sabato 21 marzo 2026

L'opzione “simul stabunt” di Trump contro l'Europa - Giuseppe Masala

 

A dare il segno che qualcosa non stava andando per il verso giusto nell'operazione militare israelo americana contro l'Iran, era stata la “folle” dichiarazione di Trump che chiedeva aiuto ai suoi storici alleati europei (ma anche al Giappone e all'Australia) per riaprire lo Stretto di Hormuz alle petroliere e alle gassiere dirette verso l'Occidente dalle Petro-monarchie del Golfo.

Immediatamente - e all'unisono - tutti gli alleati degli americani avevano risposto picche rendendosi conto che la missione richiesta dagli statunitensi era da ritenersi suicida o quasi. Un vero e proprio fuoco di sbarramento che aveva indispettito non poco dalle parti di Washington, basti pensare al falco Luttwak che con un tweet raggelante che evocava la vendetta americana contro la Meloni, rea di non aver assecondato  i desiderata di Trump, si spingeva sino al punto di paragonare la Premier italiana al Premier giapponese Abe, ucciso in un attentato mai del tutto chiarito. Certo può essere un grave infortunio verbale non voluto; ma in un tweet di una persona di alto rango, non si può  evocare la vendetta e anche fare un parallelo con un politico assassinato! Segno questo, comunque degli animi surriscaldati presenti nella élite statunitense.

Ieri sera, improvvisamente, e assolutamente fuori agenda, la Premier giapponese Sanae Takaichi è volata a Washington per non meglio precisati colloqui con Trump.

A distanza di poche ore, la bomba, fatta esplodere con un comunicato ufficiale congiunto: Gran Bretagna, Francia, Germania, Italia, Paesi Bassi e Giappone hanno dichiarato di essere pronti a contribuire agli sforzi per garantire un passaggio sicuro attraverso lo Stretto di Hormuz.

La frase chiave del comunicato - a mio modesto avviso - è quella nella quale i governi dichiaranti si impegnano a  fare «sforzi appropriati per garantire un passaggio sicuro attraverso lo Stretto di Hormuz». E' chiaro, che in una situazione di conflitto, dove peraltro l'Iran, il contendente che sta bloccando lo stretto, non sta minimanente dando il segno del minimo cedimento e che rifiuta qualunque proposta di trattativa, gli sforzi appropriati sono da ritenersi di natura militare. A rigor di logica questo pare palese.

Inviare contingenti militari  di qualunque tipo in quella specifica area di conflitto sarà peraltro interpretato dagli iraniani come un atto di guerra. E questo, del tutto indipendentemente dagli espedienti dialettici che gli occidentali adotteranno per sopire le proprie opinioni pubbliche.  Concetto questo che è ampiamente conosciuto dagli occidentali. Per rimanere a casa nostra lo stesso Ministro degli Esteri italiano Tajani, che appena qualche giorno fa diceva che “Intervenire nello stretto di Hormuz significa entrare in guerra”. Ora certo inizierà la sagra delle giravolte e delle contorsioni dialettiche ma che cosa stia succedendo lo sanno benissimo anche i nostri governanti.

Il dato più interessante, per come la vedo io, sta però nella chiamata alle armi proveniente da Washington. Gli americani stanno dicendo che i paesi che hanno fatto parte dell'impero, che in questi decenni hanno ottenuto benefici, ora non possono tirarsi indietro e devono partecipare alla lotta. La scelta di Trump sembra un vero e proprio simul stabunt vel simul cadent  rivolto agli alleati: insieme staremo o insieme cadremo. A nessuno sarà concesso di sganciarsi dall'Impero per accasarsi da un'altra parte.

E per evitare che l'Impero cada gli USA chiedono agli alleati di impegnarsi con loro nel mantenimento del controllo del Golfo Persico. Ovvero del ganglo  vitale per il mantenimento del Dollaro come moneta standard dei commerci internazionali e dunque per la sopravvivenza dell'Impero. A Washington hanno deciso: o si vince o si cade ma lo si farà insieme ai propri alleati, che a loro piaccia o no!

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venerdì 20 marzo 2026

Perde pezzi il castello dell’autoproclamato imperatore Trump - Marco Consolo

 

Se qualcuno avesse ancora dei dubbi sui veri protagonisti dell’attacco criminale all’Iran, li ha appena chiariti Joe Kent con le sue dimissioni da direttore del Centro Nazionale Antiterrorismo (Nctc) degli Stati Uniti. Martedì 17 marzo, Kent ha pubblicato la lettera di dimissioni inviata a Donald Trump. “Non posso in buona coscienza appoggiare la guerra in corso in Iran. L’Iran non costituiva una minaccia immediata per la nazione ed è chiaro che abbiamo cominciato questa guerra sotto pressione di Israele e della sua potente lobby“. “All’inizio di questo mandato, esponenti israeliani di alto livello e figure di primo piano dei media americani hanno messo in atto una campagna di disinformazione che ha minato totalmente la sua piattaforma America First e alimentato sentimenti pro guerra per spingerci ad un conflitto con l’Iran”. “…Come veterano che ha partecipato a 11 missioni di combattimento e come marito che ha perso la sua amata moglie Shannon in una guerra fabbricata da Israele, non posso appoggiare l’invio della nuova generazione a combattere e a morire in una guerra che non ha benefici per il popolo americano e non giustifica il sacrificio di vite americane” continua la lettera [i].

Una smentita clamorosa delle bugie belliciste dell’amministrazione Trump e del criminale di guerra Netanyahu.

La risposta stizzita della Casabianca è arrivata prima tramite la sua portavoce, Karoline Leavitt, secondo cui la lettera di dimissioni di Joe Kent, contiene “molte affermazioni false“. La portavoce ha ribadito che il presidente Donald Trump “aveva prove solide e inconfutabili sul fatto che l’Iran avrebbe attaccato per primo gli Stati Uniti”, sottolineando che “non avrebbe mai preso la decisione di schierare risorse militari contro un avversario straniero senza un valido motivo”. Una barzelletta da Babbo Natale e di cattivo gusto, che ricorda la famosa fialetta di Colin Powell con cui si è iniziata la guerra contro l’Iraq.

Poco dopo, interrogato dai giornalisti, cercando di attutire il colpo, lo stesso Trump si era detto contento per le dimissioni dato che “Kent era molto debole in quanto a Sicurezza”.

Quella di Kent è l’uscita più significativa, ad altissimo livello, dall’amministrazione Trump II a causa del conflitto in Iran. Il paradosso apparente è che avviene in contrasto con il proprio Trump, a partire dalle promesse “trumpiane” in campagna elettorale di non voler continuare le guerre in corso.

Chi è Joe Kent

Padre di due figli, Kent, è un veterano di guerra pluri-decorato, agente per operazioni speciali dell’esercito e della CIA con oltre 20 anni di servizio tra Iraq, Afghanistan e Siria. Come lui stesso ricorda nella lettera di dimissioni, ha perso la moglie, Shannon Mary Smith, che lavorava nell’intelligence della Marina Usa, uccisa in un attentato suicida nel nord della Siria nel 2019. Oltre al tema Iran, nella lettera di dimissioni, Kent scrive che sua moglie è morta in una guerra “fabbricata da Israele”.

Trump lo aveva convintamente nominato direttore del Nctc nel febbraio 2025 e il Senato l’ha confermato a luglio.  Oggi, il principale responsabile dell’antiterrorismo entra in rotta di collisione con Trump, smentendo clamorosamente le sue bugie.

Antiterrorismo senza testa

Il NCTC era stato creato dopo l’attacco alle Torri gemelle dell’11 settembre 2001, proprio per coordinare le informazioni delle diverse agenzie di intelligence Usa sia dall’interno, che dall’esterno degli Stati Uniti, in particolare CIA ed FBI.

In tempi di guerra planetaria, di azioni e minacce terroriste e dei prossimi “mondiali di calcio” (di cui una parte significativa dovrebbe svolgersi negli USA), le dimissioni del direttore della struttura statunitense dedicata al coordinamento della “lotta al terrorismo” è un segnale che l’amministrazione Trump non può permettersi né di ignorare, né di sottovalutare.

Ad oggi, la struttura principale “anti-terrorismo” è ancora senza testa.

Crepe nell’Intelligence

Prima della nomina alla NCTC, Kent era stato consigliere senior di Tulsi Gabbard, direttrice della National Intelligence che, in contrasto con la CIA, si era opposta anche all’intervento in Venezuela, oltre a quello in Iran. Tulsi Gabbard ha costruito, anche lei da ex militare, la sua intera carriera politica, iniziata come deputata democratica, con una dura critica all’interventismo militare statunitense.

