mercoledì 6 febbraio 2019

Gli ebrei e la memoria. Gli israeliani e la propaganda - Gianni Lixi



Ok va bene, era importante cercare di frenare questa ondata populista di destra che ammicca l’occhio al fascismo, si dimentica delle leggi razziali ed ha scordato come sia stato importante l’apporto che l’Italia ha dato allo sterminio di ebrei, Rom e gay.  Va bene quindi la fiumana di trasmissioni, dirette e “celebrazioni” per la giornata della memoria. Potrebbero però cercare di spiegarmi Marino Sinibaldi, Paolo Mieli, Lilli Gruber, Maurizio Mannoni ecc… per che  cosa realmente  vogliono ricordare? Vogliono ricordare perché non succeda più? Allora, se il motivo è veramente questo, perché non riescono mai ad attualizzare il ricordo portando alla luce quelle situazioni che nel nostro pianeta stanno riproponendo discriminazioni, vessazioni, soprusi, assassinii legate a doppio filo all’olocausto? Quello che hanno appena fatto le  signore ed i signori di cui sopra nei giorni passati non è ricordare ma “celebrare”.  Vuote celebrazioni che non influiscono in nulla su quello che è o può essere un nuovo sterminio. Si , parlo di un nuovo sterminio. Come li chiamate gli assassini mirati ad opera di cecchini che sparano su manifestanti che chiedono il rispetto delle convenzioni internazionali? Come lo chiamate lo sterminio di 2500 persone in un mese, compresi 500 bambini? Come la chiamate l’impossibilità ad una vita degna di questo nome da parte di una forza militare che presidia costantemente terre non sue umiliando e deumanizzando la vita di milioni di palestinesi.  E che cosa è una esecuzione a sangue freddo di un resistente palestinese già ferito a terra ed inerme da parte di un soldato israeliano? Soldato (Elor Azaria)  condannato ad una pena irrisoria e che ora fa il testimonial come “eroe” nella propaganda elettorale di un vice ministro (Yaron Mazuz) del governo Netanyahu? Avete un nome diverso per dei ragazzini e ragazzine ventenni che provengono dall’America e da tutte le parti d’Europa che arrestano donne e bambini che hanno il solo torto di difendere la loro terra?
Gli israeliani non sono il popolo ebraico,  il popolo ebraico è un popolo dalla connotazione religiosa ed in quanto tale non è definibile dai confini nazionali di uno stato. Sono presenti in molte nazioni del mondo e sono spesso in disaccordo con lo stato di israele. Si, mi si dirà che israele si sta affannando a farlo diventare uno stato ebraico, ma la secolarizzazione dell’ebraismo nello stesso israele gli sta dando molto filo da torcere. Sono sempre più gli atei che non osservano o gli ebrei poco osservanti . Se ne faranno una ragione è un trend mondiale che riguarda un po’ tutte le religioni e speriamo che sia l’inizio del superamento delle religioni che ci possa permettere in un futuro spero non troppo lontano di poter vivere in pace, uguali tra fratelli (sembra quasi un ossimoro vero?).  Ma torniamo alla  “Memoria“. Se io critico israele perché sta commettendo delle atrocità contro il popolo palestinese, perché vengo considerato un antisemita da molti giornalisti italiani e dalla quasi totalità degli israeliani pur non rinnegando niente della Shoa ed anzi cercando di dare un senso alla sua memoria? Che senso ha ed a chi giova mettere sullo stesso piano antisemitismo ed antisionismo? La risposta purtroppo è molto semplice e me l’ha data Ira Glunts un ebreo americano che il giorno del ricordo ha commentato:  Il giorno del ricordo dell’Olocausto è stato voluto nel 2005 dal governo israeliano. Il suo scopo , così come tutte le commemorazioni dell’Olocausto ha come obbiettivo principale quello di promuovere il sionismo . Certo Glunts forse non sapeva che l’iniziativa israeliana all’ONU fu preceduta 5aa prima dalla proposta di legge del parlamentare e giornalista italiano Furio Colombo con la quale si istituì in Italia il giorno della memoria il 27 gennaio. Questa proposta poi rimbalzò all’ONU dove trovò il quasi fanatico consenso degli israeliani pronti ad usare questa sacrosanta istituzione della giornata della memoria a fini propagandistici. Se veramente vogliamo ricordare, per far si che la memoria ci aiuti a che queste atrocità non accadano più, perché non evitare che la propaganda israeliana lo utilizzi barbaramente e senza scrupolo additando chiunque di antisemitismo ogni volta che si parla delle sue atrocità commesse ai danni del popolo palestinese? E come mai Furio Colombo ed i giornalisti di cui sopra non hanno mai difeso il giorno della memoria dalle fredde e ciniche aggressioni propagandistiche degli israeliani?

