giovedì 5 marzo 2026

Dopo l’immorale aggressione all’Iran, le macerie! - Alberto Bradanini

 

  1. Fanno difetto le parole se si prova a descrivere le tragedie di cui sono responsabili i due principali stati canaglia dell’universo, Stati Uniti e Israele, il cui ordine di canaglità può essere invertito a piacimento.

Ormai tutto è chiaro, se solo si evita di sedersi davanti alle TV dei regimi occidentali o leggerne i giornali fortunatamente pressoché irreperibili. Eppure, poiché repetita iuvant, prendiamo qui la libertà di riflettere pubblicamente sul dolore del mondo.

La redazione delle nefandezze dei due vetusti capi di governo – D. Trump (80 anni) e B. Netanyahu (77 anni) – richiederebbe un tempo infinito, perché la magnitudine dei loro crimini si perde nella profondità della galassia, in compagnia di quelli dei loro degni compagni: monarchi arabi e non, demonarchie europee e altri camerieri sparsi qua sul pianeta Terra.

La folle guerra di aggressione che il 28 febbraio Israele ha scatenato contro l’Iran, aizzando il suo cane da passeggio, gli Stati Uniti (dominati/ricattati dalla càbala epstiano/sionista) è illegittima (le leggi nazionali e internazionali dovrebbero essere il pilastro della vita collettiva e non utilizzate al posto della carta igienica), disumana (ogni essere vivente, se non si fa servo, viene torturato o ucciso ad libitum), furfantesca (gli Usa, per la seconda volta dal giugno 2025, hanno finto di negoziare, con la pistola puntata sotto il tavolo) e ladronesca (balcanizzare la millenaria Persia, per saccheggiarne le risorse, sottrarle alla Cina/indebolire il Sud Globale, far salire dollaro e petrolio, vendere armi a tutti e via dicendo). È sempre più chiaro che il tossico regime corporativo Usa non ha alcuna intenzione di rinunciare al privilegio di dominare il mondo.

Se qualcuno, di grazia, si chiede la ragione della posizione novantagradesca delle nostre classi dirigenti davanti all’incedere di questi carri mortuari, la risposta è banale: perché altrimenti ti fanno saltare il cervello.

La loro sensibilità alle atrocità della guerra farebbe un significativo salto di qualità se a morire non fossero solo gli altri, vale a dire se potessero anch’essi apprezzare l’amorevole carezza di una bomba che colpisce i figli che giocano in salotto, mentre teneri progenitori preparano la colazione in cucina.

Dopo appena 24 ore dall’inizio della guerra, prendendo a modello Gaza – un massacro disumano che la propaganda Usa-centrica, ma non la storia, tende già a oscurare - le bombe unite di Usa-Israele hanno colpito deliberatamente la scuola di Shajareh Tayyebeh (a Minab, nella provincia meridionale di Hormozgan), uccidendo 174 (sì, cento settantaquattro!) bambine tra i 7 e i 14 anni. Queste bombe liberatorie non puntavano solo a uccidere, ma a spaventare, terrorizzare, sbriciolare la resistenza morale di un popolo intero, colpendone la parte debole e indifesa. Non possiamo vederlo, ma siamo certi che sul cuore di pietra dei colpevoli, se ne hanno uno, è scritto a caratteri cubitali “obbedisco a un ordine disumano perché non sono umano. Sono invece un povero stolto che per guadagnare due soldi mi sono arruolato in un esercito di assassini”.

Israeliani e americani hanno anche ucciso con disinvoltura la Guida Suprema (Rahbar), massima carica politica ma anche religiosa, la seconda autorità più autorevole dell'islam sciita, dopo il Grande Ayatollah Ali al Sistani (che vive a Najaf, Iraq dal 1951). Si tratta di un’indicibile efferatezza, come se fosse stato ucciso il Papa per i cattolici, l’arcivescovo di Canterbury per gli anglicani e via dicendo, nel silenzio dei servi – più o meno cristiani - del padrone atlantico.

  1. Secondo le dichiarazioni iniziali di Trump, l’aggressione all’Iran mira al cambio di regime, mentre in un successivo delirio discorsivo, lo stesso aveva affermato che l’intervento aveva lo scopo di sostenere il popolo iraniano in lotta per la libertà, come lui chiama il fallito colpo di stato del gennaio scorso. Solo chi ha passato l’infanzia su Giove ascoltando la CNN, infatti, crede ancora alla favola dei 30/40.000 manifestanti per la libertà uccisi dalla polizia iraniana: che le pacifiche manifestazioni contro carovita e le difficili condizioni economiche fossero infiltrate per fini eversivi da teppisti al soldo del Mossad (e dunque Cia e Mi6), lo hanno candidamente riconosciuto persino il Jerusalem Post[1] e Mike Pompeo[2] (ex segretario di Stato e direttore della Cia).

Entrando in altri dettagli, il condottiero dal ciuffo biondo-pallido ha poi dichiarato che gli Stati Uniti bombardano l’Iran perché minaccia la sicurezza degli Stati Uniti d’America, alla luce della circostanza che, lo capirebbe anche un asino, Teheran e Washington distano tra loro appena 10.370 km. L’argomento ossessivamente ripetuto dai musicanti della Casa Bianca che l’Iran costituisce una straordinaria minaccia alla sicurezza degli Stati Uniti è ormai utilizzato per rallegrare le feste di compleanno nelle scuole Montessori.

Poche ore fa, invece, Marco il Rubio (di professione Segretario di Stato), smentendo il suo boss, dichiara che l’obiettivo della guerra sarebbe l’eliminazione della forza missilistica iraniana: questo è il nome che il fuoruscito cubano (prima della rivoluzione castrista!) attribuisce al diritto dell’Iran di difendersi dalle bombe sioniste-statunitensi che cadrebbero come fiocchi di neve il giorno in cui Teheran accettasse tale candida capitolazione.

Le ragioni addotte per giustificare una guerra dissennata riflettono invero il disordine cognitivo dei padroni di Washington e dei loro lustrascarpe europei, una nebbia fitta che avvolge menzogne, odio messianico, narcisismo vanaglorioso dei due psicolabili, e dunque un imperialistico nulla strategico che sta portando il mondo sull’orlo del baratro.

La prima conseguenza che emerge all’orizzonte, in apparenza ignorata dai decisori politici, è la possibile escalation nucleare: a possedere l’arma atomica sono infatti diversi attori, Stati Uniti, Israele, Pakistan, Russia e Cina, alcuni direttamente coinvolti, altri in azione dietro le quinte, ma non per questo rassegnati a farsi sopraffare oltre misura. E questa misura non la conosce nessuno. Una seconda paradossale conseguenza è la possibile acquisizione della Bomba da parte iraniana, ciò che, quale apparente paradosso, porrebbe fine alle ostilità. Nessuno infatti minaccia la Corea del Nord, mentre Saddam Hussein, Mohamed Gheddafi e Ali Khamenei rimpiangono dai Campi Elisi di non essere stati più prudenti.

In verità, è sufficiente aprire gli occhi per accorgersi che la guerra è stata pianificata da Israele (lo stesso Marco il Biondo ha ammesso gli Stati Uniti sono intervenuti dopo che Israele aveva iniziato a bombardare[3]) e che gli obiettivi sono i seguenti: a) frantumare il paese, farlo tornare all’età della pietra, come i sionisti hanno fatto a Gaza e stanno facendo in Cisgiordania a beneficio di Israele; b) e) distrarre il mondo in una guerra regionale per consentire a Israele di sbarazzarsi una volta per tutte dei palestinesi, a beneficio dell’espansionismo sionista; c) depredare le immense risorse energetiche iraniane, sottrarle alla Cina, indebolire il Sud Globale; d) produrre e vendere armi, sostenere il corso del petrodollaro, a beneficio dell’Impero; e) continuare a dominare il mondo in rappresentanza di quello 0,1%, per conto del 4,2% della popolazione statunitense rispetto a quella mondiale: una bilanciata distribuzione di ricchezza e potere su cui il resto del pianeta non ha nulla da obiettare, ci mancherebbe!

