venerdì 4 aprile 2025

Difesa europea ed euro-demenza - Alberto Bradanini

1. Pur nella cupezza dei tempi, non dovremmo sorprenderci della sorpresa con cui prendiamo atto dell’instabilità mentale delle nostre classi dirigenti. Del resto, queste, ahimè, non sgorgano dal vuoto cosmico (riflessione questa lecita e sconfortante!), essendo esse il riflesso di popolazioni frantumate da deficit etico, propaganda, intorpidimento televisivo e decadimento mentale da smartphones, che sta per telefoni intelligenti! Di tutta evidenza, quando non si ha la cosa, si ha il nome!

Il congelamento delle masse nella passività, obiettivo primario del ceto dominante, è oggi uno stato di fatto, la sua granitica immodificabilità un valore strategico.

Quanto sopra premesso, facendo leva sull’indulgenza del lettore per la sintesi eccessiva a ossimorico dispetto della lunghezza del testo, si tenterà di gettare uno sguardo sulla Risoluzione Rearm Europe, un testo[1]  di profonda cultura strategica con cui il Parlamento europeo il 12 marzo scorso punta a dirottare verso il settore delle armi e la difesa europea quelle risorse pubbliche, di cui, come noto, i paesi europei abbondano, consentendoci di respingere (nel 2030!) quei milioni di cosacchi ammassati alle frontiere d’Europa, intenzionati a sottometterci.

Va detto che gli scenari enigmatici con cui siamo confrontati sono destinati a restare tali, se non si condivide almeno un aspetto preliminare: la specie umana dalla quale provengono le classi dominanti (di cui gli onorevoli che siedono sugli scranni di Strasburgo sono espressione diretta) si occupa forse di alta politica, ma non degli interessi e dei bisogni dei popoli.

Orbene, il Parlamento europeo – assai costoso (se nemmeno per quei parlamentari il denaro fa la felicità, figuriamoci la miseria!), ma in compenso pressoché inutile – dove la futilità riflessiva si coniuga con corruzione etica e materiale– approva solitamente risoluzioni che contano come il famigerato due di coppe. Il numero di coloro che le leggono, poi, tende a coincidere con quello di coloro che le redigono. Nel caso del Rearm Europe, poi, si è travalicata la soglia del ridicolo: alcuni parlamentari (Verdi Italiani) hanno dichiarato che intendevano votare contro, ma hanno votato a favore![2]: dunque, o costoro sono analfabeti o non avevano letto il testo (come succede spesso, del resto, secondo alcuni loquaci frequentatori di quell’alto consesso).

Come (non) noto, il cosiddetto Europarlamento non è un parlamento normale, non disponendo della capacità d’iniziativa legislativa, in buona sostanza non può fare le leggi. Queste, nella democratica Unione Europea, sono preparate dai lobbisti delle corporazioni private, i cui uffici sono contigui a quelli della Commissione. Questa, dopo aver acquisito il sempre indispensabile via libera di Francia e Germania, sono inviate al Parlamento, che le approva speditamente, talvolta con qualche limatura di facciata, rimettendole infine al Consiglio (dove siedono i rappresentanti dei 27 governi) che le approva in via definitiva, sempreché tedeschi e francesi siano d’accordo anche sulle limature.

Al termine di tale percorso teleguidato, regolamenti e direttive diventano legge, acquisendo rango superiore alle norme nazionali e in alcuni paesi – ad esempio in Italia, in prima fila quando si tratta di assumere la posizione del missionario – persino alla stessa Costituzione.

Quanto ai membri della Commissione Europea, essi appartengono all’etnia dei politici accantonati dai loro paesi per sconfitta, incapacità, sospetta corruzione (è quest’ultimo il caso della von der Leyen, cacciata dal governo Merkel) ovvero per servitù innata, come il lettone Dombrovskis, soldatino di piombo che in cambio di denari e carriere offre alle oligarchie globaliste i suoi deprecabili servigi.

Tornando all’europarlamento, ma se non fa le leggi, cosa farà mai? La domanda è pertinente. Esso è invero prezioso strumento di raggiro per gli europei che sognano il prodigioso Stato Federale europeo (gli Stati Uniti d’Europa, come gli euroinomani chiamano questo mito fabbricato per individui colpiti da lesioni neurologiche).

L’Unione è stata a sua volta creata per estrarre lavoro e ricchezza dai popoli europei, che senza di essa (il fumogeno vincolo esterno) si sarebbero battuti all’ultimo sangue prima di farsi depredare. L’Italia, in particolare, senza distinzione tra i partiti, si è piegata più di altri a tale sciagura, per inconsistenza politica o complicità. Lontani i tempi (16 maggio 1991[3]) quando la Penisola, con la sua “liretta” sovrana, era diventata la quarta potenza economica mondiale, avendo superato Francia e Gran Bretagna, dopo solo Stati Uniti, Giappone e Germania (la Cina era di là da venire!). Storia passata, ahimè. Oggi, l’Italia manda all’estero i suoi figli migliori, mentre importa manodopera dequalificata che quel che resta del sistema industriale sfrutta in forma spietata, mentre il resto dorme sotto i ponti o si aggira intorno alle stazioni ferroviarie vendendo droga.

2. La Risoluzione in questione[4] è stata approvata con 419 voti a favore, 204 contrari e 46 astensioni, con il voto contrario di Sinistra Europea, Patrioti/Sovranisti e due partiti italiani (Lega e Cinque Stelle, momentaneamente rinsaviti, sebbene dimentichi dell’indegno appoggio al governo Draghi (mai eletto) a fianco della demonazia ucraina, e il primo tuttora sostenitore di un governo che viola la Costituzione che come noto ripudia la guerra (a meno che non sia di difesa delle frontiere, le proprie non quelle degli altri!).

Tra le perle che i privilegiati maggiordomi di sistema hanno prodotto a uso esclusivo della nostra intelligenza, abbiamo selezionato, scorrendo la Risoluzione, quanto segue:

a) nella premessa si fa riferimento a importanti cambiamenti geopolitici (beninteso, piovuti dal cielo stellato in una notte d’agosto!) che sarebbero stati amplificati dal ritorno di una guerra su vasta scala nel nostro vicinato (una guerra sorta d’incanto come il bucaneve!) che minaccia la sicurezza dei cittadini dei paesi membri e candidati. Mentre l’UE è sotto attacco (ogni scemenza è ammessa, essendo noi considerati inclusi in tale nobile tipologia di individui), con incidenti ibridi all’interno dei suoi confini (cosa ciò voglia dire verrà spiegato a parte!), un riallineamento delle potenze globali (critica indiretta al neopresidente Usa, che per una volta sembra – dicesi sembra – voler fare la cosa giusta, seppure per i noti interessi imperiali), tutti fattori che richiedono un’azione immediata, ambiziosa e risoluta (cosa sia mai sconfiggere una nazione che possiede 6000 testate nucleari!).

Viene sottolineato che l’aggressione della Russia contro l’Ucraina è ampiamente riconosciuta (curioso quell’avverbio di modo se si pensa che – a parte gli euroinomani! – il resto del mondo la pensa diversamente!) come un attacco all’assetto di pace europeo e mondiale istituito dopo la Seconda guerra mondiale: agli smemorati funzionari euro-tossici non punge vaghezza dell’aggressione Nato-euro-americana alla ex Jugoslavia, della rivoluzione colorata in Georgia, del colpo di stato in Ucraina (2014) divenuto un classico delle relazioni internazionali dopo la raffinata sintesi di Nuland-Pyatt (“fuck Europe”[5]!), delle guerre in Medioriente di cui abbiam perso il conto (milioni di morti, feriti, distruzioni di popoli e paesi), dei colpi di stato tentati e riusciti[6], tutte imprese che sfuggono a cotanti redattori.

