Dal carcere femminile di
Alto Comedero, il 25 Aprile, la deputata del Parlasur e dirigente
del’organizzazione di quartiere Tupac Amaru, Milagro Sala, prigioniera politica
dal 16 Gennaio nella provincia argentina di Jujuy, ha scritto una nuova lettera.
La telenovela Morales
Reloaded
Sono
diventata teledipendente de “La Telenovela Morales Reloaded” sceneggiatura del
buon Gerardo, produzione Cambiemos e attori di scarso livello ma molto ben
pagati. Ha molto successo sui media e sta scalzando dal rating televisivo i
film sul vero terrore che stiamo vivendo oggi nella provincia di Jujuy.
(Gerardo Morales è il Governatore di Jujuy e Cambiemos è la coalizione
che ha vinto le ultime elezioni in Argentina, n.d.t.)
Vorrei
citare alcuni dati: 20.000 disoccupati in più; 5.000 nuovi
indigenti in alloggi d’emergenza; 800 licenziati in Mina Pirquitas (centro
minerario, n.d.t.); aumento dello stipendio del Signor Morales a più di 140.000
pesos; lo stesso per i suoi parenti e funzionari; 22% di aumento agli
statali con trattative bloccate (il 22% in questo momento in Argentina è molto
sotto all’inflazione, n.d.t.) e costo della vita alle stelle; indebitamento
della provincia a 5.000 milioni di pesos; 32 pozzi petroliferi che continuano a
inquinare il Parque Nacional Calilegua; epidemia di dengue; licenziamenti
a Aceros Zapla; licenziamenti a Ingenio la Esperanza; stato di polizia e
repressione senza precedenti, detenzioni politiche.
Vorrei
ricordare ai telespettatori che la telenovela, nelle puntate precedenti, ha avuto
punte di ascolto molto elevate: la Tupac Amaru e il suo stato parallelo; le
armi di Milagro Sala; la Tupac Amaru e la sua organizzazione paramilitare. La
saga ha avuto tra i suoi migliori fans perfino la Ministra dell’Interno
Patricia Bullrich, la quale, arrivata a credere che si trattasse della realtà,
ha mandato a Jujuy una delegazione di gendarmi per reprimere i cattivi
con il deplorevole incidente che ha causato la morte di 13 argentini
innocenti (riferimento a un incidente stradale in cui sono morti i poliziotti
citati, n.d.t.). Non pare che i produttori si siano fatti carico.
Vorrei
segnalare alcuni capitoli che avrebbero raddoppiato lo share ma che sono
stati censurati dalla produzione per la loro eccessiva attinenza con la realtà.
Ve li nomino poiché non perdo la speranza che in qualche momento si possano
vedere; le Cooperative delle Organizzazioni Sociali, secondo datore di
lavoro nella provincia; le case popolari costruite da Tupac Amaru, meno care di
quelle costruite dai costruttori privati, più veloci e che generano quattro
ovlte più lavoro; i 23 centri plurisportivi con piscina e campi da gioco; i
centri di salute gratuiti, inclusi i centri di recupero dei tossicodipendenti;
le scuole primarie e secondarie; il terziario; il centro per disabili che ora
hanno chiuso; le fabbriche; i parchi pubblici; i festeggiamenti della Giornata
dell’Infanzia; la marcia per la diversità di genere e la dignità degli umili.
Vorrei
infine avisare i fans di queste telenovelas che i capitoli che stanno
trasmettendo le compagnie mediatiche generano abbastanza assuefazione e possono
causare effetti gravi come la perdita di capacità di discernere la realtà dalla
fantasia.
P.S.:
Spero mi perdonino l’ironia; è che non so più come esprimere l’impotenza
e l’indignazione che mi generano tante canagliate.
Potranno
perseguitarci, metterci in galera, diffamarci. Noi continueremo a seguire
l’esempio delle nostre Madres de Plaza de Mayo, senza vendetta, senza violenza.
Presto o tardi la Verità si farà luce. Mai ci azzittiremo, mai ci metteranno in
ginocchio, mai abbasseremo la testa.
Dalla
prigione femminile di Alto Comedero, 25 Aprile 2016.
