Nadia e Saeed sono due come noi, solo che sono nati nella parte sbagliata del mondo (parte che cresce ogni anno di più).
arriva piano piano la guerra, il loro mondo è lì, tutta la prima parte del libro è sulla difficoltà crescente a convivere con la morte quotidiana, per sopravvivere bisogna partire.
la partenza e il viaggio sono quelli che conosciamo di più per sentito dire, un'altra lotta per la sopravvivenza, in mezzo a violenze che noi solo immaginiamo.
alla fine arrivano nel nostro mondo, e la storia diventa fiabesca, forse una speranza, forse un auspicio.
Mohsin Hamid sa scrivere, e anche (come questo libro) Exit West merita.
alla fine arrivano nel nostro mondo, e la storia diventa fiabesca, forse una speranza, forse un auspicio.
Mohsin Hamid sa scrivere, e anche (come questo libro) Exit West merita.
Ci sono le stelle
nel cielo e sotto le stelle ci sono la terra, le città e i palazzi. Exit
West di Mohsin Hamid sembra iniziare con c’era una volta e
raccontare, con la voce delle favole, la storia della luce e dell’oscurità che
si combattono: sembra e forse è quello che fa. Il sogno di Saeed è andare nel
deserto del Cile e stendersi sulla schiena, per vedere le stelle brillare lungo
la via lattea, finalmente liberate dall’inquinamento luminoso delle città, e
sentirsi su una sfera che ruota da qualche parte nell’universo.
Per Nadia il piacere è ascoltare, ogni notte prima di andare a dormire, un vinile suonare nell’appartamento dove vive da sola, perché la penombra e la solitudine vengano appena attutite da quelle note. Si incontrano a una lezione di marketing e iniziano a parlarsi come succede a vent’anni, nello spazio luminoso degli schermi dei cellulari, attraverso le onde invisibili e le connessioni wireless, senza toccarsi, come una possibilità, nello stesso modo in cui la guerra è ancora un tuono sordo a distanza. “Può sembrare strano che in città sull’orlo del baratro i giovani vadano ancora a scuola – scrive Hamid – ma così stanno le cose, nelle città come nella vita: un momento sbrighiamo le nostre incombenze come se nulla fosse e quello dopo moriamo.”
Per Nadia il piacere è ascoltare, ogni notte prima di andare a dormire, un vinile suonare nell’appartamento dove vive da sola, perché la penombra e la solitudine vengano appena attutite da quelle note. Si incontrano a una lezione di marketing e iniziano a parlarsi come succede a vent’anni, nello spazio luminoso degli schermi dei cellulari, attraverso le onde invisibili e le connessioni wireless, senza toccarsi, come una possibilità, nello stesso modo in cui la guerra è ancora un tuono sordo a distanza. “Può sembrare strano che in città sull’orlo del baratro i giovani vadano ancora a scuola – scrive Hamid – ma così stanno le cose, nelle città come nella vita: un momento sbrighiamo le nostre incombenze come se nulla fosse e quello dopo moriamo.”
Chi vive in
Occidente pensa che la guerra sia l’opposto della pace, che le città scompaiano
da un giorno all’altro sotto l’attacco delle bombe e dei carri armati, perché
ha imparato la sua forma dalle notizie dei telegiornali, dagli scontri e dal
fumo che si alza dai palazzi; ma ai telegiornali interessa che le immagini
siano iconiche, non che raccontino che la vita in tempo di guerra è fatta
principalmente di attese e blackout e razionamenti. Chi vive la guerra come
condizione perpetua, come minaccia costante, sa che i conflitti non azzerano il
passato, ma immobilizzano il presente, precludono il futuro: un giorno si
studia, si va a trovare la propria ragazza e il giorno dopo si riempie uno
zaino con tutto quello che può servire per attraversare quel braccio di mare
che ti separa dal continente in pace. La vita in tempo di guerra è la mancanza
di alternative, è poter scegliere solo per sottrazione, stare con chi resta, è
diventare meno se stessi, più invisibili, o ospiti indesiderati in altri Paesi.