martedì 5 febbraio 2019

Il baciamano - Marco Ligas



Parliamo spesso, forse troppo, di identità e di sovranismo. Negli ultimi decenni si è sviluppato un dibattito intenso su questi temi. Molti intellettuali e diverse associazioni ne hanno fatto il fulcro del loro impegno sociale e politico.
Sarebbe importante se questo interesse producesse una crescita culturale di cui anche la Sardegna ha bisogno. In particolare sarebbe apprezzabile il consolidamento di un atteggiamento di autonomia e di rispetto di sé non solo nei confronti di chi viene da fuori con lo scopo di sottrarre ulteriormente le ricchezze che appartengono alla nostra isola, ma anche nei confronti di chi, pur non venendo da fuori, mostra la stessa arroganza di molti forestieri consolidando così la dipendenza da coloro che, sardi o no, usano il potere e il clientelismo per il mantenimento delle disuguaglianze.
Purtroppo gli effetti delle riflessioni su questi temi e sulle iniziative ad esse collegate sono spesso al di sotto delle aspettative anche di chi le promuove. E tanto meno risultano stimolanti verso coloro che mostrano una diffidenza nei confronti del separatismo o del sovranismo finalizzati alla creazione di una Regione (o Stato) indipendente. Bisogna riflettere attentamente su queste tendenze anche perché talvolta registriamo persino un arretramento culturale nei comportamenti dei nostri corregionali.
Proprio in questi giorni abbiamo assistito a un’immagine sgradevole: il baciamano di un elettore, condiviso con ammiccamenti dagli altri partecipanti al comizio che seguiva, verso un ministro che col passare del tempo si mostra sempre più arrogante, portatore di valori che poco hanno a che vedere con il consolidamento della democrazia e del rispetto dei diritti delle persone, qualunque sia la loro nazionalità. Non è un caso che il suo comportamento nei confronti dei migranti venga sempre più paragonato alle scelte del governo tedesco nei decenni che hanno preceduto la seconda guerra mondiali: così come i nazisti usarono i campi di sterminio contro gli ebrei oggi il nostro ministro Salvini usa il Mediterraneo per liquidare intere comunità che fuggono dai loro paesi devastati dalle guerre e dalla miseria.
In Sardegna c’è oggi un alleato particolare del ministro Salvini: è il senatore Solinas che attraverso un’alleanza con la Lega si è posto l’obiettivo di diventare Governatore. Molti si chiedono se questo candidato possa garantire una crescita dell’autonomia e dell’identità del popolo sardo, una partecipazione reale dei cittadini alla gestione della Regione. La risposta viene da sé. Non può farlo non solo perché l’alleanza politica che ha consolidato recentemente non glielo permette ma anche perché la sua esperienza di dirigente del Partito Sardo d’Azione non ha certo messo in evidenza una sua propensione per un modello di sviluppo in grado di correggere l’inadeguatezza della politica regionale così come è stata condotta anche nell’ultima legislatura.
C’è un altro aspetto di questa campagna elettorale che non può essere sottovalutato. Riguarda l’atteggiamento verso le elezioni da parte delle associazioni o partiti che si dichiarano sovranisti.
È vero, abbiamo una legge elettorale anticostituzionale, concepita tra l’altro per escludere le minoranze dal Consiglio regionale. Ma proprio per queste ragioni sarebbe stato opportuno che i diversi gruppi avessero affrontato la campagna elettorale più uniti, più disponibili al confronto usando una maggiore elasticità nella definizione del programma da presentare e discutere con gli elettori. Purtroppo questo obiettivo non è stato raggiunto.
Ancora una volta è prevalsa in ciascuna di queste organizzazioni l’esigenza di mostrare una distinta visibilità seppure ininfluente, in grado di ottenere solo un consenso modesto dall’elettorato.
È fondamentale correggere questo comportamento che sottovaluta la dimensione della crisi che stiamo vivendo. Ma per far questo è necessario un impegno diverso, non solo concentrato sulle elezioni, ma indirizzato soprattutto nella ricerca di una diversa organizzazione sociale che consideri preliminari il diritto al lavoro, alla formazione, alla tutela dell’ambiente e della salute dei cittadini. Occorrerà far questo non solo nelle stanze chiuse delle singole organizzazioni ma anche nei territori in stretto rapporto con i lavoratori e i cittadini tutti.
Senza questa svolta rischiamo di vedere ancora quella immagine sgradevole di cui abbiamo parlato inizialmente: il baciamano ai ciarlatani di turno.

