martedì 5 luglio 2016

Il mondo è caduto dalle nuvole - Marco D’Eramo


Ma i cavalli dei cosacchi non si stanno abbeverando a Trafalgar square né la svastica sventola su Buckingam palace. Eppure proprio questo verrebbe da credere stando alla reazione, ai limiti dell'isteria, all'esito del referendum britannico sull'uscita dall'Unione europea. I mitici “mercati” (sempre al plurale, e sempre “razionali”) hanno bruciato in un giorno, dopo il voto, 2.000 miliardi di dollari, più dell'intero prodotto interno lordo annuo dell'Italia. Ora i britannici hanno sì compiuto una scelta critica, ma in definitiva non hanno fatto che rescindere il contratto di adesione a un'associazione internazionale, già piuttosto malconcia di per sé. Ammettiamo pure che per qualche oscura ragione i “mercati” non avessero previsto l'esito del voto. E allora?
Per decenni i cantori della globalizzazione ci hanno frastornato le orecchie raccontandoci che il capitale si è deterritorializzato, che non ha più radici, che è gioiosamente nomade come un soggetto di Guattari o di Rosi Braidotti, che è apolide e in perpetuo movimento. Perciò, se anche i quartier generali di banche, assicurazioni e fondi d'investimento dovessero emigrare da Londra in un'altra global city, siamo sicuri che i mercati nella loro infinita razionalità troverebbero una residenza vivibile per continuare a macinare profitti. 
Né è spiegabile la ben orchestrata indignazione europea che questo voto ha suscitato. Mutatis mutandis, se la Scozia si fosse separata dall'Inghiterra (e magari lo farà), sarebbe stata una lacerazione ben più grave e dolorosa, visto che scozzesi e inglesi hanno condiviso la stessa nazione, la stessa lingua, lo stesso impero coloniale per più di trecento anni, ma certo non avrebbe suscitato l'indignazione che ha sollevato la Brexit, che pure ha deciso la separazione di un'unione durata solo 43 anni, ma mai davvero celebrata e tanto meno consumata, senza comunità di progetto e di obiettivi (il Regno unito non ha mai fatto propria la carta fondamentale dei diritti europei, ha aderito solo a quelle norme del trattato di Lisbona che non contraddicono la sua legislazione, e così via). Il Regno unito non fu uno dei fondatori dell'Unione europea e anzi ha sempre remato contro, sempre recalcitrante; ma ora improvvisamene l'Europa scopre che la Gran Bretagna era il suo socio più importante e che senza di lei la catastrofe incombe. 
Anche all'interno dello stesso Regno unito la reazione è stata tutt'altro che british. La sola proposta di far ripetere il referendum è assai più che balzana. Immaginate se in Italia nel 1946 i monarchici avessero voluto far ripetere il referendum che instaurò la repubblica, o se nel 1974 la Chiesa cattolica avesse lanciato una campagna di massa per far replicare il referendum che aveva rifiutato l'abrogazione della legge sul divorzio. Non solo è insensato, ma è una sfida alla democrazia e costituisce un precedente pericolosissimo, dalle conseguenze, queste sì, incalcolabili. Sulla proposta di ripetere il voto ha scritto Wolfgang Munchau sul Financial Times: “Non riesco a immaginare una singola misura che produca più acrimonia, più divisione e più danno economico della decisione di ignorare un voto democratico”. Eppure questa proposta letteralmente eversiva è stata appoggiata con giulivo entusiasmo dai più benpensanti organi di stampa europei, dalla Repubblica alla Süddeutsche Zeitung. 
Dietro la proposta di ripetere il voto, si delinea, neanche tanto nascosta, l'idea di invalidare la volontà popolare. È quel che l'Europa fece esattamente un anno fa con Atene quando cancellò il voto dei greci nel loro referendum sull'austerità. Allora la Troika decise di chiarire al mondo che le schede elettorali i greci potevano usarle solo come carta da toletta e che la volontà popolare non ha alcun potere di fronte alla superiore volontà dei banchieri, dei mercati e delle cancellerie. I greci erano abbastanza deboli da dover ingoiare questo pitone salato (altri rettili avrebbero ingerito in seguito). Con il Regno unito l'Europa ha provato la stessa mossa: costringere la classe politica inglese a vanificare il voto britannico. Solo che l'Inghilterra non è la Grecia (la Grecia non siede nel Consiglio di sicurezza dell'Onu, non è la quinta economia al mondo, non ha un arsenale atomico, non è un ex impero coloniale, non ospita il più importante centro della finanza mondiale). Ma ciò non vuol dire che alla lunga non si riesca ad annullare il voto britannico, come si è annullato quello greco.
La definizione più precisa della scomposta reazione mondiale alla Brexit è quella di “lesa maestà”. 
Gli inglesi hanno osato sfidare, “ledere” il volere dei partner europei, della grande finanza, del padronato industriale, della potenza imperiale (gli Usa). È questa sfida all'ordine costituito che ha mandato tutti nel pallone e ha fatto dare a tutti di matto. Se avessero potuto, avrebbero emanato una lettre de cachet per l'intero popolo inglese per rinchiuderlo tutto nell'equivalente odierno della Bastiglia. 
