domenica 3 febbraio 2019

ricordo di Bobò




Bobò: il disordine e l’archetipo - Massimo Marino
«Se ne è andato Bobò. Lo straordinario uomo che avevo incontrato 22 anni fa nel manicomio di Aversa sordomuto e analfabeta è morto. Così all’improvviso. Ci mancherai Bobò. Ci mancherai». Così Pippo Delbono ieri sera, venerdì 1 febbraio, dava la dolorosa notizia della scomparsa di Vincenzo Cannavacciulo, rinato a nuova vita col teatro più di vent’anni fa col nome di Bobò e con quello straordinario spettacolo del 1997 che fu Barboni.

Delbono aveva incontrato Bobò nel manicomio di Aversa in un periodo particolarmente nero della sua vita, di malattia e depressione. Andava in cerca di qualcosa che rompesse le mura del teatro e avvicinasse alla vita, allo strazio e alla gioia dei giorni, delle persone. Più tardi l’artista ligure, inventore di un teatro in cui il corpo si fa poesia e la poesia corpo, avrebbe scritto, come ricorda Roberto Giambrone in uno dei numerosi messaggi di cordoglio apparsi sulla pagina facebook di Delbono: «... ho incontrato alcune persone che vivono l’arte non come "mestiere", ma come esperienza fondamentale per la loro stessa sopravvivenza. Per queste persone l’espressione artistica non è un lavoro, una routine, ma una necessità di vita».

La figura di Bobò si può ricostruire per lampi, per immagini. Non parlava, ma esprimeva, raccontava, con i suoi guaiti laceranti simili a tentativi di dare fiato e corpo a una sofferenza intima, simili a esclamazioni di stupore, a esplorazioni della possibilità di una felicità elementale, semplice, antica, diretta, sempre incrinata da una qualche malinconia. Era nato ad Aversa nel 1936; era stato chiuso per moltissimi anni – trenta? quaranta? cinquanta? – in un manicomio con la condanna scritta sulla cartella clinica, «microcefalo», forse solo perché era una di quelle persone che non trovavano collocazione nella società per un handicap o per una differenza. Entrò nella compagnia di Delbono e ne diventò un simbolo, fino a conquistare la prima pagina dei giornali francesi in occasione delle rappresentazioni ad Avignone e delle tournée a Parigi. Nel 2004 Fabienne Darge scriveva su «le Monde» di Urlo, presentato ad Avignone nella mitica cava di Boulbon dove era nato il Mahabharata di Peter Brook: «Abbiamo visto un gran momento di teatro, indimenticabile, che resterà iscritto nel cuore, eternamente. Il più grande forse di questo festival». Il titolo dell’articolo, «Nel villaggio dei sogni un lungo grido venuto da lontano», cercava di ricreare la magia del lamento vagito barrito di Bobò, che la giornalista metteva sullo stesso piano del cesello delle parole del testo operato da Umberto Orsini, l’attore di Visconti, e delle magiche atmosfere musicali create nella notte da Giovanna Marini, la signora della musica popolare e impegnata. Contrasti stilistici, ma soprattutto diverse esperienze di vita, messe in cortocircuito.

Bobò lo ricordiamo fuoriscena, durante i più di vent’anni di carriera teatrale, che lo hanno portato a partecipare da muto protagonista, carico di un’espressività enorme, a tutte le opere create da Delbono. Lo rivediamo con una maglia del Napoli targata Maradona, sempre troppo larga, lui sempre con un tenue sorriso sul viso e un’aria interrogativa di chi sta ancora scoprendo il mondo.
Ma la sua prima immagine è scolpita per sempre in quel Barboni che vedemmo in prima assoluta nell’aprile del 1997 in una rassegna organizzata da Accademia Perduta a Forlì. Raccontavo allora per «l’Unità»: «Il pezzo più forte, senza dubbio, è l’“atto senza parole” con cui Delbono e Bobò danno vita ai due barboni di Aspettando Godot di Beckett, mentre Pepe Robledo legge alcuni passaggi del testo: un fitto dialogo di gesti, di sguardi, di posizioni, nei quali si scorge un rapporto umano e artistico. E poi i due raccontano a gesti il viaggio di Bobò (ora in affidamento alla compagnia). La scoperta delle nuvole, degli animali, dopo decenni di reclusione tra le mura di un ospedale psichiatrico».
C’erano state anche polemiche, con l’accusa, da parte di Sergio Piro di Psichiatria Democratica, di andare a “piluccare” pazienti nei manicomi, generando «attese che non si realizzeranno mai». Il regista aveva risposto: «Ho conosciuto Bobò durante un seminario nell’ex manicomio. Lavoravo con attori di un gruppo locale. L’ho invitato a salire sul palco: aveva una presenza, una precisione, una verità straordinarie. Era quello che per me dovrebbe essere un artista». E poi lo aveva adottato, facendone un suo doppio, un suo padre, un suo figlio, un suo compagno d’arte che negli spettacoli incideva un segno unico.

