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venerdì 25 agosto 2023

Riace resiste - Emilio Sirianni

 

Oramai quattro anni fa parlavo di miracoli a Riace (https://volerelaluna.it/in-primo-piano/2019/05/13/riace-qui-si-fanno-miracoli/) e siamo ancora qui a sperare in quello più grande. Di questo borgo e del suo sindaco (per sempre suo sindaco, per me e migliaia di altri in mezzo mondo) ho, da allora, evitato di scrivere e parlare in pubblico e adesso me ne vergogno. Ho evitato di farlo per vicende personali che hanno messo scompiglio nel mio lavoro e nella mia famiglia (https://volerelaluna.it/in-primo-piano/2023/07/19/un-giudice-pericoloso-o-un-ritorno-agli-anni-50/), ma non avrei dovuto. A fronte dei prezzi che si pagano in giro per difendere diritti come quello che ora esercito, un privilegiato come me, ben sistemato nella piccola parte privilegiata del mondo, avrebbe dovuto mostrare più coraggio. Proverò, da oggi, a rimediare.

Riace resiste ancora, questa è la buona notizia. Non parlo certo dell’amministrazione comunale, in mano alla Lega (quella che ieri tappezzava la Lombardia di cartelli contro i terroni e oggi lavora per scipparci, con l’autonomia differenziata, quel po’ di sanità, istruzione e welfare rimasti) che ha potuto conquistare il comune solo grazie alla magistratura e vi rimane avvinghiata, mentre gli anni scorrono e il cemento sulla costa pure. Parlo del borgo, instancabilmente percorso dal sindaco Lucano insieme a donne e uomini che accorrono a sostenerne il sogno. E che erano qui anche nei giorni scorsi per l’avvio dell’Estate del Villagio Globale, che prosegue e si concluderà il 18 agosto con un concerto di Eugenio Bennato.

Il borgo, le cui case (prive di agibilità, come segnalarono gli accigliati ispettori prefettizi: al pari del Tribunale, come ebbe a ricordar loro un magistrato che ne fu presidente) di emigrati nelle Americhe, concesse in fitto o in dono alle associazioni e restaurate in economia ancora accolgono una quarantina di famiglie di migranti richiedenti asilo. Grazie alle centinaia di migliaia di euro raccolti dall’associazione di Luigi Manconi. Inizialmente destinate a pagare le pesanti sanzioni pecuniarie inflitte a Lucano, che ha rifiutato di prenderli a tale scopo preferendo usarli per ospitare ancora.

Il borgo, dove Alex Zanotelli, missionario comboniano e profeta, conduce e raccoglie il suo piccolo gregge di boy scout, fra mille lavoretti di manutenzione, installazione di teepee e preghiere. Il borgo, dove i ragazzi di “Spostiamo mari e monti” continuano ogni anno a venire da Torino e Nichelino (luoghi superstiti in cui parole come socialismo e fraternità conservano un senso) per “impastare umanità”, donando a tutti il loro pane fragrante e profumato che sa di resistenza.

Il borgo, le cui strade e la cui storia ha percorso Donata Marrazzo per realizzare quel magnifico podcast in cui raccoglie decine di profonde e commoventi testimonianze di quel che Riace è stato e il mondo intero ha visto, ma non i giudici. Podcast intitolato con le parole che Lucano ha dedicato ai delitti di cui è accusato: “rifarei tutto” (https://www.spreaker.com/show/rifarei-tutto). Il borgo, in cui la luce arriva ancora nelle case dei migranti grazie a un altro di quei mille miracoli che genera: l’istituzione di una raccolta permanente di fondi che alcune belle persone di Bologna hanno messo in piedi chiamandola “diamo luce a Riace” (https://www.riacestoriasbagliata.org/la-raccolta-fondi/: c’è anche l’IBAN per contribuire…).