Un articolo del
“New Yorker” racconta di come in Svezia alcuni rifugiati minorenni siano
diventati improvvisamente catatonici alla notifica del rimpatrio; come
principesse e principi caduti sotto un incantesimo, aspettano di tornare in una
patria che non hanno nemmeno mai avuto. E forse è vero che la condizione del
migrante si dice bene col tono della favola, perché è una condizione di eterno
presente, di chi non ha passato né futuro, bloccato come per una magia oscura
in un limbo in cui si può solo sopravvivere. Hamid racconta con grazia questo
limbo, trasformandolo in una terra di mezzo, in portali e passaggi segreti,
perché a lui non interessa essere necessario o osceno, ma accurato. Rinunciando
al realismo: sarebbe come descrivere l’aspetto delle stelle oggi, sapendo che
quella che vediamo è la luce emessa milioni di anni prima. E per Hamid è Exit
West a diventare una luce che attraversa il vuoto, il passato e il
futuro insieme, mondo a venire e mondo scomparso, svincolato da tutto come un
geoide che ruota nello spazio oscuro.
Nel 2010 Patricio
Guzman ha girato un documentario dal titolo Nostalgia della luce:
un ritratto del deserto di Atacama, quello amato da Saeed, che parla di luce e
dei desaparecidos svaniti nel nulla. Ogni tanto nell’oscurità si accendono
delle luci e dagli schermi luminosi dei telefoni e dei computer appaiono
immagini perdute: una città del Medioriente dove i ragazzi si innamorano e le
motociclette continuano a girare per le strade nelle ore in cui è ancora permesso;
e la Londra degli invisibili, “bella nella sua decadenza, come un paio di
polmoni straziati”, come la definisce Iain Sinclair in The Last
London. Se dovete leggere un solo libro, che sia questo.
…Exit West è un bel libro che io non sono
in grado di apprezzare. Alcuni passaggi sono ottime pagine liriche, in
altri punti Hamid dipinge meravigliosi panorami di miserie e di immaginazioni.
Eppure non è così strano, mi vien da dire, che io non riesca ad apprezzarlo,
anche se mi chiedo perché non possa per una volta superare questa idiosincrasia
verso i libri che recano conforto e infine perdonare, cristianamente
addirittura, il gesto caritatevole. Eppure no, non riesco, testardo caprone,
sbatto e cado, ma no, il conforto di un libro è il mio sconforto.
Exit West non è una storia di migranti,
nemmeno una storia di medioriente, non è una storia di fuga e di rinascita, di
speranza, di vita che fa il suo corso, di coppia. Non è una storia emblematica
e tanto meno è una storia politica. Non è questo, anche se di tutto questo
parla; io l’ho letto e alla fine sono rimasto a pensare, era notte, era
molto tardi, avevo la finestra aperta ed entrava una brezza umida e malaticcia.
Mi domandavo che cosa avessi letto, era chiaro lo sconforto per la storia
confortante, ricostruivo la lettura, ne facevo il disegno mentale, i passaggi,
i toni, i trucchi del mestiere, la retorica e le leve emozionali, gli
stereotipi dei media, tutto si sommava e lo scorrevo sempre domandandomi che
cosa avessi letto. Era ben fatto, la lingua era stata smussata con mano
sapiente, quel tanto che serve perché tutti se ne accorgano, non troppo da
risultare artificiosa se non addirittura pretenziosa, la storia aveva le radici
nella cronaca, le immagini erano quelle dei notiziari, i volti quelli
conosciuti nelle città dell’Occidente, la narrazione procedeva a due correnti
contrapposte, una che cresceva, l’altra che scendeva, non due voci, ma due
pensieri, guidati con esperienza lungo tutta la vicenda. Era tutto confortante,
come chi si rivolge a un pubblico mentendo, un politico, un recensore, un
artista, un prete. La menzogna è terapeutica per chi la pronuncia e ancor più
per chi la riceve, rilassa, distende, conforta avvolgendo in un abbraccio
tiepido, come di madre che sussurra parole dolci al suo bambino per farlo
addormentare. Exit West è confortante perché vuole ritrarre la
contemporaneità e dirci che in essa anche noi troviamo casa perché in fondo,
nonostante tutto, i destini si compiono.
Mi si chiede un atto di fede. Non ci riesco.
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