A proposito, entro un paio di giorni – lo stesso tempo che gli è stato sufficiente per mettere fine alla guerra ucraina – il citato presidente dal ciuffo color Crodino rivelerà al mondo le ragioni per le quali a Israele è consentito accumulare oltre 200 testate nucleari, mentre l'Iran non può disporre nemmeno di una decorosa difesa missilistica e di energia nucleare civile (sotto controllo internazionale, l’Aiea[4]).

Qui di seguito, in ordine sparso, i rei confessi di una tragedia che ha tutte le caratteristiche per diventare una catastrofe colma di incognite: D. Trump e P. Hegseth, quest’ultimo Segretario alla Guerra (si chiama proprio così, da non credere!), la banda occulta dei documenti Epstein (quelli più compromettenti per la cricca al potere non vengono rivelati), pilotati dalle lobby israeliane (Aipac[5] etc.) e dal Mossad con l’assistenza degli evangelici Usa (una setta cristiana che la scienza medica tiene sotto osservazione per la particolarità che hanno i suoi adepti di vivere senza valvole cerebrali); il partito repubblicano e quello democratico, due gocce d’acqua avvelenate; l’ossessione per la guerra di coloro che combattono sdraiati sui divani; i produttori di armi; gli alimentatori di esilaranti dibattiti teleserali; i think tank incaricati di redigere sofisticate enciclopedie belliciste; il complesso militare-industriale-tecnologico-hollywoodiano etc., col fucile puntato contro chi insiste a pensare con la propria testa; la cosiddetta intelligence (Cia, Mi6, Mossad etc.) e infine, in cima alla piramide, la hybris imperiale americana, un regime spietato che i semicolti si ostinano a chiamare democrazia.

Ora, se la guerra ucciderà migliaia di esseri umani, infliggendo enormi sofferenze ai sopravvissuti, a quelle anime inaridite dal vento cosmico non potrebbe importare di meno, mentre il popolo sovrano risulta tragicamente non pervenuto.

  1. Affinché non vi fossero dubbi che il diritto internazionale è davvero morto, basta il ricordo di un ambasciatore israeliano, tale Gilad Erdan, che aveva fatto a pezzi la Carta delle Nazioni Unite durante una riunione dell’Assemblea Generale dell’ONU[6] senza essere preso a pedate dagli inservienti. Del resto, le stesse costituzioni delle cosiddette democrazie vengono ormai utilizzate per incartare il pane.

Tralasciando quelle dei valvassori e valvassini europei, ombre di ombre, la nostra – notoriamente la più bella del mondo, un esempio così che viene in mente a caso - … dovrebbe “ripudiare la guerra (art. 11[7]come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali”, e via dicendo, mentre per misteriose ragioni (si fa per dire) il nostro governo è diventato cobelligerante dalla parte dell’Ucraina, senza che i nostri confini siano minacciati da qualcuno[8].

Giungono voci che anche la Costituzione degli Stati Uniti venga ora stampata in cartaceo pieghevole per impacchettare il pesce nei supermercati Walmart. Sebbene infatti in quel nobile documento sia statuito che è il Congresso, come si addice a ogni democrazia, a decidere sulle questioni che contano, il Caligola della Casa Blanca ha avocato a sé la prerogativa di imporre dazi a tutti i pianeti del sistema solare o dichiarare guerra persino agli abitanti della faccia nascosta della Luna.

Tra una partita a golf a Mar-a-Lago e un’altra nelle sue tenute scozzesi, tale anziano signore fintochiomato in crepuscolo cognitivo trova il tempo di bombardare 6/7 paesi, aggredire barchini di presunti narco-terroristi, sequestrare legittimi presidenti (N. Maduro), aggredire nazioni sconosciute al 99,9 % dei suoi cittadini (Yemen, Iran, Nigeria …), reclamare sovranità su paesi o porzioni di paesi cosiddetti alleati (Canada, Panama, Groenlandia), affamare Cuba, assistere Israele a trasformare Gaza in un immenso cimitero per costruirvi sopra una prigione distopica per i superstiti, sviluppare tecnologie per sorvegliare americani e stranieri, abbracciare ex terroristi tagliagole (al-Jolani), tutto per la maggior gloria dell’America e in vista di un meritato premio Nobel per la pace.

  1. Davanti a tali raffinatezze politiche, giuridiche, etiche ed umane, i coraggiosi governi europei, in compagnia delle cosiddette istituzioni Ue, non si tirano certo indietro. L’emissione di balbettii corali costituisce un toccasana contro i conati di vomito che altrimenti ci soffocherebbero. Resta un mistero insoluto che donne e uomini di tale spessore siano alla guida di nazioni che – a parte violenze, aggressioni, guerre di ogni genere, colonizzazione e via dicendo, che è sempre bene ricordare! – hanno comunque lasciato qualche traccia positiva nella storia dell’umanità. Tralasciando valori oggi introvabili quali etica, giustizia sociale, empatia, pace tra i popoli (ci mancherebbe altro!), i menzionati signori sono genuinamente persuasi di possedere caratteristiche umane, del tipo ragioneintelletto, sensibilità, seppure con qualche inevitabile lacuna.
  2. Per concludere, sotto l'ombrello protettivo dello Stato Canaglia più pericoloso del pianeta, oggi al guinzaglio dello Stato Ebraico, massacratore del popolo palestinese – lo Stato di Diritto, interno e internazionale, viene sostituito dalla Legge della Giungla, quella del più forte, di chi bombarda, uccide, massacra, tortura, distrugge, perché non trova nessuno sulla strada che dica … adesso basta! Ci sia a questo punto consentito di esprimere un dimesso desiderio, vedere lorsignori (si fa per dire) incrociare nel Mato Grosso brasiliano un gruppo di pugilatori occulti praticanti lo sport di prendere a sberle fino allo sfinimento tutti i primati di razza bianca capi di stato avanti con gli anni e un po’ sovrappeso. Che sogno ragazzi! Magra soddisfazione, si dirà, davanti a tante tragedie. Ci sono volte, tuttavia, che si vive anche di questo.

 

[1] https://www.jpost.com/middle-east/iran-news/article-881733

[2] https://www.wionews.com/world/pompeo-mossad-agents-iran-protests-controversy-1767420580748

[3] https://www.theguardian.com/us-news/2026/mar/02/rubio-us-attack-israel-iran

[4] Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica

[5] American Israeli Public Affairs Committee

[6] Il 10 maggio 2024, il citato ambasciatore israeliano ha distrutto con un tritacarte una copia della Carta delle Nazioni Unite per protestare contro la risoluzione (passata con 143 voti a favore, 9 contrari e 25 astenuti) che riconosceva la Palestina qualificata a diventare membro a pieno titolo delle N.U.

[7] “L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali; consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo”.

