mercoledì 12 agosto 2026

Dalla cortesia alla busta paga: come cambia la mancia in Italia - Raffaella Serini


Da semplice gesto di cortesia, con la gestione sul POS, ora è vissuto psicologicamente come un obbligo. Come sta cambiando il tip nel nostro Paese e perché non può finire per integrare lo stipendio.

Per gli italiani è sempre stato solo un gesto di cortesia: qualche euro lasciato sul tavolo dopo un buon servizio al ristorante, una banconota consegnata in mano al facchino dell’hotel, un riconoscimento spontaneo che nulla ha a che vedere con la retribuzione. Negli Stati Uniti, invece, la tip è da sempre una componente essenziale dello stipendio di camerieri e bartender. Oggi, però, anche da noi il confine tra queste due concezioni comincia a farsi meno netto.

La mancia non è e non può diventare parte dello stipendio

Il regime fiscale agevolato introdotto nel 2023 per i lavoratori del turismo e della ristorazione ha infatti trasformato per la prima volta un gesto privato in uno strumento di politica del lavoro: le mance, anche quando ricevute attraverso strumenti elettronici (cosa che accade sempre più spesso), sono soggette a un’imposa sostitutiva del 5 per cento, entro determinati limiti. L’obiettivo è riuscire ad aumentare il reddito netto dei dipendenti di un settore che soffre di una cronica carenza di personale, senza gravare ulteriormente sul costo del lavoro delle imprese. Ma è una scelta che ha aperto interrogativi inediti che vanno ben oltre il fisco. A chiarire a Lettera43 il punto di della questione è l’avvocato giuslavorista Francesco Antonio La Badessa, equity partner dello Studio legale Ichino Brugnatelli e Associati: «La mancia non è, e non può diventare, parte dello stipendio in senso tecnico. La retribuzione è quella stabilita dal contratto individuale e, soprattutto, dalla contrattazione collettiva applicata: è un obbligo del datore di lavoro, indipendente da qualsiasi liberalità del cliente». Anche parlare di «detassazione», precisa, non è del tutto corretto: «Le mance restano a tutti gli effetti reddito da lavoro dipendente. Semplicemente vengono tassate con un’aliquota ridotta rispetto alle aliquote Irpef ordinarie».

Il sistema è vantaggioso, ma solo sulla carta

Sulla carta, quindi, il sistema è vantaggioso. Eppure, a oltre tre anni dalla sua introduzione, la norma fatica a decollare. Le ragioni vanno dalla scarsa conoscenza della disciplina alla necessità di gestire contabilmente somme che fino a poco tempo fa restavano estranee alla busta paga. A incidere maggiormente, però, è forse un dato ancora più elementare: in buona parte dei servizi e della ristorazione italiana le mance sono troppo basse per rappresentare una quota significativa del reddito. Lo conferma Andrea Hu, imprenditore e titolare di un ristorante di sushi a Milano. Durante i colloqui di lavoro, racconta, i candidati non mostrano particolare interesse per le possibili mance e a contare sono soprattutto lo stipendio e gli orari. «In Italia, a parte forse le località turistiche più esclusive, le mance rappresentano ancora una quota molto piccola. Oggi, inoltre, i giovani le lasciano raramente: a farlo sono soprattutto i clienti stranieri e le persone più anziane, ma parliamo comunque di cifre modeste». La nuova disciplina non avrebbe quindi cambiato le abitudini dei clienti né aumentato gli importi, ma solo semplificato la gestione dei pagamenti elettronici. «Sempre più persone non hanno contanti e chiedono di aggiungere la mancia al pagamento con la carta. Prima quella somma risultava come un normale incasso del ristorante: io ci pagavo le tasse come se avessi venduto un piatto, anche se in realtà quei soldi erano destinati ai dipendenti».

Il nodo della distribuzione tra i dipendenti

Resta poi la questione della sua (equa) distribuzione. Una mancia non riguarda infatti solo il cameriere che serve al tavolo e, quando entra nel circuito aziendale, dovrebbe essere ripartita secondo criteri condivisi. Nel ristorante di Andrea Hu è stato adottato un sistema misto: «Se il cliente consegna 10 euro direttamente a un cameriere, lui ne trattiene cinque e gli altri cinque vanno nel fondo comune, che dividiamo fra sala e cucina. Trovo sbagliato che chi riceve la mancia tenga tutto: nessuno riesce a soddisfare un cliente da solo, senza l’aiuto dei colleghi». In molti altri locali, però, la somma consegnata direttamente a un dipendente resta interamente a lui, riconosce il titolare. Il dibattito, quindi, non riguarda solo la fiscalità, ma il modo stesso in cui immaginiamo la retribuzione nei servizi e, in particolare, nel turismo. Se da un lato è vero che le mance possano aumentare il reddito dei dipendenti e contribuire a rendere più attrattivo il settore (soprattutto in alcuni periodi e località), il rischio è che finiscano anche solo implicitamente per sostituire ciò che dovrebbe essere garantito dai contratti e dagli aumenti salariali. «Se un’impresa costruisse la propria politica retributiva confidando sulle mance dei clienti, commetterebbe un errore sia giuridico sia di prospettiva», osserva La Badessa. «Le imprese che oggi faticano a trovare personale non risolvono il problema scaricandolo sul cliente, ma investendo su organizzazione, ambiente di lavoro, percorsi di crescita e retribuzioni coerenti con il mercato».

La mancia sul POS e la ricaduta psicologica sui clienti

La mancia, del resto, resta una liberalità: non è dovuta né garantita. Anche perché dipende da diversi fattori: dalla stagione, dalla città, dalla fascia del locale e dal tipo di clientela. Un cameriere in un ristorante esclusivo sul lago di Garda o in Costiera Amalfitana può raccogliere in una serata cifre impensabili per chi lavora tutto l’anno in una trattoria di provincia. Ma anche la tecnologia sta modificando il rapporto tra clienti e mancia: sempre più terminali, infatti, consentono di aggiungere una cifra o una percentuale al conto. Dal punto di vista tecnico è una semplificazione non da poco; da quello psicologico, però, cambia molto. Perché quando è il POS a proporre in automatico il 5, il 10 o il 15 per cento di mancia, questa smette di essere un gesto spontaneo e diventa, nella maggior dei casi, una scelta di cui è necessario giustificarsi – se non addirittura scusarsi – se e quando si rinuncia. Ed è un confine che diventa ancora più ambiguo laddove la somma non viene neanche “suggerita”, ma inserita direttamente nel conto. È ciò che è successo in un ristorante di un albergo di Forte dei Marmi, dove una cliente, dopo aver pagato, ha scoperto un’aggiunta del 10 per cento – 48,10 euro – indicata sullo scontrino come “contributo volontario”. Secondo il suo racconto, ripreso da Il Post, nessuno l’aveva informata né le aveva chiesto se volesse lasciare la mancia. Il locale ha spiegato che la somma viene inserita automaticamente e può essere rimossa su richiesta. Ma è proprio questo rovesciamento a suscitare perplessità: non è (più) il cliente a decidere di aggiungere qualcosa, è lui che deve accorgersi dell’addebito ed – eventualmente – rifiutarlo.

La differenza con il modello statunitense

Una dinamica che nei mesi scorsi ha acceso il dibattito anche all’estero: nel Regno Unito, ha fatto discutere la decisione di Gordon Ramsay di portare al 20 per cento il service charge applicato ai conti del Lucky Cat di Londra, rispetto al più comune 12,5 per cento. Anche in questo caso il cliente può formalmente chiederne l’eliminazione, ma quanto è davvero libera una scelta se per esercitarla bisogna esprimere apertamente il proprio rifiuto? L’Italia, assicura La Badessa, resta comunque lontana dal modello statunitense, dove il cosiddetto tip credit consente, a determinate condizioni, di riconoscere ai lavoratori che ricevono mance una paga diretta inferiore al minimo ordinario, contando appunto sulle tip per colmare la differenza. «In Italia questo non è possibile: il trattamento economico minimo è fissato dai contratti collettivi a prescindere dalle mance, che quindi si aggiungono e non sostituiscono. È una differenza strutturale, non solo culturale». La mancia, quindi, può integrare il reddito e continuare a premiare un buon servizio, ma non deve trasformarsi né in una voce nascosta sul conto né in un alibi per retribuzioni inadeguate. Come sintetizza La Badessa, «la retribuzione resta un obbligo dell’impresa; la mancia è, e deve restare, la libera scelta del cliente».

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Gaza non è stata distrutta per essere restituita - Tawfiq Al-Ghussein e Rania Hammad

 Un territorio può essere ricostruito senza essere restituito. I piani per Gaza, presentati come ricostruzione, sicurezza e transizione, sono una pagliacciata.

