lunedì 17 giugno 2019

I Cpr non sono prigioni, sono peggio - Michela Pusterla




Nella piana dell’Isonzo in Friuli Venezia Giulia stava fino al 2013, quando venne distrutto dalle rivolte dei reclusi, il Centro di identificazione ed espulsione più grande d’Italia: il Cie di Gradisca d’Isonzo – aperto dal governo Prodi nel 2006, 248 posti letto al suo massimo, un morto sotto i suoi muri alti quattro metri.
Dopo le riaperture ventilate fin dal 2014, e una riapertura parziale come Cara (Centro di accoglienza per richiedenti asilo) nella stessa struttura che era stata di internamento, il centro di espulsione di Gradisca d’Isonzo dovrebbe essere inaugurato come Cpr il prossimo autunno, nell’accordo, o altrimenti nell’accettazione passiva, di tutti gli attori istituzionali e della quasi totalità dell’opinione pubblica.
Il dibattito sui Cpr – come quello sulle carceri – è un elefante ignorato nelle stanze della campagna elettorale per le europee (solo la lista Sinistra europea chiede nel programma la chiusura delle strutture di detenzione amministrativa, nemmeno i Radicali ne fanno cenno) e, più in generale, nel discorso politico e culturale extra-istituzionale. In particolare, lontano dall’attenzione mediatica che dolorosamente e necessariamente punta sul Mediterraneo, le persone razzializzate nei Cpr sono veramente le prime che «vennero a prendere»: in varie regioni d’Italia, nell’indifferenza che formalmente odiamo, stanno riaprendo i centri di internamento e deportazione, secondo il progetto a firma di Marco Minniti, che ne chiedeva uno per regione.

Cos’è un Cpr?
Cpr – Centro permanente per il rimpatrio – è l’acronimo più recente affibbiato dalla legge ai centri di identificazione e deportazione per migranti irregolari presenti sul territorio italiano, che sono stati istituiti e costantemente implementati da tutti i governi degli ultimi vent’anni. La creazione di queste strutture carcerarie risale al 1998, quando – a seguito di alcune direttive europee in vista dell’entrata nell’area Schengen – Livia Turco e Giorgio Napolitano, con il T.U. sull’immigrazione 286/1998, stabilirono il trattenimento coatto delle persone straniere da identificare o in attesa di espulsione, per un massimo di 30 giorni: periodo che venne poi raddoppiato con la Legge Bossi-Fini (L. 189/2002), la quale introdusse anche il reato di non ottemperanza all’ordine di espulsione, cui sarebbe seguito il reato di clandestinità (L. 94/2009).
Il nome Cpr risale alla Legge Minniti-Orlando (L. 46/2017), che prevedeva la costruzione di un centro in ogni regione; con il Decreto sicurezza (L. 117/2018), la funzione di detenzione amministrativa è stata attribuita anche ad altri luoghi (hotspot, questure, zone di attesa e di transito) e per tempi più estesi (180 giorni, termine che può salire a un anno per le/i richiedenti asilo). Oggi in Italia sono in funzione sette Cpr: uno a Torino, uno a Roma-Ponte Galeria (l’unico femminile), uno a Palazzo San Gervasio (PZ), due in Sicilia (Trapani-Milo, Caltanissetta-Pian del Lago) e due in Puglia (Bari-Palese, Brindisi-Restinco). Una mappa parziale si può trovare qui.
Una sentenza della Corte costituzionale (105/2001) ha stabilito che il trattenimento in un Cpr incide sulla libertà e dovrebbe garantire le tutele dell’articolo 13 della Costituzione, mentre una sentenza della Corte di giustizia dell’Unione europea (40/2011) vieta la detenzione di cittadino straniero per irregolarità: tuttavia, ad oggi i cittadini stranieri possono essere trattenuti in una struttura di fatto carceraria senza aver compiuto alcun reato e il loro trattenimento – che non è formalizzato come detenzione – garantisce loro meno diritti e a chi li trattiene maggiore arbitrarietà che se fossero carcerati. In più, la gestione dei Cpr è appaltata a privati tramite bandi gestiti dalle Prefetture: la privatizzazione della gestione dei centri di internamento per migranti ne fa un business simile a quello del sistema carcerario americano.

