venerdì 6 aprile 2018

La crisi della civiltà romana - Nicoletta Dentico





Arrivammo al palazzo occupato di Via di Vannina con il camper di Medici per i Diritti Umani (MEDU) per la prima volta all’inizio dello scorso ottobre. Ci trovammo davanti uno stabile fatiscente, imbarbarito dall’abbandono e dalla sporcizia. Era stato sgomberato a giugno, all’inizio della rovente estate di sfratti forzati e violenze urbane contro i migranti, per essere poi rioccupato qualche settimana dopo. Ci venne il sospetto che fosse utile andare, per vedere quale fosse la situazione. Nessuno si occupava in quel momento degli abitanti di Via di Vannina.
Sapevamo che si trattava di persone indurite, disilluse da un “tempo sospeso” in Italia impietosamente lungo. Situazioni umane molto diverse da quelle dei transitanti appena approdati sulle nostre coste, ancora carichi di speranza, che incontriamo ogni settimana al Maslax, dietro la stazione Tiburtina. Ricordo che ci accolse con sorpresa e cordialità Fuad, un ragazzone del Gambia, mentre a torso nudo provava a lavarsi a un ridicolo rivolo d’acqua che scorreva per terra, spargendo fanghiglia tutt’intorno. Nessuno ci aspettava, sul calar della sera. Pochi minuti di scambi per presentarci, far sapere chi siamo e perché siamo lì. Intorno a noi, Indifferenti, topi indaffarati a scorrazzare per il cortile che circonda la vecchia struttura industriale. Un tempo sede di dignità di lavoro. Oggi, rudere abbrutito di marginalità e di vergogna, per le circa 150 persone che ci vivono: africani venuti dalla Nigeria, dal Ghana, dal Gambia, dalla Guinea.
Kamal è in Italia da 26 anni, non ha più il permesso di soggiorno per via di vecchie storie di spaccio, vive presso la sede dell’organizzazione per cui fa volontariato come mediatore, ma viene a Via di Vannina tutti i giorni a dare una mano, “questi sono miei fratelli”, e poi vuole espiare una vita che gli ha preso la mano. Mohammed Ibrahim è un pittore, ha lasciato la Nigeria per motivi politici molti anni fa. Si è ritagliato un piccolo spazio in fondo all’edificio, la sua autorevolezza è fatta di poche dense parole rivolte ai più giovani. Poi c’è Christiana, una delle poche donne visibili, che cucina nell’unico angolo dello stabile adibito a soggiorno, illuminato dal generatore. Le visite mediche nel camper ci hanno fatto sapere di lei, nei mesi successivi, che ha quattro figli dati in adozione, e che ne aspetta un quinto.
L’impatto visivo ed esperienziale è difficile da raccontare, anche dopo mesi di frequentazione di quel luogo. Il primo flash fu un ricordo dei topi di Dacca, numerosi, spaventosamente intrusivi. Ecco che cosa mi rammentava la desolazione di Via di Vannina. Mai avrei immaginato di ritrovarli in simile compagine a Roma, a pochi chilometri di distanza da casa mia. “Guardate dove viviamo: vi sembra un posto per esseri umani?”, fece subito Fuad, alle prese con le sue abluzioni, mentre altri abitanti si approssimavano alla nostra conversazione, incuriositi da questo piccolo premuroso gruppo di bianchi che arrivavano senza minacce.
Via di Vannina è una traversa della Via Tiburtina, in zona Tor Cervara, alla periferia est della capitale. Una strada scalcagnata di buche e polvere, o di buche e fango, a seconda della stagione. Una Roma sconosciuta ai più. Fatta di capannoni e fabbriche abbandonate, rifugio anch’esse per centinaia di uomini e donne invisibili che vivono prospicenti al traffico, e si aggirano per le strade, affaccendati dalla burocrazia migratoria e da una quotidianità di espedienti. Le grandi occupazioni che l’amministrazione della capitale non vuole vedere, o che gestisce solo a colpi di sgomberi senza alternative. Le conosce tutte Mulugheta, l’insostituibile mediatore culturale di MEDU. E poi centri di accoglienza, accanto ai centri per le scommesse con le insegne luminose in italiano, arabo, e chi più ne ha più ne metta. La globalizzazione, in fondo, è anche questo. Sconcertante degrado urbano, uomini e topi contigui al mercato dell’azzardo, cumuli di sporcizia e plastica addossati alle baracche improvvisate, sempre più simili a quelle degli slums africani che ho visitato a Nairobi o Luanda. Prodotto tangibile (e prossimo, ormai) di un’economia globale violenta e di “una guerra mondiale a pezzi” che agita il pianeta, salvo che noi occidentali solo da qualche tempo abbiamo cominciato a intuirne gli effetti di disuguaglianza.
Da allora, non abbiamo mai interrotto le nostre visite settimanali a questa piccola comunità di solitudini, esempio cittadino dell’umanità di scarto su cui si è costruita l’industria della paura. Gente fuoriuscita dall’accoglienza, con molti anni di presenza in Europa. Ma anche soprattutto persone titolari del permesso di soggiorno per richiesta asilo, protezione internazionale o per motivi umanitari, finite qui perché prive di una residenza alternativa a Roma. A furia di incontri sul camper, e accompagnamenti alle Asl, abbiamo imparato a conoscerle, a familiarizzare con loro. A condividere, almeno per qualche ora alla settimana, le loro vite fagocitate da norme umilianti, fatte apposta per mutilare ogni capacità di aspirazione e dirottare verso una sopravvivenza non sempre nobile.