I piani prevedono il disarmo dei palestinesi mentre lasciano intatta non solo la violenza dell'esercito israeliano, ma il controllo dei confini e il veto sul futuro del territorio. Una ricostruzione senza sovranità non pone fine alla guerra di genocidio: ne consolida l'esito.

Le proposte oggi in discussione per Gaza vengono presentate come piani di ricostruzione, sicurezza e transizione politica. È un linguaggio deliberatamente rassicurante. Un ulteriore inganno, sale sulla ferita. Suggerisce che la distruzione sia stata temporanea, eccessiva ma giustificata, e che lo sfollamento verrà invertito, che i palestinesi torneranno a ricostruire le proprie case sotto una qualche forma migliorata di amministrazione. E che la distruzione fosse causata da un evento come risposta legittima, non come parte di un disegno, per la pulizia etnica e l'annessione.

Ciò di cui si discute somiglia sempre meno alla ricostruzione della Gaza palestinese e sempre più alla riorganizzazione politica e materiale di Gaza dopo la sua distruzione, dalle forze che occupano la Palestina da decenni e che da sempre dichiarano di voler svuotare la terra, per occuparla, insediarsi e colonizzarla.

Una distruzione intenzionale, da lungo pianificata, per uno scopo preciso, quello della conquista voluto dallo Stato e preteso dal violento movimento dei coloni e dall'estrema destra israeliana.

Il disarmo è preteso dai palestinesi, mentre il controllo della sicurezza è riservato ad altri, agli stessi occupanti, agli aggressori.

La ricostruzione dovrà essere finanziata dall'estero, progettata da potenze esterne e monitorata attraverso meccanismi sui quali i palestinesi non eserciteranno alcuna autorità reale. Le vittime resteranno solo pedine in un progetto più ampio.

Il territorio potrà essere ricostruito, ma questo non significa che verrà restituito, non verrà restituito ai suoi abitanti, al popolo nativo palestinese.

La distinzione è fondamentale. Nel diritto internazionale l'occupazione è per definizione temporanea: non conferisce sovranità e non attribuisce alcun titolo sul territorio occupato. Una ricostruzione priva di sovranità non è quindi un recupero. Una ricostruzione priva del ritorno garantito degli sfollati non è un ripristino. Una ricostruzione condotta sotto controllo militare di una forza occupante ed estera, con tutela dei donatori e veto israeliano, non è la fine o la conclusione della guerra o meglio della guerra di sterminio: è il consolidamento del suo esito.

L'assunto prevalente è che Gaza tornerà in qualche modo ai palestinesi una volta disarmato il movimento di Hamas, insediata un'autorità transitoria e raccolti i fondi internazionali sufficienti per permettere un nuovo inizio. Eppure quasi ogni elemento dell'assetto proposto indica la direzione opposta.

A Israele non viene richiesto un ritiro pieno e irreversibile del suo esercito, dei coloni o dalle aree occupate. Non viene obbligato a rinunciare al controllo sui confini di Gaza, sul suo spazio aereo, sulla costa, sul registro della popolazione, sulla circolazione delle merci e delle persone. La sua superiorità militare resta il fondamento dell'ordine proposto e si rafforza non solo in Palestina, ma anche fuori. Le armi palestinesi, al contrario, vengono trattate come l'ostacolo principale alla pace. Questo raccontano, ma la narrazione cancella il contesto di occupazione militare illegale.

Non è una smilitarizzazione neutra. È disarmo unilaterale in condizioni di occupazione.

Si obietterà che il disarmo di una fazione armata è una legittima esigenza di sicurezza di uno Stato. Ma non se questo paese occupa e opprime un altro popolo. La smilitarizzazione ha senso soltanto all'interno di un ordine che riconosca sovranità, statualità e garanzie per la popolazione occupata. Ciò che viene proposto è l'opposto: si pretende la resa. Un popolo bombardato, assediato, sfollato e privato di protezione politica si sente dire che deve deporre le armi prima ancora che i suoi diritti possano essere discussi. E riconosciuti. O protetti. Lo Stato che ha distrutto Gaza conserva una superiorità militare schiacciante, mentre chi è sopravvissuto al genocidio dovrebbe consegnarsi in modo permanente a chi lo ha massacrato per quasi tre anni, e dopo decenni di occupazione.

Non è un accordo di pace questo, ma la legalizzazione del sopruso, dei crimini di guerra e del furto della terra.

La distruzione di Gaza è stata spesso descritta come eccessiva, sproporzionata o indiscriminata. Evitando di usare il termine genocidio. Lasciando intendere che la devastazione sia stata il prodotto di un eccesso militare, conseguenza della violenza dei palestinesi. Ma il punto chiave è l'intenzione, che si può misurare con certezza, e che dimostra che era in atto ed è in atto un genocidio, è questa la funzione.

Un territorio è stato reso materialmente inabitabile. Le sue istituzioni sono state frantumate. Università, ospedali, abitazioni, archivi, strade, reti municipali e fondamenta economiche sono stati distrutti. Gran parte della popolazione è stata sfollata più volte. Il risultato non è soltanto una catastrofe umanitaria: è un territorio reso tabula rasa per essere ridisegnato. A piacimento delle forze di occupazione che mirano alla colonizzazione. Questo si deve ricordare.

È per questo che il linguaggio della riqualificazione è un linguaggio menzognero e ingannevole.

Adesso che la distruzione è stata compiuta, arrivano i pianificatori. Compaiono gli investitori. Si propongono architetture di sicurezza. Le capitali straniere discutono di corridoi, zone, organismi amministrativi e autorità per la ricostruzione. Gaza viene trattata come un sito vuoto, non come una patria i cui abitanti possiedono diritti inalienabili. Eppure il trasferimento forzato dei civili e la modifica dell'assetto demografico o territoriale a opera della potenza occupante sono vietati dal diritto internazionale umanitario, e il diritto del popolo palestinese all'autodeterminazione vale erga omnes. Nessun piano di ricostruzione può cancellare questi vincoli.

La domanda, dunque, non è se Gaza verrà ricostruita, ma chi possiederà la Gaza ricostruita, chi la controllerà, chi sarà autorizzato ad abitarla e sotto quale autorità la vita riprenderà.

La risposta non si ricava da disegni architettonici, impegni d'investimento o dichiarazioni diplomatiche. Si misura attraverso la politica, il rispetto del diritto.

Chi stabilirà dove i palestinesi potranno tornare?

Chi deciderà quali aree resteranno zone militari?

Chi approverà i piani abitativi?

Chi governerà i valichi di frontiera?

Chi deciderà se le famiglie sfollate potranno recuperare i propri beni?

Se la risposta a queste domande è Israele, i donatori stranieri o un'amministrazione scelta dall'esterno, allora Gaza non sarà stata restituita al suo popolo. Sarà stata ricostruita sopra di esso.

L'impunità che ha circondato la distruzione permetterà questo esito. Israele ha appreso che un genocidio, una devastazione di questa portata non ha prodotto conseguenze, e quindi tutto è possibile. La condanna non ha certo interrotto il sostegno militare. Misure cautelari, procedimenti giudiziari e ammonimenti diplomatici non si sono per nulla tradotti in azioni. Perfino il parere consultivo del 2024, con cui la Corte internazionale di giustizia ha dichiarato illegittima la presenza israeliana nei territori occupati e ne ha affermato l'obbligo di porvi fine, è rimasto senza seguito. I governi che definiscono intollerabile la situazione continuano a offrire a Israele protezione politica, cooperazione militare e relazioni economiche.

L'impunità non è semplice assenza di sanzione. È stato un incentivo, ha dato l'ok a piani di esproprio.

Insegna a chi esercita un potere schiacciante che i fatti creati con la forza possono in seguito essere accettati come realtà politiche. Accetta la distruzione togliendo ogni responsabilità a chi commette crimini contro l'umanità.

Il piano del dopoguerra va quindi compreso in questo contesto. L'appello al disarmo palestinese è centrale in questo processo, viene presentato come la condizione indispensabile per ricostruire Gaza, ma nella pratica è una resa imposta ai palestinesi, che resteranno senza sovranità, senza statualità e senza garanzie né protezione.

Il disarmo prima della liberazione non pone fine al conflitto. Ne fissa lo squilibrio che lo ha generato.

Nessun ordine politico serio può fondarsi sulla supremazia armata permanente dell'occupante e sull'impotenza obbligatoria dell'occupato. Eppure è esattamente la formula che si sta normalizzando. Israele conserva esercito, aviazione, servizi d'intelligence, capacità di blocco e libertà d'intervento militare. Ai palestinesi si chiede di consegnare le armi in cambio di promesse amministrate da Stati che hanno ripetutamente mancato di proteggerli.

Il ruolo regionale merita uguale scrutinio.