Rayen Kvyeh è una donna piccola e
minuta, eppure sprigiona una grande energia e, non appena inizia a parlare, è
un fiume in piena. Poetessa mapuche, abituata a lottare prima contro il regime
di Augusto Pinochet, dal quale è fuggita rifugiandosi in Germania, e poi contro
le violazioni dei diritti del suo popolo, perpetrate purtroppo fino ai giorni
nostri, ad opera dello Stato cileno e delle transnazionali, Rayen racconta la
sua storia agli studenti di Giurisprudenza dell’Università di Siena. Riesco a
farle qualche domanda, ma è lei stessa, parlando ai ragazzi, che anticipa la
maggior parte degli argomenti su cui vorrei chiederle qualcosa.
La situazione dei mapuche non è molto
diversa da quella dei kurdi: ad entrambi è vietato parlare nella loro lingua.
Soltanto poco più di un mese fa il mapudungún, la lingua mapuche, è
stata riconosciuta come tale dallo stato cileno. In precedenza, ilmapudungún era
vietato: non lo potevano parlare nemmeno i bambini tra loro, e, se venivano
scoperti a scuola, andavano incontro a severe punizioni. “La poesia”, spiega
Rayen, “rappresenta uno strumento per la salvaguardia dei diritti dei mapuche
in un paese dove non esiste alcun diritto”. In questo contesto, la poesia ha
rivestito un ruolo di primo piano. Negli anni Novanta è andato in stampa il
primo libro inmapudungún scritto da Rayen Kvyeh con la traduzione
in lingua tedesca. Più volte, racconta la poetessa, l’editore le ha fatto
pressione affinché lo pubblicasse anche in spagnolo, ma Rayen ha sempre
rifiutato. Certo, anche dal solo lato economico, la pubblicazione in
castigliano avrebbe rappresentato una buona fonte di guadagno per Rayen, ma lo
spagnolo rappresentava sia la lingua degli oppressori, quella deiconquistadores,
sia quella dello Stato cileno, che non ha mai smesso di perseguitare i mapuche.
Come è ovvio, in Cile Rayen non è riuscita a trovare un editore disposto a
pubblicare il suo libro per tre ragioni: era scritto in lingua mapuche, per di
più da una donna, e infine raccontava la storia dal punto di vista mapuche e
non da quello, manipolato, dello Stato. Tuttavia, il coraggio di Rayen è stato
premiato e, venticinque anni fa, grazie anche alla pubblicazione del suo libro,
è andata in stampa per la prima volta una rivista culturale mapuche. È stato
anche grazie alla poesia, sottolinea la poetessa, che le ragioni della lotta
mapuche sono giunte fino all’Europa, con grande smacco del Cile, un paese dove
fortissime sono le disuguaglianze sociali anche a causa di una società composta
da una piccola fascia sociale ricca, ma escludente. “Noi mapuche”, spiega con
orgoglio Rayen, “siamo un popolo che non è mai stato conquistato, né dal punto
di vista politico né da quello religioso”, a partire dal diritto ancestrale al
territorio, una delle maggiori rivendicazioni dei mapuche. Inoltre, la poesia è
stata utilizzata come strumento dagli stessi mapuche per far conoscere la loro
storia ai cileni in un paese rimasto ancorato fortemente ai retaggi del regime
pinochettista. A questo proposito, sono tuttora in vigore il Código de Aguas e
il Código de Energía, che risalgono ai primi anni Ottanta, quando la dittatura
si manteneva ancora ben salda alla Moneda. All’epoca di Pinochet questo
significava che le multinazionali di allora godevano della più ampia facoltà di
saccheggiare tutto il paese, e quindi anche il territorio mapuche, per
sottrarre i beni comuni. Ai giorni nostri, dal fiume BioBío all’isola di
Chiloé, le transnazionali vogliono costruire ben 27 centrali idroelettriche: se
questo progetto andasse in porto sarebbe la fine per il popolo mapuche.
L’edificazione delle dighe ha scatenato un forte conflitto sociale in Cile.
Alla mia domanda sulla lotta per i beni comuni e su un eventuale cambiamento di
rotta del Parlamento cileno verso i mapuche ora che alcuni leader della
protesta studentesca come Camila Vallejo e Gabriel Boric siedono sui banchi
della maggioranza, la risposta di Rayen non è delle più ottimiste. “Gli
studenti mapuche hanno partecipato alle mobilitazioni studentesche, ma dal
Partito Comunista cileno, che fa parte della Nueva Mayoría della presidenta Bachelet,
è arrivato l’ordine a Vallejo affinché gli studenti di origine mapuche fossero
esclusi dalle lotte. Del resto, i partiti hanno una visione piramidale e
gerarchica”, commenta amaramente la poetessa, i cui occhi si illuminano quando
parla della resistenza mapuche per la difesa dei beni comuni. “La democrazia
non può essere distrutta poiché ogni sua pietra è costituita da donne, uomini e
bambini dotati degli stessi diritti”: è in questo contesto che emerge il
profondo legame, anche a livello spirituale, dei mapuche con l’acqua. “Ti
imprigionano con le dighe, BioBío, che scorri per la terra come il sangue dei
nostri avi”, dice Rayen recitando una poesia.