Sono stati loro a raccontarcelo, sin dal primo incontro, senza pretese o coperture.We are wild animals, siamo animali selvaggi, che si aggirano nel buio della emarginazione: le parole di Harry si sono inchiodate nella mia testa e non son più andate via, così come non sono più riuscita a liberarmi dalla presa del suo sguardo conficcato nel mio, a fendere ogni pretesa di buonismo, le nostre migliori intenzioni. “Se volete darci una mano veramente, toglieteci di qui, da questi topi che passano sopra i nostri corpi ogni notte, mentre dormiamo”. Difficile, ancora oggi, replicare alle sue obiezioni, mentre cerchiamo di navigare in qualche modo, come società civile, nel flusso di un sistema di accoglienza kafkiano che produce danni irreparabili. Fuggito anche lui dalla Nigeria per non essere ammazzato, Harry era un piccolo imprenditore nel suo paese. Da sette anni si trova in Italia: una prigione, una gabbia maledetta, “un paese che non abbiamo scelto e dove ognuno pensa al proprio interesse, ma che invece avrebbe bisogno di noi, perché siamo professionisti, vogliamo lavorare in questa Europa di cui si dice un gran bene in Africa”, dice con un ghigno di visibile amarezza. Harry ha tentato più volte di cercar fortuna in altri paesi europei, salvo che le autorità lo hanno poi sempre ricacciato in Italia. Ha una visione lucida e impietosa della situazione, rimpiange di essere partito e se ne tornerebbe a casa sua, se solo avesse i soldi per un biglietto aereo. “Molto meglio se restavo in Nigeria: mi avrebbero ammazzato, ma almeno la mia vita avrebbe avuto un senso, rispetto alla morte in trappola che vivo qui”.
Harry ha sfidato brutalmente il senso del nostro agire. Sapeva che la nostra assistenza non gli avrebbe cambiato la vita; semmai, avrebbe legittimato la nostra pratica serale di volontari, che comunque torniamo sempre alle nostre “tiepide case”. E forse, a distanza di mesi, devo dargli ragione. Poche sere fa, il 22 marzo scorso, il difficile riparo di Via di Vannina è stato sgomberato un’altra volta dalle forze dell’ordine, con un procedimento richiesto dal proprietario dell’immobile, che ne ha subito ripreso possesso montando rotoli di filo spinato intorno all’edificio. Le modalità dello sgombero hanno ripetuto un copione visto già troppe volte: tutti fuori in strada senza altre prospettive di alloggio, nonostante la direttiva emanata nell’agosto 2017 dal Ministro Minniti, che dopo la orribile vicenda di Piazza indipendenza invitava i prefetti a “sospendere gli sgomberi in assenza di soluzioni alternative”. Le persone occupanti dell’edificio sono state portate in Questura per le procedure di identificazione, ricondotte poi più tardi a Via di Vannina per il recupero degli effetti personali, che nel frattempo erano stati disseminati fuori dallo stabile, lungo la via, senza il minimo rispetto. La sala operativa sociale, presente per un tempo assai limitato durante le fasi dello sgombero, ha trovato un posto di accoglienza solo per un uomo e una donna in particolare stato di vulnerabilità. Il Municipio competente ha dichiarato di non essere stato informato anticipatamente dello sgombero. E
del resto, questa giunta è un interlocutore inesistente.Vite nude: senza cibo, senza luogo dove andare, senza una adeguata assistenza sociale – anche MEDU e le altre organizzazioni impegnate a Via di Vannina si sono trovate impreparate ad affrontare lo sgombero non annunciato – mentre la nuova ondata del Burian avvolgeva Roma in una nuova morsa di freddo. Quando il Camper di MEDU è arrivato a Via di Vannina la sera dello sgombero, la polizia continuava a presidiare la zona, intorno all’edificio stavano una trentina di ragazzi che aspettavano, all’addiaccio. Aspettavano di recuperare le loro cose. Aspettavano una residenza, un documento, un pasto caldo. Che cosa ne sia di loro, oggi, difficile dirlo. Li immaginiamo in altri edifici occupati. Il timore è che molti di loro siano finiti a Penicillina, la ex fabbrica lungo via Tiburtina che ospita uno dei più grandi ghetti della capitale. Un luogo di condizioni estreme. Quasi un destino senza ritorno, come racconta il rapporto di Medici Senza Frontiere Fuori Campo.
Un abissale paradosso, questa storia dell’emigrazione. Un capovolgimento di ogni prospettiva residua di civiltà, mentre il paese non fa altro che concentrarsi sugli esiti del risultato elettorale e le scommesse per l’avvio della nuova legislatura. Siamo alle prese con le guerre sui corpi dei migranti in mare, da abbandonare – secondo la magistratura – alla violenza degli scafisti regolarizzati come Guardia Costiera libica dall’esborso di milioni di euro (delle nostre tasse). Se ci si azzarda a metterli in salvo, come hanno fatto gli operatori di Open Arms nel rispetto delle ancestrali leggi del soccorso in mare, ci si ritrova la nave sequestrata e un’accusa per favoreggiamento dell’immigrazione e associazione a delinquere. Rischiando fino a 15 anni di galera. Lo stesso capita se si soccorre una donna migrante in travaglio a Briançon, come è successo alla guida Benoit Ducos, indagata dalla magistratura transalpina: rischia fino a 5 anni di carcere. E poi non c’è più lei, la nigeriana di 31 anni incinta, molto malata, respinta due giorni fa sulle montagne dai francesi, alla frontiera. Ricoverata in un ospedale di Torino, è morta dopo aver partorito un figlio neonato di 700 grammi.
“La crisi dei rifugiati non riguarda i rifugiati” ha scritto in un editoriale di qualche settimana fa l’artista cinese Ai Wei Wei su The Guardian: “la priorità che noi attribuiamo ai guadagni finanziari, a sfavore delle lotte delle persone per rispondere alle necessità della loro vita, è la causa di questa crisi”. Ed è questo il punto. Il tema siamo noi. Il centro della questione è la nostra dignità di europei: pesa i 700 grammi del bambino vulnerato dalla morte della madre, a causa della nostra ferocia. Pesa 700 grammi la nostra attitudine all’imbarbarimento, la normalizzazione della violenza, la rinuncia a tutti i principi di civiltà che consideriamo indispensabili per le nostre vite. Pensiamoci.

