martedì 3 aprile 2018

Morire sulla recinzione della prigione di Gaza - Hagai El-Ad (B'Tselem)



La leadership di Israele sta gradualmente ammettendo un fatto basilare : il controllo permanente di Israele su milioni di palestinesi è impossibile senza commettere crimini di guerra. Questo è in sintesi  significato che presuppone il controllare un altro popolo: non "semplicemente" una questione di usurpare la sua terra, di imporre un regime tra padroni e subordinati, di negare i diritti politici  o di dispiegare un labirinto infinito di oppressiva burocrazia. È anche questione di ripetute uccisioni
Così, il leader di Bayit Yehudi, Naftali Bennett, ha dichiarato in una intervista alla CNN  durante l'estate 2014, quando centinaia di palestinesi sono stati uccisi nella Striscia di Gaza dalle bombe israeliane : "Hamas sta conducendo un massiccio genocidio". evidenziando così apertamente le reali implicazioni dell'uso della forza militare. Tentò di rendere accettabile il crimine incolpando la vittima, ma il suo utilizzo del termine  e ,ancor più il suo profondo significato, rifletteva la  realtà. 

Nel dicembre 2017, l'ex primo ministro e ministro della Difesa Ehud Barak ha toccato lo stesso argomento , avvertendo che " attuare l'agenda di uno stato porterà ad una situazione dove alcuni membri dell'esercito e dello Shin Bet - che per la  legge israeliana non sono semplicemente autorizzati a  disobbedire a un ordine illegale, ma sono  obbligati  a farlo - possono rifiutarsi  di seguire gli ordini che ricevono ". Barak ha omesso di menzionare il vero pericolo, tuttavia: che alcuni di coloro che ricevono questi ordini apertamente illegali obbediscano Venerdì, ancora una volta, questo è quello che è successo: gli ordini erano illegali.  I soldati hanno obbedito e i palestinesi sono stati uccisi con fuoco vivo  per molte ore. La portata delle vittime era chiara per la leadership israeliana, ma nessuno ha fermato quanto accadeva . 

Come al solito la propaganda ufficiale dichiara che Hamas è responsabile di tutto, proprio come ha dichiarato Hamas responsabile per l'annientamento di dozzine di famiglie e la morte di centinaia di bambini e giovani durante i bombardamenti israeliani di Gaza nel 2014. Il portavoce dell'IDF ha superato se stesso, vantandosi in un tweet (che è stato successivamente cancellato): "Nulla è stato eseguito senza controllo; tutto era preciso e misurato e sappiamo dove ogni proiettile è atterrato ". 

Apparentemente i nostri proiettili intelligenti - che hanno colpito centinaia di palestinesi - erano in grado con precisione chirurgica di determinare che ognuno di loro presentava un pericolo mortale e che non c'era altra via d'azione. Anche quelli sparati da una grande distanza. Anche quelli sparati alle spalle. Anche quelli sparati mentre i palestinesi si allontanavano dai soldati . 

Gaza  è gestita dall'esterno come un'enorme prigione. I guardiani stabiliscono quanta elettricità, acqua e cibo raggiungeranno quasi due milioni di non-cittadini che vivono una  non-vita. Il fuoco vivo è usato per il controllo della folla. I prigionieri non hanno il diritto di protestare. La loro disperazione è colpa loro. Le loro ferita e la loro morte scaturiscono esclusivamente dalla loro responsabilità: le nostre mani non hanno versato questo sangue, dal momento che sono stati loro a  precipitarsi  in avanti verso i nostri proiettili. Il venerdì è stato un giorno sanguinoso, ma Israele è già diventato da lungo tempo un esperto per imbiancare giorni e settimane insanguinati. Non prevede alcuna indagine.  Le eventuali  "Investigazioni" sono solo una fase  di routine ,ma anche così, quanto si è fortunati si  dà  la colpa di tutto questo a  quelli che si uccidono da soli.  Di volta in volta, il controllo su un'altra persona richiede giorni di uccisioni e massacri. Altri giorni insanguinati ci attendono.

Accuse infamanti? Ecco le carriere dei condannati per la Diaz - Luca Galantucci




Cosa c’è dietro le accuse del sostituto procuratore di Genova Zucca e quali provvedimenti per quella che è stata definita «la più grave sospensione dei diritti democratici in Europa dopo la seconda guerra mondiale»

«I nostri torturatori sono ai vertici della polizia, come possiamo chiedere all’Egitto di consegnarci i loro torturatori? L’11 settembre 2001 e il G8  hanno segnato una rottura nella tutela dei diritti internazionali. Lo sforzo che chiediamo a un paese dittatoriale è uno sforzo che abbiamo dimostrato di non saper far per vicende meno drammatiche». Queste le dichiarazioni del sostituto procuratore di Genova  Zucca, nell’ambito di un dibattito sul caso Regeni. Frasi che da un paio di giorni sono al centro dell’ennesima, faziosa, polemica sul g8 di Genova dettata dall’intransigente rifiuto, ancora oggi dopo quasi vent’anni, delle istituzioni di fare i conti con quella che è stata definita «la più grave sospensione dei diritti democratici in Europa dopo la seconda guerra mondiale»

