sabato 8 settembre 2018

La via aperta da Fanon - Raúl Zibechi|


Uno deve mettersi dalla parte degli oppressi in qualsiasi circostanza, anche quando stanno sbagliando, senza perdere di vista, nonostante ciò, che sono fatti del medesimo fango dei loro oppressori.
Emil Cioran

Frantz Fanon è stato un essere straordinario. Ha vissuto la sua breve vita tra quattro paesi: nella sua Martinica natale, in Francia e in Algeria-Tunisia, dove si impegnò nella lotta per l’indipendenza come militante del Fronte di Liberazione Nazionale (FLN). La coerenza tra la sua vita e la sua opera è un faro che ci deve guidare in questi momenti di incertezza, quando affiorano notevoli rischi che mettono in pericolo l’esistenza stessa dell’umanità de abajo.
Fanon intervenne in una delle guerre più crudeli della storia moderna. Il FLN ha stimato che furono assassinati un milione e 500 mila algerini tra l’inizio della guerra nel 1954 e la proclamazione dell’indipendenza nel 1962, che rappresenta il quindici per cento di una popolazione che non raggiungeva i 10 milioni. Storici francesi riducono questa cifra a un terzo, che è ancora una cifra impressionante. Un analogo numero di algerini vennero torturati.
Come responsabile medico dell’ospedale psichiatrico di Blida (nominato nel 1953), Fanon ebbe un’esperienza fenomenale: ricevette e assistette sia francesi torturatori che algerini torturati, il che gli permise di accedere ai meandri più nascosti dell’oppressione e dell’umiliazione coloniale. Uno degli aspetti meno conosciuti della sua meravigliosa vita è stato l’aver trasformato la casa di cura-prigione in “una nuova comunità che introdusse lo sport, la musica, il lavoro, e dove si stampava un giornale scritto dai malati”.
La sua professione di psichiatra gli permise di comprendere atteggiamenti degli esseri umani che mai erano stati adeguatamente spiegati dal pensiero critico. In quegli anni si era consolidata la svolta verso l’economicismo e il materialismo volgare, che puntava tutto sullo sviluppo delle forze produttive, una strada nella quale le idee emancipatorie tendevano a mimetizzarsi con i postulati capitalisti.