b) “considerando che non può esistere sicurezza europea senza sicurezza nel suo immediato vicinato” (naturalmente questo non vale per la Russia, non sia mai!); “considerando che l’espansione … delle capacità della Russia avviene ai confini con l’Occidente (magari il responsabile è proprio quest’ultimo, che ha tradito l’impegno a non espandere la Nato verso Est, minacciando la sicurezza di una grande potenza militare!), mentre l’UE tarda a potenziare le proprie capacità di difesa”;

c) “considerando che la Cina – che come noto con l’Ucraina c’entra come i cavoli tra il pranzo e la cena, ma una zampata contro non fa male a nessuno! – …erode l’ordine internazionale basato su regole” (l’estensore di questo impareggiabile passaggio deve aver esagerato nell’assunzione di fentanil). Pechino è accusata di “perseguire politiche assertive e ostili in ambito economico … esportando beni dual use che la Russia utilizza contro l’Ucraina”; di investire nelle sue forze armatesfruttando il suo potere economico per reprimere le critiche a livello mondiale e affermarsi come potenza dominante nell’Indo-Pacifico, intensificando azioni conflittuali, aggressive e intimidatorie contro alcuni dei suoi vicini, in particolare nello stretto di Taiwan e nel Mar cinese meridionale, rappresentando un rischio per la sicurezza regionale e globale e per gli interessi economici dell’UE. Strepitoso! Che la Cina difenda la sua sovranità senza aggredire altri paesi, tanto meno quelli europei, lontani e irrilevanti, ai malati funzionari eurotici non viene certo in mente;

d) tralasciando, per esigenze di spazio, i deliri che emergono dal testo quando rileva guerre, povertà e sfruttamento dei popoli del Sahel, dell’Africa settentrionale e nordorientale, su cui le responsabilità di americani ed europei sfuggono solo ai marziani e ai peripatetici brussellesi;

e) considerando che è urgente rafforzare la politica di difesa dell’UE alla luce … della guerra in Ucraina e dell’uso di nuove tecnologie belliche (aspettiamo su questo la sibilla cumana per capire cosa significhi);

f) considerando che è nell’interesse dell’UE che l’Ucraina sia parte integrante di un sistema di sicurezza europeo (un bla bla va sempre bene, tanto a leggere sono quasi solo i poveri di spirito);

g) considerando che il Mar Nero è passato dall’avere un ruolo secondario all’essere un teatro militare principale per l’UE e la NATO (il Mar Nero teatro principale? Come no, basta dare uno sguardo alla carta geografica!) e che, insieme al Mar Baltico, è diventato una regione strategica cruciale per la sicurezza europea nel contrastare la minaccia russa (certo, basta ripetere il ritornello alla noia e il megafono della propaganda farà il resto, secondo la pratica collaudata del Grande Goebbels!);

h) considerando che la regione artica sta diventando sempre più importante in termini di sviluppo economico e trasporti, e affronta sfide legate ai cambiamenti climatici, alla militarizzazione, alla concorrenza geopolitica e alla migrazione (solo gli spiriti superiori riescono a capire tali sottigliezze);

i) considerando che la relazione Draghi del 2024 sul futuro della competitività europea (il “vile affarista” di cossighiana memoria cerca un residuo di vanagloria dopo aver provocato il disastro greco, massacrato l’economia europea, entrato a Palazzo Chigi senza elezioni e passato alla storia per le sue storiche battute: “se non ti vaccini, muori” e “guerra o condizionatoriha evocato la necessità di 500 miliardi di euro per la difesa europea in un decennio, dal momento che … gli Stati membri non sono preparati per le crisi intersettoriali o multidimensionali più gravi (aggettivi più comprensibili aiuterebbero a capire, ma andiamo oltre);

l) ed eccoci a una super-perla… considerando che la capacità dell’UE di agire con decisione in risposta alle minacce esterne è stata ripetutamente ostacolata dal requisito dell’unanimità, in quanto alcuni Stati membri e paesi candidati bloccano o ritardano gli aiuti militari critici all’Ucraina … (a parte l’assenza di esempi, qui si intende dire che i paesi dovrebbero piegarsi agli interessi dei più forti, rinunciando alla difesa dei loro legittimi interessi. Come mostra l’avvento della demo-nazi-crazia guidata da un barbuto e mediocre attore (copyright di D. Trump) che in uniforme da furiere (tanto a morire al fronte ci vanno gli altri!) trascorre il tempo a mungere la mucca imperiale (e questo si capisce) e ora sempre più i furbissimi e ricchissimi popoli europei;

Il Parlamento europeo è dunque del parere che l’UE e i suoi Stati membri debbano unire le forze per superare le minacce e gli attacchi alla sicurezza, se non vogliono esporsi ad avversari aggressivi (sospettiamo si tratti di Russia, Cina, Corea del Nord, Iran, Venezuela, per ora …, cioè paesi che rimangono con la schiena dritta!) e partner imprevedibili (sospettiamo trattarsi di ex-alleati padroni, gli Stati Uniti, sebbene sul termine ex manteniamo la riserva …!).

Alla luce di tali pillole di saggezza, il Parlamento europeo – bontà sua! – ricorda che l‘UE è un progetto di pace, condanna le aggressioni (quelle degli altri, naturalmente) e si adopera per la pace e la stabilità, … e che per giungere a tanto occorre sostenere l’Ucraina e diventare più resilienti (basta l’uso dell’aggettivo resiliente per indurci a chiedere ai santi in paradiso di accelerare l’ascesa in cielo del suo redattore): in ogni caso, per giungere alla pace dobbiamo fare la guerra a fianco dell’Ucraina (e vincerla beninteso), secondo una logica che non fa una piega, almeno nella mente malata di tali etnie di servizio!

Il Parlamento sottolinea quindi che… sui campi di battaglia ucraini sarà deciso il futuro dell’Europa, che l’Europa deve affrontare la maggior minaccia alla sua integrità territoriale dalla fine della guerra fredda (tra Ucraina e paesi europei non esiste alcun accordo di mutua difesa; l’UE non ha competenza in tema di sicurezza; l’Ucraina ha fatto le sue scelte da paese sovrano, o corrotto dall’impero ma sono scelte sue, etc. … ma fa niente!);

m) “La  Russia è sostenuta dai suoi alleati, tra cui la Bielorussia, la Cina, la Corea del Nord e l’Iran,  e il Parlamento ribadisce con fermezza la sua condanna dell’aggressione non provocata, illegale e ingiustificata della Russia contro l’Ucraina (per far redigere tali menzogne occorre promettere soldi e carriera, o basta scegliere bene la servitù?), che è necessario tener conto dell’instabilità nel nostro vicinato meridionale (che pensiero delicato!), dell’aumento della potenza militare cinese (ventimila km di distanza non bastano, la Cina dovrebbe comunque restare debole e indifesa per i desideri di questi deficienti!) e della crescente aggressività delle potenze intermedie (qui è solo per distrazione che non si cita Israele!), che … l’amministrazione statunitense intende concludere un accordo con l’aggressore russo a scapito della sicurezza ucraina e di quella europea (questo il nome con cui le comparse da operetta designano lo status di pace) che sono la stessa cosa; constata che le recenti azioni e dichiarazioni hanno accresciuto le preoccupazioni sulla posizione degli Stati Uniti nei confronti della Russia, della NATO e della sicurezza dell’Europa; deplora, a tale proposito, i voti del governo statunitense, allineati a quelli russi, in seno all’Assemblea Generale e al Consiglio di sicurezza … sulla guerra d’aggressione russa contro l’Ucraina” (no comment!);

n) è una fortuna, tuttavia, che il Parlamento ritenga che la diplomazia costituisca una pietra angolare della politica estera dell’UE: Vivaddio! … prima di riesumare, per ragioni insondabili, “l’invito alla Turchia, paese Nato e candidato (eterno!) all’UE, a rispettare il diritto internazionale, a riconoscere la Repubblica di Cipro e a por fine immediatamente all’occupazione dell’isola” (un’ottima notizia certo: son trascorsi solo 51 anni da quel 20 luglio 1974, quando i turchi hanno invaso l’isola, ma nulla sfugge e seppure con un pizzico di ritardo anche l’Europarlamento – dove nessun dorme! – se n’è accorto!). Tale strategia – prosegue la Risoluzione – vien perseguita “con un approccio olistico e orizzontale” (il significato resta un avvolto nel mistero, ma a questo mondo non tutto si può spiegare).

Con l’occasione apprendiamo finanche che qualcuno sta scrivendo un libro bianco sul futuro della difesa europea che identificherà le minacce più pressanti e i rischi strutturali … per garantire sicurezza … dissuadere potenziali aggressori (chi, quando, dove, siamo curiosi) … al fine di diventare una potenza credibile (una potenza credibile?, a questi geni delle relazioni internazionali non sfugge certo l’assenza di uno stato e un governo europeo, di una banca centrale che prenda ordini da un governo democraticamente eletto, di un vero parlamento etc. … ma che volete che sia!).