Nel nostro paese, ogni volta che vengono effettuate dichiarazioni sui fatti di Genova, si solleva un polverone. Questa volta a innescare la polemica sono state due frasi pronunciate da Enrico Zucca, oggi sostituto procuratore generale di Genova, allora pubblico ministero responsabile dell’istruttoria contro le forze dell’ordine nel processo per la macelleria messicana compiuta alla Diaz. Zucca non è nuovo a prese di posizione molto dure in relazione all’atteggiamento dei vertici della Polizia nei confronti delle vicende giudiziarie riguardanti i propri funzionari. Già in passato aveva infatti duramente criticato l’operato della Polizia parlando di «totale rimozione» dei fatti di Genova e del rifiuto delle forze dell’ordine di riconoscere le proprie responsabilita’ in merito a tali eventi. Nelle frasi pronunciate qualche giorno fa, Zucca torna sull’argomento, sottolineando un altro aspetto vergognoso della gestione post G8 da parte del Ministero dell’Interno e, in particolare, del Dipartimento di Pubblica Sicurezza: le promozioni, le carriere folgoranti e, in alcuni casi il reintegro, dei funzionari condannati in via definitiva dalla Cassazione nel 2012 per la vicenda della scuola Diaz. Nel farlo, il magistrato fa un parallelismo con il brutale assassinio di Giulio Regeni, altra vicenda di torture rimaste impunite. Non è un caso. è bene infatti ricordare che, oltre all’impunita’ assicurata alla quasi totalita’ degli agenti coinvolti nelle vicende del luglio genovese, secondo la legge contro la tortura recentemente approvata dal Parlamento i fatti della Diaz e di Bolzaneto non sarebbero perseguibili («la tortura deve essere reiterata»…).



Tornando alle parole di Zucca, in uno stato di diritto in cui questo termine abbia ancora un qualche significato, le dichiarazioni del magistrato sarebbero passate quasi inosservate, in quanto considerazioni autoevidenti, lampanti, nonché supportate da sentenze definitive e da pronunciamenti molto duri da parte della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, sia per quanto riguarda gli episodi di violenza e tortura che i depistaggi e i tentativi di insabbiamento delle indagini. In questo paese, non è cosi’: non appena si rievocano le giornate di Genova, immediatamente si vede alzarsi un muro di gomma, la ragion di Stato che fa quadrato attorno ai suoi fedeli e obbedienti servitori. Subito, infatti, il Ministro della Giustizia Orlando e il Procuratore Generale della Cassazione Fuzio hanno avviato accertamenti preliminari sul sostituto procuratore, mentre il vice presidente del Consiglio Superiore della Magistratura si è immediatamente affrettato a esprimere “stima e fiducia ai vertici delle forze di Polizia”. Il capo della Polizia Gabrielli, chiamato in causa direttamente, si è invece spinto oltre, definendo le frasi di Zucca “accuse infamanti”, proprio lui che l’anno scorso affermo’ che “il G8 di Genova fu una catastrofe” e che evidentemente “in questi sedici anni, la riflessione non è stata sufficiente”, sottolineando come fosse necessario “voltare pagina”.

Nonostante questo muro di gomma e il cosiddetto spirito di corpo delle forze dell’ordine (degno delle peggiori dittature, poi ci si meraviglia se qualcuno ci paragona all’Egitto…) responsabile di ostacoli alle indagini piu’ volte denunciati dallo stesso Zucca e il sopraggiungere della prescrizione (grazie all’assenza, all’epoca, del reato di tortura nell’ordinamento giudiziario), nel 2012 e nel 2013, grazie alle pressioni di movimenti, opinione pubblica e media (soprattutto stranieri), sono arrivate alcune, poche, condanne per le violenze della Diaz e di Bolzaneto. Fra i condannati ci sono elementi di spicco della Polizia italiana: Giovanni Luperi, Francesco Gratteri, Gilberto Caldarozzi, Spartaco Mortola, Pietro Troiani. L’allora capo della Polizia, Gianni De Gennaro, venne invece assolto in Cassazione dall’accusa di istigazione alla falsa testimonianza (subito raggiunto da una telefonata di felicitazioni di Marco Minniti), nonostante l’ex questore di Genova Francesco Colucci venne invece condannato a due anni e otto mesi per falsa testimonianza proprio in favore di De Gennaro (altro che misteri della fede).

Alla faccia delle accuse infamanti, riportiamo qui sotto le carriere folgoranti di questi cosiddetti superpoliziotti della Diaz. Per non dimenticare chi con Genova ci ha costruito tutta una carriera.


Gilberto Caldarozzi, condannato per falso riguardo alla fabbricazione di prove fasulle per accusare ingiustamente le persone picchiate all’interno della Diaz e per non avere impedito le violenze. All’epoca vice direttore dello SCO (Servizio Centrale Operativo). Dopo Genova viene promosso a direttore dello SCO (carica che ricopre fino alla sentenza definitiva). Dopo la sentenza del 2012, interviene la sospensione, vista l’interdizione dai pubblici uffici. In questi 5 anni di sospensione viene assunto in Finmeccanica dall’allora capo della Polizia De Gennaro (vedi sotto). Terminati i 5 anni di interdizione viene reintegrato in Polizia con una promozione non da poco: vice direttore della Direzione Investigativa Antimafia…
Giovanni Luperi, condannato per gli stessi reati di Caldarozzi. All’epoca vice direttore dell’Ucigos, viene promosso a capo del dipartimento analisi dell’Aisi (servizi segreti, ex Sisde). Sospeso dalla sentenza della Cassazione, non viene reintegrato per sopraggiunti limiti d’eta’.
Francesco Gratteri, condannato per gli stessi reati di Caldarozzi. All’epoca direttore dello SCO, viene promosso a capo della Direzione Centrale Anticrimine. Dopo la sospensione, viene spesso chiamato in cattedra alla Scuola Superiore di Polizia (spesso insieme a Caldarozzi).
Dalla sentenza di Appello: Luperi e Gratteri “preso atto del fallimentare esito della perquisizione, si sono attivamente adoperati per nascondere la vergognosa condotta dei poliziotti violenti concorrendo a predisporre una serie di false rappresentazioni della realtà a costo di arrestare e accusare ingiustamente i presenti nella scuola“. Tra i falsi atti per cui sono stati condannati, quello relativo all’introduzione nella scuola da parte di poliziotti delle bottiglie Molotov, poi state utilizzate come prova del possesso di armi da parte degli occupanti.

