venerdì 7 aprile 2017

Alla Coca-Cola di Nogara i rapporti tra azienda e lavoratori sono sempre più spietati - Marta Fana, Simone Fana


Le cronache dal mondo del lavoro emergono nel racconto quotidiano solo quando si trasformano in tragedia, come quella dell’operaio che si è suicidato a Torino per la troppa fatica. Il disagio collettivo viene ridotto a questione privata.
Molto meno raccontati sono i rapporti di forza – spietati per lo più – tra grandi
imprese e lavoratori, e che si esprimono spesso attraverso aziende di comodo, il più delle volte appaltatrici di attività funzionali a quella strettamente produttiva. Come nel caso della Coca-Cola di Nogara in provincia di Verona, sede del più grande stabilimento del sud Europa della multinazionale statunitense.
La vicenda che ha interessato lo stabilimento di Nogara svela la struttura della nuova organizzazione del lavoro e del ruolo della logistica nella catena globale del valore. La Coca-Cola è infatti una multinazionale che produce in tutto il mondo, attraversa i confini territoriali dei singoli stati e avalla lungo la filiera nuove regole di organizzazione della produzione, in aperto contrasto con gli assetti contrattuali e le norme vigenti in materia di occupazione.
Il settore della logistica diventa l’ambito privilegiato in cui avvengono queste trasformazioni, proprio perché si colloca tra la produzione e il consumo.
Nuovi contratti e licenziamenti
Quella di Nogara è una storia come molte altre che è bene raccontare per esteso. Dall’inizio di marzo 45 lavoratori sono in sciopero per le conseguenze del cambio d’appalto del servizio di logistica dello stabilimento. Il cambio ha comportato il licenziamento di quattordici lavoratori e la modifica del contratto a tempo indeterminato nella versione a tutele crescenti introdotta dal jobs act nel 2015. Dal momento che avrebbero perso le tutele dell’articolo 18, una trentina di operai (su 77) hanno deciso di non firmare l’accordo. Per questo il precedente appaltatore li ha messi in mobilità, compromettendone di fatto la riassunzione da parte di Vega
Tra le ragioni dello sciopero c’è anche la solidarietà tra lavoratori e l’opposizione alla deriva antisindacale del consorzio. I quattordici lavoratori licenziati in tronco con il cambio d’appalto formano una vera e propria lista di proscrizione: sono i più attivi nelle battaglie portate avanti negli ultimi anni da AdlCobas, le battaglie che hanno garantito ai lavoratori – gli stessi di oggi – la piena applicazione del contratto nazionale della logistica, la cacciata di un caporale che fino ad allora aveva gestito in maniera illegale le assunzioni, il riconoscimento dell’inquadramento al terzo livello invece che al sesto come voleva l’azienda (questi lavoratori usano, per la movimentazione delle merci, dei carrelli a sei forche e dunque hanno diritto a una qualifica elevata, che porta con sé un aumento della retribuzione).
Sta di fatto che l’incalzante attività sindacale a tutela dei diritti dei lavoratori non pare essere accettata dal subappaltatore, e il miglior modo per disfarsene sono i licenziamenti, senza alcuna ragione economica, durante il cambio d’appalto. Tutti i lavoratori in stato di agitazione sono iscritti all’Adl Cobas. Dai primi di marzo scioperano per se stessi ma anche in solidarietà con i colleghi licenziati in tronco.
Da parte della Coca-Cola e del consorzio Vega nessun cedimento: i licenziamenti così come la mobilità per chi non vuole firmare il contratto rimangono. Rifiutano addirittura un incontro con le istituzioni locali, pur di non ammettere che l’economia non c’entra nulla.
Ovviamente i lavoratori e le loro famiglie non sono disposti ad accettare, dopo anni di lotte e vittorie conseguite, un arretramento nei loro diritti, consapevoli dei profitti della Coca-Cola, di una produzione mai entrata in crisi. Il giro di vite con l’introduzione del contratto a tutele crescenti permette invece al consorzio Vega di esercitare con maggior discrezione la sua autorità facendo leva sul ricatto occupazionale: sarà più facile licenziare, senza l’obbligo del reintegro, tutti coloro che si oppongono alle disposizioni dell’azienda, qualsiasi esse siano.
Pistole elettriche contro chi sciopera
Dall’autorità alla violenza il passo è breve come raccontano le vicende dell’ultima settimana. Il 29 marzo, il presidio dei lavoratori decide di occupare il piazzale del magazzino e uno dei due cancelli da cui escono i camion per la distribuzione delle merci. La Vega sa e raccoglie fin dalle prime ore della mattina tutto il personale di sicurezza, quelli del turno di notte e i colleghi che avrebbero dovuto garantire il cambio la mattina; con loro però ci sono degli altri “vigilantes” mai visti prima dai lavoratori.
In tutto sono una ventina – come raccontano i lavoratori – contro i sette che normalmente garantiscono la sicurezza (privata).
La tensione sale e, come riportano i lavoratori nonché i segni sui loro corpi, la sicurezza privata reagisce al presidio utilizzando le pistole elettriche, i taser, su una donna e su un lavoratore che tentava di raggiungere la donna – moglie di un altro operaio (nota bene: i taser sono un’arma illegale secondo la legge italiana).
Ma se finora la Coca-Cola aveva declinato ogni responsabilità, dal momento che i lavoratori sono in appalto, durante il weekend ha voluto pronunciarsi. L’intenzione dell’azienda, come riporta il quotidiano L’Arena, è quella di interrompere la produzione e mettere in cassa integrazione i 450 lavoratori al fine di “ristabilire la legalità” che viene ostacolata creando un danno economico all’azienda. L’attività illegale sarebbe la protesta dei lavoratori della logistica, non l’utilizzo dei taser o la lista di proscrizione. Inoltre, l’accusa di danno economico è relativamente infondata dal momento che i camion del trasporto merci non sono stati finora bloccati.
Si tratta di una reazione intransigente dell’azienda madre di fronte alle rivendicazioni operaie, e di un sostegno incondizionato al subappaltatore. Allo stesso tempo la minaccia della cassa integrazione per gli operai del comparto produzione indica una strategia precisa che tende a mettere l’uno contro l’altro i lavoratori: quelli della logistica e quelli della produzione.
La risposta di alcuni sindacati è stata debole.
La Uil, sindacato sottoscrittore dell’accordo previsto dal nuovo appalto, sostiene che per i quattordici lavoratori licenziati è prevista comunque la “ricollocazione in altri appalti della stessa cooperativa, entro un raggio di 40-50 chilometri e a parità di retribuzione”. Oltre al danno – ossia il licenziamento strettamente legato a motivi politici prima ancora che economici – si aggiunge così la beffa di lavorare più lontano a parità di salario. E, sottolineano i lavoratori, un ulteriore cambio di appalto potrebbe determinare il licenziamento di tutti.
Appare ambigua anche la posizione della Filt-Cgil di Verona che definisce le proteste di Nogara strumentali agli interessi di pochi mentre difende i diritti dei lavoratori di Mondo Convenienza, vittime anche loro dell’ennesimo cambio d’appalto al ribasso.
Il caso Nogara è esemplare di un capitalismo contemporaneo, in cui il settore della logistica assume dimensioni via via sempre più rilevanti. Intermediazione di manodopera, filiera di cooperative, subappalti, frammentazione: tutto questo porta a eludere i contratti collettivi e a scindere le responsabilità degli imprenditori nei rapporti di lavoro dipendenti.
Nel caso della Coca-Cola questa tendenza è evidente in tre passaggi: il primo livello di appalto è affidato dalla Coca-Cola alla Kuehne Nagel che gestisce dal 2011 tutta la logistica, che però è a sua volta appaltata al Consorzio soluzioni globali, il quale, specializzato in movimentazione merci, agisce come consulente della prima e subappalta a una cooperativa del consorzio Vega servizi.
Libertà e disciplina
Un assetto produttivo legato strettamente al ruolo delle multinazionali e dei monopoli privati nell’economia globale. Si assiste infatti alla concentrazione a monte del capitale produttivo e finanziario, e alla dispersione a valle delle tensioni nella catena produttiva e nell’organizzazione del lavoro. È la rottura del nesso tra lavoro e impresa, in cui quest’ultima rompe gli oneri contrattuali che la legano al lavoro, scaricando il rischio connesso all’attività d’impresa sulle spalle del lavoratore.
La proprietà dei mezzi di produzione è concentrata in mani diverse per assicurare il massimo profitto senza rispondere di norme fiscali e contratti di lavoro. Grande libertà per le imprese e tanta disciplina sul lavoro per garantire il massimo di redditività. Quando la disciplina sugli orari e il controllo dei tempi di lavoro non sono direttamente assegnati alle piattaforme digitali, il ricorso alle cooperative e ai rapporti di intermediazione di manodopera sono l’unica strada per garantire lauti profitti sulla pelle dei lavoratori.
Un quadro che è ulteriormente rafforzato dai rapporti tra la multinazionale e le istituzioni politiche. Nel caso dello stabilimento di Nogara, la Coca-Cola ha ottenuto dalla regione Veneto una concessione per utilizzare tre pozzi d’acqua, pagando una cifra notevolmente più bassa (13.406 euro) rispetto alla tariffa normale che ammonta a 600mila euro: uno sconto enorme con cui la regione ha consentito alla multinazionale di aumentare i suoi profitti a discapito della comunità e dei lavoratori.
da qui

