lunedì 17 giugno 2019

Il benessere è solo collettivo - Marta Fana, Angelo Salento


I processi finanziari hanno ormai aggredito e assoggettato ai propri interessi anche ambiti storicamente rivolti a soddisfare i bisogni sociali, come la sanità, la cura, la previdenza, l’istruzione e le infrastrutture. A essere sotto attacco è la cosiddetta «economia fondamentale», costituita da tutti i beni e servizi necessari al benessere quotidiano della società che comprende ma non si riduce al concetto di welfare. In un recente saggio, Economia fondamentale – L’infrastruttura della vita quotidiana (Einaudi) un collettivo interdisciplinare di ricercatori e ricercatrici ripercorre i passaggi che hanno portato alla finanziarizzazione di questa parte dell’economia, che raccoglie in Europa circa il 40% della forza lavoro occupata, dalle esternalizzazioni alle privatizzazioni di infrastrutture come ferrovie e autostrade: «Seguiamo la pista dei soldi – dicono – Analizziamo i modi e gli strumenti con cui viene sviluppato il business». Gli autori evidenziano lo scontro politico, di classe, alla base di questi processi, provando a tracciare se non delle soluzioni almeno dei percorsi da seguire. «Suggeriamo di non coltivare l’idea che il reddito individuale sia la variabile decisiva per il benessere in quanto una gran parte delle infrastrutture e dei servizi indispensabili per il benessere sono necessariamente collettivi ma non possono spesso esser prodotti a livello ‘locale’, illudendosi che l’auto-organizzazione economica ‘dal basso’ possa in modo autosufficiente sostenere il benessere collettivo. Una parte consistente delle attività economiche fondamentali è di larga scala, e non è pensabile un’economia fondamentale robusta e sostenibile senza una regolazione di scala nazionale e internazionale».

L’economia fondamentale e la sua centralità sono una questione politica, in che modo può essere compatibile con il capitalismo, sistema economico predatorio in cui pure i tentativi di «renderlo umano» vengono spiazzati ogni volta che le esigenze di accumulazione e profitto vengono messe a rischio?
Quel che oggi consideriamo economia fondamentale è emerso principalmente nel corso di due stagioni: una a cavallo fra Ottocento e Novecento, che ha prodotto innovazioni essenziali come le grandi infrastrutture fognarie, la distribuzione del gas, l’illuminazione pubblica; l’altra nel secondo dopoguerra, con lo sviluppo dei sistemi di welfare, la «provvidenza» pubblica. La prima è l’epoca delle grandi municipalità, nella seconda i protagonisti sono gli stati nazionali. Benché siano per molti versi frutto della lotta di classe, nessuna di queste due stagioni è estranea allo sviluppo capitalistico; per certi versi, hanno dato legittimazione al capitalismo generando livelli di benessere senza precedenti, almeno nell’Occidente. Per questo l’economia fondamentale resta sempre esposta al rischio di essere ridotta a spazio di accumulazione capitalistica, rischio che si sta trasformando in realtà. Assistiamo a un paradosso solo apparente: da un lato, l’economia fondamentale è trascurata dalla scienza economica, dall’altro è presa di mira dai grandi investitori come ambito ideale per la produzione di profitti e rendite. L’impatto è drammatico, in termini di produzione di disuguaglianze e di corrosione delle basi materiali della cittadinanza. Guardare che cosa accade nello spazio dell’economia fondamentale, capire come viene messo a valore, è indispensabile sia per comprendere questa sorta di nuova accumulazione originaria, sia per capire come reagire. A fronte di questa deriva, a noi sembra il caso di recuperare alcune grandi lezioni del passato, come l’idea che non esiste una sola economia, ma spazi economici diversi che devono essere governati da logiche differenti.