Eppure le avvisaglie c'erano. Intanto in Gran Bretagna, dopo Edward Heath nel lontano 1973, nessun politico nazionale ha mai osato esporsi come europeista convinto. Nessun premier si è mai dichiarato fautore dell'Unità europea, semplicemente perché sapeva che avrebbe perso voti. C'era chi era poco o molto antieuropeista, come i laburisti Wilson e Callaghan, i conservatori Thatcher, Major e Cameron, o più possibilista verso l'Europa come Tony Blair. Il consenso nazionale era che la Gran Bretagna avrebbe dovuto far parte del mercato unico europeo, ma mai e poi mai di un'entità politica europea (e questo consenso è durato solo finché persino la semplice appartenenza al mercato unico non ha significato anche frontiere aperte agli immigrati europei). 
In secondo luogo, per 40 anni con i tabloid in testa – ma non solo –, la stampa britannica – anch'essa controllata da quel gran capitale che oggi recrimina – , ha martellato l'opinione pubblica inglese descrivendo l'Europa come l'origine di tutti i mali, come la pretesa di legiferare sui minimi aspetti della vita degli inglesi (litri invece di pinte, chili invece di libbre), come una burocrazia stolta, tracotante, pignola e parassita. 
Da tempo frequento la Gran Bretagna (e non solo Londra, a differenza di molti) e mai ho sentito una voce che spingesse per più Europa. Al massimo, invece degli insulti, un silenzio pudico. Perciò non aveva la minima possibilità di successo una campagna basata sul ricatto della paura: “o l'Europa o la catastrofe”. Scrive sempre Munchau a proposito della reazione al voto: “Gli anti-Brexit sono ancora intrappolati nella seconda delle cinque fasi del lutto: la fase della rabbia. La prima fase è il rifiuto, che è quella in cui sono rimasti durante tutta la campagna: negavano persino la possibilità che la parte opposta potesse vincere e negavano il disastro politico di una campagna basata sul Progetto Paura”. 
L'antieuropeismo inglese è così radicato che nel 2012, solo quattro anni fa, uno dei padri spirituali dell'Unione politica europea, Jacques Delors, invitava Londra a lasciare l'Europa: “Se i britannici non seguono la tendenza che va verso una maggiore integrazione nell'Unione europea, potremmo malgrado tutto restare amici, ma in un'altra forma”, “una forma come quella dello spazio economico europeo”, o un accordo di libero scambio”.
Perciò nel voto di uscita dall'Unione l'unica cosa che stupisce è lo stupore che ha suscitato. Tutti caduti dalle nuvole. 
Questo stupore, questo sdegno è stato condito dal solito, ennesimo vituperio del populismo. E sempre più si dimostra che questa categoria, “populismo”, è totalmente inutile da un punto di vista euristico. Anzi, essendo usata come puro insulto, impedisce di capire quel che sta succedendo e funziona da paraocchi perché veicola solo un malcelato disprezzo per il volgo, per la plebe, per la teppaglia sempre irrazionale, sempre bestiale, sempre preda dei demagoghi. En passant, fu la Santa Alleanza monarchica e reazionaria che in nome dell'amoreimprigionò i demagoghi, come avvenne con i Decreti di Carlsabd (1822) e per l'Hambacher Fest (1832) con la vituperata (ma oggi rivalutata)Demagogenverfolgung (“persecuzione dei demagoghi”).
Usando la categoria del “populismo” qualunque evento viene letto in chiave regressiva, di ritorno al tribalismo, ricaduta nella barbarie. O tempora, o mores! 
È ancora sotto i nostri occhi il sorrisino sprezzante con cui ci è stato annunciato che i fautori del Restare (in Europa) erano giovani, colti, agiati (magari anche belli), mentre i fautori della Brexit erano poveri, ignoranti e anziani. 
Tutto vero, mi si obietterà, ma intanto chi è uscito vincitore dalla Brexit in Inghilterra è Nigel Farage, leader dell'Ukip (United Kingdom Independence Party) e in Europa Marine Le Pen del Front National francese. A parte il fatto che la Francia non ha aspettato la Brexit per far volare il lepenismo: già 14 anni fa, nel 2002, il candidato della sinistra Lionel Jospin fu estromesso dal secondo turno delle elezioni presidenziali che si giocarono tutte a destra tra Jacques Chirac e Jean-Marie Le Pen, va rilevato che questo spauracchio dell'estrema destra è curiosamente selettivo e viene sbandierato solo in alcuni casi e mai in altri. Il fascista Viktor Orbán in Ungheria non preoccupa nessuno, come viene tollerato che in Polonia governi l'altrettanto fascista partito Prawo i Sprawiedliwość (Diritto e Giustizia) di Jarosław Aleksander Kaczyński; mentre si regalano miliardi di euro a un aspirante dittatore come il premier turco Recep Tayyip Erdoğan (leader del Partito per la Giustizia e lo Sviluppo) che tiene l'Europa sotto ricatto aprendo e chiudendo il rubinetto dei rifugiati, mentre imprigiona oppositori e chiude giornali critici. 