o) “chiede misure immediate per rafforzare la sicurezza e la difesa del confine nord-orientale dell’UE con la Russia e la Bielorussia istituendo una linea di difesa globale e resiliente (rieccolo il magico aggettivo!) nei settori terrestre, aereo e marittimo per contrastare le minacce militari e ibride, compresi l’uso dell’energia come arma, il sabotaggio di infrastrutture e la strumentalizzazione della migrazione (una nefandezza dietro l’altra riservata ai cittadini europei semi-analfabeti);

p) “concorda con la relazione Draghi secondo cui l’UE e i suoi Stati membri devono decidere con urgenza gli incentivi da destinare all’industria europea della difesa” (un modo gentile per dire che occorre indebitare ancor più gli stati per arricchire i produttori di morte);

q) “esorta l’UE e i suoi Stati membri a schierarsi dalla parte dell’Ucraina; ricorda che sui campi di battaglia ucraini  si deciderà il futuro dell’Europa” (a morire sono gli ucraini, ma è solo un dettaglio) … “sollecita gli Stati membri a fornire più armi e munizioni all’Ucraina prima della fine dei negoziati (la lungimiranza di tale posizione passerà alla storia!) poiché  … se l’UE dovesse cessare di sostenere l’Ucraina e questa dovesse arrendersi, la Russia invaderebbe altri paesi, compresi  … i membri dell’UE; e dunque … invita gli Stati membri, i partner internazionali e gli alleati NATO a revocare tutte le restrizioni all’uso delle armi occidentali fornite all’Ucraina contro obiettivi in territorio russo (fortuna vuole che tutto ciò non porterà mai alla vittoria dell’Ucraina, poiché in caso contrario la Russia userebbe l’arma atomica, ponendo fine alla vita di tali pericolosi individui, ma ahimè anche alla nostra e fors’anche a tutto il genere umano: è solo un’ipotesi, certo, ma non c’è verso che venga in mente a costoro!) … ma ecco uscire dal canestro il coniglio risolutivo …  per la soluzione pacificache deve basarsi sull’indipendenza, la sovranità e l’integrità territoriale dell’Ucraina, sui principi del diritto internazionale, sulla responsabilità per i crimini di guerra e di aggressione, e sul pagamento di indennizzi da parte della Russia per i danni causati in Ucraina, esorta l’UE e i paesi membri a fornire all’Ucraina solide, future garanzie di sicurezza”. A questo punto il rischio di stramazzare al suolo diventa reale.

r) “chiede un aumento significativo del finanziamento del sostegno militare all’Ucraina, la rapida adozione del pacchetto di aiuti militari, il più grande di sempre; invita gli Stati membri dell’UE a destinare almeno lo 0,25 % del loro PIL agli aiuti militari per l’Ucraina; condanna il veto imposto da uno Stato membro al funzionamento dello strumento europeo per la pace[7] (cioè condanna uno stato membro, vale a dire l’Ungheria, che ha chiesto di fare la pace non la geurra, incredibile!); invita gli Stati membri dell’UE, insieme ai loro partner del G7, a confiscare immediatamente tutti i beni russi congelati per sostenere i prestiti all’Ucraina: i neuroparlamentali, in sostanza, invitano ad aggredire la Russia senza informare i cittadini. Che sia mai violare la Costituzione e dichiarare guerra a un paese che non ci ha mai minacciato, né sparato contro o invaso, ma anzi garantiva energia a buon mercato per la nostra economia. Che sia mai!

s) “ribadisce l’importanza della cooperazione tra l’UE e la NATO, dal momento che la NATO rimane, per gli Stati che ne sono membri, un pilastro importante della difesa collettiva. Ora, la circostanza che gli Usa non siano d’accordo è solo un’inezia, non c’è necessità di ricordarlo;

t) “chiede la creazione di una “flotta aerea dell’UE di risposta alle crisi”, … messi a disposizione degli Stati membri per gli interventi dell’UE, per il trasporto di …truppe (il comando verrà dato a qualcuno, ma non c’è bisogno di indicare a chi, un altro dettaglio);

u) “insiste sulla necessità che UE e Regno Unito offrano garanzie di sicurezza per l’Ucraina e diventare partner più stretti in materia di sicurezza … di condivisione delle informazioni, … manipolazione delle informazioni e ingerenze straniere … (tradotto: occorre controllare i servizi altrui e reprimere il dissenso!)

v) creazione di un mercato unico europeo della difesa… frammentazione e mancanza di competitività dell’industria europea limitano la capacità di assumersi maggiori responsabilità quale garante della sicurezza; il “mercato della difesa” implica il riconoscimento … di un’applicazione … coerente delle politiche pubbliche dell’UE; … la preferenza europea dovrebbe essere l’obiettivo del “mercato” unico collegando strettamente la territorialità e il valore aggiunto generato nel territorio”. Ecco finalmente abbiamo capito, i paesi europei, più il Regno Unito, prendano atto – Rheinmetall è lì che aspetta da 80 anni – il militarismo tedesco è resuscitato, la storia va avanti, anzi torna indietro!

z)  accoglie con favore il piano “ReArm Europe” proposto il 4 marzo 2025 dalla presidente della Commissione; sostiene l’idea secondo cui gli Stati membri dell’UE devono aumentare i finanziamenti per la difesa e la sicurezza portandoli a un nuovo livello; osserva che alcuni Stati membri hanno già aumentato la spesa per la difesa al 5 % del PIL (in sostanza, alcuni paesi hanno già tagliato il loro già declinante welfare, cosa aspettano gli altri farlo?);

za) “reputa opportuno modificare i piani nazionali per la ripresa e la resilienza (rieccoci!) per lasciare spazio a nuovi finanziamenti per la difesa; chiede che gli investimenti in questione rispondano sia alle vulnerabilità della capacità militare … consentendoci di combattere le minacce ai nostri valori, sicurezza … e modello sociale (incredibile, che faccia di tola!, mentre propongono di dirottare le misere risorse di cui disponiamo, essendo tutti pieni di debiti, a favore di una guerra fabbricata a tavolino, affermano che in assenza dovremmo rinunciare al quel modello sociale che loro stessi stanno frantumando, che doppia faccia di tola!);

zb) “esorta gli Stati membri a istituire una banca per la difesa, la sicurezza e la resilienza (e daje!) … per fornire prestiti a basso interesse … e sostenere … il riarmo, la modernizzazione della difesa, la ricostruzione in Ucraina (perché mai gli europei dovrebbero pagare per una guerra che non hanno voluto, Dio solo lo sa, e dunque non lo sanno nemmeno gli eurointossicati) e il riacquisto di infrastrutture critiche attualmente di proprietà di paesi terzi ostili; … In realtà, si tratta di far crescer debiti, debiti e poi debiti, a perenne beneficio delle corporazioni finanziarie e dei produttori di armi, che ormai non si nascondono nemmeno più;

zc) “incarica la Commissione di trasmettere la risoluzione al Consiglio, alla Banca europea per gli investimenti, ai governi e parlamenti degli Stati membri (il nostro umile auspicio, che temiamo destinato alla sconfitta, è che parlamenti e principalmente i popoli dei paesi membri si mobilitano per demolire tale mortifera impalcatura.

3. Ora, se gli Stati Uniti prendessero le distanze dalla Nato o decidessero uno sganciamento dall’Europa, de facto (riducendo le risorse) o de jure, due sarebbero le ipotesi: a) rafforzamento del percorso di costruzione di uno Stato Europeo (quella mitologica Federazione Europea che continua religiosamente a sopravvivere nella mente degli stipendiati politici, giornalisti, accademici/burocrati, e in generale degli euroinomani del Sud Europa, a dispetto delle evidenze: le oligarchie europee che contano (non le comparse politiche che nulleggiano nel nulla) mai hanno inteso costruire una Federazione europea e mai la costruiranno, perché è contro i loro interessi (necessitando dell’abominevole principio di solidarietà) e perdipiù è assente il sottostante, quel popolo europeo che agita politici evanescenti come il gas naturale o ex studenti Erasmus scopritori di birrerie barcellonesi; b) la seconda ipotesi è il risorgere delle divisioni tra le nazioni europee, una prospettiva benedetta da dio, che rappresenterebbe tutt’altro che un male, occasione unica per recuperare la nostra sovranità istituzionale e monetaria, battere il neoliberismo globalista e restituire ai nostri figli la speranza di una società più libera (dai bisogni) e più giusta. In parallelo, dopo l’implosione della tossica impalcatura neuro-inomane (scomparsa dell’euro e controllo sul movimento dei capitali), i paesi membri potrebbero lavorare a una confederazione europea, su basi democratiche e volontarie, all’insegna dei principi del controllo pubblico della ricchezza e dei bisogni essenziali dell’individuo. Si tratta di un percorso che richiede un sussulto reattivo, ma non tutto è perduto per chi opera guardando il percorso dell’uomo nella storia.

4. Se infine qualcuno ritenesse che la recente strategia trumpiana di far la pace con la Russia e prendere le distanze dall’Europa non rispondesse ad alcuna logica, ne avrebbe piena legittimità. Eppure, una logica esiste sempre. Proviamo a indicarne una, tenendo presente che gli imperi non scompaiono per scelta deliberata, ma solo se costretti. Secondo una linea di pensiero, D. Trump intende por fine alla guerra in Ucraina per riconciliarsi con la Russia, traendone benefici di mercato, ma soprattutto per provare a separarla dalla Cina, vera sfidante dell’impero unipolare, o preteso tale. Ora, è noto che la saldatura Mosca-Pechino non è un’alleanza militare (del genere Nato), ma una consonanza di interessi strategici, economici ed energetici, impreziosita dalla comune necessità di tenere a bada l’espansionismo americano.

Gli Stati Uniti, dopo aver tentato, tramite l’Ucraina, di dissanguare e frammentare la Russia, per depredarne le immense risorse, avrebbero preso atto che la guerra è persa. Trump incolpa di ciò l’amministrazione Biden, ma in realtà, è l’impero come tale ad aver fallito. Quella strategia era iniziata ben prima di Biden. Al tempo del colpo di stato a Kiev (2014) il Presidente era Obama, e dopo di lui Trump 1.0 aveva armato l’Ucraina allo stesso fine. L’impero persegue gli obiettivi di sempre, l’espansione di potere estrattivo senza limiti di spazio e quantità. Che ci riesca o meno è per fortuna dubbio, ma così è.