LE FORZE MASSACRO DI ISRAELE – Gideon Levy




Il contatore della morte ticchettava selvaggiamente. Una morte ogni dieci minuti. Di nuovo. Un altro. Uno di più. Israele era indaffarato a prepararsi per la notte di seder. Le stazioni TV continuavano a trasmettere le loro cose senza senso.
Non è difficile immaginare cosa sarebbe potuto accadere se un colono fosse stato accoltellato – con trasmissioni sul sito, con studi aperti. Ma a Gaza le Forze di Difesa Israeliane continuavano a massacrare senza pietà, ad un ritmo orribile, mentre Israele celebrava Passover.
Se c’era qualche preoccupazione, era perché i soldati non potevano celebrare il seder. All’alba il conto dei morti aveva raggiunto almeno 15, tutti loro colpiti da fuoco vivo, con più di 750 feriti. Carri armati e tiratori scelti contro civili disarmati. Ciò che si chiama massacro. Non c’è nessun’altra parola per dirlo.
Un diversivo comico è stato fornito dal portavoce dell’esercito, che ha annunciato in serata: “Un attacco con spari era stato sventato. Due terroristi si sono avvicinati alla recinzione e hanno fatto fuoco sui nostri soldati”. Questo è giunto dopo la dodicesima vittima palestinese e chi sa quanti altri feriti.
Tiratori scelti hanno sparato a centinaia di civili ma due palestinesi che osavano sfidare il fuoco ai soldati che li stavano massacrando sono “terroristi”, le loro azioni etichettate “attacchi di terrore” e la loro sentenza – morte. La scarsità di auto-coscienza non era mai affondata a tali profondità nell’IDF.
Come al solito, i media hanno prestato il loro terrificante supporto. Dopo 15 morti Or Heller su Channel 10 News ha dichiarato che il più serio incidente della giornata era stato lo sparare da parte due palestinesi. Dan Margalit ha “salutato” l’esercito.
Israele ha subito di nuovo il lavaggio del cervello e si è seduto al pasto festivo in uno spirito di auto-soddisfazione. E poi le persone hanno recitato “Spegni la tua ira sulle nazioni che non ti conoscono” , impressionate dalla diffusione delle piaghe ed entusiasmandosi all’assassinio di massa di neonati (l’uccisione dei primogeniti egiziani, la decima piaga).
Il Buon Venerdì cristiano e la notte di seder ebraica sono diventati un giorno di sangue per i palestinesi di Gaza. Non potete neanche chiamarla una guerra perché non c’era guerra là.
Il testo dal quale l’IDF e l’indifferenza patologica dell’opinione pubblica dovrebbero essere giudicati è il seguente: Cosa accadrebbe se dei dimostranti ebrei israeliani, ultra-ortodossi o altri, invadessero la Knesset? Ci sarebbe un tale insano fuoco vivo dai carri armati, o i tiratori scelti sarebbero capiti dal pubblico? L’assassinio di 15 dimostranti ebrei passerebbe sotto silenzio? E se parecchie dozzine di palestinesi riuscissero ad entrare in Israele, questo giustificherebbe un massacro?
L’uccisione dei palestinesi è accettata in Israele più leggermente che l’uccisione delle zanzare. Non c’è nulla di più a buon mercato in Israele del sangue palestinese. Se ci fosse un centinaio o anche un migliaio di morti Israele ancora “saluterebbe” l’IDF. Questo è l’esercito il cui comandante, il buono e moderato Gadi Eisenkot, viene ricevuto con tale orgoglio dagli israeliani. Di certo, nelle interviste festive dei media, nessuno gli ha chiesto del massacro anticipato e nessuno ora glielo chiederà.
Ma un esercito che si inorgoglisce nello sparare ad un contadino nella sua terra, che mostra il video sul suo sito web con lo scopo di intimidire gli abitanti di Gaza; un esercito che piazza carri armati contro i civili e vanta un centinaio di cecchini che aspettano i dimostranti è un esercito che ha perso ogni ritegno. Come se non ci fossero altri mezzi. Come se l’IDF avesse l’autorità o il diritto di impedire le dimostrazioni a Gaza, minacciando gli autisti di autobus di non trasportare manifestanti nei territori dove l’occupazione è da tempo finita, come tutti sanno.
Disperati giovani uomini entrano di nascosto da Gaza, armati con armi ridicole, che marciano per decine di chilometri senza colpire nessuno, che solo aspettano di essere presi così da poter fuggire dalla povertà di Gaza in un carcere israeliano. Neanche questo tocca la coscienza di qualcuno. La cosa principale è che l’IDF presenti con orgoglio la sua preda.
Il presidente palestinese Mahmoud Abbas è responsabile per la situazione di Gaza. E Hamas, certamente. E l’Egitto. E il mondo arabo e il mondo intero. Ma non Israele. Ha sollevato Gaza e i soldati israeliani non commettono mai più massacri.
I nomi sono stati pubblicati la sera. Un uomo si stava alzando dopo avere pregato, un altro è stato sparato mentre scappava. I nomi non smuoveranno nessuno. Mohammed al-Najar, Omar Abu Samur, Ahmed Odeh, Sari Odeh, Bader al-Sabag. Questo spazio è troppo piccolo, per nostro orrore, per elencare tutti i loro nomi.

giovedì 5 aprile 2018

Cambridge Analytica: oltre Orwell, Huxley e Guy Debord - Ugo Mattei

Il massacro di Pasqua a Gaza non è stato affatto un’eccezione nella lunga storia della resistenza palestinese - Neve Gordon