La Turchia ha prodotto una retorica potente, ma poco capace di alterare l'equilibrio strategico. Il Qatar ha finanziato l'assistenza, ospitato negoziati e mantenuto canali diplomatici, senza però tradurre questi ruoli in diritti palestinesi esigibili. L'Egitto ha mediato ripetutamente, ha controllato il principale varco arabo verso Gaza ed è rimasto indispensabile ai negoziati, ma ha anche preso parte a un sistema regionale che gestisce il confinamento di Gaza senza porvi fine.

Insieme possono produrre un accordo. Non hanno ancora prodotto libertà, protezione o sovranità.

Questa differenza conta.

L'attività diplomatica non equivale al risultato politico. La mediazione può sospendere temporaneamente la violenza lasciando intatta la struttura che ne garantisce il ritorno. I fondi per la ricostruzione possono evitare la carestia istituzionalizzando la dipendenza. Le amministrazioni transitorie possono rinviare indefinitamente l'autodeterminazione. Un cessate il fuoco può diventare il ponte amministrativo tra la distruzione e il controllo permanente.

Il fallimento non è soltanto palestinese, ma regionale. Ed è la regione che dovrà contrastare questi piani, per il bene della regione.

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martedì 11 agosto 2026

ricordo di Raoul Vaneigem

La vita deve essere un’opera d’arte: per Raoul Vaneigem – Roberto Brioschi

 

“Lo stato non è più niente

sta a noi essere tutto”

Raoul Vaneigem

 

A Barcellona, il 28 luglio, è mancato Raoul Vaneigem (Lessines, 21 marzo 1934 – Barcellona, 28 luglio 2026). Come annota Giorgio Moroni era, e rimane, uno dei classici del pensiero critico, uno dei nostri classici. Lo ricordiamo con questo intervento di Roberto Brioschi e, a seguire, con alcuni passi di uno fra i suoi scritti più significativi, le Banalità di base, pubblicate per la prima volta sulla rivista dell’Internazionale Situazionista a cavallo fra il 1962 e il 1963. Sessant’anni dopo, il 19 settembre 2023, ancora sosteneva “lo stato non è più niente, sta a noi essere tutto” come proposizione capace di esprimere, nella gravitazione esistenziale e sociale, la poesia pratica. Ciao compagno Raoul e un grazie da parte di tutta la nostra piccola comunità ribelle (G.G.).

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Raoul Vaneigem: saper vivere il Tempo della Rivoluzione – di Roberto Brioschi

 

Il 22 novembre 1966, a Strasburgo, durante l’inaugurazione del Palais Universitaire viene distribuito il pamphlet Della miseria nell’ambiente studentesco, che inizia con “allo studente gli cagano in bocca e gli pisciano in culo …”. Il testo è una critica radicale alla istituzione scolastica universitaria disvelata quale fabbrica del consenso sociale, ove lo studente è cooptato in una servitù volontaria, entro una vita che è tale solo in apparenza poiché governata dalle caste degli intellettuali, dei partiti politici, dei sindacati, dei professori universitari: la condizione studentesca viene sezionata sul tavolo dell’obitorio della società dei consumi (1). Il libretto esplode in tutta Europa: il ‘68 è dietro l’angolo e il testo ispirerà teorie e riots nella Francia del Maggio e non solo. L’autore è il collettivo della Internazionale Situazionista (IS).  L’Internazionale Situazionista (Imperia 1957- Parigi 1972) espresse una critica inappellabile e rivoluzionaria al capitalismo. Di ispirazione marxista-libertaria, dapprima influenzato dalle avanguardie artistiche del ‘900 quali il Costruttivismo sovietico, Dada, il Surrealismo, in breve recepì le teorie e le esperienze del movimenti del “comunismo dei consigli” e degli spartachisti, unitamente agli scritti di Rosa Luxemburg, Riforma sociale o Rivoluzione e L’accumulazione del capitale (storicamente il “comunismo di sinistra”, dai situazionisti corretto con venature anarco individualiste e il comunismo libertario della Comune di Parigi).

Una miscellanea mirante alla abolizione delle separazioni tra quotidiano e politica, tra vissuto e militanza, tra essere e avere, tra il chi sei e il che cosa fai.

I situazionisti proponevano la vita come un susseguirsi di eventi, situazioni creative, proprie della gioia di vivere, che destrutturavano e abolivano il presente: un presente inteso come sudditanza al feticismo delle merci – che occulta e rende “naturali” i rapporti di produzione-riproduzione della economia sociale capitalista – e alla burocratizzazione della esistenza. Il rifiuto di vissuti estranei quanto alienati era stato un sentire, un malessere diffuso nella società francese, esplicato da Albert Camus ne La peste e Lo straniero e da Herbert Marcuse con L’uomo a una dimensione ma anche dai blouson noir delle banlieue. Sarà Guy Debord con La società dello spettacolo (1967) a creare un testo formativo per generazioni di militanti, ricercatori e sociologi.

La IS demolisce anche il mito del socialismo reale sovietico e cinese, nonché di ogni consociativismo con le istituzioni rappresentative dell’economia, del lavoro e dello stato.

Con gli anni ‘70 il situazionismo diverrà una pratica politico-esistenziale diffusa nelle soggettività radicali delle periferie urbane di ogni dove, tra i disertori dell’ordine sociale vigente che ogni giorno “si giocano il tutto per tutto” in quell’ “andare ai resti” che anni dopo verrà descritto dal sociologo Emilio Quadrelli (E. Quadrelli, Andare ai resti, DeriveApprodi).

In Italia i gruppi e individualità che fecero riferimento alla IS daranno origine, a Torino e Milano, ai collettivi Ludd e Organizzazione Consiliare, poi al Comontismo, oggi rintracciabili nelle Edizioni Nautilus di Torino.

L’IS venne fondata da sociologi, critici d’arte, intellettuali dis-allineati: Walter Olmo, Giuseppe Pinot Gallizio, Elena Verrone, Piero Simondo, Michèle Bernstein, Guy Debord, Asger Jorn. Seguiranno Gianfranco Sanguinetti e Raoul Vaneigem.

Raoul Vaneigem aderisce alla IS nel 1961 e vi collabora sino al novembre del 1970 intervenendo sulla omonima rivista. Nel 1967 pubblica il Trattato di saper vivere ad uso delle giovani generazioni. L’opera esprime la consapevolezza che il capitalismo non si limita più a costruire e controllare modi e tempi del lavoro e del consumo ma permea l’intera giornata, la vita quotidiana, le relazioni interpersonali; riesce a governare e rendere produttivo il Tempo di ciascuno e di tutti, a ridefinire il sé di ognuno, entra nei corpi e nelle menti, si impossessa, rimodella pensieri e desideri. È la intuizione dell’attuale capitalismo bio-cognitivo: in Italia sarà l’economista Andrea Fumagalli ad analizzarlo dal 2007 (A. Fumagalli, Bioeconomia e capitalismo cognitivo, Carocci Editore). Il libro è una lima per evadere.

Nel successivo volume Contributo all’emergenza di territori liberati dall’impresa statale e mercantile (edito da DeriveApprodi), Vaneigem suggerisce la autogestione della vita per mezzo della liberazione della quotidianità dalle profittevoli attività estrattive materiali e immateriali generate dai processi sociali capitalistici.

Le due opere saranno propedeutiche allo sviluppo delle teorie rivoluzionarie  che troveranno riscontro nelle prassi delle insorgenze dei movimenti degli invisibili, che accompagneranno le pratiche antagoniste in Europa, dalle occupazioni degli squatter sino alle disobbedienze metropolitane, ai collettivi di lotta delle periferie, alla radicalizzazione dei “Gilet gialli”.

Oggi si riverberano nella frattura che marca la separazione tra una significativa parte della società civile, della Generazione Z e la società politica: una faglia espressa dai movimenti Pro Pal, No TAV, contro le guerre, dagli ambientalisti, per i diritti LGBT+, dal NO al referendum meloniano. Le analisi di Vaneigem non sono mai rimaste solo cartacee: appartengono alle esperienze dei Centri Sociali, delle occupazioni che mutano le proprietà in beni comuni, della riappropriazione individuale e collettiva dei Desideri che si trasformano in Bisogni diventando i Diritti alla vita altra.

Raoul Vaneigem è un contemporaneo poiché i suoi anni non appartengono al calendario ma bensì a tutto ciò che collega, unifica gli avvenimenti entro un quadro significativo, entro un unico tempo della Storia. Il Tempo della Rivoluzione.

NOTE

(1) Testo per lo più scritto da Mustapha Khayati, sociologo tunisino, membro del collettivo redazionale della IS. Il libretto venne stampato in 18.000 copie con la cassa della Association Fédérative Générale des Etudiants de Strasbourg, ovviamente ignara, che verrà subito sciolta dalle autorità accademiche. (Ibex Edizioni).