Ora, per contenere la Cina (farla implodere, occuparla con la finanzia neocoloniale, fermarne l’ascesa con un conflitto fino all’ultimo taiwanese o in altro modo), occorre indebolirla (direttamente, con dazi e minacce, dirette o indirette) e sottraendole alleati fedeli e potenti. E qui entra in gioco la Russia, che anche con la pace in Ucraina resta pur sempre un paese ostile insieme al Sud Globale, e dovrebbe dunque restare impaludata in Ucraina, mentre i costi di tale impaludamento – essendo gli Stati Uniti in un mare di guai finanziari – andrebbero sostenuti da altri. Ai funzionari eurotossici senza anima e testa non viene certo in mente che gli altri sono gli europei, che rimarranno asserviti e depredati per generazioni, per servire un impero che cerca di sfuggire a un declino inevitabile, ma ahimè non immediato. I paesi europei si lasceranno dunque dissanguare per contenere l’inesistente minaccia russa e consentire alla patologia unipolare di alimentare il sogno velleitario di destrutturare e disarticolare la Repubblica Popolare di Cina.

Tale strategia richiede il deferimento all’UE (e al Regno Unito, il solo paese che è cosciente di quel che fa) dell’onere di preservare la Nato, che non è destinata alla scomparsa, ma a servire in forma aggiornata gli interessi imperiali. La cecità e la complicità di chi decide è sotto gli occhi di tutti. A tale riguardo, fa sorridere la timida, tardiva e sterile scoperta della Presidente del Consiglio G. Meloni che l’Europa si è un po’… persa[8], mentre tace misteriosamente sulle signorili imprese dell’impero statunitense uscito di testa che vuole annettersi la Groenlandia (dove dispone già di basi militari), intende aggredire l’Iran (sulla base di quali norme internazionali, per quale ragione di sicurezza, trovandosi a 20.mila km di distanza … noi sospettiamo la ragione, ma lasciamo il quesito aperto), che è complice del terrorismo di Israele contro il popolo palestinese, che impone tariffe doganali a tre quarti dell’umanità, perché oggi il libero commercio non conviene più, riducendo in brandelli l’OMC[9], il sistema delle Nazioni Unite e via dicendo, mentre la Macchina della Propaganda si occupa di farfalle.

Washington, chiunque occupi lo studio ovale, non vuole la pace, ma solo lo spostamento di qualche grado longitudinale della linea di contatto Impero-Mondo. Il rischio per il genere umano, dunque, cambia solo di luogo non di senso. Dell’Ucraina, dei suoi interessi e della vita di quella gente, così come di palestinesi, taiwanesi, libanesi, siriani e via dicendo, ai padroni del mondo importa ben poco.

Solo una riscossa democratica – irrorata dall’indignazione, primo ineludibile sentimento reattivo insieme a consapevolezza e lucidità – potrà fare la differenza. Tutti possono contribuirvi, a modo loro e secondo le loro forze. Coraggio!


[1] https://www.europarl.europa.eu/plenary/en/texts-adopted.html

[2] https://pagellapolitica.it/articoli/errore-verdi-voto-favore-rearm-europe

[3] https://scenarieconomici.it/italia-quarta-potenza-corriere-della-sera-16-maggio-1991/

[4] https://www.europarl.europa.eu/doceo/document/TA-10-2025-0034_IT.html

[5] https://www.bbc.com/news/world-europe-26079957

[6] L. O’Rourke, Covert Regime Change: America’s Secret Cold War, Cornell University Press, 2018

[7] https://www.consilium.europa.eu/it/policies/european-peace-facility/

[8] https://www.ansa.it/sito/notizie/politica/2025/03/28/meloni-da-ragione-a-vance-sullue-usa-primo-alleato_76593664-b097-4b70-8c0b-d805a8b83b67.html

[9] Organizzazione Mondiale del Commercio

da qui

Quel che vorrei dall’Europa: 800 miliardi per Gaza - Sergio Labate

Mentre le nostre élites progressiste celebrano le magnifiche sorti europee, qualunque esse siano, sto ancora aspettando di sentire una sola parola ufficiale da parte delle istituzioni europee che condanni o prenda le distanze dalla carneficina che il loro alleato Netanyahu ha appena ricominciato. Mentre il nostro comico di corte commuove i già commossi con le sue supercazzole emozionali, così che tutti possiamo sentirci più buoni e più europei, aspetto un moto unanime di indignazione per il piano europeo sui migranti, pensato a immagine e somiglianza di quello che il nostro Governo si affanna a difendere contro ogni dignità e diritto da troppi mesi. Uno dei tanti doppi standard che stiamo esibendo, in fondo. Perché se dovessi dire cosa riesco a capire di quest’Europa che dovrebbe salvarmi dal maligno e per cui dovrei esser pronto a sacrificare la vita dei nostri figli, potrei dire soltanto questo: un progetto politico fondato sull’autocelebrazione e sull’incoerenza assoluta.

C’è soprattutto un aspetto che mi ha colpito nelle litanie degli intellettuali che officiavano la gran liturgia del palco di Piazza del Popolo. In linea di massima quasi tutti i loro discorsi mancavano dei due caratteri fondamentali della coscienza europea: la storia e la critica. Apologie dell’Europa professate da intellettuali ormai non-europei. Prendiamo il lungo e fanatico elenco dei meriti dell’Europa che ci ha proposto Vecchioni (a cui devo innumerevoli serate struggenti e non smetterò certo di essergli perciò riconoscente). Dal mio punto di vista è stato un esempio perfetto di come si decostruisce la storia e si sostituisce con una memoria pronta all’uso ideologico e alla propaganda. Una furbata o un’ingenuità, non saprei dirlo. Ma nell’atto in cui ci raccontava la storia d’Europa ne stava rimuovendo l’essenza: cioè la capacità dell’Europa di rivedere se stessa criticamente. Lo spiega molto chiaramente in un libro sulla coscienza europea Vincenzo Costa (L’assoluto e la storia, 2023). La coscienza europea si costituisce a partire dalla consapevolezza dello scarto tra il sapere e la verità. Che vuol dire semplicemente che ciò che sappiamo di noi stessi non è mai tutto. Siamo ciò che crediamo di essere ma sappiamo anche di essere altro da ciò che crediamo. Siamo quelli che inventano la storia e poi finiscono per riconoscere che ce n’è per tutti, di storia. Siamo la civiltà dei diritti ma siamo anche una sequela di guerre e crudeltà, siamo quelli che celebrano la dignità umana ma siamo anche quelli che, come ricordava Todorov ne La conquista dell’America, abbiamo incontrato negli altri noi stessi e non ci siamo riconosciuti, sterminandoli.

La nostra storia è unica perché sa di non essere unica. Non c’è storia europea senza la critica alla violenza dei dogmatismi, senza la relativizzazione radicale dell’eurocentrismo, senza la postura post-coloniale e post-patriarcale rivolta innanzitutto a se stessa, senza il ripudio irreversibile della guerra e della sua fascinazione. Non è una cosa difficile da capire, soprattutto per una tradizione culturale che ha vissuto gli ultimi ottanta anni proprio a demitizzare l’orgoglio europeo e sostituirlo con la dignità dell’autocritica.

Ciò che ha fatto grande l’Europa – e i suoi intellettuali di qualche decennio fa – è stata la capacità di prendere sul serio la propria crisi. Oggi a quanto pare l’intellettuale non ha come compito quello di prender sul serio la crisi, ma di negarla ostentando ai quattro venti l’Europa trionfante e pronta a riconquistare il mondo e a far la guerra. Come si risolve la crisi? L’Europa di cui proviamo nostalgia avrebbe risposto: riconoscendola criticamente. L’Europa che oggi siamo chiamati a difendere militarmente ci dice: negandola.

Un’Europa che celebra il proprio orgoglio e si dimentica della dignità dei propri cittadini farebbe inorridire i propri padri fondatori. Molto più di quanto potrebbero inorridire di fronte a un primo ministro che non ha mai preso le distanze dal fascismo e che dichiara di non gradire un manifesto che è di principio e di fatto antifascista. Sono certo che Spinelli e gli altri confinati non si aspetterebbero nulla di diverso dai fascisti. E noi invece caschiamo nella trappola e ci scandalizziamo come se un cane ci avesse pisciato sul tappeto, mentre ormai ci hanno portato via il tappeto e non abbiamo nemmeno più la casa dove ripararci. Io non ho dubbi che il disprezzo che Meloni prova per il manifesto di Ventotene sia lo stesso disprezzo che prova per la Costituzione. Solo che in questo caso non rischia il vilipendio e può dire a parole quello che sta comunicando coi fatti delle sue riforme costituzionali: smantellare, umiliare, cancellare una storia intera. Però sinceramente non mi pare che il problema centrale del nostro tempo sia il fatto che una nostalgica del fascismo non apprezzi scritti antifascisti.

