giovedì 5 luglio 2012

dice Giovanni Iozzoli

...Napolitano è andato in quei posti e l’hanno pure fischiato, un oltraggio al rinomato civismo della zona. E anche a sentire stà notizia, si riattizzano i ricordi e il gioco impietoso delle differenze. Anche il vecchio Pertini si prese maleparole e insulti quando arrivò tra le macerie irpine…Pianse e passò alla storia per la sua sfuriata a reti unificate, trasmessa anche dalla compassata BBC. A quell’epoca Napolitano era il cinquantenne capo dei nascenti miglioristi e lavorava nell’ombra per segare la sedia a Berlinguer. Per che cosa passerà alla storia, Napolitano? Per il pareggio di bilancio inserito in Costituzione?...
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mercoledì 4 luglio 2012

Il cammino degli infermi - Franco Arminio


Prima si camminava, adesso si telefona o si vaga nella rete. Nella civiltà contadina per vivere bisognava camminare molte ore al giorno. Al mio paese il fazzoletto di terra, che poi era un fazzoletto di pietre, poteva distare anche dieci chilometri. E in un giorno se ne facevano venti, insieme al mulo e alla zappa.
L’Italia negli ultimi anni si è letteralmente fermata. Chi non è fermo davanti alla televisione, è fermo davanti al computer o è dentro un’automobile. Si vedono sul ciglio delle strade solo gli stranieri. Qualche giorno fa ho incontrato una badante che ogni giorno fa cinque chilometri a piedi per spostarsi dal letto dove dorme al letto dove accudisce un’anziana.
Pure io cammino poco ultimamente. Potrei accampare la scusa di una lesione al menisco, ma il motivo vero è che al mio paese non c’è più nessun motivo per camminare. Non ho un fazzoletto di terra da raggiungere, non c’è più nessuno con cui passeggiare. Quando esco in piazza trovo i miliziani del rancore. Qualche spirito più lieve ha ormai da tempo rinunciato a uscire. I ragazzi non amano le vasche, stazionano davanti al bar e si spostano solo per approdare davanti alla sala giochi. I ragazzi non passeggerebbero mai con un cinquantenne.
Per camminare non mi resta che prendere la macchina fotografica e farmi un giro lontano dalla piazza, nel museo delle porte chiuse che è diventato il mio paese. Non sono camminate che fanno bene. Quando torno a casa mi sento peggio di prima. E mi metto davanti al computer a scrivere. Scrivo seduto sul divano, col computer sulle gambe. È una postura che mi consente di rimanere davanti allo schermo anche per sei ore, ma è una postura micidiale. Fra poco girare il collo o piegare la schiena saranno operazioni complicate...

ricordo di Berlinguer - Salvatore Mannuzzu


Enrico Berlinguer aveva formulato la sua proposta politica di austerità nel gennaio 1977: quando già la cultura dello spreco prendeva piede, poco avvertita, la nostra nazionale orchestrina Titanic cominciava a suonare e il disastro, verso il quale scivolavamo dolcemente, era anche politico – o addirittura antropologico. Sicché quella proposta risultava certo tempestiva, perché non esisteva altro rimedio a quanto ci stava capitando e poi si sarebbe aggravato; ma insieme era una proposta controtempo, rappresentando l’opposto di quello che noi – sempre più viziati dai consumi – ormai chiedevamo dalla vita. Quando dico noi intendo tutti: anche le masse che votavano comunista; anche le schiere di compagni che dalle periferie al centro erano le strutture portanti e attive del partito, dentro le sezioni, i comitati cittadini, federali, regionali – e oltre: fino ai vertici.
Berlinguer allora fece la sua parte di leader che riesce a leggere la verità della storia, nell’essere e nel divenire; e il conflitto fra quella sua parte di leader, dalla vista troppo acuta e lunga, con lo spirito dei tempi e persino con l’anima del partito – come stava mutando, fino a perdersi – era un rischio professionale. Era un prezzo da pagare secondo le logiche, rettamente intese, del mestiere di guida politica; ma un prezzo assai alto, giacché poteva coincidere col destino minoritario del profeta. E ai profeti capita spesso di non essere compresi (anzi Gerusalemme li lapida e li crocefigge).
Berlinguer però non faceva di mestiere il profeta. Non era un impolitico e disarmato profeta: era invece il segretario nazionale del Pci. Sulla via politica dell’austerità doveva portare il suo partito e l’intero suo paese; se possibile dentro dinamiche internazionali congrue. E il cammino non era breve né poco accidentato: sono operazioni che hanno bisogno di tempo.
Questo tempo Berlinguer non lo ebbe, lo sappiamo. La partita era in corso quando lui uscì dalla gara per un ictus. Dunque nessuno può parlare d’un suo fallimento. Anche se poi avere successo in quell’impresa, sia pure nei modi incompleti e contaminati del possibile, era davvero arduo: dato che la necessità vitale dell’austerità veniva proprio dall’opposta piega delle inclinazioni collettive e degli approdi reali. L’esperienza di quegli anni dice che la proposta si scontrò con un’udienza refrattaria anche dentro il partito. Dove restava ancora un’abitudine alla disciplina, o addirittura al conformismo; ma le quotidiane lusinghe consumistiche già si mescolavano alle identità, nell’ascolto di mille sirene congeniali, specialmente mediatiche: ed erano ovviamente lusinghe molto forti...

