sabato 6 aprile 2019

Le rivoluzioni pericolose - Davide Grasso




Davide Grasso, andato come Lorenzo Orsetti in Siria a combattere l'Isis, non ha commesso reati ma rischia la "sorveglianza speciale". Aggravante: essere anticapitalista. Tra le prove: il suo libro. Qui racconta la requisitoria del pm

L’intervento del pubblico ministero Emanuela Pedrotta il 25 marzo, in aula, al Tribunale di Torino, mi ha colpito. L’occasione era l’udienza in cui, a nome della procura, doveva giustificare la richiesta di espellere me e altre quattro persone dalla città per due anni, revocarci il passaporto, metterci al confino in un altro comune italiano, imporci di rientrare a casa ogni sera fino a un certo orario del mattino, presentarci regolarmente all’autorità giudiziaria e portare addosso un “libretto rosso” su cui gli agenti possano annotare i nostri comportamenti. Oltre a questo, sospendere il nostro diritto di riunione con più di due persone, il diritto a parlare in pubblico e quello di partecipare a manifestazioni politiche. Benché possa apparire incredibile, si tratta di una «misura di prevenzione», detta «sorveglianza speciale», che permette allo stato di limitare la libertà dell’individuo senza accuse e senza processo. Rompendo con i principi ordinari dello stato di diritto, è una norma «preventiva» che si basa sull’idea della generica «pericolosità sociale» di certe persone. Un obbrobrio poliziesco a tutti gli effetti, introdotto durante il fascismo, e scandalosamente ancora nell’ordinamento italiano.
A noi, nello specifico, la «sorveglianza speciale» si applicherebbe perché siamo stati in Siria, in diversi periodi, tra il 2016 e il 2018, per supportare le Forze siriane democratiche (Fsd) curdo-arabe contro lo Stato islamico o “Isis”. In aula la pm ha detto, non so su quali basi, che invece siamo andati laggiù non per combattere l’Isis, e tantomeno per difendere la società siriana o quelle europee, ma con l’intento di imparare a usare un fucile per usarlo in Italia contro lo stato. Questo si evincerebbe dalle nostre reiterate espressioni pubbliche ed esplicite di contrarietà «al capitalismo» e di apprezzamento per il concetto di «rivoluzione». Ciò che mi ha colpito, in particolare, è stata la citazione a piene mani in aula, da parte sua, di un libro che ho scritto due anni fa, Hevalen. Perché sono andato a combattere l’Isis in Siria. La foto della copertina del libro, pubblicato nel 2017 da Alegre, era già stata inserita nella prima convocazione in Tribunale il 3 gennaio, e avevo saputo due settimane fa dalla mia avvocatessa, Lea Fattizzo, che la procura aveva deciso a inizio marzo di inserire fisicamente una copia del volume agli atti  del procedimento, con alcune sottolineature a matita.
Decisi, appresa questa notizia, di pubblicare un ragionamento su questo fatto, cui stavo lavorando su un treno per Torino, il mattino dello scorso 18 marzo. Sceso dal treno, mi sono diretto al Palazzo di Città per osservare, assieme ad altri torinesi, il minuto di silenzio previsto in ricordo di Antonella Sesino e Orazio Conte, uccisi dallo Stato islamico quattro anni prima al Museo del Bardo di Tunisi. Mentre osservavo la polizia municipale alzare i gonfaloni comunali, e ascoltavo la tromba suonare il Silenzio, cercavo di pensare a quelle due persone, in vacanza, quattro anni prima, mentre venivano improvvisamente crivellate dai proiettili dei due sconosciuti assalitori, probabilmente intenti a urlare il solito “Allah Akhbar” che fa di Dio qualcosa di più grande, senz’altro, della vita di due turisti. Osservando i parenti delle vittime tenevo bene a mente il senso di ciò che avevo fatto, a pochi giorni dall’udienza in cui lo stato italiano avrebbe cercato di renderlo motivo di stigma e criminalizzazione.