Il golpe in slow motion del Venezuela - Maurizio Matteuzzi



Dopo il golpe blando in Brasile del 2016 contro il governo del PT – l’impeachment di Dilma Rousseff, la proscrizione di Lula mediante le manipolazioni giudiziarie del giudice Moro, la (ir)resistibile ascesa del proto-nazista Bolsonaro -, ecco il golpe del 23 gennaio in Venezuela contro il governo chavista di Nicolás Maduro.
Magari, come Dilma, Maduro è un pessimo presidente ma, come era Dilma, è il presidente legittimo. E tutto lascia credere che in Venezuela il golpe – dall’esito incerto, tuttora in corso in questi giorni, in queste ore drammatiche – non sarà blando come quello in Brasile. I morti, di entrambe le parti, negli scontri delle ultime settimane sono già una quarantina, gli arresti diverse centinaia.
Un golpe di nuova generazione. In slow motion. Prima i golpe si facevano all’ora x e quasi sempre in uniforme, con una sequenza precisa: prendere il potere all’interno e poi aspettare il riconoscimento internazionale. Con il golpe in corso in Venezuela, l’ordine dei fattori è invertito: prima si annuncia il golpe e si ricevono i riconoscimenti internazionali a cascata, poi si aspetta che il potere arrivi come una pera matura.
Questo è accaduto – sta accadendo – in Venezuela. Dove tutto è reso ancor più complicato dal fatto che le forze armate, da cui l’opposizione auspica il golpe in cambio dell’amnistia, non solo stanno (finora) con Maduro ma sono parte integrante del potere bolivariano.
Tutto è cominciato il 5 gennaio quando l’Assemblea nazionale – messa da parte con metodi spicci da Maduro dopo che nel dicembre 2015 l’opposizione aveva vinto la maggioranza dei due terzi, e soppiantata nel 2017 dall’Assemblea costituente che ne ha fagocitato le funzioni – ha approvato una risoluzione in cui si certificava che Maduro è un “usurpatore” e si eleggeva il giovane carneade Juan Guaidó, del partito Voluntad Popular (nominalmente social-democratico ammesso all’Internazionale Socialista), come nuovo capo “ad interim” dell’esecutivo.
La via era spianata per la proclamazione del giovanotto, che mercoledì 23 gennaio ha giurato (sulla costituzione bolivariana) quale presidente provvisorio in vista di prossime elezioni.
Proclamazione o meglio auto-proclamazione, o meglio ancora etero-proclamazione: il video di Mike Pence, il vicepresidente USA (“siamo con voi”), il twitter del senatore di origine cubana della Florida Marco Rubio (“un gran giorno per la democrazia”), poi lo stesso Trump che dopo pochi minuti lo ha “ufficialmente” incoronato come presidente. A seguire riconoscimenti a cascata. In America, oltre agli USA, il fedele Canada, i 13 latino-americani del Gruppo di Lima (costituito nel 2017 ufficialmente per cercare una soluzione alla crisi venezuelana) e buona parte di quelli dell’OSA, l’Organizzazione degli Stati Americani che sotto la guida del “compagno” socialista uruguayano Luís Almagro (ex ministro degli esteri con il presidente Pepe Mujica e poi, grazie a dio, espulso dal Frente Amplio) è tornata a essere “il ministero delle colonie” di Washington. In Europa la Spagna a tirare la volata rivendicando il suo ruolo storico passato e soprattutto futuro nell’Eldorado venezuelano (il premier socialista Pedro Sánchez a complimentarsi con Guaidó per il suo “grande coraggio”, gli immarcescibili “compagni” Felipe González e Alfonso Guerra: Maduro “peggio che un dittatore” dice il primo, Maduro “peggio di Pinochet” dice il secondo, con tanti saluti al povero Rodríguez Zapatero che fino all’ultimo si è provato a mediare); la Unione Europea che, senza distinzioni fra i liberal-liberisti al potere a Bruxelles e i “sovranisti-populisti”, sostiene il diktat imperiale USA (buffo, no?) e dà gli otto giorni a Maduro, scadenza sabato 2 febbraio: o nuove elezioni “libere e trasparenti” subito o riconoscimento immediato di Guaidó. Poi Israele, Australia e via andare.