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Banalità di base – di Raoul Vaneigem

 

Estratti dal n. 8 del Bulletin Central Edité par le Sections de l’International Situationniste, gennaio 1963.

(traduzione italiana integrale della rivista Internationale Situationniste, edita da Nautilus, Torino, 1994).

Capitolo 16

… Ciò che noi rivendichiamo esigendo il potere della vita quotidiana contro il potere gerarchizzato è tutto. Noi ci situiamo nel conflitto generalizzato che va dalla lite domestica alla guerra rivoluzionaria, ed abbiamo scommesso sulla volontà di vivere. Significa che dobbiamo sopravvivere come antisopravviventi. Noi ci interessiamo fondamentalmente ai momenti in cui la vita zampilla attraverso la glaciazione della sopravvivenza. Ma occorre arrendersi all’evidenza, noi siamo anche impediti di seguire liberamente il corso di questi momenti (eccettuato il momento della rivoluzione stessa) tanto da parte della repressione generale del potere quanto da parte della nostra lotta, della nostra tattica….ciò che impedisce che quanto diciamo sulla costruzione della vita quotidiana sia recuperato dalla cultura e dalla sottocultura è precisamente il fatto che ognuna delle idee situazioniste è il prolungamento fedele dei gesti abbozzati, in ogni istante e da migliaia di persone, per evitare che una giornata sia costituita da 24 ore di vita sciupata.

Capitolo 17

… Tutto ciò che riguarda il pensiero riguarda lo spettacolo. Gli uomini vivono per la maggior parte nel terrore, sapientemente coltivato dal potere, di un risveglio a se stessi. Il condizionamento, che è la poesia speciale del potere, spinge così lontano la sua influenza (ha tutto l’equipaggiamento materiale in mano: stampa, TV, stereotipi, magia, tradizione, tecnica, il linguaggio sequestrato) che arriva quasi a dissolvere ciò che Marx chiamava settore non dominato per sostituirlo con un altro. Ma il vissuto non si lascia ridurre così facilmente ad una successione di figurazioni vuote. La resistenza all’organizzazione esteriore della vita, ovvero all’organizzazione della vita come sopravvivenza, contiene più poesia di tutto quanto sia stato pubblicato, in versi e prosa; il poeta nel senso letterario del termine è colui che lo ha compreso e provato e su tale poesia incombe una pesante minaccia…è per mezzo dell’isolamento che il potere accerchia e contiene l’irriducibile e tuttavia l’isolamento è invivibile. Le due pinze della tenaglia sono da una parte la minaccia di disintegrazione dall’altra le terapie telecomandate; la prima permette l’uso della morte, la seconda permette la sopravvivenza nuda e cruda. L’Internazionale Situazionista dovrà definirsi, presto o tardi, come terapia.

Capitolo 18

… Noi siamo pronti a cancellare ogni traccia di questi ricordi raccogliendo in una prossima lotta radicale tutta l’energia contenuta negli antichi antagonismi. Da tutte le sorgenti che il potere ha murato può sgorgare un fiume che modificherà il rilievo del mondo. Caricatura degli antagonismi, il potere preme su ciascuno affinché sia pro o contro Brigitte Bardot, il nuovo romanzo, la 4 cavalli Citroen, gli spaghetti, il mescal, le minigonne, l’ONU, la nazionalizzazione, la guerra termonucleare o l’autostop. A tutti si chiede il loro parere su tutti i dettagli per meglio impedir loro di averne uno sulla totalità.

Capitolo 20

… Al livello di spettacolo il potere è incontestabile. Il candidato di Lascia o raddoppia e l’impiegato delle Poste che spiegano minuziosamente le raffinatezze meccaniche della propria vettura 2CV si identificano, l’uno e l’altro, nello specialista; ed è cosa nota quanto i capi della produzione traggano poi profitto da simili identificazioni per addomesticare gli operai. La vera missione dei tecnocrati consisterebbe soprattutto nell’unificare il Logos se, per una delle contraddizioni del potere parcellare, essi non restassero confinati in un isolamento derisorio. Alienati come sono dalle reciproche interferenze essi conoscono tutto di una particella ma sfugge loro ogni realizzazione. Quale controllo reale possono esercitare su di un’arma nucleare il tecnico atomico o lo specialista politico? Quale controllo assoluto può sperare di imporre chi detiene il potere ad ogni gesto che viene magari solo abbozzato contro di lui? Sono così tanti gli attori che compaiono in scena che il caos la fa da padrone. L’ordine regna ma non governa.

https://effimera.org/la-vita-deve-essere-unopera-darte-per-raoul-vaneigem-di-roberto-brioschi/

La frontiera ha vinto anche a sinistra - Osservatorio Repressione


Da Ceuta alla Fortezza Europa, la crisi delle migrazioni non racconta il fallimento delle politiche di controllo, ma il successo culturale delle destre. Mentre il razzismo diventa senso comune e la sicurezza sostituisce i diritti come principio ordinatore delle democrazie europee, anche gran parte della sinistra ha smesso di mettere in discussione il paradigma delle frontiere, limitandosi a proporne una gestione più efficiente e umana.

 

Ottantaquattro morti dovrebbero essere sufficienti a mettere in discussione qualunque sistema politico. Dovrebbero aprire un dibattito sulla legittimità delle politiche che hanno prodotto quella tragedia, interrogare le coscienze, costringere governi e istituzioni a chiedersi se il prezzo pagato in termini di vite umane sia compatibile con i principi che dichiarano di difendere. E invece, dopo le giornate di Ceuta, il confronto pubblico europeo ha seguito una strada completamente diversa. I corpi senza vita recuperati nel tratto di mare che separa il Marocco dall’enclave spagnola sono rapidamente scomparsi dall’orizzonte della discussione, sostituiti da un lessico ormai familiare: invasione, difesa dei confini, trafficanti, sicurezza, controllo delle frontiere, integrità territoriale. Ancora una volta le vittime sono uscite di scena, mentre il linguaggio della paura è diventato il protagonista assoluto.

È questo il dato politico più significativo di quanto accaduto a Ceuta. Non tanto l’ennesima tragedia di frontiera, pur gravissima, quanto l’incapacità dell’Europa di leggere quella tragedia fuori dalle categorie costruite negli ultimi trent’anni dalle destre. Il vero successo delle forze nazionaliste e xenofobe non consiste infatti soltanto nell’aver conquistato governi o aumentato il proprio consenso elettorale. Il loro risultato più importante è di natura culturale: essere riuscite a imporre il proprio modo di interpretare le migrazioni all’intero spazio pubblico europeo. Quando anche chi si definisce democratico o progressista finisce per parlare di “emergenza migratoria”, di “governo dei flussi”, di “difesa delle frontiere” e di “contrasto all’immigrazione illegale”, significa che la battaglia delle idee è già stata vinta ben prima di quella elettorale.

Le destre hanno costruito negli anni un’operazione politica di straordinaria efficacia. Hanno spostato il terreno del confronto dalle cause delle migrazioni alle loro conseguenze, dalle responsabilità storiche dell’Occidente alla presunta pericolosità di chi fugge, dalle diseguaglianze globali alla difesa dell’identità nazionale. Così facendo hanno trasformato un fenomeno strutturale della modernità in un problema di ordine pubblico. Non si discute più delle guerre, delle devastazioni ambientali, degli accordi commerciali ineguali, del saccheggio delle risorse, della finanziarizzazione dell’economia o delle politiche neoliberiste che hanno prodotto instabilità e povertà in vaste aree del pianeta. Tutta l’attenzione viene concentrata sul momento finale del processo: l’arrivo delle persone alle frontiere europee. È come osservare il fumo ignorando deliberatamente l’incendio.

Questa operazione culturale ha avuto un effetto ancora più profondo. Ha modificato il significato stesso della parola sicurezza. Per decenni la sicurezza è stata associata al lavoro stabile, alla casa, alla salute, alla scuola pubblica, alla previdenza sociale, alla certezza dei diritti. Oggi, invece, il termine viene quasi esclusivamente collegato al controllo della mobilità umana. La perdita del posto di lavoro, l’impoverimento del ceto medio, la precarizzazione dell’esistenza, l’aumento delle diseguaglianze e la progressiva privatizzazione del welfare sono usciti dall’immaginario collettivo della sicurezza. Al loro posto è entrata la figura del migrante, rappresentato come il principale fattore di instabilità sociale.