È allora che ha vibrato il mio cellulare. Era il messaggio di una giornalista su WhatsApp. Mi chiedeva se ero in grado di confermare «il decesso di Lorenzo». Capii subito, e mi allontanai immediatamente per restare solo. Conservavo una speranza o un dubbio perché, di norma, le Ypg fanno in modo che la notizia del martirio arrivi alla famiglia per loro tramite, e non per via giornalistica. Non potevo sapere che, stavolta, era stato proprio l’Isis a dare la notizia, perché era riuscito a impossessarsi del corpo di Lorenzo, che per fortuna sarebbe stato recuperato dalle Ypg, con un’operazione, poche ore dopo. Lorenzo si era arruolato nelle Ypg nel 2017, un anno dopo che io le avevo lasciate, ed è in quel frangente che lo avevo incontrato in Siria. Stava ricevendo proprio quell’addestramento militare che, ieri, la procura ha addotto a ragione della nostra «pericolosità sociale».
Quel mattino del 18 marzo, quando ancora ero in viaggio in treno, i miliziani dell’Isis fotografavano il corpo senza vita di Lorenzo per esibirlo su internet come un trofeo. Io stavo pensando a lui. Non è una coincidenza: pensavamo tutti molto spesso a lui. La sera prima avevo parlato di lui con dei compagni a Treviso. Io, l’ho detto in questi giorni, sono un po’ l’opposto di Lorenzo. Ho partecipato a una sola operazione con le Ypg, a Manbij, nel 2016. È stata molto dura, per me – di questa durezza materiale e interiore racconta appunto il libro Hevalen – e da allora non sono riuscito a continuare. Sono tornato in Siria, ma come civile. Ho continuato a lottare per la causa rivoluzionaria in Europa, ma come divulgatore di idee e informazioni, affinché la lotta che si svolge là sia almeno conosciuta un po’ di più qua. Lorenzo, invece, dopo la prima battaglia ad Afrin, contro la Turchia e le sue bande jihadiste, ha affrontato un lungo percorso di approfondimento ideologico per poi tornare al fronte più formato e convinto di prima. Stavolta la guerra era contro l’Isis, nel deserto di Deir El Zor, tra Hajin e Baghuz, le ultime zone infestate dal “califfato”. Anche lui, con il tempo, ha sentito la necessità di scrivere della sua esperienza e rilasciare interviste, ma non ha mai lasciato la Siria e non ha mai smesso di combattere.
Pensavo a Lorenzo perché tutte e tutti noi che lo conoscevamo lo pensavamo sempre, preoccupati per lui. Sono certo che poco prima o poco dopo, o in quel momento stesso, lo stavano pensando anche Jacopo e Eddi, che erano stati ad Afrin con lui, Paolo, Botan e Jak, che l’avevano conosciuto in Rojava, Dilsoz, che con lui ha condiviso così tante cose importanti, e tanti altri, in primo luogo il papà e la mamma, sua sorella, le sue amiche e i suoi amici di Rifredi – che un anno prima avevano fondato il comitato “Rifredi per Afrin”, sapendolo laggiù. Tutti eravamo preoccupati per lui, come ora lo siamo per Leopoldo di Cremona e Gaetano di Pisa, per Medya e Kawa, per tutti gli italiani e le italiane che sono laggiù, ma anche per tutti i combattenti siriani e internazionali – ammesso che si battano dalla parte giusta, quella confederale, e non quella islamista o del regime. Pensavo sul treno, mentre lui era già morto: se morisse a Baghuz, cosa succederebbe, cosa potremmo fare, cosa avremmo fatto? Non avevamo mai avuto un italiano morto in combattimento. Tutti, da mesi, eravamo occupati da questo pensiero. È normale che lo fossimo, come adesso lo siamo per gli altri, non solo italiani – poiché se è giusto soffrire in primo luogo per il proprio prossimo sentimentale, e onorarlo, è sulla fermezza nell’onorare anche il prossimo più lontano – umano, etico e politico – che si mette alla prova il nostro essere “hevalen”, ossia capaci di un’amicizia molto più alta e molto più bella.