Il giorno dopo le dimissioni di Kent, Gabbard è stata convocata per un’audizione al Congresso statunitense per rispondere sull’Iran. Il punto più delicato dell’audizione è stato il dossier nucleare. Gabbard ha affermato che, dopo l’operazione “Midnight Hammer” del giugno 2025, “il programma di arricchimento nucleare iraniano è stato annientato” e, soprattutto, che “da allora non ci sono stati tentativi di ricostruire i loro impianti”. Una valutazione che contraddice apertamente il principale pretesto utilizzato da Trump per lanciare l’operazione criminale “Epic Fury” insieme a Israele.

I Maga contro la guerra

Kent non è stato un funzionario qualsiasi dell’amministrazione Trump. Al contrario, è stato uno degli uomini più in vista dell’ala trumpiana del partito Repubblicano (con poco peso nel Congresso). Sconfitto due volte alle elezioni per diventare parlamentare, Kent appartiene alla frangia “non interventista” del movimento Maga, in linea con le posizioni del giornalista Tucker Carlson sull’”America First”. Ha frequentato ambienti vicini al cosiddetto paleo-conservatorismo e al nazionalismo bianco, in particolare il gruppo dei Proud Boys, in prima fila nell’assalto al Campidoglio e nelle teorie complottiste.

Già nel 2022, quando era candidato al Congresso, Kent si era opposto pubblicamente ai finanziamenti statunitensi all’Ucraina, sostenendo che l’invasione russa era stata provocata dagli stessi Stati Uniti attraverso l’espansione della Nato verso est.

Kent aveva già avuto seri contrasti con altri esponenti dell’amministrazione come il direttore del Fbi, Kash Patel,  a partire dalla sua convinzione di un coinvolgimento straniero nell’assassinio di Charlie Kirk. Le sue dimissioni sono l’ennesimo segnale di malcontento della base Maga per la guerra, che seguono quelle di Marjorie Taylor Greene, la deputata nazionalista cristiana MAGA dal suo seggio parlamentare all’inizio dell’anno [ii]. Un dissenso già apparso in precedenza, con i bombardamenti contro il Venezuela e il sequestro del presidente Maduro e di sua moglie, la deputata Cilia Flores.

Secondo Pew Research, la metà dei repubblicani sotto i 50 anni ha ora un’opinione negativa di Israele, rispetto al 35% del 2022, e il 53% degli americani in generale, con un aumento di 11 punti percentuali. Oggi viene allo scoperto il crescente disagio della base elettorale di Trump per la guerra. I dubbi sulla giustificazione dell’uso della forza, prima in Venezuela e poi in Iran, si estendono sia nella base MAGA, che tra l’elettorato repubblicano in generale, come evidenziano i sondaggi [iii].

La defezione di Kent non è quindi un’azione isolata di un membro dell’amministrazione scontento delle politiche della Casa Bianca all’estero. Ma evidenzia il malcontento profondo e la critica sia all’interno dell’amministrazione, che della base di appoggio di Trump, per la sua decisione di coinvolgere gli Stati Uniti nell’ennesimo conflitto all’estero, che rischia di trasformarsi in una guerra infinita. Una decisione che viene vista come un tradimento sfacciato delle promesse fatte in campagna elettorale attraverso lo slogan “America First” con cui aveva promesso di disimpegnare gli Stati Uniti dalle guerre e dalle organizzazioni internazionali, per ridirigere quei fondi all’interno del Paese.

L’altro elemento di forte dissenso con l’amministrazione Trump della sua base elettorale ed in particolare della destra MAGA, è stato il trattamento del “Caso Epstein” e la censura di Stato riguardo al coinvolgimento dello stesso Trump negli scandali sessuali.

Sesso e spie

Come ricordava spesso il cattolico Giulio Andreotti… a pensare male si fa peccato, ma spesso ci si azzecca…

Da sempre, i servizi segreti del pianeta hanno usato l’adescamento sessuale per ottenere informazioni riservate. La storia è piena di esempi ed aneddoti in merito, più o meno torbidi e perversi.

Come ha dichiarato l’ex-agente israeliano-canadese del Mossad, Ari Ben-Menashe, in una sua intervista del 2025: “Tutta l’operazione nell’isola di Epstein, è stata una missione di Intelligence israeliana il cui obiettivo era far cadere in trappola celebrità, figure mediatiche, dirigenti politici, etc. attraverso il ricatto sessuale, reclutandoli come agenti israeliani…. Il governo statunitense è intrappolato dagli israeliani e Jeffrey Epstein ne è stato uno degli strumenti” [iv].

Appare quindi evidente il ricatto israeliano a cui è sottoposto lo stesso Trump, amico di Epstein, nonché pedofilo e stupratore seriale. Guarda caso, sia nel primo che nel secondo mandato di Trump, è sempre aumentata la pressione sionista per un maggior coinvolgimento statunitense nelle guerre in Medio Oriente.

E mentre scrivo, l’FBI ha aperto un’indagine contro Joe Kent per spionaggio in un evidente tentativo di screditarlo agli occhi dell’opinione pubblica.  Ma è chiaro che il castello dell’autoproclamato imperatore del mondo perde pezzi.

 


 

[i] https://infoalternative.it/europa-mondo/mondo/la-guerra-contro-liran-lennesima-guerra-fabbricata-la-lettera-di-dimissioni-indirizzata-a-trump-da-joe-kent-capo-dellantiterrorismo-usa/

[ii] Amanda Tyler, Opinion: Marjorie Taylor Greene’s words on Christian nationalism are a wake-up call, in CNN, 27 luglio 2022. https://edition.cnn.com/2022/07/27/opinions/christian-nationalism-marjorie-taylor-greene-tyler

[iii] https://www.pewresearch.org/short-reads/2026/02/04/americans-are-divided-on-next-steps-for-us-in-venezuela/

[iv] https://x.com/GUnderground_TV/status/1951993269883126246

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Il favoloso mondo razziale di Oz - Diego Angelo Bertozzi

Il favoloso mondo razziale di Oz - Diego Bertozzi

Frank Baum, autore de Il meraviglioso mago di Oz, un classico della letteratura mondiale per l'infanzia, fu tra i peggiori esponenti del suprematismo bianco, tanto da chiedere apertamente lo sterminio delle popolazioni native d'America. Parole e toni che nulla hanno a che invidiare a quelle del nazismo.

 

Nell'articolo precedente abbiamo ripercorso, grazie alla ricostruzione del quadro storico e alla recente pubblicazione di una lettera, le posizioni suprematiste e classiste del celebre scrittore H.P. Lovecraft. Ora, seguendo lo stesso metodo affrontiamo un'altra famosa icona della cultura statunitense e mondiale: L. Frank Baum, l'autore de Il meraviglioso mago di Oz, pietra miliare della letteratura per l'infanzia e più volte oggetto, a partire dal 1939, di riduzioni cinematografiche. Ebbene, anche in questo caso, ci troviamo di fronte a una figura ambigua, tanto genio letterario quanto divulgatore di una visione razziale violenta a crudele della storia statunitense.

A catturare l'attenzione non ci sono lettere private ad un fratello, quanto gli interventi pubblici da direttore dell'Aberdeen Saturday Pioneer. Su questo giornale alla fine del 1890 apparve un suo editoriale che rivelava posizioni apertamente sterminazioniste nei confronti delle popolazioni indigene (i Sioux) del South Dakota. Sono, quelle che ci apprestiamo a leggere, parole degne di un gerarca nazista, tanto a fondo si spinge la de-umanizzazione dell'altro: "La nobiltà dei pellerossa si è estinta, e quei pochi che sono rimasti non sono altro che cagnacci che guaiscono e leccano le mani che li percuotono". In quanto assimilati ad animali della peggior specie non meritano altro che la liquidazione fisica totale e senza pietà:  i bianchi "per la legge della conquista, per la giustizia della civiltà, sono padroni del continente americano e la sicurezza degli insediamenti di frontiera potrà essere assicurata solo con il totale annientamento dei pochi rimasti. Perché opporsi allo sterminio? La loro gloria è svanita, il loro spirito è distrutto, la loro virilità cancellata; meglio morire che vivere nelle terribili condizioni in cui si trovano oggi"[1].