È un rovesciamento che non nasce spontaneamente. È il risultato di una precisa costruzione politica. Una società nella quale milioni di persone sperimentano salari stagnanti, precarietà permanente e riduzione delle tutele sociali avrebbe tutte le ragioni per interrogarsi sulla distribuzione della ricchezza, sul potere della finanza, sulla concentrazione dei patrimoni, sulla compressione del costo del lavoro e sul progressivo smantellamento dello Stato sociale. E invece il conflitto viene sistematicamente spostato altrove. La rabbia prodotta dall’insicurezza economica viene indirizzata verso chi occupa l’ultimo gradino della scala sociale. Il migrante diventa così il bersaglio ideale: sufficientemente visibile per essere individuato come responsabile, sufficientemente privo di potere da non poter reagire, sufficientemente vulnerabile da poter essere trasformato nel capro espiatorio di problemi che hanno origini completamente diverse.

È in questo quadro che le immagini di Ceuta assumono un significato che va ben oltre la cronaca. Quelle migliaia di persone che tentano di raggiungere un’enclave europea sulla costa africana non rappresentano un evento eccezionale. Sono la manifestazione visibile di contraddizioni che attraversano da decenni il rapporto tra Europa e Mediterraneo. La loro presenza mette in discussione il racconto di un continente che continua a proclamarsi culla dei diritti universali mentre investe risorse sempre maggiori nella costruzione di muri, nella militarizzazione delle frontiere e nell’esternalizzazione del controllo migratorio verso paesi ai quali delega il lavoro sporco dei respingimenti.

La risposta politica, tuttavia, non consiste mai nel mettere in discussione questo modello. Al contrario, ogni crisi viene utilizzata per rafforzarlo ulteriormente. Dopo Ceuta si è parlato di aumentare la presenza di Frontex, di rafforzare gli accordi con il Marocco, di costruire nuove barriere, di accelerare i rimpatri, di rendere ancora più rapide le procedure di frontiera previste dal nuovo Patto europeo su migrazione e asilo. Nessuno ha posto la domanda fondamentale: perché decine di migliaia di giovani arrivano al punto di rischiare la morte pur di attraversare pochi metri di mare?

La risposta a questa domanda costringerebbe infatti l’Europa a guardare dentro sé stessa. Significherebbe interrogarsi sui rapporti economici che continua a intrattenere con il Nord Africa, sull’eredità del colonialismo, sulle responsabilità occidentali nei processi di impoverimento, sul ruolo delle guerre e delle politiche commerciali, ma anche sul modello economico che utilizza la mobilità come una risorsa da controllare e non come un diritto da garantire. Sarebbe necessario riconoscere che le migrazioni non sono un’anomalia da reprimere, ma una conseguenza strutturale di un ordine mondiale costruito proprio attraverso la libera circolazione dei capitali e il controllo selettivo della circolazione delle persone.

Ed è proprio qui che emerge la responsabilità più grave della sinistra europea. Non tanto per ciò che ha fatto, quanto per ciò che ha progressivamente smesso di dire. Perché il problema non è soltanto che le destre abbiano imposto il proprio linguaggio. Il problema è che quel linguaggio sia stato accettato, spesso inconsapevolmente, anche da chi avrebbe dovuto costruire un’alternativa culturale e politica.

La crisi della sinistra europea non consiste semplicemente nell’aver perso consenso elettorale. Quella è la conseguenza. Il problema più profondo è di natura culturale e riguarda la progressiva rinuncia a produrre una lettura autonoma del fenomeno migratorio. Per decenni le culture politiche della sinistra, nelle loro diverse articolazioni, avevano interpretato le migrazioni all’interno dei grandi processi di trasformazione del capitalismo globale, della redistribuzione diseguale della ricchezza, delle responsabilità coloniali e neocoloniali dell’Occidente, delle guerre combattute per il controllo delle risorse e delle profonde asimmetrie tra Nord e Sud del mondo. La mobilità umana veniva letta come una conseguenza della struttura economica internazionale e non come una minaccia all’ordine pubblico.

Quella impostazione, pur con tutti i suoi limiti, aveva un pregio fondamentale: non separava mai le persone dalle cause che le costringevano a migrare. Il migrante non era il problema. Era il prodotto di un ordine mondiale profondamente diseguale. Per questa ragione le parole d’ordine che attraversavano i movimenti sociali europei tra gli anni Novanta e i primi Duemila non erano semplicemente rivendicazioni umanitarie, ma la traduzione politica di una critica complessiva alla globalizzazione neoliberista. «Nessuna persona è illegale», «Libertà di movimento», «Abbattere i muri», «Diritti per tutti indipendentemente dalla cittadinanza» non erano slogan generici. Mettevano direttamente in discussione il principio secondo cui il luogo di nascita potesse determinare il valore giuridico, economico e politico di una persona.

Quel patrimonio teorico e politico sembra oggi quasi completamente dissolto. Non è scomparso soltanto dal dibattito pubblico. È stato progressivamente abbandonato anche da una parte consistente delle forze progressiste europee, che hanno finito per accettare come inevitabile proprio l’impianto culturale costruito dalle destre. È sufficiente osservare il linguaggio utilizzato nelle ultime settimane per rendersene conto. Di fronte alla tragedia di Ceuta non si è aperta una discussione sulla libertà di movimento, sul diritto universale di lasciare il proprio Paese, sulle responsabilità europee nei confronti del continente africano o sulla natura profondamente diseguale del sistema delle frontiere. La discussione si è concentrata, ancora una volta, sull’efficienza dei controlli, sulla cooperazione con il Marocco, sul contrasto ai trafficanti, sulla necessità di “governare i flussi” e di garantire la sicurezza dei confini esterni dell’Unione.

È una differenza enorme. Quando si accetta che la migrazione costituisca innanzitutto un problema di sicurezza, il terreno del confronto è già stato definito dall’avversario. A quel punto la differenza tra destra e sinistra non riguarda più il paradigma, ma soltanto l’intensità con cui esso viene applicato. La destra propone muri più alti, respingimenti più rapidi e norme più severe; la sinistra promette procedure più ordinate, una distribuzione più equa dei richiedenti asilo tra gli Stati membri e una cooperazione internazionale più efficace. Ma entrambe continuano a muoversi all’interno dello stesso orizzonte culturale: quello della gestione della frontiera.

È probabilmente questa la trasformazione più significativa della politica europea degli ultimi vent’anni. Il confine non viene più percepito come un dispositivo che produce diseguaglianza, ma come uno strumento neutrale che occorre semplicemente amministrare meglio. Non si mette in discussione il principio secondo cui alcune persone possano essere rinchiuse nei centri di trattenimento amministrativo pur senza aver commesso alcun reato; si discute esclusivamente delle condizioni materiali in cui vengono trattenute. Non si contesta l’esternalizzazione delle frontiere; si chiede che gli accordi con i Paesi terzi siano accompagnati da maggiori garanzie sui diritti umani. Non si critica l’esistenza dei rimpatri; si propone che vengano realizzati nel rispetto delle procedure previste dal diritto internazionale.

Si tratta di differenze importanti sul piano giuridico e umanitario, ma che non modificano la struttura del problema. La frontiera continua a rimanere il centro dell’intero sistema.

L’esempio della Spagna è particolarmente significativo proprio perché mette in evidenza questa ambivalenza. Pedro Sánchez viene spesso indicato come il volto progressista dell’Europa e, rispetto alle destre nazionaliste, rappresenta certamente una cultura politica differente. Tuttavia, sul terreno delle politiche migratorie, anche il governo socialista finisce per condividere alcuni presupposti fondamentali con il resto dell’Unione Europea. Dopo i fatti di Ceuta, Madrid ha parlato di difesa dell’integrità territoriale, ha proceduto rapidamente ai respingimenti, ha annunciato il rafforzamento delle barriere di confine e ha ricondotto l’intera vicenda all’azione delle organizzazioni criminali che gestirebbero i flussi migratori.

Contemporaneamente, lo stesso governo rivendica la regolarizzazione di centinaia di migliaia di lavoratori stranieri avvenuta negli ultimi anni, presentandola come una dimostrazione della propria sensibilità democratica. Ma proprio questo apparente paradosso aiuta a comprendere la natura delle politiche migratorie contemporanee.

Quelle regolarizzazioni non sono nate dal riconoscimento del principio secondo cui nessun essere umano possa essere considerato illegale. Sono state motivate dalla necessità di rispondere al fabbisogno di manodopera dell’economia spagnola. Agricoltura, edilizia, turismo, assistenza familiare e numerosi altri comparti produttivi avevano bisogno di forza lavoro regolare, stabile e fiscalmente inquadrata. La regolarizzazione ha quindi risposto principalmente a una domanda del mercato del lavoro.

Questo significa che il criterio fondamentale non è diventato il diritto della persona, ma l’utilità economica della sua presenza. Si regolarizza chi serve, si respinge chi eccede le necessità del sistema produttivo. La frontiera, in questa prospettiva, non ha il compito di impedire la mobilità. Ha il compito molto più sofisticato di selezionarla.

