sabato 7 maggio 2016

Tutte le lettere d’amore sono ridicole – Fernando Pessoa

Tutte le lettere d’amore sono ridicole – Fernando Pessoa

Tutte le lettere d’amore sono
ridicole.
Non sarebbero lettere d’amore se non fossero
ridicole.
Anch’io ho scritto ai miei tempi lettere d’amore,
come le altre,
ridicole.
Le lettere d’amore, se c’è l’amore,
devono essere
ridicole.
Ma dopotutto
solo coloro che non hanno mai scritto
lettere d’amore
sono
ridicoli.
Magari fosse ancora il tempo in cui scrivevo
senza accorgermene
lettere d’amore
ridicole.
La verità è che oggi
sono i miei ricordi
di quelle lettere
a essere ridicoli.
(Tutte le parole sdrucciole,
come tutti i sentimenti sdruccioli,
sono naturalmente
ridicole).


La telenovela Morales Reloaded - lettera di Milagro Sala



Dal carcere femminile  di Alto Comedero, il 25 Aprile, la deputata del Parlasur e dirigente del’organizzazione di quartiere Tupac Amaru, Milagro Sala, prigioniera politica dal 16 Gennaio nella provincia argentina di Jujuy, ha scritto una nuova lettera.

La telenovela  Morales Reloaded
Sono diventata teledipendente de “La Telenovela Morales Reloaded” sceneggiatura del buon Gerardo, produzione Cambiemos e attori di scarso livello ma molto ben pagati. Ha molto successo sui media e sta scalzando dal rating televisivo i film sul vero terrore che stiamo vivendo oggi nella provincia di Jujuy. (Gerardo Morales è il Governatore di Jujuy e Cambiemos è la coalizione che  ha vinto le ultime elezioni in Argentina, n.d.t.)
Vorrei citare  alcuni dati: 20.000 disoccupati in più;  5.000 nuovi indigenti in alloggi d’emergenza; 800 licenziati in Mina Pirquitas (centro minerario, n.d.t.); aumento dello stipendio del Signor Morales a più di 140.000 pesos; lo stesso per i suoi parenti e funzionari;  22% di aumento agli statali con trattative bloccate (il 22% in questo momento in Argentina è molto sotto all’inflazione, n.d.t.) e costo della vita alle stelle; indebitamento della provincia a 5.000 milioni di pesos; 32 pozzi petroliferi che continuano a inquinare il Parque Nacional Calilegua; epidemia di  dengue; licenziamenti a  Aceros Zapla; licenziamenti a Ingenio la Esperanza; stato di polizia e repressione senza precedenti, detenzioni politiche.
Vorrei ricordare ai telespettatori che la telenovela, nelle puntate precedenti, ha avuto punte di ascolto molto elevate: la Tupac Amaru e il suo stato parallelo; le armi di Milagro Sala; la Tupac Amaru e la sua organizzazione paramilitare. La saga ha avuto tra i suoi migliori fans perfino la  Ministra dell’Interno Patricia Bullrich, la quale, arrivata a credere che si trattasse della realtà, ha mandato a Jujuy una delegazione di gendarmi per reprimere i cattivi con  il deplorevole incidente che ha causato la morte di 13 argentini innocenti (riferimento a un incidente stradale in cui sono morti i poliziotti citati, n.d.t.). Non pare che i produttori si siano fatti carico.
Vorrei segnalare  alcuni capitoli che avrebbero raddoppiato lo share ma che sono stati censurati dalla produzione per la loro eccessiva attinenza con la realtà. Ve li nomino poiché non perdo la speranza che in qualche momento si possano vedere;  le Cooperative delle Organizzazioni Sociali, secondo datore di lavoro nella provincia; le case popolari costruite da Tupac Amaru, meno care di quelle costruite dai costruttori privati, più veloci e che generano quattro ovlte più lavoro; i 23 centri plurisportivi con piscina e campi da gioco; i centri di salute gratuiti, inclusi i centri di recupero dei tossicodipendenti; le scuole primarie e secondarie; il terziario; il centro per disabili che ora hanno chiuso; le fabbriche; i parchi pubblici; i festeggiamenti della Giornata dell’Infanzia; la marcia per la diversità di genere e la dignità degli umili.
Vorrei infine avisare  i fans di queste telenovelas che i capitoli che stanno trasmettendo le compagnie mediatiche generano abbastanza assuefazione e possono causare effetti gravi come la perdita di capacità di discernere la realtà dalla fantasia.
P.S.: Spero mi perdonino l’ironia; è che non so più come esprimere l’impotenza e  l’indignazione che mi generano tante canagliate.
Potranno perseguitarci, metterci in galera, diffamarci. Noi continueremo a seguire l’esempio delle nostre Madres de Plaza de Mayo, senza vendetta, senza violenza. Presto o tardi la Verità si farà luce. Mai ci azzittiremo, mai ci metteranno in ginocchio, mai abbasseremo la testa.
Dalla prigione femminile di Alto Comedero, 25 Aprile 2016.
Milagro Sala