In parte figlio del proprio tempo, nel quale l'incitamento allo sterminio dei nativi era assai diffuso, va prima di tutto rilevato che Baum è degno figlio del peggior razzismo e che le sue parole non avrebbero sfigurato nel Mein Kampf di Hitler! Qualche anno prima il colonnello Chivington, che guidò l'omicida cavalcata al villaggio di Sand Creek (e qui va consigliato l'ascolto della splendida canzone di De Andrè) aveva annunciato che la sua politica verso quelle popolazioni era assai chiara: "ucciderli e raccogliere gli scalpi di tutti, piccoli e grandi" perché "le lendini fanno i pidocchi". Poco meno di un secolo dopo una simile espressione sarebbe stata utilizzata dal nazista Himmler, solo che al posto dei pellerossa ad interpretare i pidocchi sarebbero stati gli ebrei.

Detto questo, torniamo al nostro scrittore perché pochi giorni dopo il suo editoriale avvenne uno dei più celebri massacri della conquista del West: il 29 dicembre a Wounded Knee centinaia di uomini e bambini furono uccisi dai colpi dei potenti cannoni Hotchkiss. Quattro giorni tornò a farsi sentire la voce di Baum e con toni e considerazioni immutate neppure davanti allo scempio: "per proteggere la nostra civiltà sarebbe meglio dare seguito all'evento" così da "cancellare dalla faccia della terra queste indomite e indomabili creature"[2]. Il riconoscimento della loro resistenza, non pone tuttavia in discussione la loro estraneità al consorzio umano.


[1] Editoriale del 20 dicembre 1890 citato in David E. Stannard, Olocausto americano, Bollati Boringhieri, Torino, 2001, pp. 208-209

[2] Citazione in David E. Stannard, op. cit., p. 209


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giovedì 19 marzo 2026

Roberto Scarpinato e Marco Travaglio sul referendum

 

Giornali e giornalisti - Loris Campetti

  

A chi mi chiede “che lavoro fai”, talvolta mi viene spontaneo rispondere “pensionato”. In passato rispondevo così quando chiedevo il visto per andare in paesi dove ai giornalisti non viene riservata una calda accoglienza, oppure me la cavavo dicendo che volevo andare, per fare un esempio in Iran per turismo, per visitare Persepoli. Adesso mi capita più spesso di qualificarmi come pensionato, come se provassi vergogna per il mio amato mestiere di giornalista. Per come è ridotto. È un’ipocrisia, certamente, forse pavidità. Il fatto è che non solo a Teheran o a Damasco o a Tel Aviv la stima per i giornalisti lascia notevolmente a desiderare, perché anche nel ‘democratico Occidente’ tra la gente comune scatta una sorta di diffidenza. Una ragione ci sarà. Oppure può capitare che tra tanta disistima da parte di chi disprezza i ‘pennivendoli’ si alzino al contrario lodi sperticate per i giornalisti, neanche fossero eroi. Una categoria, quella di cui faccio parte, schiacciata tra embedded e martiri.

Partiamo dai martiri. Secondo i dati forniti dall’Onu, dall’ottobre del 2023 ad agosto del 2025 nella striscia di Gaza sono stati ammazzati da bombe, missili e droni dell’esercito israeliano o in esecuzioni sommarie 247 giornalisti. Un numero spaventoso, certificato dalle Nazioni unite che ti fa chiedere se l’impero del male sia Hamas oppure il Governo di Israele. Potremmo rispondere entrambi, ma con una forza distruttrice decisamente diversa e quindi un diverso grado di responsabilità tra chi teorizzava la fine di Israele (in realtà Hamas ha tolto dal suo statuto ogni riferimento alla cancellazione dello Stato ebraico) e chi pratica il genocidio dei palestinesi. A Gaza scarseggiano persino i giornalisti embedded, o meglio non ci sono più gli embedded di una volta che erano pur sempre giornalisti, giornalisti prezzolati e al guinzaglio degli eserciti. Oggi ci sono solo gli scherani che indossano la divisa militare con le stellette da ufficiale, le uniche informazioni, foto, filmini che possono circolare nel mondo sono quelli costruiti dall’Idf. Se qualcosa di diverso, di indipendente esce ancora dalle rovine di Gaza è grazie ai pochi giornalisti lì presenti superstiti, quelli sì eroi che rischiano di essere trasformati in ogni momento in martiri perché raccontano la guerra dalla parte delle vittime.

Lasciamo stare il Vietnam, troppo lontano nel tempo e avviciniamoci ai tempi nostri. Chi ricorda le immagini della prima guerra del Golfo, 35 anni fa? C’erano i video cinematografici sulle prodezze demolitrici americane ma anche i reportage di qualche giornalista perbene girati sotto le bombe tra le vittime della guerra e trasmessi dalle televisioni e dai giornali di tutto il mondo. Cito due nomi: Peter Arnett della Cnn e Stefano Chiarini del manifesto. Mi chiedo anche se oggi sarebbe possibile andare in Turchia a seguire i processi a Ocalan e al Pkk come riuscivo a fare insieme a tanti colleghi 25 anni fa, magari prendendomi le manganellate della polizia e i pugni dei genitori dei giovani soldati turchi – i mehmetcik – morti nella guerra contro i curdi. Credo proprio di no. Immagini e reportage di un altro secolo. Oggi è punibile con la morte chi mostra o racconta gli effetti delle risposte del regime iraniano all’aggressore israelo-statunitense, non è dato vedere se non di sfuggita le basi Usa in fiamme o i villaggi israeliani colpiti dall’esercito iraniano o da Hezbollah. E ancora, chi ha visto immagini del massacro di 165 bambine della scuola iraniana cancellata dagli Stati uniti, quanti editoriali indignati sono stati scritti nei nostri quotidiani? Bambine cancellate due volte. Giornalismo cancellato due volte, con la complicità di chi governa l’informazione dalle nostre parti che non vuole conoscere e diffondere notizie, immagini, inchieste dissonanti rispetto al punto di vista dominante che mediamente coincide non con quello delle vittime ma dei carnefici. Per esempio, guai alla complessità, cioè guai a chiedersi cosa c’è stato prima del 7 ottobre in Palestina, bisogna dimenticare la Naqba, l’occupazione israeliana. Se te lo chiedi stai con Hamas. Guai a chiedersi cosa capitava nel Donbass prima dell’aggressione russa dell’Ucraina, o raccontare la fine dei sindacalisti bruciati vivi a Odessa. Se te lo chiedi stai con Putin. Dal 2014 al 2022, quando il carnefice parlava ucraino e la vittima russo, quante testate giornalistiche o televisive hanno mandato reporter a fare inchiesta in quei territori? Eppure gli operatori dei media, in Italia o in Europa non vivono sotto minaccia come nei paesi in cui pretendiamo di esportare democrazia e pluralismo, non rischiano la vita come i loro colleghi a Gaza. Da noi è il main stream a consigliare ai padroni dei media di schierarsi dalla parte dei potenti. A volte non capiscono il senso dell’ordine subliminare, ma si adeguano. Anche da noi ci sono giornalisti coraggiosi, persino giornalisti capaci di fare inchiesta sul campo, ma in troppi si adeguano e finiscono per essere arruolati dal pensiero dominante. C’è la censura ma purtroppo anche l’autocensura. Parigi – la carriera – val bene una messa.

I giornalisti scomodi vengono querelati dal potere politico e da quello economico se raccontano verità indigeste. Per esempio, nel racconto sulle numerosissime guerre di Israele l’inviato Rai Nico Piro continua a raccogliere querele e denunce. L’accusa? È antisemita. E ti pareva. Lo strumento della querela è determinante per imporre il silenzio e limitare il diritto di informazione. Fioccano i dossieraggi e le pressioni sulle testate locali da parte dei politici contro giornalisti che fanno il loro mestiere senza inginocchiarsi e altri politici: in Liguria il presidente di destra della regione contro la sindaca di centrosinistra di Genova cerca di imporre al proprietario e al direttore del Secolo XIX una linea giornalistica a lui favorevole. Sono progressivamente diminuite fino quasi scomparire le inchieste, e non parliamo soltanto degli scenari di guerra. Parliamo di economia, parliamo di lavoro, di sfruttamento, di caporalato. Potremmo parlare di immigrazione, dove spesso sono giornalisti freelance senza tutele e contributi a salvare dall’oblio storie, persone, nomi di chi cerca di raggiungere a nuoto una speranza di vita. Chi salva esseri umani e chi racconta quei salvataggi finisce sotto il controllo spionistico di stato – ricordate il nome Paragon, strumento made in Israele e usato dal nostro governo per intercettare dunque spiare i volontari di Mediterranea prete di bordo compreso e il giornalista Francesco Cancellato di Wikipedia? Così come la guerra è entrata nella normalità delle cose, così come i migranti affogati in mare non si contano neanche più, anche morire sul lavoro è diventato normale. Cosa resta degli operai siderurgici e braccianti e rider e trasportatori e muratori uccisi quotidianamente sul lavoro, tre al giorno? Soltanto numeri da pubblicare ogni tanto sul giornale, mezza pagina quando muoiono in più d’uno sullo stesso posto, al massimo un editoriale in caso di stragi. I giornalisti troppo spesso si adeguano, in troppi si adeguano. Come una bella fetta di opinione pubblica, purtroppo. Il giornalismo subisce il clima generale, al tempo stesso lo crea.