[8] Si tenga a mente in proposito che se mai Kiev entrasse nella cosiddetta Unione, l’art. 42/7 del Trattato Ue costringerebbe anche l’Italia a entrare in guerra senza fiatare.

da qui

mercoledì 4 marzo 2026

Dissidente iraniana: chi festeggia per le bombe non è un essere umano

 

Le 10 notizie più importanti (e verificate) contenute negli Epstein Files - Enrica Perucchietti

Gli Epstein Files non sono una semplice raccolta di atti giudiziari su abusi sessuali e tratta di minori, ma un archivio che attraversa una ragnatela complessa di relazioni tra finanza, politica, e intelligence. Milioni di documenti restituiscono il profilo di Jeffrey Epstein non come figura isolata, ma come facilitatore e nodo di connessione di un ecosistema di potere globale. Per oltre trent’anni, questa rete ha operato grazie a protezioni giudiziarie, omissioni investigative e silenzi istituzionali. Le desecretazioni del 2025 e, soprattutto, il rilascio del 30 gennaio 2026 hanno prodotto effetti concreti, travolgendo figure ritenute intoccabili e mostrando come il sistema sacrifichi alcune pedine per preservare la propria struttura. Molto è stato detto, scritto e speculato sul materiale emerso: quelle che seguono sono le dieci notizie più rilevanti e verificate, che emergono dal corpus documentale e che si trovano ampiamente analizzate in Epstein Files. I documenti verificati che fanno tremare le élite occidentali.

 

1. La presenza di contenuti violenti

Il 30 gennaio 2026 il Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti ha ammesso ufficialmente di aver escluso dai documenti pubblicati immagini e video che mostrano morte, violenze, abusi sessuali sui bambini e pornografia. Nella stessa occasione ha riconosciuto di detenere ancora oltre due milioni di file “in fase di revisione”.

L’ammissione implica l’esistenza di materiale ben più compromettente rispetto a quello reso pubblico. Tra i documenti pubblicati figurano e-mail che attestano lo scambio di video di torture tra Epstein e l’imprenditore emiratino Sultan Ahmed bin Sulayem, che si è dimesso dai vertici di DP World dopo le polemiche. Il rilascio appare dunque parziale e fortemente selettivo.

 

2. I documenti FBI citano l’ipotesi di legami con l’intelligence israeliana

Un memorandum dell’FBI (FD-1023) riporta la testimonianza di una fonte confidenziale secondo cui Epstein avrebbe operato per l’intelligence israeliana, il Mossad. Non si tratta di una prova giudiziaria, ma l’informazione è agli atti. I files mostrano, inoltre, rapporti stretti e duraturi con l’ex primo ministro israeliano Ehud Barak e con Yehoshua “Yoni” Koren, alto ufficiale dell’intelligence militare israeliana (AMAN) e suo collaboratore diretto, che ha soggiornato per settimane nell’appartamento di Epstein a Manhattan, in almeno tre occasioni tra il 2013 e la fine del 2015.

 

3. Donazioni e flussi finanziari verso nodi centrali dell’ecosistema israeliano

La documentazione fiscale contenuta negli Epstein Files mostra donazioni e trasferimenti economici verso fondazioni e soggetti collegati all’ecosistema istituzionale israeliano. Epstein avrebbe finanziato sia il gruppo Friends of Israel Defense Forces (FIDF) sia il Jewish National Fund (JNF), coinvolto nella gestione dei terreni e nella costruzione di insediamenti, inclusi quelli in Cisgiordania.

 

4. I legami con l’alta finanza globale

Gli Epstein Files ricostruiscono una rete di rapporti con il mondo della grande finanza internazionale. Tra i contatti figurano esponenti di famiglie storiche e dirigenti apicali di importanti istituzioni bancarie, in particolare il gruppo Rotschild. In una mail del 28 febbraio 2026, Epstein scriveva a Peter Thiel vantandosi di essere l’intermediario della famiglia Rothschild: «Come probabilmente sai, rappresento i Rothschild». Un documento del 5 ottobre 2015 indica che la sua società offshore, la Southern Trust Company Inc., aveva siglato un accordo da 25 milioni di dollari con il gruppo Rothschild per servizi di analisi del rischio e algoritmi finanziari. Significativo è anche il caso di Kathy Ruemmler, responsabile legale di Goldman Sachs ed ex consigliera della Casa Bianca, che si è dimessa dopo la pubblicazione delle e-mail che evidenziavano uno stretto rapporto con Epstein, da lei descritto come una figura di riferimento personale.

 

5. Le connessioni con il World Economic Forum

Sono documentati i rapporti di Epstein con figure legate al World Economic Forum, tra cui il CEO Børge Brende e l’intermediario Olivier Colom, di cui sono agli atti mail disturbanti in cui si paragonano le donne a “gamberetti”. Le carte indicano che Brende ha partecipato ad almeno tre cene di lavoro con Epstein tra il 2018 e il 2019 e che vi sono stati numerosi scambi di e-mail, foto e messaggi SMS tra i due. In un’e-mail del 16 settembre 2018, Epstein avanzava delle proposte sul futuro del World Economic Forum (WEF): «Davos può davvero sostituire l’ONU».

 

6. I progetti con Steve Bannon per finanziare la destra sovranista europea

Dai documenti emerge il tentativo di Epstein di collaborare con Steve Bannon per sostenere finanziariamente movimenti e partiti della destra sovranista europea, soprattutto tra il 2018 e il 2019, nel periodo in cui l’ex stratega di Donald Trump cercava risorse, contatti e sponde per iniziative politiche in Europa. I files mostrano discussioni, ipotesi operative e canali di finanziamento transnazionali, anche se molti progetti non si sono concretizzati. Bannon chiese aiuto, nel 2018, per contatti in Europa: «Conosci qualcuno in Europa che voglia controllare il Parlamento europeo e con esso l’UE?», mentre il 5 marzo 2019 scrisse di essere «concentrato sulla raccolta di fondi per Le Pen e Salvini, in modo che possano effettivamente presentare liste complete».

 

7. Epstein come facilitatore di relazioni diplomatiche multilaterali

Gli Epstein Files delineano un quadro di relazioni e mediazioni internazionali che coinvolgono figure come l’ambasciatrice norvegese Mona Juul e l’ex primo ministro Thorbjørn Jagland. Epstein, modificò il testamento due giorni prima della morte, destinando 10 milioni di dollari  ai due figli di Juul. A questo si aggiungono legami finanziari opachi, soprattutto tramite il marito Terje Rød-Larsen (ex alto funzionario ONU, dimessosi nel 2020 proprio per legami con Epstein), che in passato ammise prestiti e donazioni da Epstein al suo International Peace Institute.

 

8. I tentativi documentati, ma falliti, di incontrare Putin

Le e-mail private di Epstein, soprattutto tra il 2010 e il 2018, rivelano una sequenza ripetuta di tentativi falliti di avvicinamento al Cremlino. Il finanziere appare ossessionato dall’idea di incontrare Vladimir Putin, percepito come un interlocutore strategico su investimenti, economia e potere globale. Un ruolo centrale in questi tentativi è attribuito all’ex primo ministro norvegese Thorbjørn Jagland, all’epoca figura influente nei circuiti diplomatici europei. I tentativi non hanno avuto successo, ma la loro esistenza è indicativa dell’ambizione geopolitica del network in cui Epstein si muoveva.

 

9. I contatti con Gates e JP Morgan sui progetti di “previsione” delle pandemie

Tra il 2015 e il 2017, anni che precedono l’esplosione della crisi da Covid-19, compaiono scambi di mail che chiamano in causa Bill Gates e ambienti riconducibili a Epstein e a JPMorgan Chase, in un perimetro di discussione che ruota attorno alla “preparazione alle pandemie”, alle simulazioni di ceppi patogeni e alla costruzione di infrastrutture – anche finanziarie e tecnologiche – per la gestione delle emergenze sanitarie. I documenti mostrano come, ben prima del 2020, una parte dell’élite economica stesse ragionando su scenari pandemici anche in termini di “opportunità” di intervento, investimento e governance.