Senza alcun aiuto economico da parte
dello Stato cileno, che non ha versato nemmeno un peso, nel 2012 si
è tenuto il primo festival internazionale di poesia mapuche. Nonostante il
disprezzo dello stato centrale, mette in rilievo Rayen, i mapuche hanno avuto
la percezione che loro istanze fossero quantomeno considerate quando il
quotidiano locale El Diario Austral, di proprietà del Mercurio,
uno dei giornali più influenti della destra cilena, ha titolato: “I poeti del
Wall Mapu danno inizio al festival internazionale di poesia”. Per la prima
volta, sulla stampa, era apparso il termine Wall Mapu (territorio mapuche), una
sorta di riconoscimento implicito dei mapuche. Tuttavia, non sono state
sufficienti ben cinque denunce presentate dai mapuche di fronte alla
Commissione interamericana per i diritti umani contro lo Stato cileno a causa
del mantenimento della Ley Antiterrorista, anch’essa di matrice pinochettista.
La legge, tuttora in vigore, viene applicata quasi esclusivamente per i mapuche
e contempla come reati le manifestazioni di piazza , la difesa della terra e
dei diritti. Anche in occasione della morte del giovane Matias Catrileo,
attivista mapuche e poeta, lo Stato cileno se l’è cavata con una semplice
multa. L’indennizzo per la famiglia è stato devoluto ad un’associazione che si
occupa dei diritti dei mapuche, perché non sono certo un po’ di soldi che
riporteranno in vita il ragazzo, ma lo Stato cileno, e questa è la cosa più
grave, ha promosso gli agenti che hanno assassinato il giovane, dice con
amarezza Rayen.
“Prima i colonizzatori erano i conquistadores,
ma oggi si assiste ad una forma di colonizzazione ancora più aberrante, quella
del neoliberismo. Addirittura esiste una legge che permette di comprare i
fiumi”, spiega la poetessa, che definisce l’acqua un diritto umano inalienabile
e fondamentale e denuncia le università cilene per i legami con Syngenta e per
la loro trasformazione in laboratori di formazione per lavorare nelle
multinazionali. Alcuni mesi fa la casa di Rayen è stata distrutta quasi
completamente da un misterioso incendio, una sorta di avvertimento in stile
mafioso alla poetessa dei mapuche. “Il Cile è un paese ricco di risorse, ma
povero di diritti”, conclude Rayen, che ne approfitta per contestare, una volta
di più, la Ley Antiterrorista: “Chi lotta per i propri diritti non è un
terrorista”.
una volta ancora sento i miei
talloni contro il costato di Ronzinante: mi rimetto in cammino con il mio scudo
al braccio.
Sono passati quasi dieci anni da
quando vi scrissi un’altra lettera di commiato. A quanto ricordo, mi lamentavo
di non essere un miglior soldato e un miglior medico.
Nulla è cambiato
essenzialmente, salvo il fatto che sono molto più cosciente, il mio
marxismo si è radicato e depurato. Credo nella lotta armata come unica
soluzione per i popoli che lottano per liberarsi, e sono coerente con
quello che credo. Molti mi diranno avventuriero, e lo sono; soltanto che lo
sono di un tipo differente: di quelli che rischiano la pellaccia per dimostrare
la loro verità.
Può darsi che questa sia l’ultima
volta, la definitiva. Non cerco la morte ma rientra nel calcolo logico delle
probabilità. Se così fosse, eccovi un ultimo abbraccio.
Vi ho molto amato, ma non ho
saputo esprimere il mio affetto; sono, nelle mie azioni, estremamente
drastico e credo che a volte non abbiate capito. Non era facile capirmi,
d’altra parte: credetemi almeno oggi. Ora, una volontà che ho educato con
amore di artista, sosterrà due gambe molli e due polmoni stanchi. Ci
riuscirà.
Ricordatevi, ogni tanto, di questo
piccolo condottiero del secolo XX. Un bacio a Celia, a Roberto, a Juan Martin e
a Pototin, a Beatriz, a tutti. A voi un grande abbraccio difigliol
prodigo e ostinato.