Il borgo, dove nelle giornate del 5 e 6 agosto abbiamo potuto ascoltare Luigi Ferrajoli, uno che fra i giuristi non ha bisogno di presentazioni (per gli altri basti dire che è uno dei più noti e importanti filosofi del diritto del mondo). Ferrajoli, venuto a parlarci della “Costituzione della terra”, non l’utopia, ma il solo realismo che ci è dato. Il realismo di chi vede, come noi tutti, i “crimini di sistema” costituiti dalla “terza guerra mondiale a pezzi”, dalla folle corsa agli armamenti, dalle diseguaglianze abissali e intollerabili (https://volerelaluna.it/materiali/2023/01/19/la-disuguaglianza-non-conosce-crisi/), dagli sfregi quotidiani a diritti, libertà e dignità in ogni angolo del mondo, dai cambiamenti climatici che legittimano il nome di antropocene dato a quest’era geologica che potrebbe esser l’ultima per l’umanità (https://volerelaluna.it/ambiente/2023/08/01/contro-lantropocentrismo-il-creato-non-e-solo-per-luomo/). Il realismo di chi, però, è anche in grado di regalarci una visione. L’ultima, probabilmente, cui aggrapparsi: quei 100 articoli della bozza di Costituzione della terra, che egli ci propone (L. Ferrajoli, Per una costituzione della terra, Feltrinelli, 2022), sollecitandoci a farne agenda di lotta culturale e politica dal basso in ogni luogo del mondo in cui vi è ancora resistenza. Ferrajoli, venuto a parlarci anche del processo a Lucano, con parole taglienti e nette come acciaio. Il più clamoroso esempio di processo offensivo – ci ha detto – nell’accezione datane da Beccaria. In cui il giudice non attende all’imparziale ricostruzione dei fatti, ma cerca nell’imputato le stimmate della colpa, dando rilevanza solo a ciò che la conferma e scartando tutto ciò che la nega, sentendosi perso se non riesce a perderlo. Un processo che a lui ha portato alla mente quello di Socrate, il quale sapeva che i suoi giudici sarebbero stati ben lieti di assolverlo se avesse fatto abiura delle proprie idee e della propria storia, ma non aveva intenzione di farlo, conscio che la sua condanna sarebbe stata la loro condanna. Come puntualmente avvenne. Esattamente quel che ci dice Lucano, con il suo “rifarei tutto”, terribile monito per noi giudici.

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venerdì 28 luglio 2023

Un Consiglio superiore della magistratura che piace al Governo - Domenico Gallo

 

Della decisione del Consiglio superiore della magistratura di non confermare il giudice Emilio Sirianni nel proprio incarico già si è detto su queste pagine (https://volerelaluna.it/in-primo-piano/2023/07/19/un-giudice-pericoloso-o-un-ritorno-agli-anni-50/) ma qualche ulteriore rilievo e una contestualizzazione si impongono.

Si è da poco conclusa l’avventura umana di Silvio Berlusconi, ma appena celebrati i funerali è ripreso a soffiare fortissimo il vento del berlusconismo. Il Governo, avendo il ministro Nordio come uomo di punta, ha ripreso il percorso di manipolazione del giudiziario che Berlusconi aveva perseguito, con alterne vicende, in tutta la sua carriera politica. L’asse portante del percorso è quello di neutralizzare il controllo giudiziario rispetto agli abusi dei ceti dirigenti, politici, affaristici o imprenditoriali. In altre parole depotenziare l’incisività dello strumento penale nei confronti dei reati dei c.d. “colletti bianchi” e allargare l’area dell’impunità di fatto per le “persone perbene” (https://volerelaluna.it/commenti/2023/06/26/il-pacchetto-nordio-e-la-giustizia-dopo-berlusconi/), realizzando le opportune riforme di sistema.