Unici a mettersi di traverso, al momento, la Bolivia di Evo Morales e Cuba, che sostengono senza se e senza ma il regime bolivariano; il Messico del neo-presidente López Obrador e l’ Uruguay del Fronte Ampio che, in nome dell’ “autodeterminazione” e della “non interferenza”, auspicano un improbabile dialogo; papa Bergoglio che, con prudenza, non si fa risucchiare dall’episcopato venezuelano, tradizionalmente anti-chavista (il segretario di stato Pietro Parolin fu a suo tempo nunzio apostolico nel Venezuela di Chávez); Russia e Cina (che in Consiglio di sicurezza hanno stoppato l’offensiva del segretario di stato USA, Mike Pompeo, a nome delle “forze della libertà”), Turchia e Iran.
Una riesumazione tardo-imperialista della dottrina Monroe, che Spagna e UE cercano di contrastare sullo stesso terreno. Uno scenario da guerra fredda con gli USA dell’ “isolazionista” Trump impegnati a rifare dell’America latina il cortile di casa.
D’altra parte non si può non ricordare che, così come il famoso muro che Trump vuole costruire lungo il confine con il Messico cominciò a costruirlo il “liberal” Bill Clinton, fu il simpatico Barak Obama, marzo 2015, a firmare un decreto in cui definiva il Venezuela “una minaccia straordinaria alla sicurezza nazionale” degli Stati uniti (con relative sanzioni economiche e attività coperte di destabilizzazione).
Un copione già visto, scritto da fuori, senza per questo voler sminuire la terribile crisi umana, politica, economica del Venezuela. 17 anni fa, aprile 2002, gli USA di Bush organizzarono il golpe (appoggiato subito dalla Spagna di Aznar) che portò al potere, per qualche giorno, il capo degli industriali Pedro Carmona. Ora ci riprovano con il carneade Guaidó in una situazione tragica (inflazione prevista dall’FMI per il 2019 a 10 milioni per cento, povertà al 60%, tre milioni di emigrati, violenza, corruzione) e in un contesto favorevole: la primavera latino-americana del primo decennio del secolo XXI è finita e in America latina è tornato l’inverno. La spinta inclusiva e integratrice che aveva in Hugo Chávez (e nel suo petrolio) il fiammeggiante caudillo si è esaurita. Ora, dopo la grande crisi economica globale, lo scacchiere sembra tornato quello di prima. Al governo non ci sono più i Lula, i Chávez, i Correa, i Kirchner, la pur pallida Bachelet ma i Bolsonaro, i Macri, i Piñera, i Moreno in Ecuador, i Duque in Colombia (dove il consigliere per la sicurezza nazionale USA Bolton ha appena fatto sapere che stanno arrivando 5000 marines…).
E l’ “isolazionista” Trump (via dalla Siria, via dall’Afghanistan), guarda caso, ha riesumato per l’occasione i vecchi arnesi dell’imperialismo neo-con: i Bolton, gli Elliot Abrams (Iran-contra-gate, guerra sporca in Centramerica) che si occupano del dossier Venezuela e dicono: “siamo pronti”. Non solo all’asfissia e alle sanzioni economiche e petrolifere già in atto: a tutto.
Maduro non è Chávez, che con le sue luci ed ombre (prima fra tutte non aver saputo diversificare il micidiale modello petro-estrattivista dell’economia venezuelana) è stato un grande. Maduro non è il “nostro” eroe, ammesso che esistano ancora eroi. Come diceva nel giugno 2017 François Houttart, prete cattolico e sociologo marxista, a proposito del Venezuela, “una rivoluzione che non assicuri (qualunque sia la ragione) le basi materiali per la vita della popolazione non ha futuro, e i suoi avversari lo sanno bene”.
La deriva del Venezuela di Maduro non può essere letta solo come il risultato del complotto interno della borghesia e dell’accerchiamento esterno, statunitense e ora latino-americano, anche se ci sono stati, ci sono e fanno sentire la loro stretta soffocante. Il Venezuela di Maduro probabilmente non è la Stalingrado dei popoli in lotta per l’auto-determinazione come scrivono gli ultrà, e come fu la Cuba castrista nella seconda metà del secolo scorso.
Ma è certo che dietro la guerra in e per il Venezuela di questi giorni, di queste ore, s’intravvede sempre più nitidamente e si può materializzare un incubo: il modello Libia. Diritti umani? No, petrolio.
Improbabile che l’offerta lanciata da Maduro mercoledì 31 – elezioni anticipate, ma per il parlamento, non per la presidenza che scadrà (scadrebbe?) nel 2025– sia sufficiente ad allontanare gli scenari più cupi.