suona Rabih Abou Khalil







giovedì 6 aprile 2017

Come si muore legato a un letto - Piero Cipriano



Per spiegarlo, un noto psichiatra, da qualche mese collaboratore di “A”, invita a pensare alle matrioske o alle scatole cinesi. E dalle vicende ospedaliere, terminate con la morte dell'insegnante anarchico Francesco Mastrogiovanni, ripercorre la sua intera vicenda, da quello scontro con i fascisti a Salerno nel lontano 1973...

La vita e la morte di Franco Mastrogiovanni, se la vuoi provare a capire, devi immaginarla come un incastro di matrioske, o di scatole cinesi, conficcate l'una dentro l'altra, e dunque se vuoi arrivare a comprendere quella più grossa (quella di fuori, sarebbe a dire la sua morte), devi spingerti come uno speleologo fin dentro quella più piccola (quella di dentro).
La matrioska più grande è la sua morte, più grande perché è quella che tutti hanno visto, perché è stata una morte davvero grande, e purtroppo spettacolare, da società dello spettacolo, direbbe Guy Debord, nel senso che se non ci fossero state le telecamere a filmare questa morte, di Mastrogiovanni non sarebbe rimasto niente, una delle migliaia di morti anonime negli ospedali, o nei luoghi della psichiatria.
Invece se la sua morte è stata una morte spettacolare, e lo spettacolo è servito per condannare chi di questa morte è stato responsabile, può darsi non sia stata una morte vana, ma che da questa morte derivi una legge (ovviamente legge Mastrogiovanni) che impedisca a chi ha un ruolo di cura di sequestrare, torturare, e uccidere chi di cure ha bisogno. Ma torniamo da capo.
La prima scatola. La morte. Per causa di un ricovero. C'era una ragione per ricoverare quest'uomo in un reparto di psichiatria? Obbligarlo perfino? Sembra di no. Era in vacanza, da un mese alloggiava in un bungalow di uno stabilimento balneare cilentano. La sera del 30 luglio 2009 sarebbe entrato contromano nell'isola pedonale del comune di Acciaroli, anzi, avrebbe tamponato ben quattro macchine. Ma nessuno sporge denuncia. La sua macchina è illesa. Eppure un tenente dei vigili di Pollica assicura che, dallo sguardo, si capiva che “non era in sé”, perché era “perso nel vuoto”. Cioè, invece di multarlo, il vigile improvvisa una diagnosi psichiatrica.
Il giorno dopo, il 31 luglio, inizia una caccia all'uomo. Caccia all'uomo che prende la forma giuridica del Trattamento Sanitario Obbligatorio. Per cui lo vanno a cercare nel bungalow dello stabilimento balneare di San Mauro Cilento, e dove non ha mai dato segno di squilibrio, riferisce la titolare (“gli lasciavo i miei nipoti”, precisa).
Qui, alla vista di uno spiegamento di vigili e carabinieri, si allontana in mare, cantando, pare (è un noto anarchico, si dice) una canzone anarchica (Addio Lugano bella). Questa cosa in realtà non è vera. Pare venga ripetuta un po' per giustificare il ricovero (uno che canta canzoni anarchiche in mare è come minimo eccitato, euforico), un po' perché, narrativamente, è perfetta (è tutta un'altra cosa impostare un pezzo giornalistico scrivendo della persecuzione di un anarchico braccato dallo stato, piuttosto che dover spiegare che un trattamento simile può capitare a chiunque). Questo suo ripararsi in mare costituisce un ulteriore motivo, per lo psichiatra che lo valuta a settanta metri di distanza e propone il TSO, per far diagnosi di agitazione psicomotoria (che poi non è una diagnosi).
C'è anche una motovedetta in azione, che impedisce a Mastrogiovanni di inoltrarsi in mare, e che allerta i bagnanti, e li avverte di non interferire, perché è in atto una caccia all'uomo. A quel punto Mastrogiovanni, obtorto collo, si consegna alle forze dell'ordine.
Era un noto anarchico
Ma perché è così riluttante a collaborare con le forze dell'ordine, perché è un anarchico, forse, e gli anarchici, si sa, sono per natura idiosincratici con le forze di polizia? No, non per questo.
Bisogna aprire un'altra matrioska. Giusto dieci anni prima, 1999 (ne aveva quarantotto), era stato arrestato, per oltraggio a pubblico ufficiale, dopo essere stato duramente picchiato (motivo: protestava per una multa), sconta alcuni mesi agli arresti domiciliari, fino a essere assolto e perfino risarcito. Ma le botte prese lasciano il segno, disturbo post traumatico da stress potrebbero definirlo gli psichiatri, appassionati di nosografia, per cui da allora ogni volta (così viene scritto, non sono sicuro che sia vero, tuttavia non è certo inverosimile) che vede vigili o altri tutori dell'ordine si allarma, gli viene il panico, insomma: non è proprio tranquillo. Forse per questi sintomi, che assumono la forma della ciclotimia (l'alternarsi tra depressione ed euforia) tra il 2002 e il 2005 subisce tre ricoveri, sempre nello stesso SPDC di Vallo della Lucania.
Apro un'altra matrioska, per provare a capire perché questa attenzione, lievemente esasperante, da parte delle forze dell'ordine nei confronti di Mastrogiovanni.
Era un noto anarchico segnalato nelle questure, si dice. Da quando, nel 1972, ha ventun anni e studia all'università, si trovava sul lungomare di Salerno con un compagno d'anarchia, Giovanni Marini, vengono aggrediti da un gruppo di militanti fascisti, uno dei quali armato di coltello, e Mastrogiovanni si ferisce, uno dei fascisti, il possessore del coltello, Carlo Falvella, segretario del FUAN, viene invece ucciso da Marini. Nel processo che ne segue Mastrogiovanni viene assolto, Marini condannato a nove anni. Anche se assolto, però, il suo nome non verrà dimenticato. Apriamo un'altra matrioska?
