giovedì 3 aprile 2025

Troppe deviazioni nei Servizi segreti: non sono solo mele marce. E ora si prevede un’ampia licenza di delinquere - Luigi de Magistris

La democrazia per essere difesa ha bisogno anche dei servizi segreti. I servizi di sicurezza, quelli militari e quelli interni, sono costituiti da donne e uomini, come ogni istituzione dello Stato. E sostenere che i servizi sono infedeli e deviati significa dire il falso, si fa torto alle tante persone oneste, preparate e coraggiose che ne fanno parte. Uno per tutti Nicola Calipari, ucciso da soldati americani per salvare in una missione la vita di Giuliana Sgrena.

E non sempre, anzi quasi mai, si conoscono le buone operazioni dei servizi. Ma dobbiamo riconoscere che le deviazioni dei servizi, nella storia della Repubblica, sono talmente tante che non si può parlare in questi casi di singole persone deviate nei servizi segreti, perché vertici dei servizi, unitamente a forze politiche eversive e non di rado a servizi di altri Stati, hanno contribuito a condizionare in maniera occulta e criminale la nostra fragile democrazia per mutarne il corso politico e istituzionale. Dalla strage di piazza Fontana a Milano sino a Gladio, dal Piano Solo alla Rosa dei venti, dal golpe Borghese alle stragi di piazza della Loggia a Brescia sino alla più devastante di Bologna, dal sequestro e l’uccisione di Aldo Moro alla P2 di Gelli, dal caso Cirillo agli assassini eccellenti, dalla strage di Capaci a quella di via D’Amelio, quest’ultima forse il più grave depistaggio della storia della Repubblica; in tutti questi casi e in altri ancora il ruolo di vertici inquinati dei servizi hanno condizionato con bombe, assassini e depistaggi la storia della Repubblica.

Quindi quella dei servizi è storicamente materia da maneggiare con moltissima cura, stando molto attenti allo stretto rapporto organico tra potere esecutivo, il governo appunto, e i servizi. Con un Parlamento sempre più esautorato dai suoi poteri di centralità nella democrazia e una magistratura estromessa da funzioni di controllo, c’è da temere non poco. Il disegno di legge 1660 cosiddetto Sicurezza, approvato da un ramo del parlamento, garantisce in realtà la sicurezza del potere e in parte la sua impunità, ma per nulla assicura la sicurezza delle persone, anzi le mette in pericolo accentuando anche una forte repressione del dissenso.

A proposito dei servizi, poi, in un momento in cui imperversano le violazioni della segretezza delle conversazioni con abusi del potere, intercettazioni fuori dal controllo della magistratura, si approvano norme pericolose. L’obbligo per le pubbliche amministrazioni, scuole ed università comprese, di comunicare ai servizi informazioni che incidono sulle libertà personali di dipendenti e studenti, comprese notizie su idee politiche, frequentazioni, condotte anche di natura privata. La possibilità, poi, di commettere in talune circostanze, descritte in maniera molto generica e discrezionale, reati da parte di appartenenti ai servizi senza la possibilità di essere perseguiti e sottoposti al controllo di giustizia. Si prevede un’ampia licenza di delinquere con la garanzia dell’impunità, ad esempio in materia di terrorismo e di sicurezza nazionale. In un Paese in cui almeno fino al 1994 alti vertici dei servizi sono stati coinvolti in fatti gravissimi e in epoca più recente si sono ricostruiti coinvolgimenti nella realizzazione della nuova fase di criminalità istituzionale, senza bombe ma con proiettili istituzionali, non c’è da stare tranquilli.

E chi decide quale sia il pericolo per l’interesse nazionale o il terrorismo? Il governo? Quelli che hanno il busto di Mussolini a casa o la fiamma post-fascista nel simbolo di partito? Quelli che considerano sovversivi i pacifisti che protestano contro il genocidio dello Stato d’Israele nei confronti della Palestina e del suo popolo? Quelli che considerano eco-terroristi le ragazze e i ragazzi che protestano contro i cambiamenti climatici? Quelli che considerano partecipanti a bande armate chi difende il territorio da opere pubbliche dannose, inutili e criminali? Per piazza Fontana dopo aver accusato falsamente gli anarchici avrebbero magari sostenuto che le bombe erano il fine che giustifica il mezzo: fermare la lotta di classe.