Perché Pawel Adamowicz aveva ragione sui migranti - Alessandro Ghebreigziabiher

C’era una volta il sindaco di Danzica.
C’era una volta, quindi, Pawel Adamowicz.
Ma, soprattutto, e a suo encomiabile merito, c’era una volta il suo punto di vista sui migranti: ci sono, naturalmente, gruppi di cittadini attivi a Danzica che sostengono che le preoccupazioni riguardo alla sicurezza prevalgono su qualsiasi altro interesse legato al reinsediamento dei rifugiati. La maggioranza, tuttavia, comprese le autorità cittadine, afferma che accettare rifugiati e immigrati comporta benefici culturali ed economici.
Il modello di integrazione di immigrati e rifugiati di Danzica segue le comprovate attività europee. La cooperazione internazionale nel campo della politica di integrazione degli immigrati è iniziata con l'approfondimento delle relazioni nel quadro di Eurocities, un consorzio di importanti città europee con un attivo Forum degli affari sociali, che si concentra, tra l'altro, sulla condivisione delle migliori pratiche delle realtà più esperte nel campo della politica di integrazione per i migranti.
Siamo entrati nel gruppo e abbiamo ottenuto un'ottima conoscenza della politica migratoria in Europa.
C’erano una volta, come avete letto, parole e contenuti del tutto differenti dalla popolare, quanto volgare, vulgata nostrana.
Come accettare e benefici culturali, oltre che economici, come modello di integrazione ecooperazione, come approfondimento, condivisionee soprattutto conoscenza.
C’era una volta e mai più, ahi noi, il sindaco di Danzica.
Ma le sue parole restano e insieme alla sua vigliacca uccisione dimostrano che sull’immigrazione Pawel Adamowicz aveva infinitamente ragione.
Negarlo e, laddove avendone facoltà, non perseguire gli stessi valori.
È come essere un po’ complici dei suoi assassini.
da qui

