La Libertà Non Sta Nello Scegliere Tra Bianco E Nero, Ma Nel Sottrarsi A Questa Scelta Prescritta. (Theodor W.Adorno)
lunedì 29 dicembre 2014
domenica 28 dicembre 2014
La Cecenia dei bambini
mi è capitato per le mani un po' di tempo fa, non trovavo il coraggio, da poco l'ho letto.
è sempre terribile leggere le lettere dei bambini in regioni di guerra (come pure le lettere dei condannati dei condannati a morte della Resistenza italiana ed europea), i loro racconti, e però bisogna farlo, per ricordare la merdosità della guerra.
una lettura non facile, ma necessaria - franz
è sempre terribile leggere le lettere dei bambini in regioni di guerra (come pure le lettere dei condannati dei condannati a morte della Resistenza italiana ed europea), i loro racconti, e però bisogna farlo, per ricordare la merdosità della guerra.
una lettura non facile, ma necessaria - franz
Noi, bambini
ceceni, come tutti gli altri bambini della Terra, non vogliamo altro che andare
a scuola, essere felici, essere amici e vivere in pace. Vogliamo che nessun
bambino al mondo viva quello che viviamo noi, veda quello che abbiamo visto
noi. Questa guerra ha reso molti bambini ceceni disabili e orfani. Moltissimi
bambini sono morti sotto le bombe dei Russi. Veniamo massacrati ogni giorno e
quelli che hanno più di dodici anni spariscono senza lasciare traccia. Noi,
bambini vittime della guerra in Cecenia, chiediamo alla comunità internazionale
di aiutarci a fermare questa guerra, di far ritirare l’esercito russo, di cui
non abbiamo nessun bisogno. Chiediamo che ci venga restituita la nostra
infanzia
“La Cecenia dei bambini” raccoglie 21
componimenti che illustrano la guerra, scritti da adolescenti fra i 15 e i 17
anni. I materiali sono stati scelti fra i numerosissimi temi affluiti per il
concorso “L’uomo e la storia. La Russia nel XX secolo”, indetto nelle scuole
superiori russe da Memorial (la più importante associazione per i diritti umani
in Russia). Giovanissimi testimoni raccontano la vita quotidiana sotto le
bombe: scantinati dove rifugiarsi durante i bombardamenti, case, amici e
parenti lasciati, ritorni dolorosi in mezzo a edifici in rovina, la conta degli
scomparsi, l’orrore ingiustificabile dei campi di filtraggio e dei
rastrellamenti. Su questo scenario l’eterno quesito senza risposta: perché? I
componimenti sono costellati di dichiarazioni che spiazzano per la loro verità
semplice e assoluta, al di là del tempo e dello spazio, al di là della Cecenia
e della Russia: “Mai nessuno potrà convincermi che la guerra non sia il male
peggiore sulla terra”. Leggendo, non è possibile fare a meno di chiedersi come
mai è tanto difficile capire cose così ovvie. Da dove viene tanta ottusità?...
venerdì 26 dicembre 2014
El viaje - Schwenke & Nilo
El viaje
Señores, denme permiso
pa' decirles que no creo
lo que dicen las noticias
lo que cuentan en los diarios
lo que entiendo por miseria
lo que digo por justicia
lo que entiendo por cantante
lo que digo a cada instante
lo que dejo en el pasado
las historias que he contado
o algun odio arrepentido.
Para que ustedes no esperen
que mi canto tenga risa
para que mi vida entera
les quede al descubierto
para que sepan que miento
como lo hacen los poetas
que por amarse a si mismos
su vida es un gran concierto
dejenme decirles esto
que me aprieta la camisa
cuando me escondo por dentro.
Y si alguno quiere risa
tiene que volver la vista
ir mirando a las vitrinas
que adornan las poblaciones
o mirar hacia la calle
donde juegan esos niños
a pedir monedas de hambre
aspirando pegamento
pa calmar tanto tormento
que les da la economia.
Cierto que da risa.
Pero yo creo que saben
donde duermen esos niños
congelados en el frio
tendidos al pavimento
colgando de las cornisas
comiendose a la justicia
para darles tiempo al diario
que se ocupe del deporte
para distraer la mente
para desviar la vista.
De este viaje
por nuestra historia
por los conceptos
por el paisaje.
pa' decirles que no creo
lo que dicen las noticias
lo que cuentan en los diarios
lo que entiendo por miseria
lo que digo por justicia
lo que entiendo por cantante
lo que digo a cada instante
lo que dejo en el pasado
las historias que he contado
o algun odio arrepentido.
Para que ustedes no esperen
que mi canto tenga risa
para que mi vida entera
les quede al descubierto
para que sepan que miento
como lo hacen los poetas
que por amarse a si mismos
su vida es un gran concierto
dejenme decirles esto
que me aprieta la camisa
cuando me escondo por dentro.
Y si alguno quiere risa
tiene que volver la vista
ir mirando a las vitrinas
que adornan las poblaciones
o mirar hacia la calle
donde juegan esos niños
a pedir monedas de hambre
aspirando pegamento
pa calmar tanto tormento
que les da la economia.
Cierto que da risa.
Pero yo creo que saben
donde duermen esos niños
congelados en el frio
tendidos al pavimento
colgando de las cornisas
comiendose a la justicia
para darles tiempo al diario
que se ocupe del deporte
para distraer la mente
para desviar la vista.
De este viaje
por nuestra historia
por los conceptos
por el paisaje.
giovedì 25 dicembre 2014
ho conosciuto Joe Cocker, nei meravigliosi anni settanta
quando ero bambino (quando il bambino era bambino...) si giocava, ah, se si giocava, le strade, i cortili, i campetti erano stati inventati per noi, la televisione non esisteva, se non per una trasmissione, il Mondo veniva a farti visita.
interrompevi i giochi, per quanto fossero importanti,
questa era la sigla di apertura:
e questa la sigla di chiusura:
qui se ne parla
interrompevi i giochi, per quanto fossero importanti,
questa era la sigla di apertura:
e questa la sigla di chiusura:
qui se ne parla
La prima aggressione al Rublo è già fallita - Giuseppe Masala
qui gli antefatti
Per giorni e giorni gli analisti mainstream ci hanno inondato, dall'alto dei loro pulpiti televisivi e giornalistici, che la fine del "regime" russo era vicina. Secondo loro, i cosiddetti mercati finanziari avevano mostrato il pollice verso nei confronti di questa nazione destinata a rivedere i giorni della penuria dell'epoca di Boris Eltsin. I mercati - essi ci spiegavano - avevano emesso la loro sentenza e anche la Russia, come qualunque nazione al mondo, doveva chinare il capo di fronte alla loro divina volontà.
Per giorni e giorni gli analisti mainstream ci hanno inondato, dall'alto dei loro pulpiti televisivi e giornalistici, che la fine del "regime" russo era vicina. Secondo loro, i cosiddetti mercati finanziari avevano mostrato il pollice verso nei confronti di questa nazione destinata a rivedere i giorni della penuria dell'epoca di Boris Eltsin. I mercati - essi ci spiegavano - avevano emesso la loro sentenza e anche la Russia, come qualunque nazione al mondo, doveva chinare il capo di fronte alla loro divina volontà.
Tralasciando i dubbi e le perplessità su una simile strategia, ciò che
lascia sbalorditi è che da alcuni giorni questa litania massmediatica sia
completamente scomparsa: blackout. Perché? Dovremmo chiederlo ai giornalisti
che prima parlavano e ora tacciono: secondo loro, il destino è già segnato
oppure è successo qualcosa che forse è meglio nascondere? Qualcosa che
confligge sia con la narrazione proposta nell'immediato (la Russia in crisi),
sia con la metanarrazione di sempre, quella che deve vedere l'Aquila imperiale
americana sempre trionfante nel mondo?
Andiamo a verificare con il seguente grafico se è successo qualcosa degna
di nota da quando è calato il blackout informativo sulla "crisi del
Rublo".
Come si può vedere, il Rublo ha recuperato il 30% del suo valore sull'Euro
(e sostanzialmente il recupero è stato della stessa misura sul Dollaro).
Cosa è successo di così importante da portare ad un recupero altrettanto
spettacolare rispetto all'attacco speculativo che aveva spinto la moneta russa
nell'abisso? A leggere i giornali occidentali non è accaduto assolutamente
nulla. Anzi ripetiamo, l'argomento è caduto in un oblio che sa di
censura.
Ma andando a verificare sui siti in lingua russa qualcosa di molto
importante è invece accaduto (http://info-patriot.com/novosti/politika/kitay-podal-rossii-ruku-pomoshchi.html).
Come si sa le banche centrali della Russia e della Cina hanno firmato dei
contratti (swap) per scambiarsi direttamente le loro valute senza
l'intermediazione del Dollaro. Il tasso di cambio previsto da questi contratti
era pari a 5,67 rubli per 1 yuan renminbi. Considerato che lo Yuan viene
scambiato con le altre valute (Dollaro compreso) all'interno di una banda di
oscillazione del 2% rispetto ad una parità centrale stabilita dalla Banca
Centrale Cinese, si viene a creare una particolare situazione nella quale
qualcuno (leggi la Russia) può vendere yuan (ottenuti al cambio stabilito dal
contratto swap) in cambio di dollari e con questi ultimi acquistare rubli.
Acquistando rubli ne aumenterebbe immediatamente il valore rispetto al Dollaro
e ciò esporrebbe a enormi perdite coloro che hanno venduto rubli "allo
scoperto" (senza possederli) sperando di riacquistarli successivamente e
dunque confidando che si siano svalutati al fine di lucrare la differenza.
Insomma, per la Banca Centrale russa si aprirebbe grazie all'assist della
PBoC (banca centrale cinese) la possibilità di effettuare un enorme operazione
di "arbitraggio" (cfr. qui)
tale da esporre a enormi perdite coloro che speculavano contro il Rublo.
Confermando il cambio sullo swap i cinesi hanno offerto un arbitraggio del 100%
ai russi. Roba da far saltare tutti gli speculatori in un paio di giorni.
Che le cose siano andate sostanzialmente così è un ipotesi - credo -
estremamente plausibile e la tesi viene rafforzata enormemente dall'assordante
ed emblematico silenzio nella quale è caduta "la crisi del rublo" sui
media mainstream. Silenzio talmente impenetrabile che i lettori più sprovveduti
probabilmente non sanno nulla del recupero del Rublo rispetto al Dollaro e
all'Euro e sono probabilmente convinti che i russi siano in preda ad una crisi
isterica per l'impossibilità di comprare IPod e dove - addirittura - le classi
meno abbienti stanno già patendo la fame per il rincaro delle derrate
alimentari.
