giovedì 27 giugno 2019

Docenti ed accademici contro didattica delle competenze, Carosotti: competenze non hanno fondamento scientifico



(di Eleonora Fortunato)


Gli insegnanti partecipano davvero al dibattito democratico sulla scuola e ne orientano, in qualche modo, il cambiamento?
La risposta parrebbe scontata in un Paese come il nostro, dove le riforme arrivano dopo elezioni regolari a cui magari seguono altri lunghi periodi di consultazione, dove è consentito scioperare ed esprimere liberamente il proprio punto di vista, dove tante associazioni promuovono incontri e analisi sui documenti ministeriali; eppure molti colleghi sentono un malessere profondo di fronte al nuovo corso che dovrebbe prendere l’educazione nel nostro Paese e non si riconoscono affatto negli obiettivi e nelle metodologie che vorrebbero cambiare geneticamente il fine stesso della docenza, non più strumento per trasmettere sapere, ma solo occasione per facilitare l’incontro delle giovani generazioni con forme non ben definite di cultura.
A cavallo tra il vecchio e il nuovo anno questo disagio ha preso forma in un documento presentato da alcuni insegnanti di scuola superiore (tra loro compare solo un universitario) e già sottoscritto da migliaia di colleghi per riaprire la riflessione sugli aspetti della riforma voluta da Renzi considerati particolarmente pericolosi per la sopravvivenza dell’istituzione scolastica quale luogo di educazione e di formazione della coscienza democratica.
Un’analisi molto lucida, profonda e convincente, espressa con una varietà lessicale e un rigore dialettico a cui purtroppo il didattichese e lo scarno linguaggio burocratico e giornalistico non ci abitua più da diverso tempo e che ha già riscosso l’appoggio di più di 4000 persone – tra cui quasi 800 docenti universitari – e di cui anche chi scrive condivide tutte le argomentazioni e le istanze.