È ritornato così prepotentemente d’attualità il mito dello scontro Magistratura-potere politico (https://volerelaluna.it/in-primo-piano/2023/07/14/la-vicenda-giudiziaria-del-sottosegretario-delmastro-e-uno-scandalo-che-non-ce/). Ha cominciato il Ministro Nordio, che da Taormina, irritato per le critiche ricevute alla sua miniriforma, ha imposto all’Associazione magistrati di tacere, accusandola di interferenza indebita nell’azione di governo. È curioso che alla caduta del fascismo il Ministro liberale dell’epoca Arangio Ruiz, con una circolare del 6 giugno 1944, abbia restituito ai magistrati il diritto di esprimersi liberamente e di partecipare alla vita politica, che Mussolini aveva cancellato, mentre adesso la libertà di espressione viene guardata nuovamente in cagnesco da un Ministro che si autodefinisce “liberale”. Ma il problema rimane pur sempre il controllo giudiziario esercitato nei confronti dei ceti dirigenti. Così nella giornata di giovedì 6 luglio è stata diffusa una nota di “fonti di Palazzo Chigi” nella quale si contestava l’operato della magistratura nei casi Dalmastro e Santanchè, affermando che «è lecito domandarsi se una fascia della magistratura abbia scelto di svolgere un ruolo attivo di opposizione. E abbia deciso così di inaugurare anzitempo la campagna elettorale per le elezioni europee». Alle dichiarazioni non firmate arrivate dalla presidenza del Consiglio sono seguite anche due note da parte di fonti del ministero della Giustizia, che proprio alla luce dei due casi giudiziari che stanno mettendo in difficoltà il Governo evocava la riforma del giudiziario. Bene ha reagito il Presidente dell’Anm Giuseppe Santalucia, respingendo al mittente le accuse e mettendo in evidenza che lo scontro è a senso unico: è la politica che attacca la magistratura.

Il punto dolente è lo scandalo del “potere diviso”, cioè quello snodo insuperabile di pluralismo istituzionale rappresentato dal sistema di indipendenza del potere giudiziario che, secondo il disegno costituzionale, non può essere assoggettato né condizionato dall’esercizio dei poteri politici di governo, né da nessun altro potere. Il controllo di legalità effettuato da una magistratura indipendente da ogni altro potere è la principale garanzia per la tutela dei diritti fondamentali che la Costituzione riconosce come inviolabili. Inutile dire che da diversi decenni la politica vuole mettere fine a questo scandalo del potere diviso che, in linea di principio, è inaccettabile per tutti gli ordinamenti fondati su una concezione monista del potere. Nel libro Magistrati, pubblicato nel 2009, Luciano Violante richiama la concezione della magistratura formulata quattro secoli prima dal filosofo inglese Francis Bacon, secondo il quale: «I giudici devono essere leoni, ma leoni sotto il trono». In altre parole l’esercizio della funzione giudiziaria deve essere reso compatibile con l’esercizio del potere politico sovrano. Non v’è dubbio che il modello di giudice, leone sotto il trono, è quello preferito dal nostro sistema politico. I leoni sotto il trono sono feroci verso chi è sgradito al Sovrano (vedi il caso Lucano), ma all’occorrenza questi leoni si trasformano in cagnolini quando si trovano di fronte agli abusi del Sovrano: certamente al leone sotto il trono non verrà mai in mente di mordere la mano del padrone.

Questa concezione dei magistrati come “leoni sotto il trono” è presente in ampi settori della magistratura associata, specialmente nella corrente conservatrice di cui fu segretario Cosimo Ferri, le cui qualità furono molto apprezzate dal mondo politico che lo chiamò a esercitare la funzione di sottosegretario alla Giustizia, mantenuta sotto tre differenti governi. Non è un caso che i collaboratori del ministro Nordio provengano quasi tutti da quel gruppo. Così nello scontro politica-magistratura, per quanto l’Anm, con il suo presidente, si sforzi di tenere la barra dritta lungo la rotta della Costituzione, il corpo dei magistrati non si presenta compatto nel difendere le garanzie costituzionali. Se il ministro Nordio sogna di applicare il Berufsverboten (cioè l’esclusione dei soggetti di idee radicali o “estremiste”) al corpo dei magistrati, senza riuscirci perché – purtroppo per lui – c’è la Costituzione, all’interno della magistratura si è levato un vento di normalizzazione che porta ad applicare a se stessa il Berufsverboten, anticipando il potere politico.