È un meccanismo profondamente diverso dalla narrazione proposta dalle destre, secondo cui l’obiettivo sarebbe quello di bloccare completamente le migrazioni. In realtà nessuna grande economia europea potrebbe funzionare senza il contributo del lavoro migrante. Il problema non è dunque la presenza dei migranti, ma la possibilità di governarne quantità, tempi, condizioni giuridiche e grado di ricattabilità. Le frontiere non servono tanto a chiudere l’Europa quanto a disciplinare l’ingresso della forza lavoro secondo le esigenze del mercato.

Ed è proprio questo punto che la sinistra sembra aver progressivamente smesso di mettere al centro della propria analisi. Negli anni della globalizzazione neoliberista aveva compreso che il conflitto fondamentale riguardava la distribuzione della ricchezza e dei diritti. Oggi, invece, gran parte del dibattito progressista appare schiacciato sulla gestione tecnica dell’esistente. Si discute di quote, di ricollocamenti, di corridoi umanitari, di procedure amministrative, di accordi con i Paesi di origine e di redistribuzione delle competenze tra gli Stati membri. Tutti temi importanti, ma incapaci di mettere realmente in discussione l’ordine politico che produce le migrazioni e, contemporaneamente, costruisce gli strumenti destinati a controllarle.

È forse questa la sconfitta culturale più profonda della sinistra europea. Aver smesso di pensare la libertà di movimento come un diritto universale e aver iniziato a considerarla una variabile subordinata alle esigenze della sicurezza, della stabilità politica e della competitività economica. Quando questo passaggio si compie, la distanza dalle destre continua certamente a esistere sul piano dei toni, delle sensibilità e delle modalità operative, ma diventa sempre più difficile individuarla sul terreno dell’immaginario politico.

L’errore più grande che si continua a commettere nel dibattito pubblico consiste nel considerare la politica migratoria come un settore autonomo dell’azione di governo. Si discute di quote, di permessi di soggiorno, di rimpatri, di accordi con i Paesi di origine, di centri di trattenimento, di procedure accelerate e di sicurezza delle frontiere come se tutto ciò riguardasse esclusivamente l’immigrazione. In realtà le politiche migratorie costituiscono uno degli strumenti attraverso i quali il capitalismo contemporaneo organizza il mercato del lavoro, disciplina la forza lavoro e ridefinisce continuamente il rapporto di forza tra capitale e lavoro.

Per comprendere questa dinamica è necessario liberarsi di una delle narrazioni più tossiche che negli ultimi anni hanno attraversato tanto la propaganda delle destre quanto una parte di quelle letture cosiddette “rossobrune” che hanno finito per attribuire ai migranti la responsabilità dell’abbassamento dei salari e della precarizzazione del lavoro. È una tesi che può apparire intuitiva, ma che non regge a un’analisi appena più approfondita. Non sono le migrazioni a produrre bassi salari; è il modello di sviluppo capitalistico a costruire deliberatamente una condizione permanente di ricattabilità della forza lavoro, utilizzando tutti gli strumenti disponibili – legislativi, amministrativi, economici e politici – per comprimere il costo del lavoro e aumentare il margine di profitto.

È in questa prospettiva che assume un significato centrale la riflessione di Marx sull’«esercito industriale di riserva». Nel Capitale, Marx spiega che l’andamento dei salari non dipende dall’origine geografica dei lavoratori, ma dall’esistenza di una quota della popolazione costantemente disponibile, disoccupata o sottoccupata, pronta a essere assorbita o espulsa dal mercato del lavoro secondo le esigenze del ciclo economico. L’esercito industriale di riserva non è una categoria etnica. Ne fanno parte il lavoratore migrante, il precario italiano, il giovane senza occupazione stabile, la lavoratrice espulsa dal mercato del lavoro, il bracciante sfruttato, il lavoratore irregolare, chi vive di contratti intermittenti o di occupazioni saltuarie. È una categoria economica, non identitaria.

Questo significa che il razzismo contemporaneo non svolge soltanto una funzione ideologica. Ha una precisa utilità materiale. Serve a impedire che soggetti collocati nella medesima condizione sociale si riconoscano come parte dello stesso conflitto. Se il lavoratore italiano viene convinto che il proprio nemico sia il lavoratore africano, se il precario attribuisce la propria insicurezza al richiedente asilo invece che alla precarizzazione del lavoro, se il disoccupato individua nello straniero il responsabile della riduzione dei salari, allora il conflitto verticale tra capitale e lavoro viene sistematicamente trasformato in un conflitto orizzontale tra gli ultimi. È il meccanismo più antico e più efficace attraverso il quale il potere economico riesce a neutralizzare la possibilità di un fronte comune tra coloro che condividono la stessa condizione di sfruttamento.

Le frontiere svolgono esattamente questa funzione. Non servono a impedire l’ingresso dei migranti, come la propaganda continua a ripetere. Se davvero l’obiettivo fosse quello di fermare completamente la mobilità umana, l’economia europea collasserebbe nel giro di pochi anni. Agricoltura, logistica, edilizia, turismo, assistenza familiare, ristorazione e numerosi comparti industriali dipendono ormai strutturalmente dal lavoro migrante. Il problema, dunque, non è impedire che le persone arrivino. Il problema è costruire le condizioni giuridiche e materiali affinché il loro ingresso avvenga in una posizione di vulnerabilità, di dipendenza e di ricattabilità.

Le procedure di frontiera introdotte dal nuovo Patto europeo, i CPR, gli hotspot, il decreto flussi, l’esternalizzazione dei controlli, la continua produzione di irregolarità amministrativa, la precarietà dei permessi di soggiorno, l’intreccio tra contratto di lavoro e diritto a rimanere nel territorio nazionale, non rappresentano anomalie di un sistema inefficiente. Sono gli ingranaggi attraverso i quali viene selezionata, distribuita e disciplinata una quota della forza lavoro europea. La clandestinità, in questa prospettiva, non è un incidente. È una condizione prodotta politicamente.

La vicenda di Ceuta rende tutto questo ancora più evidente. Da una parte migliaia di giovani che cercano una possibilità di vita diversa, dall’altra governi che parlano esclusivamente di sicurezza. In mezzo, un mercato del lavoro che continua ad avere bisogno di centinaia di migliaia di lavoratori stranieri. È una contraddizione soltanto apparente. La mobilità non viene contrastata perché indesiderata. Viene amministrata perché economicamente indispensabile. Le frontiere non chiudono il mercato del lavoro; ne regolano l’accesso secondo le convenienze del sistema produttivo.

Ed è precisamente su questo terreno che la sinistra europea ha progressivamente smesso di esercitare una funzione critica. Anziché denunciare il carattere strutturale di questo modello, ha finito per concentrarsi prevalentemente sulle modalità della sua gestione. La discussione si è progressivamente spostata dalla critica dell’ordine esistente alla ricerca di una sua amministrazione più razionale e più umana. Ma nessuna gestione più efficiente può modificare la natura di un dispositivo costruito per produrre gerarchie tra esseri umani.

La vera questione, allora, non riguarda semplicemente le politiche migratorie. Riguarda l’idea stessa di democrazia che l’Europa intende costruire nel XXI secolo. Una democrazia che proclama l’universalità dei diritti e contemporaneamente accetta che milioni di persone possano essere rinchiuse, respinte o private della libertà esclusivamente in ragione della loro condizione amministrativa, finisce inevitabilmente per svuotare di significato la propria stessa cultura costituzionale. Ogni volta che si accetta che una categoria di persone possa essere trattata come eccezione rispetto alle garanzie ordinarie dello Stato di diritto, si apre una breccia che prima o poi finisce per estendersi anche al resto della società.

Per questo Ceuta non rappresenta soltanto una tragedia umanitaria o una crisi diplomatica. È il luogo nel quale diventa visibile la trasformazione politica dell’Europa. Quel muro che dalla terra si inoltra nel Mediterraneo non separa soltanto due territori. Materializza una precisa idea del mondo. Da una parte la libera circolazione delle merci, dei capitali e delle imprese; dall’altra la progressiva criminalizzazione della mobilità umana. Da una parte il diritto universale alla circolazione riconosciuto ai fattori economici della globalizzazione; dall’altra la selezione delle persone in base alla loro utilità economica, alla nazionalità e al passaporto che possiedono.

È in questo senso che la crisi di Ceuta racconta molto più delle migrazioni. Racconta il punto al quale è arrivata l’Europa e, soprattutto, racconta la crisi di una sinistra che ha progressivamente smesso di contendere alle destre il terreno dell’immaginario. Perché una forza politica può perdere delle elezioni e continuare a rappresentare un’alternativa culturale. Diventa invece davvero sconfitta quando finisce per utilizzare le categorie dell’avversario anche per descrivere il mondo che vorrebbe cambiare.