Bobò è il nostro teatro, quello che abbiamo attraversato in ribellione ai velluti agli stucchi e ai testi che celebrano il mondo così come è. È lo sguardo dove non bisognerebbe guardare, secondo certuni, e dove invece è necessario spingersi, anche solo per ritrovare la nostra dimidiata umanità. Bobò è il silenzio e la voce oltre il linguaggio articolato, è la forza del corpo, è un antico Pulcinella tornato a rovistare l’inquietudine e la speranza di felicità. Bobò, con i suoi capelli spiritati, il suo naso campano ad uncino, gli occhi piccoli e il sorriso trattenuto e disarmante, con l’espressione intenta, con la tromba che in Barboni amplificava i suoi gridi-vagiti come un distillare di lacrime dell’anima, Bobò è il teatro di poesia, quello che scardina l’ordine del discorso, della prosa, e si insinua potente a rivelare qualcosa d’altro, di misterioso. Bobò, in fondo a tutto, è La possibilità della gioia, come recita il titolo del bel libro che Gianni Manzella ha dedicato alla straordinaria compagnia di Pippo Delbono, intessuta di diversità in efflorescenza intorno a loro due, il figlio-padre, e il padre figlio e antenato, il disordine e l’archetipo.

Potrei riempire pagine e pagine citando spettacoli, riportando cronache, immagini. Chiudo con brani da una mia cronaca di La gioia, l’ultimo spettacolo di Pippo Delbono, che da oggi gira senza Bobò:  «C’è il circo e ci sono i fiori. Clown metafisici, balli e cento barchette di carta. C’è una gabbia, simile a quella che ogni tanto chiude corpi o cervelli, e c’è il ricordo di uno sciamano che attraverso la follia libera anime. Lampeggiano parate felliniane e malinconie di tango, grida strozzate (“Dov’è la gioia? Dov’è?”) in mezzo al pubblico e pezzi di teatro indimenticabili, come quando lui, il protagonista, Pippo Delbono, dopo aver riempito la scena con le sue parole e con figure di attori che sembrano sue proiezioni, va a prendere dalle quinte l’omino sordomuto. Caracolla, Bobò, incerto, e Pippo lo porta a sedere tra le barchette sistemate da un ragazzo afghano che il mare terribile lo ha attraversato davvero. “Bobò da 21 anni è con noi. Ha passato 47 anni in manicomio, dove entrò a 13 anni. Ora ne ha 81”, spiega il demiurgo. E poi i due, con semplici gesti, efficaci, scolpiti, doppiano un dialogo di Aspettando Godot di Beckett, una sospensione, un infinito tempo intimo dell’emozione».

Non ci si vorrebbe staccare dalle memorie di questo piccolo grande uomo dal passo caracollante. E allora affidiamo la conclusione di questo costernato ricordo a una pagina di Racconti di giugno, una narrazione autobiografica per il teatro di Delbono, pubblicato nel 2008 da Garzanti:

«Bobò quando si mette il vestito di qualcun altro, diventa quella persona lì. Per esempio una volta si è vestito da regina Elisabetta e sembrava davvero la regina Elisabetta. In Palestina il giorno prima dell’incontro con Arafat si era messo la kefiah, e sembrava proprio Arafat. E così quel giorno per alleggerire un po’ la situazione ho chiesto ad Arafat se voleva fare una foto insieme a Bobò con la kefiah che si era messo il giorno prima, che un po’ mi sembrava che si assomigliassero. Quest’ultima cosa però gli attenti assistenti di Arafat, che parlavano bene italiano, non gliel’hanno tradotta, perché – mi hanno spiegato – non potevo dire al presidente che assomigliava a un uomo che era stato per cinquant’anni in manicomio.
Poi hanno fatto la foto Bobò e Arafat. C’era Bobò al centro con la kefiah che guardava l’orizzonte, e Arafat vicino con la testa un po’ piegata, più dubbioso, che guardava Bobò.
E sembrava più Arafat Bobò di Arafat stesso. Poi questa foto è apparsa sui giornali italiani e molti teatri l’hanno esposta con scritto: “Sarà Bobò che ci salverà dalla guerra?”».