È in questo contesto che si colloca la mancata conferma nell’incarico di presidente della Sezione lavoro della Corte d’appello di Catanzaro del giudice Sirianni, reo di aver usato espressioni critiche e duri giudizi nei confronti di un prefetto, di un ministro dell’Interno e di un noto magistrato in alcune conversazioni private con l’allora sindaco di Riace, Mimmo Lucano, del quale era amico e con cui condivideva l’impostazione dell’esperienza di accoglienza dei migranti conosciuta in tutto il mondo come “modello Riace”. La vicenda, come già si è detto in queste pagine, è illuminante. Pur in presenza di conversazioni private, destinate a restare tali e diventate pubbliche sol perché intercettate nel procedimento penale a carico di Mimmo Lucano e divulgate (ancorché non utilizzate nel processo siccome irrilevanti) da un quotidiano incline alla caccia alle “toghe rosse”, Sirianni – dopo l’(ovvia) archiviazione di un processo penale, di un processo disciplinare e di una procedura di trasferimento d’ufficio per incompatibilità ambientale – è stato “processato”in sede associativa per violazione del codice etico, evitando la censura solo perché la proposta non ha raggiunto il quorum di voti necessario nel Comitato direttivo centrale. Ma il segnale più grave è venuto, appunto, dal Consiglio superiore della magistratura, l’organo deputato, per Costituzione, a tutelare il corretto e indipendente esercizio della giurisdizione che, chiamando in causa le conversazioni intercorse con Lucano, ha negato a Sirianni la conferma nella funzione semidirettiva ricoperta. Per tale conferma, la legge prevede che, oltre alla verifica della capacità organizzativa, siano esaminate «la competenza tecnica, l’autorevolezza culturale e l’indipendenza da impropri condizionamenti, espresse nell’esercizio delle funzioni». Avendo verificato tali requisiti il Consiglio giudiziario di Catanzaro aveva espresso, per due volte e all’unanimità, parere positivo. Non così il Csm. Eppure la conferma o il diniego di conferma in un incarico direttivo o semidirettivo è, di norma, una questione di ordinaria amministrazione, che attiene al controllo delle capacità professionali e di equilibrio del magistrato nello svolgimento del suo lavoro mentre non ha nulla a che vedere con il controllo del profilo culturale, dei sentimenti o delle opinioni espresse dal magistrato in conversazioni private, ove non si riferiscano espressamente all’attività del proprio ufficio. In questo caso invece, attraverso un banale provvedimento amministrativo, è stata realizzata una grave discriminazione politico-culturale. Di fatto è stata istituita una sorveglianza sui magistrati che esprimano idee sgradite al potere o al mainstream politico-culturale.

Inutile dire che, se passerà questa linea interna alla magistratura, Nordio e Meloni tireranno un sospiro di sollievo. Il Berufsverboten i magistrati se lo applicheranno da soli!

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martedì 25 luglio 2023

Un giudice “pericoloso” o un ritorno agli anni ’50? - Livio Pepino

 

Era il 22 novembre 1957 quando la Corte disciplinare di Roma censurò il giudice Dante Troisi, reo di avere rappresentato i magistrati «come avidi di carriera, privi di responsabilità, infastiditi di dover giudicare per uno stipendio non soddisfacente» così «producendo nel lettore un senso di sfiducia nell’ordine giudiziario». Superfluo ricordare che, come i lettori più acculturati sanno, Dante Troisi, giudice a Cassino e poi presidente di sezione al Tribunale di Roma, fu uno scrittore di grande talento e che la sua opera più nota – il racconto lungo di ispirazione autobiografica Diario di un giudice, pubblicato nel 1955 da Einaudi – venne considerata unanimemente dalla critica un “avvenimento” letterario. Non così dall’istituzione giudiziaria, che avvertì Troisi come un corpo estraneo, un pericolo per il proprio burocratico conformismo e reagì applicandogli la sanzione disciplinare della censura, nonostante l’appassionata difesa di Alessandro Galante Garrone e l’ammirazione di Piero Calamandrei (che di lui disse: «se il conformismo l’avesse già vinto, se l’attesa della promozione avesse già fatto tacere nel suo cuore le invocazioni e le invettive degli umili sacrificati, queste pagine non sarebbero state scritte»).