La magistratura autonoma e indipendente viene esonerata dal controllo di legalità e di giustizia ed è il governo, con la mano dei servizi, ad incidere su libertà fondamentali. Un paese è democraticamente solido e uno stato di diritto è forte quando non deve temere chi dovrebbe operare sempre per la difesa della Costituzione, la sicurezza nazionale dello Stato e prima ancora del suo popolo e dei suoi diritti fondamentali.

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mercoledì 2 aprile 2025

La guerra in Ucraina e le bugie dell’Europa - Piero Bevilacqua

 

È ormai chiaro come la luce del giorno. Gli attuali dirigenti europei sono sotto l’effetto di una duplice e devastante sconfitta. Hanno perso la guerra contro la Russia, sostenuta con il sangue ucraino e in appoggio subalterno agli USA. E ora si trovano umiliati da una nuova amministrazione americana, che ha cambiato strategia e li tiene lontani da ogni trattativa indirizzata alla pace.

Ma le élites del Vecchio Continente hanno preso atto di un’altra e certo più grave sconfitta: l’Unione Europea ha fallito nei sui compiti fondamentali. Il Rapporto Draghi del 2024 ne costituisce la piena certificazione: gli obiettivi di successo competitivo sul piano economico e tecnologico non sono stati raggiunti. USA e Cina ci distanziano di 10 anni. E il bilancio complessivo degli ultimi trent’anni è drammatico: le disuguaglianze sociali in Europa si sono ingigantite; è dilagato il lavoro precario; ampie fasce di ceto medio e popolari si sono impoverite; molte conquiste di welfare del dopoguerra sono state colpite; gli spazi di partecipazione democratica si sono ristretti; i partiti politici di massa sono degradati a cordate elettorali; le formazioni di destra ormai contrastano quasi alla pari (quando non sono già al governo) le forze politiche che avevano fondato l’Unione. La democrazia è minacciata in tutto il Continente.

Di fronte a tale scenario i ceti dirigenti UE cercano di sottrarsi alle loro responsabilità infilandosi in un altro e più devastante errore: il programma ReArm Europe. In verità il progetto persegue vari fini che per brevità qui non indico. Ma esso tenta di fondare la propria legittimità su due colossali menzogne: la Russia ha mosso guerra all’Ucraina per le sue mire imperiali; la Russia minaccia di invaderci. Dunque, documentare la falsità di questa narrazione illumina il progetto di riarmo in tutta la sua fallacia, quale tentativo di una élite colpevole, subalterna e inadeguata, di conservare il potere malgrado il proprio fallimento. Appare ormai evidente che l’Europa può avviarsi a un nuovo corso solo attraverso l’emarginazione del ceto politico che, dopo trent’anni perduti, vuole sfuggire alle proprie responsabilità trascinandoci in una strada di immiserimento sociale e d’imbarbarimento civile. Esponendoci al rischio di una guerra mondiale.

Ed ecco le menzogne. Per chiarire come sono andate le cose in Ucraina bisogna ricorrere alla Geografia e alla Storia. La geografia ci ricorda che la Russia è estesa 17.075.000 km² e ha circa 160 milioni di abitanti: è il più esteso Stato del mondo ed è di fatto disabitato. Basti pensare che l’Europa è estesa 4.050.000 km² ed è abitata, tra i 450-500 milioni di individui. Ma il territorio russo, a differenza di quello europeo, povero di materie prime (come ricorda lo stesso Mario Draghi, uno degli strateghi della strada bellicista dell’UE) non è che un immenso deposito di petrolio, gas, ferro, uranio, nichel, terre rare, suoli fertili, acque, sterminate foreste. Ciò di cui è povero è la popolazione. Dunque per quale ragione i russi dovrebbero invadere la Germania o la Francia o l’Italia distraendo centinaia di migliaia di giovani dal lavoro produttivo e mandandoli a morire? Quale petrolio, gas, ferro dovrebbero accaparrarsi dai nostri sguarniti territori? La Geografia elementare ci dice dunque che la minaccia russa è una invenzione propagandistica dei governanti europei e dei nostri giornalisti disonesti per far ingoiare ai cittadini le loro scelte scellerate e il fallimento di 30 anni di politiche europee..