lunedì 4 febbraio 2019

IL LIMITE E IL CONFINE (confini di stato e limiti della decenza) - Gian Luigi Deiana




i due termini, limite e confine, funzionano praticamente da sinonimi nel cinquanta per cento dei casi; nell’altro cinquanta per cento invece no, e anche se non ci si fa caso la distinzione è importante: infatti il concetto di confine predomina nel riferimento spaziale, inteso in particolare come confine di proprietà, confine di territorio, confine di stato: cioè il confine di ciò che è mio e che non è tuo, come per esempio il confine tra l’italia e la francia; il concetto di limite predomina invece nella sfera morale, inteso in particolare come limite della condotta, limite della legge, limite dell’etica: cioè il limite che mi è dettato da un imperativo umano di auspicata universalità, come per esempio il limite sull’esercizio della violenza, sulla guerra, sulla pena ecc.
se stiamo a questa primaria e indispensabile distinzione, dovremmo poter ragionare su cosa viene prima, se l’osservanza dei confini o l’osservanza dei limiti; tutte le questioni concernenti la priorità dei diritti umani fondamentali e la salvaguardia dei confini proprietari o territoriali, se solo ci si dispone a ragionare con la necessaria attenzione, si riducono a questo;
è di assoluta evidenza che i diritti di natura vengono prima dei diritti di storia: i primi qualificano gli esseri umani come uguali, i secondi li posizionano come differenti; la contraddizione diventa profonda quando contrappone il diritto individuale a muoversi e il diritto statuale a impedirlo: non è un caso che la questione migratoria, da sempre, abbia rappresentato la massima e ricorrente espressione di questa contraddizione, e che la chiusura statuale dei confini abbia costantemente sopraffatto l’imperativo morale all’apertura; peggio, chi capita nella rete non viene semplicemente rigettato in mare, viene piuttosto esibito come ostaggio in modo che altri in attesa di là non seguano la sua via, e che in forza dello spettacolo si levi di qua la rabbia della folla;
è in questo modo che il vanto del confine di stato (un simulacro che spesso rende prigioniero chi vi è dentro prima che chi viene da fuori) finisce inevitabilmente per gettare la consapevolezza morale al di fuori del limite riconosciuto, nelle terre ignote del delitto senza giudice;
è vero che anche il diritto migratorio deve osservare dei vincoli, come quando si è al semaforo o si va in ascensore: ma questa è una questione di misura dimensionata al problema, e purtroppo proprio qui si finisce per affondare: in quanto la parte avvantaggiata nella differenza tra soggetti umani rifugge dal compito di pensare e sperimentare misure dimensionate al problema, e ne rifugge in quanto l’adozione di misure reali disturberebbe le dinamiche costituite e blindate che danno luogo alla differenza stessa; la retorica medesima della “accoglienza” nasconde questa implicita condizione: la mano che accoglie sta sopra e quella che riceve sta sotto;
lo scudo conclamato e comunque sempre sbeffeggiato del diritto umanitario si riferisce oggi in europa alla convenzione dei diritti umani, datata al 1951 e partorita dalla morte di settanta milioni di persone nella seconda guerra mondiale, e all’accordo di dublino, datato al 1990 e avente come oggetto i rifugiati e gli apolidi intesi come casi individuali; da allora niente di nuovo sul fronte occidentale; ma nè la convenzione del 1951 nè l’accordo del 1990 potevano minimamente prevedere la dimensione di massa che i processi migratori avrebbero assunto con la cosiddetta globalizzazione; e dunque lo scudo della tutela umanitaria si rivela di fatto l’arma totale levata proprio contro chi si azzarda a migrare e nel suo “espatrio” dovrebbe essere tutelato;
viene quasi da ridere se si pensa che i differenti che stanno sopra alimentano la loro crescita con l’acquisto di certificati verdi dei differenti che stanno sotto: i certificati verdi sono quelle misure che fissano i limiti di emissione di anidride carbonica e quindi i limiti del consumo di energia e della produzione industriale: “limiti”, appunto, non confini perché l’avvelenamento dell’atmosfera non riconosce le frontiere a terra; e così tutti i paesi dell’opulenta e tronfia unione europea non solo vomitano in cielo gli ingredienti della catastrofe climatica ormai prossima a venire, ma comprano dai paesi poveri del continente africano proprio le dosi di consumo energetico necessarie a questi paesi per avviare la propria industria e per aiutarsi realmente a casa loro; è così che la tossicomania della “crescita” raccatta quotidianamente dai poveri la propria overdose fondamentale;
e allora, se davvero vogliamo giocare al traffico di esseri umani, perché non stabilire una misura di scambio tra diritto alla migrazione e mercato dei certificati verdi? cosa c’è davvero di più pericoloso e più sporco? oppure, se proprio vogliamo giocare a definire “limiti” alla propensione al movimento connaturata alla vita umana, non sarebbe il caso di cominciare a frenare proprio l’accelerazione esponenziale della mobilità veicolare, automobilistica, aerea e navale, che viene prodotta nei paesi ricchi, esportata monopolisticamente anche in quelli poveri ma che sta soffocando tutti? ma questo è solo un esempio del rifiuto di comprendere che la ruota gira e che sta girando in fretta: di fatto si può già prevedere che città grandi e piccole muteranno con il crescere del livello dei mari, e che nuove vie migratorie finiranno per muovere i nostri figli;
e dunque, se la dimensione è questa, allora salvini? salvini, come orban o come altri governi nell’est, entra in scena quando il liberale padrone di casa è andato a lavarsene le mani: dopo le convivialità arrivano sempre i cani arrabbiati, e gli sciacalli: gli uni per la frustrazione, gli altri per il potere