Riportare i migranti in Libia è un favore ai trafficanti - Annalisa Camilli



Spesso a sproposito si cita l’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (Unhcr) – l’agenzia dell’Onu che si occupa di tutelare i diritti dei profughi – per affermare che i centri di detenzione libici non sono poi così disumani.
Il ministro dell’interno italiano Matteo Salvini nel giugno 2018 aveva detto che quella delle torture in Libia è solo “una retorica” e aveva assicurato di aver visitato un centro di accoglienza “all’avanguardia” monitorato dall’Onu. Ma in questi giorni l’Unhcr ha ribadito di avere un accesso limitato ai centri di detenzione libici e in un nuovo rapporto “Viaggi disperati” ha inoltre spiegato che riportare indietro i migranti significa di fatto accettare che finiscano di nuovo nelle mani dei loro aguzzini.
I migranti riportati in Libia, dopo lo sbarco sono trasferiti nei centri governativi dove hanno accesso limitato ad acqua, cibo e servizi igienici. In queste strutture spesso si ammalano e muoiono anche per semplici infezioni e il rischio di epidemie è molto alto, dichiara l’Onu. Ma non solo, dopo qualche mese passato nei centri gestiti dal governo i migranti tornano nelle mani dei trafficanti di esseri umani, in una specie di gioco dell’oca che sembra infinito. Mentre in passato i trafficanti guadagnavano grazie alle partenze dei migranti, ora guadagnano grazie alla loro detenzione attraverso le estorsioni alle famiglie e la loro compravendita.
Partenze ininterrotte
Nonostante gli accordi tra Roma e Tripoli firmati dal governo Gentiloni nel febbraio del 2017 abbiano determinato una netta diminuzione degli arrivi di migranti sulle coste italiane, le partenze di imbarcazioni dalle coste libiche non si sono fermate. Anche le politiche di deterrenza totale praticate dall’attuale governo con la chiusura dei porti a partire dalla seconda metà del 2018, non hanno interrotto le partenze.
Quello che si è modificato in maniera allarmante è il tasso di mortalità: da quando i porti sono chiusi (le navi delle ong sono state allontanate e l’attività di ricerca e soccorso si è ridotta) il tasso di mortalità lungo la rotta del Mediterraneo centrale è raddoppiato. Ogni giorno nel Mediterraneo muoiono sei persone, e se nel 2017 ha perso la vita una persona ogni 38, nel 2018 è morta una persona ogni 14. Contro ogni convenzione internazionale che impone di portare i migranti soccorsi in mare nel porto sicuro più vicino, l’85 per cento delle persone che sono partite dalla Libia è stato riportato nel paese nordafricano che non ha sottoscritto la Convenzione di Ginevra del 1951 e che dal 2011 è nel caos, diviso da almeno due governi e decine di bande armate che se ne contendono il controllo.
La proclamazione di una zona di ricerca e soccorso libica (Sar libica) nel giugno del 2018 ha causato ulteriore confusione: le autorità marittime internazionali (Imo) hanno affidato alla guardia costiera libica il coordinamento dei soccorsi in mare in una vasta area di acque internazionali davanti alle coste libiche. Ma la Libia a tutti gli effetti non è considerata un porto sicuro in cui far sbarcare le persone che sono state soccorse, quindi anche se è la guardia costiera libica che coordina i soccorsi in quel tratto di mare qualunque imbarcazione segua l’indicazione di riportare i migranti indietro compie una violazione dei trattati internazionali. È recentemente successo nel caso del cargo Lady Sham coinvolto in un soccorso a largo di Misurata il 21 gennaio.
In quell’occasione il ministro delle infrastrutture Danilo Toninelli è stato smentito proprio dalla portavoce dell’Unhcr, Carlotta Sami, che su Twitter ha chiarito: “Non esiste alcun centro di raccolta gestito dall’Unhcr. Chi viene riportato in Libia va nei centri di detenzione cui abbiamo accesso limitato. Il ritorno di persone da acque internazionali verso la Libia è contro il diritto internazionale. Non c’è alcun porto sicuro in Libia a oggi”.

sabato 2 febbraio 2019

Nave del governo nel Mediterraneo - Luciano Bertozzi



La nave della Marina militare Carlo Margottini è partita da La Spezia per una crociera in Medioriente e nel mare arabico e sarà anche una vetrina dell’industria della difesa italiana.
La crociera rappresenta, infatti, si legge nel sito della Marina «un’importante occasione per promuovere in modo integrato il “Sistema Paese”, affiancando e supportando le attività di importanti rappresentanti dell’industria nazionale per la difesa come Fincantieri, Leonardo, MBDA ed Elettronica, la cui collaborazione con la Marina militare e la difesa ha reso possibile la stessa campagna».
La nave parteciperà anche alla fiera delle armi che si svolgerà ad Abu Dhabi (IDEX 2019) dal 17 al 21 febbraio e ciò «dimostra l’attenzione della Marina militare – sempre secondo il sito della Marina – verso gli sviluppi tecnologici e il ruolo che ricopre nelle collaborazioni con l’industria nazionale nella progettazione e realizzazione di piattaforme e sistemi avanzati quali le unità della classe FREMM».
La nave si recherà anche a Damman, in Arabia Saudita e a Kuwait City in Kuwait. Il viaggio interessa paesi che sono fra i principali acquirenti di armi dell’Italia, ma sono anche paesi coinvolti nella guerra nello Yemen che ha prodotto immani lutti e rovine, dove l’Arabia Saudita ha anche utilizzato bombe prodotte in Sardegna. Evidentemente il governo “del cambiamento” pensa in questo modo di rilanciare il paese scegliendo di non utilizzare la leva degli aiuti militari per imporre il rispetto di quei diritti umani che, soprattutto in Arabia Saudita, sono inesistenti. Anche con l’esecutivo gialloverde sembra siano le grandi aziende statali delle armi e dell’energia a guidare la politica estera italiana; neanche il truce omicidio dell’oppositore al regno saudita Khashoggi ha indotto a condannare quel regime. Del resto, alla fine del 2018 si è svolta un’analoga missione dell’Aeronautica militare in Kuwait, Bahrein e Qatar. «Il tour – si legge nel sito dell’Aeronautica – organizzato in collaborazione con Leonardo Spa, si pone a coronamento di programmi di cooperazione internazionale rivolti in particolare al settore dell’addestramento e della formazione, che la Difesa e l’Aeronautica Militare hanno da tempo avviato con tali paesi».
Non è accettabile che le Forze armate, di fatto, siano al servizio degli interessi commerciali dell’industria della difesa italiana, in particolare di Leonardo (ex Finmeccanica) e Fincantieri, nel promuoverne l’export, tanto più che la normativa vigente vieta le vendite ai paesi belligeranti. Tuttavia nel 2016 e 2017 le vendite di armi all’Arabia Saudita sono state pari, secondo i dati ufficiali governativi, a 427 milioni di euro nel 2016 e a 52 milioni nel 2017; agli Emirati Arabi Uniti nel 2016 le vendite sono state 59 milioni e l’anno successivo 29 milioni; al Kuwait, grazie alla vendita di 28 aerei Eurofighter, ben 7,7 miliardi di euro nel 2016 e 2,9 miliardi di euro nel 2017. Le due citate aziende, peraltro a partecipazione pubblica, erano presenti alla fiera delle armi del Cairo di fine 2018, nonostante l’assassinio di Giulio Regeni.
È da ricordare come i “pentastellati” dall’opposizione fossero contrari al commercio delle armi verso questi paesi, ma ora che sono al governo pare aver cambiato rotta.
Da ricordare come lo stesso parlamento europeo si sia espresso per porre fine alle vendite di armi all’Arabia Saudita.