(Traduzione dallo spagnolo di Olivier Turquet)

"Resistere, studiare, far rete e rompere i coglioni", dice Goffredo Fofi

venerdì 6 maggio 2016

Incontro con Rayen Kvyeh, poetessa Mapuche - David Lifodi

Rayen Kvyeh è una donna piccola e minuta, eppure sprigiona una grande energia e, non appena inizia a parlare, è un fiume in piena. Poetessa mapuche, abituata a lottare prima contro il regime di Augusto Pinochet, dal quale è fuggita rifugiandosi in Germania, e poi contro le violazioni dei diritti del suo popolo, perpetrate purtroppo fino ai giorni nostri, ad opera dello Stato cileno e delle transnazionali, Rayen racconta la sua storia agli studenti di Giurisprudenza dell’Università di Siena. Riesco a farle qualche domanda, ma è lei stessa, parlando ai ragazzi, che anticipa la maggior parte degli argomenti su cui vorrei chiederle qualcosa.
La situazione dei mapuche non è molto diversa da quella dei kurdi: ad entrambi è vietato parlare nella loro lingua. Soltanto poco più di un mese fa il mapudungún, la lingua mapuche, è stata riconosciuta come tale dallo stato cileno. In precedenza, ilmapudungún era vietato: non lo potevano parlare nemmeno i bambini tra loro, e, se venivano scoperti a scuola, andavano incontro a severe punizioni. “La poesia”, spiega Rayen, “rappresenta uno strumento per la salvaguardia dei diritti dei mapuche in un paese dove non esiste alcun diritto”. In questo contesto, la poesia ha rivestito un ruolo di primo piano. Negli anni Novanta è andato in stampa il primo libro inmapudungún scritto da Rayen Kvyeh con la traduzione in lingua tedesca. Più volte, racconta la poetessa, l’editore le ha fatto pressione affinché lo pubblicasse anche in spagnolo, ma Rayen ha sempre rifiutato. Certo, anche dal solo lato economico, la pubblicazione in castigliano avrebbe rappresentato una buona fonte di guadagno per Rayen, ma lo spagnolo rappresentava sia la lingua degli oppressori, quella deiconquistadores, sia quella dello Stato cileno, che non ha mai smesso di perseguitare i mapuche. Come è ovvio, in Cile Rayen non è riuscita a trovare un editore disposto a pubblicare il suo libro per tre ragioni: era scritto in lingua mapuche, per di più da una donna, e infine raccontava la storia dal punto di vista mapuche e non da quello, manipolato, dello Stato. Tuttavia, il coraggio di Rayen è stato premiato e, venticinque anni fa, grazie anche alla pubblicazione del suo libro, è andata in stampa per la prima volta una rivista culturale mapuche. È stato anche grazie alla poesia, sottolinea la poetessa, che le ragioni della lotta mapuche sono giunte fino all’Europa, con grande smacco del Cile, un paese dove fortissime sono le disuguaglianze sociali anche a causa di una società composta da una piccola fascia sociale ricca, ma escludente. “Noi mapuche”, spiega con orgoglio Rayen, “siamo un popolo che non è mai stato conquistato, né dal punto di vista politico né da quello religioso”, a partire dal diritto ancestrale al territorio, una delle maggiori rivendicazioni dei mapuche. Inoltre, la poesia è stata utilizzata come strumento dagli stessi mapuche per far conoscere la loro storia ai cileni in un paese rimasto ancorato fortemente ai retaggi del regime pinochettista. A questo proposito, sono tuttora in vigore il Código de Aguas e il Código de Energía, che risalgono ai primi anni Ottanta, quando la dittatura si manteneva ancora ben salda alla Moneda. All’epoca di Pinochet questo significava che le multinazionali di allora godevano della più ampia facoltà di saccheggiare tutto il paese, e quindi anche il territorio mapuche, per sottrarre i beni comuni. Ai giorni nostri, dal fiume BioBío all’isola di Chiloé, le transnazionali vogliono