Di cosa si occupavano, Mastrogiovanni e Marini, quando vengono aggrediti dai militanti fascisti? Stanno indagando su uno dei misteri d'Italia. L'omicidio, camuffato da incidente stradale, di cinque anarchici calabresi, avvenuto due anni prima. Questi stavano recandosi a Roma, in auto, con documenti comprovanti che l'incidente ferroviario di Gioia Tauro, dove erano morte alcune persone, era di matrice fascista. Ebbene i due, Marini e Mastrogiovanni erano in qualche modo venuti a conoscenza del fatto che l'autista del tir, responsabile dell'incidente, era un salernitano, di simpatie fasciste. Di qui, l'agguato.
Torniamo di nuovo agli anni recenti. Tra il 2002 e il 2005 Mastrogiovanni inizia a conoscere la psichiatria locale. Tre TSO subiti. In almeno uno di questi ricoveri viene legato. Possiamo comprendere, dunque, perché dirà, nel momento in cui sale per l'ultima volta in ambulanza: non mi portate in quel reparto, che lì mi ammazzano.
Adesso facciamo ritorno all'ultima matrioska, ai suoi ultimi giorni. Una serie di eventi sono necessari per ucciderlo, per fare di lui il perfetto paradigma dell'homo sacer, di colui che, avendo trasgredito (è un anarchico, ed è uno psichiatrizzato) può essere ucciso senza troppi scrupoli etici.
Colpevole è una psichiatria troppo legata a pratiche manicomiali. Sono stati necessari tre eventi, paradigmatici di una pratica psichiatrica pre-basagliana: il ricovero in TSO, il luogo in cui viene ricoverato, la contenzione meccanica.
Una politica di Forza Italia, in una trasmissione televisiva, poco dopo la sentenza, ha sostenuto che questa morte è colpa della maledetta legge 180. Che ignorante! È il contrario. Questa morte è dovuta al fatto che in molti luoghi, in Italia, non hanno saputo o voluto applicare la più democratica al mondo delle leggi in tema di salute mentale. La legge 180 prevede il TSO come extrema ratio, e non è stato questo il caso, prevede che i SPDC siano aperti, e non era il caso di quel reparto, non prevede la possibilità di legare le persone, e lui è stato legato.
Dunque andiamo a vedere perché, questo ricovero, e questa morte, sono stati determinati da un totale misconoscimento e disapplicazione della legge 180.
Un vero e proprio bunker impenetrabile
Cominciamo dal TSO. Una serie di enigmi su questo provvedimento. Non sappiamo il perché di questo accanimento. Un vigile, ho già detto, lo trova strano, occhi persi, sguardo vuoto, dice che andava contromano, urtava fioriere, nell'isola pedonale, tamponava quattro macchine, tutte intonse, peraltro nessuno sporge denuncia, la macchina di Mastrogiovanni pure è intatta, che strani tamponamenti, fatto sta che invece di dar luogo a una eventuale multa, o a sospensione della patente, si programma per il giorno dopo nientemeno che un TSO.
E dire che si poteva fare, tutta al più, un ASO, un Accertamento Sanitario Obbligatorio, e dopo inviare, se era il caso, Mastrogiovanni a curarsi presso il Centro di Salute Mentale del luogo. Invece no. I vigili, e dopo il sindaco, inviano un medico con vigili e carabinieri al camping dove Mastrogiovanni fa le vacanze, tranquillo, e lo braccano, al punto che lui prima si rifugia in acqua, poi esce, si arrende, si consegna, ma gli permettono di fare una doccia e bere un caffè (ottima terapia per uno che si suppone agitato). A quel punto, la sua arrendevolezza avrebbe potuto consigliare, a degli operatori di salute mentale coerenti con la legge 180, di trasformare il TSO in ricovero volontario, o meglio, perfino, se ci fossero stati in loco dei CSM efficienti, di proseguire le cure lì, senza per forza ospedalizzarlo.
D'altra parte, la legge 180 prevede che il ricovero sia, di norma, volontario, e solo eccezionalmente obbligatorio, in sussistenza di tre elementi: alterazioni psichiche richiedenti urgenti interventi terapeutici, urgenti interventi terapeutici non accettati dalla persona, non vi sono le condizioni extra ospedaliere per attuare gli urgenti interventi terapeutici.
Inutile dire che in questo caso mancavano sia le alterazioni psichiche tali, sia la non accettazione delle misure terapeutiche, sia la terza condizione: non ci hanno neppure provato a proporre una terapia alternativa, a domicilio. Dunque era illecito il TSO. Oltretutto si incarica, di emettere l'ordinanza, il sindaco di Pollica, mentre Mastrogiovanni viene fermato nel comune di San Mauro del Cilento. Insomma, sembra, come in epoca manicomiale, che il ricovero venga disposto dalle autorità, non dai medici, che assumono il ruolo di meri esecutori.
Illecito era anche il reparto, straordinariamente restraint, ovvero chiuso, un vero e proprio bunker impenetrabile: non uscivano in permesso i pazienti, non vi entravano i famigliari (la nipote verrà tenuta fuori). Un reparto dove i ricoverati erano tutti allettati, chi per i farmaci chi perché legato. Perfino il compagno di stanza di Mastrogiovanni lo era, eppure era un depresso entrato in ricovero volontario. Un reparto che, dalle immagini registrate, ci viene restituito come un luogo di prigionia, un luogo mortificante, il luogo in grado di modellare gli operatori in senso maligno, ovvero trasformare anche brave persone in carnefici. Ciò che lo psicologo Philip Zimbardo ha definito Effetto Lucifero.