Pietro Troiani, responsabile del miracoloso ritrovamento delle molotov all’interno della Diaz. All’epoca vice questore. Dopo i 5 anni di interdizione viene reintegrato  e la sua carriera fa un notevole balzo: viene nominato dirigente del Centro operativo autostradale di Roma che ha competenza su tutto il Lazio. Il principale d’Italia.
Spartaco Mortola, sempre condannato per la vicenda delle molotov portate all’interno della Diaz. All’epoca capo della Digos di Genova, viene promosso a questore ad Alessandria e successivamente a questore vicario a Torino. Dove si distingue per le brutali cariche ai No Tav in mezzo alla neve in Val di Susa. Il lupo perde il pelo ma non il vizio. In attesa di probabile reintegro.
Gianni de Gennaro, all’epoca capo della Polizia. Viene assolto, non senza ombre, dall’accusa di istigazione alla falsa testimonianza nel 2011. Fino al 2007 ricopre il ruolo di capo della Polizia, dopo cui inizia una carriera eccezionale e fulminea: promosso a capo di gabinetto del Ministero dell’Interno (2007), direttore del DIS (2008, Dipartimento Informazione e Sicurezza, servizi segreti), sottosegretario di Stato con delega alla sicurezza della Repubblica (2012). Infine (2013) viene nomincato da Letta a presidente di Finmeccanica, carica che utilizza per assumere il suo fedele braccio destro Gilberto Caldarozzi. E il cerchio si chiude.

lunedì 2 aprile 2018

TG Lercio - Giobbe Covatta









La mistificazione della scuola lavoro - Paolo Mottana



La proposta dell’alternanza scuola-lavoro, paradossalmente ma non troppo, è un’eredità del modello marxista dell’educazione, dal momento che, come noto, il nesso tra istruzione e lavoro (il lavoro in fabbrica) è stato a lungo considerato (e si veda il lavoro di Manacorda che cita lo stesso Marx e in seguito di Labriola e altri) un modo per spezzare la divisione tra lavoro intellettuale e manuale e raggiungere la figura dell’”uomo onnilaterale” che tanto spazio ha avuto nelle idee marxiste sull’educazione.
Quindi, da un certo punto di vista, si tratterebbe di una pratica dal volto umano, ben diversa da come appare oggi nelle critiche, peraltro sacrosante, che studenti e osservatori più attenti, fanno alle forme di alternanza scuola-lavoro sempre più diffuse nelle nostre scuole.
Ovviamente il quadro è mutato, e fin troppo facile osservarlo, qui non si tratta più di saldare una rottura che era anche una rottura di classe all’epoca, non si tratta più di compensare con l’esperienza della fabbrica e della vita operaia un’esperienza di conoscenza aristocratica e individualistica. La figura dell’intellettuale operaio o del prete operaio che tanta fortuna ha avuto nella storia della cultura marxista, sembra ormai il ricordo di un remoto passato.
Oggi non esiste quel luogo di educazione politica e di esperienza collettiva che è stata in certe stagioni la fabbrica. Oggi esiste, come tutti sappiamo un mercato del lavoro polverizzato in una infinità di contesti del tutto eterogenei e nei quali certo c’è poco da imparare se non l’arte della sopravvivenza a suon di controllo, ricatti e continue valutazioni individuali.
Chiaro che questa pratica, in questa forma, non ha alcun senso formativo, se non nel senso di un addestramento al peggio. Chiaro che il suo scopo, del tutto esplicito tra l’altro, è quello di far assaggiare la durezza del mondo del lavoro ai più giovani, inoculandogli l’ansia e la disperazione che aleggia in questi luoghi perché introiettino l’idea che per lavorare si deve essere disposti a tutto, che non c’è comprensione né solidarietà, che nel precariato vince chi è più forte e chi arriva prima, che insomma quello che finora hanno provato a scuola è solo una lunga massacrante esercitazione in luogo protetto ma che il bello deve ancora venire.
L’alternanza scuola-lavoro non credo d’altra parte che sia un supporto di lavoro gratuito al mondo delle imprese. O meglio forse c’è anche questo ma è un elemento periferico. Qui, come ormai del resto ovunque, dai media alle scuole stesse alle università, lo strumento dell’alternanza scuola-lavoro e dell’apprendistato è solo un anello di una catena ideologica che vede indebolirsi sempre di più il ruolo della cultura, amplificarsi a dismisura quello della preparazione tecnica o comunque professionale, accumularsi sui giovani la minaccia costante che, in assenza di un adattamento senza se e senza ma alla macchina dello sfruttamento, dell’adeguamento a richieste di cui non è affatto necessario chiedersi il significato, dello spappolamento delle forme di solidarietà sociale e delle prospettive di bene comune, si finirà molto male, come del resto ormai capita a chiunque tenti di sottrarsi a questi veri e propri dispositivi di controllo, di giudizio e di sanzione continua.
Chi non si adatta è perduto, questo accade nelle scuole e in particolare nelle università, dove l’intimazione alla professionalizzazione, alle logiche quantitative e ai criteri scriteriati della produttività a puri fini finanziari (racimolare finanziamenti a qualunque costo, specialmente culturale) è ormai l’unica logica accettata.