costruire ben 27 centrali idroelettriche: se questo progetto andasse in porto sarebbe la fine per il popolo mapuche. L’edificazione delle dighe ha scatenato un forte conflitto sociale in Cile. Alla mia domanda sulla lotta per i beni comuni e su un eventuale cambiamento di rotta del Parlamento cileno verso i mapuche ora che alcuni leader della protesta studentesca come Camila Vallejo e Gabriel Boric siedono sui banchi della maggioranza, la risposta di Rayen non è delle più ottimiste. “Gli studenti mapuche hanno partecipato alle mobilitazioni studentesche, ma dal Partito Comunista cileno, che fa parte della Nueva Mayoría della presidenta Bachelet, è arrivato l’ordine a Vallejo affinché gli studenti di origine mapuche fossero esclusi dalle lotte. Del resto, i partiti hanno una visione piramidale e gerarchica”, commenta amaramente la poetessa, i cui occhi si illuminano quando parla della resistenza mapuche per la difesa dei beni comuni. “La democrazia non può essere distrutta poiché ogni sua pietra è costituita da donne, uomini e bambini dotati degli stessi diritti”: è in questo contesto che emerge il profondo legame, anche a livello spirituale, dei mapuche con l’acqua. “Ti imprigionano con le dighe, BioBío, che scorri per la terra come il sangue dei nostri avi”, dice Rayen recitando una poesia.
Senza alcun aiuto economico da parte dello Stato cileno, che non ha versato nemmeno un peso, nel 2012 si è tenuto il primo festival internazionale di poesia mapuche. Nonostante il disprezzo dello stato centrale, mette in rilievo Rayen, i mapuche hanno avuto la percezione che loro istanze fossero quantomeno considerate quando il quotidiano locale El Diario Austral, di proprietà del Mercurio, uno dei giornali più influenti della destra cilena, ha titolato: “I poeti del Wall Mapu danno inizio al festival internazionale di poesia”. Per la prima volta, sulla stampa, era apparso il termine Wall Mapu (territorio mapuche), una sorta di riconoscimento implicito dei mapuche. Tuttavia, non sono state sufficienti ben cinque denunce presentate dai mapuche di fronte alla Commissione interamericana per i diritti umani contro lo Stato cileno a causa del mantenimento della Ley Antiterrorista, anch’essa di matrice pinochettista. La legge, tuttora in vigore, viene applicata quasi esclusivamente per i mapuche e contempla come reati le manifestazioni di piazza , la difesa della terra e dei diritti. Anche in occasione della morte del giovane Matias Catrileo, attivista mapuche e poeta, lo Stato cileno se l’è cavata con una semplice multa. L’indennizzo per la famiglia è stato devoluto ad un’associazione che si occupa dei diritti dei mapuche, perché non sono certo un po’ di soldi che riporteranno in vita il ragazzo, ma lo Stato cileno, e questa è la cosa più grave, ha promosso gli agenti che hanno assassinato il giovane, dice con amarezza Rayen.
“Prima i colonizzatori erano i conquistadores, ma oggi si assiste ad una forma di colonizzazione ancora più aberrante, quella del neoliberismo. Addirittura esiste una legge che permette di comprare i fiumi”, spiega la poetessa, che definisce l’acqua un diritto umano inalienabile e fondamentale e denuncia le università cilene per i legami con Syngenta e per la loro trasformazione in laboratori di formazione per lavorare nelle multinazionali. Alcuni mesi fa la casa di Rayen è stata distrutta quasi completamente da un misterioso incendio, una sorta di avvertimento in stile mafioso alla poetessa dei mapuche. “Il Cile è un paese ricco di risorse, ma povero di diritti”, conclude Rayen, che ne approfitta per contestare, una volta di più, la Ley Antiterrorista: “Chi lotta per i propri diritti non è un terrorista”.