martedì 3 luglio 2012

Il Padre fantasma - Barry Gifford

i ricordi di un padre nelle parole del figlio ragazzino. 
non importa se il padre è un delinquente, per il bambino è un mito.
e la lettura merita - franz 



Un padre fantasma. Un padre assente. Un padre di cui si raccontano brandelli di vita che sembrano piccole leggende. Forse è stato un gangster. Probabilmente un uomo che ha commesso qualcosa di nascosto, di irriferibile. Con la passione sincera di un ragazzo che vuole conoscere le sue origini, Gifford ricostruisce la storia della sua famiglia e della Chicago degli anni Cinquanta e Sessanta.

L'oblio che saremo - Héctor Abad Faciolince


Hermann Kafka avrebbe dato tutto perché il figlio avesse scritto di lui come fa Héctor col padre. Un amore così non lo leggi quasi mai, è più che commovente, emoziona nel profondo, ti riempie così tanto che dormire mica è facile, come dice anche Manuel Rivas. - franz



Fra gli autori che il festival di Mantova ci consentirà di scoprire Héctor Abad Faciolince merita la speciale attenzione che si riserva agli idealisti. Non che lo scrittore colombiano si sia rivelato per il tramite di dichiarazioni o proclami - la sua maturità letteraria è sufficiente a tenerlo lontano da simili ingenuità - ma tra le righe del suo ultimo libro, l'Oblio che saremo (Einaudi), tutto parla di un uomo profondamente attratto da ideali civili e politici, che la vita gli ha consentito di incontrare, innanzi tutto, nella figura del padre, al quale il suo memoir è dedicato.
Sono dovuti passare quasi vent'anni prima che Héctor Abad fosse capace di tenere a bada la commozione e raccontare la meravigliosa storia di Abad Gómez, assassinato nel 1987 da un gruppo di paramilitari colombiani per quella sua condotta di vita che in giovinezza gli aveva guadagnato la fama di «marxista più incallito della città». In realtà, non aveva mai letto Marx e confondeva Engels con Hegel, ma tra le sue ossessioni aveva quella di portare l'acqua potabile nei quartieri più poveri, e assicurare una degna assistenza sanitaria per tutti, lui che era medico e rinunciò all'incarico che gli avevano proposto al Ministero della Salute per non rendersi complice di un regime reazionario responsabile del massacro di quattrocentomila attivisti dell'estrema sinistra, alla fine degli anni '80…