Alcune di esse le abbiamo approfondite raggiungendo uno degli autori, Giovanni Carosotti, docente milanese di Storia e Filosofia, il cui primo auspicio è che si apra un dibattito sulla scuola che porti a un’interlocuzione diretta e chiara con il MIUR, per poi magari arrivare ad ottenere una moratoria di quegli aspetti della legge in cui siamo stati più realisti del re, promovendo innovazioni azzardate come l’alternanza scuola-lavoro nei licei (in Europa siamo i primi).
Carosotti, l’appello redatto insieme ai suoi colleghi è la sintesi di una riflessione che immagino sia stata lunga e laboriosa e che marca una presa di distanza molto forte dalla politica sulla scuola degli ultimi venti anni. Quale è il vostro scopo? Non avete paura di passare per conservatori, per classisti o per intellettuali fuori dal mondo?
“Siamo fermamente convinti che il fine della scuola repubblicana sia ancora oggi quello di offrire una formazione in grado di rendere capaci i futuri cittadini di partecipare in modo produttivo al dibattito democratico, ma ciò è possibile solo se essi vengono messi nelle condizioni di maturare gli strumenti concettuali attraverso i quali costruire e proporre ipotesi di cambiamento sociale. La scuola della Repubblica, nonostante gli indubbi limiti che l’hanno caratterizzata e la necessità di ripensare se stessa alla luce dei profondi cambiamenti economico-sociali degli ultimi decenni, questo obiettivo l’ha sempre avuto presente, e le eventuali criticità o contestazioni nei suoi confronti avvenivano sempre in relazione alla capacità di saper realmente garantire questa formazione etico-politico-civile dell’individuo. Oggi invece il paradigma economicistico sembra dover sottomettere alle sue necessità qualsiasi contenuto formativo, e pensare il futuro degli studenti unicamente in base a un loro ipotetico futuro inserimento nelle dinamiche produttive, peraltro sempre in veloce trasformazione e difficilmente prevedibili nel loro sviluppo. Da qui la decisione –a nostro parere foriera di negative conseguenze- di sacrificare i, contenuti disciplinari, e più genericamente culturali, a favore della trasmissione di abilità pratico-operative, destinate invece a veloce obsolescenza. In realtà la didattica delle competenze viene promossa nei documenti ministeriali e da alcuni pedagogisti proprio a partire dalla considerazione che la conoscenza sarebbe “inerte” e la competenza “sapere vivo”, ossia con un fine dichiaratamente progressista, omettendo però la sua genesi economicista.
La nostra iniziativa, nata da un’interazione avvenuta soprattutto in Rete, è il prodotto di un’alleanza contro l’imposizione di un nuovo modello in cui il sapere disciplinare viene svilito in favore di metodologie prive di un vero fondamento scientifico. La letteratura a riguardo, che vanta ormai una produzione più che ventennale, non è mai riuscita a fare chiarezza sul reale significato del concetto di “competenza”, e a tradurlo in esempi pratici concreti e significativi. Numerosissima a riguardo è stata la produzione scientifica tesa a decostruire il concetto di competenza, individuandone una decisa valenza strumentale e ideologica. La cosa sorprendente, e anche irritante per noi docenti, è che sia il testo della Legge 107 sia i successivi documenti licenziati dal Ministero trattano del concetto di competenza come se fosse ormai validato scientificamente e, con un atteggiamento decisamente anti scientifico, rifiutano qualsiasi riferimento alla letteratura potenzialmente falsificante, ignorandola”.
C’è da dire che le vostre istanze arrivano un po’ fuori tempo massimo, il Governo Renzi ha tenuto viva una fase abbastanza lunga di dialogo e di ascolto col mondo della scuola, come mai non vi è stato possibile farvi sentire allora?
“In realtà io non credo ci sia mai stata una vera volontà di confronto con gli insegnanti, i questionari erano guidati, le domande prefabbricate; spedimmo lettere che non vennero mai lette o alle quali comunque non è stata data alcuna risposta, e nonostante questo sappiamo che il Ministero ha sempre vantato un grande consenso alla sua politica riformatrice, strumentalmente confondendo l’obbligo per gli insegnanti di ricoprire cariche o ruoli, o di realizzare attività previste obbligatoriamente dalla Riforma, con un entusiastico consenso alla Legge. In realtà molti hanno cercato con responsabilità, ricoprendo questi ruoli, di salvare la liberta della didattica da questi pesanti condizionamenti”.
Parte di questo consenso l’ha probabilmente guadagnato con il risanamento del precariato storico…
“Anche su questo punto non sarei così ottimista; le assunzioni su posti di potenziamento –obbligate peraltro da una sentenza della Corte europea- non hanno ampliato affatto l’offerta formativa delle scuole, hanno in parte colmato i tagli che si erano verificati con la riforma promossa dal ministro Gelmini, senza garantire agli interessati un’autentica cattedra. Si ricorderà che, di fronte al profondo dissenso manifestato dalla quasi totalità degli insegnanti prima dell’approvazione della riforma, alcuni esponenti sindacali proposero al governo di realizzare le nuove assunzione e di rimandare l’approvazione della Legge a un più ampio confronto con il mondo della scuola. Fu proprio l’allora presidente del Consiglio a rifiutare la proposta, ribadendo che le nuove assunzioni sarebbero state possibili solo a condizione di cambiare il modello di scuola e d’insegnamento. E difatti, con la Buona Scuola, è stato formalizzato un mutamento genetico della scuola repubblicana, destituendo la didattica delle finalità che le sono più proprie, cioè la formazione di cittadini pronti a vivere in una democrazia”.
Eppure questo è un nodo tematico a cui l’Unione europea tiene molto, declinandolo chiaramente in un contesto sovranazionale. A questo riguardo vorrei chiederle come mai nel documento non si fa mai riferimento al quadro comunitario, sappiamo che la nostra politica educativa deve tenere conto delle raccomandazioni che da esso provengono.
“Tra gli interlocutori che hanno manifestato interesse per il nostro Appello, qualcuno ha fatto notare la mancanza di un riferimento alle direttive che provengono dalle Istituzioni europee. E’ un argomento a noi ben presente, tant’è che alcuni di noi proponenti hanno recentemente pubblicato una riflessione relativa all’ultimo rapporto OCSE, e quanto questa istituzione nei fatti faccia pressione sui nostri esecutivi per indirizzare le politiche scolastiche ed economiche. Ammesso che il cedere a questa pressione sia inevitabile, è giusto che l’opinione pubblica sappia che ciò che ci viene richiesto è la totale rinuncia all’intera tradizione educativa del nostro Paese, concretizzatasi proprio nella Scuola della Repubblica. Nel nostro documento però, volevamo soffermarci su alcuni punti ritenuti da noi critici della recente riforma. Noi vorremmo che ci si domandasse seriamente se semplificare i contenuti trasmessi a scuola, indebolire la struttura delle discipline e delegittimare il ruolo degli insegnanti sia l’unica strada possibile per giungere agli obiettivi dell’Ue. E vorrei far notare che in un campo delicato come quello dell’alternanza scuola-lavoro –ma non solo- l’Italia si è spinta ben al di là di quello che hanno fatto altrove”.