giovedì 5 maggio 2016

le ultime lettere di Ernesto Che Guevara


Lettera del Che ai genitori

Cari vecchi,
una volta ancora sento i miei talloni contro il costato di Ronzinante: mi rimetto in cammino con il mio scudo al braccio.
Sono passati quasi dieci anni da quando vi scrissi un’altra lettera di commiato. A quanto ricordo, mi lamentavo di non essere un miglior soldato e un miglior medico.
Nulla è cambiato essenzialmente, salvo il fatto che sono molto più cosciente, il mio marxismo si è radicato e depurato. Credo nella lotta armata come unica soluzione per i popoli che lottano per liberarsi, e sono coerente con quello che credo. Molti mi diranno avventuriero, e lo sono; soltanto che lo sono di un tipo differente: di quelli che rischiano la pellaccia per dimostrare la loro verità.
Può darsi che questa sia l’ultima volta, la definitiva. Non cerco la morte ma rientra nel calcolo logico delle probabilità. Se così fosse, eccovi un ultimo abbraccio.
Vi ho molto amato, ma non ho  saputo esprimere il mio affetto; sono, nelle mie azioni, estremamente drastico e credo che a volte non abbiate capito. Non era facile capirmi, d’altra parte: credetemi almeno oggi. Ora, una volontà che ho educato con amore di artista, sosterrà due gambe molli e due polmoni stanchi. Ci riuscirà.
Ricordatevi, ogni tanto, di questo piccolo condottiero del secolo XX. Un bacio a Celia, a Roberto, a Juan Martin e a Pototin, a Beatriz,  a tutti. A voi un grande abbraccio difigliol prodigo e ostinato.
Ernesto


Queridos viejos:
Otra vez siento bajo mis talones el costillar de Rocinante, vuelvo al camino con mi adarga al brazo.
Hace de esto casi diez años, les escribí otra carta de despedida. Según recuerdo, me lamentaba de no ser mejor soldado y mejor médico; lo segundo ya no me interesa, soldado no soy tan malo.
Nada ha cambiado en esencia, salvo que soy mucho más consiente, mi marxismo está enraizado y depurado. Creo en la lucha armada como única solución para los pueblos que luchan por liberarse y soy consecuente con mis creencias. Muchos me dirán aventurero, y lo soy, sólo que de un tipo diferente y de los que ponen el pellejo para demostrar sus verdades.
Puede ser que ésta sea la definitiva. No lo busco pero está dentro del cálculo lógico de probabilidades. Si es así, va un último abrazo.
Los he querido mucho, sólo que no he sabido expresar mi cariño, soy extremadamente rígido en mis acciones y creo que a veces no me entendieron. No era fácil entenderme, por otra parte, créanme, solamente, hoy. Ahora, una voluntad que he pulido con delectación de artista, sostendrá una piernas fláccidas y unos pulmones cansados. Lo haré.
Acuérdense de vez en cuando de este pequeño condotieri del siglo XX. Un beso a Celia, a Roberto, Juan Martín y Patotín, a Beatriz, a todos. Un gran abrazo de hijo pródigo y recalcitrante para ustedes.
Ernesto