Sostenete che la politica ha sottovalutato l’importanza dell’economia fondamentale come oggetto collettivo. Ma questo appare in contraddizione quando dimostrate come la centralità dell’economia fondamentale è risultato di uno scontro politico. Delle due l’una: o la centralità dell’economia fondamentale è risultato di uno scontro di classe, oppure la questione politica si risolve non in una scelta di parte ma nella totale e disinteressata incompetenza.
La politica non si è affatto disinteressata dell’economia fondamentale. Se ne è occupata sempre, a tutti i livelli, ma in modi differenti. In alcune stagioni, per allargare le basi del benessere collettivo. Pensiamo, per fare un esempio italiano fra i tanti, all’elettrificazione nelle aree rurali, nei primi anni Sessanta. In altre stagioni, se ne è occupata per allargare le basi dell’accumulazione, per esempio attraverso la privatizzazione e l’esternalizzazione di servizi pubblici. Ma anche mettendo fine all’edilizia residenziale pubblica e agevolando la finanziarizzazione del mercato immobiliare. Oppure aziendalizzando la sanità e favorendo quindi l’ingresso delle assicurazioni nel mercato delle prestazioni sanitarie. L’economia fondamentale è un oggetto intrinsecamente politico, anche quando le questioni che la riguardano vengono presentate come questioni di ordine tecnico.

Puoi spiegare in che modo il processo di liberalizzazione e privatizzazione si intreccia con il comando del capitale finanziario nelle relazioni economiche?
La funzione dichiarata dei processi di privatizzazione è stata quella di incrementare l’efficienza, intesa come capacità di offrire beni e servizi. Tuttavia i protagonisti erano consapevoli di un altro scopo: la privatizzazione allarga gli spazi di controllo del capitale finanziario. Ancora oggi, più della metà della capitalizzazione di borsa, in Italia, è relativa a grandi imprese privatizzate. Una fetta consistente opera nell’economia fondamentale. Beninteso, anche le grandi imprese a controllo pubblico operavano secondo imperativi di carattere economico, sulla base di una razionalità tecnica che non sempre veniva a patti con le forze sociali. Ma la privatizzazione comporta un mutamento radicale: il principio di riferimento, la ragion d’essere dell’impresa, diventa la massimizzazione del valore per gli azionisti, cioè produrre il massimo rendimento possibile del capitale investito, nel più breve tempo possibile. Questo è radicalmente incompatibile con l’idea di un’economia fondamentale intesa come base materiale del benessere e della coesione sociale. L’attività economica inizia a estrarre valore, piuttosto che produrne; e lo fa a danno dei lavoratori e degli utenti, ma anche a danno dell’impresa intesa come ente che deve prosperare nel lungo periodo. Ogni impresa ha la sua storia e i suoi percorsi, ma non c’è impresa privatizzata che non abbia drasticamente tagliato la forza-lavoro, non ce n’è una che abbia ridotto prezzi e tariffe per gli utenti. L’accesso ai beni e ai servizi fondamentali è diventato sempre più costoso. Naturalmente questo pesa di più sul reddito delle famiglie più povere, perché la spesa per beni e servizi essenziali incide proporzionalmente di più al diminuire del reddito. Quindi ogni rincaro opera come una tassazione regressiva: per i poveri l’aliquota è più alta. Se sia migliorata la qualità dei servizi è difficile dirlo. Il disastro del ponte Morandi ci ha ricordato in chiave tragica che la qualità non è la preoccupazione principale dei grandi attori economici. Peraltro, molte delle imprese privatizzate continuano a basare il loro business su spese e investimenti pubblici. Pensiamo alle ferrovie: l’infrastruttura e l’innovazione tecnologica (che peraltro sostituisce lavoratori con macchine) si fanno con enormi quantità di denaro pubblico, ma indirizzando gli investimenti in chiave privatistica, cioè dove rendono di più anziché dove servono di più. Così oggi più che mai in Italia c’è chi viaggia su ferro, chi su ferraglia e chi resta isolato. Ai beni e ai servizi essenziali non si accede più sulla base di una condizione di necessità, ma sulla base della capacità di acquistarli a prezzi crescenti. Se c’è un’emergenza sociale per una morosità con le bollette, bisogna aspettare l’intervento del cardinale Krajewski, che toglie i sigilli e riarma l’interruttore, ricordando qual è il compito a cui devono assolvere certe attività economiche.
Per tornare in sintesi alla tua domanda, quindi, direi che i processi di privatizzazione sono, al tempo stesso, il prodotto di un capitale finanziario divenuto in grado di pretendere spazi di manovra nei quali non aveva libero accesso. Questo allargamento delle basi dell’accumulazione, però, oggi presenta un conto salatissimo. Il paradosso è che il pensiero economico dominante – che interpreta l’economia come una sfera unitaria, misurando qualsiasi cosa con lo stesso metro —– non è in grado di comprendere la portata di quanto sta avvenendo, è anzi pienamente partecipe di questa deriva. Le scienze sociali arrancano, anche perché fanno fatica a comprendere come funzionino le imprese contemporanee. E attualmente non abbiamo forze politiche in grado di farsene carico.