 

10. Il finanziamento di progetti di clonazione umana ed editing genetico

Infine, gli Epstein Files documentano il sostegno economico di Epstein a progetti di ricerca avanzata nel campo della clonazione umana e dell’editing genetico. A partire dai primi anni 2000, in diverse occasioni, il finanziere di Brooklyn confidò a scienziati e uomini d’affari le sue ambizioni di utilizzare il suo Zorro Ranch, nel Nuovo Messico, come laboratorio in cui alcune donne selezionate sarebbero state inseminate con il suo sperma e avrebbero dato alla luce i “suoi” bambini. Documenti pubblicati rivelano che Epstein stava finanziando un progetto di Bryan Bishop volto a progettare «la nascita di un bambino umano su misura, e possibilmente di un clone umano, entro 5 anni». Epstein appare coinvolto personalmente anche nella sperimentazione di tecniche di editing genetico, tramite il cosiddetto “Venus Project”, del dottor Joseph Thakuria, all’epoca medico e ricercatore affiliato al Massachusetts General Hospital (MGH) e collaboratore del Personal Genome Project della Harvard Medical School.

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lunedì 2 marzo 2026

Votare No al referendum!

Libertà e Giustizia. Dieci ragioni per votare NO al referendum sulla riforma Nordio

Libertà e Giustizia è impegnata nello spiegare i motivi, di forma e di sostanza, per i quali la riforma Nordio è un attacco all’indipendenza della magistratura e non un miglioramento della giustizia. E anzi, di come renda più deboli i comuni cittadini di fronte alla legge. Oltre a essere un rischio democratico complessivo.

  1. La propaganda: la riforma approvata dalla maggioranza viene propagandata – nelle dichiarazioni dei sostenitori del Sì, nelle trasmissioni televisive e sui social, nei manifesti per il Sì che invadono le nostre strade – come “l’occasione per riformare la giustizia”. Niente di meno vero! La legge Nordio interviene sull’organizzazione dell’ordinamento giudiziario e nulla prevede per affrontare – e tantomeno risolvere – i problemi che affliggono il servizio giustizia: non devolve risorse economiche, non pone rimedio alle carenze di organico, non affronta il tema dell’eccessiva durata dei processi, non facilita né semplifica l’accesso alla giustizia. Di questi problemi la legge Nordio non si occupa proprio, eppure vuol far credere il contrario ai cittadini italiani, con una propaganda spudoratamente ingannevole.

Di fronte alle criticità del sistema della giustizia, questo governo si affida ad uno strumento tipico della retorica populista: additare un nemico contro il quale convogliare l’insoddisfazione dei cittadini. Questa volta i capri espiatori sono i giudici, mentre il governo coglie (nelle sue intenzioni) due piccioni con una fava: si disinteressa di problemi complessi e ne addebita la responsabilità ad un potere dello Stato per più versi sgradito.

  1. Il linguaggio: gli esponenti della maggioranza hanno negato con indignazione che la riforma Nordio intenda limitare l’autonomia della magistratura; ma i fatti e le parole degli stessi esponenti dimostrano una costante determinazione a svilire l’operato della magistratura e ad offenderne le istituzioni. La presidente del consiglio non perde occasione per attaccare le decisioni dei giudici, nelle più varie materie, definendole “incredibili”, denunciando presunte “invasioni di campo”, qualificando come “politicizzate” le decisioni a lei sgradite; peraltro senza mai entrare nel merito del perché le decisioni oggetto di critica sarebbero erronee. Sulle dichiarazioni di Nordio andrebbe steso un pietoso velo, tanto risultano insensate e irrispettose; basti pensare ai termini “paramafiosi” e “verminaio” riferiti al Consiglio Superiore della Magistratura, organo presieduto dal Presidente della Repubblica. Tanta ostilità nei confronti della magistratura si spiega solo con l’insofferenza di questo governo per il compito di controllo che alla magistratura spetta anche e necessariamente sull’operato del potere esecutivo.
  2. Il metodo: la legge Nordio, che modifica ben sette articoli della nostra Costituzione (artt. 87, 102, 104, 105, 106, 107 e 110 Cost) è stata approvata dal Parlamento con il voto favorevole della sola maggioranza di centro destra; non è stata in alcun modo oggetto di discussione e condivisione con le opposizioni, come sarebbe doveroso per una legge che modifica profondamente l’assetto istituzionale di uno dei poteri dello Stato. Nessun emendamento è stato possibile; questa modalità è tanto più sorprendente se si considera che non vi era alcuna urgenza di intervenire in maniera tanto divisiva e conflittuale in una materia così delicata! Si tratta, palesemente, una legge “contro”: contro la magistratura e contro la Costituzione.
  3. Nel merito – la “separazione delle carriere”: la riforma Nordio è stata presentata come necessaria per distanziare i giudici dai pubblici ministeri, sulla base dell’assunto indimostrato che i primi tendano ad appiattirsi sulle richieste dei secondi;  ciò risulta fattualmente falso: i dati attestano che le richieste dei PM vengono  respinte dai giudici togati nel 50% dei casi. Dunque, non esiste alcuna pregiudiziale pro-accusa.

Inoltre, le carriere di giudici e PM sono già separate, dal momento che la normative vigente consente ai magistrati di cambiare percorso solo una volta nel corso della vita professionale, nei primi dieci anni di attività. E questi spostamenti riguardano ogni anno meno dell’1% dei magistrati. Anche questo argomento a favore della riforma Nordio si dimostra infondato.

Del resto, perché mai il cittadino dovrebbe essere contento di un assetto che veda il pubblico ministero  più autoreferenziale, distante dalla cultura giurisdizionale che, oggi, gli impone di cercare  la verità giudiziaria, una sorta di super poliziotto concentrato solo sull’accusa?

  1. Nel merito – il sorteggio: l’obiettivo fondamentale della legge Nordio è scardinare il sistema di autogoverno della magistratura, disciplinato dagli articoli 104 e 105 della Costituzione e posto a tutela della sua indipendenza. La riforma prevede  di spaccare in due il Consiglio Superiore della Magistratura: uno per i giudici e uno per i PM; ma la volontà di umiliare e depotenziare la funzione dell’autogoverno emerge platealmente dalla modalità indicata per la selezione dei membri dei due CSM: essi verrebbero sorteggiati tra tutti gli appartenenti alla magistratura, anziché eletti come avviene oggi. Come avviene oggi – si badi – per tutti gli organi di autogoverno delle professioni e per le associazioni professionali: per gli avvocati, per i medici, per i commercialisti, per le associazioni degli imprenditori e delle banche. A quando il sorteggio per i Consigli dell’Ordine degli Avvocati? O per il direttivo di Confindustria o di ABI? E’ evidente che la previsione del sorteggio rappresenta uno sfregio, peraltro dalle conseguenze pericolose: gli ipotetici sorteggiati non dovrebbero rendere conto a nessuno delle loro attività e decisioni: non ai loro elettori, non ad una associazione di categoria. E non vi sarebbe alcuna garanzia circa la loro competenza e esperienza. Un’idea balzana, a dire poco.
  2. Nel merito – l’Alta Corte: non paga dello scempio, la riforma Nordio prevede che il potere disciplinare venga sottratto ai CSM e affidato ad una Alta Corte di nuova istituzione. La prima considerazione è che la previsione viola  l’art. 102 della Costituzione, il quale  vieta l’istituzione di giudici speciali, come sarebbe questo; la sola deroga prevista riguarda le sentenze dei tribunali militari in tempo di guerra, estenderla alle decisioni sui  magistrati in tempo di pace sembra davvero oltraggioso! Inoltre, la riforma prevede che le decisioni dell’Alta Corte siano impugnabili solo davanti alla medesima, in violazione del principio dettato dall’art. 111 Cost in base al quale  contro  le sentenze è sempre ammesso ricorso in Cassazione.

Con questa riforma i magistrati sarebbero i soli per i quali il potere disciplinare verrebbe devoluto ad un organo esterno, sottraendolo alla valutazione dei pari, come invece  succede per tutte le categorie professionali.