Passiamo alla Storia. La Russia ha invaso l’Ucraina, un paese sovrano. Esatto, un gesto da condannare. Ma perché l’ha fatto? Per allargare il suo impero? Abbiamo visto che la Geografia rende non credibile questa spiegazione anche per un paese vicino come l’Ucraina. Ma la storia in questo caso chiarisce meglio le cose. In premessa occorre ricordare che, da poco presidente, Vladimir Putin manifestò la volontà di entrare a far parte della Nato, essendo la Russia diventata membro del G8 e “osservatore” dell’Alleanza atlantica. Nel 2002 a Pratica di Mare, in una base militare italiana, venne firmato un accordo di collaborazione fra Nato e Russia, che faceva seguito al Founding Act and Mutual Relation, Cooperation and Security firmato a Parigi il 27 maggio 1997, durante la presidenza di Eltsin. L’accordo fu accolto con entusiasmo da Putin, che vi scorse la possibilità di «attuare un nuovo ordine basato sulle realtà geopolitiche contemporanee senza inutili turbative». Poco dopo Gli USA rifiutarono l’ingresso di Mosca nella Nato. Domanda: se Putin aveva intenzione di ricostituire l’impero o la vecchia URSS, che senso aveva entrare nella Nato? Se gli Americani erano preoccupati dell’espansionismo russo, quale più utile scelta dell’ingresso di Mosca nell’Alleanza per poterlo controllare più da vicino? Già qui crollano le menzogne dell’Occidente. Gli USA avevano bisogno di mantenere il nemico che avevano sconfitto nella guerra fredda e per il quale avevano in mente un diverso avvenire.

Le persone più oneste giustificano la scelta drammatica della Russia con una motivazione importante: l’estensione della Nato nei paesi dell’Europa orientale. Tutto vero. Anche il Papa, grande politico del nostro tempo, ha detto che la Nato è andata ad «abbaiare alle porte della Russia». Ma bisogna aggiungere che questa espansione faceva parte di una più vasta strategia di guerra destinata a sconfiggere e a smembrare la Russia, com’era successo nella Repubblica Jugoslava. Questa strategia appare evidente da numerose iniziative che gli USA e la Nato intraprendono all’indomani della caduta dell’URSS. Osservare tutte queste mosse in successione cronologica fa comprendere pienamente come sono realmente andate le cose.

Nel 1999 Ungheria, Cecoslovacchia e Polonia vengono inseriti nella Nato. Fu un colpo per il Governo di Mosca e un tradimento degli accordi presi tra i dirigenti americani e Gorbaciov prima del crollo dell’URSS. Dichiarò più tardi il colonnello USA Douglas Macgregor, veterano della guerra in Iraq, in un’intervista del 31 marzo 2022: «Quando nel 1999 abbiamo deciso di accettare la Polonia […] i russi erano molto preoccupati, non tanto perché la Nato fosse ostile in quella fase, ma perché sapevano che lo era la Polonia. Quella polacca è una lunga storia di ostilità nei confronti della Russia. […] In questo momento, semmai, la Polonia è un potenziale catalizzatore di una guerra con la Russia». Appena due anni dopo, nel 2001, l’amministrazione americana di George W. Bush, si ritirò unilateralmente dal trattato anti missili balistici (ABM) stipulato con l’Unione Sovietica nel 1972, creando allarme nella dirigenza di Mosca. Nel 2004 Bulgaria, Lettonia, Slovacchia, Repubblica Ceca, Romania, Lituania ed Estonia, la quale ultima confina con la Russia, fecero il loro ingresso nella Nato. In quel momento la Nato si era estesa verso il territorio della Federazione russa di ben 1600 km.

Sempre nel 2004 alle elezioni presidenziali in Ucraina viene eletto il candidato filorusso Yanukovich, ma il risultato viene contestato dai movimenti antirussi fomentati, preparati e finanziati dagli USA. Dopo un mese, la Corte suprema annulla il risultato elettorale e indice nuove elezioni. E in questa seconda tornata, grazie a una imponente campagna elettorale sostenuta segretamente dagli americani a vincere è Yushenko che inizia una politica di apertura alle formazioni naziste nella vita politica ucraina.