Sempre di più e sempre prima si tratta di capire che il tempo delle idee, della discussione libera, delle sperimentazioni, dello studio, della cultura, della critica sociale è finito. E i ragazzi ormai lo imparano fin dall’allattamento, con lo stupro pubblicitario del loro immaginario, con la pervasività di un incitamento costante al consumo di checchessia, contemporaneo alla normalizzazione dei comportamenti e al silenziamento della ragione critica nella scuola, con il messaggio che il lavoro quale che sia è l’isola del tesoro e che per esso si deve essere disposti a vendere l’anima, la salute e anche la dignità.
Di questo occorre fare denuncia, della violenza insita sintomaticamente nell’alternanza scuola-lavoro ma che si esprime in un’infinità di altre forme e che non ha di mira solo i giovani ma tutti coloro tentino di opporsi a un train de mortsul quale sembra che tutti siamo saliti pena rimanere ancor più soli e disperati di quelli che tanto si affannano a dimostrare ogni giorno che loro sono fitted per il futuro, conformisti, capaci di realismo, di pragmatismo, di hara kiri umano e di prostituzione quale che sia.
Ad essa l’idea di un apprendimento fondato sull’esperienza, esperienza aperta, molteplice, critica, cangiante nel mondo sociale e lavorativo ma non certo come servi che devono apprendere ad adattarsi ma come esploratori, osservatori, ricercatori che è uno degli aspetti costitutivi dell’educazione diffusa, mi pare una risposta capace di ritrovare l’aura dell’antica idea dell’onnilateralità marxista insieme a quella di spezzare la trappola micidiale che i sistemi di potere e i loro stakeholders hanno organizzato in reticoli sempre più fitti per fottere, come sempre, la vita ahinoi a tutti, loro compresi.

domenica 1 aprile 2018

Annino Mele racconta il carcere (e non solo)



Il Caso Skripal è una bufala, la guerra dell’Occidente alla Russia è terribilmente vera - Fulvio Scaglione



In un suo libro meraviglioso (Sapiens – Da animali a dei  brevestoria dell’umanità), Yuval Noah Harari, docente di Storia alla Hebrew University di Gerusalemme, analizza la funzione dei miti nell’organizzazione delle società complesse. E scrive: “Crediamo in un particolare ordine non perché sia oggettivamente vero ma perché crederci ci permette di cooperare efficacemente”. Oggi basta guardarsi intorno, con la tensione tra Russia, Usa ed Europa che sale di settimana in settimana, per trovare evidente conferma dell’intuizione di Harari. Quella che spinge la russofobia imperante è ormai una vera mitologia. Prendiamo le ultime rivelazioni. Per esempio il “caso Skripal”. Si parla di un vecchio arnese dello spionaggio, un doppiogiochista fuori dai giochi da vent’anni che si arrabattava con un po’ di consulenze. Già è curioso che di colpo Vladimir Putin (perché gli inglesi hanno detto che l’ordine veniva dal Cremlino) si ricordi di Skripal. Ancor più curioso che gli venga di colpo voglia di ucciderlo. Straordinariamente curioso, poi, è che si pensi di ammazzarlo con gas nervino. Il buon vecchio colpo alla testa non è più di moda? Oppure si vuole lasciare un’impronta così grossa da far gridare a tutti “aiuto, arrivano i russi!”? E poi si parla dl gas nella valigia, ma forse non è più vero. E poi si scopre che Skripal padre e figlia avevano spento per quattro ore i rilevatori satellitari dei cellulari, e chissà che avevano fatto in quelle ore. E chissà come stanno i due Skripal, che non sono morti ma nemmeno riapparsi: non una foto, una notizia, un bollettino medico. Tutto questo, per dirlo con la filosofia di Theresa May, è “highly likely”, altamente probabile? Se ve lo raccontasse un collega di un suo amico ci credereste?
Il “caso Skripal”. Si parla di un vecchio arnese dello spionaggio, un doppiogiochista fuori dai giochi da vent’anni che si arrabattava con un po’ di consulenze. Già è curioso che di colpo Vladimir Putin (perché gli inglesi hanno detto che l’ordine veniva dal Cremlino) si ricordi di Skripal. Ancor più curioso che gli venga di colpo voglia di ucciderlo
Stesso discorso per l’hacker russo (sempre Cremlino, sempre Putin, ovvio) che avrebbe rubato le mail di Hillary Clinton. Siete andati oltre i titoli, avete letto gli articoli? Sarebbe successo questo: l’hacker del Gru (servizi segreti militari russi) riesce a violare i server della Clinton. Poi, compiuta l’intrusione, con lo stesso computer e dalla stessa sede centrale del Gru a Mosca, ma dimenticando di usare il programma che cela la sua identità elettronica, si mette a surfare su Internet e addirittura entra in Twitter (Twitter, mica nel dark web) dove si fa pescare dall’Fbi. Secondo voi è “highly likely” che un militare-informatico esperto dei servizi segreti russi e impegnato in una simile missione faccia una coglionata di questo genere?
Certo che no. E infatti gli stessi giornali raccontano queste favole con aria stanca, sapendo che sono balle. Avendo perfetta coscienza che tutti, i russi come gli americani, gli inglesi e anche noi italiani, spiano, intrigano, trafugano, origliano ovunque possono. Però sui russi le raccontano. Perché tutto ciò serve a tenere in piedi quello che Harari chiama “ordine” e che, a sua volta, è l’architrave di questo nostro mondo.
Per andare avanti con la globalizzazione, il dominio dei mercati finanziari e il controllo delle risorse naturali del pianeta, abbiamo bisogno di raccontarci che siamo il centro del mondo. E che lo siamo non perché siamo i più forti ma perché siamo i migliori, i “buoni”. E che se rischiamo di non essere più il centro del mondo (con la sgradevole conseguenza di dominare e controllare un po’ meno, e di rimetterci qualche soldino) è perché i “cattivi” complottano contro di noi. Traduzione: poiché la Russia ci manda un po’ di carte a quarantotto, dal Medio Oriente all’Ucraina, è chiaro che complotta. Russiagate, Skripal, Brexit, Catalogna, vittoria di Lega Nord e M5S in Italia, no? Dunque va combattuta, in nome ovviamente del bene.
È la funzionalità per il sistema a tenere in piedi una narrazione che, di per sé, in piedi non starebbe. E che vive di inesausta ripetizione, poiché prove convincenti dei vari complotti, dopo anni di martellamento, non se ne sono viste. Basta osservare quanto avviene in queste ore in Italia, dove un Governo in carica solo per l’ordinaria amministrazione (come il premier Gentiloni ha voluto chiarire anche su Twitter) prende un provvedimento straordinario espellendo due diplomatici e giudicandoli spie. Cosa che lo pone in rotta di collisione con un partner economico e commerciale storico come la Russia, che infatti lo definisce un “atto ostile”. Cosa che, almeno in teoria, ci mette nel mirino dei missili russi, visto che noi abbiamo in casa decine di testate atomiche Usa e Nato. E il Governo defunto che prende una simile decisione ai propri cittadini come unica spiegazione dice che bisognava stare con gli altri, gli americani, gli europei, l’Alleanza Atlantica. Di fatto ammettendo che non ci crede nemmeno lui ma che non poteva (o non aveva le palle per) tirarsi indietro.
A sentir parlare di armi di distruzione di massa (gas nervino) tornano alla mente ricordi nemmen tanto vecchi. Di quando gli stessi giornali, e spesso gli stessi “esperti”, tali armi le avevano localizzate per certo in Iraq
Come detto prima, è sicuro che la Russia spia, come spiano tutti gli Stati che spendono soldi per un servizio segreto. Oggi, però, il problema è un altro. A sentir parlare di armi di distruzione di massa (gas nervino) tornano alla mente ricordi nemmen tanto vecchi. Di quando gli stessi giornali, e spesso gli stessi “esperti”, tali armi le avevano localizzate per certo in Iraq. Di quando un ex generale, in quel momento segretario di Stato Usa, andava sventolando all’Onu provette di borotalco spacciandole per antrace. E di quando la Casa Bianca faceva circolare la lista dei “Paesi canaglia”: Afghanistan, Siria, Iraq, Libia e Iran. Paesi che, guarda combinazione, nel frattempo sono stati distrutti. Ecco, non si vorrebbe che il can can attuale servisse da distrazione di massa per spuntare l’unica voce di quella lista che ancora non è stata piallata.