Illecita (nonché anti terapeutica, nonché letale) è stata la contenzione meccanica, ovvero il legarlo al letto, mezz'ora dopo il suo ingresso, fino a cinque ore dopo la sua morte. Perché illecita? Innanzitutto perché la contenzione meccanica non è soggetta a nessuna norma. Si fa, ma non si sa per quale legge. Non la prevede la legge 180, non la Costituzione. Solo un articolo del Codice Penale la rende possibile, o meglio, rende non perseguibile chi l'ha decisa e attuata: l'articolo 54, stato di necessità. Ma dov'era lo stato di necessità, nella decisione di legare al letto Mastrogiovanni? Viene legato, dirà uno dei medici, per essersi rifiutato di consegnare le urine. Urine peraltro richieste dai carabinieri per verificare se avesse fatto uso di droghe. È dunque uno stato di necessità, questo? No. Non c'era nessuno stato di necessità. Mastrogiovanni viene legato mentre dorme. Ecco perché oltre ogni misura illecita.
Ma poniamo pure il caso che fosse stata lecita, giusta, necessaria, e perfino terapeutica (tutte cose che non credo). Dopo che l'hai cateterizzato, hai ottenuto le urine, hai fatto il drug test urinario, hai visto che aveva fumato cannabis, hai ottenuto la tua informazione: viene meno il presunto stato di necessità. Eppure lui non viene slegato. Perché? Ma perché un uomo che si sveglia, e si scopre legato, per forza di cose si agita. E dunque non appare sufficientemente calmo per decidere di slegarlo.
Non lo hanno trattato più da essere umano
A questo punto c'è, nelle valutazioni dei dottori, un diverso motivo per lo stato di necessità: la sua agitazione. E questo deve aver innescato un circolo perverso: hanno iniziato a somministrargli sempre più farmaci per calmarlo. Ma i farmaci non solo non lo calmavano, ma lo confondevano, lo stordivano, al punto che a un certo punto non era più l'uomo tranquillo, gentile, lucido che le immagini ci mostrano appena entrato in reparto, ma un uomo sempre più confuso, che gli operatori stessi (medici e infermieri) stentavano a riconoscere come essere umano, eppure erano loro stessi che l'avevano disumanizzato, nel giro di poche ore, e però non sono riusciti a porre riparo.
Dunque non lo hanno trattato più da essere umano. Infatti, con un uomo legato al letto, dopo un po' ci parli, ci provi a scioglierlo (mi riferisco ai medici, soprattutto). Invece, e le immagini ce ne danno la prova, non l'hanno più fatto. Non ci arrivo proprio a capirli, gli psichiatri di quel reparto, cosa avessero in testa, quali fossero loro i pensieri, quanto tempo volessero tenerlo legato. Una settimana, forse? Qual era il tempo giusto? All'inizio ho pensato che potesse essere perfino una contenzione punitiva. Che qualcosa avesse detto o fatto, magari nei precedenti ricoveri, per meritarla. Invece adesso penso che semplicemente siano stati degli inetti, sia sul piano professionale che umano. Non hanno saputo prendersi la responsabilità di relazionarsi a questa persona, hanno voluto trattarlo da non persona, da oggetto, probabilmente per delle loro limitate capacità relazionali. Io non li conosco. Posso fare delle ipotesi, inferenze.
Ma l'atteggiamento sfuggente, schizoide oserei dire, per usare il gergo degli psichiatri, che ha avuto uno degli psichiatri mentre il giornalista de Le iene lo incalzava e gli chiedeva: ma lei non si sente responsabile?, mi fa pensare che costoro non si siano davvero resi conto di averlo ucciso. Non abbiano imparato proprio niente da questa vicenda, e dalla condanna che hanno avuto. Ma spostiamoci sugli infermieri. Se non viene decisa la decontenzione, da parte dei medici, siccome è agosto e fa caldo, tu che sei infermiere, fallo bere, dagli da mangiare, lavalo, monitorizza costantemente i suoi parametri vitali. Questo farebbe, un essere umano decente. Invece no.
Questi infermieri non solo si credevano burattini obbedienti al volere dei medici, esseri incapaci di pensare con la propria testa, ma non hanno avuto neppure un briciolo di buon senso per provvedere a nutrirlo. Talmente passivi che uno dice al giudice che non c'era bisogno di andare di persona a controllarlo, perché lo si vedeva bene dalla telecamera, un altro sostiene che se era per lui lo avrebbe slegato ma... non dipendeva da lui. Che è la stessa giustificazione adoperata da Adolf Eichmann: eravamo in guerra, e io obbedivo al Führer. Questo è il male banale. Talmente sciatti e distratti che si accorgeranno solo cinque ore dopo che l'uomo legato, che loro avrebbero dovuto curare, è morto.
Diciassette operatori: 6 medici e 11 infermieri
La condanna, anche degli infermieri, è importante perché dimostra che gli infermieri bravi non sono quelli obbedienti, ottusamente obbedienti, ma quelli che sanno dissentire, che obiettano (è previsto pure nel loro codice deontologico, se l'avessero letto): ho conosciuto infermieri che prima sciolgono il paziente e poi vanno a chiedere il permesso al medico. Gli infermieri, se vogliono, sono in grado anche di determinarla, la contenzione, ma se non vogliono, sono capaci di non far legare un paziente, e ne ho visti di infermieri così, per fortuna.
Ora questi diciassette operatori (sei medici più undici infermieri) hanno avuto una condanna, misera, quasi simbolica per questa morte che hanno sulla coscienza. Partiamo da questa per ribadire che ciò che è successo a Mastrogiovanni non deve succedere ancora. E perché non accada i TSO devono essere regolamentati meglio. Magari istituendo la figura di un garante. E i SPDC non devono essere chiusi come bunker. E la contenzione meccanica deve essere abolita.
Auspico che il martirio di Mastrogiovanni determini una legge, che porta il suo nome, in virtù della quale le fasce vengono eliminate dai luoghi di cura e i TSO diventano provvedimenti rari, davvero a tutela delle persone.