Non solo, ma con la “vibrata indignazione” nei confronti del populismo, ci si esime dal capire perché in Francia i comuni delle banlieues rouges siano passati da giunte di sinistra a giunte lepeniste, perché a Roma le borgate e le roccaforti del Pci siano tutti passate ai 5 Stelle. 
Questa narrazione ci fa dimenticare che a votare per la Brexit è stato il proletariato inglese in massa, sono state le aree del declino industriale, mentre a votare per l'Europa sono stati i quartieri bene, i centri finanziari, i suburbi residenziali delle classi agiate. E ci fa regalare la Brexit alla destra. Mentre è vero l'inverso (non il contrario) e cioè che è l'involuzione autoritaria della politica continentale, lo svuotamento progressivo della democrazia sia a livello nazionale, sia a livello europeo ad aver spinto gli inglesi fuori dall'Europa. 
Non è la Brexit che mette in crisi l'Unione europea, ma è la crisi dell'Unione europea a provocare le spinte all'uscita. Come ha scritto prima del voto un lettore della (assai di sinistra) London Review of Books, “La Ue di cui la Gran Bretagna è membro, è la stessa Ue che ha brutalizzato il popolo greco. È la stessa Ue che attualmente, con un piccolo aiuto della Nato, cerca di respingere i disperati rifugiati dalla Siria, dall'Afghanistan, dall'Eritrea e da altrove. È la stessa Ue che sta conducendo trattative segrete sul Ttip (il trattato commerciale transatlantico), sul Ceta (Ue-Canada Comprehensive Economic and Trade Agreement) e Tisa (Trade in Services Agreement), trattati che mirano a rafforzare il ruolo dellecorporations multinazionali e a scalzare le regole che proteggono le persone da esse. I socialisti non dovrebbero scusarsi per lanciare una campagna indipendente e internazionalista contro l'Ue”. 
Resto convinto che se l'Europa non avesse trattato la Grecia come ha fatto, se non avesse dato questa brutale dimostrazione di come si schiaccia una volontà popolare in nome di ragioni sovranazionali, forse il voto inglese sarebbe stato diverso. Non ci rendiamo conto che di quest'Europa è restato ben poco da difendere. Destra e sinistra propongono le stesse politiche, tanto che spesso, come in Italia e in Germania, governano insieme, mentre in Francia la politica di Hollande è indistinguibile da quella di Sarkozy. Non sono i partiti cosiddetti populisti a svuotare la democrazia, ma è lo svuotamento della politica a produrre le scelte elettorali a cui assistiamo. Cosa deve fare un elettore che non la pensa come i benpensanti moderati unanimi gli impongono di pensare? Sono decenni che la sinistra non offre più soluzioni “di sinistra”, ma fa propria la vulgata neoliberista secondo cui l'equità costituirebbe un ostacolo all'efficienza economica (e quindi, all'inverso, l'ingiustizia va ricercata per avere un'economia più “efficiente”). 
Non so se per opportunismo, calcolo, per vocazione o per convinzione, ma Angela Merkel è stata nell'ultimo decennio la regista della più grande controrivoluzione sociale a livello continentale che l'Europa abbia mai visto. L’Ue della Merkel ha fatto a livello europeo quello che alla Thatcher non era pienamente riuscito in ambito inglese: lo smantellamento dello stato sociale, l'annientamento dei sindacati, lo sbriciolamento della sinistra politica. Negli ultimi 10 anni in tutti i paesi, Germania compresa, la diseguaglianza è cresciuta (l'indice Gini è aumentato), in tutti i paesi (Germania compresa) i cittadini delle fasce basse hanno perso potere d'acquisto e hanno visto scemare il loro tenore di vita. Le protezioni sociali sono state smontate, le possibilità di ascensione sociale stoppate. A un numero sempre crescente di giovani è stato letteralmente scippato il futuro. 
Perciò l'unico modo per superare la crisi dell'Europa non è criminalizzare la Brexit, non è tuonare contro i populismi o il ritorno al tribalismo. È infondervi democrazia, è invertire rotta nelle politiche sociali, abbandonare il dogma dell'austerità neoliberista. Solo così saranno sottratti argomenti all'euroscetticismo. A meno di non ritenere che la ricetta giusta fosse quella ironicamente suggerita da Bertold Brecht quando lesse che il segretario generale dell'Unione degli scrittori della Ddr, di fronte ai moti operai del 1953 aveva detto: ”Il popolo ha tradito la fiducia che il governo gli aveva riposto: ora dovrà lavorare il doppio per riconquistarla”. Brecht disse “Non sarebbe più facile se il governo sciogliesse il popolo e ne nominasse un altro?”
(Fonte: MicroMega online) 

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