Quelli che si allontanano da Omelas - Ursula K. Le Guin

(titolo originale: The Ones Who Walk Away from Omelas
Con un clamore di campane che fece volare altissime le rondini, la Festa dell’Estate arrivò nella città di Omelas, con le sue torri fulgide in riva al mare. Il sartiame delle barche nel porto scintillava di bandiere. Per le vie, tra le case dai tetti rossi e dalle facciate dipinte, tra i vecchi giardini invasi dal muschio e sotto i viali alberati, oltre i grandi parchi e gli edifici pubblici, avanzavano le processioni. Alcune erano decorose: vecchi in lunghe vesti rigide color malva e grigie, gravi maestri artigiani, donne tranquille e ilari che portavano in braccio i loro figlioletti e camminavano chiacchierando. In altre vie, la musica aveva un ritmo più svelto, uno scintillio di gong e tamburelli, e la gente avanzava danzando, la processione era una danza. I bambini correvano dentro e fuori, e i loro acuti richiami s’innalzavano come i voli incrociati delle rondini sopra la musica e i canti. Tutte le processioni si snodavano verso la parte settentrionale della città, dove sul grande prato irriguo chiamato Campi Verdi ragazzi e ragazze, nudi nell’aria luminosa, con i piedi e le caviglie macchiati di fango e le lunghe braccia agili, allenavano prima della corsa gli irrequieti cavalli. Questi non avevano finimenti ma solo cavezza senza morso. Le criniere erano intrecciate di nastri argentei, dorati, verdi. Dilatavano le narici o scalpitavano e si vantavano reciprocamente; erano immensamente eccitati, poiché il cavallo è l’unico animale che ha adottato come proprie le nostre cerimonie. Lontano, a nord e a ovest, sorgevano le montagne, che cingevano per metà Omelas sulla sua baia. L’aria del mattino era limpida e la neve che incoronava ancora le Diciotto Vette ardeva di un fuoco d’oro bianco attraverso le distese di aria assolata, sotto l’intenso azzurro del cielo. C’era abbastanza vento da far garrire di tanto in tanto gli stendardi che delimitavano la pista della corsa. Nel silenzio dei vasti prati verdi si poteva udire la musica che si snodava per le vie della città, ora prossima e ora lontana ma in costante avvicinamento: una gaia e lieve dolcezza dell’aria che di tanto in tanto tremolava e si raccoglieva e prorompeva nel grande scampanio gioioso.
Gioioso! Come si può parlare della gioia? Come descrivere i cittadini di Omelas? Non erano gente semplice, vedete, sebbene fossero felici. Ma noi non diciamo molto spesso, ormai, le parole della gioia. Tutti i sorrisi sono divenuti arcaici. Data una descrizione come questa, si tende a formulare certe ipotesi. Data una descrizione come questa si tende a cercare il re, montato su uno splendido stallone e circondato dai suoi nobili cavalieri, o magari su una lettiga d’oro portata da schiavi muscolosi. Ma non c’era un re. Non usavano le spade, e non avevano schiavi. Non erano barbari. Non conosco le regole e le leggi della loro società, ma credo che fossero pochissime. Come facevano a meno della monarchia e della schiavitù, così facevano a meno anche della borsa-titoli, della pubblicità, della polizia segreta e della bomba. Eppure ripeto che non erano gente semplice, pastori zuccherosi, buoni selvaggi, miti utopisti. Non erano meno complessi di noi. Il guaio è che noi abbiamo la pessima abitudine, incoraggiata dai pedanti e dai sofisticati, di considerare la felicità come qualcosa di abbastanza stupido. Solo la sofferenza è intellettuale, solo il male è interessante. Questo è il tradimento dell’artista: il rifiuto di riconoscere la banalità del male e la terribile noia della sofferenza. Se non potete batterli, unitevi a loro. Ma elogiare la disperazione significa condannare la gioia, abbracciare la violenza significa abbandonare tutto il resto. Abbiamo quasi perduto la presa: non sappiamo più descrivere un uomo felice, né celebrare la gioia. Come posso parlarvi degli abitanti di Omelas? Non erano bambini ingenui e felici, anche se i loro figli erano effettivamente felici. Erano adulti maturi, intelligenti, appassionati, le cui vite non erano disastrate. Oh miracolo! Ma vorrei poterlo descrivere meglio. Vorrei riuscire a convincervi. Nelle mie parole, Omelas sembra una città di favola, lontana nel tempo e nello spazio, “c’era una volta”. Forse sarebbe meglio che la immaginaste come ve la suggerisce la fantasia, ammesso che sia all’altezza della situazione, perché di certo non posso accontentarvi tutti. Per esempio, la tecnologia? Credo che non ci sarebbero vetture o elicotteri per le vie e sopra le vie: questo consegue dal fatto che gli abitanti di Omelas sono felici. La felicità si basa sulla giusta discriminazione di ciò che è necessario. Nella categoria mediana, però (quella del superfluo non distruttivo, della comodità, del lusso, dell’esuberanza, e così via), potrebbero benissimo avere il riscaldamento centrale, la metropolitana, le lavatrici, e tutti i meravigliosi congegni non ancora inventati qui: sorgenti luminose fluttuanti, energia senza combustibile, la cura per guarire il comune raffreddore. Oppure potrebbero non averli: non importa. Come vi piace. Io tendo a pensare che la gente venuta dalle città più in su e più in giú sulla costa sia arrivata negli ultimi giorni prima della Festa su trenini velocissimi e tram con l’imperiale, e che la stazione ferroviaria di Omelas sia il più bell’edificio della città, benché più semplice del magnifico mercato agricolo. Ma anche concedendo i treni, temo che finora Omelas non vi