  1. Il contesto – le leggi di attuazione: la riforma Nordio, se approvata in sede di referendum, dovrà essere attuata o integrata mediante una serie di leggi ordinarie, che il governo sta già predisponendo ma del cui contenuto nulla sappiamo. E’ però già emersa, nelle parole di un esponente di primo piano del governo, la volontà di sottrarre ai Pubblici Ministeri il controllo della Polizia Giudiziaria, mediante legge ordinaria, una volta che la riforma Nordio fosse definitivamente approvata. Si tratta di un obiettivo che suggella la volontà del governo di incidere direttamente sull’esercizio dell’azione penale: se la Polizia Giudiziaria dipende dal governo, è questo che decide quali reati perseguire e quali no. Con le conseguenze in termini di uguaglianza di fronte alla legge che è facile immaginare.
  2. Il contesto – il progetto politico: è ormai ben chiaro che l’attuale maggioranza di governo si propone di stravolgere l’assetto istituzionale della nostra Repubblica: l’autonomia differenziata mira a frammentare e dividere l’unità nazionale, a dispetto della retorica nazionalista vuota di contenuti con la quale la destra si riempie la bocca; la riforma Nordio mira a intimidire la magistratura e ridurla alle dipendenze del governo; il cd “premierato” mira a rafforzare ulteriormente il potere esecutivo, in una situazione nella quale già oggi le decisioni vengono prese mediante decreti che  il Parlamento è chiamato a ratificare, grazie all’uso spropositato del voto di fiducia. La destra vuole insomma “costituzionalizzarsi”, disfacendo l’equilibrio tra i poteri disegnato dalla Costituzione vigente.
  3. Il contesto – il ruolo della magistratura: l’attacco scomposto alla magistratura  che l’attuale governo porta avanti è particolarmente odioso se solo si pone mente al ruolo decisivo che i giudici hanno ricoperto e tuttora ricoprono nella lotta al terrorismo rosso e nero e nel contrasto alla criminalità organizzata, per la quale hanno pagato un prezzo immenso in termini di vite.
  4. Conclusione: alla luce dell’inconsistenza degli argomenti di merito a favore della riforma Nordio, ciò che diviene sempre più evidente è che il governo, nella campagna a favore del Sì,  è mosso principalmente da ostilità nei confronti della magistratura: ha infatti operato, sia quanto al metodo che quanto ai toni usati, una forzatura ingiustificata e controproducente, esasperando il conflitto e formulando nei confronti dei giudici accuse infondate.

E dunque: votiamo NO per difendere la nostra Repubblica e la nostra Costituzione!

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Per un No sociale - Italo Di Sabato

Il referendum sulla giustizia (22-23 marzo) non è una questione tecnica né una disputa tra addetti ai lavori. È un passaggio politico e costituzionale decisivo, perché in quella scheda si concentra un’idea di Paese. La posta in gioco è stata chiarita con una franchezza brutale quando Giorgia Meloni ha detto che vuole giudici che remino nella stessa direzione del governo. Non è un’uscita infelice: è un programma. È l’idea che il controllo sia un ostacolo, che la separazione dei poteri sia un intralcio, che l’autonomia della giurisdizione sia un problema. È un attacco a uno degli architravi della Costituzione: il principio per cui il potere esecutivo non può pretendere obbedienza dagli altri poteri dello Stato.

Per questo il referendum non riguarda solo la magistratura e non riguarda solo la politica. Riguarda la democrazia. Riguarda la libertà. Riguarda la possibilità stessa che esistano limiti al potere di chi governa. E riguarda, soprattutto, la possibilità che chi sta in basso possa difendersi, parlare, dissentire, organizzarsi, lottare. In questo passaggio, sconfiggere il governo non è una formula propagandistica: è un obiettivo democratico concreto, da praticare e far crescere in ogni ambito sociale, politico e culturale. Perché ciò che è in corso non è un normale ciclo politico, ma una torsione profonda: un tentativo di riscrivere i rapporti tra cittadini e istituzioni, tra diritti e forza.

Questo governo è espressione limpida di interessi neocorporativi e di classe. Il suo progetto economico e sociale produce disuguaglianze, concentra ricchezze, restringe il welfare, sposta risorse verso la spesa militare e la logica di guerra, riduce gli strumenti democratici di partecipazione e controllo. Ma un simile progetto non può reggersi solo sulla persuasione. Per far inghiottire a milioni di persone precarietà, lavoro povero, tagli ai servizi, aumento delle disuguaglianze e insopportabile concentrazione della ricchezza serve una leva più antica e più brutale: la repressione.

È qui che la svolta sicuritaria mostra la sua vera natura. Non è una deviazione, non è un eccesso, non è un incidente. È un metodo di governo. L’attacco alla Costituzione e ai diritti si regge su due logiche complementari: la deregolarizzazione dei poteri forti e l’iper-regolamentazione dell’opposizione sociale e dei soggetti deboli. Se ai potenti tutto è permesso, la libertà dei subalterni si riduce. E infatti, mentre si garantiscono spazi sempre più ampi di impunità di fatto a chi sta in alto, si costruisce una rete di norme, reati, aggravanti, decreti e dispositivi emergenziali che colpiscono chi sta in basso e chi prova a contestare. Il decreto sicurezza, come altre misure di questi anni, non è la risposta a un’emergenza reale: è un tassello di un disegno repressivo. L’obiettivo è instaurare, sulle ceneri dello Stato di diritto o di quel poco che ne resta, uno Stato di polizia fondato sulla legislazione d’emergenza permanente.

La criminalizzazione del dissenso non è un effetto collaterale: è il cuore del progetto. Nuovi reati, pene più alte, resistenza non violenta trasformata in reato, carcere usato come strumento di disciplina sociale, decreti contro le Ong, persecuzione della povertà, caccia ai senzatetto, limitazione sistematica della libertà di manifestare e di confliggere. Il messaggio è semplice e spaventoso: se non hai potere economico e mediatico per contare, e provi a contare nelle strade, verrai punito. Il diritto penale viene trasformato in un dispositivo di disincentivo al conflitto sociale. La paura diventa linguaggio di governo. La rassegnazione diventa obiettivo politico. Gli spazi della democrazia collettiva vengono ristretti con la forza.

Dentro questo quadro, la riforma della giustizia non è una misura isolata. È uno snodo centrale, perché mira a stabilire la supremazia dell’esecutivo sull’esercizio della giurisdizione. Vuole orientare e controllare il lavoro dei magistrati e assoggettare i pubblici ministeri al potere politico. La storia dimostra che un simile rapporto tra politica e magistratura si risolve sempre a favore dei poteri forti e a scapito dei soggetti socialmente ed economicamente più deboli. È un meccanismo che non produce “ordine”: produce obbedienza. E produce selezione sociale della repressione. Perché in un Paese in cui lo Stato penale cresce e lo Stato sociale arretra, la giustizia non colpisce mai allo stesso modo. Colpisce chi non ha protezioni, chi non ha risorse, chi non ha accesso ai grandi strumenti della comunicazione e del potere.

Garantismo e antipenalismo

Per questo affrontare il rapporto tra politica e giustizia è imprescindibile. Ma va fatto nel modo giusto, riportando al centro garantismo e antipenalismo, non come bandiere di parte e non come alibi, ma come principi costituzionali. Il garantismo non è un favore ai potenti. È la condizione minima perché la giustizia sia uguale per tutti. È ciò che limita gli errori giudiziari. È ciò che impedisce che il processo diventi una forma di punizione anticipata. È ciò che rende la giustizia un servizio ai cittadini e non uno strumento nelle mani dei poteri forti, come troppo spesso è accaduto. Solo assicurando a tutti il diritto di difesa, l’effettiva parità processuale, la terzietà del giudice e una durata ragionevole dei processi si può superare davvero l’attuale conflitto tra politica e magistratura. E solo così si può difendere la democrazia da una deriva autoritaria.