Per questo resto qui in silenzio. Aspetto di sentire qualcuno di coloro che piangono affranti di fronte alla sincerità brutale e inquietante di Meloni indignarsi allo stesso modo per le mosse di una Commissione europea a cui il loro partito ha dato fiducia nel Parlamento europeo. Aspetto di sentire non balbettii ma lamenti e strepiti e urla di indignazione per un silenzio tragicamente complice che accompagna la strage dei bambini di Gaza, mentre noi urliamo dai palchi e a favore di telecamere che difendiamo la libertà. 130 bambini, uccisi in un giorno come un altro, solo perché qualcuno che noi non possiamo censurare ha deciso unilateralmente di interrompere una tregua e desertificare persino le macerie. Nelle grandi televisioni europee – orgoglio della libertà di stampa – li leggo i titoli: “Israele ricomincia la guerra ad Hamas”. No, Israele ricomincia la strage degli innocenti e noi europei, invece di chiedere immediatamente le dimissioni di una von der Leyen che non ha nulla da dire al riguardo, la difendiamo ancora.

Riarmo, persecuzione dei migranti, silenzio complice su Gazaè questa l’Europa che dovremmo difendere? Tenetevela pure, quest’Europa. Tenetevi pure l’orgoglio europeo. Io parteggio per la dignità degli oppressi. Anche questa l’ho appresa in Europa, da europeo. E da europeo ho imparato che vale per tutti, non solo per noi.

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giovedì 3 aprile 2025

Racconto di un muro - Nasser Abu Srour

(traduzione di Elisabetta Bartuli)

il romanzo è scritto da un uomo condannato all'ergastolo in una prigione d'Israele (i carcerieri sono quelli del colonialismo, dei territori occupati, dell'apartheid, della pulizia etnica, del genocidio) e si divide in due parti.

prima il prigioniero passa il suo tempo sperando a una libertà impossibile, pensando alla famiglia, ai compagni palestinesi, e si rifugia, per non illudersi troppo, nel suo rapporto con i muri della prigione, l'unica realtà vera.

poi arriva l'impossibile amore con Nanna, lui s'illude, ma sempre con i piedi per terra, e poi l'impossibilità di quell'amore vince, e il nostro narratore all'ergastolo ritorna a dialogare con il suo fedele muro.

un libro senza troppa speranza, ma c'è, merita la lettura di sicuro, un racconto dalla parte dei vinti.

 

 

scrive Abu Srour all’inizio rivolgendosi ai lettori, “questa non è la mia storia, è il racconto di un muro che mi ha scelto come testimone”. È sempre stato il muro, infatti, “a consegnarmi ognuno degli aggettivi con cui mi definisco”. Nel campo profughi, in prigione, nel cuore di una donna - Nanna, un’avvocata per i diritti umani di cui si innamora durante la detenzione, protagonista della seconda parte del libro - e infine di nuovo in prigione. Perché il muro è punto di partenza e di arrivo. È l’unica certezza, l’elemento in cui si congiunge il cerchio. Lo scrittore racconta della sua adolescenza, quando già sente come sia asfittica una linea temporale che faccia cominciare tutto dall’espulsione della Nakba, “senza niente prima e niente dopo” e percepisce di appartenere a una generazione che ha dovuto comporre da sé il proprio mito: dopo 20 anni si è scrollata di dosso “il pesante e opprimente lascito di disfatte non sue, ma nel 1987 ha annunciato la sua rivoluzione scrivendone le prime pagine con le pietre”…

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Non è una storia narrata da un uomo incarcerato da trent’anni, ma è la storia del muro che l’ha accolto e con lui ha accolto i suoi ricordi, i suoi affetti, ma anche l’amore per Nanna, il suo avvocato. Il racconto di un muro è un’appassionata autobiografia, anomale perché assume talvolta i contorni di una lezione di storia e/o di una speculazione metafisica. Ma è anche un racconto d’amore. Nasser Abu Srour è entrato giovanissimo in carcere, semplicemente perché palestinese in un conflitto con lo stato israeliano: ha trascorso in carcere trent’anni durante i quali ha potuto recuperare il senso di quella prigionia attraverso le storie di altri profughi palestinesi, attraverso la narrazione dei vari accordi non rispettati. Nasser Abu Srour è catturato, interrogato, malmenato, torturato, costretto a confessare, quindi incolpato e condannato all’ergastolo. La prima parte del suo racconto è un viaggio nelle prigioni israeliani, segnato dalla sua necessità di sopravvivere. Nella seconda parte racconta la storia dell’amore impossibile con Nanna, il suo avvocato, un altro modo di sopravvivere e di vivere. Il romanzo di Nasser Abu Srour, detenuto in una prigione israeliana dal 1993 e condannato all’ergastolo, compone una vera ode alla libertà, che non solo scava nella frattura profonda fra due popoli, ma recupera e mette a sistema poeti preislamici con filosofi e pensatori occidentali, da Kierkegaard, a Karl Marx, a Sigmund Freud. Siamo di fronte ad una scrittura totalizzante, che assorbe e annichilisce. Una lettura impegnativa, incentrata sul significato di libertà e di pensiero.

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Il racconto di un muro, di Nasser Abu Srour, non è un libro facile: forse il modo migliore per avvicinarcisi è semplicemente mettersi in ascolto, con rispetto, cercando di spogliare noi stessi di qualsiasi idea preventiva ci possa essere venuta in mente. Edito da Feltrinelli e tradotto da Elisabetta Bartuli, è una lettura sì scomoda, ma assolutamente necessaria, non solo in questo periodo storico.

Il racconto di un muro è la storia della vita del suo autore, palestinese, detenuto in una (anzi, in più d’una) prigione israeliana dal 1993 e condannato all’ergastolo: il muro di cui (e con cui) parla altro non è che il muro che divide Nasser Abu Srour dal mondo ma che, in fondo, contribuisce a crearne di nuovi. È l’unico riferimento dell’autore nella prigionia, l’unica cosa immutabile, che non cambia mai, contro cui scagliarsi nei momenti di rabbia e a cui rivolgersi nei momenti di sconforto.

Il racconto di un muro è una lezione di storia degli ultimi trent’anni di guerra, lotta, occupazione, è una memoria carceraria, un’indagine metafisica che chiama in causa Søren Kierkegaard, Rabin e Arafat, ma anche la poesia di Darwish e non solo. Ed è persino, forse più di tutto il resto, una storia d’amore…

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Troppe deviazioni nei Servizi segreti: non sono solo mele marce. E ora si prevede un’ampia licenza di delinquere - Luigi de Magistris

La democrazia per essere difesa ha bisogno anche dei servizi segreti. I servizi di sicurezza, quelli militari e quelli interni, sono costituiti da donne e uomini, come ogni istituzione dello Stato. E sostenere che i servizi sono infedeli e deviati significa dire il falso, si fa torto alle tante persone oneste, preparate e coraggiose che ne fanno parte. Uno per tutti Nicola Calipari, ucciso da soldati americani per salvare in una missione la vita di Giuliana Sgrena.

E non sempre, anzi quasi mai, si conoscono le buone operazioni dei servizi. Ma dobbiamo riconoscere che le deviazioni dei servizi, nella storia della Repubblica, sono talmente tante che non si può parlare in questi casi di singole persone deviate nei servizi segreti, perché vertici dei servizi, unitamente a forze politiche eversive e non di rado a servizi di altri Stati, hanno contribuito a condizionare in maniera occulta e criminale la nostra fragile democrazia per mutarne il corso politico e istituzionale. Dalla strage di piazza Fontana a Milano sino a Gladio, dal Piano Solo alla Rosa dei venti, dal golpe Borghese alle stragi di piazza della Loggia a Brescia sino alla più devastante di Bologna, dal sequestro e l’uccisione di Aldo Moro alla P2 di Gelli, dal caso Cirillo agli assassini eccellenti, dalla strage di Capaci a quella di via D’Amelio, quest’ultima forse il più grave depistaggio della storia della Repubblica; in tutti questi casi e in altri ancora il ruolo di vertici inquinati dei servizi hanno condizionato con bombe, assassini e depistaggi la storia della Repubblica.

Quindi quella dei servizi è storicamente materia da maneggiare con moltissima cura, stando molto attenti allo stretto rapporto organico tra potere esecutivo, il governo appunto, e i servizi. Con un Parlamento sempre più esautorato dai suoi poteri di centralità nella democrazia e una magistratura estromessa da funzioni di controllo, c’è da temere non poco. Il disegno di legge 1660 cosiddetto Sicurezza, approvato da un ramo del parlamento, garantisce in realtà la sicurezza del potere e in parte la sua impunità, ma per nulla assicura la sicurezza delle persone, anzi le mette in pericolo accentuando anche una forte repressione del dissenso.