Meglio stendere un velo pietoso su questa cappa di omertà che avvolge i
media occidentali e che sempre più assomiglia ad una plumbea forma di
censura.
Concentriamoci per un attimo sull'aspetto veramente importante di questa
situazione: i mercati finanziari occidentali, che spesso hanno attaccato i
paesi considerati non allineati con le posizioni dell'Impero, per la prima
volta nella storia non sono riusciti a distruggere la moneta e di conseguenza
l'economia del paese sotto attacco ma sono andati incontro ad una vera
e propria Caporetto di portata storica. Ormai a comandare è quella
che anche per l'FMI è diventata la prima economia del mondo: la Cina.
Nel frattempo l'Aquila imperiale americana è rientrata un po' malconcia nel
suo nido, probabilmente a meditare vendetta.
Da constatare che però quest'aquila spennacchiata, per non veder smentita
la metanarrazione che deve vederla sempre trionfante, ha dato l'ordine ai suoi
corifei di propagandare l'ultima assurda balla: la crescita del suo PIL del 5%.
Un PIL di cartapesta come i carri del Carnevale di Viareggio
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La lingua disonesta: come scrivono al ministero dell’istruzione - Claudio Giunta
Il governo, il ministro dell’istruzione, i collaboratori del ministro, i
funzionari del ministero decidono che serve qualcuno che insegni agli insegnanti
a insegnare meglio, perciò stanziano una certa quantità di denaro per formare
questi formatori: il denaro verrà dato alle scuole (una per regione) che
organizzeranno dei corsi ad hoc, e da questi corsi verranno fuori dei
“docenti esperti” che poi dissemineranno la loro esperienza e le cognizioni
acquisite nelle scuole del territorio.
A mio parere non è una buona idea, anzi è un’idea pessima, ma non è di questo che parliamo adesso.
Presa la decisione, stanziato il denaro, restano da curare i dettagli: informare i mezzi d’informazione, mettere la notizia sul sito del ministero, scrivere la circolare che verrà mandata ai dirigenti scolastici. C’è un ufficio per tutto.
L’ufficio che s’incarica di scrivere la circolare deve intanto dare un titolo, un oggetto, al documento che sta per produrre. Potrebbe essere qualcosa come Formazione degli insegnanti-tutor, oppure Piano per la formazione di insegnanti che aiutino i colleghi ad insegnare meglio, o persino Piano per la formazione di personale docente che migliori la qualità dell’insegnamento nelle scuole. È probabile che all’estensore del documento vengano subito in mente formule del genere; ma con la stessa tempestività capisce che queste formule non vanno bene. Ci pensa su un attimo, quindi scrive:
A mio parere non è una buona idea, anzi è un’idea pessima, ma non è di questo che parliamo adesso.
Presa la decisione, stanziato il denaro, restano da curare i dettagli: informare i mezzi d’informazione, mettere la notizia sul sito del ministero, scrivere la circolare che verrà mandata ai dirigenti scolastici. C’è un ufficio per tutto.
L’ufficio che s’incarica di scrivere la circolare deve intanto dare un titolo, un oggetto, al documento che sta per produrre. Potrebbe essere qualcosa come Formazione degli insegnanti-tutor, oppure Piano per la formazione di insegnanti che aiutino i colleghi ad insegnare meglio, o persino Piano per la formazione di personale docente che migliori la qualità dell’insegnamento nelle scuole. È probabile che all’estensore del documento vengano subito in mente formule del genere; ma con la stessa tempestività capisce che queste formule non vanno bene. Ci pensa su un attimo, quindi scrive:
Piano di formazione del personale docente volto ad acquisire competenze per
l’attuazione di interventi di miglioramento e adeguamento alle nuove esigenze
dell’offerta formativa.
Risolto il problema dell’oggetto, l’estensore del documento non può passare
subito all’informazione, alla cosa che vuole comunicare, non può dire qualcosa
come “il ministero ha deciso che bisogna formare dei – diciamo –
super-insegnanti che aiutino i colleghi meno esperti (o più demotivati) a far
bene il loro lavoro, perciò ha stanziato la somma X, somma che verrà assegnata a
scuole che presentino dei buoni progetti di formazione e aggiornamento”. Così è
troppo veloce, ci vuole il preambolo. Il preambolo dura circa una pagina, e
comincia così:
I mutamenti verificatisi nell’ambito della società e nella scuola implicano
che i docenti acquisiscano e sviluppino con continuità nuove conoscenze e
competenze. Occorre perciò avviare e sostenere con apposite attività formative
processi di crescita dei livelli ed ambiti di competenza coerenti con un profilo
dinamico ed evolutivo della funzione professionale.
Si chiama coazione al dicolon, ed è tipica dei temi in classe. Lo
scolaro vorrebbe scrivere “Ci vuole molta cura”, ma è irresistibilmente portato
a scrivere “Ci vuole molta cura e molta attenzione”; vorrebbe limitarsi a dire
che “Restano vari problemi aperti”, ma la coazione al dicolon lo
trascina ad aggiungere “e varie questioni irrisolte”. Nelle cinque righe che ho
citato, queste zeppe si presentano con la frequenza di un tic nervoso:
“nell’ambito della società e nella scuola”, “acquisiscano
e sviluppino”, “conoscenze e competenze”,
“avviare e sostenere”, “processi ed ambiti”,
“dinamico ed evolutivo”. L’aggiunta di senso è minima,
impercettibile, a volte nulla (”dinamico ed evolutivo”); e a volte in realtà ad
essere aggiunta è una dose di nonsenso: il secondo periodo, da processi di
crescita in poi, è quasi incomprensibile, perché la sintassi è slabbrata e
i sostantivi astratti formano una nebulosa quasi impenetrabile: cosa sono i
“processi di crescita dei livelli”?
I preamboli sono sempre difficili. Il documento migliora andando avanti, le cento righe successive sono meglio di queste prime cinque? Veramente no. Ciò che si potrebbe dire chiaramente in una parola continua a essere detto confusamente in due o in tre. Il dicolon regna sempre sovrano; spuntano qua e là aggettivi puramente decorativi (”attivare a livello nazionale percorsi articolati di formazione in servizio…”), o pletorici (”predisporre una trama di reciproca cooperazione”); la nebulosa dei termini astratti si fa ancora più fitta, la realtà arretra, gli studenti i banchi le lavagne svaniscono in una calda luce crepuscolare (”una base comune di competenza sulla progettazione e sulla organizzazione degli interventi con l’acquisizione di tecniche avanzate e metodi didattici che siano al tempo stesso rigorosi, innovativi e coinvolgenti ed includa l’uso di strumenti pratici indispensabili per gestire aule efficaci”), gli elenchi si fanno onnicomprensivi e scriteriati: “[competenze] di grande importanza per lo sviluppo dell’autonomia scolastica, l’arricchimento dell’offerta formativa, l’efficienza di tutta una serie di servizi decisivi per la scuola, gli studenti e le famiglie, la comunità di riferimento”. Quando salta fuori l’espressione tutta una serie, la patacca non è lontana. E quando dallo sfondo indistinto dei possibili beneficiari si stacca “la comunità di riferimento”, potrebbe anche scorrere del sangue.
Che cos’è questo? Non è esattamente quello che si chiama burocratese. Non è esattamente, come recita la definizione del vocabolario, “lingua pressoché incomprensibile perché infarcita di termini giuridici e inutili neologismi, tipica dell’amministrazione pubblica”. Nel documento ministeriale c’è anche il burocratese – per esempio:
I preamboli sono sempre difficili. Il documento migliora andando avanti, le cento righe successive sono meglio di queste prime cinque? Veramente no. Ciò che si potrebbe dire chiaramente in una parola continua a essere detto confusamente in due o in tre. Il dicolon regna sempre sovrano; spuntano qua e là aggettivi puramente decorativi (”attivare a livello nazionale percorsi articolati di formazione in servizio…”), o pletorici (”predisporre una trama di reciproca cooperazione”); la nebulosa dei termini astratti si fa ancora più fitta, la realtà arretra, gli studenti i banchi le lavagne svaniscono in una calda luce crepuscolare (”una base comune di competenza sulla progettazione e sulla organizzazione degli interventi con l’acquisizione di tecniche avanzate e metodi didattici che siano al tempo stesso rigorosi, innovativi e coinvolgenti ed includa l’uso di strumenti pratici indispensabili per gestire aule efficaci”), gli elenchi si fanno onnicomprensivi e scriteriati: “[competenze] di grande importanza per lo sviluppo dell’autonomia scolastica, l’arricchimento dell’offerta formativa, l’efficienza di tutta una serie di servizi decisivi per la scuola, gli studenti e le famiglie, la comunità di riferimento”. Quando salta fuori l’espressione tutta una serie, la patacca non è lontana. E quando dallo sfondo indistinto dei possibili beneficiari si stacca “la comunità di riferimento”, potrebbe anche scorrere del sangue.
Che cos’è questo? Non è esattamente quello che si chiama burocratese. Non è esattamente, come recita la definizione del vocabolario, “lingua pressoché incomprensibile perché infarcita di termini giuridici e inutili neologismi, tipica dell’amministrazione pubblica”. Nel documento ministeriale c’è anche il burocratese – per esempio:
Supportare i processi di valutazione e farsi carico del monitoraggio della
loro corretta applicazione in base ai criteri definiti dal C.d.D.
Anziché, parlando più chiaro:
Aiutare nella valutazione e controllare che essa sia in linea con i criteri
stabiliti dal collegio dei docenti.
Queste – i “processi di valutazione” al posto delle “valutazioni”, i “farsi
carico del monitoraggio” invece di “verificare”, le problematiche e le
tematiche al posto dei problemi e dei temi – queste
sono bruttezze abituali, sciocchezze abituali, che ormai non chiamano più
l’attenzione: uno potrebbe persino dire che sono i ferri del mestiere, un
idioletto non più dissonante e arbitrario degli idioletti di tanti altri ambiti
professionali.
Non è neppure esattamente l’antilingua di cui ha parlato una volta Calvino. L’antilingua, secondo Calvino, era “l’italiano di chi non sa dire ho fatto ma deve dire ho effettuato”, l’italiano del brigadiere dei carabinieri che, anziché scrivere così la deposizione di un teste: “Stamattina presto andavo in cantina ad accendere la stufa e ho trovato tutti quei fiaschi di vino dietro la cassa del carbone”, la scrive così: “Il sottoscritto, essendosi recato nelle prime ore antimeridiane nei locali dello scantinato per eseguire l’avviamento dell’impianto termico, dichiara d’essere casualmente incorso nel rinvenimento di un quantitativo di prodotti vinicoli, situati in posizione retrostante al recipiente adibito al contenimento del combustibile”.
