nessun luogo è sicuro, per nessuno.
Sono dalla parte dei migranti perché mi fanno terrore i muri, fili spinati, e anche le frontiere stabilite dall’uomo. E il pensiero che c’è dietro.
Sono dalla parte dei migranti perché vorrei vedere qualcuno di coloro che li rifiutano e ne hanno paura mostrare solo un’oncia di quel coraggio e di quella forza che occorre per affrontare l’incognito. Per lasciare il proprio mondo, prendere rotte assurde nel deserto e in mare, farsi trattare come animali dai trafficanti, poi dagli “alleati” libici, poi da chi li usa per fare contrattazioni sulla loro pelle.
Sono dalla parte dei migranti perché una società senza diversità, asfittica, vecchia e che si guarda l’ombellico, è già morta.
Sono dalla parte dei migranti perché non sarò mai dalla parte di chi usa il potere e la forza per controllare altri uomini e controllarne le libertà. Sono dalla parte dei migranti perché sono una migrante anch’io (privilegiata, però).
Sono dalla parte dei migranti perché chi fa gare di forza usando i deboli è meschino e vigliacco. La politica è un’altra cosa.
Sono dalla parte dei migranti perché da quelli che non li vogliono vorrei sentire argomentazioni supportate dalla conoscenza.
Sono dalla parte dei migranti perché non si è superiori né per censo, né per razza, né per religione (semmai si è fortunati).
Sono dalla parte di migranti perché abbiamo prosperato grazie a 12 milioni di schiavi e poi allo sfruttamento delle risorse del sottosuolo africano. E continuiamo.
Sono dalla parte dei migranti perché la retorica dell'”aiutiamoli a casa loro” nasconde “controlliamoli e rinchiudiamoli a casa loro” e quindi dovrebbe essere sostituita con “lasciamoli a casa loro“. Smettiamola di credere che dobbiamo ancora salvare e civilizzare l’Africa, abbandoniamo il paternalismo che ci sta incollato nel DNA, cominciamo a trattare gli africani come eguali e, infine, ammettiamo sinceramente che l’Africa ci fa un gran comodo: a chi sfrutta le sue risorse, a chi ci va per rifarsi una vita, a chi ha bisogno di esotismo e selfie con i bambini neri, le palme e il cocco, da esibire sui social.
Sono dalla parte dei migranti perché esiste un concetto che si chiama “giustizia sociale” e io ci credo.
Sono dalla parte dei migranti perché la parola clandestino viene utilizzata con disprezzo ed è usata ad arte per generare una discriminazione nei diritti sulla base di legislazioni che sfavoriscono una parte del mondo ma non un’altra.
Sono dalla parte dei migranti perché è da incoscienti e disinformati addossare le colpe del deterioramento dello stato sociale in Italia a poche migliaia di persone che anzi a volte vengono utilizzati come manodopera a costo pari quasi a zero a vantaggio altrui nella totale indifferenza dello Stato italiano. Lo stesso dicasi per il refrain “ci rubano il lavoro, ci rubano le case“. I politici opportunisti che guidano e hanno guidato questo Paese ci sguazzano in questa incapacità – o mancanza di volontà – di mettere a fuoco il reale problema.
Sono dalla parte dei migranti perché il nero brutto cattivo strupratore e criminale equivale al bianco brutto cattivo stupratore e criminale.
Sono dalla parte dei migranti perché spero che i leader africani smettano di gestire lo Stato e i suoi beni – ma avviene solo lì? – come un affare privato e non pubblico.
Sono dalla parte dei migranti perché l’arroganza di certi leader africani è pari a quella di certi nostri leader.
Sono dalla parte dei migranti perché vorrei vedere i capi di Stato africani sedersi ai tavoli con i rappresentanti dei loro cittadini più che con i rappresentanti degli Stati europei e delle multinazionali.
Sono dalla parte dei migranti perché sono merce di scambio tra i leader africani e noi che andiamo a contrattare il controllo dei flussi migratori con denaro che raramente serve per attuare politiche del lavoro per i cittadini africani. Nella realtà tale denaro viene usato per incrementare la sicurezza (o la brutalità dei controlli) alle frontiere e le tasche delle élite politica locale.
Ci sono molti altri motivi perché sono dalla parte dei migranti. Ma finisco con questo: non è dove c’è odore di profumo ma dove c’è puzza di marcio che si capisce come è fatto il mondo, come sono fatti gli esseri umani. E questo vale ovunque.

giovedì 7 dicembre 2017

Figli dell’epoca - Wislawa Szymborska

Siamo figli dell’epoca,
l’epoca è politica.
Tutte le tue, nostre, vostre
faccende diurne, notturne
sono faccende politiche.
Che ti piaccia o no,
i tuoi geni hanno un passato politico,
la tua pelle una sfumatura politica,
i tuoi occhi un aspetto politico.
Ciò di cui parli ha una risonanza,
ciò di cui taci ha una valenza
in un modo o nell’altro politica.
Perfino per campi, per boschi
fai passi politici
su uno sfondo politico.
Anche le poesie apolitiche sono politiche,
e in alto brilla la luna,
cosa non più lunare.
Essere o non essere, questo è il problema.
Quale problema, rispondi sul tema.
Problema politico.
Non devi neppure essere una creatura umana
per acquistare un significato politico.
Basta che tu sia petrolio,
mangime arricchito o materiale riciclabile.
O anche il tavolo delle trattative, sulla cui forma
si è disputato per mesi:
se negoziare sulla vita e la morte
intorno a uno rotondo o quadrato.
Intanto la gente moriva,
gli animali crepavano,
le case bruciavano e i campi inselvatichivano
come nelle epoche remote
e meno politiche.
(Traduzione di Pietro Marchesani)

martedì 30 maggio 2017

La cortesia dei non vedenti - Wislawa Szymborska




La cortesia dei non vedenti - Wislawa Szymborska

Il poeta legge le poesie ai non vedenti.
Non pensava fosse così difficile.
Gli trema la voce. 
Gli tremano le mani.