Sottolineate come esternalizzazione e privatizzazione di beni servizi e infrastrutture sia un processo che impoverisce la maggioranza della società in termini di qualità ma anche in termini di quantità dei beni forniti. Nel dibattito marxista torna con forza il tema della nazionalizzazione e della pianificazione democratica. Che ne pensate?
Negli anni Ottanta, quando l’economia fondamentale era largamente sotto il controllo pubblico, la privatizzazione è stata presentata come la soluzione. Oggi si può essere tentati di pensare che, se il privato non funziona, la soluzione sia tornare alla gestione statale. Credo che andare avanti alternando polarità non produca buoni risultati. Anche perché quelle polarità rischiano di essere solo apparenti: l’impresa nazionalizzata ha avuto sempre relazioni col capitale privato; l’impresa privata ha sempre avuto relazioni con la politica e il capitale pubblico; e non mancano imprese che operano in regime prettamente privatistico, come Ferrovie dello Stato, pur rimanendo interamente di proprietà pubblica. Piuttosto che cambiare radicalmente rotta, a noi pare che si debbano cercare soluzioni nuove, magari radicate in quel che di buono ci ha consegnato la storia dell’economia fondamentale, che non è poco. Non c’è dubbio che alcune attività economiche fondamentali dovrebbero restare sotto il controllo pubblico. Certamente quelle ad alta intensità di capitale, nelle quali comunque il business privato continua a fondarsi su denaro pubblico o incassi garantiti. Pensiamo ancora al caso delle autostrade, per le quali il privato non rischia sostanzialmente nulla, quindi praticamente ottiene una rendita pagata da utenti e contribuenti. Questo però non vuol dire che la nazionalizzazione sia “la soluzione” ai mali dell’economia fondamentale. Peraltro, ci sono settori fondamentali, come la produzione e la distribuzione alimentare, che nessuno proporrebbe di sottrarre all’iniziativa privata. Qui veniamo al punto: esistono molte varietà possibili di iniziativa privata. Per restare al settore alimentare, si va dal piccolo produttore con cinque ettari di terra, alla produzione industriale, fino alle multinazionali finanziarizzate, che fanno un’accumulazione prettamente capitalistica.
È per questo che insistiamo sull’insegnamento di Braudel: un conto è il mercato, un altro conto è l’alto capitalismo. Il punto è: quanto spazio lasciamo all’accumulazione prettamente capitalistica nell’economia fondamentale? Come vogliamo che si comporti l’impresa, privata o pubblica che sia? Che tipo di accumulazione le lasciamo perseguire? Entro quali vincoli e con quali controlli? Da un lato, è una questione che solleva la necessità di un’analisi a grana fine delle attività economiche fondamentali, per individuare specifiche modalità d’azione alternative. Dall’altro, è una questione politica, che rimanda alla necessità di un quadro di regole rinnovato, a una vera e propria costituzione dell’economia fondamentale. Oggi, quello che Braudel chiamava alto capitalismo ha in larga misura occupato lo spazio dell’economia fondamentale e continua a guadagnare terreno. Il problema è che, come si dice, ha catturato il regolatore. Ci rendiamo conto che le regole devono cambiare, ma bisogna anche capire chi possa farlo.

In Italia, ampie fette del sistema di cura sono state esternalizzate al terzo settore in un’ottica né stato né mercato. Eppure la mercatizzazione della spesa pubblica e la corsa al ribasso ha reso questo settore esempio lampante di autosfruttamento e estrazione di valore anche in ambito no profit. Come se ne esce in un contesto in cui il compromesso tra autogestione e spesa pubblica è saltato?
Rispetto ai contesti anglosassoni, in Italia nel settore della cura la grande impresa è penetrata molto meno, almeno sinora. La specificità italiana è, da un lato, lo sviluppo del lavoro informale delle badanti, consapevole e pianificato; dall’altro, la forte presenza del privato sociale. Le situazioni sono diverse di caso in caso, ma nel complesso la delega al privato sociale ha creato una sfera di quasi-mercato, nella quale gli operatori sono soffocati dalla penuria di risorse economiche e la redditività si fonda sul contenimento dei costi del lavoro. Col paradosso che i lavoratori accettano precarietà e bassi salari in cambio di una sorta di ricompensa morale, cioè la gratificazione dell’essere utili al prossimo. In questo modo, per curare i bisogni di una parte di popolazione, si prepara una coorte di bisognosi.