A principios de este año, en Colombia, me interesé por una obra tituladaTratado de culinaria para mujeres tristes, pero la librera deslizó en mis manos otro libro diferente. No era triste, la librera, aunque sí de ojos muy grandes, de una sensualidad kafkiana, con su río Moldava y todo. "Mejor lea ahora éste, del mismo autor". Y lo tomé como una orden fraternal y clandestina. Una cosa es que te recomienden un libro y otra que te lo deslicen. Un libro deslizado pesa lo que una implicación. Emite un rumor. Se agita en la bolsa como un verderón inmigrante, de los que se guían por la polar, atrapado en el día. No sé si un libro puede cambiar la vida, pero sí que puede alterar tu reloj biológico. El olvido que seremos, de Héctor Abad Faciolince, me mantuvo en vigilia toda la noche. Habría que hacer un canon de los libros que no te dejan dormir…

ripropongo una bellissima poesia di Hector Gagliardi, "El padre", che parla dell'amore del padre


lunedì 2 luglio 2012

Beethoven tra le vacche - Rukun Advani

Beethoven è il collante delle storie di due fratelli, con episodi a volte divertenti, a volte tristi (l'orso), a volte bisogna sapere molto dell'India per capire di più.
di sicuro è un'evasione dai soliti libri - franz




Un giorno d'inverno nell'anno in cui la Cina invade l'India, una vacca ben poco sacra batte alla porta della casa di due fratelli, i protagonisti del libro. Trent'anni dopo, gli stessi due fratelli attraversano l'India per andare a visitare il Taj Mahal, ma il loro viaggio viene interrotto da un'altra vacca. Tra questi due episodi i fratelli si inventano con la fantasia un'India molto particolare, insolita, lontana dall'iconografia consueta e dai luoghi comuni.
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domenica 1 luglio 2012

intanto in Mexico hanno votato


Avvocato, 45 anni, ex governatore dello Stato di Mexico, cinque figli, vicino all'Opus Dei e candidato, oltre che del Pri, di Televisa, il maggior network tv del paese, Enrique Peña Nieto è il nuovo presidente del Messico.

Secondo le stime preliminari dell'Istituto federale elettorale, l'uomo che è riuscito a riportare al potere dopo 12 anni d'opposizione il vecchio Partito Rivoluzionario Istituzionale (Pri), che governò il paese per 71 anni di seguito (1929-2000) guadagnandosi la definizione di "dittatura perfetta" (il copyright è di Mario Vargas Llosa), ha ottenuto circa il 38% dei voti. Staccato al secondo posto il candidato della sinistra (Prd) Andrés Manuel Lopez Obrador, già battuto sei anni fa da Calderòn, che ha avuto circa il 31% dei voti. Al terzo posto la candidata del governo uscente, quello del Pan di Calderòn, Josefina Vázquez Mota poco oltre il 25%...

…Finché intrattenimento e informazione in Messico saranno monopolio di Televisa (e del suo gemello Tv Azteca) non sarà possibile un’evoluzione democratica delle mentalità. Da anni, quotidianamente, goccia a goccia, Televisa costruisce senza contraddittorio la propria idea di modernità neoliberale, i propri valori oggi incarnati da Peña Nieto, e demolisce con l’infamia di una quotidiana calunnia la candidatura progressista di Andrés Manuel López Obrador, AMLO che, come sei anni fa, ha battuto palmo a palmo il grande paese a parlare di un altro Messico possibile venendo costantemente ignorato dai media ufficiali che preferivano disegnare una plebiscitaria cavalcata solitaria del candidato priista piuttosto che la sfida democratica tra due diverse idee di paese.
Per anni Televisa ha continuato a presentare AMLO come un pericoloso sovversivo in un Messico avviato verso la pace e la ricchezza della modernità neoliberale, oppure come un velleitario incapace di avvicinare nei sondaggi il principe ereditario, la figlia adolescente del quale apostrofa i critici del padre con un rivelatore: “sono solo dei proletari”. In un contesto così civilmente triste Peña Nieto si avvierà a trionfare e da domani cominceremo a riparlare di brogli, anche come succedaneo a spiegazioni più profonde e necessarie. Come nell’88, quando Cuauhtémoc Cárdenas fu privato di una vittoria sicura, come nel 2006 con AMLO, come sempre in questo Messico che fa male.

Clovis Trouille




"E 'vero che non ho mai lavorato per ottenere un gran premio ad una qualsivoglia Biennale di Venezia, ma piuttosto per meritarmi dieci anni di galera e questo mi sembra più interessante."

"Sono sempre stato contro l'impostura delle religioni. E'dipingendo la cattedrale di Amiens che ho preso coscienza di tutti i music-hall?”