martedì 2 aprile 2019

Aboliamo la classe dei miliardari - Luke Savage




Essere 1.000, 10.000 o 100.000 volte più ricco della media produce un livello di potere incompatibile con i principi dell'eguaglianza democratica. Si può avere una società con i miliardari o una vera democrazia, non entrambe le cose.

Grazie anche all’attuale rinascita della sinistra in un periodo di crescente disuguaglianza, mettere in discussione la tirannia delle concentrazioni di ricchezza sta divenendo sempre più materiale del dibattito politico mainstream statunitense. Con la reintroduzione della politica di classe nel dibattito politico americano, c’è uno stimolo crescente per riforme prima impensabili come una tassazione del 70% per la fascia di reddito più alta e un’imposta sulla proprietà aumentata in maniera decisa (merita di essere citato anche il rappresentante del Minnesota Ilhan Omar per aver proposto una tassazione ancora superiore per la fascia di reddito più alta, il 90%).
Anche l’attenzione verso i singoli miliardari ha preso piede nella politica mainstream, grazie in buona parte, ancora una volta, a Bernie Sanders, che ha fatto della condanna morale della classe dei miliardari, da Jeff Bezos alla famiglia Walton, il suo pane quotidiano. Per esempio, qualche settimana fa gli è stato chiesto di esprimersi sulla prossima partecipazione alle elezioni presidenziali dell’amministratore delegato di Starbucks Howard Schultz, e lui ha cortesemente risposto: 
Perché Howard Schultz è in tutte le televisioni del paese? Perché parlate di Howard Schultz? Perché è un miliardario. Conosco personalmente moltissime persone che sanno di politica molto di più del signor Schultz, ma che lavorano duramente per vivere e guadagnano quaranta, cinquanta mila dollari l’anno. Ma poiché il nostro sistema politico non funziona, chiunque sia miliardario, chiunque possa veicolare molta pubblicità in televisione, tutto ad un tratto acquista credibilità. 
Questa rottura improvvisa nella cultura politica di lunga data americana segnata da un’ossequiosa reverenza nei confronti dei miliardari è a dir poco in ritardo; la corsa alle primarie dei democratici – che vedrà una partecipazione differenziata, da progressisti come Sanders e Elizabeth Warren, a candidati supportati da miliardari fino a miliardari veri e propri – sarà un banco di prova per le argomentazioni pro e anti-miliardari.
Proprio per questa ragione, alcuni opinionisti di centro sembrano desiderosi di posizionare le loro argomentazioni in qualche punto a metà della discussione (e dove sennò?), difendendo la fondamentale esistenza dei miliardari e sostenendo contemporaneamente che potrebbero, potenzialmente, essercene di meno, forse.
Una recente testimonianza di questa posizione si trova sul New York Times, con il contributo del collaboratore del Times Will Wilkinson – appartenente al “Niskanen Center”, di orientamento liberista moderato – intitolato “Non Aboliamo i miliardari. Aboliamo invece la cattiva politica”.
Wilkinson riconosce correttamente che «l’entusiasmo per un riequilibrio radicale delle condizioni economiche» sta «trovando spazio nello stato d’animo mainstream». Ma avverte, «io spero [che i futuri candidati democratici] sosterranno l’idea che può essere moralmente legittimo mettere da parte un miliardo e che l’esistenza di gigantesche fortune a tre virgole non è un segno di insuccesso, ma di successo supremo delle politiche pubbliche».
Queste argomentazioni si basano in gran parte su un sillogismo evidentemente scorretto: Le democrazie liberali hanno i miliardari. La democrazia liberale è giusta. Da cui segue che i miliardari sono giusti. Wilkinson sostiene: 
La documentazione empirica è abbastanza chiara su quale sia la forma generale dell’economia politica nazionale che produce le vite più felici, più sane, più ricche, più libere e più lunghe. Non c’è un nome specifico, ci dovremo accontentare di un “capitalismo liberal-democratico con stato-sociale”. Esiste una sua versione “social-democratica”… e una versione “neoliberista”. Si può preferire una versione o l’altra, ma non sono così differenti. E in termini comparativi, sono tutte incredibilmente fantastiche. Il tipico cittadino di questi paesi è benestante come gli uomini non sono mai stati. Questi luoghi mostrano l’apice del successo delle politiche pubbliche. Ma indovinate un po’? Ci sono dei miliardari in tutti questi paesi… E quindi qual è il problema? Provare a prevenire la formazione di depositi di miliardi di dollari per evitare le cattive conseguenze di… avere il miglior sistema politico mai esistito?
Procede quindi offrendo un’argomentazione in difesa dei miliardari fin troppo familiare: ossia che alcuni di loro sono semplicemente degli innovatori premiati per il loro contributo alla società. Ci sono perciò miliardari che meritano, e altri che non meritano; i primi vanno intensamente celebrati. In questo racconto, i miliardari sono potenzialmente, anche se non intrinsecamente, corollari positivi del nostro sistema economico più che un errore o un problema strutturale.