Dire No, però, non significa difendere lo status quo. Non significa idolatrare la magistratura. Non significa aderire alla narrazione secondo cui il processo penale sarebbe lo strumento naturale del cambiamento politico e morale del Paese. Quella idea, che ha attraversato decenni di storia italiana, è stata una delle cause profonde della trasformazione dello Stato sociale in Stato penale. Ha alimentato l’antipolitica e ha legittimato la scorciatoia per cui, di fronte a problemi sociali e politici, si invoca la repressione e si delega alla giustizia ciò che dovrebbe essere affrontato con diritti, politiche pubbliche, redistribuzione e partecipazione. In quelle stagioni, chi sosteneva che il processo penale dovesse restare un accertamento di reato e non uno strumento di lotta politica è stato emarginato. Eppure aveva ragione. Da quella rimozione è nato un senso comune tossico: che la giustizia debba essere dura, esemplare, vendicativa; che la garanzia sia un intralcio; che i diritti siano un lusso; che la libertà sia sospetta. Oggi paghiamo quella storia. E se non la guardiamo in faccia, la nostra critica sarà formale, sterile, incapace di cogliere la posta in gioco. Non basta dire che questa riforma è sbagliata. Bisogna dire che è sbagliata dentro un disegno più ampio di politiche sicuritarie, di criminalizzazione del conflitto sociale, di uso del diritto penale come governo della paura. O si critica nella sua interezza la finalità repressiva degli interventi legislativi del governo, o la critica resterà un esercizio retorico. E si finirà, ancora una volta, intrappolati nella falsa alternativa tra due blocchi speculari: da una parte chi vuole piegare la magistratura al governo, dall’altra chi usa la magistratura come surrogato della politica e come clava morale, oscillando tra “legge e ordine” e “giustizia esemplare” a seconda del bersaglio. Bisogna rifiutare entrambe le strade.

Questo No deve essere un No sociale, perché ciò che viene colpito non è solo un principio astratto ma la carne viva del conflitto democratico. È un No che parla a chi sciopera, a chi occupa, a chi blocca una strada perché non ha altri strumenti, a chi difende la casa, il lavoro, il territorio, l’ambiente, la scuola pubblica, la sanità. È un No che parla a chi vive precarietà e povertà, a chi subisce fogli di via, denunce, misure preventive, processi costruiti per logorare, isolare, intimidire. È un No che sa che lo Stato di polizia non nasce all’improvviso: nasce quando la repressione diventa normale, quando l’emergenza diventa permanente, quando la libertà viene trasformata in sospetto.

La libertà è conflitto

Non si può ignorare che tutto questo si inserisce in un disegno unitario: la modifica costituzionale sul premierato, che stravolge la forma di governo; la rottura dell’unità del Paese con l’autonomia differenziata, che minaccia i diritti fondamentali; e, in parallelo, l’espansione dello Stato penale, con un governo tra i più giustizialisti degli ultimi anni, capace di istituire decine di nuovi reati e di inasprire continuamente il quadro repressivo. È un progetto complessivo: restringere la democrazia, ridurre i diritti, rafforzare l’esecutivo, punire il dissenso.

Siamo in un passaggio storico in cui la forza si scaglia contro il diritto con la determinazione di contendergli ogni spazio. Non sarà un passaggio breve. E proprio per questo non possiamo essere ingenui. Pensare che questa riforma serva solo a dividere le carriere è un errore. La separazione è stata di fatto già avviata da riforme precedenti, a Costituzione invariata: ormai non c’è più nulla da separare. Qui il punto è un altro: il tentativo di trasformare la giustizia in una funzione subordinata al governo e, insieme, di consolidare un clima politico e culturale in cui il diritto penale diventa la lingua con cui lo Stato parla ai cittadini.

Per questo il No non può essere solo difensivo. Deve essere anche propositivo. Bisogna lavorare a una riforma vera della giustizia che faccia uscire il Paese dall’emergenza infinita e dal panpenalismo dilagante. Una riforma che riduca drasticamente l’area del penale, dimezzi reati e pene, restituisca centralità al diritto di difesa, garantisca davvero la durata ragionevole dei processi, riaffermi la terzietà del giudice, sottragga la giustizia alla propaganda e all’uso politico. Questa è la direzione democratica. Non l’ennesima torsione autoritaria. Non la trasformazione del pubblico ministero in un funzionario al servizio dello Stato di polizia. Non la normalizzazione dell’eccezione.

Dire No significa non accettare un Paese in cui la protesta sociale diventa reato, in cui la povertà viene perseguita e la ricchezza viene protetta. Dire No significa rifiutare lo Stato penale e rivendicare lo Stato sociale. Significa difendere una democrazia in cui la libertà non sia scambiata per sicurezza e in cui la sicurezza non sia usata come pretesto per reprimere. La libertà è conflitto, diritti, garanzie. E oggi difenderle significa costruire un fronte antipenalista largo, determinato, popolare.

Un No sociale, un No costituzionale, un No contro le politiche sicuritarie. Un No per la democrazia, per la giustizia uguale per tutti, per il diritto di dissentire.

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Repressioni fantastiche e dove trovarle: perché votare “NO” - Mario Di Vito

Giorgia Meloni vuole un esecutivo che non risponda a nessuno, né al parlamento, né ai giudici, né all’opposizione. Se vincesse il Sì, sarebbe un passo in più verso l’oppressione totale. Votare No rappresenta una difesa possibile dei diritti fondamentali

Il punto non è la separazione delle carriere. Non è nemmeno il Consiglio superiore della magistratura. Anzi, possiamo arrivare a dire che il referendum costituzionale del 22 e 23 marzo non riguarda nemmeno la giustizia. Non più di tanto.

La riforma – passata per le vie parlamentari a una velocità che non ha precedenti nella storia repubblicana – si presenta al dibattito pubblico italiano come un regolamento di conti, lo scontro finale di una guerra che durerebbe da un trentennio. Più o meno da Mani pulite, a torto a ragione ritenuto evento fondativo dell’era delle ingerenze dei giudici nella politica. Questo elemento c’è, e probabilmente è quello considerato più importante dai sostenitori del “Sì”, insieme alla banale evidenza del fatto che le riforma costituzionali si fanno sempre perché non costano niente.

Mettere mano alla sanità o alle pensioni ha infatti una ricaduta sul bilancio, con tutti i problemi che ne conseguono. Cambiare la Carta no, vale pochi spiccioli appena.

E però non possiamo non leggere questa riforma nel contesto più generale dell’ingrossamento del codice penale che il governo Meloni porta avanti da quando si è insediato: più reati, più aggravanti, più galera, più facce feroci. Non più polizia però, bizzarramente. Assumere agenti, come sopra, ha un costo, quindi ogni tre che vanno in pensione se ne riprende forse uno. Ma il tema della sicurezza, si sa, è un fatto per lo più di percezione – i reati sono in calo da decenni – quindi la tesi è che basti urlare al cielo che si è pronti a procedere con la massima durezza contro la devianza e la marginalità (i tratti infantili di un sistema che si pretende perfetto) per veder crescere i sondaggi, anche se poi il peso della forza pubblica dispiegabile diminuisce di giorno in giorno.

Qualche tempo fa il ministro Nordio ha rivendicato che il famoso decreto rave, a tre anni dalla sua entrata in vigore, non ha prodotto manco una condanna. Sarebbe effetto della deterrenza, secondo lui, ma pensare che dal 2022 in Italia non si facciano più feste “illegali” è un’evidente assurdità, quindi si può concludere che quel reato alla fine si è rivelato inutile.

