martedì 19 novembre 2013

Il secolo del lavoro stupido - David Graeber

Nel 1930,John Maynard Keynes prevedeva che entro la fine del secolo la tecnologia sarebbe progredita abbastanza da permettere a paesi come il Regno Unito o gli Stati Uniti di approdare alla settimana lavorativa di quindici ore. Aveva ragione: in termini di tecnologia, saremmo perfettamente in grado di riuscirci. Eppure non è ancora successo. Anzi, semmai la tecnologia è stata arruolata per inventare nuovi modi di farci lavorare tutti di più.
A tale scopo sono stati creati lavori che sono di fatto inutili.
Enormi schiere di persone, soprattutto in Europa e Nordamerica, trascorrono tutta la loro vita professionale eseguendo compiti che segretamente ritengono inutili. I danni morali e spirituali che derivano da questa situazione sono profondi. È una cicatrice sulla nostra coscienza collettiva. Eppure non ne parla praticamente nessuno. Perché l’utopia promessa da Keynes non si è mai materializzata? La spiegazione standard è che Keynes non aveva preventivato la mole dell’incremento del consumismo. Messi davanti alla scelta tra meno ore di lavoro e più giocattoli e piaceri, abbiamo collettivamente scelto i secondi. Il che porterebbe con sé anche una morale simpatica, non fosse che basta riflettere un attimo per capire che non può essere così. È vero, dagli anni venti in poi abbiamo assistito alla creazione di un’infinità di nuovi lavori e industrie, ma sono pochissimi quelli che hanno a che vedere con la produzione e la distribuzione di sushi, iPhone o scarpe da ginnastica costose.
Allora cosa sono esattamente questi nuovi lavori?
Un recente studio che confronta l’occupazione negli Stati Uniti tra il 1910 e il 2000 ci fornisce un’immagine chiara. Durante il secolo scorso, il numero di lavoratori impiegati come domestici, nel settore industriale e in quello agricolo è crollato. Parallelamente, “le libere professioni, i lavori dirigenziali, d’ufficio, di vendita e di servizio” sono triplicati, passando da un quarto degli impieghi complessivi a tre quarti. In altre parole, i lavori produttivi, esattamente come previsto, sono stati in gran parte sostituiti dall’automazione(anche calcolando il numero di lavoratori industriali a livello mondiale, comprese le masse che sgobbano in India e in Cina, questi lavoratori non rappresentano neppure alla lontana la stessa percentuale di popolazione mondiale di una volta. Ma anziché consentire una significativa riduzione delle ore di lavoro per rendere la popolazione mondiale libera di dedicarsi ai propri progetti, piaceri e idee, abbiamo assistito all’esplosione non tanto del settore dei“servizi”, quanto di quello amministrativo, arrivando a comprendere la creazione di intere nuove industrie come quella dei servizi finanziari o del telemarketing, o l’espansione senza precedenti di settori come quello giuridico-aziendale, accademico, dell’amministrazione sanitaria, delle risorse umane e delle pubbliche relazioni.
E questi numeri non comprendono tutte quelle persone che per lavoro forniscono a queste industrie assistenza amministrativa, tecnica o relativa alla sicurezza, né – se è per questo – l’esercito di attività secondarie (come i toelettatori di cani o i fattorini che consegnano pizze tutta la notte) che esistono soltanto perché le altre persone passano tanto tempo a lavorare in tutte le altre. Sono mestieri che propongo di definire “lavori stupidi”.
È come se esistesse qualcuno che inventa lavori inutili solo per farci continuare a lavorare. E proprio qui sta il mistero: nel capitalismo, questo è esattamente quel che non dovrebbe succedere. Certo, nei vecchi stati socialisti inefficienti come l’Unione Sovietica, dove il lavoro era considerato insieme un diritto e un sacro dovere, il sistema si occupava di inventare tutti i lavori necessari (ecco perché nei grandi magazzini sovietici ci volevano tre commessi per vendere un pezzo di carne). Ma questo, naturalmente, è proprio il genere di problema che la concorrenza di mercato dovrebbe correggere. Secondo le teorie economiche, perlomeno, l’ultima cosa che deve fare un’azienda desiderosa di profitti è sborsare soldi a lavoratori di cui non ha davvero bisogno. Eppure, non si sa perché, succede lo stesso...

continua qui  (articolo pubblicato su "Internazionale")

grazie a daniele per averlo segnalato

4 commenti:

  1. si. Guardandomi intorno ho sempre notato questa strana cosa. Ora mi sento un po' meno scemo. Io avrei un altro interrogativo correlato: - Perchè spesso capita di sentire un amico, avvocato o impiegato, casalingo o autista, guardiano o taxista, ecc. che se la prende con i nomadi ai semafori (o con chi chiede la monetina che ci stressa le tasche) dicendogli (o pensando) che devono andare a lavorare. Che differenza c'è tra le diverse attività dal punto di vista produttivo?

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  2. ciao, Anonimo, mi sono ricordato di Quesnay, un economista francese del '700, che divideva la società in tre classi:
    1-Proprietari Terrieri (Aristocrazia, Alto clero)
    2-Lavoratori Sterili (Artigiani, Mercanti)
    3-Lavoratori Produttivi (Agricoltori, Allevatori, Pescatori)

    incredibile come il concetto di lavoro produttivo e improduttivo ritorni e vari nel tempo...
    (http://it.wikipedia.org/wiki/Tableau_%C3%A9conomique)

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  3. Risposte
    1. 1 - qualcuno ci prova
      2 - bisogna saper scegliere
      3 - pagano per fare i lavoro "inutili" (e/o dannosi, per le persone e l'ambiente), molto meno per i lavori "utili" (e/o non dannosi, per le persone e l'ambiente)

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