intervista a uno psichiatra riluttante

(intervista di Daniela Mallardi)

Dopo “La Fabbrica della cura mentale” e “Il manicomio chimico”, Piero Cipriano pubblica con Elèuthera il suo terzo e ultimo libro di psichiatria riluttante, dove esamina come, a partire dal luogo-non luogo dove si deposita la massima sofferenza psichica (il Servizio Psichiatrico di Diagnosi e Cura, appunto), si imbatta quotidianamente in diagnosi sbrigative e facili. In questo atto di narrazione finale, Cipriano spiega il rischio di una società che a ogni deviante appiccica la sua etichetta, che diventa nulla più che un insieme obbligato di regole e di come si possa, invece, sovvertirne percorsi, farmaci e forse perfino l’idea stessa della cura. 
Come già aveva fatto in precedenza nel testimoniare la difficoltà di accondiscendere all’imbruttimento del manicomio e alle abbuffate farmacologiche, con “La società dei devianti”, Cipriano, psichiatra e psicoterapeuta, a partire dal Servizio Psichiatrico di Diagnosi e Cura in cui lavora, si e ci interroga sul paradigma dell’ideale di salute, e ridefinisce lo statuto della tristezza, senza ascriverla necessariamente alla depressione. Ad animare il libro compare lui, il personaggio narrativo, psichiatra basagliano e a tratti autobiografico, che ricorda come la vischiosità classificatoria delle forme di depressione con l’uso a cascata di farmaci, rappresenti la delegittimazione della tristezza. 
In questo libro con uno stile tra saggistica, racconto e divulgazione, Cipriano esprime come in una società performativa e prestazionale, qualsiasi forma di devianza venga non solo mal tollerata ma anche patologizzata, come se l’officina della salute mentale dovesse produrre sempre e nuovi malesseri su cui orientare una presunta direzione di cura. 
D’altronde, per Basaglia, lavorare al cambiamento sociale significava proprio superare i rapporti di oppressione e vivere la contraddizione del rapporto con l’altro, accettare la contestazione, e dare valenza positiva al conflitto, alla crisi, alla sospensione di giudizi, all’indebolirsi dei ruoli e delle etichette identitarie.
D.M.
Sul penultimo numero di “A” rivista anarchica (giugno 2016, anno 46, n. 5) Giorgio Antonucci si professa diverso da Basaglia in quanto sostiene che mentre quest’ultimo fosse contro il manicomio, lui invece è contro il ricovero coatto (il TSO, insomma). E tu? Tra Antonucci l’antipsichiatra e Basaglia lo psichiatra anti-istituzionale, dove ti collochi? 
Quello di Antonucci è un discorso che trovo demagogico. La malattia mentale certo che non esiste in quanto malattia, siamo d’accordo, ma la sofferenza psichica, o il disagio, o chiamiamolo come vogliamo, quello c’è, lo vediamo, e una persona così sofferente, la libertà l’ha già perduta prima ancora che intervenga la psichiatria con le sue armi di precisione e repressione. Quindi non si tratta solo di liberare le persone sofferenti, dalla psichiatria, ma liberarle pure da quella sofferenza che un tempo si chiamava follia. Allora, in certi casi, bisogna assumersi la responsabilità di decidere, per quella persona non più in grado di farlo. Per cui, io pure revoco, o non convalido, moltissimi Trattamenti Sanitari Obbligatori, quasi sempre inutili, ingiustificati. Però non contesto lo strumento del TSO.
L’impresa titanica di Basaglia
Non mi pare che sia questo strumento, se usato con parsimonia e in casi eccezionali, il vero problema. Invece contesto i manicomi. I manicomi in ogni forma e modo, anche quelli più sofisticati fatti di diagnosi, psicofarmaci, perfino psicoterapie (anche in queste vi sono rapporti di potere, è chiaro). Ed è per questo che non ho mai amato Szasz, nonostante i libri che lui ha scritto siano condivisibili, perché sul piano della pratica uno che proclama: non darò mai farmaci né metterò piede in un ospedale, ma erogherò solo parole e relazione, ha fatto una scelta di campo, si è ritagliato una comoda attività professionale borghese, dedicandosi a gente ricca e poco sofferente. Altro che le fosse di serpenti (i 600 internati del manicomio di Gorizia o i 1200 del manicomio di Trieste in cui si gettò Basaglia). Insomma, Basaglia accetta di non essere un puro. Accetta la contraddizione di prescrivere psicofarmaci, pure di continuare ad avere persone legate e rinchiuse, ma riuscendo, con la tecnica di “infiltrare gli infiltrati”, usando le stesse armi dei manicomiali, ad abolire i manicomi per la prima volta al mondo dopo due secoli dalla loro invenzione. Lascia stare che poi quelli si sono riprodotti sotto altre forme. Ma l’impresa è stata titanica. Riesce a violentare la società. La società che voleva e vuole i manicomi. I manicomi esistono perché qualcuno espelle lo sragionante, è ovvio.
Eppure Basaglia parte, se ci pensi, dalle stesse premesse teoriche di Szasz (e Antonucci): quando dice non so cosa sia la follia, è una condizione umana, in noi la follia esiste come esiste la ragione, ma la società per dirsi civile dovrebbe accettare tanto la ragione quanto la follia, invece no, si incarica di trasformare la follia in malattia (per mezzo degli psichiatri) e come tale la relega nei manicomi; le premesse sono simili. È la prassi che è stata drammaticamente diversa. Szasz dedito all’esercizio della lieve psicoterapia, e Antonucci la cui impresa più rilevante è stata troppo veloce, pretenziosa e controproducente. Nel senso che non sono confrontabili la marginale e irrilevante esperienza di Cividale (durata poco più di sei mesi, conclusasi con un’occupazione del reparto con i dodici pazienti rimasti – tanti quanti ve ne sono oggi in un SPDC) che vide protagonisti Cotti e Antonucci, con l’impegno sisifico che si assunse Basaglia, di interi manicomi da svuotare, ma facendolo gradualmente, attento a non causare l’incidente, l’incidente sempre atteso che rischia di confermare, per eterogenesi dei fini, che pratiche troppo liberatorie non sono possibili e dunque non è possibile fare a meno dei manicomi. Per cui, tra Antonucci e Basaglia, io non ho dubbi.