Fonte: Nigrizia


La Nato che militarizza i Balcani, Ue ruota di scorta, Putin a Belgrado - Ennio Remondino




Putin a Belgrado: «La Russia non lascerà i Balcani alla Nato». L’ovvio politico strategico che sfugge alla politichetta in vigilia elettorale tra europeisti e non, e giornalettismo fai da te delle militanze politiche via web. Eppure i fatti, a volerli leggere, sono evidenti. O a saperli leggere?

Quelli che in Europa con lo ‘sconto’ Nato
La Nato come ormai consuetudine e vizio, sempre prima della Unione Europea. Forzatura pessima a rischio mortale per noi, già avvenuta con l’arruolamento Nato sul fronte dell’ex patto di Varsavia che ha concesso ‘sconti’ di ammissione all’Unione europea a Paesi a cui mancano numerosi requisiti base. E adesso si vede! Anzi, si paga, con loro, gli ‘Europeisti-Nato’, alla testa di vari movimenti nazional popular sovranisti contro l’Europa che li aveva promossi benché asini. Vogliono cambiare l’Unione, forse ad asimmetria diffusa? Ma non è questa l’eventuale polemiche che oggi ci interessa. Nella parte da sempre più lacerata e critica del continente, i Balcani, stanno accadendo fatti di rilevanza strategica assoluta, ma nessun governo o coalizione politica di antica democrazia in Europa (e nel mondo) sembra volersene accorgere. O ignoranti e incapaci, o pazzi.

Gli arruolamenti Nato prossima la Macedonia
I Balcani verso una omogeneizzazione militare visto che quella politica te la sogni. Imminente arruolamento della Macedonia a completare lo schieramento sud e ad integrazione della ‘base privata Usa’ che è di fatto il Kosovo. Completato dell’asse Adriatico, col microscopico ma strategico Montenegro a fare da ponte tra Albania e Croazia, resta qualche ‘fastidio atlantico’ in Bosnia, con quella ‘Srpska Republica’ di Banja Luka, in rottura eterna con Sarajevo. Poi, ovviamente la Serbia. La Serbia di Milosevic se vuoi diffamare gratis. La Serbia che ha liberato da sola gran parte della Jugoslavia dai nazisti, se vuoi onorare la storia. E Belgrado che, sfugge alla memoria dei più, conserva la cultura di ex capitale di una grande scommessa politica internazionale: la allora Jugoslavia socialista che litigava con Mosca, e l’essere stato Paese leader nell’altra splendida utopia dei ‘Paesi Non allineati’ tra le due superpotenze in guerra fredda, con personalità come Tito, Nehru, Sukarno e Nasser.

Il bagno di folla di Putin giovedì sera a Belgrado
Alla manifestazione in onore Vladimir Putin che ha riempito le vie del centro della capitale serba, lungo la Knez Mihailova, stime ufficiali ma anche stampa indipendente, avrebbero partecipato almeno 120mila persone. L’opposizione accusa il governo di aver pagato 13 euro per ogni dimostrante, 1500 dinari. Organizzazione probabile ma senza troppi troppi soldi, e non erano tutti orfani di Milosevic giovedì in piazza. Carattere popolare della manifestazione, anche a dimostrazione del legame plurisecolare cultural-religioso tra i due paesi slavi. «Non vi lasceremo soli» ha gridat il presidente russo alla folla. Non vi lasceremo soli rispetto alle burocrazie euro-bruxelliane sul fronte economico e alle prepotenze americano kosovare sul fronte sicurezza, a partire da quell’esercito kosovano che tutti, Onu garante, giuravano che mai sarebbe stato autorizzato. Ora i giuda lasciano fare, in attesa di poter dire che la futura ammissione kosovaro albanese nella Nato sarà soltanto per tenerli meglio sotto controllo.

Risoluzione 1244 Onu e le bombe del 1999
«La Russia condivide le preoccupazioni della leadership serba e dei suoi cittadini secondo cui le azioni irresponsabili della leadership del Kosovo possono portare a una nuova destabilizzazione nei Balcani», dice Putin che incassa applausi e assieme manda messaggi alla cancelleria occidentali. Non solo fratellanza slava ma anche affari, una serie di contratti militari multimiliardari con la Russia per garantire la sua sicurezza nella regione. La Nato ovviamente non gradisce. La nuova dirigenza serba, ribadisce la sua neutralità militare, mentre un ministro ricorda al mondo che il contingente Kfor a targa Nato dovrebbe rimanere l’unica forza armata nella autoproclamata repubblica kosovara. Nato-Usa col naso da Pinocchio e coda di paglia, e prossima ritorsione Ue come gioco di sponda: ‘o noi o Mosca’ rispetto alla domanda serba di ammissione all’Ue alternativa alla partnership con Mosca. Putin ha preferito la concretezza dei soldi, contratti per 230 milioni di euro L’ipotesi di allungare il gasdotto ‘Turkish stream’ fino a Belgrado per il totale fabbisogno del paese. E la firma di un accordo di libero scambio con l’Unione eurasiatica, la piccola Ue dell’est.