Funzioni dei Cpr: alcuni dati
La funzione ufficiale del Cpr è quella di identificare e deportare nel Paese d’origine le persone che vengono trovate sul territorio italiano senza permesso di soggiorno in corso di validità. Nel 2018, su 4092 persone trattenute ne sono state rimpatriate 1768 (43%, percentuale che scende al 13% per le donne): «una cifra davvero bassa se si pensa ai costi, in termini economici, ma soprattutto in termini di sofferenza delle persone ristrette: una sofferenza che non trova alcuna giustificazione visto che la finalità del loro trattenimento in più della metà dei casi non è stata raggiunta», secondo il Rapporto 2018 del Garante nazionale delle persone detenute. Questa percentuale «davvero bassa» viene spesso citata da esponenti degli ultimi governi come prova della fallimentare politica migratoria del governo in carica: questa posizione, oltre a smascherare una cultura politica non così distante in fatto di immigrazione, si basa su un presupposto fallace: la finalità dei centri di espulsione, infatti, non è mai stata il rimpatrio di tutta la popolazione irregolare.
Stando allo stesso Rapporto, nel 2018 l’Italia ha organizzato 77 voli charter cosiddetti «di rimpatrio» (66 dei quali verso la Tunisia), espellendo 2116 persone, mentre 870 persone sono state deportate su voli di linea organizzati dalle Questure. In ogni caso, se il governo attuale dovesse aumentare i voli «di rimpatrio» (con i 2,5 milioni stanziati per il triennio 2018-2020 si possono organizzare circa 300 rimpatri in più all’anno), anche verso Paesi con i quali non esistono contratti bilaterali, sfruttando i voli charter di Frontex, le deportazioni potrebbero diventare un fronte di resistenza civile, come già avviene in altri paesi europei.
Ad ora, il 23% delle persone è uscito dal Cpr dove era rinchiuso perché il trattenimento non era stato convalidato dall’Autorità giudiziaria, a causa di irregolarità o illegittimità delle pratiche di internamento (vizi procedurali, abusi d’ufficio, trattenimento di richiedenti asilo), mentre il 20% è stato liberato per scadenza dei termini: questo significa che il 43% dei trattenuti lo era inutilmente secondo la legge stessa, e il 23% addirittura «per errore».
Questo dimostra, come si accennava, che la funzione effettiva dei Cpr tracima quella ufficiale. Il trattenimento nel Cpr – e la sottoposizione deliberata a procedure degradanti e a condizioni di vita disumanizzanti, come la negazione della privacy e della sicurezza – determina la creazione di una gerarchia razziale nella società italiana e tiene una parte della popolazione (quella immigrata) sotto il ricatto costante dell’internamento e dell’espulsione. Considerato che dalla legge Bossi-Fini il permesso di soggiorno è intrinsecamente legato al lavoro, secondo una logica che non è mai stata messa in questione da nessuno dei governi successivi, il sistema dei Cpr è legato strutturalmente allo sfruttamento lavorativo: l’alternativa tra lavoro (di qualsiasi tipo, a qualsiasi costo) e internamento spiana la strada a un regime di terrore e schiavismo. Il Cpr diventa il dispositivo di controllo – l’istituzione totale – che reifica l’idea della cittadinanza come merito e il percorso per ottenerla come lotta di sopravvivenza.
Economicamente, la gestione dei centri di identificazione e espulsione rappresenta un business milionario per cooperative, misericordie, aziende. Già nel 2003, la detenzione di una persona in un Cpt poteva fruttare dai 33 (Crotone) ai 99 euro (Modena, gestita dalla Confraternita della Misericordia di Daniele Giovanardi, il fratello del più celebre Carlo). Oggi, il bando pubblicato dalla Prefettura di Gorizia per la gestione del Cpr di Gradisca prevede un corrispettivo 1 milione 700mila euro (iva esclusa) all’anno: è un giro d’affari attraente, soprattutto se si considera che il margine di guadagno si allarga se le condizioni di vita degna non vengono garantite, come è avvenuto quasi sistematicamente.
Politicamente, sovrapponendo nella narrazione la funzione del Cpr a quella del carcere, il sistema Cpr permette di trasmettere l’informazione che lo Stato si sta occupando della questione degli immigrati irregolari e pericolosi. Strettamente da questa prospettiva, non importa quante persone vi siano rinchiuse: quello che importa è la mera esistenza del sistema dei centri permanenti per il rimpatrio, all’interno dei quali ogni non cittadino/a è potenzialmente internabile. Attraverso i Cpr, lo stato garantisce di «proteggere» i suoi cittadini e le sue cittadine, nascondendo loro una parte della popolazione razzializzata con la quale, peraltro, agli abitanti dei territori dove sorgono i Cpr è risparmiato il fastidio di interagire, proprio come se si trattasse di un campo di concentramento. E, come i campi di concentramento nelle parole di Hannah Arendt, i Cpr sono «surrogati del territorio nazionale nei quali confinare individui che non vi appartengono».