Per decenni i sionisti hanno imputato ai palestinesi la prosecuzione del progetto coloniale di Israele: “Se solo i palestinesi avessero un Mahatma Gandhi,” molti progressisti israeliani hanno esclamato, “allora l’occupazione finirebbe.”
Ma se si volessero realmente trovare dei Mahatma Gandhi palestinesi basterebbe vedere le immagini dei notiziari sui manifestanti di venerdì notte. Palestinesi, stimati in 30.000, si sono uniti nella “Marcia del Ritorno” nonviolenta, che intendeva piazzare alcuni campi a qualche centinaio di metri dalla barriera militarizzata che circonda la Striscia di Gaza. Il loro obiettivo era protestare contro la loro incarcerazione nella più grande prigione a cielo aperto del mondo, così come contro la massiccia espropriazione della loro terra ancestrale – dopotutto il 70% della popolazione di Gaza è composta da rifugiati del ’48 le cui famiglie sono state proprietarie di terre in quello che è diventato Israele.
Mentre gli abitanti di Gaza marciavano verso la barriera militarizzata, stavo seduto con la mia famiglia, recitando l’Haggadah [testo ebraico che ricorda l’esodo degli ebrei dall’Egitto, ndt.] per la festa di Pesach, che ci dice che “in ogni generazione c’è il dovere di guardare se stessi come se fossimo noi stessi usciti dall’Egitto”. In altre parole, mentre i soldati sparavano proiettili letali contro manifestanti pacifici, ai genitori di quei soldati veniva chiesto di immaginarsi cosa significhi vivere a Gaza e che cosa ci vorrebbe per liberarsi da una simile prigionia. E quando la mia famiglia ha iniziato a cantare “Non devono più faticare in schiavitù, lasciate che il mio popolo se ne vada,” i siti di notizie riferivano che il numero di palestinesi morti aveva raggiunto i 17, mentre parecchie centinaia erano stati feriti.
L’accusa che i palestinesi non hanno adottato metodi di resistenza non violenta e quindi condividono la responsabilità della continua oppressione e espropriazione da parte di Israele non solo nega completamente la notevole asimmetria delle relazioni di potere tra il colonizzatore ed il colonizzato, ma, cosa non meno importante, non prende in considerazione la storia politica e le lotte anticoloniali, non ultima proprio quella palestinese. Inoltre ignora totalmente il fatto che il progetto coloniale di Israele è stato condotto attraverso una violenza ususrante, prolungata e diffusa e che, a differenza di quello che certi mezzi di informazione occidentali propongono, i palestinesi hanno sviluppato una forte e persistente tradizione di resistenza non violenta. Oltretutto, la richiesta di adottare un’ideologia non violenta ignora completamente la storia di altre lotte di liberazione: dall’Algeria al Vietnam, fino ad arrivare al Sud Africa.
Nonviolenza palestinese
La “Marcia del Ritorno” nonviolenta di venerdì e la risposta israeliana non sono affatto un’eccezione nella lunga storia della resistenza palestinese. La marcia è stata organizzata in coincidenza con l’anniversario del “Giorno della Terra”, che commemora quel tragico giorno del 1976 in cui le forze di sicurezza israeliane affrontarono uno sciopero generale e una protesta di massa organizzata dai cittadini palestinesi di Israele, la cui terra era stata confiscata. In quella protesta pacifica sei palestinesi vennero uccisi e altre centinaia feriti dall’esercito israeliano.
In Cisgiordania e nella Striscia di Gaza le cose sono sempre andate molto peggio, dato che ogni forma di resistenza palestinese non violenta è stata un diritto vietato dopo la guerra del 1967. Tenere incontri politici, sventolare bandiere o altri simboli nazionali, pubblicare o distribuire articoli o disegni di carattere politico o persino cantare o ascoltare canzoni nazionaliste – per non parlare dell’organizzazione di scioperi e manifestazioni – sono stati illegali fino al 1993 (ed alcuni lo sono ancora nell’Area C [oltre il 60% dei territori occupati, sotto totale controllo di Israele in base agli accordi di Oslo, ndt.]). Qualunque tentativo di protestare in uno di questi modi è stato inevitabilmente affrontato con la violenza.
Appena tre mesi dopo la Guerra del 1967, i palestinesi lanciarono con successo uno sciopero generale delle scuole in Cisgiordania: i docenti rifiutarono di presentarsi al lavoro, i ragazzini occuparono le strade per protestare contro l’occupazione e molti commercianti non aprirono i propri negozi. In risposta a questi atti di disobbedienza civile Israele mise in atto severe misure poliziesche, dal coprifuoco notturno ad altre restrizioni alla libertà di movimento, fino all’interruzione delle linee telefoniche, all’arresto di dirigenti e a crescenti maltrattamenti nei confronti della popolazione. Questo, in molti modi, diventò il modus operandi di Israele quando dovette affrontare la continua resistenza nonviolenta dei palestinesi.
Eppure sembra che vi sia una generale amnesia sociale riguardo alla reazione di Israele alle tattiche gandhiane. Quando i palestinesi lanciarono uno sciopero del commercio in Cisgiordania, il governo militare chiuse decine di negozi “fino a nuovo ordine”. Quando tentarono di emulare lo sciopero dei trasporti di Martin Luther King, le forze di sicurezza bloccarono completamente le linee dei bus locali. Inoltre durante la Prima Intifada i palestinesi adottarono strategie di disobbedienza civile di massa, compresi scioperi dei negozianti, boicottaggio dei prodotti israeliani, una rivolta fiscale e proteste quotidiane contro le forze di occupazione. Israele rispose con l’imposizione del coprifuoco, la limitazione della libertà di movimento e arresti di massa (per citare solo alcune delle misure violente). Tra il 1987 e il 1994, per esempio, i servizi segreti interrogarono più di 23.000 palestinesi, uno ogni cento abitanti della Cisgiordania e di Gaza. Ora sappiamo che molti di loro vennero torturati.
Quindi il dramma è che questo massacro di Pasqua non fa che unirsi a questa lunga lista della resistenza nonviolenta che è stata storicamente affrontata da Israele con la violenza e la repressione.
“Le sommosse sono il linguaggio di chi non viene ascoltato”
Immaginiamo per un momento cosa significhi vivere in una prigione a cielo aperto, anno dopo anno. Immaginiamo di essere i prigionieri e che il carceriere abbia il potere di decidere quanto cibo possiamo mangiare, quando possiamo avere l’elettricità, quando possiamo ricevere trattamenti sanitari specialistici e se possiamo avere abbastanza acqua da bere. Immaginiamo anche che ogni volta che camminiamo nei pressi della barriera diventiamo bersaglio delle guardie. Quali azioni di resistenza nonviolenta sono effettivamente a nostra disposizione? Andreste pacificamente ad attraversare la barriera? Migliaia di palestinesi l’hanno coraggiosamente fatto e molti hanno pagato con la vita.
Anche se Gaza è, da molti punti di vista, unica, storicamente le popolazioni indigene si sono trovate in situazioni simili. Ciò è stato riconosciuto dalle Nazioni Unite, quando hanno affermato “la legittimità della lotta dei popoli per la liberazione dalla dominazione coloniale e straniera e dalla sottomissione ad altri con ogni mezzo possibile, compresa la lotta armata.” Lo stesso Gandhi pensava che in certe circostanze la violenza fosse una scelta strategica legittima: “Io credo”, scrisse, “che dove c’è solo la scelta tra la vigliaccheria e la violenza io raccomanderei la violenza…Pertanto io sostengo anche l’addestramento all’uso delle armi per quelli che credono nel metodo della violenza. Preferirei che l’India ricorresse alle armi per difendere il proprio onore piuttosto che diventasse o rimanesse vigliaccamente testimone impotente del proprio disonore.”
Si potrebbe sperare altrimenti – ed io sicuramente lo faccio -, ma nessun progetto coloniale è terminato senza che i colonizzati abbiano fatto ricorso alla violenza contro i loro oppressori. Chiedere o persino domandare con rabbia la liberazione non è mai stato efficace.
Ironicamente questo è anche uno dei messaggi fondamentali della festa della Pasqua ebraica. La storia dell’Esodo racconta come Mosè si rivolse varie volte al faraone, chiedendogli di liberare i figli di Israele dalla schiavitù. Eppure ogni volta il faraone rifiutò. Fu solo dopo che una terribile violenza venne scatenata contro gli egiziani che gli israeliti vennero liberati.
Questa di certo non è una cosa che possiamo mai augurarci, ma quando si guarda la risposta di Israele alla marcia non violenta dei palestinesi, quello che è chiaro è che dobbiamo urgentemente trovare un modo per capovolgere la domanda sionista per evitare futuri bagni di sangue. Piuttosto che chiedere quando i palestinesi produrranno un Mahatma Gandhi, dobbiamo domandarci: quando Israele produrrà un dirigente politico che non sostenga l’oppressione dei palestinesi attraverso l’uso di una violenza omicida? Quando, in altre parole, Israele finalmente si libererà di questa etica da faraone e comprenderà che i palestinesi hanno diritto alla libertà?