Contro la psicanalisi, ma non in senso univoco
Nel tuo ultimo libro La società dei devianti (Elèuthera, 2016), figuro come uno dei rari casi di terapeuti che si occupano di inconscio e di cui tu hai fiducia. Ma, a parte rare eccezioni, sembra quasi che il tuo sia un “j’accuse” generale verso la psicoanalisi, da intendersi quale onerosa pratica borghese che diventa cialtrona non tanto per via di un suo mancato pragmatismo quanto per una tua mancata conoscenza. Voglio dire: come mai la posizione di pensiero riluttante parrebbe non farsi spazio anche sulla questione psicoanalitica? Non corri così il rischio di diventare monodimensionale ed etichettante pure tu, a tuo modo? 
Ma la psicanalisi questo a me pare, in genere: un’onerosa pratica borghese dalla quale il poco abbiente è estromesso, salvo qualche eccezione. E c’è poco da essere originali. Non è la mia visione della psicanalisi un cliché, è la psicanalisi a essere un cliché, e sapessi quante macchiette ho visto al lavoro. Un cliché per individui abbienti, e poco gravi. Ma sbagli a dire che il libro è un “j’accuse” univoco alla psicanalisi. Nel lunghissimo capitolo in cui cerco di raccontare cos’è quella cosa che da circa un secolo chiamiamo schizofrenia, scrivo di Jung antinosografico e sostenitore della curabilità degli psicotici, e perfino lo considero un precursore di Basaglia (attraverso Minkowski, ovviamente).
Diciamo che non ne vedo molti di psicanalisti in giro (salvo alcuni, che cito pure nel libro, non so, Mario Colucci il lacaniano che lavora in un CSM di Trieste, Gianluigi Di Cesare lo junghiano che opera in un CSM di Roma) che hanno voglia di uscire dal circuito privato e occuparsi, nei servizi pubblici, di pazienti molto sofferenti. Gli altri, la gran massa degli psicanalisti: cosa ha fatto (diceva Basaglia) di buono la multinazionale della psicanalisi, nel 900, per tutti gli internati dei manicomi? E cosa fa di buono adesso, per tutti i pazienti “hard” dei SPDC, dei cronicari vari, dei mille contenitori della follia sparsi nel territorio? Perfino Thomas Szasz l’antipsichiatra era uno di loro, un bravo narratore ma terapeuta esclusivamente per quel pezzo di clientela che si poteva pagare la seduta con lui. Cosa fa la gran massa degli psicanalisti se non: parlare e lasciar parlare in uno studio borghese, in un quartiere borghese, pazienti borghesi, prendendo un tanto all’ora, dove quelli quasi esenti da disturbi o sofferenze si gioveranno di questa colta e gentile relazione, gli altri più problematici non ce la faranno e dopo cinque dieci sedute non li vedranno più. E nemmeno lo sapranno se saranno finiti legati in un letto di SPDC o bivaccheranno in una clinica privata a ingoiare farmaci. Allora, a chi serve la psicanalisi?
Tuttavia, non sei la prima che mi provoca su questo punto: la psicanalisi mi starebbe antipatica perché non la conosco, non le ho mai stretto la mano e non ho mai depositato il mio danaro nella bianca mano di un analista, perché non mi sono mai allettato su un lettino analitico. Rispondo, nel mio piccolo, come rispose Foucault alla stessa provocazione. Disse: io ne voglio parlare, di psicanalisi, e contestarla, ma restandone fuori. Per cui è vero il contrario, cioè, proprio in quanto non psicanalizzato mi posso permettere di parlarne. Altrimenti che obiettività potrei avere. Diceva Tobie Nathan, probabilmente il più interessante etnopsichiatra vivente, che molti psicanalizzati sono come degli zombie, un po’ come i posseduti da certi stregoni africani, sono gusci vuoti, che dentro non hanno più se stessi ma la teoria dell’analista che li possiede.
Diciamo che mi sento molto etnopsichiatra, da questo punto di vista. A volte, quando vedo individui (anche psicanalisti giunti all’ultimo grado di iniziazione) che al primo inceppo esistenziale ritornano dal proprio analista, a rifare il tagliando, un po’ come un farmacofilo ritorna a farsi prescrivere l’antidepressivo, ecco, ci trovo un tale grado di non emancipazione, di dipendenza, che mi pare più perniciosa ancora della dipendenza dagli psicofarmaci.
Tu dici: parli di ciò che non conosci. Ma perché (ora mi vengono in mente molti lacaniani) pensi che davvero si capisca ciò che scrive Lacan?, o che tra lacaniani si capiscano? Ricordo un fisico, Alan Sokal, irritato dalla lettura di Lacan e dei suoi epigoni e dal loro esoterismo lessicale, che scrisse un testo davvero astruso, lo inviò a una rivista, fu pubblicato, e dopo un po’ di mesi raccontò il fatto in un libro, dal titolo Imposture intellettuali, dove parlava di tutti questi autori fumosi alla Lacan, che, quando li leggi (scrive Marco Innamorati in un ottimo articolo) hai la sensazione di essere preso per il culo, un po’ come ti prendono per il culo i protagonisti di “Amici miei” quando ti fanno la supercazzola prematurata. Ecco, io ho semplicemente detto che molti di questi parlano di supercazzole. Non si tratta di monodimensionalità. Ma di essere, anche nel mio lavoro, sufficientemente anarchico, da rifiutare certi dogmi, soprattutto se sono pure incomprensibili.
Il diritto al suicidio
Appare chiara, dunque, questa tua modalità di voler andare “in direzione ostinata e contraria” dalla parte dei disperati – per parafrasare De André – ma questa perseveranza nel rimanere a lavorare in un Servizio Psichiatrico di Diagnosi e Cura ospedaliero di cui tu denunci l’orrore e l’errore della pratica, non è forse più una necessità di raccontarti di poter essere l’unico psichiatra diverso in un luogo di psichiatri uguali? 
Potrei rispondere di no, perché è necessario un infiltrato, nei piccoli manicomi, per rompere l’ingranaggio oliato della manicomialità. Invece ti rispondo: forse sì. Infatti me ne vorrei andare, dopo una dozzina d’anni di lavoro ospedaliero vorrei tornare a lavorare in un Centro di Salute Mentale. Ritornare sul cosiddetto territorio. Andare di casa in casa a trovare le persone. Prevenire, se possibile, le crisi. Impedire che le persone poi arrivino furiose nei pronto soccorsi, dove vengono accolte con le armi pesanti: farmaci e fasce. Ma per ora mi hanno bloccato il trasferimento. Però ti dico, anche, che si può (capita spessissimo) lavorare da manicomiale in un CSM (o perfino in uno studio privato, per tornare al discorso di prima sugli psicanalisti o su chi esercita la psicoterapia in studioli privati) e lavorare da territoriale in un SPDC. Facendo, in fondo, ciò che Antonucci sostiene di fare: revocare i TSO o non convalidarli, sciogliere i legati o non legarli, ridurre il carico di farmaci, dimettere qualche paziente, prendere (come ho fatto alcuni giorni fa) un paziente da molti mesi ricoverato in SPDC e, con la mia auto (perché la ASL non ne ha a disposizione), portarlo a visitare sua madre che non vede da tre anni in casa di riposo, e poi andare a pranzo insieme a lui a ristorante. Ora: come mai tutto ciò non lo ha fatto lo psichiatra del CSM che lo ha in cura? Probabilmente perché il manicomio non è un luogo, ma è nella testa delle persone.
“Vi è solamente un problema filosofico veramente serio, quello del suicidio”. Camus, ne Il Mito di Sisifo, apre il varco di questo buco su cui tu ti riaffacci. Qual è – se c’è – la soglia per definire un suicidio diverso da un altro? Si può parlare di responsabilità dello psichiatra? Quale eredità ti hanno lasciato coloro che lo hanno messo in atto? 
Domanda molto complessa, troppo, a cui serve una risposta semplice e pragmatica (chi vuole poi si legge il capitolo: “Il dovere di vivere, il divieto di morire”, nell’ultimo libro). Di solito gli psichiatri (me compreso) rispetto ai gesti di suicidio, potenziali o messi in atto, si difendono. Perché, altrimenti, il rischio è che uno (il suicida) muoia, e l’altro (lo psichiatra) muoia socialmente (finisce in galera, o viene sospeso dall’esercizio del suo mestiere). Perché c’è un terzo elemento (un giudice), che per mestiere cerca la colpa. Io penso (in quest’ultimo libro lo scrivo chiaramente) che le persone debbano avere il diritto di disporre del proprio corpo (habeas corpus), e dunque di scegliere se vivere o morire. Ma nel paese confessionale che siamo ciò è incredibilmente difficile. Se uno muore c’è bisogno, sempre, di un colpevole. E questa è un’ulteriore ragione del manicomio.