BENVENUTI AL CIRCO PALESTINA – Gideon Levy




Benvenuti a tutti al Gaza Circus, lo spettacolo più eccitante di qualsiasi cosa abbiate mai visto! Il palco è un’enorme gabbia, chiusa da sbarre di ferro e da barriere di cemento posizionate sia sopra che sotto terra, con navi da guerra posizionate nelle vicinanze.. È la più grande prigione della Storia, il più grande spettacolo della Storia, l’esperimento più lungo e più esteso condotto su esseri umani. Più di 12 anni, 2 milioni di persone e una gabbia.
I domatori entrano in pista, frusta in mano. Whoosh fanno le fruste, whoosh, whoosh, il sibilo echeggia nell’aria: ecco l’addestratore principale, l’Israeliano e i suoi due assistenti, il Qatariota e l’Egiziano. Brandiscono le fruste e tengono alcune ossa da lanciare. Fanno schioccare le fruste e occasionalmente agitano un osso. L’animale guarda i suoi domatori con occhi bramosi. È quasi morto di fame.
Poi, improvvisamente, la trama cambia. Le fruste sibilano e l’osso sta per essere lanciato, ma l’animale addomesticato non si muove. Non è più disposto a eseguire la sua danza della morte. Il pubblico reagisce con fischi e gli addestratori non sanno cosa fare, mentre l’animale rimane immobile. Quindi l’allenatore lancia un altro osso. L’animale. riluttante, si arrende, la folla tira un sospiro di sollievo.
Presentazione del Circo di Palestina. Israele, Egitto e Qatar, i produttori, sono orgogliosi di presentare uno spettacolo mai visto prima: l’addomesticamento di Gaza, l’addomesticamento di Hamas
E poi lo spettacolo finisce e ci sono lunghe file fuori dagli uffici postali. L’animale si è comportato bene così da avere ottenuto un osso. Cento dollari per famiglia, 94.000 famiglie in fila. Provate ad immaginare. Ore di attesa, di spinte, di urla e di umiliazione per 100 dollari al mese per famiglia. Il circo di Gaza.
Negli anni ‘90 vidi il primo spettacolo del Gaza Circus, un vero circo,. Una dozzina di addestratori e clown uzbeki stipati in un vecchio furgone con un orso ammaestrato mezzo morto e pochi altri animali. Stavano andando alla tenda del circo montata sulle rovine di Ansar 2, il centro di detenzione israeliano. Fu uno degli spettacoli più tristi che avessi mai visto, ma l’attuale circo è ovviamente molto più straziante.
Hamas merita una buona parola per avere tentato, nel fine settimana, di porre fine a questo circo infestato dalle pulci. Ma non ha avuto la forza di mantenere la sfida. Lo spettacolo rivoltante avrebbe dovuto finire, ma l’animale non aveva i mezzi per sconfiggere i suoi domatori, era troppo sopraffatto dalla fame, e ciò è comprensibile. Così ancora una volta l’osso della redenzione è stato trovato.
Gaza non si è comportata correttamente però, non ha mangiato a bocca chiusa, quindi i suoi addestratori hanno deciso di non gettarle l’osso per due settimane. Un soldato israeliano è stato leggermente ferito da colpi di arma da fuoco, quindi il denaro del Qatar è stato sospeso.
Un altro schiocco di frusta. Ai soldati israeliani è permesso sparare indiscriminatamente contro i manifestanti, ma ai manifestanti è ovviamente vietato sparare. Immaginate cosa succederebbe se Israele non si comportasse bene, se gli aiuti americani venissero sospesi ogni volta che un soldato israeliano spara a un Palestinese. Ma ci si può unire contro Gaza, perché è permesso.
Fortunatamente, il capo domatore è alle prese con una campagna elettorale; non ha pazienza per Gaza. Quindi, solo dopo che l’appetito della sua base è stato soddisfatto è possibile lanciare un altro osso – dopo che il sadismo e la sete di sangue di Israele sono stati nutriti di un’altra gioiosa razione nel vedere Gaza torturata.
Gaza avrebbe dovuto dire no all’osso. Ma Gaza non può permettersi di rifiutare alcun osso. Sta per morire. I Qatarioti meritano elogi e ammirazione per i loro sforzi nel volerla salvare, ma ciò che stanno fornendo non è abbastanza. Milioni di dollari sono solo un osso. Mantengono tranquilla Gaza. Ma Gaza non dovrebbe rimanere in silenzio sul continuo crimine che vi è commesso.
Gli Israeliani amano vedere Gaza soffrire. Ricordatevi quando  gli Israeliani affollarono le colline di Sderot per gioire davanti al bombardamento di Gaza. Ricordatevi i video di Benny Gantz. Ricordatevi del Gaza Circus.
Tutto ciò dovrebbe rendere difficile a noi tutti dormire la notte.