Un campo di internamento
Come scriveva Davide Cadeddu, in uno dei pochi libri usciti sul dramma dei centri di internamento italiani, Cie e complicità delle associazioni umanitarie.
«Ciò che rende il Cie tale è la sua natura biopolitica. In questo dispositivo il potere si esercita sulla persona trattenuta non in quanto autore di un reato, ma in quanto essere vivente, vita biologica, nuda vita. Per cui, anche se in questi campi di internamento fossero garantiti standard decenti rispetto alla tutela dell’incolumità personale, all’igiene del luogo, alla qualità del cibo, all’assistenza sociale (attraverso la presenza di interpreti, psicologi, avvocati, mediatori linguistici) o alla realizzazione di attività di socializzazione, la natura di questi luoghi comunque non cambierebbe, rimarrebbero quello che sono e continuerebbero ad assolvere sempre alla stessa identica funzione all’interno della società.»
La profondità della penetrazione del sistema campo nella mentalità europea degli ultimi anni si inserisce nel silenzio generale sulla questione carceraria, interrotto dagli sporadici rigurgiti di una vandea anti-anticarceraria, e si manifesta nella normalizzazione dei campi profughi lungo tutta la rotta balcanica (dalla Grecia alla Serbia e alla Bosnia) e dei campi di concentramento in Libia, dei respingimenti illegali (push-back) in mare e alla frontiera slovena, tutti finanziati con fondi e italiani ed europei, e che tuttavia, di nuovo, sono assenti dal dibattito elettorale di questo maggio e in generale latitano dalla presa di coscienza collettiva di stare vivendo i tempi di una Auschwitz on the beach.
In particolare, i campi di concentramento in Libia – istituiti formalmente come «campi di accoglienza» con gli accordi Italia-Libia a firma di Marco Minniti – sono ormai entrati appieno nella coscienza collettiva italiana, anche grazie al lavoro di alcune giornaliste come Francesca Mannocchi e Nancy Porsia: coscienza collettiva che, non potendo fingere di non sapere, si scinde tra chi-sa-e-non-gli-sta-bene e chi-sa-e-sta-bene-così. I campi libici, cosa che invece la coscienza collettiva tende a ignorare, rimandano ai campi di concentramento coloniali (1929-1933), dove l’Italia fascista deportò l’intera popolazione seminomade della Cirenaica, rinchiudendovi circa 100 mila persone (delle quali decine di migliaia sarebbero morte), mentre la resistenza guidata da Omar al-Mukhtar veniva stroncata a prezzo di un genocidio.

Nulla cambia perché qualcosa cambi
Da un lato era necessaria questa breve operazione di ricostruzione storica (della storia recentissima) che riprendesse il filo rosso delle politiche migratorie in Italia negli ultimi vent’anni, di fatto trasversali all’arco parlamentare, e incollasse i partiti e i singoli esponenti alle loro responsabilità, al fine di farci guardare da chi pratica un oggi un antirazzismo elettorale; dall’altro, è – come sempre – urgente cercare di trovare i punti di scarto, le specificità delle politiche e delle retoriche di questo governo rispetto a quelli che l’hanno preceduto.
Il primo punto di scarto è di natura comunicativa. Mai prima d’ora un razzismo tanto esplicito era stato fatto discorso istituzionale: nonostante il mercato del lavoro italiano continui a necessitare della manodopera migrante, la separazione tra migrante buono (lavoratore) da integrare e migrante malo (criminale) da espellere è stata superata a favore di una criminalizzazione generale delle persone migranti, che sarebbero culturalmente impossibilitate all’integrazione e culturalmente predisposte alla malavita. Il Partito democratico, per quanto abbia sempre rivendicato e i respingimenti e gli accordi libici, non ha mai osato far corrispondere al razzismo effettivo una retorica così esplicitamente xenofoba: la Lega, per la quale peraltro non sussiste il ricatto del bacino elettorale dell’accoglienza e del terzo settore, può invece lanciare un linciaggio dell’Altro, può creare un nemico politico, può legittimare una guerra civile. In questo senso, il governatore della regione Friuli Venezia Giulia, Massimiliano Fedriga, può dichiarare che «il Fvg è disponibile a prendere in carico anche più di una struttura Cpr, ma questo dovrà comportare un alleggerimento che mira alla scomparsa di tutto il resto dell’accoglienza»: la via della completa ghettizzazione (ed eliminazione dalla vista) di chi è straniero è stata imboccata.
Il secondo punto di scarto è la produzione di nuove leggi che criminalizzano la resistenza dei/delle migranti e la solidarietà di chi sceglie di stare al loro fianco. Se da un lato la seconda parte del decreto sicurezza (a seguito della surreale campagna di criminalizzazione delle Ong) intende punire chi salva vite in mare; dall’altro la lotta contro il Cpr di Torino – che riesce da anni a squarciare il silenzio cui si vogliono condannare i reclusi – ha già subito una repressione pesantissima negli ultimi mesi. Quanto alle persone migranti, il Decreto sicurezza – che si configura come capitolo autoritario della legislazione italiana sull’immigrazione – ha aumentato i reati che causano il diniego o alla revoca della protezione internazionale; ha revocato la protezione umanitaria e abbandonato il sistema Sprar in favore di una gestione massificata e numerica delle procedure di protezione internazionale; ha limitato la concessione di permessi di soggiorno; ha ripensato la gestione delle frontiere (con detenzione in hotspot fino a 30 giorni e traslazione diretta in Cpr); ha rifinanziato i Cpr; ha criminalizzato le forme di resistenza. Il Decreto prevede anche il trattenimento a fini identificativi del/la richiedente protezione internazionale, «modalità attraverso la quale il legislatore vuole dare formale veste giuridica al trattenimento di ogni richiedente asilo che sia privo di documenti di identità in corso di validità (ovvero la quasi totalità)»: in breve, è in atto un cambiamento di paradigma, da un sistema di accoglienza (già con grandi limiti) a un sistema propriamente di criminalizzazione, controllo e carcerazione preventiva.