Poi c’è un altro giornalismo ancora, quello dei talk show che riguarda l’élite, absit iniura verbis, della mia categoria. È il giornalismo di chi pretende di ricoprire un ruolo di supplenza rispetto a una politica che sta vivendo la sua peggiore crisi di identità (e di dignità). Sono i maîtres à penser che impazzano nei nostri dopocena tv. Ma è giornalismo, quello? Ecco perché mi capita di presentarmi al mondo come pensionato. Perché lo sono anche nel modo di pensare e vivere un mestiere. Poi, come dicevo all’inizio, per vergogna.

Faccio male, però, sono ingiusto soprattutto nei confronti di chi fa informazione con onestà che non vuol dire neutralità bensì passione nel rispetto della verità che non è mai neutrale. Anche il giornalismo di parte è legittimo – tutti i giornali sono di parte, c’è chi lo rivendica e chi tenta di nasconderlo – purché non si facciano sconti alla propria parte. Non sono eroi ma giornalisti perbene quelli che sfidano la censura, che rifiutano i diktat, che in nome dell’autonomia mettono a rischio la carriera. E ce ne sono, persino nel precariato sempre più esteso nel mondo dell’informazione, e precariato vuol dire lavorare anche in zone a rischio senza protezione, e un domani senza pensione. Per rispetto di questi giornalisti con la schiena dritta d’ora in poi cercherò di rispondere sempre a chi me lo chiede che sono un giornalista. Nonostante tutto.

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mercoledì 18 marzo 2026

La cittadinanza israeliana è sempre stata uno strumento di genocidio, quindi ho rinunciato alla mia - Avi Steinberg

La mia decisione è un riconoscimento del fatto che questo status non ha mai avuto alcuna legittimità, fin dall’inizio.

 

Di recente sono entrato in un consolato israeliano e ho presentato i documenti per rinunciare formalmente alla mia cittadinanza. Era una giornata autunnale insolitamente calda e gli impiegati in pausa si rilassavano vicino allo stagno di Boston Common. La notte prima c’era stata una serie particolarmente raccapricciante di attacchi aerei da parte di Israele sui campi profughi di Gaza. Mentre i palestinesi stavano ancora contando i cadaveri o, in molti casi, raccogliendo ciò che restava dei propri cari, la donna in coda al consolato davanti a me mi ha chiesto allegramente cosa mi avesse portato qui oggi.

Studiosi, giornalisti e giuristi in tutto il mondo stanno tenendo un inventario dettagliato di tutti i modi in cui i crimini di Israele dall’ottobre 2023 equivalgono a crimini di guerra, crimini contro l’umanità e genocidio. Tutti perseguibili legalmente. Ma la storia si estende ben oltre gli orrori dell’anno scorso. La cittadinanza, è stata un elemento materiale di un processo genocida di lunga data. Lo stato israeliano, sin dal suo inizio, ha fatto affidamento sulla normalizzazione di leggi suprematiste determinate etnicamente per rafforzare un regime militare il cui chiaro obiettivo coloniale è l’eliminazione della Palestina.

In cima al modulo che avevo portato al consolato quel giorno c’era una citazione della Legge sulla cittadinanza del 1952, la base giuridica su cui è stato conferito il mio status alla nascita. La mia ragione per rinunciare a questo status è in effetti direttamente collegata a quella legge, o meglio, alla situazione sul campo negli anni ’50, il contesto della Nakba, che ha plasmato questa legge.

Nel 1949, nei mesi successivi alla firma degli accordi di armistizio, che apparentemente posero fine alla guerra del 1948, i coloni sionisti, dopo essere riusciti a massacrare ed espellere tre quarti della popolazione palestinese indigena nei territori ora sotto il loro controllo, iniziarono a cercare modi per mettere in sicurezza il loro stato militarizzato. La loro preoccupazione più urgente: garantire che i palestinesi che erano stati cacciati dai loro villaggi e fattorie ancestrali non sarebbero mai tornati; che le loro terre sarebbero passate in possesso legale del nuovo stato, pronte per essere occupate da ondate di immigrati ebrei dall’estero. Oltre 500 villaggi e città palestinesi erano stati svuotati in quell’anno, e ora era il momento di cancellarli per sempre dalla mappa.

Sebbene ci sarebbero voluti molti altri decenni prima che lo stato colono riconoscesse formalmente di essere un’entità suprematista ebraica de jure, la pratica della pulizia etnica era insita nella strategia militare, sociale e legale dello stato. Questo era sempre stato concepito per essere uno stato ebraico, progettato per creare e mantenere una maggioranza ebraica in una terra che era stata al 90 percento non ebraica prima che i sionisti arrivassero in gran numero nei primi decenni del XX secolo.

Tuttavia, lo sforzo per completare il processo di pulizia etnica avrebbe richiesto una programmazione aggressiva e, data la dura resistenza indigena, non avrebbe mai avuto successo. I confini tracciati arbitrariamente erano ancora porosi nel 1949 e i territori rurali sotto il dominio dell’occupazione sionista erano ancora lontani dall’essere completamente sotto il loro controllo. I palestinesi, appena rifugiati, vivevano in tende a poche miglia dalle loro case. Molti sopravvivevano con un solo magro pasto al giorno ed erano determinati, dopo l’armistizio, a tornare alle loro case e ai loro raccolti.

Alcuni cercarono di operare all’interno del nuovo sistema legale coloniale imposto frettolosamente. Fecero appello alla “Dichiarazione di Indipendenza” della nuova entità che rivendicava uguali diritti per tutti. Ma questo documento non aveva alcun valore legale ed era stato concepito come un mero pezzo di propaganda destinato a ottenere l’accettazione internazionale all’interno delle nuove Nazioni Unite. Una domanda di adesione all’ONU, presentata da questa nuova entità che si autodefiniva “Stato di Israele”, era già stata respinta una volta e la leadership sionista si stava affannando per dare alla sua nuova domanda un’aria di legittimità. Un cenno simbolico ai diritti dei palestinesi, speravano, avrebbe dato una copertura politica a questo stato decisamente illiberale, per unirsi all’ordine internazionale emergente, dominato dagli Stati Uniti.

Indipendentemente da ciò che la macchina della propaganda dello Stato stava narrando all’estero, la situazione sul campo era un chiaro caso di pulizia etnica. Per quasi il decennio successivo, i coloni sionisti usarono ogni mezzo di forza per recidere il legame tra i palestinesi indigeni e le loro terre. Nell’aprile del 1949, adottarono una politica di “sparo libero”, in cui migliaia di cosiddetti infiltrati, ovvero palestinesi indigeni che tornavano a casa, potevano essere, e spesso lo erano, fucilati a vista. Lo Stato creò campi di concentramento attraverso grandi rastrellamenti di abitanti dei villaggi e  di contadini. Da questi campi, masse di palestinesi furono deportate oltre il “confine”, dove sarebbero state dirottate in accampamenti di rifugiati in Giordania e Libano e nella Striscia di Gaza governata dall’Egitto. Fu così che Gaza divenne il pezzo di terra più densamente popolato della Terra.

Ricordiamo che scene come questa si verificavano dopo l’armistizio, cioè dopo che la guerra del 1948 era presumibilmente finita. Faceva parte di una strategia deliberata del dopoguerra, che usava i cessate il fuoco come copertura per garantire un territorio etnicamente ripulito, uno schema che si sarebbe ripetuto per decenni. L’obiettivo era chiaramente articolato fin dall’inizio: rimuovere per sempre i palestinesi dalle loro terre, indebolire la posta in gioco di coloro che erano rimasti e cancellare la Palestina sia nel concetto che nella realtà materiale.