Cosa intendete esattamente per «innovazione sociale» e in che modo questa può essere sperimentata dall’alto senza che sul piano politico si sia aperto ed affermato uno scontro tra esigenze sociali e interessi particolari al governo?
Capisco il tuo scetticismo sulla categoria di innovazione sociale, visto che viene usata per indicare idee e pratiche molto diverse, quindi ha un valore analitico molto limitato. Però è in questi termini che tendono a percepirsi anche soggetti che sviluppano iniziative radicali nello spazio dell’economia fondamentale. Quando dico radicale mi riferisco a pratiche che mettono in gioco finalità (potremmo dire: concezioni del valore) non coincidenti o non consonanti con quelle del rendimento del capitale investito. Ad esempio, un conto è fare rigenerazione urbana lasciando che il valore prodotto sia catturato dalla rendita; un altro conto è sperimentare modalità di uso dello spazio urbano che ostacolino l’estrazione di rendita. Un conto è recuperare una coltura tradizionale per posizionarsi nel mercato del lusso alimentare, altra cosa è trarne il reddito che occorre per remunerare il lavoro e allargare la base produttiva con tecnologie sostenibili. Come Collettivo per l’Economia Fondamentale, collaboriamo con gruppi che hanno approcci decisamente innovativi. Impariamo molto osservando il farsi di queste esperienze, qualche volta anche il loro disfarsi e rifarsi; e proviamo a restituire un contributo in termini di riflessività.
Una questione specifica e molto importante è la presenza crescente di attori finanziari nel vasto mare dell’innovazione sociale. In Italia, la questione per adesso riguarda principalmente le fondazioni bancarie. C’è una contraddizione evidente: da un lato le banche detengono il debito pubblico; dall’altro utilizzano una piccola parte di quel denaro per attività in senso lato sociali. In alcune grandi città, la loro sistematica presenza nelle operazioni di riqualificazione e rigenerazione urbana ha prodotto un’intersezione molto forte fra finanza e politica. Si fa fatica a individuare il confine, e non si sa più quale dei due debba rispondere all’altro. Per quanto il loro intervento possa e voglia essere lungimirante, resta pur sempre affidato alla loro discrezionalità. Fra l’altro, benché il debito pubblico lo paghino tutti i contribuenti, il Mezzogiorno riceve appena il 6% delle erogazioni delle fondazioni bancarie.
Questo ci porta alla questione di come finanziare l’economia fondamentale, che peraltro è una cosa enormemente più grande degli esperimenti di innovazione sociale. Se gli ultimi trent’anni sono stati gli anni dell’innovazione finanziaria, bisognerà che i prossimi siano gli anni dell’innovazione tributaria, per recuperare risorse dai grandi patrimoni, dalle rendite finanziarie, dagli extraprofitti. Da un lato, c’è un’enorme quantità di ricchezza immobilizzata, nelle mani di pochi; dall’altro, una distesa di bisogni da soddisfare e di capacità da promuovere, nello spazio dell’economia fondamentale.
Se mi domandi quale attore politico possa mettere all’ordine del giorno una prospettiva del genere, una risposta non ce l’ho. Però il quadro politico, oggi, forse permette configurazioni che cinquant’anni fa non erano pensabili. Non è una consolazione, ma un invito al pragmatismo. Come ci insegnano molti innovatori sociali radicali, le alleanze si costruiscono sulla base di esigenze comuni, e salvare l’economia fondamentale è una necessità che diventa sempre più chiara.

*Marta Fana, PhD in Economics, si occupa di mercato del lavoro. Autrice di Non è lavoro è sfruttamento (Laterza). Angelo Salento è membro del Collettivo per l’Economia fondamentale, una rete di studiosi, prevalentemente europei che hanno retroterra disciplinari diversi: sono economisti, sociologi, geografi, urbanisti, politologi, giuristi. Tra le pubblicazioni del Collettivo: The End of the Experiment? From Competition to the Foundational Economy (Manchester University Press, 2014), Il capitale quotidiano. Un manifesto per l’economia fondamentale (Donzelli, 2016) ed Economia fondamentale. L’infrastruttura della vita quotidiana(Einaudi, 2019).


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