La vicenda mi è tornata alla mente in questi giorni di fronte al provvedimento del Consiglio superiore della magistratura che, il 12 luglio scorso, ha negato la conferma nell’incarico di presidente della sezione lavoro della Corte d’appello di Catanzaro a Emilio Sirianni, esponente di Magistratura democratica (e, tra l’altro, collaboratore di questo sito), noto per il suo impegno sociale e culturale e soprattutto – colpa gravissima in un paese in cui è un vanto intrattenere rapporti con bancarottieri e faccendieri – amico di Domenico Lucano (sindaco di Riace e artefice di un modello di accoglienza dei migranti studiato in tutto il mondo, poi sottoposto, con riferimento a tale attività, a procedimento penale tuttora in corso). Il fatto ha dell’incredibile e merita una sintetica ricostruzione e alcune considerazioni.

La censura – ché di ciò, sostanzialmente, si tratta – è stata originata dal contenuto di alcune conversazioni intervenute nel lontano 2017 e intercettate nell’ambito dell’indagine su Lucano, nelle quali Sirianni, parlando con l’allora sindaco di Riace, commentava gli accertamenti ispettivi in atto sulla sua attività amministrativa, gli esprimeva solidarietà e formulava giudizi critici su alcuni personaggi (tra i quali il procuratore della Repubblica di Catanzaro, Nicola Gratteri) che si erano, a loro volta, espressi sulla vicenda. Critiche e commenti, formulati con i toni diretti e vivaci propri di una conversazione privata tra amici, erano assolutamente trasparenti (tanto che Sirianni ha chiesto in ogni sede la pubblicità delle udienze) e del tutto estranei alla sfera della sua attività professionale, sia per materia che per territorio. Cionondimeno Sirianni è stato sottoposto a una vera e propria persecuzione, comprensiva di un procedimento penale, un giudizio disciplinare e una procedura per trasferimento di ufficio, tutti definiti, inevitabilmente data la natura dei fatti, con decisioni totalmente liberatorie che hanno escluso, nel suo comportamento, qualsivoglia profilo di illiceità o di inopportunità tale da lederne l’immagine o il prestigio. Di più, i pareri sulla conferma nell’incarico resi, all’unanimità, dal Consiglio giudiziario di Catanzaro prima e dopo i fatti in esame descrivono Sirianni come magistrato dotato di «eccellente capacità organizzativa e direttiva che, con impegno, sobrietà e rigore ha eliminato le pendenze della sezione lavoro da lui diretta» e aggiungono che nessun effetto sulla sua credibilità ed autorevolezza è derivato dalle conversazioni con Lucano. Nonostante ciò il Consiglio superiore della magistratura – che, con un atteggiamento di copertura corporativa più volte denunciato, non ha pressoché mai negato la conferma a dirigenti inetti, incapaci di assicurare all’ufficio una funzionalità minima, coinvolti in frequentazioni discutibili e finanche condannati in sede disciplinare – ha voluto mostrare il proprio inflessibile rigore censurando Sirianni per avere perso la sua «autorevolezza culturale» e la sua «indipendenza da impropri condizionamenti» (sic!).

L’incongruità della decisione, risultante anche dalla banalità della motivazione (se così si può definire un argomentare apodittico e meramente assertivo), è di tale evidenza da non richiedere sottolineature. Ma qualche considerazione si impone per illustrarne il senso e le conseguenze.