Questo era il contesto in cui vennero promulgate le leggi sulla cittadinanza dello Stato dei primi anni ’50: prima la Legge del Ritorno nel 1950, che concedeva la cittadinanza a qualsiasi ebreo nel mondo; e poi la sua elaborazione nella Legge sulla Cittadinanza del 1952, che annullava qualsiasi status di cittadinanza esistente detenuto dai palestinesi. La riconfigurazione della cittadinanza da parte dello Stato lungo le linee della supremazia ebraica sarebbe stato il suo principio costituzionale chiave. L’effetto di questa legislazione radicale, applicata da una brutale forza di occupazione armata sul campo, “rese i coloni indigeni e trasformò i nativi palestinesi in alieni”, scrive la studiosa Lana Tatour . Questo quadro giuridico non fu un fallimento della politica, nota Tatour, ma piuttosto “fece ciò per cui era stato creato: normalizzare il dominio, naturalizzare la sovranità dei coloni, classificare le popolazioni, produrre differenze ed escludere, razzializzare ed eliminare i popoli indigeni”.

Diciannove anni dopo l’emanazione di questa legge sulla cittadinanza del 1952, i miei genitori si trasferirono dagli Stati Uniti a Gerusalemme e ottennero la cittadinanza e tutti i diritti in base alla “Legge del ritorno”. Da un’ingenuità giovanile che si sarebbe trasformata in ignoranza volontaria, riuscirono a diventare entrambi liberali americani che si opponevano all’invasione statunitense del Vietnam, mentre agivano come coloni armati della terra di un altro popolo. Si trasferirono in un quartiere di Gerusalemme che era stato ripulito etnicamente solo pochi anni prima. Occuparono una casa costruita e abitata di recente da una famiglia palestinese la cui comunità era stata espulsa in Giordania e poi violentemente impedita di tornare con la canna di una pistola, e dai documenti di cittadinanza che la mia famiglia aveva in mano.

Questa sostituzione 1 a 1 non era un segreto. Persone come la mia famiglia vivevano in questi quartieri proprio perché avevano scelto una “casa araba”, orgogliosamente pubblicizzata come tale per il suo design elegante e dai soffitti alti, in contrapposizione ai monotoni e utilitaristici blocchi di appartamenti costruiti alla rinfusa dai coloni sionisti. Sono nato nel villaggio palestinese di Ayn Karim, ripulito etnicamente, molto apprezzato per possedere tutto il fascino arabo nativo, senza nessuno degli arabi nativi a turbare il bel quadro. Mio padre era nell’esercito israeliano, da cui lui e molti dei suoi amici emersero, dopo la mostruosa invasione del Libano nel 1982, sostenitori liberali della “pace”. Ma per loro, quella parola significava ancora vivere in un paese a maggioranza ebraica; era una “pace” in cui il peccato originale dello stato, il continuo processo di pulizia etnica, sarebbe rimasto saldamente al suo posto, legittimato e quindi più sicuro che mai. Cercavano la pace, in altre parole, per gli ebrei con cittadinanza israeliana, ma per i palestinesi, “pace” significava resa totale, occupazione permanente ed esilio.

Tutto questo per dire: non considero la mia decisione di rinunciare a questa cittadinanza come un tentativo di invertire uno status legale, quanto piuttosto un riconoscimento del fatto che questo status non ha mai avuto alcuna legittimità, per cominciare. La legge israeliana sulla cittadinanza si basa sui peggiori tipi di crimini violenti che conosciamo e su una litania sempre più profonda di bugie volte a insabbiare quei crimini. L’aspetto della burocrazia, le trappole di un governo legale, con i loro sigilli del Ministero degli Interni, non testimoniano altro che lo scivoloso tentativo di questo stato di nascondere la sua fondamentale illegalità. Questi sono documenti falsi. Sono, cosa più importante, uno strumento contundente utilizzato per spostare continuamente persone realmente viventi, famiglie, intere popolazioni di abitanti indigeni della terra.

Nella sua campagna genocida per cancellare la popolazione indigena della Palestina, lo Stato ha trasformato in un’arma la mia stessa esistenza, la mia nascita e identità, e quelle di tanti altri. Il muro che impedisce ai palestinesi di tornare a casa è costituito tanto da documenti di identità quanto da lastre di cemento. Il nostro compito deve essere quello di rimuovere quelle lastre di cemento, di strappare i documenti falsi e di interrompere le narrazioni che fanno apparire queste strutture di oppressione e ingiustizia legittime o, Dio non voglia, inevitabili.

A coloro che invocheranno senza fiato il punto di discussione secondo cui gli ebrei “hanno diritto all’autodeterminazione”, dirò solo che se un tale diritto esiste, non può assolutamente comportare l’invasione, l’occupazione e la pulizia etnica di un altro popolo. Nessuno ha quel diritto. Inoltre, si può pensare ad alcuni paesi europei che devono terra e riparazioni ai loro ebrei perseguitati. Il popolo palestinese, tuttavia, non ha mai dovuto nulla agli ebrei per i crimini commessi dall’antisemitismo europeo, né lo deve oggi.

La mia convinzione personale, come quella di molti dei miei antenati del XX secolo, è che la liberazione ebraica sia inseparabile dai movimenti sociali più ampi. Ecco perché così tanti ebrei erano socialisti nell’Europa prebellica, e perché molti di noi oggi si collegano a quella tradizione.

Come ebreo osservante, credo che la Torah sia radicale nella sua affermazione che il popolo ebraico, o qualsiasi popolo, non ha alcun diritto su nessuna terra, ma piuttosto è vincolato da rigorose responsabilità etiche. In effetti, se la Torah ha un unico messaggio, è che se opprimi la vedova e l’orfano, se ti comporti in modo corrotto con avidità e violenza sanzionate dal governo e se acquisisci terra e ricchezza a spese della gente comune, sarai cacciato via dal Dio della giustizia. La Torah viene regolarmente sventolata dai nazionalisti adoratori della terra come se fosse un atto di proprietà, ma, se effettivamente letta, è un resoconto di rimprovero profetico contro l’abuso del potere statale.

L’unica entità con diritti sovrani, secondo la Torah, è il Dio della giustizia, il Dio che disprezza l’usurpatore e l’occupante. Il sionismo non ha nulla a che fare con l’ebraismo o la storia ebraica, se non che i suoi leader hanno da tempo visto in queste fonti profonde una serie di narrazioni fortemente mobilitanti con cui spingere la loro agenda coloniale, ed è solo quell’agenda coloniale che dobbiamo affrontare. I costanti sforzi per evocare la storia della vittimizzazione ebraica al fine di giustificare o semplicemente distrarre dalle azioni di una potenza economica e militare, sarebbero positivamente ridicoli se non fossero così cinicamente armati e mortali.

La colonizzazione sionista non può essere riformata o liberalizzata: la sua identità esistenziale, come espressa nelle sue leggi sulla cittadinanza e ripetuta apertamente da quei cittadini, equivale a un impegno al genocidio. Le richieste di embargo sulle armi, così come di boicottaggi, disinvestimenti e sanzioni, sono richieste di buon senso. Ma non sono una visione politica. La decolonizzazione lo è. È sia il percorso che la destinazione. Dobbiamo tutti orientare la nostra organizzazione di conseguenza.

Sta già accadendo. Una realtà diversa è già in costruzione da parte di un ampio, energico e fiducioso movimento di persone provenienti da tutto il mondo che sanno che l’unico futuro etico è una Palestina libera, liberata dal dominio coloniale. Il modo in cui ci arriviamo è attraverso un movimento di liberazione supportato a livello globale, ma in ultima analisi locale guidato dai palestinesi, un movimento la cui politica e tattica sono determinate dai palestinesi. Questa liberazione avverrà attraverso una diversità di tattiche, qualunque cosa sia richiesta in diverse situazioni, inclusa la resistenza armata, un diritto universalmente riconosciuto di qualsiasi popolo occupato.

La decolonizzazione inizia con l’ascolto e la risposta alle chiamate degli organizzatori palestinesi per sviluppare una coscienza e una pratica decolonizzante, per rimuovere le strutture materiali che sono state poste tra i palestinesi e la loro terra e per invertire la normalizzazione di queste barriere arbitrarie. La decolonizzazione della cittadinanza significa anche comprendere la connessione materiale tra il colonialismo dei coloni israeliani e altre forme di colonialismo in tutto il mondo. È ben noto che gli Stati Uniti forniscono armi e capitale politico infiniti al loro alleato coloniale; meno noto è che la concezione australiana di giurisprudenza anti-indigena è servita da modello legale per Israele. La lotta per una Palestina liberata è legata alla lotta dei movimenti Indigenous Land Back ovunque. La mia singola cittadinanza è solo un mattone in quel muro. Tuttavia, è un mattone. E deve essere fisicamente rimosso.