faccia una bella impressione. Sorrisi, campane, sfilate, cavalli ... Beh! In tal caso, vi prego di aggiungere un’orgia. Se un’orgia può servire, non esitate. Però non immaginate templi da cui escono sacerdotesse e sacerdoti di fattezze bellissime, già per metà in estasi e pronti ad accoppiarsi con chiunque, uomo o donna, innamorato o estraneo, che aspiri all’unione con la profonda divinità del sangue, sebbene questa fosse la prima idea. Ma per la verità sarebbe meglio non avere templi a Omelas: o almeno non templi gestiti dagli umani. Religione sì, clero no. Senza dubbio i bellissimi ignudi possono andarsene in giro offrendosi come divini soufflé alla fame del bisognoso e all’estasi della carne. Lasciamo che si uniscano alle processioni. Lasciamo che i tamburelli risuonino sopra gli accoppiamenti e che lo splendore del desiderio sia proclamato dai gong, e (particolare non privo d’importanza) lasciamo che poi la progenie di questi riti deliziosi sia amata e curata da tutti. Una cosa che a Omelas so che non esiste è il rimorso. Ma cos’altro dovrebbe esserci? In un primo momento pensavo che non ci fossero droghe, ma questa è una mentalità puritana. Per quelli che l’apprezzano, la lieve e persistente dolcezza del drooz può profumare le vie della città, il drooz che dapprima arreca grande leggerezza e splendore alla mente e alle membra, e poi, dopo alcune ore, un languore sognante, e infine meravigliose visioni degli arcani e dei segreti dell’universo, oltre a eccitare incredibilmente il piacere del sesso; e non dà assuefazione. Per i gusti più modesti, credo che dovrebbe esserci la birra. Cos’altro, cos’altro c’è nella città gioiosa? Il senso della vittoria, sicuramente; la celebrazione del coraggio. Ma come abbiamo fatto a meno del clero, così facciamo a meno dei soldati. La gioia costruita sul massacro non è la gioia giusta, non va bene: è spaventosa e banale. Una sconfinata e generosa contentezza, un trionfo magnanimo sentito non già contro un nemico esterno ma in comunione con le più belle e raffinate anime di tutti gli uomini e lo splendore dell’estate del mondo: è questo che colma i cuori degli abitanti di Omelas, e la vittoria che festeggiano è quella della vita. Davvero, non credo che siano in molti ad aver bisogno del drooz. Quasi tutte le processioni hanno raggiunto ormai i Campi Verdi. Un meraviglioso odore di cucina esce dalle tende rosse e blu dei mercanti di commestibili. Le facce dei bambini sono amabilmente appiccicose; nella benigna barba grigia di un uomo sono aggrovigliate alcune briciole di torta. I giovani e le ragazze sono montati sui loro cavalli e cominciano a radunarsi intorno alla linea di partenza. Una vecchietta grassa e ridente distribuisce fiori da un canestro, e giovani uomini alti portano quei fiori nei lucenti capelli. Un bambino di nove o dieci anni siede al limitare della folla, solo, e suona un flauto di legno. La gente si ferma ad ascoltare, e tutti sorridono; ma non gli parlano, perché non smette mai di suonare e non li vede, e i suoi occhi scuri sono completamente assorti nell’esile e dolce magia della musica. Finisce, e abbassa lentamente le mani che stringono il flauto di legno. Come se quel piccolo silenzio privato fosse un segnale, all’improvviso squilla una tromba dal padiglione accanto alla linea di partenza: imperiosa, malinconica, penetrante. I cavalli s’impennano sulle snelle zampe, e alcuni rispondono con un nitrito. Seri in volto, i giovani cavalieri accarezzano il collo dei cavalli e li calmano mormorando: - Buono, buono, bello, speranza mia -. Cominciano a schierarsi lungo la linea di partenza. La folla lungo la pista è come un campo d’erba e di fiori al vento. La Festa dell’Estate è incominciata. Lo credete? Accettate la festa, la città, la gioia? No? Allora lasciate che descriva un’altra cosa. In un seminterrato, sotto uno dei bellissimi edifici pubblici di Omelas, o forse nella cantina di una delle spaziose case private, c’è una stanza. Ha una porta chiusa a chiave, e non ha finestre. Un po’ di luce polverosa filtra fra le crepe delle tavole, e indirettamente da una finestra coperta di ragnatele di fronte alla cantina. In un angolo della stanzetta un paio di strofinacci, ancora induriti e incrostati e fetidi, stanno vicino a un secchio arrugginito. Il pavimento è sporco, un po’ umido, com’è di solito nelle cantine. La stanzetta è lunga circa tre passi e larga due: uno stanzino delle scope o un ripostiglio in disuso. Nella stanza è seduto un bambino. Potrebbe essere un maschietto o una femminuccia. Dimostra circa sei anni, ma in realtà si avvicina ai dieci. È scemo. Forse è nato così, o forse è diventato stupido per la paura, la denutrizione e l’abbandono. Si mette le dita nel naso e di tanto in tanto giocherella vagamente con le dita dei piedi o i genitali, mentre siede aggobbito nell’angolo più lontano dal secchio e dai due strofinacci. Ha paura degli strofinacci. Li trova orribili. Chiude gli occhi, ma sa che gli strofinacci ci sono lo stesso e che la porta è chiusa a chiave e che non verrà nessuno. La porta è sempre chiusa a chiave; e non viene mai nessuno, solo che qualche volta – il bambino non sa cosa sia il tempo – la porta fa un rumore terribile e si apre e lascia apparire una persona, o parecchie persone. Una, magari, entra e sferra un calcio al bambino per costringerlo ad alzarsi. Le altre non si avvicinano mai, ma sbirciano con occhi impauriti e disgustati. La ciotola del cibo e la brocca dell’acqua vengono riempite in fretta, la porta viene richiusa, gli occhi scompaiono. La gente sulla porta non dice mai niente; ma il bambino, che non è vissuto sempre nel ripostiglio e può ricordare la luce del sole e la voce di sua madre, talvolta parla.