La lingua della circolare ministeriale non è esattamente questo. Certo, anche qui c’è quella che Calvino definiva “la fuga di fronte a ogni vocabolo che abbia di per se stesso un significato, come se fiasco stufa carbone fossero parole oscene, come se andare trovare sapere indicassero azioni turpi”. Ma la sostituzione di fiasco con prodotti vinicoli, di stufa con impianto termico, di carbone con combustibile, per quanto idiota, non impediva di venire a capo, alla fine, di un senso: ritradotto in un italiano “reale”, il messaggio passava.
Il messaggio della circolare ministeriale, invece, non passa. Non tanto perché la scuola viene chiamata servizio scolastico e la regione diventa l’ambito territoriale, quanto perché, nel suo insieme, la circolare ministeriale non sembra scritta in italiano, o meglio perché le parole che contiene sono certamente italiane, ma i rapporti tra le parole non sembrano produrre un senso compiuto: è come se la pressione delle parole – che sono troppe, e troppo pesanti – avesse fatto evaporare i nessi sintattici (che sono anche nessi logici). Il risultato sono locuzioni senza senso come “processi di crescita dei livelli” (”tentativi di migliorare la qualità degli insegnanti”?), o interi periodi che sembrano scritti estraendo a caso dal sacchetto delle parole astratte, come:
Non è neppure esattamente l’antilingua di cui ha parlato una volta Calvino. L’antilingua, secondo Calvino, era “l’italiano di chi non sa dire ho fatto ma deve dire ho effettuato”, l’italiano del brigadiere dei carabinieri che, anziché scrivere così la deposizione di un teste: “Stamattina presto andavo in cantina ad accendere la stufa e ho trovato tutti quei fiaschi di vino dietro la cassa del carbone”, la scrive così: “Il sottoscritto, essendosi recato nelle prime ore antimeridiane nei locali dello scantinato per eseguire l’avviamento dell’impianto termico, dichiara d’essere casualmente incorso nel rinvenimento di un quantitativo di prodotti vinicoli, situati in posizione retrostante al recipiente adibito al contenimento del combustibile”.
La lingua della circolare ministeriale non è esattamente questo. Certo, anche qui c’è quella che Calvino definiva “la fuga di fronte a ogni vocabolo che abbia di per se stesso un significato, come se fiasco stufa carbone fossero parole oscene, come se andare trovare sapere indicassero azioni turpi”. Ma la sostituzione di fiasco con prodotti vinicoli, di stufa con impianto termico, di carbone con combustibile, per quanto idiota, non impediva di venire a capo, alla fine, di un senso: ritradotto in un italiano “reale”, il messaggio passava.
Il messaggio della circolare ministeriale, invece, non passa. Non tanto perché la scuola viene chiamata servizio scolastico e la regione diventa l’ambito territoriale, quanto perché, nel suo insieme, la circolare ministeriale non sembra scritta in italiano, o meglio perché le parole che contiene sono certamente italiane, ma i rapporti tra le parole non sembrano produrre un senso compiuto: è come se la pressione delle parole – che sono troppe, e troppo pesanti – avesse fatto evaporare i nessi sintattici (che sono anche nessi logici). Il risultato sono locuzioni senza senso come “processi di crescita dei livelli” (”tentativi di migliorare la qualità degli insegnanti”?), o interi periodi che sembrano scritti estraendo a caso dal sacchetto delle parole astratte, come:
Reti di istituzioni scolastiche ben organizzate, facendo ricorso ove
possibile alle risorse interne, favoriscono la valorizzazione delle specificità
professionali presenti nel territorio in funzione di supporto alle esigenze di
rinnovamento e arricchimento dei curricoli, di iniziative progettuali, di
miglioramento dell’azione educativa e dell’efficienza organizzativa del servizio
scolastico.
O come:
La formazione degli insegnanti contribuisce ad esempio, ad attuare
significativi interventi nel campo di un orientamento che guardi alle
connotazioni delle professioni, che possono trovare spazio con l’utilizzo delle
quote di flessibilità praticabili dalle scuole autonome.
Qui c’è tutto: la punteggiatura messa a caso (la virgola dopo
esempio, ma non prima), gli aggettivi esornativi
(”significativi interventi”), le perifrasi astruse (cosa sono mai le
“connotazioni delle professioni”?), i tecnicismi inutili (”quote di flessibilità
praticabili”); quelli che mancano sono i nessi sintattici: a cosa si riferisce
il che di “che possono trovare spazio”, agli interventi, alle
connotazioni o alle professioni? E cosa vuol dire che gli interventi (o le
connotazioni, o le professioni) “possono trovare spazio con l’utilizzo”? Sarà
“attraverso l’utilizzo” (vulgo: “adoperando”)? Ma cosa vuol dire,
comunque? E una “quota di flessibilità”, qualsiasi cosa sia, si
“pratica”?
Pare che una volta, mentre era negli Stati Uniti, abbiano detto a Salvemini che stavano traducendo Vico in inglese. E pare che Salvemini abbia risposto: “L’inglese è una lingua onesta: di Vico non resterà niente”. Intendendo – non importa se a ragione o a torto – che Vico aveva idee fumose, e che l’inglese è invece una lingua chiara e distinta, che le idee fumose le smaschera, le dissolve.
Chissà se è vero. Chissà se esiste davvero uno spirito delle lingue, che ne rende alcune oneste e altre disoneste, o se invece le lingue non c’entrano, e l’onestà e la disonestà stanno nella coscienza di chi le adopera. Ma l’etichetta è trovata. Né burocratese né antilingua: quella della circolare del Miur del 27/11/2014 (prot. 0017436) è la lingua disonesta di chi non sa bene che fare, non ha le idee chiare, non vuole assumersi le responsabilità che gli competono (e che il discorso chiaro impone a chi lo pronuncia), e lascia a chi deve leggere (e soprattutto: a chi deve obbedire) il compito di decifrare, di leggere fra le righe, di stiracchiare le parole e i concetti dalla parte che vuole, anzi di interpretare le parole e i concetti come s’interpreta il Talmud, cercando d’indovinare le intenzioni di un padrone invisibile e capriccioso, che dice e non dice, che lascia agli altri il compito di riempire con qualcosa lo spazio che lui ha lasciato vuoto non per liberalità ma per inabilità a parlar chiaro, ossia a decidere, e cioè per codardia.
La lingua disonesta. In un suo saggio sull’educazione, Neil Postman sosteneva che la cosa davvero importante era insegnare non tanto a essere intelligenti, quanto a non essere stupidi, e che quindi una buona didattica avrebbe dovuto mirare, più che a riempire la testa degli studenti di buone idee e buone abitudini, a togliere dalla testa degli studenti le idee e le abitudini dimostrabilmente sbagliate o sciocche. Se questo è vero, un’ora di lettura in classe della circolare Miur del 27/11/2014, un’ora di lingua disonesta, potrebbe giovare più di un’ora di Manzoni, e certamente più di tante regole astratte su come si scrive e non si scrive. (Nel frattempo, suggerirei alla ministra Giannini, che prima di essere ministra è una glottologa, di convocare la direttrice generale del ministero, dottoressa Maria Maddalena Novelli, e di rileggere insieme a lei piano piano, parola per parola, solecismo per solecismo, la circolare suddetta, che la dottoressa Novelli ha firmato, così come l’hanno dovuta leggere tutti i dirigenti scolastici d’Italia, una mattina di qualche settimana fa).
da qui
(grazie a Edoardo per la segnalazione)
le parole sono importanti:
Pare che una volta, mentre era negli Stati Uniti, abbiano detto a Salvemini che stavano traducendo Vico in inglese. E pare che Salvemini abbia risposto: “L’inglese è una lingua onesta: di Vico non resterà niente”. Intendendo – non importa se a ragione o a torto – che Vico aveva idee fumose, e che l’inglese è invece una lingua chiara e distinta, che le idee fumose le smaschera, le dissolve.
Chissà se è vero. Chissà se esiste davvero uno spirito delle lingue, che ne rende alcune oneste e altre disoneste, o se invece le lingue non c’entrano, e l’onestà e la disonestà stanno nella coscienza di chi le adopera. Ma l’etichetta è trovata. Né burocratese né antilingua: quella della circolare del Miur del 27/11/2014 (prot. 0017436) è la lingua disonesta di chi non sa bene che fare, non ha le idee chiare, non vuole assumersi le responsabilità che gli competono (e che il discorso chiaro impone a chi lo pronuncia), e lascia a chi deve leggere (e soprattutto: a chi deve obbedire) il compito di decifrare, di leggere fra le righe, di stiracchiare le parole e i concetti dalla parte che vuole, anzi di interpretare le parole e i concetti come s’interpreta il Talmud, cercando d’indovinare le intenzioni di un padrone invisibile e capriccioso, che dice e non dice, che lascia agli altri il compito di riempire con qualcosa lo spazio che lui ha lasciato vuoto non per liberalità ma per inabilità a parlar chiaro, ossia a decidere, e cioè per codardia.
La lingua disonesta. In un suo saggio sull’educazione, Neil Postman sosteneva che la cosa davvero importante era insegnare non tanto a essere intelligenti, quanto a non essere stupidi, e che quindi una buona didattica avrebbe dovuto mirare, più che a riempire la testa degli studenti di buone idee e buone abitudini, a togliere dalla testa degli studenti le idee e le abitudini dimostrabilmente sbagliate o sciocche. Se questo è vero, un’ora di lettura in classe della circolare Miur del 27/11/2014, un’ora di lingua disonesta, potrebbe giovare più di un’ora di Manzoni, e certamente più di tante regole astratte su come si scrive e non si scrive. (Nel frattempo, suggerirei alla ministra Giannini, che prima di essere ministra è una glottologa, di convocare la direttrice generale del ministero, dottoressa Maria Maddalena Novelli, e di rileggere insieme a lei piano piano, parola per parola, solecismo per solecismo, la circolare suddetta, che la dottoressa Novelli ha firmato, così come l’hanno dovuta leggere tutti i dirigenti scolastici d’Italia, una mattina di qualche settimana fa).
da qui
(grazie a Edoardo per la segnalazione)
le parole sono importanti:
mercoledì 24 dicembre 2014
Il rapporto sulle torture della CIA, Noam Chomsky e Dick ‘ lato oscuro’ Cheney - Robert Fisk
Grazie, Dio, per Noam Chomsky. Non per la sua vita passata a sviscerare gli attacchi alla nostra ipocrisia politica, ma per la sua competenza linguistica. Molto tempo prima di conoscerlo, lo studente universitario Fisk faticava al suo corso universitario di linguistica, dove l’opera di Chomsky mi ha messo in guardia per la prima volta sull’uso dannoso della lingua. Quindi condanno subito la vile semantica del Pentagono e della CIA. Non soltanto quella espressione vecchia, feroce, oscena : “danno collaterale”, ma la lingua della tortura.