Coloro che occupano la mia posizione sono invitati a unirsi a una rete crescente e solidale di persone che stanno rinunciando alla loro cittadinanza come parte di una più ampia pratica di decolonizzazione. Coloro che non si trovano in quella posizione dovrebbero fare altri passi. Se vivi nella Palestina occupata, unisciti al movimento di resistenza alla leva e trasformalo in qualcosa di incisivo. Combatti per decolonizzare e rivoluzionare il movimento operaio e trasformarlo nella leva del potere anti-stato che dovrebbe essere. Unisciti alla resistenza guidata dai palestinesi. Se non puoi fare queste cose, vattene e resisti dall’estero. Fai passi concreti per smantellare questo edificio coloniale, per interrompere la narrazione che dice che questo è normale, che questo è il futuro. Questo non è il nostro futuro. La Palestina sarà liberata. Ma solo quando ci impegneremo, adesso, nelle pratiche di liberazione.


(Avi Steinberg sta attualmente lavorando a una biografia della scrittrice e organizzatrice radicale Grace Paley.

Traduzione di Grazia Parolari “Tutti gli esseri senzienti sono moralmente uguali” -Invictapalestina.org)

da qui

martedì 17 marzo 2026

Per una ricognizione sulle basi straniere in Italia - Carlo Tombola

 

Questo articolo è stato realizzato con la collaborazione di The Weapon Watch, osservatorio sulle armi nei porti europei e del Mediterraneo che ha sede a Genova (www.weaponwatch.net, mail info@weaponwatch.net). Si serve infatti della stessa base cartografica digitale dell’Atlante dell’industria militare in Italia, che ha individuato circa 1.500 aziende e siti produttivi legati all’apparato militare industriale. Sarà così possibile mettere in relazione la presenza delle basi americane con l’indotto di fornitori e servizi che si è creato attorno e che su questa presenza prospera.

 

Quante sono le basi americane in Italia?
Prima di contarle, chiariamo qual è l’oggetto della nostra analisi. Bisognerà valutare caso per caso, ma in generale è una “base militare straniera” ogni installazione sul territorio nazionale messa stabilmente o frequentemente a disposizione dei comandi militari operativi non italiani, siano essi riferibili agli Stati Uniti o all’Alleanza atlantica.
Secondo 
David Vine, il massimo esperto di basi americane, «la creazione di una lista è complicata anche da come si definisce e si considera una “base”. Le definizioni sono in ultima analisi politiche (e politicamente sensibili). Spesso il Pentagono e il governo degli Stati Uniti, così come le nazioni ospitanti, cercano di dipingere la presenza di una base americana come not a U.S. base per evitare la percezione che gli Stati Uniti stiano violando la sovranità della nazione ospitante (cosa che, in effetti, accade spesso). Per evitare il più possibile questi dibattiti, definisco una “base” utilizzando il termine “sito di base” del Pentagono».

 

Extraterritorialità giuridica delle basi Nato?
Queste parole ci aiutano ad andare oltre il dibattito, più accademico che politico e in ogni caso poco utile, che nei decenni si è sviluppato anche in Italia attorno all’effettiva giurisdizione delle basi militari, se cioè ricadano sotto la responsabilità italiana o dell’Alleanza atlantica o degli Stati Uniti, o sotto diverse combinazioni di questi tre attori. È generalmente accolta l’opinione che le basi in uso agli Stati Uniti e/o alla Nato non godano di extra-territorialità, ma ottant’anni di storia ci hanno insegnato che un conto è lo stato di diritto e un conto sono i rapporti di forza. Quelli tra Italia e Stati Uniti sono stati determinati dalla sconfitta nella guerra voluta dal fascismo e dalla conseguente occupazione militare del paese, condizione che perdura tuttora e che ci accomuna a Germania e Giappone, gli altri paesi sconfitti nel 1945. Nonostante i molti decenni trascorsi da allora, ogni tentativo di esercitare una piena sovranità, anche su questioni limitate ma tali da poter costituire un precedente, si è infranto per le pressioni esercitate dagli alleati nei confronti di tutti i livelli della gerarchia amministrativa e politica nazionale. La questione delle basi, poi, è paradossale perché regolata da trattati segreti, a partire da quello bilaterale dell’ottobre 1954, di cui non si può conoscere il testo ma che a sua volta ha funzionato da “ombrello” giuridico per successivi documenti e memorandum bilaterali o Nato, anch’essi di conseguenza segreti. Sul tema delle basi militari, così cruciale, lo scudo costituzionale è stato ed è del tutto inefficace.

Ogni installazione militare è una base se è riconoscibile ed è fisicamente isolata dal contesto urbano o rurale in cui si trova, mediante muri, barriere, reticolati, torrette ecc.
Vine precisa che «in alcuni casi un’installazione generalmente indicata come una singola base, per esempio la base aerea di Aviano in Italia, è in realtà composta da più siti di base – nel caso di Aviano, almeno otto. Contare ogni sito della base ha senso perché i siti con lo stesso nome si trovano spesso in luoghi geograficamente diversi. Gli otto siti di Aviano si trovano in zone diverse della città. In genere, inoltre, ogni sito di base riflette distinti stanziamenti del denaro dei contribuenti da parte del Congresso». Per minimizzare il numero delle basi, le autorità militari italiane aggregano alla base principale le sue cosiddette “pertinenze”, sorvolando sul fatto che ciascuna pertinenza ha un proprio e distinto impatto sul territorio e sulla comunità locale più prossima, per consumo di suolo agricolo, peso delle infrastrutture urbanistiche, inquinamento acustico e dell’aria, incremento del traffico veicolare, rischio di coinvolgimento in incendi e esplosioni (molto spesso i siti secondari sono polveriere e depositi di munizioni o di carburante).

 

Le fonti statunitensi
Nell’inventario dei siti militari, pubblicato ogni anno dal Segretario alla difesa degli Stati Uniti, troviamo ciò che il Pentagono considera “di proprietà federale” sotto un profilo meramente immobiliare. L’ultimo inventario pubblicato è aggiornato al 30 settembre 2023, e riporta per l’Italia 33 U.S. sites principali più 14 minori. Nel quadro complessivo della proiezione militare americana nel mondo, l’Italia si conferma come paese strategicamente importante per gli Stati Uniti, che vi mantengono installazioni militari per più di 13,3 miliardi di dollari, ma non importante quanto il Giappone (175 miliardi di $), la Germania (50 miliardi) o la Corea del Sud (48 miliardi). Circa un quarto dell’investimento militare in Italia si deve all’Air Force, il restante 75% è diviso quasi alla pari tra US Navy ed Esercito (non ci sono basi dei Marines in Italia).

 

Le maggiori basi Nato in Italia

La base italiana più importante è quella aerea di Aviano, la più estesa con i suoi 5,5 milioni di m², in cui il Pentagono ha investito 3,3 miliardi di dollari. Dei sette annessi alla base principale citati da Vine, uno (l’Air Force Housing Annex 5) è geograficamente sparso, costituito dai 13 immobili in affitto per le residenze del personale posti in un raggio di 15 minuti dalla base. Gli uffici e il quartier generale, il deposito munizioni e il magazzino manutenzioni occupano tre annessi separati, in tutto 34 edifici di proprietà federale, un quarto è alle porte di Pordenone per gestire i piccoli commerci privati dei militari. La base operativa vera e propria consiste in 188 edifici (il 40% in proprietà), 250.000 m² coperti su un’area complessiva di 5 milioni di m², compresa un’“area Nato” con doppia recinzione di sicurezza che racchiude 12 protective aircraft shelters (ricoveri corazzati dei jet), dotati di caveau sotterranei per lo stoccaggio delle bombe nucleari. Com’è noto, anche la “condivisione nucleare” – cioè il dispiegamento di ordigni atomici americani anche in paesi che, come l’Italia, si sono impegnati a non dotarsi dell’arma atomica – fa parte delle decisioni a senso unico prese molto tempo fa a Washington, e accettate in segreto a Roma. A Roma, invece, si è deciso pubblicamente (in Parlamento) di non firmare il Trattato sulla messa al bando delle armi atomiche decisione recentemente ribadita dal governo col rifiuto di richiedere lo statuto di ‘osservatore’ del trattato entrato in vigore nel 2021.
Seconda per dimensione è “base Vicenza”, che è una base dell’esercito americano composta di sei annessi, tre di grandi dimensioni. La caserma Ederle (600.000 m²) e la caserma Del Din (580.000 m²) sono in città, distanti tra loro 7-8 km, nel complesso 284 immobili di proprietà federale per un controvalore a inventario di oltre 2,4 miliardi di dollari. A circa 10 km dalla Ederle si trova il Site Pluto di Longare, già deposito di testate nucleari (gli americani preferivano l’eufemismo special weapons) scavato sotto i Colli Berici, di recente riqualificato dall’amministrazione militare Usa per ospitare un moderno centro di intelligence militare. Si aggiungono un family housing da 800 milioni di $ (il 70% in affitto), più un’altra area in città di 1,2 milioni di m² quasi interamente in affitto, e infine un’area di stoccaggio di 2.500 m², probabilmente il deposito munizioni “(#7) Usa Setaf – Id 6666” di Tormeno sottoposto a servitù militare, recentemente prorogata dal 2021 al 2026.
Collegata a “base Vicenza” perché appartenente alla stessa “guarnigione”, Camp Darby è la più storica delle basi americane in Italia, dal momento che risale al luglio 1944 l’accampamento militare nella Tenuta di Tombolo, tra Pisa e Livorno, poi trasformato in insediamento stabile nel 1951, con un accordo bilaterale tra Italia e Stati Uniti la cui scadenza rimane segreta. Oggi, su una superficie di mille ettari, in parte utilizzata anche dalle nostre forze armate (in un sito interforze si conservano le scorie del reattore nucleare sperimentale “Galileo Galilei” spento nel 1980), si trova il più grande deposito di materiale e munizioni che gli Stati Uniti mantengono in Europa, ottimamente servito dal vicino porto di Livorno – che è il porto italiano più coinvolto nel traffico militare insieme a La Spezia – collegato alla base via ferrovia e via acqua attraverso il Canale Navicelli, e dal confinante aeroporto di Pisa San Giusto. È di fatto un gigantesco terminale logistico multimodale, costantemente rifornito dai cargo di bandiera americana che sbarcano e reimbarcano armi, missili, bombe e munizioni di ogni tipo, carri armati, mezzi corazzati, cannoni, veicoli leggeri e pesanti, cingolati, ponti mobili, ospedali da campo e ambulanze, carburanti, razioni alimentari, materiali da costruzione e da barriera, pezzi di ricambio ecc. Su una superficie formalmente italiana, l’esercito americano ha costruito 328 edifici per quasi 200.000 m² che considera propri, in cui lavorano 1.500-2.000 persone.