- Sarò buono – dice. – Fatemi uscire, per favore. Sarò buono. – Loro non rispondono mai. Un tempo il bambino urlava per invocare aiuto, di notte, e piangeva parecchio; ma adesso si limita a piagnucolare, “ehhaa, ehhaa”, e parla sempre meno spesso. È così magro che le sue gambe non hanno polpacci; il ventre è gonfio; vive di una mezza ciotola di farina di granturco e di grasso al giorno. È nudo. Le natiche e le cosce sono una massa di piaghe infette, perché sta seduto di continuo tra i suoi escrementi. Tutti sanno che è lì, tutti gli abitanti di Omelas. Alcuni sono venuti a vederlo, altri si accontentano di sapere che è lì. Tutti sanno che deve stare lì. Alcuni di loro comprendono perché, e alcuni no; ma tutti capiscono che la loro gioia, la bellezza della loro città, la tenerezza delle loro amicizie, la salute dei loro figli, la saggezza dei loro dotti, l’abilità dei loro fabbricanti, perfino l’abbondanza dei loro raccolti e il benigno clima dei loro cieli, dipendono interamente dall’ abominevole infelicità di quel bambino. Di solito ciò viene spiegato ai bambini tra gli otto e i dieci anni, appena sembrano in grado di comprendere; e quasi tutti quelli che vengono a vedere il bambino sono giovani, sebbene spesso un adulto venga (o torni) a vedere il bambino. Per quanto la cosa sia stata loro spiegata bene, i giovani spettatori sono sempre scandalizzati o nauseati da quello spettacolo. Provano disgusto, al quale si ritenevano superiori. Provano collera, sdegno, impotenza, nonostante tutte le spiegazioni. Vorrebbero fare qualcosa per il bambino. Ma non possono far nulla. Se il bambino venisse portato alla luce del sole, fuori da quel posto fetido, se venisse pulito e nutrito e confortato, sarebbe davvero una bella cosa; ma se questo avvenisse, in quel giorno e in quell’ora tutta la prosperità e la bellezza e la gioia di Omelas avvizzirebbero e verrebbero annientate. Queste sono le condizioni. Scambiare tutto il bene e la grazia di ogni vita di Omelas per quel piccolo unico miglioramento: gettare via la felicità di migliaia di persone per la possibilità di renderne felice una sola: questo significherebbe veramente lasciar entrare il rimorso tra quelle mura. Le condizioni sono rigorose e assolute: al bambino non si può rivolgere neppure una parola gentile. Spesso i giovani tornano a casa in lacrime, o in preda a una rabbia senza lacrime, quando hanno visto il bambino e fronteggiato il terribile paradosso. Magari ci rimuginano sopra per settimane o per anni. Ma col passare del tempo cominciano a rendersi conto che, anche se il bambino potesse essere liberato, non guadagnerebbe molto dalla sua libertà: il piccolo e vago piacere del calore e del cibo, senza dubbio, ma poco di più. E troppo degradato e scemo per conoscere la vera gioia. Ha avuto paura troppo a lungo per poter essere libero dalla paura. Le sue abitudini sono troppo squallide perché possa reagire a un trattamento umanitario. Dopo tanto tempo, probabilmente si dispererebbe perché non avrebbe intorno i muri che lo proteggono, e l’oscurità per i suoi occhi, e i suoi escrementi su cui sedersi. Le loro lacrime per la tremenda ingiustizia si asciugano quando incominciano a percepire la terribile giustizia della realtà e ad accettarla. Eppure sono le loro lacrime e la loro collera, la prova della loro generosità e l’accettazione della loro impotenza, a costituire forse la vera fonte dello splendore delle loro vite. La loro non è una felicità svampita e irresponsabile. Sanno che loro, come il bambino, non sono liberi. Conoscono la pietà. Sono l’esistenza del bambino e la conoscenza della sua esistenza a rendere possibile la nobiltà della loro architettura, il significato della loro musica, la profondità della loro scienza. È a causa del bambino che sono così gentili con i bambini. Sanno che se quell’infelice non fosse là a piagnucolare nel buio, l’altro, il suonatore di flauto, non potrebbe suonare una musica gaia mentre i giovani cavalieri si allineano, bellissimi, per la corsa, nel sole della prima mattina d’estate. Adesso credete in loro? Non sono un po’ piú credibili? Ma c’è un’altra cosa da aggiungere, e questa è veramente incredibile. Talvolta uno degli adolescenti (maschio o femmina) che va a vedere il bambino non torna a casa per piangere o ribollire di rabbia: anzi, non torna a casa per niente. Talvolta anche un uomo o una donna di età più avanzata tace per un giorno o due e poi se ne va via da casa. Costoro escono in strada e s’incamminano soli per la via. Continuano a camminare ed escono dalla città di Omelas, attraverso le bellissime porte. Continuano a camminare, attraverso le terre coltivate di Omelas. Ognuno va solo, giovane o ragazza, uomo o donna. Cade la notte: il viandante deve percorrere le vie dei villaggi, tra le case con le finestre illuminate di giallo, e procedere nell’oscurità dei campi. Da solo, ognuno di loro si dirige a ovest o a nord, verso le montagne. Proseguono. Lasciano Omelas, procedono nell’oscurità, e non tornano indietro. Il luogo verso cui si dirigono è un luogo ancora meno immaginabile, per molti di noi, della città della gioia. Non posso descriverlo. È possibile che non esista. Ma sembra che loro sappiano dove stanno andando, quelli che si allontanano da Omelas... 
FINE