Ma ci sono alcune cose da dire a proposito di questi argomenti. La prima è una contestazione di base della logica circolare di Wilkinson. Il fatto che il sistema Y stia facendo meglio del sistema X non è una difesa soddisfacente del sistema Y, anche se dovessimo concordare sulla sua superiorità relativa. La maggior parte dei membri del proletariato urbano nell’Europa del diciannovesimo secolo erano in maniera praticamente certa in condizioni materiali migliori dei loro equivalenti degli anni del Medioevo, ma la superiorità del capitalismo industriale pre-democratico sul feudalesimo non è un argomento che permette di definirlo superlativo. Allo stesso modo, la semplice presenza dei miliardari nelle democrazie liberali moderne o anche social-democratiche non può esserne una difesa.
Con il suo modo di argomentare («in termini comparativi»), è difficile dare credito alla caratterizzazione di Wilkinson di tutte le democrazie liberali come «incredibilmente fantastiche». Gli Stati Uniti sono la società più ricca nella storia dell’uomo, ma hanno anche livelli osceni di povertà e disuguaglianza. Come ha osservato recentemente Meagan Day, Jeff Bezos mette da parte l’equivalente del reddito medio di un cittadino americano ogni 20 secondi, mentre circa il 40 percento degli americani non ha nemmeno 400 dollari da parte, trovandosi così in una situazione disastrosa alla prima emergenza.
Per sottolineare ciò che dovrebbe essere ovvio, questi due fatti sono correlati. Le immense concentrazioni di ricchezza nelle mani dei pochi sono sia il come sia il perché della tanta povertà e insicurezza tra i lavoratori e gli americani della classe media, pur in presenza di così tante risorse in generale. Grazie al lavoro di tutti – nelle industrie, nelle scuole, negli ospedali, nelle case di cura, nei ristoranti e in tutta l’economia – una società come gli Stati Uniti produce un’immensa quantità di ricchezza, ma molta di questa è espropriata dai miliardari nella forma di rendite e reddito da capitale. Nessuno guadagna un miliardo di dollari, ma una struttura economica gerarchica e un sistema politico distorto assicurano la possibilità di acquisirlo grazie ai patrimoni già in possesso. Un miliardo di dollari – per non parlare degli oltre 100 miliardi di dollari accumulati da Jeff Bezos – non sono un riconoscimento proporzionato per il contributo alla società di qualcuno. Sono un furto legalizzato, chiaro e semplice.
Non è vero nemmeno che i miliardari sono semplicemente normali cittadini che a un certo punto diventano più ricchi degli altri. Da parte sua, Wilkinson almeno riconosce l’influenza potenzialmente nefasta della classe miliardaria sulle istituzioni democratiche, ma per lo più la elude usando le stesse logiche circolari: 
L’idea progressista in questione è che solitamente le persone che possiedono ricchezze ampiamente superiori a quelle dei comuni cittadini detengono un potere politico enorme e perciò mettono in pericolo la democrazia e i nostri diritti fondamentali. È una preoccupazione che dobbiamo prendere seriamente, ma si basa su una teorizzazione astratta più che su un’analisi empirica. Controllate qualunque credibile ranking internazionale sulla qualità della democrazia, sul’equo trattamento di fronte la legge o sui livelli di libertà personale. Troverete ripetutamente lo stesso numero di stati tolleranti con i miliardari.
Al contrario di quello che sostiene Wilkinson, la minaccia descritta precedentemente non ha nulla a che fare con una teorizzazione astratta. Come classe, i miliardari esercitano visibilmente una tremenda e insidiosa influenza sul processo decisionale politico, finanziando figure chiave sia nel Partito Democratico sia nel Partito Repubblicano, e lavorano in maniera straordinaria per far passare leggi a proprio favore. Essere mille, diecimila o centomila volte più ricco della persona media inevitabilmente produce un livello di potere e influenza incompatibile con i principi di base dell’eguaglianza democratica. Per dirla nel modo più crudo possibile: si può avere una società con i miliardari o si può avere una vera democrazia, non si possono avere entrambe le cose. (La Svezia socialdemocratica è forse un po’ più protetta dalla minaccia dei suoi miliardari rispetto a quanto lo sia la democrazia liberale americana, ma rimane comunque in pericolo e compromessa).
Lontano dall’essere una necessità o anche solo un corollario accettabile delle società sviluppate, l’osceno accaparramento della ricchezza da parte di pochi è un’espressione profonda e costante di ingiustizia. La classe dei miliardari è il moderno equivalente capitalista della nobiltà feudale: acquisisce fortune attraverso lo sfruttamento della rendita e con la sua immensa ricchezza e potere rafforza la sua illegittima presa sulla politica e sull’economia.
È un abominio morale. Staremmo tutti meglio senza.

(Luke Savage è redattore di Jacobin Usa. Questo articolo è uscito du Jacobinmag.com. La traduzione è di Matteo Boccacci)


Nessun commento:

Posta un commento