Il riluttante è un anarchico che…
A proposito del personaggio narrativo dello psichiatra riluttante, non temi che possa essere un azzardo? Nel senso, non temi che questa non-fiction novel alla Carrère possa falsificare la professione dello psichiatra e farla quasi eroica? (Il carteggio con una Madonna, poi, farebbe il verso a una dimensione quasi mistica). 
Non sono d’accordo con questa tua visione. Pochi giorni fa il cantante Capovilla del Teatro degli Orrori mi diceva esattamente il contrario. Diceva: cazzo, Piero, in questo libro ci sei andato giù duro. In che senso, gli domando. Ti dai addosso come non mai, ti definisci un killer, un boia gentile, un carnefice. E così via. Allora, non mi pare di aver raccontato un personaggio, lo psichiatra riluttante, così eroico come dici: è sempre sul punto di lasciare, minaccia di abbandonare il campo, la partita, smettere. Proprio nel capitolo sulla psicanalista Centauro, che ti riguarda, dice che non vuole cadere nella sindrome del salvatore onnipotente, che lui con questo lavoro in fondo ci piglia lo stipendio per campare la famiglia.
Dove lo vedi l’eroe? Io non ce lo vedo. Il carteggio con la madonna, dici, rasenta il mistico? Ma no. Innanzitutto è la decima madonna, non la prima. Poi è una madonna designata tale (decima appunto) da uno che ha passato la vita nei manicomi e si credeva dio. Per questo, più che deriva mistica, è un carteggio blasfemo, dove io mi confesso a una madonna nominata tale da un pazzo, diciamo. Cosa le confesso? Le confesso proprio il mio non riuscire a fare a meno di raccontare queste storie di persone stritolate, annientate dai manicomi. E lei è stata la madonna di un pazzo e di uno psichiatra, che sono le due facce della stessa medaglia. Due onnipotenti, se ci pensi. Un uomo che si crede dio, e un altro uomo che si crede psichiatra e in quanto tale più potente dell’uomo che si crede dio, quindi più potente di dio, perché lo può obbligare a curarsi, a prendere farmaci, a scrollarsi di dosso la folle convinzione di essere dio. Ma allo psichiatra nessuno mai lo potrà convincere (o curare) del suo errore, della sua presunzione di verità. E di essere ancora più dio di dio.
Colpisce che in tutto il libro non compaia mai la parola desiderio che a me pare, invece, una parola assai preziosa, un moto perpetuo che mai soddisfa e che mai può soddisfare finché c’è orizzonte. In questo modo, forse il desiderio è da intendersi anarchico. Quale è allora il tuo desiderio adesso e dove è la tua anarchia? 
Non compare la parola desiderio però il desiderio c’è. Non serve metterci la parola perché una cosa esista. Ci sono molti desideri, nel libro. E non li elenco che forse non c’è più spazio in quest’intervista. Il desiderio di convincere, per esempio. Il riluttante è uno psichiatra ego distonico, uno psichiatra contro voglia, apparentemente non più desiderante, appunto, sempre sul punto di mollare, però non molla, resta lì, a fare la sentinella, l’infiltrato, perché, in fondo, vuole convincere, ma convincere chi? I giovani infermieri, i tirocinanti, gli specializzandi in psichiatria, quelli che ancora non si sono arresi e consegnati alla logica della custodia, del manicomio, della securità. Fargli vedere che se arriva un agitato è possibile rassicurarlo senza legarlo. Fargli vedere quanto è semplice sciogliere un uomo legato. E poi quando è notte, durante le guardie di notte, scrive. E pubblica libri. Perché? Perché desidera ancora convincere. Convincere chi non sa nulla di questo nostro mondo a parte. E se non vincere, che non si può, almeno convincere.
E la sua anarchia, non molto esibita, ostentata, c’è, nascosta in questa sua riluttanza al potere psichiatrico. Nella prima versione de La fabbrica della cura mentale che proposi a Elèuthera il protagonista era lo psichiatra anarchico, ma l’ossimoro era troppo scandaloso, e virai, avendo apprezzato Il fondamentalista riluttante, su quest’altro aggettivo.
Il riluttante è un anarchico che accetta di fare a meno della purezza cui sempre gli anarchici anelano, rispetto al potere, accetta la contraddizione, di poter disporre della vita, della salute, della libertà degli altri. E prova a ridimensionarsi in quanto psichiatra, e tutto il suo lavoro è un attacco al potere psichiatrico. Potere che si esprime sia con armi pesanti (farmaci, fasce, elettrochoc, ricoveri coatti) sia con armi apparentemente più innocue (diagnosi, interpretazioni, buoni consigli).

Giulietto Chiesa intervista Paolo Maddalena

mercoledì 5 aprile 2017

Uomini – Evgenij Evtušenko


Non esistono al mondo uomini non interessanti.
I loro destini sono come le storie dei pianeti.
Ognuno ha la sua particolarità
e non ha un pianeta che gli sia simile.
E se uno viveva inosservato 
e amava questa sua insignificanza,
proprio per la sua insignificanza 
egli era interessante tra gli uomini.
Ognuno ha il suo segreto mondo personale.
In quel mondo c’è l’attimo felice.
C’è in quel mondo l’ora più terribile,
ma tutto ci resta sconosciuto.
Quando un uomo muore,
muore con lui la sua prima neve,
e il primo bacio e la prima battaglia…
Tutto questo egli porta con sé.
Rimangono certo i libri, i ponti,
le macchine, le tele dei pittori.
Certo, molto è destinato a restare,
eppur sempre qualcosa se ne va.
È la legge di un gioco spietato.
Non sono uomini che muoiono, ma mondi.
Ricordiamo gli uomini, terrestri e peccatori,
ma che sapevamo in fondo di loro?
Che sappiamo dei fratelli nostri, degli amici?
Di colei che sola ci appartiene?
E del nostro stesso padre
tutto sapendo non sappiamo nulla.
Gli uomini se ne vanno… e non tornano più.
Non risorgono i loro mondi segreti.
E ogni volta vorrei gridare ancora
contro questo irrevocabile destino.
Evgenij Evtušenko
1961
(Traduzione di Sandra Grotoff)
da qui

(poesia segnalata da Santa)

Plegaria a un labrador - Víctor Jara



Levántate y mira la montaña
de donde viene el viento, el sol y el agua.
Tú que manejas el curso de los ríos,
tú que sembraste el vuelo de tu alma.

Levántate y mírate las manos
para crecer estréchala a tu hermano.
Juntos iremos unidos en la sangre
hoy es el tiempo que puede ser mañana.

Líbranos de aquel que nos domina
en la miseria.
Tráenos tu reino de justicia
e igualdad.
Sopla como el viento la flor
de la quebrada.
Limpia como el fuego
el cañón de mi fusil.
Hágase por fin tu voluntad
aquí en la tierra.
Danos tu fuerza y tu valor
al combatir.
Sopla como el viento la flor
de la quebrada.
Limpia como el fuego
el cañón de mi fusil.