A proposito dei servizi, poi, in un momento in cui imperversano le violazioni della segretezza delle conversazioni con abusi del potere, intercettazioni fuori dal controllo della magistratura, si approvano norme pericolose. L’obbligo per le pubbliche amministrazioni, scuole ed università comprese, di comunicare ai servizi informazioni che incidono sulle libertà personali di dipendenti e studenti, comprese notizie su idee politiche, frequentazioni, condotte anche di natura privata. La possibilità, poi, di commettere in talune circostanze, descritte in maniera molto generica e discrezionale, reati da parte di appartenenti ai servizi senza la possibilità di essere perseguiti e sottoposti al controllo di giustizia. Si prevede un’ampia licenza di delinquere con la garanzia dell’impunità, ad esempio in materia di terrorismo e di sicurezza nazionale. In un Paese in cui almeno fino al 1994 alti vertici dei servizi sono stati coinvolti in fatti gravissimi e in epoca più recente si sono ricostruiti coinvolgimenti nella realizzazione della nuova fase di criminalità istituzionale, senza bombe ma con proiettili istituzionali, non c’è da stare tranquilli.

E chi decide quale sia il pericolo per l’interesse nazionale o il terrorismo? Il governo? Quelli che hanno il busto di Mussolini a casa o la fiamma post-fascista nel simbolo di partito? Quelli che considerano sovversivi i pacifisti che protestano contro il genocidio dello Stato d’Israele nei confronti della Palestina e del suo popolo? Quelli che considerano eco-terroristi le ragazze e i ragazzi che protestano contro i cambiamenti climatici? Quelli che considerano partecipanti a bande armate chi difende il territorio da opere pubbliche dannose, inutili e criminali? Per piazza Fontana dopo aver accusato falsamente gli anarchici avrebbero magari sostenuto che le bombe erano il fine che giustifica il mezzo: fermare la lotta di classe.

La magistratura autonoma e indipendente viene esonerata dal controllo di legalità e di giustizia ed è il governo, con la mano dei servizi, ad incidere su libertà fondamentali. Un paese è democraticamente solido e uno stato di diritto è forte quando non deve temere chi dovrebbe operare sempre per la difesa della Costituzione, la sicurezza nazionale dello Stato e prima ancora del suo popolo e dei suoi diritti fondamentali.

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mercoledì 2 aprile 2025

La guerra in Ucraina e le bugie dell’Europa - Piero Bevilacqua

 

È ormai chiaro come la luce del giorno. Gli attuali dirigenti europei sono sotto l’effetto di una duplice e devastante sconfitta. Hanno perso la guerra contro la Russia, sostenuta con il sangue ucraino e in appoggio subalterno agli USA. E ora si trovano umiliati da una nuova amministrazione americana, che ha cambiato strategia e li tiene lontani da ogni trattativa indirizzata alla pace.

Ma le élites del Vecchio Continente hanno preso atto di un’altra e certo più grave sconfitta: l’Unione Europea ha fallito nei sui compiti fondamentali. Il Rapporto Draghi del 2024 ne costituisce la piena certificazione: gli obiettivi di successo competitivo sul piano economico e tecnologico non sono stati raggiunti. USA e Cina ci distanziano di 10 anni. E il bilancio complessivo degli ultimi trent’anni è drammatico: le disuguaglianze sociali in Europa si sono ingigantite; è dilagato il lavoro precario; ampie fasce di ceto medio e popolari si sono impoverite; molte conquiste di welfare del dopoguerra sono state colpite; gli spazi di partecipazione democratica si sono ristretti; i partiti politici di massa sono degradati a cordate elettorali; le formazioni di destra ormai contrastano quasi alla pari (quando non sono già al governo) le forze politiche che avevano fondato l’Unione. La democrazia è minacciata in tutto il Continente.

Di fronte a tale scenario i ceti dirigenti UE cercano di sottrarsi alle loro responsabilità infilandosi in un altro e più devastante errore: il programma ReArm Europe. In verità il progetto persegue vari fini che per brevità qui non indico. Ma esso tenta di fondare la propria legittimità su due colossali menzogne: la Russia ha mosso guerra all’Ucraina per le sue mire imperiali; la Russia minaccia di invaderci. Dunque, documentare la falsità di questa narrazione illumina il progetto di riarmo in tutta la sua fallacia, quale tentativo di una élite colpevole, subalterna e inadeguata, di conservare il potere malgrado il proprio fallimento. Appare ormai evidente che l’Europa può avviarsi a un nuovo corso solo attraverso l’emarginazione del ceto politico che, dopo trent’anni perduti, vuole sfuggire alle proprie responsabilità trascinandoci in una strada di immiserimento sociale e d’imbarbarimento civile. Esponendoci al rischio di una guerra mondiale.

Ed ecco le menzogne. Per chiarire come sono andate le cose in Ucraina bisogna ricorrere alla Geografia e alla Storia. La geografia ci ricorda che la Russia è estesa 17.075.000 km² e ha circa 160 milioni di abitanti: è il più esteso Stato del mondo ed è di fatto disabitato. Basti pensare che l’Europa è estesa 4.050.000 km² ed è abitata, tra i 450-500 milioni di individui. Ma il territorio russo, a differenza di quello europeo, povero di materie prime (come ricorda lo stesso Mario Draghi, uno degli strateghi della strada bellicista dell’UE) non è che un immenso deposito di petrolio, gas, ferro, uranio, nichel, terre rare, suoli fertili, acque, sterminate foreste. Ciò di cui è povero è la popolazione. Dunque per quale ragione i russi dovrebbero invadere la Germania o la Francia o l’Italia distraendo centinaia di migliaia di giovani dal lavoro produttivo e mandandoli a morire? Quale petrolio, gas, ferro dovrebbero accaparrarsi dai nostri sguarniti territori? La Geografia elementare ci dice dunque che la minaccia russa è una invenzione propagandistica dei governanti europei e dei nostri giornalisti disonesti per far ingoiare ai cittadini le loro scelte scellerate e il fallimento di 30 anni di politiche europee..

Passiamo alla Storia. La Russia ha invaso l’Ucraina, un paese sovrano. Esatto, un gesto da condannare. Ma perché l’ha fatto? Per allargare il suo impero? Abbiamo visto che la Geografia rende non credibile questa spiegazione anche per un paese vicino come l’Ucraina. Ma la storia in questo caso chiarisce meglio le cose. In premessa occorre ricordare che, da poco presidente, Vladimir Putin manifestò la volontà di entrare a far parte della Nato, essendo la Russia diventata membro del G8 e “osservatore” dell’Alleanza atlantica. Nel 2002 a Pratica di Mare, in una base militare italiana, venne firmato un accordo di collaborazione fra Nato e Russia, che faceva seguito al Founding Act and Mutual Relation, Cooperation and Security firmato a Parigi il 27 maggio 1997, durante la presidenza di Eltsin. L’accordo fu accolto con entusiasmo da Putin, che vi scorse la possibilità di «attuare un nuovo ordine basato sulle realtà geopolitiche contemporanee senza inutili turbative». Poco dopo Gli USA rifiutarono l’ingresso di Mosca nella Nato. Domanda: se Putin aveva intenzione di ricostituire l’impero o la vecchia URSS, che senso aveva entrare nella Nato? Se gli Americani erano preoccupati dell’espansionismo russo, quale più utile scelta dell’ingresso di Mosca nell’Alleanza per poterlo controllare più da vicino? Già qui crollano le menzogne dell’Occidente. Gli USA avevano bisogno di mantenere il nemico che avevano sconfitto nella guerra fredda e per il quale avevano in mente un diverso avvenire.

Le persone più oneste giustificano la scelta drammatica della Russia con una motivazione importante: l’estensione della Nato nei paesi dell’Europa orientale. Tutto vero. Anche il Papa, grande politico del nostro tempo, ha detto che la Nato è andata ad «abbaiare alle porte della Russia». Ma bisogna aggiungere che questa espansione faceva parte di una più vasta strategia di guerra destinata a sconfiggere e a smembrare la Russia, com’era successo nella Repubblica Jugoslava. Questa strategia appare evidente da numerose iniziative che gli USA e la Nato intraprendono all’indomani della caduta dell’URSS. Osservare tutte queste mosse in successione cronologica fa comprendere pienamente come sono realmente andate le cose.

Nel 1999 Ungheria, Cecoslovacchia e Polonia vengono inseriti nella Nato. Fu un colpo per il Governo di Mosca e un tradimento degli accordi presi tra i dirigenti americani e Gorbaciov prima del crollo dell’URSS. Dichiarò più tardi il colonnello USA Douglas Macgregor, veterano della guerra in Iraq, in un’intervista del 31 marzo 2022: «Quando nel 1999 abbiamo deciso di accettare la Polonia […] i russi erano molto preoccupati, non tanto perché la Nato fosse ostile in quella fase, ma perché sapevano che lo era la Polonia. Quella polacca è una lunga storia di ostilità nei confronti della Russia. […] In questo momento, semmai, la Polonia è un potenziale catalizzatore di una guerra con la Russia». Appena due anni dopo, nel 2001, l’amministrazione americana di George W. Bush, si ritirò unilateralmente dal trattato anti missili balistici (ABM) stipulato con l’Unione Sovietica nel 1972, creando allarme nella dirigenza di Mosca. Nel 2004 Bulgaria, Lettonia, Slovacchia, Repubblica Ceca, Romania, Lituania ed Estonia, la quale ultima confina con la Russia, fecero il loro ingresso nella Nato. In quel momento la Nato si era estesa verso il territorio della Federazione russa di ben 1600 km.