Oppure, come la chiamano i ragazzi che torturano in nostro nome, “tecniche incrementate di interrogatorio”. Diamo un’occhiata più attenta a questo. “Incrementate” è una parola che indica un miglioramento. Fa pensare a qualcosa di migliore, di più colto, anche meno costoso. Per esempio “medicina incrementata” presumibilmente comporterebbe un modo più semplificato di migliorare la propria salute.
Proprio come “istruzione incrementata ” farebbe pensare a un’educazione più valida per un bambino. “Interrogatorio” almeno dà un indizio di che cosa si tratta, cioè fare domande e ottenere – o non ottenere – una risposta. Ma ”tecniche” le batte tutte. Una tecnica è un’abilità tecnica, non è vero? Di solito, mi dice il dizionario, nel lavoro artistico.
Quindi gli “interroganti” hanno abilità speciali – il che implica addestramento, lavoro appreso, applicazione, il prodotto del cervello. Suppongo che questo sia, in un certo modo la tortura. Non è soltanto il modo in cui normalmente descriverei il processo di sbattere delle persone contro un muro, di farli quasi annegare nell’ acqua e di infilargli a forza l’hummus (purè di ceci) nel retto.
Ma nel caso che l’espressione sia un po’ troppo esplicita, i ragazzi e ragazze della stampa americana hanno superato il problema in forma familiare. L’intero procedimento di “tecniche incrementate di interrogatorio” si chiamano ora “EIT”. Come WMD (“Weapon of mass destruction – Arma di distruzione di massa) un’ altra bugia nel nostro vocabolario politico – tutta la sporca faccenda è racchiusa in un’abbreviazione di tre lettere.
E poi apprendiamo che questo fa tutto parte di un “programma”. Qualcosa di attentamente pianificato, capite, un corso, uno spettacolo, regolare, approvato, anche teatrale. Il mio vecchio affidabile American College Dictionary, definisce “programma” perfino come “un divertimento con riferimento ai suoi pezzi o numeri”, che è ciò di cui suppongo gli psicopatici della CIA godevano quando cominciavano a torturare la loro vittima. Legarlo con le cinghie, uno straccio sulla faccia, versargli sopra l’acqua, oops, non troppe bolle, per favore. Oh, bene, sbatterlo di nuovo contro il muro. Un programma, in effetti.
Dick “lato oscuro” Cheney ha usato la parola “programma” quando ha condannato il rapporto del Senato degli Stati Uniti sulle torture della CIA. Stranamente, tuttavia,
la sua descrizione del documento come “pieno di merda”, conteneva un effetto collaterale involontario del procedimento che egli applaude. Infatti coloro che subiscono le torture spesso urinano e defecano, e – come sappiamo da coloro che hanno subito questi “programmi” – la Cia ha spesso lasciato le sue vittime in piedi, nude a sporcarsi con i loro escrementi.
Cheney vuole che crediamo, naturalmente, che questi poveri uomini hanno dato informazioni importanti alle vili creature che torturavano. Questo è esattamente quello che scoprivano le inquisizioni medievali quando accusavano gli innocenti di stregoneria. Le vittime ammettevano che volavano in aria. Forse questo è ciò che Khalid Sheikh Mohammed, dopo aver subito la tortura del waterboarding per 183 volte, ha detto ai torturatori della CIA. Era in grado di volare. Un drone terrorista umano. Suppongo che questo sia il tipo di “informazioni di importanza vitale” che Cheney sostiene che le vittime hanno fornito alla CIA.
Naturalmente è stato compito del Direttore della CIA, dalla faccia gotica, John Brennan, che forse sentiva sul collo il calore del fiato di alcuni avvocati per i diritti civili – dire che alcune delle “tecniche” – sì, questa è la parola che ha usato – erano non autorizzate e “ripugnanti”. E quindi ha abilmente fornito una nuova versione dei crimini della CIA. Le AIT (abhorrent interrogation techniques), cioè le ripugnanti tecniche per l’interrogatorio “dovrebbero essere ripudiate da tutti”, ma non, sembra le buone vecchie EIT. Come ha detto Cheney, la tortura era “qualcosa che evitavamo molto attentamente”. Faccio notare le parole “molto attentamente”. E tremo.
Il buon Mister Brennan ci ha detto che “non ce la facevamo quando si trattava di considerare colpevoli alcuni funzionari [sic]”. Ma è perfettamente chiaro che i torturatori – o “funzionari” – non saranno considerati colpevoli. E neanche Mister Brennan. Né Dick Cheney. E né lo saranno, oso dire questo, i regimi arabi dove la CIA ha inviato illegalmente quelle vittime meritevoli di un trattamento ancora più vile di quello che potrebbe essere inflitto nelle sue prigioni segrete. Un poveraccio, Maher Arar, era un cittadino canadese, un autista di camion sequestrato dalla CIA all’Aeroporto JFK di New York e “spedito” nella Siria pre-guerra civile per ricevere un po’ di AIT, non di EIT, notatelo – su richiesta degli americani. Tenuto in un buco poco più grande di una bara, la prima presentazione che ha avuto dell’AIT è stata di essere frustato con cavi elettrici. In questo modo Cheney e i ragazzi e le ragazze soddisfano il loro sadismo delegando proprio lo stato le cui “tecniche di interrogatorio” fanno ora indignare così tanto l’Occidente che sta chiedendo il rovesciamento del regime siriano (insieme a quello dell’Isis e di Jabhat al-Nusra), a favore di “moderati” di recente armati che, presumibilmente si impegneranno soltanto nell’EIT piuttosto che nell’AIT.
Ma, come ha fatto notare il mio collega giornalista Rami Khouri, i 54 paesi che sono nel “programma” della CIA di rendition*, comprendevano Algeria, Egitto, Iran, Iraq, Giordania, Marocco, Arabia Saudita, Siria, Turchia, Emirati Arabi Uniti, e lo Yemen. Potete aggiungere la Libia di Gheddafi a quella lista. In effetti la polizia segreta italiana ha anche aiutato la CIA a sequestrare un imam nelle strade di Milano e a “spedirlo” al Cairo per un po’ di AIT per mano degli interroganti di Mister Mubarak. E questo forse spiega perché il mondo arabo e musulmano è stato un po’ tranquillo fin da quando il rapporto del senato – anche nella sua forma altamente censurata – è stato pubblicato la settimana scorsa.
E’ stato il giornalista egiziano Mohamed Hassanein Heikal che per primo ha scritto circa il modo in cui la CIA ha fatto circolare il film su una donna iraniana che veniva torturata dalla polizia segreta dello Scià, in modo che le altre nazioni imparassero come far parlare le detenute donne. Non così la nuova e migliorata CIA di oggi, naturalmente. Ha distrutto le sue stesse videocassette prima che il Comitato del Senato statunitense potesse mettervi le mani sopra. Ma la natura servile dei regimi arabi dovrebbe essere studiata in questo periodo, perché hanno torturato anche in nostro nome. Come ha domandato Khouri la settimana scorsa, “Parleremo, o cercheremo di riparare alle nostre collusioni imperiali quasi apertamente come gli Stati Uniti trattano le loro?” Non prendetevi il disturbo di aspettare la risposta.
Le discussioni sono illegali, soltanto le ‘conversazioni’ sono permesse.
A proposito dell’argomento di Chomsky e delle parole, mi sono comprato una bella giacca invernale prima di lasciare il Canada per Beirut. Fatta in Cina, naturalmente. La garanzia però mi informava che rispondeva ad alti standard di “impermeabilità e di respirabilità”. Queste parole ora si aggiungono a quella orribile espressione che i governi e le ditte ora usano al posto di ‘discussione’.
Non ci dicono più che sono in disputa con qualcuno. “Fanno una conversazione su “un argomento”. Ho, certo e se io trovo un altro dottore che parla di “benessere”, applicherò immediatamente l’AIT al colpevole.
*http://it.wikipedia.org/wiki/Extraordinary_rendition
Da: Z Net – Lo spirito della resistenza è vivo
www.znetitaly.org
Fonte:http://zcomm.org/cia-torture-report-noam-chomsky-and-dick-dark-side-cheney
Originale : The Belfast Telegraph
Traduzione di Maria Chiara Starace
Traduzione © 2014 ZNET Italy – Licenza Creative Commons CC BY NC-SA 3.0+
da qui
Oppure, come la chiamano i ragazzi che torturano in nostro nome, “tecniche incrementate di interrogatorio”. Diamo un’occhiata più attenta a questo. “Incrementate” è una parola che indica un miglioramento. Fa pensare a qualcosa di migliore, di più colto, anche meno costoso. Per esempio “medicina incrementata” presumibilmente comporterebbe un modo più semplificato di migliorare la propria salute.
Proprio come “istruzione incrementata ” farebbe pensare a un’educazione più valida per un bambino. “Interrogatorio” almeno dà un indizio di che cosa si tratta, cioè fare domande e ottenere – o non ottenere – una risposta. Ma ”tecniche” le batte tutte. Una tecnica è un’abilità tecnica, non è vero? Di solito, mi dice il dizionario, nel lavoro artistico.
Quindi gli “interroganti” hanno abilità speciali – il che implica addestramento, lavoro appreso, applicazione, il prodotto del cervello. Suppongo che questo sia, in un certo modo la tortura. Non è soltanto il modo in cui normalmente descriverei il processo di sbattere delle persone contro un muro, di farli quasi annegare nell’ acqua e di infilargli a forza l’hummus (purè di ceci) nel retto.
Ma nel caso che l’espressione sia un po’ troppo esplicita, i ragazzi e ragazze della stampa americana hanno superato il problema in forma familiare. L’intero procedimento di “tecniche incrementate di interrogatorio” si chiamano ora “EIT”. Come WMD (“Weapon of mass destruction – Arma di distruzione di massa) un’ altra bugia nel nostro vocabolario politico – tutta la sporca faccenda è racchiusa in un’abbreviazione di tre lettere.