Un altro esempio: lo scudo penale per gli agenti di polizia – cioè la loro iscrizione in un registro diverso da quello dei comuni mortali – non avrebbe cambiato nulla della storia dell’omicidio di Abderrahim Mansouri a Rogoredo. L’assistente capo Carmelo Cinturrino sarebbe stato arrestato lo stesso.

Tutto questo per dire che il problema non è “il come”, ma “il perché”. Giorgia Meloni ha evidentemente in testa una repubblica diversa da quella (pur molto imperfetta) che abbiamo adesso e che dovrebbe basarsi sullo strapotere di un esecutivo che non risponde a nessuno – non al parlamento, non ai giudici, non agli oppositori, nemmeno alla realtà – se non al popolo che l’ha messo lì.

Questo referendum ha un ché di plebiscitario: la maggioranza si è votata da sola un testo da sottoporre [alle e, ndr] agli abitanti della nazione per farselo confermare. Gli ultimi sondaggi, per quel che valgono, ci dicono che il piano potrebbe non funzionare (il Paese pare quantomeno diviso), ma tutto per mesi ha remato in quella direzione: anche la volontà di votare il prima possibile, onde evitare una campagna che avrebbe visto – come in effetti sta vedendo – la pressoché inevitabile rimonta dei contrari.

Meno si discute e più si passeggia sereni sulla strada di un consenso costruito a colpi di propaganda. All’inizio, nel quesito referendario, nemmeno erano indicati gli articoli della Carta che cambierebbero (sono sette, non pochi) e lo scopo era sempre lo stesso: sorvolare sul dibattito, evitare le discussioni più complesse, giocare a dire che in fondo non sta succedendo niente. Soltanto una decisione della Cassazione in seguito a un ricorso ha fatto sì che chi andrà a votare potrà anche sapere su cosa lo starà facendo, per la cronaca.

Ma cosa significa separare le carriere dei magistrati requirenti da quelli giudicanti? Significa sottomettere la giurisdizione al governo. Così è in tutti i Paesi in cui vige la separazione (con correttivi e accorgimenti di solito in linea con la storia politica locale), così sarà anche in Italia.

Pure se, come dicono i legulei del Sì, questo non sta scritto da nessuna parte nel testo della riforma. Ma anche in Venezuela, per dirne uno qualunque, la magistratura è “autonoma e indipendente”, solo che poi Alberto Trentini lo libera la presidente Delcy Rodriguez, mica il giudice di Caracas.

Questa sottoposizione si può fare in maniera semplice, con un tratto di penna. Basta togliere al pubblico ministero il ruolo di coordinamento della polizia giudiziaria. Il vicepremier Tajani ha di recente avuto modo di dire che bisognerebbe proprio farlo. Meloni, all’indomani degli arresti per gli scontri di Torino al corteo per Askatasuna, si era spinta un po’ più in là e aveva fatto lei il capo d’accusa: tentato omicidio. Alla faccia della terzietà del giudice: con quanta serenità d’animo la Gip avrà assunto le decisioni che ha assunto sui fermati, mentre aveva sul collo il fiato pesante di una premier che già aveva deciso qual era la cosa più giusta da fare?

La parte della riforma sul Consiglio superiore della magistratura – l’organo di rilievo costituzionale di governo autonomo delle toghe – serve a puntellare questo desiderio di limitare il contropotere della giurisdizione. Sdoppiare il Csm – uno per i giudici e uno per i pm – vuol dire dimezzarne la forza: è aritmetica. Togliergli la competenza disciplinare (una sezione serve proprio a decidere le eventuali sanzioni per i magistrati che, per dolo o negligenza, si comportano in maniera sbagliata) e affidarla a un tribunale speciale – un’Alta corte la cui composizione risulta ancora misteriosa – è rompere l’autonomia di un potere dello Stato. Sorteggiare i consiglieri, infine, è un’umiliazione e basta: persino un tiro di dado vale di più delle idee di chi indossa la toga.

Ma il vero rischio, quello che dovrebbe spaventare sul serio, è che in questo modo il pubblico ministero assurgerebbe al livello di accusatore senza altro compito che perseguire i cattivi soggetti. Una falange di 2.000 super poliziotti che solo quello devono fare: prima punire e poi sorvegliare. Per paradosso, in una situazione così, un controllo politico finirebbe con l’essere addirittura auspicabile.

E così, pur nella consapevolezza che il sistema giudiziario abbia già da adesso dei tratti inquietanti, che di inchieste sbagliate, di teoremi, di persecuzioni, di processi politici ne esistono a bizzeffe, il futuro che si presenterebbe con una vittoria del Sì appare ancora più fosco. Votare No non è una scelta di conservazione dell’esistente, ma una difesa possibile dei diritti fondamentali. Un passo necessario, non una scelta di vita. Perché lo vediamo tutti i giorni quello che il governo fa e non ci sono motivi per ritenere che, in mezzo a una serie di provvedimenti da Stato di polizia, ce ne sia uno – la riforma costituzionale – che invece è un capolavoro di democrazia e liberalismo.

Al contrario, è un passo in più verso l’oppressione totale.

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89 anni fa la strage degli etiopi, l’Italia non ha mai chiesto scusa. Neppure Meloni - Mario Pizzola

 

Il 19 febbraio è un giorno di lutto per l’Etiopia. E’ il giorno che ricorda gli eccidi compiuti dagli italiani durante la dominazione fascista. Ma l’Italia non ha mai chiesto scusa per quelle stragi né ha mai fatto i conti con il suo passato colonialista in Africa. Una storia di sopraffazione e di violenza che è stata sempre rimossa dai nostri governanti.

A questa tradizione si è attenuta anche la premier Giorgia Meloni che nei giorni scorsi è stata ad Addis Abeba per il secondo vertice Italia-Africa e dove ha avuto colloqui con il primo ministro etiope Abiy Ahmed Ali. Nessun accenno, neppure questa volta, al nostro passato razzista e ai nostri crimini coloniali.

La rimozione è iniziata subito dopo la fine della Seconda guerra mondiale. A differenza dei crimini nazisti che, con il Processo di Norimberga, hanno visto non solo la punizione dei colpevoli ma anche l’occasione per una riflessione collettiva su quel tragico periodo storico, nulla di simile è avvenuto nel nostro Paese. 

Nella Conferenza di Pace di Parigi del 1946 la delegazione italiana, guidata dal presidente del consiglio Alcide De Gasperi, cercò inutilmente di ottenere la restituzione all’Italia delle sue colonie del periodo prefascista – Eritrea, Somalia e Libia – come riconoscimento e compenso del contributo del nostro Paese alla sconfitta del nazifascismo.

Secondo il governo italiano andava fatta una distinzione tra l’avventura fascista e il dominio coloniale precedente perché quest’ultimo, attraverso gli investimenti economici, avrebbe favorito il progresso delle colonie, accreditando l’Italia come il Paese più capace a condurre il Corno d’Africa verso l’autogoverno. 

La delegazione etiopica non si limitò ad opporsi alle rivendicazioni territoriali dell’Italia ma chiese che venissero processati per crimini di guerra molti esponenti militari e politici della dittatura fascista che si erano resi responsabili di stragi orrende durante la dominazione coloniale.

Ma la richiesta degli etiopi venne respinta dalle potenze vincitrici, soprattutto dagli angloamericani che vedevano in alcuni personaggi, come il generale Badoglio, un possibile baluardo per la lotta al comunismo.

Gli etiopi ridussero allora le loro richieste, limitandosi a presentare alla Commissione delle Nazioni Unite per i crimini di guerra solo dieci casi, tra i quali emergevano i nomi di Pietro Badoglio, Rodolfo Graziani, Guido Cortese ed Enrico Cerulli, ovvero le personalità più direttamente coinvolte negli eccidi. 