Levántate y mírate las manos
para crecer estréchala a tu hermano.
Juntos iremos unidos en la sangre
ahora y en la hora de nuestra muerte.
Amén.
da qui


martedì 4 aprile 2017

Perché fanno uccidere i giornalisti - Raúl Zibechi


Non sono, non possono essere, effetti collaterali e indesiderati della guerra contro il narcotraffico. I giornalisti critici sono uno degli obiettivi. Non l’unico, perché il bersaglio principale continuano ad essere los de abajo organizzati. L’assassinio è il modo che quelli de arriba, questa complessa alleanza narco-imprenditoriale-statale, hanno per disorganizzare i movimenti e per neutralizzare i giornalisti critici e i media (pochi) che li pubblicano. Rifiuto di vederlo altrimenti, per la stessa storia dei media.
Fino ad alcuni decenni fa, fino agli anni 70 o 80 (date un po’ arbitrarie), quelli che facevano ordine nelle redazioni erano i capiservizio: politica, società, cultura, e così via. Il consiglio di redazione era una specie di comitato centrale nei quotidiani e nelle riviste settimanali, che erano i media più diffusi, seguiti e apprezzati da quelli che desideravano informarsi con un minimo di qualità in quanto ad analisi e stile.
Il responsabile di ogni sezione era solito riunirsi con il gruppo di giornalisti che gli toccava dirigere: proponeva argomenti e ascoltava qualche osservazione, minore, perché il potere funzionava dall’alto in basso. Un vecchio giornalista tupamaro, che dopo la dittatura uruguayana svolgeva l’incarico di editore del quindicinale Mate Amargo, era solito dire – metà per scherzo, metà sul serio – che il “buon giornalista” si limitava a chiedere “quante righe” doveva scrivere (fino allora non si menzionavano i caratteri) e, soprattutto, se il pezzo doveva essere “pro o contro”.
Con gli anni, la crisi delle gerarchie e, soprattutto, del patriarcato, le relazioni all’interno dei media (per lo meno nella stampa che conosco), hanno subito un forte scossone. Per inciso, il consiglio di redazione di Brecha è oggi composto solamente da donne: la direttrice e le quattro capisezione, sono donne. E giovani.
Più che un cambiamento, un vero tsunami che avrebbe lasciato perplessi i giornalisti con i quali ci siamo formati, molti di loro provenienti dalla mitica Marcha, dove, tra gli altri, scrivevano Carlos María Gutiérrez (autore della prima intervista a Fidel nella Sierra Maestra e fondatore, assieme a Rodolfo Walsh, di Prensa Latina) e Gregorio Selser, che ha collaborato anche con La Jornada.
Oggi i rapporti sono molto diversi. I giornalisti e le giornaliste sono soliti prendere l’iniziativa, propongono argomenti e definiscono i modi per affrontarli, affrontano inchieste senza attendere l’autorizzazione dei loro capi. Si comportano con sempre maggiore autonomia e, anche se possono essere una minoranza, sanno quello che vogliono e il modo per ottenerlo.Anche se non la conoscevo di persona, Miroslava Breach doveva appartenere a questa stirpe ed essersi abbeverata allo stesso pozzo.
Quello che voglio dire è questo: si uccidono giornalisti invece di attentare contro i media, come si faceva in precedenza; ci sono decine di giornali chiusi dalle dittature o l’attentato contro El Espectador, da parte del gruppo di Pablo Escobar, nel 1989, con più di 70 feriti. I giornalisti critici – reporter, fotografi, eccetera – sono un obiettivo di per sé, come lo sono i dirigenti dei movimenti antisistemici.
Nei 20 anni in cui è durata la guerra del Vietnam (1955-1975), sono morti 79 giornalisti (goo.gl/FO3meD), essendo stato questo, il conflitto armato con maggior copertura di stampa nella storia e uno dei più letali, con un numero di morti che, secondo le fonti, ha superato i 4 milioni. Il dato è in netto contrasto con i più di 120 giornalisti assassinati in Messico dal 2000, in una situazione completamente diversa da quella del sudest asiatico.
L’aumento dei crimini contro i giornalisti fa parte del controllo a cielo aperto che il sistema realizza e per il quale si avvale sia degli apparati armati dello Stato che del narcotraffico. Il modo di operare è cambiato in forma radicale nell’ultimo mezzo secolo.
A partire dal Vietnam, dove il giornalismo ha giocato un ruolo rilevante nell’informare la popolazione, sono iniziate a chiudersi le porte. Immagini come quella della bambina nuda che fugge da un bombardamento con il napalm o il fotogramma di un ufficiale che sta giustiziando, con uno sparo alla testa, un guerrigliero disarmato, hanno contribuito in modo decisivo nel volgere l’opinione pubblica – in particolare quella statunitense – contro la guerra.
Sotto molti aspetti, il fallimento del Vietnam è stato uno spartiacque. Lì sono nate le “politiche sociali” per mano di Robert McNamara, che aveva ricoperto il ruolo di segretario della Difesa durante il Vietnam e successivamente quello di presidente della Banca Mondiale e che aveva compreso che le guerre non si vincono con le armi. Queste politiche, devastanti per l’autonomia e l’autostima de los de abajo, ancora oggi, sono figlie della sconfitta militare yankee.
In quegli stessi anni si sono verificati due fatti che è bene ricordare. Uno: il capitalismo contrattacca il movimento operaio con una completa ristrutturazione del lavoro, dalla quale nasce l’automatizzazione nei paesi centrali e la manifattura delocalizzata in quelli periferici.
Due: la guerra contro la droga ha fatto i suoi primi test contro il partito delle Pantere Nere, negli Stati Uniti alla fine degli anni ‘70, assassinando dirigenti e sviluppando il cosiddetto “Programma di Controspionaggio”, per annientare un’organizzazione che aveva ottenuto profondi vincoli comunitari. Per mano del FBI, i quartieri neri furono inondati di droghe, come parte della lotta contro l’“insurrezione”.
A questo proposito, è necessario ricordare che il giornalista californiano Gary Webb è stato “suicidato” nel 2004 dai servizi dell’intelligence statunitense, per le sue inchieste che avevano messo in evidenza le connessioni della CIA con la massiccia vendita di crack nei quartieri neri, al fine di finanziare le guerre illegali del Pentagono.
È evidente che l’alleanza narcos-stato-borghesia gode di buona salute, essendo uno dei più solidi pilastri dei regimi chiamati “democrazie”. Malgrado l’orrore, non dobbiamo perdere la rotta: gli omicidi fanno parte di una guerra contro i popoli. Non li uccidono per il fatto di essere giornalisti ma per il loro impegno con los de abajo.
.
Fonte: la Jornada. Titolo originale: Asesinan periodistas para disciplinar medios.
Traduzione per Comune: Daniela Cavallo.