Sente che ogni frase
è qui messa alla prova dell'oscurità.
Dovrà cavarsela da sola,
senza luci e colori.

Un'avventura rischiosa
per le stelle dei suoi versi,
e l'aurora, l'arcobaleno, le nuvole, i neon, la luna,
per il pesce finora così argenteo sotto il pelo dell'acqua,
e per lo sparviero, così alto e silenzioso nel cielo.

Legge - perché ormai è troppo tardi per non farlo-
del ragazzo con la giubba gialla in un prato verde,
dei tetti rossi, che puoi contare, nella valle,
dei numeri mobili sulle maglie dei giocatori
e della sconosciuta nuda sulla porta schiusa.

Vorrebbe tacere - benché sia impossibile-
di tutti quei santi sulla volta della cattedrale,
di quel gesto d'addio al finestrino del treno,
di quella lente del microscopio e del guizzo di luce dell'anello
e degli schermi e degli specchi e dell'album dei ritratti.

Ma grande è la cortesia dei non vedenti, 
grande la comprensione e la generosità.
Ascoltano, sorridono e applaudono.

Uno di loro persino si avvicina
con il libro aperto alla rovescia,
chiedendo un autografo che non vedrà.

martedì 3 maggio 2016

L'odio - Wisława Szymborska


Guardate com’è sempre efficiente,
come si mantiene in forma
nel nostro secolo l’odio.
Con quanta facilità supera supera gli ostacoli.
Come gli è facile avventarsi, agguantare.
Non è come gli altri sentimenti.
Insieme più vecchio e più giovane di loro.
Da solo genera le cause
che lo fanno nascere.
Se si addormenta, il suo non è mai un sonno eterno.
L’insonnia non lo indebolisce ma lo rafforza.
Religione o non religione –
purché ci si inginocchi per il via
Patria o no-
purché si scatti alla partenza.
Anche la giustizia va bene all’inizio.
Poi corre tutto solo.
L’odio. L’odio.
Una smorfia di estasi amorosa
gli deforma il viso.
Oh, quegli altri sentimenti –
malaticci e fiacchi!
Da quando la fratellanza
può contare sulle folle?
La compassione è mai
arrivata per prima al traguardo?
Il dubbio quanti volenterosi trascina?
Lui solo trascina, che sa il fatto suo.
Capace, sveglio, molto laborioso.
Occorre dire quante canzoni ha composto?
Quante pagine ha scritto nei libri di storia?
Quanti tappeti umani ha disteso
su quante piazze, stadi?
Diciamoci la verità:
sa creare bellezza
Splendidi i suoi bagliori nella notte nera
Magnifiche le nubi degli scoppi nell’alba rosata.
Innegabile è il pathos delle rovine
e l’umorismo grasso
della colonna che vigorosa le sovrasta.
È un maestro del contrasto
tra fracasso e silenzio
tra sangue rosso e neve bianca.
E soprattutto non lo annoia mai
il motivo del lindo carnefice
sopra la vittima insozzata.
In ogni istante è pronto a nuovi compiti.
Se deve aspettare aspetterà.
Lo dicono cieco. Cieco?
Ha la vista acuta del cecchino
e guarda risoluto al futuro.
– lui solo.

venerdì 29 aprile 2016

C'è chi - Wislawa Szymborska

C'è chi meglio degli altri realizza la sua vita.
E' tutto in ordine dentro e attorno a lui.
Per ogni cosa ha metodi e risposte.

E' lesto a indovinare il chi il come il dove
e a quale scopo.

Appone il timbro a verità assolute,
getta i fatti superflui nel tritadocumenti,
e le persone ignote
dentro appositi schedari.

Pensa quel tanto che serve,
non un attimo di più,
perché dietro quell'attimo sta in agguato il dubbio.

E quando è licenziato dalla vita,
lascia la postazione
dalla porta prescritta.

A volte un po' lo invidio
- per fortuna mi passa.

mercoledì 13 aprile 2016

Disattenzione - Wislawa Szymborska

Ieri mi sono comportata male nel cosmo.
Ho passato tutto il giorno senza fare
domande,
senza stupirmi di niente.
Ho svolto attività quotidiane,
come se ciò fosse tutto il dovuto.
Inspirazione, espirazione, un passo dopo
l’altro, incombenze,
ma senza un pensiero che andasse più in là
dell’uscire di casa e del tornarmene a casa.
Il mondo avrebbe potuto essere preso per
un mondo folle,
e io l’ho preso solo per uso ordinario.
Nessun come e perché –
e da dove è saltato fuori uno così –
e a che gli servono tanti dettagli in movimento.
Ero come un chiodo piantato troppo in
superficie nel muro
(e qui un paragone che mi è mancato).
Uno dopo l’altro avvenivano cambiamenti
perfino nell’ambito ristretto d’un batter
d’occhio.
Su un tavolo più giovane da una mano d’un
giorno più giovane
il pane di ieri era tagliato diversamente.
Le nuvole erano come non mai e la pioggia
era come non mai,
poiché dopotutto cadeva con gocce diverse.
La terra girava intorno al proprio asse,
ma già in uno spazio lasciato per sempre.
E’ durato 24 ore buone.
1440 minuti di occasioni.
86.400 secondi in visione.
Il savoir-vivre cosmico,
benché taccia sul nostro conto,
tuttavia esige qualcosa da noi:
un po’ di attenzione, qualche frase di Pascal
e una partecipazione stupita a questo gioco

con regole ignote.