(Trad: Grazia Parolari “contro ogni specismo, contro ogni schiavitù” Invictapalestina.org
Fonte:https://www.haaretz.com/opinion/.premium-welcome-to-the-palestine-circus-1.6874241?fbclid=IwAR0XlRIlOiDOudRJkOOSmzkixJ9UmMBmnN1fYlus4RDtDPWRp2-2kf4gbko)


venerdì 1 febbraio 2019

Legge anti-BDS negli Stati Uniti : per Israele, il terreno sta franando - Ben White


Nel contesto della chiusura del governo federale attualmente in corso, negli Stati Uniti la battaglia sugli sforzi volti a sopprimere la campagna di Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni (BDS) è diventata una delle principali notizie. Giovedì scorso, il Senato ha fallito  per la seconda volta nel presentare una proposta di legge che includeva la legge “Lotta contro il BDS” che fornisce copertura agli Stati che penalizzano le imprese e le persone che partecipano al boicottaggio contro Israele e gli insediamenti israeliani nei Territori palestinesi Occupati.

I principali ostacoli
Nonostante  i Democratici si  rifiutino di appoggiare qualsiasi progetto di legge  prima che la chiusura federale sia risolta, è previsto un terzo tentativo per far avanzare la legislazione anti-BDS. Il senatore democratico Bob Menendez ha detto che il disegno di legge “tornerà e avrà un sostegno bipartisan molto forte”.
Nonostante l’opposizione, la legge anti-BDS potrebbe, alla fine, diventare legge. Ma quei gruppi pro-Israele come l’AIPAC, che hanno spinto e sostenuto tale iniziativa, hanno dovuto affrontare – e continueranno ad affrontare – tre ostacoli significativi nei loro sforzi per far ignorare i diritti umani palestinesi .
Ma quei gruppi pro-Israele come l’AIPAC, che hanno spinto e sostenuto tale iniziativa, hanno dovuto affrontare – e continueranno ad affrontare – tre ostacoli significativi nei loro sforzi per far ignorare i diritti umani palestinesi .
Il primo è l’impegno culturale e costituzionale per la libertà di parola negli Stati Uniti. Tale è la forza di questo impegno che anche alcuni appassionati oppositori del BDS sono apertamente contrari alla criminalizzazione della campagna di boicottaggio.
Un elemento significativo nell’opposizione  al disegno di legge è arrivato dall’American Civil Liberties Union (ACLU), l’organizzazione di veterani che ha denunciato ciò che ha definito “una misura intesa a sopprimere la libertà di espressione politica “.
Mentre l’ACLU ha ripetutamente affermato  di non assumere “nessuna posizione sul boicottaggio israeliano, sul movimento BDS o sul conflitto israelo-palestinese”, ha però sostenuto che “gli Stati non dovrebbero essere imprese sanzionatorie, ciò sulla base del Primo Emendamento – che protegge  la libertà di espressione e di associazione” .

L’attivismo palestinese
Quando lo sponsor, il senatore Marco Rubio, ha difeso la proposta di legge respingendo le accuse sulla negazione della libertà di espressione, è stato come se avesse invitato il pubblico a far finta di non conoscerla Costituzione.. Un secondo ostacolo per coloro che cercano di criminalizzare il BDS è il fatto che negli Stati Uniti il boicottaggio come forma di protesta popolare e mobilitazione della società civile ha una lunga tradizione e una lunga storia.
Come ha scritto l’ACLU: “I boicottaggi politici, compresi i boicottaggi di Paesi stranieri, hanno giocato un ruolo fondamentale nella storia di questa nazione – dal boicottaggio dei beni britannici durante la Rivoluzione Americana al boicottaggio degli autobus di Montgomery alla campagna di disinvestimento dal Sud Africa dell’apartheid. ”
 Nel mirare al BDS, i gruppi filo-israeliani devono dimostrare che i Palestinesi non sono degni degli stessi diritti umani degli altri popoli.
Amjad Iraqi, scrivendo sulla rivista London Review of Books lo scorso luglio, ha citato una tradizione ancora più ampia che include “il boicottaggio del movimento Swadeshi  contro i beni britannici in India”, “il boicottaggio economico contro la Germania nazista” da parte di organizzazioni ebraiche europee e americane negli anni ’30, e il Delano Grape Strike in California negli anni ’60 “.
Iraqi ha correttamente evidenziato come “Israele insiste sul fatto che la causa palestinese non può essere inclusa nella storia del boicottaggio”. Ciò significa che Israele e i gruppi pro-Israele devono sostenere che il BDS è “diverso” – un compito reso più difficile da un terzo ostacolo alla repressione anti-BDS: l’attivismo palestinese.
Nel prendere di mira il BDS, i gruppi filo-israeliani devono dimostrare che i Palestinesi non sono degni degli stessi diritti umani degli altri popoli e, in parallelo, che Israele non ha l’obbligo di adeguarsi agli standard di altri Paesi , compresi quelli sottoposti a sanzioni da parte del Congresso.
In passato la disumanizzazione dei Palestinesi era sempre stata molto facile, ed è ancora fin troppo comune, ma decenni di radicato attivismo da parte dei Palestinesi americani e dei loro alleati stanno dando i loro frutti, con il sostegno ai Palestinesi sempre più espresso negli spazi mainstream dei media, della cultura e della politica.