Oggi la vera emergenza non è soltanto la crescita delle destre radicali. È il fatto che il loro modo di interpretare la realtà sia diventato il linguaggio ordinario della politica europea. Ricostruire una sinistra all’altezza delle sfide del nostro tempo significa allora ripartire da qui: restituire centralità all’universalità dei diritti, rimettere in discussione il rapporto tra capitalismo e frontiere, ricostruire un’idea di cittadinanza che non sia subordinata alla nazionalità e tornare ad affermare, senza timidezze e senza complessi di inferiorità culturale, che nessun essere umano può essere illegale.

 

Note:

Karl Marx, Il Capitale, Libro I (esercito industriale di riserva).

Frantz Fanon, I dannati della terra (ordine coloniale e violenza strutturale).

Michel Foucault, Sicurezza, territorio, popolazione (la sicurezza come tecnologia di governo).

Abdelmalek Sayad, La doppia assenza (la condizione sociale e politica del migrante).

 

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lunedì 10 agosto 2026

La Fortezza Europa accelera: deportazioni, hub nei Paesi terzi e frontiere militarizzate - Osservatorio Repressione

 

Dalla crisi di Ceuta nasce una nuova offensiva europea contro il diritto d’asilo. Mentre Meloni e Piantedosi rilanciano il modello Albania e chiedono centri di detenzione fuori dall’Unione, Bruxelles apre alla loro estensione. Le persone migranti diventano ancora una volta materia di propaganda e strumenti di ricatto geopolitico, mentre i diritti fondamentali arretrano.

La tragedia di Ceuta non ha aperto alcuna riflessione sulle responsabilità politiche dell’Europa. Al contrario, è stata immediatamente trasformata nell’occasione per imprimere una nuova accelerazione alla costruzione della Fortezza Europa. Non si è discusso delle decine di morti, dei minori rimasti soli, delle migliaia di persone intrappolate tra il Marocco e l’enclave spagnola, né delle ragioni economiche e sociali che hanno spinto decine di migliaia di giovani a tentare l’attraversamento. Il confronto tra i governi europei si è invece concentrato quasi esclusivamente su come rafforzare il controllo delle frontiere, aumentare i rimpatri e moltiplicare gli strumenti di detenzione amministrativa fuori dai confini dell’Unione. La riunione straordinaria dei ministri dell’Interno dell’Unione Europea ha fotografato con chiarezza il nuovo equilibrio politico del continente.

La solidarietà nei confronti della Spagna è rimasta confinata alle formule diplomatiche del comunicato finale, mentre nella sostanza Madrid è stata lasciata sola ed è diventata il bersaglio delle critiche di numerosi governi europei. La scelta del governo Sánchez di regolarizzare una parte dei lavoratori migranti è stata indicata come il presunto fattore di attrazione della crisi di Ceuta, rilanciando ancora una volta la teoria del cosiddetto pull factor, secondo cui il riconoscimento di diritti produrrebbe automaticamente nuovi arrivi. Una tesi che continua a essere ripetuta nonostante numerosi studi abbiano mostrato come le migrazioni dipendano soprattutto da fattori economici, politici e sociali presenti nei Paesi di origine e non dalle singole misure adottate dagli Stati europei.

A guidare questa svolta è oggi la Commissione europea stessa. Il commissario agli Affari interni Magnus Brunner ha liquidato la sanatoria spagnola come «un cattivo segnale per il resto d’Europa» e, soprattutto, ha aperto esplicitamente alla possibilità di finanziare con risorse europee i cosiddetti return hub, i centri destinati a trattenere le persone migranti nei Paesi terzi in attesa dell’espulsione. Un passaggio che segna un salto di qualità nella politica europea delle frontiere: non si tratta più soltanto di esternalizzare il controllo migratorio delegandolo a governi come quello libico, tunisino o marocchino, ma di spostare fuori dal territorio dell’Unione anche la detenzione amministrativa e, in prospettiva, le procedure per l’esame delle domande d’asilo. È precisamente su questo terreno che il governo italiano continua a svolgere un ruolo di apripista. Matteo Piantedosi ha rivendicato davanti ai colleghi europei la necessità di «superare vecchi tabù ideologici» e di realizzare rapidamente nuovi hub nei Paesi terzi sia per la gestione delle richieste d’asilo sia per i rimpatri.

Dietro l’espressione apparentemente neutra di “soluzioni innovative” si nasconde un progetto molto preciso: sottrarre progressivamente il diritto d’asilo al controllo delle garanzie costituzionali e della giurisdizione europea, trasferendo le persone in strutture costruite fuori dall’Unione, dove la tutela dei diritti fondamentali risulta inevitabilmente più debole. La distinzione tra return hub e centri destinati all’esame delle domande d’asilo non è soltanto tecnica. I primi riguardano persone già destinatarie di un provvedimento di espulsione e che non possono essere rimpatriate immediatamente; i secondi rappresentano invece una trasformazione ancora più radicale del diritto d’asilo europeo. Se questo modello dovesse affermarsi, un richiedente protezione internazionale potrebbe essere trasferito in un Paese terzo ritenuto “sicuro” e attendere lì l’esame della propria domanda, senza mai entrare effettivamente nel territorio dell’Unione Europea. È un’ipotesi che pone interrogativi enormi sul rispetto dell’articolo 10 della Costituzione italiana e della Convenzione di Ginevra, oltre ad aprire un inevitabile contenzioso davanti alla Corte di giustizia dell’Unione Europea e alla Corte costituzionale.

L’impressione è che il governo Meloni stia tentando di anticipare proprio quelle pronunce giudiziarie che potrebbero compromettere definitivamente il progetto Albania. Da qui la continua pressione politica per normalizzare un modello che, fino a pochi mesi fa, veniva presentato come eccezionale e sperimentale e che oggi Bruxelles sembra invece intenzionata a trasformare in un paradigma europeo.

Parallelamente cresce anche il ruolo di Frontex. La Commissione punta a rafforzare ulteriormente l’agenzia europea, affidandole nuovi compiti di monitoraggio, sorveglianza e coordinamento delle operazioni di rimpatrio, oltre allo sviluppo di sistemi di allerta precoce e di controllo dei social network per individuare presunte campagne di disinformazione che potrebbero favorire i movimenti migratori. È una trasformazione significativa: le frontiere non vengono più considerate soltanto uno spazio fisico da presidiare, ma un ambiente digitale da sorvegliare preventivamente.

Ancora una volta emerge la logica che da anni caratterizza la politica migratoria europea: affrontare gli effetti anziché le cause. Nessuno dei governi riuniti a Bruxelles ha ritenuto necessario discutere delle condizioni economiche che spingono migliaia di giovani marocchini a lasciare il proprio Paese, della crisi occupazionale che attraversa il Nord Africa, delle conseguenze delle politiche commerciali europee o della crescente instabilità geopolitica del Mediterraneo. Tutto viene ricondotto alla necessità di reprimere i trafficanti, rafforzare i controlli e impedire le partenze.

È una rappresentazione che svolge una funzione politica precisa. Concentrando l’attenzione sulle reti criminali, si evita accuratamente di interrogarsi sul ruolo svolto dagli accordi stipulati dall’Unione Europea con governi autoritari ai quali vengono affidati miliardi di euro per bloccare le persone in fuga. Lo stesso Marocco, oggi indicato come partner strategico nel controllo delle frontiere, continua a utilizzare la leva migratoria come strumento di pressione diplomatica nei confronti di Madrid e di Bruxelles, dimostrando quanto l’esternalizzazione abbia reso l’Europa dipendente dai Paesi cui ha delegato il controllo delle proprie frontiere.

In questo scenario la crisi di Ceuta diventa il laboratorio di una trasformazione molto più ampia. Il diritto d’asilo viene progressivamente svuotato, la detenzione amministrativa si espande oltre i confini dell’Unione, la distinzione tra protezione internazionale e politiche di sicurezza si assottiglia fino quasi a scomparire e la gestione delle migrazioni viene sempre più affidata a un complesso sistema di centri, hub, procedure accelerate e accordi bilaterali che spostano il problema lontano dagli occhi dell’opinione pubblica europea.

La vera posta in gioco, tuttavia, non riguarda soltanto le politiche migratorie. Riguarda la natura stessa dello Stato di diritto europeo. Quando il diritto d’asilo diventa una pratica da esternalizzare, quando la privazione della libertà personale viene normalizzata in strutture collocate fuori dal controllo giurisdizionale degli Stati membri e quando i diritti fondamentali vengono presentati come “tabù ideologici” da superare, non siamo più di fronte a semplici modifiche legislative. Siamo davanti a una ridefinizione profonda dell’idea di Europa.