Neve Gordon ha conseguito una borsa di studio “Marie Curie” ed è professore di Diritto Internazionale alla Queen Mary University di Londra.
(Traduzione di Amedeo Rossi)
da qui

mercoledì 4 aprile 2018

Il poster della famiglia felice - Commissione Sexta EZLN

Messico – Marzo 2018

Alle persone, gruppi, collettivi ed organizzazioni che, in tutto il mondo, hanno compreso e fatto propria l’iniziativa del Consiglio Indigeno di Governo e della sua portavoce:
Alla Sexta nazionale e internazionale:
A chi ha firmato per la portavoce del Consiglio Indigeno di Governo:
CONSIDERANDO CHE:
Primo ed unico:
La Famiglia Felice.

Un villaggio, o città, o come si chiami. Un luogo del mondo. Un muro. Incollato alla rugosa superficie del grande muro, un poster, cartellone, o una cosa così. Nell’immagine, un uomo e una donna sorridono ad una tavola traboccante di cibo. Accanto alla coppia, una bambina sorride; di lato, un bambino mostra la sua brillante dentatura. Su di essi, a lettere grandi e intimidatorie, si legge “LA FAMIGLIA FELICE”. Il cartellone è ormai vecchio, con la patina del tempo a spegnere i colori che, supponiamo, una volta fossero brillanti e, si potrebbe dire, felici. Mani anonime hanno aggiunto su dei foglietti di carta: “La famiglia felice è felice solo con la benedizione del divino”; “No alla famiglia omosessuale, a morte i froci e le lesbiche!”; “È la maternità a rendere felice la donna”; “Si stappano tubi. Preventivi senza impegno”; “Si affitta casa felice per famiglia felice. Astenersi famiglie infelici”.
Di fronte, sul marciapiede ai piedi del muro, la gente va e viene senza prestare attenzione all’immagine sbiadita. Ogni tanto, qualcuno sembra schiacciato da un pezzo caduto dal muro decrepito. Vero, questi crolli parziali si verificano con sempre più frequenza. Pezzi di muro si staccano e schiacciano a volte una sola persona o un piccolo gruppo, a volte comunità intere. La commozione tra la moltitudine dura solo pochi istanti, poi riprende la sua strada sotto lo sguardo pallido della famiglia felice.
Catastrofi grandi e piccole che non devono distrarci dall’essenziale: ad un certo intervallo di tempo, il supremo artefice di “famiglie felici” annuncia l’elezione, libera e democratica, del custode del poster. E proprio adesso, il felice calendario, di cui ora ti accorgi, che si vede dietro la famiglia felice segna che è tempo di scegliere. In queste date, un’attività febbrile percorre la folla che, senza fermarsi, pensa, discute e litiga sulle diverse opzioni offerte per custodire il gigantesco cartellone.
C’è chi segnala il pericolo che l’imperizia manifesta dei suoi rivali metta a rischio la malconcia immagine, simbolo di identità del villaggio, città, o cose così. Una persona si offre di rimodernarlo e restituirgli la lucentezza ed il colore di una volta (in realtà, nessuno ricorda quel tempo, quindi non si può nemmeno dire che una volta sia realmente esistito – certo, solo nell’indubbio caso che si possa attribuire esistenza al tempo -). Un altro dice che le amministrazioni precedenti hanno trascurato l’immagine e a questo si deve il suo visibile deterioramento.
Le diverse proposte infiammano le discussioni tra i passanti. Si incrociano accuse, calunnie, menzogne, argomenti con la solidità dell’effimero, condanne e sentenze apocalittiche. Si riflette sull’importanza e trascendenza del momento, sulla necessità della partecipazione cosciente. Non si è lottato tanti anni invano per poter scegliere chi custodisca la felice immagine della famiglia felice.
Si formano bande: là quella di chi insiste in un rinnovamento prudente; un’altra insiste nel postulato scientifico che “meglio il cattivo che si conosce, che il buono che non si conosce”; un’altra banda riunisce chi offre probità, buon gusto, modernità. Gli uni e gli altri gridano: “Non pensare! Vota!”. Uno striscione che ostacola l’andirivieni della gente, recita “Qualunque appello a ragionare sul voto, è un invito all’astensione. Non è il momento di pensare, ma di prendere partito”.
Le discussioni non sempre sono misurate. È così importante scegliere il responsabile dell’immagine, che non poche volte le bande arrivano alla violenza.
C’è chi parla di abbondante quantità di felicità per chi risulti vincitore, ma, lungi dagli interessi mondani, sui volti austeri dei contendenti si avverte la serietà della questione: è un dovere storico, il futuro è nelle mani titubanti di chi dovrà scegliere, è una grave responsabilità che pesa sulle spalle della gente; peso che, felicemente, sarà alleviato quando si saprà chi sarà il vincitore e procurerà felicità alla felice immagine della famiglia felice.
È tale la frenesia che tutti si dimenticano completamente dell’immagine ritratta. Ma la famiglia felice, nella solitudine del muro, indossa il suo perenne e inutile sorriso.