E poi apprendiamo che questo fa tutto parte di un “programma”. Qualcosa di attentamente pianificato, capite, un corso, uno spettacolo, regolare, approvato, anche teatrale. Il mio vecchio affidabile American College Dictionary, definisce “programma” perfino come “un divertimento con riferimento ai suoi pezzi o numeri”, che è ciò di cui suppongo gli psicopatici della CIA godevano quando cominciavano a torturare la loro vittima. Legarlo con le cinghie, uno straccio sulla faccia, versargli sopra l’acqua, oops, non troppe bolle, per favore. Oh, bene, sbatterlo di nuovo contro il muro. Un programma, in effetti.
Dick “lato oscuro” Cheney ha usato la parola “programma” quando ha condannato il rapporto del Senato degli Stati Uniti sulle torture della CIA. Stranamente, tuttavia,
la sua descrizione del documento come “pieno di merda”, conteneva un effetto collaterale involontario del procedimento che egli applaude. Infatti coloro che subiscono le torture spesso urinano e defecano, e – come sappiamo da coloro che hanno subito questi “programmi” – la Cia ha spesso lasciato le sue vittime in piedi, nude a sporcarsi con i loro escrementi.
Cheney vuole che crediamo, naturalmente, che questi poveri uomini hanno dato informazioni importanti alle vili creature che torturavano. Questo è esattamente quello che scoprivano le inquisizioni medievali quando accusavano gli innocenti di stregoneria. Le vittime ammettevano che volavano in aria. Forse questo è ciò che Khalid Sheikh Mohammed, dopo aver subito la tortura del waterboarding per 183 volte, ha detto ai torturatori della CIA. Era in grado di volare. Un drone terrorista umano. Suppongo che questo sia il tipo di “informazioni di importanza vitale” che Cheney sostiene che le vittime hanno fornito alla CIA.
Naturalmente è stato compito del Direttore della CIA, dalla faccia gotica, John Brennan, che forse sentiva sul collo il calore del fiato di alcuni avvocati per i diritti civili – dire che alcune delle “tecniche” – sì, questa è la parola che ha usato – erano non autorizzate e “ripugnanti”. E quindi ha abilmente fornito una nuova versione dei crimini della CIA. Le AIT (abhorrent interrogation techniques), cioè le ripugnanti tecniche per l’interrogatorio “dovrebbero essere ripudiate da tutti”, ma non, sembra le buone vecchie EIT. Come ha detto Cheney, la tortura era “qualcosa che evitavamo molto attentamente”. Faccio notare le parole “molto attentamente”. E tremo.
Il buon Mister Brennan ci ha detto che “non ce la facevamo quando si trattava di considerare colpevoli alcuni funzionari [sic]”. Ma è perfettamente chiaro che i torturatori – o “funzionari” – non saranno considerati colpevoli. E neanche Mister Brennan. Né Dick Cheney. E né lo saranno, oso dire questo, i regimi arabi dove la CIA ha inviato illegalmente quelle vittime meritevoli di un trattamento ancora più vile di quello che potrebbe essere inflitto nelle sue prigioni segrete. Un poveraccio, Maher Arar, era un cittadino canadese, un autista di camion sequestrato dalla CIA all’Aeroporto JFK di New York e “spedito” nella Siria pre-guerra civile per ricevere un po’ di AIT, non di EIT, notatelo – su richiesta degli americani. Tenuto in un buco poco più grande di una bara, la prima presentazione che ha avuto dell’AIT è stata di essere frustato con cavi elettrici. In questo modo Cheney e i ragazzi e le ragazze soddisfano il loro sadismo delegando proprio lo stato le cui “tecniche di interrogatorio” fanno ora indignare così tanto l’Occidente che sta chiedendo il rovesciamento del regime siriano (insieme a quello dell’Isis e di Jabhat al-Nusra), a favore di “moderati” di recente armati che, presumibilmente si impegneranno soltanto nell’EIT piuttosto che nell’AIT.
Ma, come ha fatto notare il mio collega giornalista Rami Khouri, i 54 paesi che sono nel “programma” della CIA di rendition*, comprendevano Algeria, Egitto, Iran, Iraq, Giordania, Marocco, Arabia Saudita, Siria, Turchia, Emirati Arabi Uniti, e lo Yemen. Potete aggiungere la Libia di Gheddafi a quella lista. In effetti la polizia segreta italiana ha anche aiutato la CIA a sequestrare un imam nelle strade di Milano e a “spedirlo” al Cairo per un po’ di AIT per mano degli interroganti di Mister Mubarak. E questo forse spiega perché il mondo arabo e musulmano è stato un po’ tranquillo fin da quando il rapporto del senato – anche nella sua forma altamente censurata – è stato pubblicato la settimana scorsa.
E’ stato il giornalista egiziano Mohamed Hassanein Heikal che per primo ha scritto circa il modo in cui la CIA ha fatto circolare il film su una donna iraniana che veniva torturata dalla polizia segreta dello Scià, in modo che le altre nazioni imparassero come far parlare le detenute donne. Non così la nuova e migliorata CIA di oggi, naturalmente. Ha distrutto le sue stesse videocassette prima che il Comitato del Senato statunitense potesse mettervi le mani sopra. Ma la natura servile dei regimi arabi dovrebbe essere studiata in questo periodo, perché hanno torturato anche in nostro nome. Come ha domandato Khouri la settimana scorsa, “Parleremo, o cercheremo di riparare alle nostre collusioni imperiali quasi apertamente come gli Stati Uniti trattano le loro?” Non prendetevi il disturbo di aspettare la risposta.
Le discussioni sono illegali, soltanto le ‘conversazioni’ sono permesse.
A proposito dell’argomento di Chomsky e delle parole, mi sono comprato una bella giacca invernale prima di lasciare il Canada per Beirut. Fatta in Cina, naturalmente. La garanzia però mi informava che rispondeva ad alti standard di “impermeabilità e di respirabilità”. Queste parole ora si aggiungono a quella orribile espressione che i governi e le ditte ora usano al posto di ‘discussione’.
Non ci dicono più che sono in disputa con qualcuno. “Fanno una conversazione su “un argomento”. Ho, certo e se io trovo un altro dottore che parla di “benessere”, applicherò immediatamente l’AIT al colpevole.
*http://it.wikipedia.org/wiki/Extraordinary_rendition
Da: Z Net – Lo spirito della resistenza è vivo
www.znetitaly.org
Fonte:http://zcomm.org/cia-torture-report-noam-chomsky-and-dick-dark-side-cheney
Originale : The Belfast Telegraph
Traduzione di Maria Chiara Starace
Traduzione © 2014 ZNET Italy – Licenza Creative Commons CC BY NC-SA 3.0+
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Auguri a papa Francesco
Caro papa Francesco, Enzo Bianchi parla di “forze demoniache operanti nella storia”, forse è sufficiente riuscire a non far entrare in cucina certe persone, e a non accettare caramelle da sconosciuti, hai solo 78 anni, e tante cose da fare.
Buon lavoro!
ps: non credo in Dio, ma è un dettaglio.
Il cattolicesimo è il nuovo comunismo? - Richard Greeman
...nel 1958,
le cose sono cambiate radicalmente con l’elezione di Papa Giovanni XXIII. Il
Concilio Vaticano II ha proclamato la dottrina cristiana di una “opzione
preferenziale per i poveri.’ La Teologia della Liberazione, che affermava
il diritto di opporre resistenza all’oppressione, si è diffusa in tutta
l’America Latina. Ho avuto il privilegio di vederla in azione in Nicaragua nel
1984, durante la guerra dei Contras (controrivoluzionari) appoggiata dagli
Stati Uniti. In effetti, molti anni di attivismo nel movimento di solidarietà
con l’America Latina, mi avevano convinto che i Cattolici della Teologia della
Liberazione erano frequentemente più rivoluzionari delle persone di
sinistra di tutti i tipi [4]. Purtroppo, però, negli anni ’80 i miei compagni
tra i preti attivisti e le suore venivano oramai distolti e
perseguitati dalla nuova dispensa del Vaticano dopo
l’elezione del Papa polacco, fervente anti-comunista, nel 1978.
Reazione e vergogna
Giovanni Paolo II ha rimesso fermamente la Chiesa dalla
parte dei privilegiati. Poi l’elezione nel 2005, dell’ex componente della
Gioventù Hitleriana, Joseph Ratzinger a Papa Benedetto XVI ha posto la Chiesa
su un percorso anche più reazionario, facendo tornare indietro l’orologio
rispetto alle donne e ai loro diritti alla riproduzione, offendendo i
Musulmani, cercando di insabbiare importanti scandali riguardanti i preti
pedofili e le finanze del Vaticano, e dando il via a un’inquisizione di suore
statunitensi progressiste, accusate di femminismo e di intromissione in
problemi sociali.
Così grave è stato il disonore per la reputazione della
Chiesa, che Benedetto ha fatto un passo che non aveva precedenti: si è dimesso
in modo disonorevole nel febbraio 2013, ma allora anche i Cattolici più leali
avevano perso la fiducia nella rigida, auto-protettiva, apparentemente
inamovibile gerarchia della Chiesa. ‘Un nuovo Papa? Ho abbandonato la speranza’
era il titolo di Gary Wills sul New York Times. Nella mia analisi personale,
(Il Papa abbandona: e allora?’) [5] ho messo a confronto la storia dei
movimenti popolari ispirati dal contenuto sociale radicale del Cristianesimo e
dal vasto potenziale della Chiesa per il bene, con la palese morsa
mortale della gerarchia geriatrica, reazionaria sull’istituzione. La mia
conclusione è stata però quasi ugualmente disperata.
Un miracolo?
Non osavo pensare che dopo soli venti mesi, il successore
di Benedetto, Papa Francesco, avrebbe convocato un Incontro mondiale dei
Movimenti popolari e che avrebbe invitato in Vaticano le organizzazioni degli
emarginati e degli esclusi di tutte le origini etniche e religiose – campesinos
senza terra, lavoratori cittadini del settore informale (la parte dell’economia
non regolamentata (o poco) da norme legali o contrattuali – da: Wordreference
Forum, voce: informal, n.d.t.), i riciclatori, i popoli nativi in lotta, le
donne che chiedono il rispetto dei loro diritti, ecc. (Ottobre 2014). Là, alla
presenza del presidente radicale della Bolivia, Evo Morales, Francesco ha
dichiarato che “la solidarietà con i poveri è proprio il fondamento dei
Vangeli”, e che la “Riforma agraria non è soltanto una necessità politica, ma
anche morale!” Sembrano le parole di un leader popolare che apre un dialogo con
la sua base.