Primo. C’è anzitutto, nel provvedimento, l’ottusa reazione della corporazione di fronte a un magistrato attento alle dinamiche sociali, capace di empatia finanche nei confronti dei migranti e diverso dal freddo burocrate dispensatore di condanne nei confronti dei più deboli. Scriveva Troisi nel libro che gli meritò la condanna: «Alle nostre spalle e di tutti gli altri (giudici) ora in funzione c’è il crocefisso e la scritta: “La legge è uguale per tutti”; domani, in luogo del crocefisso potrà esserci un’altra cosa, ma sarà ancora un simbolo del potere che ci proteggerà le spalle. Giacché noi siamo sempre da quella parte. Oggi dalla parte di un sistema, non certo il migliore, che ci obbliga a difenderlo con leggi vecchie. Scegliamo questo mestiere per la tendenza a scavarci un riparo vivendo con i forti, per una vocazione all’impunità; la compassione che talvolta proviamo è forse solo un calcolato disegno, una regola di prudenza». Il fatto che una magistrato – con i suoi provvedimenti, con i suoi interventi critici e con il suo impegno nella società – fuoriesca da quel ruolo è intollerabile per i suoi colleghi ortodossi e lo rende un diverso da emarginare. Di qui una prima ragione della censura a Sirianni.

Secondo. Ma non c’è solo questo. C’è anche un’evidente voglia di normalizzazione collettiva. L’anomalia di una magistratura non burocratica e funzionariale, soggetta soltanto alla legge (e per questo disobbediente a tutto ciò che legge non è, a cominciare dal palazzo, dalla sua cultura e dalle sue relazioni) non è gradita al Governo e alla maggioranza politica (non solo a quella attuale, ovviamente): meglio rimuoverla colpendone, a mo’ di esempio, alcuni esponenti significativi. Talora per convinzione, talaltra per convenienza (o per quieto vivere). Lo dice, neppur troppo tra le righe, la delibera adottata dal Csm laddove – “voce dal sen fuggita” – contesta a Sirianni «la capacità di influenzare gli organi politici e la pubblica opinione in ragione dell’appartenenza a uno dei gruppi della magistratura associata». È una vecchia storia, che qualche ingenuo riteneva relegata nei lontani anni ’60 e ’70, quando le azioni disciplinari o le censure di vario tipo erano all’ordine del giorno nei confronti dei magistrati ritenuti eretici: per avere partecipato a manifestazioni, per avere criticato provvedimenti o prassi giudiziarie, per avere frequentato assemblee sindacati, persino «per avere intrattenuto una relazione con una donna di colore»… La mancata conferma di Sirianni (con la censura che esprime) si colloca in questa prospettiva, tesa a normalizzare la magistratura emarginando ogni devianza (individuale o collettiva) dal modello gradito all’establishment e a chiudere così una stagione in cui almeno una parte di giudici e pubblici ministeri ha provato a inverare una concezione democratica del proprio ruolo. Basta decodificare la delibera: dire che esprimere (addirittura in privato) valutazioni di fatti e convincimenti ideali fa venir meno l’autorevolezza culturale e l’indipendenza richieste a un magistrato significa – come è stato, vanamente, osservato, nel dibattito in Consiglio – affermare che i magistrati devono essere refrattari, anzi estranei, all’impegno culturale e sociale.

Terzo. Il Consiglio superiore ha deliberato a maggioranza, un’ampia maggioranza a cui si è accodata, con un’imbelle astensione, la più parte dei consiglieri aderenti ad Area, la componente associativa comunemente definita, per la pigrizia culturale che caratterizza le nostre cronache, di ispirazione progressista. È, anche questo, un modello di subalternità che vanta precedenti illustri negli anni ’70 e che ha trovato una recente consacrazione nell’affaire Ferri-Palamara (tuttora inconcluso). Ispirazione progressista significa, nelle dinamiche giudiziarie come nella politica generale, riferimento a un diverso mondo possibile (ispirato a valori di uguaglianza e di diritti) e contributo a costruirlo nella giurisdizione e, anche, nei rapporti sociali di chi la esercita. Altrimenti di progressismo non c’è proprio nulla.