Nel 2008, dopo imponenti esercitazioni militari nel Mar Nero, i vertici della Nato, riuniti in Romania annunciarono, con il cosiddetto Memorandum di Bucarest, «Abbiamo concordato oggi che questi paesi (Ucraina e Georgia) diventeranno membri della Nato». Sempre nel 2008 l’esercito georgiano, addestrato e finanziato dagli USA, lanciò un massiccio attacco missilistico e di artiglieria contro il distretto dell’Ossezia del Sud, confinante con la Russia e legato ad essa da rapporti di amicizia e cooperazione. I russi, intervennero militarmente a protezione della popolazione russa e russofona e vi rimasero a presidio. Un episodio che la stampa occidentale ha trasformato nell’“invasione russa della Georgia”. Ma giova ricordare, soprattutto a coloro che classificano questo intervento come una delle tante aggressioni che provano l’imperialismo russo, che una commissione dell’Unione Europea, istituita a ridosso degli avvenimenti, accertò che l’aggressione da parte dell’esercito della Georgia era «illegale» e che l’iniziativa di Mosca era «legittima»

Nel 2014 avviene il fatto più grave che esaspera i conflitti tra USA e Russia. Yanukovich il presidente regolarmente eletto nel 2010, viene deposto da un colpo di Stato ed è costretto ad abbandonare il paese. È la cosiddetta rivolta di Piazza Maidan, sostenuta degli USA – che fanno leva sul malcontento popolare di un paese immiserito – per imporre il loro candidato, Petro Poroshenko. Quel colpo di Stato diede luogo a episodi di guerra civile che lasciarono sul terreno migliaia di morti, in gran parte cittadini russi o russofoni. Secondo l’ufficio dei diritti umani delle Nazioni unite, da metà aprile al 18 novembre, almeno 4.317 persone sono state uccise e 9.921 ferite nella zona coinvolta nel conflitto dell’Ucraina orientale. Ma alla fine la conta dei morti risultò più del doppio. In questi giorni la Corte europea per i diritti dell’uomo ha condannato il governo di Kiev per aver coperto i crimini della strage del 2 maggio 2014, nella Casa del sindacato di Odessa, dove decine di ucraini filorussi furono bruciati vivi. A due mesi dal colpo di Stato di piazza Maidan, nel marzo del 2014, i cittadini russi della Crimea, che costituiscono il 98% della popolazione, decidono la separazione da Kiev e la reintegrazione nella Federazione russa. Tramite un referendum indetto dal Parlamento della repubblica, che si svolge senza incidenti, tra il 96 e il 97% della popolazione sceglie questa strada. Un antico pezzo di Russia torna anche istituzionalmente nella propria casa. Anche tale scelta viene classificata come “violenta annessione della Crimea”. Il ruolo degli USA nel colpo di Stato sarà poi apertamente confessato da Victoria Nuland, vice del ministro degli esteri americano John Kerry, che aveva cercato di portare Janukovic su posizioni filoccidentali: «Sarebbe un peccato enorme vedere 5 anni di lavoro e di preparazione buttati via, se il trattato con l’Europa non sarà firmato in tempi brevi. Abbiamo investito oltre 5 miliardi di dollari per aiutare l’Ucraina verso questi e altri traguardi che garantiranno un’Ucraina sicura, prospera e democratica». Gli USA amano troppo la loro democrazia per non volerla imporre in ogni angolo del globo.

Nel 2014 si stipula a Minsk un accordo tra il Governo di Kiev e i dirigenti delle regioni russofone che intendevano separarsi, con la garanzia della Russia, della Germania e della Francia. Un momento di tregua, che sembra scongiurare un allargamento del conflitto. Ma, com’è noto, nel 2022, su un quotidiano tedesco, Angela Merkel, rivelò apertamente che quell’accordo era una finzione, perché serviva a «dar tempo all’Ucraina di armarsi». Ammissione, poi confermata anche dall’ex presidente della Repubblica francese, Franҫois Hollande. Sigillo autorevole alla buona fede degli USA e dei maggiori stati dell’Unione Europea, che evidentemente già allora puntavano alla guerra aperta contro la Russia per procura ucraina.