Ai piedi della lunga e alta parete, una bambina alza la mano chiedendo di parlare. Le bande non la vedono nemmeno, ma non manca qualcuno che dice: “poverina, è una bimba e vuole parlare, lasciamola parlare”. “No”, dice un’altra banda, “è un trucco della banda avversaria, è per dividere il voto, è una distrazione affinché non riflettiamo sulla gravità del momento, è un chiaro invito all’astensione”. La banda più in là, obietta: “Che capacità può avere una bambina di opinare sul cartellone? Le mancano studi, deve crescere, maturare”. E da quella parte: “non perdiamo tempo ad ascoltare una bambina, dobbiamo concentrarci sulla cosa importante: decidere chi è il migliore per custodire il cartellone”.
La “Commissione per la Nitidezza e Legittimità per l’Elezione dell’Addetto alla Custodia dell’Immagine della Famiglia Felice” (CNLEACIFF), ha emesso un serio e breve comunicato, conforme alla gravità dei tempi: “Le regole sono chiare: NON SONO AMMESSE BAMBINE”.
Nuove riflessioni degli analisti esperti: “l’unica cosa ottenuta dalla bambina è stato legittimare la CNLEACIFF. Chiedendo la parola, la bambina è entrata nel gioco ed ha perso, il resto non conta”; “Il fallimento della bambina è sintomo del fallimento del processo di rinnovamento, le istituzioni dovrebbero lasciare che la bambina parli”; “È stato commovente, lei, con la sua manina alzata a chiedere attenzione, poverina”; “È stato un risultato avverso, il prodotto di un’analisi sbagliata della congiuntura, il contesto e la correlazione di forze, questo segnala l’assenza di un’avanguardia rivoluzionaria che guidi le masse”; “Eccetera”.
Ma le discussioni sono durate solo pochi minuti, e l’andirivieni dei passi e delle ingiustizie ha seguito il suo corso. Non si è ascoltato la bambina mentre indicava non l’immagine, ma il muro su cui la famiglia felice mostrava la sua ormai deteriorata placidità.
In piedi su un mucchio di macerie, circondata da cadaveri di bambine e pietre sbriciolate, la bambina denunciava, laconica, l’evidente:
“Cadrà”.
Ma nessuno ha sentito…
Un momento… nessuno?
(Continua?…)
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In base a quanto sopra esposto, la Commissione Sexta dell’EZLN convoca il:
CONVERSATORIO (o semenzaio):
“Sguardi, Ascolti e Parole: Proibito Pensare?”
In cui diverse persone del Congresso Nazionale Indigeno, del Consiglio Indigeno di Governo, delle arti, delle scienze, dell’attivismo politico, del giornalismo e della cultura, condivideranno quello che vedono e sentono.
Il conversatorio si svolgerà dal 15 al 25 aprile 2018 presso il CIDECI-Unitierra, San Cristóbal de Las Casas, Chiapas, Messico.
Hanno confermato la loro partecipazione, tra altr@:
Marichuy (portavoce del Consiglio Indigeno di Governo).
Lupita Vázquez Luna (consigliere del Consiglio Indigeno di Governo).
Luis de Tavira Noriega (direttore di Teatro).
Mardonio Carballo (scrittore).
Juan Carlos Rulfo (cineasta).
Paul Leduc (cineasta).
Cristina Rivera-Garza (scrittrice).
Abraham Cruzvillegas (artista visivo).
Néstor García Canclini (antropologo).
Emilio Lezama (scrittore e analista politico).
Irene Tello Arista (columnist e attivista).
Erika Bárcena Arévalo (avvocata e antropologa).
Ximena Antillón Najlis (psicologa, specializzata in vittime di violenza).
Jacobo Dayán (accademico e attivista dei Diritti Umani).
Marcela Turati (giornalismo d’indagine).
Daniela Rea Gómez (giornalista).
Carlos Mendoza Álvarez (filosofo).
John Gibler (giornalista).
Javier Risco (giornalista).
Alejandro Grimson (antropologo).
Enrique Serna (romanziere).
Paul Theroux (scrittore).
Juan Villoro (scrittore).
Pablo González Casanova (sociologo e zapatista, non necessariamente in questo ordine).
Gilberto López y Rivas (antropologo).
Alicia Castellanos Guerrero (antropologa).
Magdalena Gómez Rivera (avvocata).
Bárbara Zamora (avvocata).
Margara Millán Moncayo (sociologa femminista).
Sylvia Marcos (psicologa e sociologa femminista).
Jorge Alonso Sánchez (antropologo).
Fernanda Navarro y Solares (filosofa).
Néstor Quiñones (artista grafico).
Raúl Romero (sociologo).
Rafael Castañeda (militante politico).
Luis Hernández Navarro (giornalista).
Carlos Aguirre Rojas (sociologo ed economista).
Sergio Rodríguez Lascano (militante politico).
Carlos González (avvocato e attivista nella lotta dei popoli originari).
Adolfo Gilly (militante politico, storico e analista).
Carolina Coppel (videasta).
Mercedes Olivera Bustamante (antropologa femminista).
María Eugenia Sánchez Díaz de Rivera (sociologa).
“Lengua Alerta” (musicista).
“Panteón Rococó” (musicisti).
“El Mastuerzo” (guacarockero).
“Batallones femeninos” (musiciste femministe).
“Los Originales de San Andrés” (musicisti zapatisti).
“La Dignidad y la Resistencia” (musiciste zapatiste).