Cedimento del terreno
Come descrivo nel mio libro, “Cracks in the Wall: Beyond Apartheid in Palestina / Israele” , un risultato di questi cambiamenti è la polarizzazione tra gli elettori repubblicani e democratici su Israele e sui Palestinesi, con liberali e progressisti sempre più alienati da Israele.
Questi cambiamenti non sono limitati alla sola  base. Come ha riferito il New York Times  dopo le elezioni di Mid Term, i neoeletti rappresentanti Alexandria Ocasio-Cortez, Ilhan Omar e Rashida Tlaib hanno tutti “osato violare quella che è stata un’ortodossia quasi inviolabile in entrambi i partiti”, vale a dire “il forte supporto per Israele “.
“Presentandosi con piattaforme che enfatizzavano la discriminazione contro i gruppi emarginati”, ha aggiunto il giornale, “i candidati hanno introdotto la questione palestinese come un impegno più ampio verso la giustizia sociale”.
Scrivendo sul quotidiano israeliano Haaretz la scorsa settimana, il corrispondente Amir Tibon ha evidenziato la “sfida” che “diplomatici e gruppi israeliani come l’AIPAC”  devono affrontare nell’attuale contesto politico con – “la crescente ala progressista all’interno del Partito Democratico che è molto critica nei confronti di Israele e che ora include due membri della Camera dei Rappresentanti che sostengono apertamente il BDS “.
Questo non vuol dire negare le considerevoli energie messe in atto nel combattere il movimento BDS sia a livello statale che federale – per non parlare della repressione e della censura vissuta dagli studenti e dai docenti nelle università. E, lo ribadisco, questo ultimo sforzo legislativo potrebbe persino essere approvato.
Ma gli ostacoli incontrati da coloro che guidano la lotta legislativa contro il BDS negli Stati Uniti sono la prova che per Israele, a lungo abituato a fare a modo suo, il terreno sta franando..

Ben White è l’autore del libro “ Israeli Apartheid: A Beginner’s Guide and Palestinians in Israel: Segregation, Discrimination and Democracy”. Scrive per Middle East Monitor e i suoi articoli sono stati pubblicati da Al Jazeera, al-Araby, Huffington Post, Electronic Intifada, The Guardian’s Comment is Free e altro.
Le opinioni espresse in questo articolo appartengono all’autore e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Middle East Eye.

(Trad: Grazia Parolari “contro ogni specismo, contro ogni schiavitù” – Invictapalestina.org
Fonte: https://www.middleeasteye.net/columns/anti-bds-bill-israel-terrain-shifting-unfavourably-357600472?fbclid=IwAR1ta-j7BTc9p3uL9k7dPoJoQg5GaU38qNzhgLSGhapf3dkiSmQ6M05No8w)

Le grandi opere e la trappola del debito - Marco Bersani


Il prossimo 23 marzo si terrà a Roma un’importante manifestazione nazionale “contro le grandi opere inutili e per la giustizia ambientale”. Si tratta di un importante appuntamento per tutte le realtà che, in ogni angolo del paese, sono in lotta per un altro modello di società, che parta dal riconoscimento dei beni comuni e della democrazia partecipativa. Una necessità ancor più impellente, vista la realtà del cambiamento climatico in atto e l’incapacità delle elite politiche e dei governi di prenderne atto, invertendo la rotta.
In tema di grandi opere, c’è un aspetto che non viene sufficientemente sottolineato: la loro funzione di alimentazione della trappola del debito. È infatti significativo come l’alto debito pubblico, agitato dai governi ogni volta che si tratti di fermare una rivendicazione di lavoro, reddito e servizi, sia invece completamente rimosso quando si parla di grandi opere.
Qual è infatti il meccanismo finanziario che sottende la realizzazione delle grandi opere? La famosa finanza di progetto, basata sul partenariato pubblico-privato. Partendo dal fatto che gli enti pubblici non possono investire perché i vincoli di bilancio non lo  permettono, si affida la concessione ad una società di diritto privato con capitale interamente pubblico, la quale affida l’esecuzione dell’opera ad un contraente generale (il privato) che elabora il progetto esecutivo e conduce a termine i lavori. In questo schema, i cosiddetti investimenti del privato possono contare sulla totale garanzia del “pubblico”, senza la quale gli imprenditori non potrebbero rientrare dei loro investimenti e gli istituti bancari non concederebbero i finanziamenti.
Alla fine il privato viene retribuito e l’opera ritorna alla società iniziale a cui spetta il compito di recuperare i soldi che le banche hanno prestato, attraverso gli utili che derivano dalla gestione del servizio, e, se questi sono insufficienti, tale debito diventa debito pubblico, perché a garantirlo è il socio pubblico della società di diritto privato.
Il ‘project financing’ è di conseguenza un sistema di garanzie pubbliche e di utili privati; un sistema a debito, in cui la leva finanziaria è totalmente in capo al settore pubblico, che, mascherato da società di diritto privato, è costretto a restituirlo alle banche a tassi d’interesse molto maggiori di quelli che pagherebbe in quanto ente.
Debito non conteggiato in bilancio oggi, perché contratto da un soggetto di diritto privato, ma che sul bilancio pubblico si scaricherà quando dovrà essere ripagato. Un cifra che, secondo l’Osservatorio nazionale dei contratti pubblici, ammonterà a oltre 200 miliardi di euro.
Lo schema perverso della finanza di progetto comporta l’interesse del contraente privato alla moltiplicazione dei costi, come infatti avviene in ogni infrastruttura sinora realizzata. Lungi dall’essere opere strategiche per rompere l’isolamento dei territori (?) o per far crescere l’economia (?), la spinta nei confronti delle grandi opere viene dal grande capitale finanziario, che ha bisogno del gigantismo infrastrutturale per garantirsi flussi continui di denaro (pubblico) dal quale estrarre valore finanziario (privato).
Al termine del ciclo, le comunità territoriali coinvolte ne pagheranno i costi sociali e ambientali, mentre l’intera collettività sconterà un ulteriore depauperamento di risorse e il rafforzamento della trappola del debito per mettere il silenziatore ad ogni nuova rivendicazione sociale. Forse, quando il fantasioso ministro Toninelli parla di analisi costi-benefici, dovrebbe precisare meglio a favore di chi siano i secondi e a carico di chi siano i primi.