Ernesto
Queridos viejos: Otra vez siento
bajo mis talones el costillar de Rocinante,
vuelvo al camino con mi adarga al brazo.
Hace de esto casi diez
años, les escribí otra carta de
despedida. Según recuerdo, me lamentaba de no ser mejor soldado y mejor médico; lo
segundo ya no me interesa, soldado no soy tan malo.
Nada ha cambiado en
esencia, salvo que soy mucho más
consiente, mi marxismo está enraizado y depurado. Creo en la lucha armada como
única solución para los pueblos que luchan por liberarse y soy consecuente con
mis creencias. Muchos me dirán aventurero, y lo soy, sólo que de un tipo
diferente y de los que ponen el pellejo para demostrar sus verdades.
Puede ser que ésta sea la
definitiva. No lo busco pero
está dentro del cálculo lógico de probabilidades. Si es así, va un último abrazo.
Los he querido mucho, sólo
que no he sabido expresar
mi cariño, soy extremadamente rígido en mis acciones y creo que a veces no me
entendieron. No era fácil entenderme, por otra parte, créanme, solamente, hoy.
Ahora, una voluntad que he pulido con delectación de artista, sostendrá una
piernas fláccidas y unos pulmones cansados. Lo haré.
Acuérdense de vez en
cuando de este pequeño
condotieri del siglo XX. Un beso a Celia, a Roberto, Juan Martín y Patotín, a
Beatriz, a todos. Un gran abrazo de hijo pródigo y recalcitrante para ustedes.
A mis hijos,
Queridos Hildita, Aleidita, Camilo, Celia y Ernesto:
Si alguna vez tienen que leer esta carta, será porque yo no esté entre ustedes.
Casi no se acordarán de mí y los más chiquitos no recordarán nada.
Su padre ha sido un hombre que actúa como piensa y, seguro, ha sido leal a sus
convicciones.
Crezcan como buenos revolucionarios. Estudien mucho para poder dominar la
técnica que permite dominar la naturaleza. Acuérdense que la Revolución es lo
importante y que cada uno de nosotros, solo, no vale nada. Sobre todo, sean
siempre capaces de sentir en lo más hondo cualquier injusticia cometida contra
cualquiera en cualquier parte del mundo. Es la cualidad más linda de un
revolucionario.
Hasta siempre hijitos, espero verlos todavía. Un beso grandote y un gran abrazo
de
mi ricordo
in quest'ora di molte cose, di quando ti conobbi in casa di María Antonia, di
quando mi proponesti di venire con te, di tutta la tensione dei preparativi.
Un giorno vennero a domandarci chi si sarebbe dovuto avvisare in caso di morte,
e la possibilità reale del fatto ci colpì tutti. Più tardi sapemmo che era
vero, che in una rivoluzione si trionfa o si muore (se è vera). Molti compagni
rimasero lungo la strada che portava alla vittoria.
Oggi, tutto ha un tono meno drammatico, perché siamo più maturi, ma il fatto si
ripete. Sento di aver compiuto quella parte del mio dovere che mi legava alla
Rivoluzione cubana nel suo territorio, e mi congedo da te, dai compagni, dal tuo
popolo, che ormai è anche il mio.
Rinuncio formalmente ai miei incarichi nella Direzione del Partito, alla mia
carica di Ministro, al mio grado di Comandante, alla mia condizione di cubano.
Nulla di legale mi vincola a Cuba, soltanto legami di altro genere, che non si
possono rompere come i titoli.
Facendo un bilancio della mia vita passata, credo di aver lavorato con
sufficiente onestà e dedizione a consolidare il trionfo rivoluzionario. Il mio
unico errore di qualche gravità è di non aver avuto maggior fiducia in te fin
dai primi momenti della Sierra Maestra e di non aver compreso con sufficiente
rapidità le tue qualità di capo e di rivoluzionario. Ho vissuto magnifici
giorni e ho provato, al tuo fianco, l'orgoglio di appartenere al nostro popolo
nei giorni luminosi e tristi della Crisi dei Caraibi. Poche volte come in quei
giorni uno statista brillò tanto alto, e così provo orgoglio anche per averti
seguito senza esitazioni, per essermi identificato col tuo modo di pensare e di
vedere e di valutare i pericoli e i principi.
Altre terre del mondo reclamano il contributo dei miei modesti sforzi. Io posso
fare ciò che a te è negato dalla tua responsabilità alla testa di Cuba, ed è
giunta l'ora di separarci.