Sempre nel 2004 alle elezioni presidenziali in Ucraina viene eletto il candidato filorusso Yanukovich, ma il risultato viene contestato dai movimenti antirussi fomentati, preparati e finanziati dagli USA. Dopo un mese, la Corte suprema annulla il risultato elettorale e indice nuove elezioni. E in questa seconda tornata, grazie a una imponente campagna elettorale sostenuta segretamente dagli americani a vincere è Yushenko che inizia una politica di apertura alle formazioni naziste nella vita politica ucraina.

Nel 2008, dopo imponenti esercitazioni militari nel Mar Nero, i vertici della Nato, riuniti in Romania annunciarono, con il cosiddetto Memorandum di Bucarest, «Abbiamo concordato oggi che questi paesi (Ucraina e Georgia) diventeranno membri della Nato». Sempre nel 2008 l’esercito georgiano, addestrato e finanziato dagli USA, lanciò un massiccio attacco missilistico e di artiglieria contro il distretto dell’Ossezia del Sud, confinante con la Russia e legato ad essa da rapporti di amicizia e cooperazione. I russi, intervennero militarmente a protezione della popolazione russa e russofona e vi rimasero a presidio. Un episodio che la stampa occidentale ha trasformato nell’“invasione russa della Georgia”. Ma giova ricordare, soprattutto a coloro che classificano questo intervento come una delle tante aggressioni che provano l’imperialismo russo, che una commissione dell’Unione Europea, istituita a ridosso degli avvenimenti, accertò che l’aggressione da parte dell’esercito della Georgia era «illegale» e che l’iniziativa di Mosca era «legittima»

Nel 2014 avviene il fatto più grave che esaspera i conflitti tra USA e Russia. Yanukovich il presidente regolarmente eletto nel 2010, viene deposto da un colpo di Stato ed è costretto ad abbandonare il paese. È la cosiddetta rivolta di Piazza Maidan, sostenuta degli USA – che fanno leva sul malcontento popolare di un paese immiserito – per imporre il loro candidato, Petro Poroshenko. Quel colpo di Stato diede luogo a episodi di guerra civile che lasciarono sul terreno migliaia di morti, in gran parte cittadini russi o russofoni. Secondo l’ufficio dei diritti umani delle Nazioni unite, da metà aprile al 18 novembre, almeno 4.317 persone sono state uccise e 9.921 ferite nella zona coinvolta nel conflitto dell’Ucraina orientale. Ma alla fine la conta dei morti risultò più del doppio. In questi giorni la Corte europea per i diritti dell’uomo ha condannato il governo di Kiev per aver coperto i crimini della strage del 2 maggio 2014, nella Casa del sindacato di Odessa, dove decine di ucraini filorussi furono bruciati vivi. A due mesi dal colpo di Stato di piazza Maidan, nel marzo del 2014, i cittadini russi della Crimea, che costituiscono il 98% della popolazione, decidono la separazione da Kiev e la reintegrazione nella Federazione russa. Tramite un referendum indetto dal Parlamento della repubblica, che si svolge senza incidenti, tra il 96 e il 97% della popolazione sceglie questa strada. Un antico pezzo di Russia torna anche istituzionalmente nella propria casa. Anche tale scelta viene classificata come “violenta annessione della Crimea”. Il ruolo degli USA nel colpo di Stato sarà poi apertamente confessato da Victoria Nuland, vice del ministro degli esteri americano John Kerry, che aveva cercato di portare Janukovic su posizioni filoccidentali: «Sarebbe un peccato enorme vedere 5 anni di lavoro e di preparazione buttati via, se il trattato con l’Europa non sarà firmato in tempi brevi. Abbiamo investito oltre 5 miliardi di dollari per aiutare l’Ucraina verso questi e altri traguardi che garantiranno un’Ucraina sicura, prospera e democratica». Gli USA amano troppo la loro democrazia per non volerla imporre in ogni angolo del globo.

Nel 2014 si stipula a Minsk un accordo tra il Governo di Kiev e i dirigenti delle regioni russofone che intendevano separarsi, con la garanzia della Russia, della Germania e della Francia. Un momento di tregua, che sembra scongiurare un allargamento del conflitto. Ma, com’è noto, nel 2022, su un quotidiano tedesco, Angela Merkel, rivelò apertamente che quell’accordo era una finzione, perché serviva a «dar tempo all’Ucraina di armarsi». Ammissione, poi confermata anche dall’ex presidente della Repubblica francese, Franҫois Hollande. Sigillo autorevole alla buona fede degli USA e dei maggiori stati dell’Unione Europea, che evidentemente già allora puntavano alla guerra aperta contro la Russia per procura ucraina.

Nel 2019 Il governo americano, sotto la presidenza di Donald Trump, si ritira unilateralmente dal trattato sui missili nucleari a raggio intermedio, accrescendo di colpo la vulnerabilità russa a un primo attacco statunitense. Quei missili ora potevano essere piazzati sulle rampe di lancio della Polonia, dell’Estonia e di tutti altri paesi atlantici intorno alla Russia. In quello stesso 2019, la Rand Corporation, un istituto di studi strategici finanziato dalla difesa USA, pubblica un rapporto dal titolo programmatico: Overextending and unbalancing Russia (Sovraccaricare e destabilizzare la Russia). Il rapporto, che informa anche sugli armamenti forniti dagli USA a Kiev fin dal 2014, esplicita un vasto programma volto a impegnare la Russia su vari scenari di guerra per portarla al collasso economico. Poche righe sono sufficienti per fornire un’idea del piano: «Questo capitolo descrive sei possibili mosse degli Stati Uniti nell’attuale competizione geopolitica: fornire armi letali all’Ucraina, riprendere il sostegno ai ribelli siriani, promuovere un cambio di regime in Bielorussia, sfruttare le tensioni armene e azere».

Credo che a questo punto solo chi è sorretto da una incrollabile malafede possa negare che l’invasione russa dell’Ucraina sia stata ricercata dagli USA con ogni mezzo, con varie complicità europee. Ma per concludere almeno un accenno ai tentativi di Putin di scongiurare l’ingresso dell’Ucraina nella Nato: un Paese infiltrato da formazioni naziste, perfino nell’esercito, situato alle porte della Federazione russa, un tempo terra russa, che gli USA avrebbero riempito di basi missilistiche. Il presidente della Federazione russa già il 10 febbraio del 2007, in occasione della 43ᵃ Conferenza di Monaco sulla sicurezza, aveva invocato un nuovo ordine mondiale che non minacciasse i suoi confini. Ma negli anni successivi si rivolgerà spesso all’opinione pubblica internazionale, soprattutto agli europei, con esortazioni incalzanti. Ricordo un passaggio della conferenza stampa del 23 dicembre 2021: «Abbiamo chiaramente detto che ogni ulteriore movimento della Nato verso est è inaccettabile. Non c’è niente di poco chiaro, al riguardo. Noi non stiamo mettendo i nostri missili ai confini degli Usa, mentre gli Usa stanno piazzando i loro missili vicino a casa nostra. Stiamo chiedendo troppo? Cosa c’è di strano in questo?». Ma il processo di inserimento dell’Ucraina nella Nato non si fermò. E vano fu l’ultimo appello di Putin alla vigilia dell’invasione, l’8 febbraio 2022: «Lo voglio sottolineare ancora una volta […] che finalmente mi ascoltiate e lo comunicate al vostro pubblico su stampa, tv, internet. Vi rendete conto che se l’Ucraina entra nella Nato e cerca di riprendersi la Crimea per via militare, si troveranno automaticamente coinvolti in un conflitto militare con la Russia? Non ci saranno vincitori».

Oggi forse il vincitore ci sarà e sarà la Russia, il paese che, insieme ai BRICS, si batte per un ordine internazionale multipolare, in grado di garantire la sicurezza e l’indipendenza di tutti i paesi del globo dal dominio unico degli USA. Questa è la narrazione onesta e coraggiosa che dobbiamo fare nostra se vogliamo contrastare il progetto rovinoso e fallimentare di Re-Arm Europe. La sconfitta della Nato in Ucraina è la premessa di una nuova pagina della storia contemporanea.

https://volerelaluna.it/mondo/2025/03/28/la-guerra-in-ucraina-e-le-bugie-delleuropa/

I trattati fra Russia e Ucraina - Alessandro Orsini

 

martedì 1 aprile 2025

Le madri hanno ragione - Stavros Stavrides


“Le madri hanno ragione”. Questo era un graffito scritto sui muri di Medellín, in Colombia. Lo scorso gennaio, nella discarica La Escombrera di Comuna 13, sono stati rinvenuti resti di persone massacrate. Furono brutalmente assassinate dall’esercito colombiano e dai paramilitari durante la cosiddetta invasione di controguerriglia di questo quartiere (Operazione Orion del 2002), nella quale molti furono giustiziati sul posto o scomparvero, come spesso accade con i crimini di massa prodotti dalla sfrenata violenza di Stato.