Quando anche le/gli altr@ invitati (i cui nomi non sono indicati per proteggere le/gli innocent@) confermeranno la loro presenza, renderemo pubblico l’elenco completo, così come i giorni e l’ora degli interventi di ognuno.
L’indirizzo per registrarsi come escucha-vidente [spettatore – n.d.t.], media libero o prezzolato, è:
(per favore, indicare nome, città, stato o paese, singolo o collettivo).

Come detto prima, che ci siate… o non ci siate, la questione è che guardiate, ascoltiate e pensiate.

Dalle montagne del Sudest Messicano.
Per la Commissione Sexta dell’EZLN (sezione “Inviti e ovvietà)
SupGaleano.
Messico, marzo 2018

Traduzione “Maribel” – Bergamo

da qui

Intervista a Gideon Levy




La voce di Gideon Levy, reporter di Haaretz - l'unico quotiadiano israeliano ancora realmente indipendente - minacciato a più riprese dai coloni e dai sostenitori della destra religiosa al governo da due legislature, questa volta è stanca. 

Perché è stanco signor Levy?
Perché non vedo alcun cambiamento in vista nell'atteggiamento di Israele nei confronti dei palestinesi sotto occupazione. Anzi, con Trump, Israele ormai si sente protetto qualsiasi cosa voglia fare. E stanco perché l'Onu, come ha dimostrato la sua debole e vigliacca reazione al massacro perpetrato l'altro ieri dall'esercito israeliano contro i civili di Gaza, ormai è definitivamente nelle mani degli Stati Uniti, ossia della cricca razzista e integralista installatasi nella Casa Bianca al seguito di Trump e del suo genero Jared, ebreo americano, esponente della potente famiglia Kushner, da sempre finanziatrice delle colonie illegali nei Territori palestinesi.
La destra ebraica e i religiosi che formano l'attuale governo non temono una nuova Intifada?
È un rischio che non ha problemi a correre perché l'unico obiettivo di questo governo è rimanere al potere. E per rimanerci sa che deve solleticare gli istinti più bassi e alimentare le paure più irrazionali della società israeliana sempre più oltranzista e xenofoba anche a causa del lavaggio del cervello mediatico. La paura principale è il terrorismo che viene facilmente sovrapposto ad Hamas. Che, pur avendo dimostrato di non essere in grado di minacciare davvero l'esistenza di Israele, viene additata come il demonio; ma, ciò che è più grave, è che tutti gli abitanti di Gaza vengono ormai considerati dalla maggior parte degli israeliani come terroristi a priori. Molti si scordano che a Gaza ci sono anche palestinesi di religione cristiana. Per quanto riguarda una terza intifada, non credo ci sarà. I palestinesi sono stanchi di combattere e sono troppo indeboliti dal gioco sporco delle grandi potenze e dei paesi arabi che hanno contribuito a dividerli al proprio interno, rendendoli ancora più deboli.
Ma i responsabili di Hamas manipolano la popolazione che governano nella Striscia e usano i civili come carne da macello. Non ultima la bimba di 7 anni mandata nella zona cuscinetto lungo il confine tra Gaza e Israele, come ha denunciato proprio il suo giornale, per provocare i soldati israeliani. Ciò che di sbagliato e criminale fa Hamas va ovviamente riportato, come tutte le altre notizie di interesse pubblico. Resta il fatto che l'esercito israeliano non ha scusanti per il massacro, da scrivere a caratteri maiuscoli, che ha perpetrato lungo la zona di sicurezza voluta da Israele per umiliare e provocare la gente che ha, anzi aveva, i campi con cui si sostenta proprio in quella fascia di territorio.
Questa volta le Forze di Sicurezza Israeliane (IDF) non si sono fatte scrupolo di reprimere nel modo più violento la manifestazione voluta da Hamas per ricordare il'diritto al ritorno' promesso loro già nel 1948 dall'Onu?
Da anni Israele e le nostre forze di sicurezza violano apertamente i diritti dei palestinesi, ribadisco vittime innocenti della più lunga occupazione della storia contemporanea, nell'indifferenza o falsi strali della comunità internazionale. Israele si è sempre fatto beffa delle risoluzioni del Consiglio di sicurezza dell'Onu. Purtroppo non c'è nulla di nuovo sotto il sole.
Israele ha commesso un crimine di guerra a Gaza questa volta?
Lo ha fatto anche prima, e più volte. Ma non lo definirei un crimine di guerra , semplicemente perché a Gaza non vi è guerra, c'è solo sopruso e ingiustizia. L'esercito israeliano è uno dei più forti e potenti al mondo e continua a spacciarsi per quello anche più etico quando invece, nella realtà, fa il tiro al piccione contro persone imprigionate da decenni e private di tutto proprio dallo stesso Stato israeliano. L'esercito più potente ed etico che ammazza dei disperati perché gli tirano addosso delle pietre. Vergognoso.
Crede che sia finita qui?
No, purtroppo. Da qui al 15 maggio, anniversario della fondazione di Israele, ci saranno probabilmente, altri massacri ad armi impari. Se non scoppierà la Terza Intifada penso che tutto finirà come sempre. Ossia con l'assoluzione di Israele da parte di un mondo cinico e indifferente.

Zucca e i torturatori: l’orrore di Genova



Un estratto dal libro “Genova Macaia” (ed.Laterza), di Simone Pieranni, in cui l’autore racconta le testimonianze raccolte nelle aule di tribunale di quanto accaduto nei giorni del G8 nel carcere di Bolzaneto