Carta de Ernesto Guevara a sus hijos
A mis hijos,
Queridos Hildita, Aleidita, Camilo, Celia y Ernesto:
Si alguna vez tienen que leer esta carta, será porque yo no esté entre ustedes.
Casi no se acordarán de mí y los más chiquitos no recordarán nada.
Su padre ha sido un hombre que actúa como piensa y, seguro, ha sido leal a sus convicciones.
Crezcan como buenos revolucionarios. Estudien mucho para poder dominar la técnica que permite dominar la naturaleza. Acuérdense que la Revolución es lo importante y que cada uno de nosotros, solo, no vale nada. Sobre todo, sean siempre capaces de sentir en lo más hondo cualquier injusticia cometida contra cualquiera en cualquier parte del mundo. Es la cualidad más linda de un revolucionario.
Hasta siempre hijitos, espero verlos todavía. Un beso grandote y un gran abrazo de
Papá



Fidel,
mi ricordo in quest'ora di molte cose, di quando ti conobbi in casa di María Antonia, di quando mi proponesti di venire con te, di tutta la tensione dei preparativi.
Un giorno vennero a domandarci chi si sarebbe dovuto avvisare in caso di morte, e la possibilità reale del fatto ci colpì tutti. Più tardi sapemmo che era vero, che in una rivoluzione si trionfa o si muore (se è vera). Molti compagni rimasero lungo la strada che portava alla vittoria.
Oggi, tutto ha un tono meno drammatico, perché siamo più maturi, ma il fatto si ripete. Sento di aver compiuto quella parte del mio dovere che mi legava alla Rivoluzione cubana nel suo territorio, e mi congedo da te, dai compagni, dal tuo popolo, che ormai è anche il mio.
Rinuncio formalmente ai miei incarichi nella Direzione del Partito, alla mia carica di Ministro, al mio grado di Comandante, alla mia condizione di cubano. Nulla di legale mi vincola a Cuba, soltanto legami di altro genere, che non si possono rompere come i titoli.
Facendo un bilancio della mia vita passata, credo di aver lavorato con sufficiente onestà e dedizione a consolidare il trionfo rivoluzionario. Il mio unico errore di qualche gravità è di non aver avuto maggior fiducia in te fin dai primi momenti della Sierra Maestra e di non aver compreso con sufficiente rapidità le tue qualità di capo e di rivoluzionario. Ho vissuto magnifici giorni e ho provato, al tuo fianco, l'orgoglio di appartenere al nostro popolo nei giorni luminosi e tristi della Crisi dei Caraibi. Poche volte come in quei giorni uno statista brillò tanto alto, e così provo orgoglio anche per averti seguito senza esitazioni, per essermi identificato col tuo modo di pensare e di vedere e di valutare i pericoli e i principi.
Altre terre del mondo reclamano il contributo dei miei modesti sforzi. Io posso fare ciò che a te è negato dalla tua responsabilità alla testa di Cuba, ed è giunta l'ora di separarci.
Si sappia che lo faccio con un misto di allegria e di dolore: lascio, qui, la parte più pura delle mie speranze di costruttore e i più cari tra gli esseri a me cari... e lascio un popolo che mi adottò come un suo figlio; ciò lacera una parte del mio spirito. Sui nuovi campi di battaglia porterò la fede che mi hai inculcato, lo spirito rivoluzionario del mio popolo, la sensazione di compiere il più sacro dei doveri: lottare contro l'imperialismo ovunque esso sia; ciò riconforta e cura largamente qualunque strazio.
Ripeto una volta di più che sollevo Cuba da qualunque responsabilità, salvo da quella che emana dal suo esempio. Che se la mia ultima ora mi raggiungerà sotto altri cieli, il mio pensiero andrà a questo popolo e in particolare a te. Che ti ringrazio per i tuoi insegnamenti e il tuo esempio e che farò in modo di essere fedele fin nelle conseguenze estreme dei miei atti. Che sono stato identificato sempre con la politica estera della nostra Rivoluzione, e che continuo a esserlo. Che, dovunque io starò, sentirò la responsabilità del fatto di essere un rivoluzionario cubano, e come tale agirò. Che non lascio ai miei figli e a mia moglie nulla di materiale e che ciò non mi addolora: che così sia mi rallegra. Che non chiedo nulla per loro poiché lo Stato darà loro quel che basta per vivere ed educarsi.
Avrei molte cose da dirti, a te e al nostro popolo, ma sento che non sono necessarie: le parole non possono esprimere quello che io vorrei, e non vale la pena d'imbrattare carta.