Dalla Siria al Venezuela - Raúl Zibechi


Quando Donald Trump ha deciso di ritirare le truppe dalla Siria, nel dicembre scorso, lo ha fatto perché aveva già deciso di aprire un nuovo fronte. Quel fronte, oggi lo sappiamo senza il minimo dubbio, è l’América Latina. Malgrado la prima trincea sia il Venezuela, il piano del Pentagono vuole affermare il controllo in tutto il cortile di casa, proprio quando il suo dominio geopolitico globale attraversa una crisi senza precedenti.
Gli Stati Uniti non sono, in effetti, in condizioni di affrontare guerre in Asia.Non solo contro la Cina, ma nemmeno contro il regime della Corea del Nord, una dittatura orrenda con la quale stanno negoziando da oltre un anno.
Non possono neanche tenere in piedi un intervento militare in Medio Oriente, essendo stati messi sulla difensiva dallo spiegamento militare della Russia e dell’Iran. La strepitosa sconfitta che hanno raccolto coloro che avevano sostenuto la caduta di Bashar al Asad, attraverso l’intervento neocoloniale della Francia e dell’Inghilterra unito a quello del Pentagono, sarà una lezione difficile da dimenticare per quei generali.
Perché l’América Latina? Nel continente si gioca il dominio globale di una superpotenza che non può però già più essere la stessa, quella che disponeva i pezzi sulla scacchiera globale, come è avvenuto fin dal 1945. Cominciare dal Venezuela vuol dire farlo dall’anello più debole, suppongono gli strateghi di Washington. Il regime conta solo sull’appoggio di una parte della popolazione, probabilmente un terzo del totale, e di una parte delle forze armate impossibile da quantificare.
In Venezuela, inoltre, le elezioni sono state illegittime, appena un pretesto per tenere in piedi la facciata di una democrazia inesistente. Niente di diverso da quel che succede in Honduras o Guatemala, per esempio. Il tema democratico è solo polvere che copre pesanti ragioni geopolitiche. Il controllo della principale riserva petrolifera del mondo, ma soprattutto quello dei Caraibi, sono i due argomenti essenziali che gli Stati Uniti non sono disposti a discutere.
Nicholas Spykman, il principale stratega Usa del XX secolo, autore di due libri in cui definisce la strategia per la regione: America’s Strategy in World Politics, pubblicato nel 1942, e The Geography of the Peace, uscito un anno dopo la sua morte, nel 1944, divide l’América Latina in due regioni. Nella prima include il Messico, il Centroamerica e i Caraibi, e la Colombia e il Venezuela. Nell’altra tutto quello che c’è più a Sud.
Le tesi di Spykman descrivono la prima come “una zona in cui la supremazia degli Stati Uniti non può essere messa in discussione”, si tratta di un “mare chiuso le cui chiavi appartengono agli Usa, cosa che significa che Messico, Colombia e Venezuela rimarranno sempre in una posizione di assoluta dipendenza dagli Stati Uniti“.
In Sudamérica, prosegue lo stratega, qualsiasi minaccia all’egemonia statunitense verrà da da “A B C” (Argentina, Brasile e Cile). Spykman credeva che quei grandi Stati “situati fuori dalla nostra zona immediata di supremazia possano tentare di “controbilanciare il nostro potere attraverso un’azione comune o mediante l’uso di influenze esterne all’emisfero”. Se questo dovesse avvenire, scrive in America’s Strategy in World Politics, “bisognerà rispondere con la guerra”.
Il docente brasiliano di scienze politiche José Luis Fiori ha scritto una volta commentando: “Se non fossero state certe, tutte quelle analisi, previsioni e avvertenze fatte da Nicholas Spykman, sarebbero sembrate una bravata di alcuni di questi ‘populisti latinoamericani’, che inventano i nemici esterni” (Sinpermiso, 16-XII-07).1
È evidente che la “democrazia” è solo una scusa a cui non crede nessuno. In Venezuela convergono interessi geopolitici che non hanno la minima relazione con l’opposizione sinistra/destra né con la democrazia. Una guerra civile nel nostro sub-continente è la peggior notizia possibile per i popoli della regione. Però può aiutare Trump a essere rieletto nel 2020, e con lui cresceranno i tirannelli dell’ultradestra come Bolsonaro e Duque, e prospereranno gli affari e le grandi multinazionali quotate in borsa. 

1.      Le citazioni del libro di Spykman appartengono all’articolo di Fiori.
Fonte: Desinformemonos, l’articolo è stato ripreso da Brecha
Traduzione per Comune-info: Marco Calabria