La presenza della Us Navy in Italia poggia su due possenti pilastri: da una parte nell’area napoletana sono collocati i comandi della VI Flotta; dall’altra, la base di Sigonella, in provincia di Catania, è l’insediamento operativo più prossimo alle aree di crisi di Nordafrica e Medioriente.

Quando si parla di comandi, per un’armata aero-navale presente in tutti i mari del pianeta, si parla di strutture di comunicazione intercontinentali, di aeroporti e di flotte aeree, di squadre navali e di porti attrezzati. A Napoli c’è tutto questo nei due siti del Nsa Naval Support Activity, Capodichino (230.000 m² in proprietà) e Gricignano di Aversa (oltre 900.000 m², gran parte in locazione), valore complessivo di circa 2,5 miliardi di dollari. In quello di Lago Patria, frazione di San Giugliano in Campania, hanno sede la Ncts Naval Computer and Telecommunications Station e l’Allied Joint Force Command. A un centinaio di chilometri da Napoli, il distaccamento Nsa di Gaeta ospita e supporta la «Uss Mount Whitney», l’ammiraglia della VI Flotta che è anche nave comando per le forze di attacco e supporto navali della Nato, con base proprio nel porto di Gaeta.

La base aeronavale di Sigonella occupa cinque distinti siti, complessivamente per quattro milioni e mezzo di m², di cui 280.000 m² coperti sono di proprietà federale. Il primo è Nas 2 Sigonella, la maggiore base aeronavale operativa del Mediterraneo, fondamentale per il supporto logistico e la rotazione del personale imbarcato, nonché centro di lancio e controllo dei grandi droni di sorveglianza Triton; il sito ospita anche la nuova Ncts Naval Computer and Telecommunications Station – Sicily che supporta le comunicazioni critiche per Usa, Nato e coalizioni militari. Vi sono poi: Nas 1 Support Area, l’ex Villaggio Nato, nucleo originario della base costruito a partire dagli anni Cinquanta ma divenuto troppo piccolo e da cui molte funzioni sono migrate a Nas 2, che dista una ventina di minuti d’auto; Nrtf Naval Radio Transmitter Facility – Niscemi, il grande “campo” delle antenne Muos inserito nella rete satellitare mondiale delle comunicazioni navali; Nas Sigonella Belpasso Housing, un grande villaggio di 530 villette, costruite nei primi anni Duemila da Impresa Pizzarotti di Parma, che ne cura affittanza e manutenzione; e infine Nato Ordnance Facility, il deposito di stoccaggio e manutenzione delle munizioni costruito negli anni Sessanta, in corso di ammodernamento (investimento di 72 milioni di dollari per quattro box in cemento armato per bombe ad alto potenziale).

Il rifornimento di carburanti a navi e sottomarini americani è garantito dalla base di Augusta, a una cinquantina di chilometri da Sigonella. Molte manovre Nato antisommergibile si sono svolte nel poligono marittimo di Pachino, al largo della Sicilia sudorientale.

 

Le basi excelsior, eccellenza italiana

Un filo rosso, un elemento comune collega le basi maggiori elencate sopra: la grandiosità dell’accommodation, in uno stile smaccatamente “americano” che sicuramente è lo standard di tutte le installazioni militari Usa, in patria e all’estero. Prendiamo il caso della cittadella di Gricignano, 800.000 m² affittati dal Pentagono per trent’anni per ospitare 995 alloggi residenziali, un complesso scolastico per 1.500 studenti (21.000 m²), un centro commerciale (50.000 m²), un centro comunitario con hotel da 100 camere, chiesa, biblioteca e palestra, un edificio residenziale da 10.000 m² e undici edifici di servizio (telefono, centro tv-radiofonico, manutenzione ufficio, magazzino, bowling, cinema, vigili del fuoco, garage ecc.). Solo il nuovo ospedale (85.000 m²) inaugurato nel 2002 è stato acquisito come proprietà federale, su espressa domanda del Pentagono.

All’interno di ogni grande base, ogni militare ha diritto alla camera individuale con servizi e cucina, anche se normalmente pranza nelle “mense Italia” o in un fast food americano in franchising. Per gli acquisti personali ha a disposizione numerose shoppettes dove trova dal dentifricio agli accessori per fucile, i liquori, le sigarette ecc. I centri sportivi che offrono campi da baseball, softball, basket, tennis, soccer ecc. sono spesso appartati, mentre sono di solito posizionate al centro della base le palestre fitness e le piscine (elegante il restyling di quella di Camp Ederle, ricoperta di vetrate foto- termoisolanti). Onnipresenti i centri Exchange (anche chiamati PX, Post Exchange) dove americani e locali compra-vendono auto, moto, elettrodomestici e altri beni durevoli.

L’ampia offerta di servizi mira a mantenere i familiari del personale militare all’interno del perimetro di sicurezza della base o dei villaggi residenziali loro riservati. Ma l’amministrazione militare, attraverso un apposito ufficio del “tempo libero”, gestisce anche ampi spazi verdi esterni. A Gaeta ufficiali e marinai hanno a disposizione i due ettari e mezzo dell’Olde Mill Inn Park, molto prossimo al porto. Per rimanere nell’area napoletana, a Pozzuoli c’è il gigantesco Carney Park, un centro sportivo-ricreativo di ben 43 ettari, con campo da golf, campi da tennis e una cinquantina di edifici dedicati a sport e relax, il tutto edificato all’interno della caldera del Campiglione, nei Campi Flegrei, nella parte settentrionale del vulcano Gauro (un vulcano attivo…). Caso unico in Europa, i militari di stanza a Camp Darby e i familiari hanno avuto a loro disposizione per sessant’anni un tratto della spiaggia di Marina di Pisa, ancora oggi noto come American Beach, restituito al Comune di Pisa dal 2015.

 

L’impatto sul territorio delle basi americane

Come suggeriscono recenti ricerche, sintetizzate nell’articolo “L’impatto degli eserciti e del settore militare sulla crisi climatica” di Pietro Malesani su Altreconomia (8 aprile 2024), l’impatto sull’ambiente delle basi e dell’attività militare è estremamente negativo. In Italia non ci sembra che qualcuno se ne sia occupato, sinora. Come primo approccio, si potrebbe calcolare la carbon footprint del sistema delle basi militari straniere in Italia, o anche solo dell’impatto sul traffico locale degli spostamenti infra ed extra-urbani creati dalle grandi basi. A Vicenza si calcola che siano 16.000 persone, tra militari e civili, che vivono, lavorano e si muovono tra le diverse pertinenze della base. Prima dei recenti ampliamenti, i comandi Usaf stimavano che ogni giorno per le proprie necessità la base di Aviano creava un traffico stradale di 5.000 veicoli.