Fino alla vittoria sempre! Patria o morte!

Ti abbraccio con grande fervore rivoluzionario,

Che

BANDA POPOLARE DELL’EMILIA ROSSA & OVO GILIOLI – ODESSA (2 MAGGIO 2014)







L’incendio di Odessa e la stampa italiana – Pino Cabras

Vediamo i lenzuoli sui corpi di decine di persone, nelle videoriprese di Odessa, in Ucraina. Lì è in atto un pogrom antirusso in pieno XXI secolo, con lancio di molotov, granate artigianali, assedi, bastonature. Squadre nazistoidi di Pravy Sektor (“Settore Destro”), protette e inquadrate anche nel resto del Paese da una giunta insediatasi dopo aver allontanato con la violenza un presidente eletto regolarmente, stanno devastando i luoghi di aggregazione sociale e politica – ossia i partiti, le associazioni, i sindacati – di una parte della popolazione di Odessa (maggioritaria) identificabile come russa, russofona o filorussa. La polizia della città sul Mar Nero ha lasciato fare per ore.

Ma le vergognose testate italiane fanno a gara per sopire e troncare la reale portata della notizia.

Distinguere fra un generico incidente e una strage politica: il confine per capire quali tempi di fuoco si avvicinano passa da qui, dai 38 morti del 2 maggio di Odessa (per tacere degli altri episodi da guerra civile nel resto di un paese in bancarotta).

In materia di guerra la stampa italiana, specie sul web, ci ha già abituati al peggio negli ultimi anni. Con il dramma dell’Ucraina si è già subito portata ai suoi peggiori livelli, già raggiunti nel disinformare i lettori sulla guerra in Libia e poi in Siria. Le pagine web italiote ci farebbero davvero ridere, se non parlassimo di una tragedia: i 38 filo-russi bruciati in una sede sindacale dai nazionalisti ucraini di estrema destra sono diventati delle generiche “38 vittime in un incendio”. «Quasi si trattasse di un incidente e non di un massacro politico», commenta Daniele Scalea, direttore dell’IsAG, un istituto di studi geopolitici molto attento alle vicende dell’Europa orientale. Scalea e anche noi ci domandiamo cosa avrebbero scritto nel 2011 il Corriere della Sera, o la Repubblica, o Il Fatto Quotidiano, se dei miliziani di Gheddafi avessero assediato decine di manifestanti fino a farli bruciare vivi.

Ecco come il canale televisivo russo RT riferisce i fatti:
«Almeno 38 attivisti antigovernativi sono morti nell’incendio della Camera del Lavoro di Odessa a seguito del soffocamento per il fumo o dopo essere saltati dalle finestre dell’edificio in fiamme, ha riferito il ministro dell’Interno ucraino. L’edificio è stato dato alle fiamme dai gruppi radicali pro-Kiev.»

Così invece li racconta il Corriere:
«Trentotto persone sono morte in un incendio scoppiato nella città ucraina di Odessa e legato ai disordini tra manifestanti filo russi e sostenitori del governo di Kiev.»
Così, genericamente, un incendio “legato ai disordini”…

Ancora, il pezzo su Repubblica suona così:
«È di almeno 38 morti anche il bilancio delle vittime degli scontri tra separatisti e lealisti a Odessa, città portuale ucraina sul Mar Nero. “Uno di loro è stato colpito da un proiettile”, ha riferito una fonte all’agenzia Interfax, “mentre per quel che riguarda gli altri non si conosce la causa della loro morte”. La sede dei sindacati è stata data alle fiamme. Le persone sono morte nell’incendio. Gli scontri sono violentissimi.» La macabra contabilità si disperde in un groviglio in cui non si capisce chi fa che cosa, quanti muoiono in un episodio o in un altro, chi appicca gl’incendi.