Contro tutti i Cpr
Secondo la circolare del 14 gennaio 2019, che ha seguito il cosiddetto Decreto sicurezza, il Governo dà «particolare importanza all’ampliamento dei posti nei Cpr, atteso che il numero di quelli attivi non risulta sufficiente per conferire efficacia alle misure di rimpatrio», e «sono stati già avviati lavori di ristrutturazione per attivare, nei prossimi mesi, nuove strutture e per effettuare interventi di ampliamento di quelle già in uso». A Gradisca d’Isonzo sono in corso i lavori per la riapertura del Cpr: i bandi della prefettura per la gestione indicano come data d’inizio il primo giugno 2019, il Cpr di Gradisca dovrebbe aprire prima di quello di Milano e di quello di Modena, altri due dei quali si parla da qualche tempo. La sindaca Linda Tomasinsig (Pd), formalmente contraria all’apertura del Cpr (come già all’esistenza del Cie), aveva più volte chiesto pubblicamente la non coesistenza di Cpr e Cara, che tuttavia ha ottenuto: le persone «ospitate» nel Cara di Gradisca saranno così costrette a convivere con la militarizzazione del Cpr e con la minaccia tangibile che rappresenta.
Nel frattempo, negli ultimi mesi, nei Cpr aperti in Italia, le persone rinchiuse hanno continuato a resistere al loro internamento, con scioperi della fame, fughe, rivolte interne, incendi, senza che il loro gridare provochi una grande eco tra chi sta fuori. Fuori – soffocàti da anni di gestione repressiva dell’immigrazione e del dissenso e dalla criminalizzazione della solidarietà e della militanza – non abbiamo la prontezza di risposta che c’era stata negli anni Dieci, quando le lotte dentro i centri di identificazione ed espulsione potevano contare, in un certo senso, sull’attenzione e la solidarietà di chi le osservava da fuori.
Tuttavia, quella contro i campi di internamento sembra oggi la lotta dirimente dell’antirazzismo in Italia (e forse in tutto l’Occidente): quella che non concede ipocrisie e buonismi, mentre riceve – non a caso – un’attenzione particolare dall’apparato securitario. Un antirazzismo critico, capace di individuare strutturalmente le responsabilità occidentali nelle migrazioni e nel loro sfruttamento, di non cadere nell’ottica neocoloniale dell’antirazzismo liberal e di agire contro i lager del suo tempo, è il solo che ha senso provare a praticare. Anche perché, riprendendo Giorgio Agamben, ciò che avviene in questi pezzi di territorio posti fuori dall’ordinamento giuridico normale inaugura un nuovo paradigma giuridico-politico, dove l’eccezione è norma, e che l’eccezione (spesso giustificata come emergenza) sia normalizzata è uno dei grandi processi politici del nostro tempo e un rischio che non possiamo giocarci...


*Michela Pusterla è dottoranda in italianistica all’Università di Trieste.


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