E’ stato il coinvolgimento diretto di Papa Francesco che ha
spinto a organizzare questo evento,” secondo la delegata canadese Judith
Marshall che scrive i suoi servizi su Links International Journal of Socialist
Renewal. Il suo straordinario servizio merita assolutamente di essere letto per
intero .[6] “In quanto nuovo capo di recente installatosi in una
importantissima istituzione dell’establishment globale, Papa Francesco ha
presumibilmente reso il Papato la voce più radicale e continua
nel far notare l’oscenità della disuguaglianza e della emarginazione
esistenti nel mondo. Ha anche ripetutamente indicato il potere eccessivo delle
grosse imprese multinazionali e il capitale finanziario, come fattori chiave
della riproduzione della povertà globale e della distruzione del pianeta […].
L’incontro è stato costruito sulla forza dei rapporti di lunga data che il Papa
ha con questi fondamentali movimenti popolari in Argentina.”
Chi è Papa Francesco?
Jorge Mario Bergoglio è nato a Buenos Aires, Argentina, nel
1936. Dopo aver lavorato per breve tempo come tecnico chimico e buttafuori in
un locale notturno, è entrato nell’ordine gesuita progressista ed è diventato
sacerdote nel momento culminante della Teologia della Liberazione e si è
impegnato nei movimenti sociali.
Come vescovo, Bergoglio aveva già sviluppato un incessante
ma discreto appoggio ai lavoratori e alle loro organizzazioni. Gli aneddoti
sono innumerevoli: solidarietà con i militanti perseguitati, appoggio alle
organizzazioni dei contadini (i campesinos), protezione per i venditori
ambulanti, promozione dei “preti delle baraccopoli”, sostegno ai lavoratori
delle fabbriche che avevano riaperto quelle chiuse, e un atteggiamento
esplicito di lotta contro lo sfruttamento e l’emarginazione, il traffico di
esseri umani, ed la cultura del consumo. A tutto questo vanno aggiunti la sua
leggendaria austerità e stile semplice di vita, il suo costante intervento
contro lo stile di vita della borghesia gretta compiaciuta di se stessa,
l’edonismo consumista postmoderno, e il “progressivismo dell’elite”, che lo
hanno reso un personaggio scomodo, non soltanto per la destra reazionaria, ma
anche per i liberali di centro.” [7]
Francesco è il primo papa gesuita, il primo che arriva
dalle Americhe, il primo dell’Emisfero Meridionale, e il primo papa non-europeo
in oltre 1000 anni. Questi ‘primi’ indicano un importante spostamento
nell’equilibrio di poteri all’interno di quella vasta Internazionale dei poveri
del mondo. La Chiesa Cattolica (‘Universale’) è l’unico partito mondiale
organizzato realmente esistente. La sua vasta ricchezza e influenza sono ora
nelle mani di Francesco. Immaginate, per esempio, che questo gesuita rimanga
fedele alla missione del suo Ordine e dedichi una parte dei
miliardi messi da parte in Vaticano per promuovere
l’educazione cattolica su scala globale, insegnando a miliardi di bambini
poveri a leggere, scrivere, pensare a se stessi in un’organizzazione del mondo
che afferma il diritto di opporsi all’oppressione. Se la Chiesa sosterrà realmente
lo slogan ‘ Cambiamento del sistema, non cambiamento del clima,’ questo di per
sé sarebbe uno sviluppo rivoluzionario, e ne abbiamo visto soltanto l’inizio.
Come è avvenuto questo ‘miracolo’?
Come ha fatto un prete così palesemente radicale a riuscire
ad essere eletto? L’assoluta autorità di Francesco all’apice della gerarchia è
un importante sconfitta per i vecchi intermediari del potere che
preferirebbero vedere la Chiesa vivente fallire piuttosto che arrivare a un
compromesso, come testimonia la loro ricerca di protezione durante
gli scandali dei preti pedofili, il loro ostinato rifiuto di permettere ai
preti di sposarsi o di dare un ruolo sacerdotale di qualche tipo alle donne
allo scopo di mantenere vive le parrocchie , e la loro indisponibilità a
finanziare l’educazione cattolica – una volta orgoglioso monopolio e
importantissima fonte della sua influenza ideologica. La gerarchia cattolica
(come i militari, il mondo della finanza e la nomenklatura comunista) ha a
lungo funzionato come un’azienda chiusa, uno stato all’interno di uno stato,
impenetrabile, opaca, una legge di per se stessa, protetta dai suoi intimi
legami con altre gerarchie corrotte nella politica, nell’esercito, nel
settore bancario, nella polizia e nella Mafia.
La burocrazia vaticana è seduta su una pentola d’oro
equivalente alla ricchezza di molte nazioni, e ci si può soltanto immaginare le
lotte silenziose che si svolgono proprio adesso dietro i muri chiusi della
Curia per il controllo di quella ricchezza mentre Francesco e i suoi alleati
conducono la purga dell’apparato. Per questi sviluppi potrebbe volerci molto
tempo.
Escludendo l’Intervento Divino, che cosa ha reso possibile
questa rivoluzione all’interno della Chiesa? La risposta più ovvia è che
la Chiesa era arrivata a una strada senza uscita. I fedeli se ne stavano
andando a frotte, il sacerdozio si stava estinguendo con poche nuove “reclute”,
specialmente tra gli ‘europei,’ i laici erano alla disperazione. Un’altra
ragione è il cambiamento demografico tra i Cattolici praticanti. C’è anche la
solida organizzazione e disciplina dell’Ordine Internazionale Gesuita i cui
tentativi di avere il controllo della Chiesa e di esercitare la loro influenza
in America Latina, risalgono a secoli fa. (Non per niente i membri dell’Internazionale
Comunista si considerano i “Gesuiti rossi.’)
Sfondare i muri della parrocchia
A queste spiegazioni materiali, vorrei aggiungerne
un’altra, meno ovvia: Internet e i media sociali. Invece nel corso dei secoli
la gerarchia ha avuto il monopolio della comunicazione, tutto dall’alto verso
il basso. Oggi i laici cattolici non sono più isolati, privi di voce e passivi
davanti all’immensa ricchezza e influenza della gerarchia. Proprio come i
caratteri mobili di Guttenberg hanno contribuito a catalizzare la Riforma
protestante nel 16° secolo, rendendo la Bibbia accessibile ai laici, così
Internet nel 21° secolo forse ha catalizzato le dimissioni inedite
dell’arci-conservatore Papa Benedetto XVI, e il palese nuovo corso di
Francesco. Come fa notare il guru di Internet Clay Shirky, “gli strumenti
sociali non creano azione collettiva, rimuovono semplicemente gli ostacoli che
questa si trova davanti.” [8] Shirky cita l’esempio della campagna tra i
Cattolici laici per porre fine agli abusi sessuali dei preti nei confronti dei
bambini. E’ iniziata negli anni ’90 quando le vittime hanno cominciato a farsi
avanti e gli scandali sono stati rivelati sui giornali come The Boston Globe,
ma la gerarchia della Chiesa, guidata dal Cardinal Law (egli stesso colpevole
di proteggere i preti pedofili assegnandoli, a rotazione, a parrocchie nuove e
ignare), non è stata in grado di schiacciare il movimento delle vittime.
Gli istigatori sono stati denunciati tramite la stampa e
dal pulpito e banditi dalle strutture della Chiesa, mentre ai gruppi laici è
stato proibito di organizzarsi al di fuori della loro locale parrocchia.
Tuttavia, 10 anni dopo, il Cardinal Law è stato costretto a dimettersi, con
disonore, dopo che gli strumenti di Internet avevano messo in grado le vittime di
mettere insieme le loro testimonianze, metterla on line, diffondere le
informazioni e organizzarsi a livello nazionale e internazionale. Nel
frattempo, la rivolta contro il fatto di coccolare i preti pedofili ha fatto sì
che i laici mettessero apertamente in dubbio i dogmi reazionari come il
rifiutare la Comunione a cattolici divorziati a gay, lesbiche,
bisessuali e trans, e il mantenere il celibato per i sacerdoti.
Internet non ha causato questo cambiamento potenzialmente
importantissimo, ma i media sociali e la loro portata mondiale, hanno reso
possibile la rivolta (che già covava) dei laici cattolici per superare le
barriere istituzionali che hanno messo in grado la gerarchia di isolare e
dominare i movimenti di membri ordinari per la riforma e il rinnovo. Quello che
è impressionante nella rivoluzione di oggi all’interno del Cattolicesimo
romano, è l’intersezione di forme ‘orizzontali’ e ‘verticali’ o di
organizzazione. Infatti se le connessioni in rete orizzontali su internet hanno
dato ai laici cattolici l’opportunità di mettersi insieme e di esprimersi, la
cattura di un ‘partito mondiale’ cattolico strutturato in senso verticale da
parte delle forze progressiste, apre immense possibilità per la liberazione
umana e forse un’occasione per il pianeta di evitare la catastrofe climatica.
Le suore vendicate
Terminiamo questa storia di speranza con la notizia,
diffusa oggi, di un’altra vittoria per i membri ordinari progressisti
cattolici: un rapporto del Vaticano che capovolge l’esplicito tentativo di
Benedetto XVI di soffocare gli ordini delle suore statunitensi
socialmente impegnate, autonome, accusate di predicare il ‘femminismo’ e di
difendere la ‘giustizia sociale’. I cattolici in tutto il paese sono stati
scioccati e indignati per il tentativo del Vaticano di minacciare le donne che
per secoli sono state la spina dorsale di questa chiesa. Migliaia di fedeli
cattolici hanno tenuto più di 50 veglie in tutto il paese e più di 57.000
persone hanno firmato una petizione organizzata dal Progetto di giustizia delle
suore a loro sostegno. Con queste azioni, i Cattolici hanno chiarito che sono
solidali con le suore e con il bel lavoro che fanno tra i poveri e gli
emarginati [9]. A iniziare da oggi sono vendicate.
Il rapporto si è concluso citando l’invito di Papa
Francesco “a creare opportunità ancora più ampie per una presenza femminile più
incisiva nella Chiesa.” [10] Nel frattempo è trapelato oggi che Papa Francesco
ha fatto da mediatore dell’accordo tra Obama e Raoul Castro per riprendere le
relazioni diplomatiche dopo più di mezzo secolo di sanzioni statunitensi contro
Cuba, da tempo condannate dal resto dell’America Latina. Ieri era anche
il compleanno del Santo Padre. Buona fortuna, Francesco.!