 

Siamo terreno di logistica militare USA?

Fiumi di inchiostro, invece, sono stati spesi per valutare il valore politico e di politica internazionale che le basi hanno rappresentato e rappresentano oggi. È anche per noi indubbio che sono una delle tante manifestazione del hard power riservato dagli Stati Uniti ai loro “alleati” in tutto il mondo, un’esibizione muscolare ed economica dell’abissale differenza tra l’estensione e il peso degli interessi americani, a confronto di ciò a cui può ambire anche un paese come l’Italia.

Tuttavia, fino alla svolta degli anni Novanta l’intento difensivo dell’occupazione americana poteva essere considerato plausibile ed effettivo, al di là delle ossessioni tipiche della Guerra fredda circa una possibile invasione sovietica, e senza entrare qui nella sfera delle “interferenze” più direttamente politiche nella vita e nella storia del Paese, vedi solo ad esempio i “casi” Mattei e Moro. Fino a un certo momento, la presenza stabile di militari USA/Nato ha comportato frequentemente una catena di comando double key italo-americana, anche se in definitiva dipendente dalle decisioni del Pentagono. All’interno della Nato, di nuclear sharing non si è mai ufficialmente parlato prima del 2010, ma di fatto l’Italia aveva accettato di ospitare sul suo territorio le bombe atomiche americane già dal gennaio 1962, firmando il memorandum segreto Atomic Stockpile Agreement 28. Anzi, quel passo era stato preceduto dal dispiegamento sul campo, in collaborazione con l’Aeronautica Militare, di dodici basi di lancio dei missili anti-missile Mim-14 Nike Hercules, situate quasi tutte in Veneto, di cui sette abilitate all’impiego di ordigni nucleari. Queste basi rimarranno operative tra i primi anni Sessanta e il 1998, e inquadrate nella 1a Brigata aerea Intercettori Teleguidati. La loro collocazione geografica, le attrezzature fisse e mobili (piattaforme di lancio, radar di acquisizione e inseguimento bersaglio, ovviamente missili e testate, ecc.), gli obiettivi di addestramento da raggiungere perché ciascuna base ottenesse la “qualifica Nike”: tutto ciò era deciso dal Supremo comando alleato, e messo in pratica sotto la supervisione di ispettori e tecnici militari americani, ai quali – precisava il memorandum – nelle caserme italiane si dovevano garantire gli abituali standard americani di alloggio e alimentazione.

Tuttavia il personale operativo delle basi Nike era composto da ufficiali di carriera e avieri di leva italiani, per alcuni anni regolarmente inviati negli Stati Uniti a svolgere i corsi di addestramento (a Fort Bliss, Texas, in lingua inglese) e le esercitazioni di tiro (nel poligono Mc Gregor, New Mexico). Dopo il 1962, il programma Nike divenne ufficiale, l’addestramento venne spostato in Italia, nella Scuola missili dell’Aeronautica di Montichiari e nel poligono di tiro di Salto di Quirra in Sardegna, sempre sotto l’attento controllo degli ispettori Usa.

La rete Nike rispondeva direttamente ai comandi Usa/Nato di Verona. In caso di attacco, i comandi si sarebbero spostati in “basi segrete” sotterranee a prova di attacco nucleare e chimico. Se ne conoscono due, nomi in codice “West Star” e “Back Yard”. Situata nei pressi di Affi, in provincia di Verona, West Star è stata centro telecomunicazioni e controllo per tutte le esercitazioni Nato dal 1966 al 2007; poteva ospitare fino a 500 persone nei suoi 13.000 m² di bunker antiatomici sotterranei, su tre livelli. Back Yard ne era la replica in scala minore, 6.000 m² su un solo livello, ricavati in parte dalle gallerie della vecchia miniera di Grezzana, altro comune in provincia di Verona, e sarebbe entrata in azione nel caso West Star fosse fuori uso. Anche le esercitazioni nei bunker si svolgevano sotto la supervisione statunitense ma con personale tecnico-operativo italiano.

Tutta la rete Nike e i bunker segreti sono ancora ben rintracciabili sul territorio, con diversi livelli di degrado e abbandono. In qualche caso le comunità locali progettano di farne musei della Guerra fredda o spazi sociali organizzati fruibili dagli abitanti, e un paio sono già utilizzati per eventi pubblici estivi (per chi volesse approfondire può consultare il libro reso disponibile online Bella Italia armate sponde. Guida dettagliata alla presenza militare in Italia, a cura del dipartimento Pace di Democrazia proletaria). Dopo gli anni Novanta, con il capovolgimento degli obiettivi strategici della Nato – da baluardo contro un’ipotetica invasione sovietica ad alfiere dei valori occidentali in tutti i teatri di crisi, a partire dalle guerre jugoslave – anche il ruolo delle basi americane in Italia è cambiato. Oggi il territorio italiano è una piattaforma per intraprendere operazioni militari decise a Washington e Bruxelles, a cui talvolta le forze armate italiane neppure partecipano, se non come ausilio logistico (si pensi ai voli “segreti” nei primi giorni del marzo 2022, compiuti da C-130J Hercules dell’Aeronautica militare, per armare l’Ucraina attraverso la Polonia).

Con il XXI secolo, si è avviata la rapida dismissione delle basi double key, che la fine della Guerra fredda aveva reso obsolete, in una fase in cui inoltre le forze armate italiane stavano passando dalla coscrizione obbligatoria al reclutamento volontario, dall’esercito di popolo all’esercito professionale.

Da parte loro, le ultime sei amministrazioni americane hanno investito fortemente nelle basi maggiori – quelle che abbiamo analizzato sopra e poche altre (Ghedi, San Vito dei Normanni) – e oggi si sta pensando anche di riutilizzare alcune basi dismesse (come La Maddalena, restituita nel 2007).
Oggi la presenza militare in Italia è molto più utile al mantenimento dell’egemonia degli Stati Uniti che alla difesa dello spazio europeo da pericoli esterni; ancor meno è utile a garantire un’autodifesa dell’Europa unita, che Oltreatlantico hanno sempre visto come insidioso competitor economico che approfitta dell’ombrello militare pagato dai contribuenti americani.

 

I primi risultati dell’inchiesta

In internet sono reperibili numerosissimi elenchi di basi americane in Italia, identici e semplicemente copiati senza alcun controllo delle fonti. Secondo le nostre ricerche si tratta essenzialmente di una sola fonte, definita “riservata” e riferibile all’ambiente militare. La nostra verifica è partita in ogni caso da quegli elenchi, pubblicati in rete, da cui si possono ricavare i primi dati.

Le basi americane in Italia sono almeno una cinquantina, come ci confermano i documenti ufficiali statunitensi. Anche ammettendo che siano tutte su territorio giuridicamente italiano, sarà ben difficile – nel caso di un processo di dismissione unilaterale, che al momento non ci sembra neppure ipotizzabile – non riconoscerne il valore immobiliare messo a inventario dal Dipartimento della difesa.

Abbiamo constatato che una decina di basi segnalate dagli elenchi in rete non sono reperibili o sono doppioni di basi esistenti o esistite. Gli elenchi in rete indicano la presenza di un altro centinaio di siti, di cui circa quaranta sono basi dismesse, come abbiamo già potuto constatare.

Rimane da compiere la verifica delle rimanenti sessanta basi, e da mettere in campo un accurato esame del materiale già raccolto, e che metteremo a disposizione di ricercatori e gruppi di lavoro locale, di cui auspichiamo l’organizzazione. Una seria ricerca dovrebbe prendere in considerazione anche altre infrastrutture concesse in uso agli Stati Uniti e/o alla Nato, ad esempio i depositi e le stazioni di pompaggio dell’oleodotto Pol-Nato per jet fuel, che collega il terminale marino della Spezia con le basi aeree del Nordest. Da approfondire anche la non casuale contiguità tra alcune basi militari (ad esempio Cameri, Salto di Quirra) e alcuni impianti industriali di Leonardo.

Pensiamo che avere un quadro chiaro, nel metodo e nella raccolta delle informazioni, sia una precondizione necessaria per valutare l’impatto economico e ambientale delle basi straniere in Italia, che deve dunque precedere – al contrario di quanto fatto sinora – la discussione sul loro mantenimento o ridimensionamento o chiusura e di cosa possa eventualmente sostituirle, in un quadro di difesa europea tutto da costruire.

Il lavoro più impegnativo comincia ora.

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