La Fortezza Europa non si limita più a difendere le proprie frontiere. Sta progressivamente esportando oltre i propri confini anche i luoghi della detenzione, trasformando la gestione delle migrazioni in un gigantesco sistema di contenimento esternalizzato. Ed è difficile non vedere, dietro questa evoluzione, il rischio che i principi sui quali l’Unione dichiara di essere fondata vengano sacrificati sull’altare della sicurezza e del consenso politico.

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Raniero La Valle: “L’industria bellica americana ha ‘comprato’ la guerra in Ucraina spingendo per decenni la Nato verso Est” - Pino Nicotri

“Il 16 maggio 2023 l’Eisenhower Media Network ha comprato un’intera pagina del New York Times per pubblicare un documento firmato da molte personalità di rilievo che accusano l’industria delle armi Usa di avere stanziato oltre 90 milioni di dollari per convincere il Congresso a tradire l’impegno della non espansione a Est dell'Alleanza

 

“Ormai ognuno si diverte a inventarsi la data entro la quale la Russia invaderà l’Europa, alimentando così paure totalmente immotivate, ma utili per foraggiare le industrie di armamenti. Le stesse industrie che, come ha scritto il New York Times il 16 maggio 2023 e io ripeto da anni, negli Usa hanno letteralmente comprato la linea politica che ha portato direttamente alla attuale guerra in Ucraina. Hanno cioè comprato questa guerra. Guerra che rischia di diventare la Terza Guerra Mondiale, trascinandovi in primis l’Europa. Ho 95 anni e spero di non vederla”. A parlare è l’intellettuale cattolico di sinistra Raniero La Valle, già direttore dei quotidiani Il Popolo e L’Avvenire d’Italia, senatore e assessore del Comune di Roma, fondatore del sito Chiesa di Tutti Chiesa dei Poveri.

Di recente, La Valle ha ripetuto la sua accusa sulla linea politica e sulla guerra, entrambe comprate. Di che si tratta esattamente? “Il 16 maggio 2023 l’Eisenhower Media Network ha comprato un’intera pagina del New York Times per pubblicare un documento firmato da molte personalità di rilievo ed esperti soprattutto della sicurezza nazionale che accusano l’industria delle armi Usa di avere stanziato a suo tempo una cinquantina di milioni di dollari, pari a oltre 90 milioni di dollari di oggi, per convincere i parlamentari del Congresso a tradire l’impegno preso non solo dalla presidenza Usa di non espandere la Nato ‘neppure di un pollice‘ a Est, cioè verso la Russia, in cambio della riunificazione della Germania. Per ottenere il tradimento in questione è stata fondata una apposita associazione, il cui nome indica esplicitamente e alla luce del sole l’obiettivo che voleva ottenere e che ha ottenuto: Comitato degli Stati Uniti per l’espansione della Nato. Sono riusciti a farla espandere con l’ingresso di ben 14 Paesi ex sovietici i cui governi e ministri non sono certo incorruttibili”.

La pagina del New York Times col lungo, dettagliato e molto interessante documento in questione, La Valle l’ha pubblicata in italiano sul suo sito, compresi i prestigiosi nomi dei 15 firmatari. Il passo che spiega e riassume quanto denunciato più volte è il seguente: “Perché gli Stati Uniti hanno persistito nell’espandere la Nato nonostante tali avvertimenti? Il profitto derivante dalla vendita di armi è stato un fattore importante. Di fronte all’opposizione all’estensione della Nato, un gruppo di neoconservatori e dei massimi dirigenti americani delle industrie degli armamenti costituirono il Comitato degli Stati Uniti per l’espansione della Nato. Tra il 1996 e il 1998, i maggiori produttori di armi hanno speso 51 milioni di dollari (94 milioni di dollari di oggi) in attività di lobbying e altri milioni in contributi elettorali. Con questa prodigalità, l’espansione della Nato divenne rapidamente un affare fatto, dopo il quale i produttori americani di armi hanno venduto miliardi di dollari di armi ai nuovi membri della Nato. Finora, gli Stati Uniti hanno inviato attrezzature militari e armi in Ucraina per un valore di 30 miliardi di dollari, con aiuti totali all’Ucraina superiori a 100 miliardi di dollari. La guerra, è stato detto, è un racket altamente redditizio per pochi eletti”.

Tra i firmatari c’è l’economista e docente Jeffrey Sachs, l’uomo che dopo il crollo dell’Unione Sovietica e del Patto di Varsavia è stato incaricato dalla Casa Bianca di traghettare la Polonia dal regime comunista al capitalismo. Quando però lo stesso Sachs ha proposto alla Casa Bianca di traghettare anche la Russia dal sistema comunista a quello capitalista, s’è visto opporre un rifiuto. Prova provata che di fatto il governo Usa perseguiva sempre e comunque non l’ammodernamento – anche capitalista – della Russia, ma il puro e semplice peggioramento del suo crollo economico. Crollo già provocato dall’essersi dovuta svenare per rincorrere la politica Usa di continuo aumento delle spese per la propria potenza militare. Sachs le accuse del documento pubblicato dal New York Times e da Raniero La Valle le ha ripetute con grande chiarezza anche nel Parlamento europeo quando il 19 febbraio 2025 vi è stata trattata la “geopolitica della pace”.

“È francamente scandaloso e stupefacente che nessuno parli di questa faccenda, nascondendo così deliberatamente i veri motivi della guerra russo ucraina”, fa notare La Valle. E aggiunge: “Hanno anche negato in perfetta malafede che a Michail Gorbaciov prima e a Boris Yeltsin dopo, gli ultimi due presidenti della Russia, sia stato promesso che la Nato non si sarebbe espansa verso est. Per fortuna però il giornale tedesco Der Spiegel ha pubblicato i documenti che sbugiardano i mentitori. Purtroppo Gorbaciov e Yeltsin, convinti di avere a che fare con politici seri e onesti, si sono accontentati degli impegni orali senza pretendere che fossero messi per iscritto”.

Un altro dato sorprendente, se non agghiacciante, è che questa brutta vicenda che sta trascinando l’Europa verso un’altra guerra contro la Russia (la quinta, dopo l’invasione polacco lituana del 1600, l’invasione svedese del 1700, quella francese di Napoleone nel 1800 e quella nazifascista di Germania e Italia nel 1900), pare proprio ricalcare la vicenda appurata negli Usa dalla commissione parlamentare Nye, istituita il 12 aprile 1934 e che prese il nome dal suo presidente senatore Gerald Nye. Il nome esatto era commissione speciale di Inchiesta sull’Industria delle Munizioni ed era nata per indagare sugli interessi industriali, finanziari e bancari che portarono gli Usa a intervenire nella Prima Guerra Mondiale pur senza averne nessun motivo, né territoriale né patriottico o simili. Le cose scoperte dalla Commissione Nye sono state il motivo che ha spinto il mondo politico e l’opinione pubblica statunitense alla neutralità nei primi tempi della Seconda Guerra Mondiale.

La Commissione venne istituita perché nel decennio 1920-1930 una marea di libri e articoli di giornale avevano accusato i produttori di armi e munizioni di avere ingannato il Paese sui veri motivi dell’entrata in guerra. Tra i più decisi accusatori c’era il generale dei Marines Smedley Butler che nel ’35 arrivò a scrivere un libro pesantemente accusatorio fin dal titolo: La guerra è una mafia. Nel corso delle 93 udienze con oltre 200 testimoni venne appurato che le industrie delle armi e delle munizioni avevano realizzato profitti spropositati vendendo al governo le loro merci a caro prezzo. Venne anche appurato che le grandi banche per proteggere i loro prestiti ai Paesi belligeranti avevano esercitato forti pressioni sul presidente Thomas Woodrow Wilson perché entrasse in guerra. Tali banche avevano infatti concesso enormi prestiti ai Paesi che la guerra la stavano perdendo.

La Commissione Nye venne infine bloccata e sciolta dallo stesso Senato per impedirle di rendere noti i nomi delle industrie dei “mercanti di morte” e delle banche, vere cause della guerra. E per nascondere il fatto che il presidente Wilson aveva a lungo mentito al suo popolo sia sul perché dell’entrata in guerra, presentata con l’eterna retorica della lotta tra il bene (la democrazia) e il male (l’autocrazia), sia sul fatto che non sapeva nulla della diplomazia segreta dei Paesi della Triplice Intesa (Russia, Francia e Inghilterra), mentre invece ne era a perfetta conoscenza.

Il copione delle azioni, degli interessi e delle tresche del Comitato degli Stati Uniti per l’espansione della Nato, e annessi effetti tragici, ricordato sul Nyt sembra identico a quello appurato dalla Commissione Nye. Con una differenza: per impedire alla Commissione di rivelare la verità hanno dovuto scioglierla, nel caso recente basta l’impressionante omertà generale.

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