Alcune considerazioni Ursula Kroeber Le Guin (1929), figlia dello storico antropologo Alfred Kroeber, è stata una delle primi donne a scrivere di fantascienza arrivando all’apice della notorietà con La mano sinistra delle tenebre (1969) e I reietti dell’altro pianeta (1974). La sua produzione ha messo al centro della fantascienza i temi del conflitto sociale, culturale, sessuale. La profondità e attualità dei suoi temi, che spaziano dal femminismo all'utopia e al pacifismo, hanno reso i suoi romanzi noti e apprezzati in tutto il mondo. "Quelli che si allontanano da Omelas" è un racconto sulla violazione dei diritti di un essere umano. Leggendo la storia di Omelas si ha la chiara percezione di quanto sia delicata la struttura dei diritti dell'uomo, e che non sia accettabile alcuna crepa in questa struttura, pena il crollo di tutto il castello. C'è chi non è disposto ad accettare nemmeno la sofferenza di un solo piccolo essere umano in cambio della felicità di un popolo, e se qualcuno può farlo, vuol dire che è possibile incamminarsi su quella strada e allontanarsi da Omelas. La fantascienza parla per metafore, e questo racconto lo fa più di tante altre storie. Allontanarsi da Omelas non significa voltarsi da un'altra parte e allontanarsi dal problema. Allontanarsi da Omelas significa rifiutare lo stile di vita che basa la felicità di un gruppo di esseri umani sulla predazione di altri uomini. Se continuiamo a leggere in metafora il racconto, allontanarsi da Omelas può indicare l'incamminarsi su un sistema di vita più equo. Allontanarsi da Omelas non è un gesto rivoluzionario, non coincide con lo smantellare subito tutto ciò che non va; è una decisione cosciente e concreta per uno stile di vita diverso da quello che l'inerzia sociale porterebbe ad assumere ad una parte sostanziale di noi. È un modo diverso di vivere, che porta ogni giorno a fare piccole scelte diverse, che non stravolgono la nostra vita, ma che possono salvare la vita di qualche persona domani, e migliorare la vita di qualche milione di persone tra qualche anno... Possiamo certamente evolvere verso un sistema di vita più equo. È dimostrato da persone concrete che si sono allontanate da Omelas. Ognuno di noi può farlo. E tu … cosa decidi? Rimanere o allontanarsi da Omelas?