Nel 2019 Il governo americano, sotto la presidenza di Donald Trump, si ritira unilateralmente dal trattato sui missili nucleari a raggio intermedio, accrescendo di colpo la vulnerabilità russa a un primo attacco statunitense. Quei missili ora potevano essere piazzati sulle rampe di lancio della Polonia, dell’Estonia e di tutti altri paesi atlantici intorno alla Russia. In quello stesso 2019, la Rand Corporation, un istituto di studi strategici finanziato dalla difesa USA, pubblica un rapporto dal titolo programmatico: Overextending and unbalancing Russia (Sovraccaricare e destabilizzare la Russia). Il rapporto, che informa anche sugli armamenti forniti dagli USA a Kiev fin dal 2014, esplicita un vasto programma volto a impegnare la Russia su vari scenari di guerra per portarla al collasso economico. Poche righe sono sufficienti per fornire un’idea del piano: «Questo capitolo descrive sei possibili mosse degli Stati Uniti nell’attuale competizione geopolitica: fornire armi letali all’Ucraina, riprendere il sostegno ai ribelli siriani, promuovere un cambio di regime in Bielorussia, sfruttare le tensioni armene e azere».

Credo che a questo punto solo chi è sorretto da una incrollabile malafede possa negare che l’invasione russa dell’Ucraina sia stata ricercata dagli USA con ogni mezzo, con varie complicità europee. Ma per concludere almeno un accenno ai tentativi di Putin di scongiurare l’ingresso dell’Ucraina nella Nato: un Paese infiltrato da formazioni naziste, perfino nell’esercito, situato alle porte della Federazione russa, un tempo terra russa, che gli USA avrebbero riempito di basi missilistiche. Il presidente della Federazione russa già il 10 febbraio del 2007, in occasione della 43ᵃ Conferenza di Monaco sulla sicurezza, aveva invocato un nuovo ordine mondiale che non minacciasse i suoi confini. Ma negli anni successivi si rivolgerà spesso all’opinione pubblica internazionale, soprattutto agli europei, con esortazioni incalzanti. Ricordo un passaggio della conferenza stampa del 23 dicembre 2021: «Abbiamo chiaramente detto che ogni ulteriore movimento della Nato verso est è inaccettabile. Non c’è niente di poco chiaro, al riguardo. Noi non stiamo mettendo i nostri missili ai confini degli Usa, mentre gli Usa stanno piazzando i loro missili vicino a casa nostra. Stiamo chiedendo troppo? Cosa c’è di strano in questo?». Ma il processo di inserimento dell’Ucraina nella Nato non si fermò. E vano fu l’ultimo appello di Putin alla vigilia dell’invasione, l’8 febbraio 2022: «Lo voglio sottolineare ancora una volta […] che finalmente mi ascoltiate e lo comunicate al vostro pubblico su stampa, tv, internet. Vi rendete conto che se l’Ucraina entra nella Nato e cerca di riprendersi la Crimea per via militare, si troveranno automaticamente coinvolti in un conflitto militare con la Russia? Non ci saranno vincitori».

Oggi forse il vincitore ci sarà e sarà la Russia, il paese che, insieme ai BRICS, si batte per un ordine internazionale multipolare, in grado di garantire la sicurezza e l’indipendenza di tutti i paesi del globo dal dominio unico degli USA. Questa è la narrazione onesta e coraggiosa che dobbiamo fare nostra se vogliamo contrastare il progetto rovinoso e fallimentare di Re-Arm Europe. La sconfitta della Nato in Ucraina è la premessa di una nuova pagina della storia contemporanea.

https://volerelaluna.it/mondo/2025/03/28/la-guerra-in-ucraina-e-le-bugie-delleuropa/

I trattati fra Russia e Ucraina - Alessandro Orsini

 

martedì 1 aprile 2025

Le madri hanno ragione - Stavros Stavrides


“Le madri hanno ragione”. Questo era un graffito scritto sui muri di Medellín, in Colombia. Lo scorso gennaio, nella discarica La Escombrera di Comuna 13, sono stati rinvenuti resti di persone massacrate. Furono brutalmente assassinate dall’esercito colombiano e dai paramilitari durante la cosiddetta invasione di controguerriglia di questo quartiere (Operazione Orion del 2002), nella quale molti furono giustiziati sul posto o scomparvero, come spesso accade con i crimini di massa prodotti dalla sfrenata violenza di Stato.