Si sappia che lo faccio con un misto di allegria e di dolore: lascio, qui, la
parte più pura delle mie speranze di costruttore e i più cari tra gli esseri a
me cari... e lascio un popolo che mi adottò come un suo figlio; ciò lacera una
parte del mio spirito. Sui nuovi campi di battaglia porterò la fede che mi hai
inculcato, lo spirito rivoluzionario del mio popolo, la sensazione di compiere
il più sacro dei doveri: lottare contro l'imperialismo ovunque esso sia; ciò
riconforta e cura largamente qualunque strazio.
Ripeto una volta di più che sollevo Cuba da qualunque responsabilità, salvo da
quella che emana dal suo esempio. Che se la mia ultima ora mi raggiungerà sotto
altri cieli, il mio pensiero andrà a questo popolo e in particolare a te. Che
ti ringrazio per i tuoi insegnamenti e il tuo esempio e che farò in modo di
essere fedele fin nelle conseguenze estreme dei miei atti. Che sono stato
identificato sempre con la politica estera della nostra Rivoluzione, e che
continuo a esserlo. Che, dovunque io starò, sentirò la responsabilità del fatto
di essere un rivoluzionario cubano, e come tale agirò. Che non lascio ai miei
figli e a mia moglie nulla di materiale e che ciò non mi addolora: che così sia
mi rallegra. Che non chiedo nulla per loro poiché lo Stato darà loro quel che
basta per vivere ed educarsi.
Avrei molte cose da dirti, a te e al nostro popolo, ma sento che non sono
necessarie: le parole non possono esprimere quello che io vorrei, e non vale la
pena d'imbrattare carta.
L’incendio di Odessa e la
stampa italiana – Pino Cabras
Vediamo
i lenzuoli sui corpi di decine di persone, nelle videoriprese di Odessa, in
Ucraina. Lì è in atto un pogrom antirusso in pieno XXI secolo, con
lancio di molotov, granate artigianali, assedi, bastonature. Squadre nazistoidi
di Pravy Sektor (“Settore
Destro”), protette e inquadrate anche nel resto del Paese da una giunta
insediatasi dopo aver allontanato con la violenza un presidente eletto
regolarmente, stanno devastando i luoghi di aggregazione sociale e politica –
ossia i partiti, le associazioni, i sindacati – di una parte della popolazione
di Odessa (maggioritaria) identificabile come russa, russofona o filorussa. La
polizia della città sul Mar Nero ha lasciato fare per ore.
Ma
le vergognose testate italiane fanno a gara per sopire e troncare la reale
portata della notizia.
Distinguere
fra un generico incidente e una strage politica: il confine per capire quali tempi
di fuoco si avvicinano passa da qui, dai 38 morti del 2 maggio di Odessa (per
tacere degli altri episodi da guerra civile nel resto di un paese in
bancarotta).
In
materia di guerra la stampa italiana, specie sul web, ci ha già abituati al peggio
negli ultimi anni. Con il dramma dell’Ucraina si è già subito portata ai suoi
peggiori livelli, già raggiunti nel disinformare i lettori sulla guerra in
Libia e poi in Siria. Le pagine web italiote ci farebbero davvero ridere, se
non parlassimo di una tragedia: i 38 filo-russi bruciati in una sede sindacale
dai nazionalisti ucraini di estrema destra sono diventati delle generiche “38 vittime in un incendio”.
«Quasi si trattasse di un incidente e non di un massacro politico», commenta
Daniele Scalea, direttore dell’IsAG, un istituto di studi geopolitici molto
attento alle vicende dell’Europa orientale. Scalea e anche noi ci
domandiamo cosa avrebbero scritto nel 2011 il Corriere della Sera, o la Repubblica, o Il Fatto Quotidiano, se dei miliziani di Gheddafi
avessero assediato decine di manifestanti fino a farli bruciare vivi.
Ecco
come il canale televisivo russo RT riferisce i fatti:
«Almeno
38 attivisti antigovernativi sono morti nell’incendio della Camera del Lavoro
di Odessa a seguito del soffocamento per il fumo o dopo essere saltati dalle
finestre dell’edificio in fiamme, ha riferito il ministro dell’Interno ucraino.
L’edificio è stato dato alle fiamme dai gruppi radicali pro-Kiev.»
Così
invece li racconta il Corriere:
«Trentotto
persone sono morte in un incendio scoppiato nella città ucraina di Odessa e
legato ai disordini tra manifestanti filo russi e sostenitori del governo di
Kiev.»