I migliori auguri a tutti
18 dicembre 2014
[1] Esagero. I leader mondiali si sono messi
formalmente d’accordo che ogni nazione preparerà i propri obiettivi volontari
in preparazione al prossimo Vertice sul Clima che si terrà a Parigi il prossimo
anno. La conferenza di Lima non è stata quindi un ‘fallimento’, ma un successo
(per l’agenda delle grosse aziende).
“Un gruppo globale di vescovi cattolici chiede la fine
dell’uso di combustibili fossili,” di Matt McGrath, corrispondente per i
problemi ambientali, BBC News, Lima.
[4] Per esempio, hanno sostenuto la distribuzione delle
terre abbandonate dai proprietari emigrati, mentre i Sandinisti si sono
rifiutati di dare titoli legali di proprietà ai contadini poveri che le
occupavano, indebolendo quindi la loro popolarità durante la guerra dei
Contras.
[6] http://links.org.au/node/4172 “Sfidare la globalizzazione
dell’indifferenza: Papa Francesco incontra i movimenti popolari”, di Judith
Marshall, 21 Novembre , 2014.
[7] Secondo Juan Grabois, che è attivista del
Movimento dei Lavoratori Esclusi ed è uno dei coordinatori della Confederazione
dei Lavoratori dell’Economia Popolare, in Argentina, citato dalla Marshall
nell’articolo citato qui sopra.
[8] Clay Shirky, Arrivano tutti qui: il potere di
organizzarsi senza organizzazioni.
Il giro di vite del Vaticano riguardo alla suore
funzionerà? La paura del Vaticano che le tattiche non funzioneranno.
Nella foto: Papa Francesco saluta partecipanti al
Raduno mondiale dei movimenti popolari
Da: Z Net – Lo spirito della resistenza è vivo
Originale : Non indicato
Traduzione di Maria Chiara Starace
Da mille anni nessuno parlava così – Enzo Bianchi
Nei tempi recenti nessun Papa ha mai parlato come papa
Francesco. Ieri ha detto quello che pensa con parresia, tralasciando linguaggi
allusivi e stile diplomatico. Questo suo discorso echeggia quel che san
Bernardo – monaco però, non Papa – osava dire nell’XI secolo al Papa e alla sua
corte: parole che pochi altri seppero scrivere o proclamare a correzione dei
vizi ecclesiastici nei momenti in cui si faceva urgente una riforma della
Chiesa «in capite et in corpore».
Ma più ancora echeggia il salmo 101, in cui il capo, la guida del popolo di Dio, promette al Signore non solo di camminare con cuore integro, ma anche di allontanare chi accanto a lui «ha il cuore tortuoso, l’occhio sprezzante e orgoglioso, chi denigra in segreto il suo prossimo, chi dice menzogne». Papa Francesco conosce bene la psicologia degli «uomini religiosi», presenti un tempo tra gli scribi e i farisei, oggi tra i cristiani «in ogni curia, comunità, congregazione, movimento ecclesiale».
Non solo i padri del deserto dei primi secoli erano soliti stilare «cataloghi» di vizi e peccati «capitali»: ancora le generazioni di cristiani come la mia, formatesi prima del Vaticano II, avevano a disposizione prontuari di peccati «in pensieri, parole, opere e omissioni» per prepararsi al sacramento della confessione, così da compiere un esame di coscienza personale sulla propria inadeguatezza rispetto alle esigenze poste dai dieci comandamenti e, più in profondità, dal Vangelo stesso. È a qualcosa di simile – forte anche dell’analoga tradizione loyolana – che ha pensato papa Francesco nel suo discorso alla curia romana in occasione del Natale. Così ha esposto con parresia un dettagliato elenco di ben quindici «malattie dell’anima», dalla patologia del «sentirsi immortale o indispensabile», fino a quella «del profitto mondano e degli esibizionismi».
Certo in questo catalogo delle malattie degli uomini religiosi emerge l’acconsentire a una tentazione-chiave, quella del potere, tentazione posta dal demonio anche a Gesù Cristo e da lui respinta e vinta. Sì, la sete insaziabile di potere rende colui che vi cede capace di diffamare e calunniare gli altri sui giornali e sui blog tramite giornalisti compiacenti, abili persino a odiare su commissione. Papa Francesco non inventa nulla, semplicemente legge la quotidianità che rende deforme e sfigura la Chiesa quale corpo del Signore. È un’analisi tagliente, frutto anche dell’esperienza quotidiana di questi ventuno mesi di pontificato, una disamina rivolta non tanto al passato e agli scandali che hanno preceduto la sua elezione, quanto piuttosto a un perdurante presente. Ed è significativo che l’antidoto universale per tutte queste patologie papa Francesco lo offra inquadrando il suo discorso – ricco di citazioni bibliche e di rimandi alla sua esortazione «Evangelii gaudium», a riprova del radicamento nella parola di Dio e della progettualità del suo parlare e operare – proprio nella comprensione della Chiesa come «corpo mistico di Cristo». Ora, l’immagine del corpo composto di molte membra come metafora di una comunità appartiene alla tradizione classica prima ancora che al Nuovo Testamento, ma la connotazione precisa che delinea il Papa a quanti lo aiutano nel governare la «Chiesa di Roma che presiede nella carità» è l’intima comunione di questo corpo dinamico e di ogni singolo membro con il Signore: «La curia, come la Chiesa, non può vivere senza avere un rapporto vitale, autentico e saldo con Cristo».
Ogni cristiano, ma soprattutto ogni persona munita di autorità o impegnata in un ministero pastorale, è invitato a chiedersi «sono un uomo di Dio o sono un amministratore di Satana?». Non esiste alternativa: perché se è vero che tutti siamo tentati e tutti cadiamo, resta vero che la frattura è tra chi cade e cerca di rialzarsi confessando di essere peccatore e chi invece accetta di cadere fino a essere un corrotto, magari esibendo se stesso come persona giusta ed esemplare di fronte agli altri.
Questo obiettivo, ben più arduo di qualsiasi riforma funzionale è indubbiamente innovativo e, al contempo, profondamente radicato nella più autentica tradizione cristiana: riportare un apparato burocratico ecclesiastico alla sua vera natura di corpo comunitario a servizio della Chiesa universale. Si dirà che le malattie sono così numerose, gravi e diffuse da rendere improba una pronta guarigione e che il tempo della convalescenza non sarebbe comunque immune da ricadute, ma sappiamo bene come condizione preliminare a qualsiasi terapia efficace è una diagnosi accurata e in questo le parole di papa Francesco sono estremamente appropriate.
Sì, ci sono nella Curia romana molte persone la cui vita cristiana è una testimonianza di fede, di qualità evangelica, di servizio leale e amoroso al Papa e alla Chiesa, e ci possono anche essere persone con una doppia vita «nascosta e sovente dissoluta», altre «vigliacche» che sparlano del fratello, altre ancora «meschine, infelici» perché hanno perso la memoria del loro Signore e «guardano appassionatamente la propria immagine e non vedono l’immagine di Dio impressa sul volto degli altri». Tuttavia papa Francesco non perde la speranza di vedere la Curia riformarsi, convertirsi da «un’orchestra che produce chiasso» disarmonico e che provoca «autodistruzione o fuoco amico» in autentica comunità di discepoli del Signore Gesù, in una comunione di peccatori perdonati, capaci di seguire l’invito di san Paolo ai cristiani di Efeso a vivere «secondo la verità nella carità, cercando di crescere in ogni cosa verso di lui, che è il capo, Cristo, dal quale tutto il corpo, ben compaginato e connesso, mediante la collaborazione di ogni giuntura, secondo l’energia propria di ogni membro, riceve forza per crescere in modo da edificare se stesso nella carità» (Ef 4,15-16).
L’ho scritto e lo riscrivo: papa Francesco si fa eco del Vangelo e la sua passione per il Vangelo lo porta a misurare la vita della Chiesa e di ogni membro sulla fedeltà al Vangelo. Ma nessuna illusione: più il Papa percorre questa strada e più scatenerà le forze demoniache operanti nella storia e il risultato per i veri credenti sarà l’apparire della croce di Cristo. Non è vero che nella Chiesa si starà meglio, è vero il contrario: la Chiesa infatti può solo seguire Gesù anche nel rigetto sofferto e nella persecuzione e non potrà ottenere successi mondani se incarna il messaggio del suo Signore.
martedì 23 dicembre 2014
le 15 malattie, secondo Papa Francesco
chiaro e coraggioso, avercene di gente così (se togli la parola Curia, sta parlando a tutti i potenti, e non solo) - franz
La malattia del sentirsi «immortale» o
«indispensabile»
«Una Curia che non fa autocritica, che non si aggiorna, che non cerca di migliorarsi è un corpo infermo». Il Papa ricorda che una visita ai cimiteri ci potrebbe aiutare a vedere i nomi di tante persone che «forse pensavano di essere immortali, immuni e indispensabili!». È la malattia di coloro che «si trasformano in padroni e si sentono superiori a tutti e non al servizio di tutti. Essa deriva spesso dalla patologia del potere, dal “complesso degli Eletti”, dal narcisismo».
La malattia dell’eccessiva operosità
Quella di quanti, come Marta nel racconto evangelico, «si immergono nel lavoro, trascurando, inevitabilmente, “la parte migliore”: il sedersi sotto i piedi di Gesù». Il Papa ricorda che Gesù «ha chiamato i suoi discepoli a “riposarsi un po’” perché trascurare il necessario riposo porta allo stress e all’agitazione».
La malattia dell’«impietrimento» mentale e spirituale
È di quelli che «perdono la serenità interiore, la vivacità e l’audacia e si nascondono sotto le carte diventando “macchine di pratiche” e non uomini di Dio», incapaci di «piangere con coloro che piangono e gioire con coloro che gioiscono!».
La malattia dell’eccessiva pianificazione
«Quando l'apostolo pianifica tutto minuziosamente» e crede così facendo che «le cose effettivamente progrediscono, diventando così un contabile o un commercialista. Preparare tutto bene è necessario ma senza mai cadere nella tentazione di voler rinchiudere e pilotare la libertà dello Spirito Santo... È sempre più facile e comodo adagiarsi nelle proprie posizioni statiche e immutate».
La malattia del mal coordinamento
È quella dei membri che «perdono la comunione tra di loro e il corpo smarrisce la sua armoniosa funzionalità» diventando «un’orchestra che produce chiasso perché le sue membra non collaborano e non vivono lo spirito di comunione e di squadra».