Come a dire che siamo più realisti del re…
“Ma l’educazione non è un settore in cui si può radicalizzare in maniera così giacobina, gli effetti degli errori si ripercuotono per generazioni. In questi giorni si parla molto di liceo a 4 anni e di internazionalizzazione del nostro sistema, ma anche in questo caso ci basiamo su una narrazione non del tutto coerente con la realtà delle cose, visto che non è affatto vero che nella maggioranza degli altri paesi dell’Ue i percorsi superiori sono tutti compressi a quattro anni, e che l’intero ciclo di istruzione duri un anno meno del nostro.
In secondo luogo, siamo proprio sicuri di rimanere così indietro rispetto agli altri? Nel documento abbiamo espresso lo scetticismo nei confronti della comparazione internazionale, per gli strumenti con cui viene realizzata e per le finalità che si propone, ma abbiamo sufficienti elementi per dire che la nostra scuola si dimostra non abbastanza efficace e competitiva nei contesti sociali fortemente degradati, ma se le condizioni di partenza sono buone, essa ottiene risultati lusinghieri, come dimostra il numero sempre più alto dei nostri laureati che si inseriscono in posizioni strategiche nei mercati stranieri”.
L’abbandono scolastico da noi è tra i più alti in Europa e la scuola gratuita e obbligatoria, capillarmente diffusa sul territorio nazionale, non è stata il motore di sviluppo e di promozione sociale che ci si sarebbe attesi, a fronte di investimenti consistenti.
“Lei sa probabilmente meglio di me quanto sia difficile leggere il bilancio di uno Stato e stabilire se e quanto sia congruo e equo l’investimento in cultura e istruzione, ma il punto ora non è fare il processo alla scuola pubblica, è capire se questa ultima riforma non vada nella direzione opposta a quella del suo rilancio. Le vorrei far notare che una grande contestazione sta venendo anche dal mondo politico di cultura liberale proprio perché ci si sta chiedendo se impedire l’incontro dei nostri ragazzi con la cultura alta non significhi togliere loro l’occasione di competere per le posizioni di più alto livello, e assegnare all’Italia un ruolo per fornire in futuro solo manodopera di basso livello, scarsamente scolarizzata. Il nostro obiettivo non è, chiaramente, legiferare, ma riaprire il dibattito su aspetti particolarmente delicati su cui non c’è stata una riflessione veramente serena e libera da interferenze e opportunismi. Ecco, noi semplicemente chiediamo una moratoria su quei punti che renderebbero inevitabili questi cambiamenti sistemici”.
L’appello è stato firmato da personalità eminenti del mondo accademico, viene da chiedersi come mai gli atenei non si siano mossi prima, visto che i docenti universitari lamentano da anni l’abbassamento delle competenze culturali degli studenti.
“Forse a questo punto non è così importante stabilire chi e quando avrebbe dovuto muoversi prima. Scuola e università in questo frangente hanno bisogno l’una dell’altra. D’altronde la stessa Università è stata interessata da analoghe trasformazioni e molti docenti universitari vivono una stessa condizione di disagio, per la perdita di qualità del loro insegnamento e per la distruzione di un importante patrimonio formativo, che ha dato notevoli contributi al Paese. Dalla comunicazione che viene diffusa generalmente sul mondo della scuola, emerge troppo poco, a mio avviso, come l’elemento di maggiore frustrazione nel lavoro dell’insegnante non sia il blocco contrattuale o il basso livello salariale – che pure sono indicativi di quanto sia ormai tenuta in scarsa considerazione la professione docente – ma la politica di umiliazione e di indifferenza, oltre al linguaggio violentemente anticulturale, con cui si dichiara inutile il nostro sapere”.
Una questione di cattiva retorica, insomma, che solo strumentalmente ha riportato la scuola al centro.
“Per riportare la scuola veramente al centro si sarebbe dovuto innanzitutto ridurre il numero degli alunni per classe e poi investire sulla didattica pomeridiana di recupero. Chiunque faccia scuola in maniera seria sa che non c’è nulla che riesca ad affascinare gli studenti più della conoscenza, anche quando la sua conquista diventa più laboriosa e complessa; un tempo alla scuola si riconosceva questo ruolo di valorizzare un ambito d’esperienza capace di aprire ai discenti nuovi orizzonti d’esperienza e non invece, come vorrebbero alcuni pedagogisti, di confermare linguaggio e giudizi già propri della loro esperienza quotidiana; oggi invece c’è un contesto esterno che delegittima questo tentativo così generoso di continuare a trasmettere, di appassionare gli studenti a contenuti che addirittura vengono derisi”.
Non pensa che in fondo stiamo parlando di una crisi ontologica del sapere e della verità, guardi cosa succede anche nel campo dell’informazione, che è un prodotto nelle sue finalità geneticamente affine all’istruzione.
“Dal mio campo disciplinare ho sempre accostato il problema della crisi della scuola alla crisi della storia; oramai è prevalente la tendenza a destoricizzare i piccoli come i grandi temi e problemi che riguardano l’umanità, secondo un approccio riduttivo che impedisce di valutare appieno la problematicità dei fenomeni. La scuola potrebbe reagire a tutto questo rafforzando la prospettiva storico-politica della sua azione e allontanando l’idea che educare significhi far acquisire un kit di comportamenti e di nozioni tecnico-pratiche facilmente spendibili. E anche ribadendo, come pure le discipline tecnico-scientiche –lungi dall’essere esclusivamente pratico-operative- contribuiscano in sinergia con quelle storico umanistiche alla formazione culturale e civile della persona.
La “crisi della verità” non la si risolve solo con il problem solving (che anzi rappresenta un mascheramento di tale condizione epocale) ma sviluppando il senso critico, valorizzando la capacità di interpretazione e il confronto storiografico sulle diverse tematiche affrontate, insegnando agli allievi che non esiste un unico modo di risolvere i problemi e che, in molti casi, individuarli nella loro complessità e saperli discutere attraverso un confronto critico è molto più importante che risolverli”.


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