Così,
genericamente, un incendio “legato ai disordini”…
Ancora,
il pezzo su Repubblica suona così:
«È
di almeno 38 morti anche il bilancio delle vittime degli scontri tra
separatisti e lealisti a Odessa, città portuale ucraina sul Mar Nero. “Uno di
loro è stato colpito da un proiettile”, ha riferito una fonte all’agenzia
Interfax, “mentre per quel che riguarda gli altri non si conosce la causa della
loro morte”. La sede dei sindacati è stata data alle fiamme. Le persone sono
morte nell’incendio. Gli scontri sono violentissimi.» La macabra contabilità si
disperde in un groviglio in cui non si capisce chi fa che cosa, quanti muoiono
in un episodio o in un altro, chi appicca gl’incendi.
L’Unità riesce a fare
peggio di tutti. La salma del giornale di Gramsci scrive infatti che la sede
del sindacato è stata bruciata dai separatisti filo-russi (uno scoop
malauguratamente ignorato in tutto il resto del mondo). A ulteriore
dimostrazione che all’Unità non sanno quel che dicono, aggiungono che
sono stati «abbattuti due elicotteri filorussi, Mosca furiosa», come se la
rivolta avesse una sua aviazione all’opera.
Naturalmente
la notizia era inversa: due elicotteri d’assalto Mi-24 delle forze speciali di
Kiev (che stanno combattendo assieme a contractorsstranieri e milizie naziste), sono stati
abbattuti dalle forze ribelli. Notizia molto preoccupante, se vista nelle sue
implicazioni, possibilmente quelle esatte, della possibile escalation del
conflitto.
Se
puntiamo di nuovo l’attenzione al rogo di Odessa, la conclusione è dunque
chiara: gli organi di informazione nostrani sono reticenti, quando non
falsificano, perché non riferiscono che le vittime sono state tutte di una
parte, né che la causa immediata della loro morte sia stato un incendio doloso
appiccato dalla milizia del partito nazista Pravy Sektor presso la sede di un
sindacato.
Questo
accade nell’Odessa del 2014 e non nella Ferrara del 1921 né nella Stoccarda del
1932. A quel tempo c’erano ancora organi di informazione che raccontavano la
portata reale della catastrofe, prima di esserne travolti.
Non
sappiamo ancora se il veleno della catastrofe politica di questo secolo potrà
essere evitato, data la risolutezza degli apparati atlantisti nel precipitare
nel caos l’Ucraina, paese chiave della sicurezza comune europea.
L’unico
antidoto esistente può funzionare solo se diventa un fenomeno politico e
mediatico di massa: l’antidoto è informarsi e informare, fuori dalla ragnatela
mediatica dominante, far sapere tutto su chi vuole estendere il grande
incendio, ben oltre i palazzi di Odessa.
Più di dieci anni di prove INVALSI più di dieci anni di
scioperi. La punta massima degli scioperi contro le prove dell'INVALSI si è
verificata nel 2015, in virtù dell'onda contro la "buona scuola".
Ogni anno si ripresentano sempre le medesime problematiche, con scuole che
cercano di riorganizzare il servizio, si sospende l'ordinaria attività
didattica, si lavora per un soggetto terzo gli studenti sono soggetti a stress
significativo, ed il tutto per un sistema che è stato fallimentare fin dalla
sua concezione, e che a sua volta, al suo interno, vive continue lamentazioni
di carenze di fondi, di precariato e così via discorrendo. Dieci anni e più di
INVALSI hanno comportato solo una grande situazione di conflitto nelle scuole,
di perdita di tempo se non anche di soldi. Si deve dire grazie ai docenti che
sciopereranno anche per più di un giorno contro queste prove. Grazie perché con
la loro azione si battono per la tutela dei diritti dei lavoratori, visto che
si lavora gratis e per un soggetto terzo, per la difesa della libertà
professionale e d'insegnamento, visto che queste prove determinano e
condizionano fortemente ciò, per la difesa di una scuola critica che non ti
addestri alle risposte preconfezionate e come decise dal sistema, per una
scuola che sappia lavorare con la giusta lentezza e non con le prove a
cronometro,per la scuola dell'inclusione e non dell'esclusione, visto quello
che accade a chi verrà escluso da queste prove, per una scuola che rifiuti la
logica della competizione, del solo saper fare, per una scuola semplicemente
pubblica, che poi altro non è quella della nostra Costituzione. Ecco, a queste
persone, ai nostri lavoratori, alle nostre lavoratrici che sciopereranno si
deve dire semplicemente grazie.