Sulla caserma ho affrontato in tribunale gli sguardi degli imputati, di tutti gli imputati, compresi gli sguardi dei «colleghi». Lo sguardo poco rassicurante di chi sa che certe cose non verranno dimenticate. E ho sentito e letto di tutto. E poi dovevo scriverne. Vivevo a Milano, fino alla mia partenza per la Cina, e facevo il pendolare al contrario: tutte le mattine alle 7.10 prendevo il treno. Alle 8.50 arrivavo a Genova, alla stazione Principe. Scendevo, tempo di immettermi in via Balbi e la prima focaccia arrivava secca sullo stomaco. Focaccia con le cipolle e cappuccino, se si pensava di avere tempo perché l’udienza iniziava più tardi.
Dopo il G8, quando mi è capitato di dire «sono di Bolzaneto», ho sempre visto un impercettibile movimento delle labbra e degli occhi nel mio interlocutore. È un lampo nell’animo, un ricordo tagliente; che uno sia stato a Genova o meno in quei giorni del 2001, Bolzaneto è quella roba lì: una ferita comune, un’offesa comune. E il problema, da genovese, è che è l’ennesima. Bolzaneto è diventata cosa? È diventata la «posizione del cigno», è diventata il triage del dottor Toccafondi, le dita spaccate di una ferita alla mano, un salame sui genitali, «vi stupriamo come in Bosnia», «un due tre Pinochet». È il ministro della Giustizia che non vede nulla, niente, tutto a posto! È l’assessore alla sicurezza del sindaco Marino, che nel 2001 è magistrato addetto a Bolzaneto, che non vede nulla, niente, tutto a posto! Ma, oltre alle vittime, c’è un cazzo di infame. Un infermiere. Infermiere penitenziario. Un genovese. Che racconta un’altra storia. In quelle aule di tribunale si fa presto a far diventare la minaccia di uno stupro un titolo di giornale. Sono capaci tutti.
All’epoca ci guardavamo sconvolti: mesi di lavoro e di testimonianze, e una dose di cinismo che cominciava a riempire di tacche il cuore, ma quando uscivano fuori le atrocità commesse dentro la caserma di Bolzaneto, era troppo anche per noi. Io sognavo manganelli e pietre che volavano, rincorse, sbuffi dei poliziotti e carabinieri, sentivo l’aria passarmi accanto rapida, mentre dormivo. L’odore di benzina e gli elicotteri lì sopra. Ancora oggi alcune persone si terrorizzano a sentire gli elicotteri. Ancora oggi alcune persone si terrorizzano a sentire nominare la caserma di Genova Bolzaneto. È una storia, del resto, che sembra non finire mai. Un ragazzo che ha dieci anni meno di me mi ha detto: «Genova per me è un incubo: qualunque cosa si faccia, Genova incombe». La pesantezza delle sconfitte. A Bolzaneto fu rappresentata in modo plastico. È il 6 maggio 2005. Il giudice per l’udienza preliminare di Genova rinvia a giudizio 45 imputati appartenenti alle forze dell’ordine in servizio a Bolzaneto fra il 19 e il 21 luglio 2001, formulando a loro carico ben 120 distinti capi d’imputazione: avere ingiustificatamente e ripetutamente percosso, o avere consentito che altri percuotessero, con calci, pugni e schiaffi e talvolta colpi di manganello alla testa, al volto, alla schiena, ai reni, allo stomaco, ai testicoli, nonché attingendole con gas asfissianti e urticanti, le perso- ne arrestate presenti nella caserma di Bolzaneto, cagionando a vari arrestati malori e/o lesioni personali e, in un caso, una lesione grave (cagionata da un agente di polizia che divaricò con forza due dita di una mano di un arrestato, provocando- gli così una ferita lacerocontusa guarita in 50 giorni); avere costretto, o non impedito che altri costringessero, le persone arrestate presenti nella caserma di Bolzaneto a «rimanere per numerose ore in piedi all’interno delle celle, con il viso rivolto verso il muro della cella, con le braccia alzate oppure dietro la schiena, o sedute per terra ma con la faccia rivolta verso il muro, con le gambe divaricate, o in altre posizioni non giustificate […], senza poter mutare tale posizione», e a subire «percosse calci pugni insulti e minacce, anche nel caso in cui non riuscivano più per la fatica a mantenere la suddetta posizione nonché per farli desistere da ogni benché minimo tentativo, del tutto vano, di cercare posizioni meno disagevoli»; avere minacciato, o comunque non impedito che altri minacciassero, di infliggere violenze sessuali o lesioni fisiche a numerosi arrestati, in un caso simulando addirittura un’esecuzione sommaria; avere costretto, o non impedito che altri costringessero, le persone arrestate che dovevano essere accompagnate ai bagni a «camminare con la testa abbassata all’altezza delle ginocchia e le mani sulla testa», mentre altro personale appartenente alle forze dell’ordine presente nei locali le derideva, ingiuriava e percuoteva; avere mantenuto, o avere consentito che altri mantenessero, le persone arrestate senza rifornimenti di cibo, bevande e generi necessari alla cura e alla pulizia personale in quantità adeguata in rap- porto alla lunga durata del periodo di permanenza presso la struttura; avere costretto, o comunque non impedito che altri costringessero, taluni degli arrestati a ripetere frasi fasciste o comunque contrarie alle loro convinzioni politiche, o comunque «ad ascoltare espressioni e motivi di ispirazione fascista contrariamente alla loro fede politica» (quali inni e slogan fascisti); avere costretto, o comunque non impedito che altri costringessero, a compiere movimenti innaturali aventi lo scopo di umiliarli; avere costretto, o avere consentito che altri costringessero, un’arrestata a subire il taglio di tre ciocche di capelli; avere pesantemente offeso, o non avere impedito che altri offendessero, l’onore delle persone arrestate a mezzo di «insulti riferiti alle loro opinioni politiche (quali ‘zecche comuniste’, ‘bastardi comunisti’, ‘comunisti di merda’, […], ‘Che Guevara figlio di puttana’, ‘bombaroli’, ‘popolo di Seattle fate schifo’ e altre di analogo tenore), alla loro sfera e libertà sessuale e alle loro credenze religiose e condizione sociale (quali ‘ebrei di merda’, ‘frocio di merda’ e altre di analogo tenore)»; avere costretto, o avere consentito che altri costringessero a mezzo di percosse o altre violenze, taluni degli arrestati a firmare i verbali relativi all’arresto con- tro la loro volontà; avere danneggiato sottratto, o consentito che altri danneggiassero o sottraessero oggetti personali alle persone arrestate; non avere consentito alle persone arrestate di avvisare familiari e parenti del loro arresto, e agli arrestati di nazionalità stranieri di avvertire l’ambasciata o il consola- to del paese di appartenenza, attestando anzi falsamente sui verbali relativi all’arresto – o consentendo che altri attestassero falsamente sui verbali medesimi – la volontaria rinuncia degli arrestati a tali facoltà.
Simone Pieranni
da qui

Maya Angelou