Le madri hanno ragione. Il sindaco di Medellín ha cancellato i graffiti, sostenendo che fossero espressioni di disorientamento e che offuscassero l’immagine della città. Tuttavia, ciò ha semplicemente fatto sì che lo slogan si diffondesse in molte città del paese e conferisse potere ai manifestanti. Sono state le Mujeres Caminando por la Verdad (“Donne che camminano per la verità”) a portare alla luce le prove di questa brutalità impunita: “La Terra ha cominciato a parlare”, dicono. Tutti questi anni di lotta stanno forse ascoltando le parole di Madre Terra, che trasferisce loro il potere della verità?

Le madri hanno ragione. Come le Madri di Plaza de Mayo, che da anni protestano ogni settimana davanti al palazzo presidenziale di Buenos Aires chiedendo giustizia per i loro bambini “scomparsi”, vittime della dittatura di Videla.

Le madri hanno ragione nella Palestina di oggi quando chiedono protezione per i loro figli contro la macchina genocida e omicida di Israele. La loro è la rivendicazione del diritto di vivere nella terra in cui sono nati. La loro è la richiesta di poter garantire un futuro libero e giusto ai propri figli.

Una madre è diventata anche la figura emblematica nella ricerca della verità sul tragico incidente ferroviario che causò la morte di 57 persone due anni fa in Grecia. La sua piccola figlia era una di loro. Questa madre, appassionatamente determinata, è oggi una rappresentante di spicco dell’associazione formata dai parenti delle vittime di quello che è senza dubbio un crimine di Stato (che unisce negligenza nelle infrastrutture di sicurezza, decisioni di privatizzazione e corruzione). La sua voce è forte: cerca giustizia nonostante la partecipazione diretta dei funzionari governativi alla distruzione delle prove e all’insabbiamento di atti criminali.

Le madri chiedono giustizia anche in Messico, mentre cercano di individuare fosse comuni e scoprire crimini di massa commessi dai cartelli della droga paramilitari. Sono stati alcuni membri dei Guerreros Buscadores de Jalisco a scoprire di recente segni di omicidi di massa in un ranch di Jalisco, luogo che è stato deliberatamente “ripulito” dalle autorità in seguito a specifici accertamenti e alla formulazione di denunce per indagini.

Le madri hanno sempre ragione quando combattono le guerre e quando hanno a cuore la vita, la vita che sostiene il mondo. La loro determinazione ha sostenuto tutte le comunità della diaspora. La loro forza tenace, silenziosa e inesauribile ha reso possibili le carovane migratorie e ha mantenuto le risorse della sopravvivenza collettiva nei momenti difficili e contro le persone crudeli. Le madri hanno ragione quando chiedono giustizia. Quando accusano i potenti di definire la giustizia secondo i propri interessi. Quando si oppongono a chi distorce la verità, a chi inganna l’opinione pubblica e scredita chi ne contesta l’onnipotenza. Tuttavia, il diritto delle madri non può essere sepolto. La loro potenza non si basa su geometrie o equilibri di potere, ma si nutre della fonte inesauribile della vita stessa. Vita intesa come perseveranza ed esigenza di dignità collettiva, più che come mero processo biologico. La vita come richiesta di libertà per tutti coloro che la condividono. La vita come presupposto di ogni lotta di emancipazione sociale.

Hanno ragione le madri perché sono loro che sono riuscite ad estendere la cura a una forza che sostiene la solidarietà. Perché sono loro che possono rendere la nota fraternité del motto della Rivoluzione francese un’esperienza di ogni giorno. Perché generano fratelli così come le lotte collettive per un mondo giusto e condiviso generano fratelli e sorelle.

Le madri sanno cosa significa la morte. Conoscono le grida dell’angoscia e le oscure paure della disperazione. Nonostante ciò sopravvissero nelle terre occupate dai nazisti, nei ghetti coloniali, nei campi profughi e nelle terre rubate alle popolazioni indigene. Avevano bambini da accudire e proteggere in queste circostanze crudeli. Ma hanno dovuto affrontare la morte, affrontare la disperazione. Perché il loro diritto non può essere annullato dai potenti, per quanto forti siano e per quanto siano capaci di ingannare o sedurre qualcuno con le loro illusorie promesse.