La malattia dell’Alzheimer spirituale
Cioè «un declino progressivo delle facoltà spirituali» che «causa gravi handicap alla persona» facendola vivere in «uno stato di assoluta dipendenza dalle sue vedute spesso immaginarie». Lo si vede in chi ha «perso la memoria» del suo incontro con il Signore, in chi dipende dalle proprie «passioni, capricci e manie», in chi costruisce «intorno a sé dei muri e delle abitudini».
La malattia della rivalità e della vanagloria
«Quando l’apparenza, i colori delle vesti e le insegne di onorificenza diventano l’obiettivo primario della vita... È la malattia che ci porta a essere uomini e donne falsi e a vivere un falso "misticismo" e un falso "quietismo"».
La malattia della schizofrenia esistenziale
È quella di coloro che vivono «una doppia vita, frutto dell’ipocrisia tipica del mediocre e del progressivo vuoto spirituale che lauree o titoli accademici non possono colmare». Colpisce spesso coloro che «abbandonando il sevizio pastorale, si limitano alle faccende burocratiche, perdendo così il contatto con la realtà, con le persone concrete. Creano così un loro mondo parallelo, ove mettono da parte tutto ciò che insegnano severamente agli altri» e conducono una vita «nascosta» e spesso «dissoluta».
La malattia delle chiacchiere e dei pettegolezzi
«Si impadronisce della persona facendola diventare “seminatrice di zizzania” (come satana), e in tanti casi “omicida a sangue freddo” della fama dei propri colleghi e confratelli. È la malattia delle persone vigliacche che non avendo il coraggio di parlare direttamente parlano dietro le spalle... Guardiamoci dal terrorismo delle chiacchiere!».
La malattia di divinizzare i capi
È quella di coloro che «corteggiano i superiori», vittime «del carrierismo e dell’opportunismo» e «vivono il servizio pensando unicamente a ciò che devono ottenere e non a quello che devono dare». Sono «persone meschine», ispirate solo «dal proprio fatale egoismo». Potrebbe colpire anche i superiori «quando corteggiano alcuni loro collaboratori per ottenere la loro sottomissione, lealtà e dipendenza psicologica, ma il risultato finale è una vera complicità».
La malattia dell’indifferenza verso gli altri
«Quando ognuno pensa solo a se stesso e perde la sincerità e il calore dei rapporti umani. Quando il più esperto non mette la sua conoscenza al servizio dei colleghi meno esperti. Quando, per gelosia o per scaltrezza, si prova gioia nel vedere l’altro cadere invece di rialzarlo e incoraggiarlo».
La malattia della faccia funerea
È quella delle persone «burbere e arcigne, le quali ritengono che per essere seri occorra dipingere il volto di malinconia, di severità e trattare gli altri – soprattutto quelli ritenuti inferiori – con rigidità, durezza e arroganza». In realtà, aggiunge il Papa, «la severità teatrale e il pessimismo sterile sono spesso sintomi di paura e di insicurezza di sé. L’apostolo deve sforzarsi di essere una persona cortese, serena, entusiasta e allegra che trasmette gioia...». Francesco invita a essere pieni di humor e autoironici: «Quanto bene ci fa una buona dose di sano umorismo».
La malattia dell’accumulare
«Quando l’apostolo cerca di colmare un vuoto esistenziale nel suo cuore accumulando beni materiali, non per necessità, ma solo per sentirsi al sicuro».
La malattia dei circoli chiusi
Quando «l’appartenenza al gruppetto diventa più forte di quella al Corpo e, in alcune situazioni, a Cristo stesso. Anche questa malattia inizia sempre da buone intenzioni ma con il passare del tempo schiavizza i membri diventando “un cancro”».
La malattia del profitto mondano, degli esibizionismi
«Quando l’apostolo trasforma il suo servizio in potere, e il suo potere in merce per ottenere profitti mondani o più poteri. È la malattia delle persone che cercano insaziabilmente di moltiplicare poteri e per tale scopo sono capaci di calunniare, di diffamare e di screditare gli altri, perfino sui giornali e sulle riviste. Naturalmente per esibirsi e dimostrarsi più capaci degli altri». Una malattia che «fa molto male al corpo perché porta le persone a giustificare l’uso di qualsiasi mezzo pur di raggiungere tale scopo, spesso in nome della giustizia e della trasparenza!».
«Una Curia che non fa autocritica, che non si aggiorna, che non cerca di migliorarsi è un corpo infermo». Il Papa ricorda che una visita ai cimiteri ci potrebbe aiutare a vedere i nomi di tante persone che «forse pensavano di essere immortali, immuni e indispensabili!». È la malattia di coloro che «si trasformano in padroni e si sentono superiori a tutti e non al servizio di tutti. Essa deriva spesso dalla patologia del potere, dal “complesso degli Eletti”, dal narcisismo».
La malattia dell’eccessiva operosità
Quella di quanti, come Marta nel racconto evangelico, «si immergono nel lavoro, trascurando, inevitabilmente, “la parte migliore”: il sedersi sotto i piedi di Gesù». Il Papa ricorda che Gesù «ha chiamato i suoi discepoli a “riposarsi un po’” perché trascurare il necessario riposo porta allo stress e all’agitazione».
La malattia dell’«impietrimento» mentale e spirituale
È di quelli che «perdono la serenità interiore, la vivacità e l’audacia e si nascondono sotto le carte diventando “macchine di pratiche” e non uomini di Dio», incapaci di «piangere con coloro che piangono e gioire con coloro che gioiscono!».
La malattia dell’eccessiva pianificazione
«Quando l'apostolo pianifica tutto minuziosamente» e crede così facendo che «le cose effettivamente progrediscono, diventando così un contabile o un commercialista. Preparare tutto bene è necessario ma senza mai cadere nella tentazione di voler rinchiudere e pilotare la libertà dello Spirito Santo... È sempre più facile e comodo adagiarsi nelle proprie posizioni statiche e immutate».
La malattia del mal coordinamento
È quella dei membri che «perdono la comunione tra di loro e il corpo smarrisce la sua armoniosa funzionalità» diventando «un’orchestra che produce chiasso perché le sue membra non collaborano e non vivono lo spirito di comunione e di squadra».
La malattia dell’Alzheimer spirituale
Cioè «un declino progressivo delle facoltà spirituali» che «causa gravi handicap alla persona» facendola vivere in «uno stato di assoluta dipendenza dalle sue vedute spesso immaginarie». Lo si vede in chi ha «perso la memoria» del suo incontro con il Signore, in chi dipende dalle proprie «passioni, capricci e manie», in chi costruisce «intorno a sé dei muri e delle abitudini».
La malattia della rivalità e della vanagloria
«Quando l’apparenza, i colori delle vesti e le insegne di onorificenza diventano l’obiettivo primario della vita... È la malattia che ci porta a essere uomini e donne falsi e a vivere un falso "misticismo" e un falso "quietismo"».
La malattia della schizofrenia esistenziale
È quella di coloro che vivono «una doppia vita, frutto dell’ipocrisia tipica del mediocre e del progressivo vuoto spirituale che lauree o titoli accademici non possono colmare». Colpisce spesso coloro che «abbandonando il sevizio pastorale, si limitano alle faccende burocratiche, perdendo così il contatto con la realtà, con le persone concrete. Creano così un loro mondo parallelo, ove mettono da parte tutto ciò che insegnano severamente agli altri» e conducono una vita «nascosta» e spesso «dissoluta».
La malattia delle chiacchiere e dei pettegolezzi
«Si impadronisce della persona facendola diventare “seminatrice di zizzania” (come satana), e in tanti casi “omicida a sangue freddo” della fama dei propri colleghi e confratelli. È la malattia delle persone vigliacche che non avendo il coraggio di parlare direttamente parlano dietro le spalle... Guardiamoci dal terrorismo delle chiacchiere!».
La malattia di divinizzare i capi
È quella di coloro che «corteggiano i superiori», vittime «del carrierismo e dell’opportunismo» e «vivono il servizio pensando unicamente a ciò che devono ottenere e non a quello che devono dare». Sono «persone meschine», ispirate solo «dal proprio fatale egoismo». Potrebbe colpire anche i superiori «quando corteggiano alcuni loro collaboratori per ottenere la loro sottomissione, lealtà e dipendenza psicologica, ma il risultato finale è una vera complicità».
La malattia dell’indifferenza verso gli altri
«Quando ognuno pensa solo a se stesso e perde la sincerità e il calore dei rapporti umani. Quando il più esperto non mette la sua conoscenza al servizio dei colleghi meno esperti. Quando, per gelosia o per scaltrezza, si prova gioia nel vedere l’altro cadere invece di rialzarlo e incoraggiarlo».
La malattia della faccia funerea
È quella delle persone «burbere e arcigne, le quali ritengono che per essere seri occorra dipingere il volto di malinconia, di severità e trattare gli altri – soprattutto quelli ritenuti inferiori – con rigidità, durezza e arroganza». In realtà, aggiunge il Papa, «la severità teatrale e il pessimismo sterile sono spesso sintomi di paura e di insicurezza di sé. L’apostolo deve sforzarsi di essere una persona cortese, serena, entusiasta e allegra che trasmette gioia...». Francesco invita a essere pieni di humor e autoironici: «Quanto bene ci fa una buona dose di sano umorismo».
La malattia dell’accumulare
«Quando l’apostolo cerca di colmare un vuoto esistenziale nel suo cuore accumulando beni materiali, non per necessità, ma solo per sentirsi al sicuro».
La malattia dei circoli chiusi
Quando «l’appartenenza al gruppetto diventa più forte di quella al Corpo e, in alcune situazioni, a Cristo stesso. Anche questa malattia inizia sempre da buone intenzioni ma con il passare del tempo schiavizza i membri diventando “un cancro”».
La malattia del profitto mondano, degli esibizionismi
«Quando l’apostolo trasforma il suo servizio in potere, e il suo potere in merce per ottenere profitti mondani o più poteri. È la malattia delle persone che cercano insaziabilmente di moltiplicare poteri e per tale scopo sono capaci di calunniare, di diffamare e di screditare gli altri, perfino sui giornali e sulle riviste. Naturalmente per esibirsi e dimostrarsi più capaci degli altri». Una malattia che «fa molto male al corpo perché porta le persone a giustificare l’uso di qualsiasi mezzo pur di raggiungere tale scopo, spesso in nome della giustizia e della trasparenza!».
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