Sirianni andrà orgoglioso di questa “non conferma” (o censura), che ne sottolinea l’alterità rispetto al modello imperante di giudice burocrate, e continuerà serenamente a operare, professionalmente e nel dibattito pubblico, come ha fatto sino ad oggi. Ma a preoccuparsi e a reagire – come segnala un documento di Magistratura democratica (https://www.magistraturademocratica.it/articolo/se-la-criticita-e-la-liberta) – deve essere la parte più attenta dei giudici e della società perché questo precedente rappresenta un pericolo per la magistratura e per ciascun magistrato, spinto, con la minaccia di sanzioni, verso un conformismo acritico sul versante professionale, nei comportamenti e nelle relazioni, con limitazione dei diritti fondamentali di libertà di pensiero e di associazione e di un esercizio indipendente e costituzionalmente orientato della giurisdizione.

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domenica 28 marzo 2021

Le mafie, la guerra e il giusto processo - Emilio Sirianni

Ero indeciso se scrivere di nuovo sull’argomento. La sensazione di inutilità, di prendersela contro i mulini a vento è forte, come pure la voglia di dire: «ma chi me lo fa fare». 

Però, in questo Sud io ci sono nato e ci vivo, l’oppressione e pervasività di “quel” potere le conosco bene e conosco bene la rassegnazione alla sconfitta. E i relativi volti. Quelli di chi, letteralmente, ti rappresenta la fine della vita tua e di chi ti è vicino, pur non facendolo in modo esplicito, ma sempre con ragionamenti ellittici, dal suono amichevole, persino e proprio per questo più terrorizzanti. Quelli di quanti stanno dietro o a fianco ai primi, ma mai nei luoghi della gente normale e che indossano toghe, siedono in consigli di amministrazione, presiedono enti, casse, partiti, fondazioni, frequentano le stanze di compensazione degli interessi che contano e decidono le sorti di queste terre da generazioni. Infine quelli dagli occhi bassi e i pugni stretti, che mordono le labbra e cedono e cedono e pare non debbano mai smettere di farlo. Ma io, per il mestiere che faccio, sono in grado di comprendere e svelare e, proprio perché conosco quei volti, sento di dover continuare a parlare. Prima di tutto a chi fa il mio stesso mestiere e ha la mia stessa possibilità e capacità di comprendere.

Ieri l’altro su Rai3, nella trasmissione Presadiretta, si è parlato del noto processo Rinascita-Scott, che ha per oggetto fatti di ‘ndrangheta e che proprio in questi giorni muove i primi passi nella nuovissima aula bunker costruita in tempo record a Lamezia Terme. In verità si è parlato delle indagini, perché il processo non è ancora neppure alle fasi preliminari. Ed è proprio questo il punto sul quale vale la pena di riflettere insieme. Anche se, prima di farlo sento il bisogno di dire quanto questa riflessione mi costa. 

Mi costa molto, per tante ragioni che prima ho solo accennato. Perché ho riconosciuto nei molti filmati dei ROS i volti di cui dicevo. Perché ho riconosciuto, nelle parole intercettate, parole che mi suonano in testa e mi pesano sul cuore da una vita. Di più, mi costa molto perché, da tecnico, ho ben percepito – come chiunque di voi abbia visto la trasmissione ‒ il valore e l’importanza di quegli elementi di prova. Il loro peso dirompente laddove vanno a incidere l’empireo degli intoccabili, squarciando la pesante coltre dietro cui si nascondono. Mi costa moltissimo perché sento sulla mia pelle la rabbia e il dolore di quei genitori che hanno perso i figli per mano di un potere criminale, di tutte quelle donne e quegli uomini che manifestavano a sostegno dell’indagine sotto le finestre dei carabinieri all’indomani degli arresti, invocando finalmente giustizia. 

Ma al tempo stesso, proprio per questo, non posso tacere.