Le madri hanno ragione. Il sindaco di Medellín ha cancellato i graffiti, sostenendo che fossero espressioni di disorientamento e che offuscassero l’immagine della città. Tuttavia, ciò ha semplicemente fatto sì che lo slogan si diffondesse in molte città del paese e conferisse potere ai manifestanti. Sono state le Mujeres Caminando por la Verdad (“Donne che camminano per la verità”) a portare alla luce le prove di questa brutalità impunita: “La Terra ha cominciato a parlare”, dicono. Tutti questi anni di lotta stanno forse ascoltando le parole di Madre Terra, che trasferisce loro il potere della verità?

Le madri hanno ragione. Come le Madri di Plaza de Mayo, che da anni protestano ogni settimana davanti al palazzo presidenziale di Buenos Aires chiedendo giustizia per i loro bambini “scomparsi”, vittime della dittatura di Videla.

Le madri hanno ragione nella Palestina di oggi quando chiedono protezione per i loro figli contro la macchina genocida e omicida di Israele. La loro è la rivendicazione del diritto di vivere nella terra in cui sono nati. La loro è la richiesta di poter garantire un futuro libero e giusto ai propri figli.

Una madre è diventata anche la figura emblematica nella ricerca della verità sul tragico incidente ferroviario che causò la morte di 57 persone due anni fa in Grecia. La sua piccola figlia era una di loro. Questa madre, appassionatamente determinata, è oggi una rappresentante di spicco dell’associazione formata dai parenti delle vittime di quello che è senza dubbio un crimine di Stato (che unisce negligenza nelle infrastrutture di sicurezza, decisioni di privatizzazione e corruzione). La sua voce è forte: cerca giustizia nonostante la partecipazione diretta dei funzionari governativi alla distruzione delle prove e all’insabbiamento di atti criminali.

Le madri chiedono giustizia anche in Messico, mentre cercano di individuare fosse comuni e scoprire crimini di massa commessi dai cartelli della droga paramilitari. Sono stati alcuni membri dei Guerreros Buscadores de Jalisco a scoprire di recente segni di omicidi di massa in un ranch di Jalisco, luogo che è stato deliberatamente “ripulito” dalle autorità in seguito a specifici accertamenti e alla formulazione di denunce per indagini.

Le madri hanno sempre ragione quando combattono le guerre e quando hanno a cuore la vita, la vita che sostiene il mondo. La loro determinazione ha sostenuto tutte le comunità della diaspora. La loro forza tenace, silenziosa e inesauribile ha reso possibili le carovane migratorie e ha mantenuto le risorse della sopravvivenza collettiva nei momenti difficili e contro le persone crudeli. Le madri hanno ragione quando chiedono giustizia. Quando accusano i potenti di definire la giustizia secondo i propri interessi. Quando si oppongono a chi distorce la verità, a chi inganna l’opinione pubblica e scredita chi ne contesta l’onnipotenza. Tuttavia, il diritto delle madri non può essere sepolto. La loro potenza non si basa su geometrie o equilibri di potere, ma si nutre della fonte inesauribile della vita stessa. Vita intesa come perseveranza ed esigenza di dignità collettiva, più che come mero processo biologico. La vita come richiesta di libertà per tutti coloro che la condividono. La vita come presupposto di ogni lotta di emancipazione sociale.

Hanno ragione le madri perché sono loro che sono riuscite ad estendere la cura a una forza che sostiene la solidarietà. Perché sono loro che possono rendere la nota fraternité del motto della Rivoluzione francese un’esperienza di ogni giorno. Perché generano fratelli così come le lotte collettive per un mondo giusto e condiviso generano fratelli e sorelle.

Le madri sanno cosa significa la morte. Conoscono le grida dell’angoscia e le oscure paure della disperazione. Nonostante ciò sopravvissero nelle terre occupate dai nazisti, nei ghetti coloniali, nei campi profughi e nelle terre rubate alle popolazioni indigene. Avevano bambini da accudire e proteggere in queste circostanze crudeli. Ma hanno dovuto affrontare la morte, affrontare la disperazione. Perché il loro diritto non può essere annullato dai potenti, per quanto forti siano e per quanto siano capaci di ingannare o sedurre qualcuno con le loro illusorie promesse.

Le difficoltà delle madri spesso passano inosservate. Ignorate dagli storici, sottovalutate dai politici tradizionali e screditate dai razzisti di ogni genere. Scivolando abilmente tra barriere opprimenti, spesso fiancheggiando e tagliando di lato di fronte a ostacoli apparentemente insormontabili, le madri cercano e trovano sempre modi per proteggere la vita di coloro di cui sentono di dover prendersi cura. Tuttavia, quando le circostanze li costringono o quando decidono che è necessario farsi avanti in un confronto aperto, non esitano. Per rifiutare la sottomissione, possono anche scegliere di sacrificare se stesse.

Le madri che cercano la verità e la giustizia hanno ragione. Come suggerisce il ribelle zapatista Capitan Marcos: «Cercate le cercatrici. Mi viene in mente, non so, che forse cercano un altro domani. E questo, amici e nemici, è lottare per la vita».


Stavros Stavrides, è professore alla Scuola di Architettura dell’Università Tecnica Nazionale di Atene, si occupa di reti urbani di solidarietà e mutuo sostegno. Nell’archivio di Comune, altro articoli di Stavros Stavrides sono leggibili qui.


Pubblicato su Desinformemonos (traduzione di Comune): Las madres tienen razón” (Cuchas tienen razón). Qui anche in greco: Οι μητέρες έχουν δίκιο – Le madri hanno ragione.

da qui

Cròniche epafàniche - Francesco Guccini

solo adesso leggo il libro di Francesco Guccini.

romanzo. saggio antropologico o libro di memorie, chissà, dipende da come lo si legge, o forse Cròniche epafàniche è tutto questo insieme.

si racconta di un mondo che ormai è sparito, almeno in Italia.

un tempo, non troppi decenni fa, non c'erano telefonini, automobili, centri commerciali, chi viveva in campagna fino al secondo dopoguerra si ricorda ancora di quel mondo e qualcuno l'ha sentito raccontare.

chissà se gli italiani di città lo capiranno, peggio per loro.

proprio un gran libro, recuperatelo, se vi volete bene.

 

 

 

Il romanzo, pur non essendo una biografia dell’autore, diventa autobiografico per la propensione di Guccini a volersi riappropriare delle proprie radici. Le storie narrate nei diversi capitoli del romanzo sono storie di montagna e montanari, di una cultura contadina che oramai da qualche decennio non esiste più. Il minimo comune denominatore delle croniche è il luogo d’ambientazione,  l’appennino Pavanese, il fiume Limentra e, ancor più nello specifico, il mulino della famiglia Guccini testimone di tante vicende e vite. Nonostante il romanzo sia il ricordo di tempi ed epoche passate, Guccini non si abbandona alla banale malinconia, ma fa rivivere i personaggi raccontandone aneddoti e storie di vita quotidiana con toni a tratti commoventi e struggenti, a tratti ironici e molto divertenti.

Ed è lo stesso Guccini a scriverlo in premessa:

I personaggi e gli avvenimenti di queste pagine non sono immaginari; forse qualcuno non si riconoscerà o penserà che abbia travisato certe cose. Se è successo, l’ho fatto soltanto per la labilità della memoria e i filtri incerti della fantasia e dell’affetto.

da qui

 

«La ballata più lunga e appassionata di Francesco Guccini.» Così nel 1989 Stefano Benni salutava l'uscita di queste Cròniche epafániche: una vera e propria rivelazione, l'atto di nascita di un talentuoso scrittore fino allora conosciuto solo come insuperabile cantautore. Romanzo se non proprio autobiografico, certo di forte ispirazione autobiografica, le Cròniche riescono a restituire, nel fluire degli aneddoti e delle storie, nella lingua intessuta di termini dialettali e di colore, tutto il sapore di una mitologia di luoghi e affetti personale e familiare, senza retorica ma con toni che sanno alternare la commozione all'ironia, la rievocazione di episodi storici e la fantasia. Il racconto di un'infanzia e una giovinezza maturate in un paesaggio di mezza montagna tra Emilia e Toscana, dagli anni Quaranta in poi, veste così gli abiti dell'epica e della poesia, della cronaca picaresca e del puro divertimento, in quelle che un grande conterraneo di Guccini come Roberto Roversi ha definito «pagine da leggere, da vedere, da immaginare, da ascoltare».

da qui

 

QUI Francesco Guccini parla di «Cròniche epafàniche»