La morte di Lorenzo ha fatto riflettere le persone. Ha illuminato persino la nostra piccola vicenda giudiziaria, mandando in tilt il povero sostituto procuratore, che il 25 marzo si è presentato in aula per inscenare una confusa protesta contro le nostre dichiarazioni di questi giorni. Sembrava sul banco degli imputati lui, non noi: come è giusto che sia. Purtroppo poi, però, i microfoni sono stati accesi per la pm Pedrotta che, diversamente da lui, per rompere l’accerchiamento ha deciso di colpire alla cieca. Ha ritenuto elegante dire che, se fossero ancora vivi, non avrebbe inquisito Lorenzo Orsetti e Giovanni Asperti, l’altro caduto italiano. Saranno senz’altro sollevati da questa rassicurazione che, ad ogni modo, sarà difficile da provare. La pm ha poi proseguito isolando i nostri casi e, per quanto mi riguarda, ha affermato che io sono particolarmente pericoloso «perché, a p. 156 del libro Hevalen», ho raccontato di aver ricevuto un addestramento relativo all’irruzione in appartamenti e di aver combattuto in uno scenario urbano. «Uno scenario urbano, giudice. Uno scenario urbano!». Sì, è vero: e non è stato divertente. Non è stato bello. È stato molto difficile. «Cito ancora dal suo libro», ha continuato la pm. «La rivoluzione è brutta, ma necessaria: Grasso si rende conto che è un fatto negativo, eppure continua a propugnarla».
Eravamo allibiti. È vero: benché la rivoluzione cui ho partecipato nella Siria del nord sia stata anche brutta, in certi momenti, resto convinto che fosse necessaria, e che sia necessario difenderla. Se l’accusa è questa, sono colpevole. Il problema però, è un altro: è l’idea che ammettere l’esistenza del male dopo averlo vissuto, e descriverlo, sia motivo di pericolosità. Il capovolgimento diametrale del nostro messaggio a opera della procura delinea un nichilismo proprio della nostra società – l’incapacità dell’occidente di avere rispetto, non dico empatia, per i drammi del resto del mondo – che la dott.ssa Pedrotta involontariamente incarna, pur con una mediocrità difficile da negare. Ha proseguito dicendo che la «nobile causa» per cui ci siamo schierati non può costituire un «lasciapassare» giudiziario: e chi l’ha mai chiesto? Del resto lei, in questo procedimento, ha scelto proprio la strada delle «misure di prevenzione» che permette vigliaccamente di non contestarli, gli eventuali reati (perché non ne abbiamo commessi, in relazione alla Siria). Le condanne, peraltro di lievissima entità, che tre di noi hanno subìto in passato, sempre per motivi politici, sono state regolarmente scontate. «Signor giudice: costoro non possono difendere la società occidentale, perché affermano di essere contro il capitalismo». Ancora. Punti cardinali, modi di produzione: c’è chi il nesso lo vede così, su un mappamondo dove la carta fisica e quella politica sono la stessa cosa. Siamo – vogliamo essere – nelle mani di gente del genere?