La stampa – lo sappiamo bene ‒ fa il suo mestiere. Cerca notizie d’interesse pubblico e le diffonde e il valore di un giornalista si misura sulla sua capacità di trovare le notizie e di esporle. Il giornalista di cronaca le scova muovendosi fra segreti istruttori e fasi di discovery, fra prove nascoste e prove esibite, fra indiscrezioni carpite e indiscrezioni fatte filtrare. Del resto anche la polizia giudiziaria e gli organi inquirenti fanno il loro di mestiere. Cercando prove, custodendole gelosamente, coltivandole affinché, al momento giusto, germoglino e diano frutti. Ma anche in questo caso, in un gioco di specchi e di parti che è antico quanto il processo stesso, praticando sovente l’arte dell’indiscrezione veicolata e del consenso. Spesso utili anche per le sorti delle ipotesi d’accusa, ma altrettanto spesso per quelle delle carriere personali. In America ci hanno costruito, da sempre, un genere letterario e cinematografico che non conosce crisi. 

Nella trasmissione di ieri, però, abbiamo assistito a una sorta di smascheramento. Tutto si è svolto alla luce del sole, anzi sotto la luce delle telecamere. Negli studi televisivi e in esterni, letteralmente sul luogo del reato. Niente segreti pazientemente carpiti o sapientemente filtrati nell’ombra del lavoro d’indagine giornalistica o investigativa, ma ufficiali dei carabinieri che illustrano il contenuto di intercettazioni telefoniche e video, indicano i luoghi in cui si sono appostati per eseguire le riprese, illustrano le storie criminali dei vari protagonisti e gli organigrammi delle rispettive cosche. E in alto su tutti, ovviamente, l’Inquirente.

Tralascio gli aspetti personali che ognuno è libero di valutare come meglio crede (penso ai reiterati riferimenti a concetti quali «codardia/vigliaccheria» o ai dialoghi interiori con “compagna morte” [intervista alla Gazzetta del Sud del 16 marzo]). Quel che mi allarma ‒ e che dovrebbe allarmare tutti ‒ è che, proprio alla vigilia di un delicatissimo processo, si ritenga normale che il pubblico ministero partecipi, in veste di protagonista assoluto (pur se affiancato, come detto, da spalle di prim’ordine), al processo mediatico-televisivo che precede e affianca quello che s’avvia nell’aula bunker. Un processo nel quale tre giovanissime magistrate, che assieme non arrivano a sommare dieci anni di anzianità, dovranno affrontare, oltre all’ordinaria pressione che accompagna un processo di queste dimensioni e complessità, anche la pressione mediatica, enorme, che una delle parti processuali oggettivamente contribuisce a determinare. So che sapranno farlo, che resistere a simili pressioni è la parte di bagaglio professionale che alle nostre latitudini si acquisisce più celermente, ma è giusto ed accettabile che ciò accada?

Infine, noi, che siamo cresciuti alle lezioni di garantismo di Luigi Ferrajoli e di tanti altri maestri, abbiamo fermo in mente il loro insegnamento che ci ricorda come il soggetto da tutelare nel processo penale sia sempre l’imputato, a difesa dei cui fondamentali diritti sono predisposte tutte le regole e garanzie che ne scandiscono l’incedere. La prima delle quali è quella che stabilisce che la prova si forma nel processo. Non nelle indagini e ancor meno nella rappresentazione mediatica delle stesse. Una regola, questa, che esprime anche un fondamentale principio epistemologico del processo penale accusatorio, che individua nel contraddittorio e nella dialettica paritaria tra le parti del processo il miglior criterio per giungere all’accertamento della verità.

E a me, a noi tutti che in queste terre disgraziate ci troviamo o abbiamo scelto di vivere, quello che interessa, prima d’ogni altra cosa, è la verità. Per questo, principalmente, vorrei invitare chiunque indaghi sulla criminalità mafiosa, con toga sulle spalle o stellette sul petto, a non arruolarsi in quella guerra che il Procuratore Gratteri ha evocato in TV, continuando, molto più banalmente, a fare ciascuno la cosa più difficile: il proprio mestiere.

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