L’Unità riesce a fare peggio di tutti. La salma del giornale di Gramsci scrive infatti che la sede del sindacato è stata bruciata dai separatisti filo-russi (uno scoop malauguratamente ignorato in tutto il resto del mondo). A ulteriore dimostrazione che all’Unità non sanno quel che dicono, aggiungono che sono stati «abbattuti due elicotteri filorussi, Mosca furiosa», come se la rivolta avesse una sua aviazione all’opera.

Naturalmente la notizia era inversa: due elicotteri d’assalto Mi-24 delle forze speciali di Kiev (che stanno combattendo assieme a contractors stranieri e milizie naziste), sono stati abbattuti dalle forze ribelli. Notizia molto preoccupante, se vista nelle sue implicazioni, possibilmente quelle esatte, della possibile escalation del conflitto.

Se puntiamo di nuovo l’attenzione al rogo di Odessa, la conclusione è dunque chiara: gli organi di informazione nostrani sono reticenti, quando non falsificano, perché non riferiscono che le vittime sono state tutte di una parte, né che la causa immediata della loro morte sia stato un incendio doloso appiccato dalla milizia del partito nazista Pravy Sektor presso la sede di un sindacato.
Questo accade nell’Odessa del 2014 e non nella Ferrara del 1921 né nella Stoccarda del 1932. A quel tempo c’erano ancora organi di informazione che raccontavano la portata reale della catastrofe, prima di esserne travolti.
Non sappiamo ancora se il veleno della catastrofe politica di questo secolo potrà essere evitato, data la risolutezza degli apparati atlantisti nel precipitare nel caos l’Ucraina, paese chiave della sicurezza comune europea.
L’unico antidoto esistente può funzionare solo se diventa un fenomeno politico e mediatico di massa: l’antidoto è informarsi e informare, fuori dalla ragnatela mediatica dominante, far sapere tutto su chi vuole estendere il grande incendio, ben oltre i palazzi di Odessa.


Lettera da lontano - Enzo Jannacci



qui il testo

mercoledì 4 maggio 2016

bisogna solamente dire grazie a chi sciopera contro l'INVALSI - Marco Barone

Più di dieci anni di prove INVALSI più di dieci anni di scioperi. La punta massima degli scioperi contro le prove dell'INVALSI si è verificata nel 2015, in virtù dell'onda contro la "buona scuola". Ogni anno si ripresentano sempre le medesime problematiche, con scuole che cercano di riorganizzare il servizio, si sospende l'ordinaria attività didattica, si lavora per un soggetto terzo gli studenti sono soggetti a stress significativo, ed il tutto per un sistema che è stato fallimentare fin dalla sua concezione, e che a sua volta, al suo interno, vive continue lamentazioni di carenze di fondi, di precariato e così via discorrendo. Dieci anni e più di INVALSI hanno comportato solo una grande situazione di conflitto nelle scuole, di perdita di tempo se non anche di soldi. Si deve dire grazie ai docenti che sciopereranno anche per più di un giorno contro queste prove. Grazie perché con la loro azione si battono per la tutela dei diritti dei lavoratori, visto che si lavora gratis e per un soggetto terzo, per la difesa della libertà professionale e d'insegnamento, visto che queste prove determinano e condizionano fortemente ciò, per la difesa di una scuola critica che non ti addestri alle risposte preconfezionate e come decise dal sistema, per una scuola che sappia lavorare con la giusta lentezza e non con le prove a cronometro,per la scuola dell'inclusione e non dell'esclusione, visto quello che accade a chi verrà escluso da queste prove, per una scuola che rifiuti la logica della competizione, del solo saper fare, per una scuola semplicemente pubblica, che poi altro non è quella della nostra Costituzione. Ecco, a queste persone, ai nostri lavoratori, alle nostre lavoratrici che sciopereranno si deve dire semplicemente grazie.