«Grasso racconta di aver parlato con un suo compagno siriano che si diceva disposto a combattere anche in Italia». È vero, era Heval Zagros. Arabo, di Raqqa, molto giovane, quasi analfabeta, lavoratore già a quindici anni in officina, se ne era andato dalla sua città perché i miliziani islamisti gli avevano mancato di rispetto, dandogli dell’infedele (ho scoperto poi che neanche sapeva cosa volesse dire). Era comparso nel video che avevo mandato dalla Siria, assieme a una compagna curda. Diceva di voler liberare la sua città e la Siria, poi la Turchia, l’Iran e l’Iraq, quindi la Palestina e il Libano. «E se un giorno il popolo italiano avrà bisogno, aiuterò anche in Italia». Era come Lorenzo, uno di quelli per cui aiutare anche il prossimo più lontano è importante. Quando gli chiesi se credeva in Dio, disse: «Una volta, ora non più. Se le donne e i bambini sono felici, io non ho bisogno di Dio». La morte due anni fa, durante l’avanzata per liberare la sua città, che non ha mai rivisto, gli ha risparmiato di essere al mondo lunedì; quando qualcuno ha nominato il suo esempio fulgido, e il suo sacrificio per la nostra sicurezza e libertà, come motivo di preoccupazione per «l’ordine pubblico», mentre sono proprio i nemici che l’hanno ucciso, i miliziani dell’Isis, a dire di voler ritornare in Italia. La procura di Torino sarebbe in grado di far ridere anche i morti.
Mi chiedo quale spazio sia rimasto per formulare un ragionamento, per abbozzare un’analisi. È possibile, ancora, posizionarsi politicamente in modo diverso dalle aspettative del potere costituito? Perché oltretutto, grazie al sacrificio di migliaia di italiani (i nostri avvocati lunedì lo hanno ricordato) questo, dal 1945, non è più un reato. Un’idea ha forza e utilità soprattutto nella misura in cui si situa in rapporto critico con il reale, se ne astrae e lo giudica: proprio come fanno i giudici, ma in modo diverso; in modo libero, sebbene magari costretto entro certi argini dall’esperienza e dalla logica, o magari dal senso del ridicolo, ma senza toga. Non parlo delle mie idee. Parlo di qualsiasi idea. Sentire risuonare in un’aula di Tribunale passi di un mio libro mi ha colpito di più in questo caso perché per me, l’ho detto a tanti e tante volte, Hevalen non è “un libro”, è altro. È un resoconto, è la mia vita stessa nel suo momento più significativo e più duro. Per questo per me quel libro è, lo ammetto, in qualche modo, un libro o un diario sacro, ma nel senso originario di sacer: maledetto da Dio o dagli déi, come era per i romani; e Hevalen maledice infatti, e dice male, di tutti gli déi, gli déi maledetti che si sono portati via gli uomini e le donne, non ultimi i miei compagni in Siria. Non mi interessa cosa pensi di Hevalen la procura di Torino. È una questione privata purtroppo.
«Grasso scrive in apertura che il suo resoconto è reticente. Cosa avrà voluto dire, signor giudice? Sarebbe bello che ci spiegasse in cosa egli è stato reticente». Sarebbe bello? Non lo so. Non so neanche se un pubblico ministero sia effettivamente in grado di concepire un senso letterario di «reticente». In fondo è per cose come queste che la donna e l’uomo di legge sono, in un senso molto profondo, i primi ad apparire spesso socialmente o politicamente pericolosi. Mi sono chiesto, mentre diceva quelle parole: se questa persona si fosse trovata dove mi sono trovato io, quando ho attraversato qualcosa di simile a ciò che Lorenzo ha vissuto negli ultimi istanti di vita – avrebbe voluto, avrebbe potuto raccontarlo? Esiste uno spazio per l’essere umano, per la sua scelta, uno spazio vuoto, una pagina bianca o un istante di silenzio anche per proteggere o difendere ciò che arreca più dolore, lo spazio sensibile, intimo, colmo di dubbi, che sentiamo di dover schermare dall’intervento altrui, quale che sia, e dal giudizio di chi non conosce e non può comprendere? Non ci sono soltanto condanne. Ci sono anche assoluzioni che la legge non è in grado di dare. Di fronte a esse provoca amarezza che un libro finisca, per un giorno, nelle mani sbagliate – ma aiuta pur sempre a comprendere fino a che punto può spingersi la mancanza di rispetto di cui è disposto a macchiarsi lo stato.

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