Le difficoltà delle madri spesso passano inosservate. Ignorate dagli storici, sottovalutate dai politici tradizionali e screditate dai razzisti di ogni genere. Scivolando abilmente tra barriere opprimenti, spesso fiancheggiando e tagliando di lato di fronte a ostacoli apparentemente insormontabili, le madri cercano e trovano sempre modi per proteggere la vita di coloro di cui sentono di dover prendersi cura. Tuttavia, quando le circostanze li costringono o quando decidono che è necessario farsi avanti in un confronto aperto, non esitano. Per rifiutare la sottomissione, possono anche scegliere di sacrificare se stesse.

Le madri che cercano la verità e la giustizia hanno ragione. Come suggerisce il ribelle zapatista Capitan Marcos: «Cercate le cercatrici. Mi viene in mente, non so, che forse cercano un altro domani. E questo, amici e nemici, è lottare per la vita».


Stavros Stavrides, è professore alla Scuola di Architettura dell’Università Tecnica Nazionale di Atene, si occupa di reti urbani di solidarietà e mutuo sostegno. Nell’archivio di Comune, altro articoli di Stavros Stavrides sono leggibili qui.


Pubblicato su Desinformemonos (traduzione di Comune): Las madres tienen razón” (Cuchas tienen razón). Qui anche in greco: Οι μητέρες έχουν δίκιο – Le madri hanno ragione.

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Cròniche epafàniche - Francesco Guccini

solo adesso leggo il libro di Francesco Guccini.

romanzo. saggio antropologico o libro di memorie, chissà, dipende da come lo si legge, o forse Cròniche epafàniche è tutto questo insieme.

si racconta di un mondo che ormai è sparito, almeno in Italia.

un tempo, non troppi decenni fa, non c'erano telefonini, automobili, centri commerciali, chi viveva in campagna fino al secondo dopoguerra si ricorda ancora di quel mondo e qualcuno l'ha sentito raccontare.

chissà se gli italiani di città lo capiranno, peggio per loro.

proprio un gran libro, recuperatelo, se vi volete bene.

 

 

 

Il romanzo, pur non essendo una biografia dell’autore, diventa autobiografico per la propensione di Guccini a volersi riappropriare delle proprie radici. Le storie narrate nei diversi capitoli del romanzo sono storie di montagna e montanari, di una cultura contadina che oramai da qualche decennio non esiste più. Il minimo comune denominatore delle croniche è il luogo d’ambientazione,  l’appennino Pavanese, il fiume Limentra e, ancor più nello specifico, il mulino della famiglia Guccini testimone di tante vicende e vite. Nonostante il romanzo sia il ricordo di tempi ed epoche passate, Guccini non si abbandona alla banale malinconia, ma fa rivivere i personaggi raccontandone aneddoti e storie di vita quotidiana con toni a tratti commoventi e struggenti, a tratti ironici e molto divertenti.

Ed è lo stesso Guccini a scriverlo in premessa:

I personaggi e gli avvenimenti di queste pagine non sono immaginari; forse qualcuno non si riconoscerà o penserà che abbia travisato certe cose. Se è successo, l’ho fatto soltanto per la labilità della memoria e i filtri incerti della fantasia e dell’affetto.

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«La ballata più lunga e appassionata di Francesco Guccini.» Così nel 1989 Stefano Benni salutava l'uscita di queste Cròniche epafániche: una vera e propria rivelazione, l'atto di nascita di un talentuoso scrittore fino allora conosciuto solo come insuperabile cantautore. Romanzo se non proprio autobiografico, certo di forte ispirazione autobiografica, le Cròniche riescono a restituire, nel fluire degli aneddoti e delle storie, nella lingua intessuta di termini dialettali e di colore, tutto il sapore di una mitologia di luoghi e affetti personale e familiare, senza retorica ma con toni che sanno alternare la commozione all'ironia, la rievocazione di episodi storici e la fantasia. Il racconto di un'infanzia e una giovinezza maturate in un paesaggio di mezza montagna tra Emilia e Toscana, dagli anni Quaranta in poi, veste così gli abiti dell'epica e della poesia, della cronaca picaresca e del puro divertimento, in quelle che un grande conterraneo di Guccini come Roberto Roversi ha definito «pagine da leggere, da vedere, da immaginare, da ascoltare».

da qui

 

QUI Francesco Guccini parla di «Cròniche epafàniche»