Ma la Commissione delle Nazioni Unite, pur riconoscendo l’accuratezza della documentazione presentata dagli etiopi, accettò la richiesta di estradizione solo per Badoglio e Graziani. Il primo era accusato di aver impiegato armi chimiche vietate dagli accordi internazionali. Il secondo di aver scatenato una brutale repressione attraverso la quale furono massacrati migliaia di civili inermi.  

Si era intanto arrivati al 1949. Tutto lasciava sperare che almeno i principali responsabili fossero sottoposti a processo. Ma il governo italiano respinse la richiesta di estradizione e così nessuno ha mai pagato per quei crimini.

Pietro Badoglio morì per un attacco di asma nella sua casa a Grazzano il 1° novembre 1956 e gli vennero riservati anche i funerali di Stato. Rodolfo Graziani, invece, venne processato ma non per gli eccidi in Etiopia bensì per aver collaborato con l’esercito occupante tedesco dall’8 settembre 1943 fino al termine del conflitto nella sua qualità di Ministro della Guerra della Repubblica di Salò.

Condannato a 19 anni di carcere, Graziani se ne vide condonare subito 13, ma scontò solo quattro mesi in quanto venne conteggiato il periodo della carcerazione preventiva. Tornato alla vita civile Graziani continuò a professare le sue idee fasciste e nel marzo del 1953 ebbe come riconoscimento la presidenza onoraria del MSI.

Ma quali furono i crimini commessi dagli italiani in Etiopia? Le Forze Armate italiane, agli ordini di Badoglio e su espressa autorizzazione di Mussolini, utilizzarono ampiamente il gas iprite vietato dal Protocollo di Ginevra del 1925. A Badoglio è attribuita la responsabilità di aver ordinato almeno 65 bombardamenti all’iprite per un totale di oltre mille bombe C-500-T. Inoltre, Badoglio era accusato di aver bombardato ospedali della Croce Rossa.

Quella che è passata alla storia come “la strage di Addis Abeba” avvenne il 19 febbraio 1937. Quel giorno ci fu un attentato della resistenza etiope che aveva come obiettivo il viceré d’Etiopia Rodofo Graziani. L’attentato provocò sette morti e circa cinquanta feriti. Graziani si salvò ma rimase seriamente ferito. 

La reazione fu spietata. Il segretario federale del partito fascista Guido Cortese, che aveva sostituito Graziani in quanto in ospedale, fece distribuire armi a tutti gli italiani incitandoli alla mattanza. Gli etiopi vennero trucidati con tutti i mezzi a disposizione: a fucilate, con impiccagioni e a colpi di bastone, ma anche legati ai camion e trascinati lungo le strade. Molti, tra cui anziani, donne e bambini morirono bruciati vivi nelle loro capanne date a fuoco. Si calcola che le vittime furono tra le 20 e le 30.000.

A questa strage seguì quella compiuta nella città santa di Debrà Libanos. Qui, su ordine di Graziani, vennero massacrati i monaci cristiani di osservanza copta, solo perché sospettati di aver protetto gli attentatori del 19 febbraio. Le esecuzioni sommarie vennero attuate dal generale Pietro Maletti al quale furono intitolate delle strade in diversi Comuni italiani, rimosse solo da pochi anni. Il numero dei monaci uccisi non è certo ma si calcola che furono tra 1400 e 2000. 

Alcuni ministri italiani della Difesa, come Roberta Pinotti e Lorenzo Guerini, avevano assunto l’impegno di rendere omaggio alle vittime dei crimini italiani in Etiopia ma non se n’è fatto nulla. Niente scuse, dunque, né risarcimenti, né restituzione dei beni artistici che furono rubati agli etiopi dall’esercito italiano. La memoria di quell’epoca sanguinosa continua ad essere velata, se non apertamente oscurata, anche nella Repubblica democratica ed antifascista di oggi.

Ma c’è chi invece, stando al governo, mantiene viva la memoria dell’Italia fascista e coloniale che fu. Come l’attuale ministro dell’agricoltura Francesco Lollobrigida, ex cognato di Giorgia Meloni, che nell’agosto del 2012 prese parte ad Affile, in provincia di Roma, all’inaugurazione del mausoleo dedicato a Graziani e sul quale campeggia la scritta “Patria – Onore”. Nell’occasione Lollobrigida non seppe nascondere la sua ammirazione per il “Maresciallo d’Italia” affermando che per lui, e non solo per lui, Graziani (detto anche “il macellaio del Fezzan”) sarà sempre “un punto di riferimento”.

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domenica 1 marzo 2026

La coscienza non è in vendita - Antonio Cipriani

Neanche il tempo di accendere la Tv e sul Tg2 c’è un esperto della Fondazione Med Or, quella inventata dai venditori di strumenti da guerra di Leonardo, presieduta da Marco Minniti. Con fare sussiegoso spiega i vantaggi dei bombardamenti israeliani e americani sull’Iran. Ovvio, dice il barbiere. Chi vende armi ha bisogno di chi, scientificamente, le propaganda e promuove come fossero fiori di campo della democrazia sparati col cannone dell’imperialismo. E le guerre, da che mondo è mondo, sono giuste, se a deciderlo sono quelli che ammazzano, depredano, devastano. Lo sono meno se viste dal punto di vista di chi resta sotto le macerie di una scuola bombardata dai missili israeliani e a stelle a striscia. O dal punto di vista dei morti innocenti che non potranno neanche cantare le lodi dei criminali, nonostante questo sia il gioco.

Perché il sussiegoso esperto della fondazione di Leonardo, armi ed affini, non mette in dubbio il diritto di chi ha un arsenale straordinariamente potente e mortale di potersi esercitare sulla povera gente e contro uno stato sovrano. No, l’ovvio per certi fenomeni mediatici è ovvio. La domanda che sorge spontanea nell’esperto è: sapranno gli iraniani schiavi sollevarsi grazie a questa occasione bombardata loro dagli esportatori belluini di semi di libertà?

L’imperialismo funziona così. I media sono complici, sono strumenti paramilitari in tempi di guerra e anche in tempi di pace. I nostri grandi quotidiani riportano da settimane, senza porsi un dubbio, le veline di Trump, di Rubio e dell’Idf che, evidentemente, per il nostro governo e per i media che ne supportano le posizioni pavide, rappresentano legge scritta sulla pietra.

Così funziona il potere. Germoglia sul terreno fertile delle menzogne.

Ma noi perché ci soffriamo di fronte al mentire plastico e classico del sistema di potere capitalista, suprematista e fondamentalista religioso? La colpa è dei nostri padri. Avevano tempo da perdere, meno salottini televisivi, zero social, quindi ci raccontavano della guerra, della fame, della crudeltà naziste, del collaborazionismo dei fascisti, delle battaglie sindacali, della libertà. Ci parlavano di quanto fosse deprecabile la schiavitù, di come l’ingiustizia sociale fosse un male e di come ogni discriminazione fosse inaccettabile. Ci hanno fatto crescere con senso critico e senso di giustizia, credendo che la legalità internazionale fosse una conquista della storia.

Poi niente. Il tracollo. Tutti sanno tutto, tutti scrollano da mattina a sera sul telefonino dopo aver passato decenni a guardare la tv. E nessuno capisce più quello che accade. Un’accettazione passiva ha sostituito la coscienza che frigge di fronte all’ingiustizia.

Pazienza. Continueremo a batterci per la bellezza, la giustizia sociale e la libertà. Ed anche a detestare i criminali, gli sfruttatori, i mentecatti obbedienti dei media, gli esperti pacifisti a libro paga dei venditori di armi, quelli che non pensano più perché è fatica: chi ha rinunciato a difendere i diritti di tutti per quieto vivere, o chi non lo fa per piccole ottuse convenienze.

La coscienza non si vende al mercato mediatico degli sciacalli.

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