L’interiorizzazione dell’oppressione
Noi della generazione militante delle decadi del 1960 e del 1970, abbiamo conosciuto Fanon attraverso I dannati della terra, la sua opera postuma pubblicata nel 1961. È il libro/manifesto di un combattente che afferma la necessità della violenza per affrontare e superare la colonizzazione, perché sa che “il colonialismo non cede se non con il coltello alla gola”.
I dannati … è un testo luminoso, pieno di idee che vanno in direzione contraria al senso comune rivoluzionario dell’epoca, come la sua difesa dei contadini e del lumpenproletariat [sottoproletariato] come soggetti politici, poiché osserva che, nelle colonie, i proletari sono il settore più “coccolato dal regime coloniale”. Critica anche la cultura politica delle sinistre, che si dedicano ad attirare le persone più “avanzate” – “le élite più consapevoli del proletariato delle città”, constata Fanon – senza comprendere che nel mondo del colonizzato, il posto centrale, e liberatorio, lo giocano la comunità e la famiglia, non il partito o il sindacato.
La sua appassionata difesa della violenza dell’oppresso deve essere passata al setaccio. È sempre necessario ricordare, come enfatizza Immanuel Wallerstein, che “senza violenza non possiamo ottenere nulla”. Non è una questione minore, perché il grosso dei partiti e dei movimenti antisistemici sembrano averlo dimenticato nel loro tentativo di inserirsi nelle istituzioni statali.
Ma è anche vero, come riconosce il sociologo statunitense, che la violenza da sola non risolve niente. Fanon va oltre quando afferma che “la violenza disintossica”, perché “libera il colonizzato dal suo complesso di inferiorità”. Su questa linea argomentativa, ne I dannati della terra, conclude: “La violenza issa il popolo all’altezza del leader”. Sappiamo che le cose sono più complesse, come insegna mezzo secolo di lotta armata in América Latina.
Malgrado l’importanza che l’ultimo libro di Fanon ebbe nella nostra generazione, ritengo che il primo, Pelle nera, maschere bianche, del 1952, è quello che ci fornisce migliori indizi sopra un secolo di fallimenti delle rivoluzioni che hanno trionfato. Fanon fornisce una visione dalla soggettività dell’oppresso, una cosa che come marxisti non siamo mai riusciti a sviscerare in modo così cristallino. Ci dice che il complesso di inferiorità del colonizzato ha due radici: quella economica e l’interiorizzazione o “epidermizzazione” dell’inferiorità. Il maschio nero desidera sbiancarsi la pelle e avere una ragazza bionda. La donna nera si stira i capelli e sogna un maschio bianco. Si devono affrontare entrambi gli aspetti o la liberazione sarà incompleta.
Fanon mette il dito nella piaga quando afferma che “il colonizzato è un perseguitato che sogna in modo permanente di trasformarsi in persecutore” (I dannati della terra). Di conseguenza, il colonizzato non vuole solo recuperare la tenuta del colonizzatore, ma desidera anche il suo posto, perché quel mondo gli suscita invidia. Guarda dritto al nucleo duro dei problemi lasciati dalle rivoluzioni e che non possiamo continuare a eludere, alla luce di drammi come quelli che attraversa il Nicaragua. Perché i rivoluzionari si collocano in quel luogo, materiale e simbolico, degli oppressori e dei capitalisti, e talvolta dei tiranni contro i quali hanno lottato? Ci lascia con la domanda, offrendo solo degli indizi sulle possibili vie d’uscita da questo terribile circolo vizioso che riproduce l’oppressione e il colonialismo interno, in nome della rivoluzione. Fanon percorre i luoghi impervi della psiche dell’oppresso, con lo stesso rigore e coraggio con cui mette in discussione i rivoluzionari che, accecati dalla rabbia, commettono abusi sul corpo dei colonizzatori.
Le similitudini tra oppressi e oppressori possono fuoriuscire solamente da una logica diversa da quella del potere, e si possono disarmare solamente se siamo capaci di riconoscerle. I dirigenti sandinisti iniziarono occupando le residenze di Somoza e utilizzando le sue auto per ragioni di “sicurezza”, fino a quando il clan che governa ha finito per comportarsi come il dittatore.
La zona del non-essere
Fanon comprende sulla propria pelle che esiste una zona delle nostre società dove l’umanità viene sistematicamente violata dalla violenza dell’oppressore. È un luogo strutturale, che non dipende dalle qualità delle persone. Ritiene che sia proprio in questa zona, che chiama “zona del non-essere”, dove può nascere la rivoluzione per la quale sta dando la sua vita, e avverte che il mondo coloniale ha dei compartimenti i cui confini sono segnati da caserme e stazioni di polizia. Questi due mondi hanno vita propria, regole particolari e si relazionano in modo gerarchico. Sostengo che il periodo attuale di accumulazione per spoliazione/quarta guerra mondiale, implica l’attualizzazione delle relazioni coloniali. È probabile che la potente attualità di Fanon venga di pari passo con la crescente polarizzazione tra l’uno per cento più ricco e la metà più povera e umiliata dell’umanità, caratteristiche proprie del periodo coloniale.
In ogni suo lavoro, Fanon si impegnò a dimostrare che ciò che vale per una zona, non necessariamente si può trasferire all’altra. Che i modi di fare politica nella metropoli non possono essere gli stessi della colonia. Che le forme di organizzazione legali e aperte delle zone dove vigono i diritti umani dei cittadini, non possono essere copiate da quelli che vivono nei territori rasi al suolo come le favelas, i palenques, le comunità dei popoli originari e le baraccopoli delle periferie urbane.
Per Fanon, i popoli oppressi non devono inseguire i partiti europei di sinistra, questione che nel medesimo periodo veniva denunciata dal suo maestro Aimé Césaire nella Lettre à Maurice Thorez, dove enunciava il “paternalismo colonialista” del Partito Comunista Francese, che considerava la lotta dei popoli contro il razzismo come “una parte di un insieme più importante”, il cui “tutto” è la lotta operaia contro il capitalismo.
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In América Latina esistono diversi movimenti che mostrano come gli oppressi e le oppresse stanno risolvendo a modo loro i due problemi che ho affrontato. I testi “Economia Politica I e II” del subcomandante insurgente Moisés dell’Ezln, le memorie del dirigente nasa-misak del Cauca colombiano, Lorenzo Muelas, così come le riflessioni e le analisi delle autorità mapuche, tra le molte altre che non posso citare, sono buoni esempi di pensiero critico nella zona del non-essere.
Nello stesso senso, le voci delle donne de abajo popolano il grosso volume redatto da Francesca Gargallo, Feminismos desde Abya Yala. Ideas y proposiciones de las mujeres de 607 pueblos en nuestra América. A questa molteplicità di voci bisognerebbe aggiungere altre forme non occidentali di esprimere cosmovisioni, dalla tessitura e la danza fino alla cura degli animali, delle piante e della salute.
In secondo luogo, quegli esempi scoprono che per spogliarsi dall’immagine dell’oppressore non basta recuperare i mezzi di produzione. È un passaggio necessario sul quale si deve creare qualcosa di nuovo, ma soprattutto diverso dal mondo vecchio, un tessuto di relazioni non gerarchiche né oppressive. La storia delle rivoluzioni ci insegna che questo è l’aspetto più complesso e la pietra sulla quale siamo inciampati più e più volte. Fanon ha avvertito dei rischi che l’azione finisca per riprodurre la logica coloniale, in un luminoso e premonitore riferimento a Nietzsche: alla fine di Pelle nera, maschere bianche avverte che c’è sempre risentimento nella reazione. Solamente la creazione del nuovo ci permette di superare le oppressioni, poiché l’inerzia reattiva tende a invertirle.
Mezzo secolo dopo, possiamo rallegrarci che molti movimenti sono impegnati, qui e adesso, nel vivere con dignità nella zona del non-essere, evitando le gerarchie stato-centriche e patriarcali. Immaginiamo che in queste creazioni batta il cuore generoso di Fanon, traboccante di impegno e creatività.
Pubblicato su La Jornada Semanal e su Rebelión con il titolo Frantz Fanon: de la descolonización al pensamiento crítico
Traduzione per Comune-info: Daniela Cavallo
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