SE FOSSE TUO FIGLIO…. - Sergio Guttilla



Se fosse tuo figlio
riempiresti il mare di navi
di qualsiasi bandiera.
Vorresti che tutte insieme
a milioni
facessero da ponte
per farlo passare.
Premuroso,
non lo lasceresti mai da solo
faresti ombra
per non far bruciare i suoi occhi,
lo copriresti
per non farlo bagnare
dagli schizzi d’acqua salata.
Se fosse tuo figlio ti getteresti in mare,
uccideresti il pescatore che non presta la barca, urleresti per chiedere aiuto,
busseresti alle porte dei governi
per rivendicarne la vita.
Se fosse tuo figlio oggi saresti a lutto,
odieresti il mondo, odieresti i porti
pieni di navi attraccate.
Odieresti chi le tiene ferme e lontane
Da chi, nel frattempo
sostituisce le urla
Con acqua di mare.
Se fosse tuo figlio li chiameresti
vigliacchi disumani, gli sputeresti addosso.
Dovrebbero fermarti, tenerti, bloccarti
vorresti spaccargli la faccia,
annegarli tutti nello stesso mare.
Ma stai tranquillo,
non è tuo figlio.
Puoi dormire tranquillo
E sopratutto sicuro.
Non è tuo figlio.
È solo un figlio dell’umanitá perduta,
dell’umanità sporca, che non fa rumore.
Non è tuo figlio.
Dormi tranquillo,
non è il tuo.
Non ancora.

“Tutto è politica”. No, “tutto è consenso e tutto si fa per esso” - Antonella Sinopoli



La mia prof di italiano delle superiori diceva “Tutto è politica”. (In verità lo diceva, prima di lei, Thomas Mann). Quella breve frase sembra quasi un haiku (particolare forma di poesia giapponese). Se non fosse che per essere tale avrebbe bisogno di almeno altre due strofe. Allora magari posso provarci io. “Tutto è politica. Ma la politica è amore. Amore per il prossimo. Amore per il vicino. Amore per il lontano”.
Naturalmente è poesia – e anche un po’ improvvisata – e come tale rimane un’emozione personale…
Siccome – vuoi per etimologia, vuoi per pratica secolare – la politica è quasi sempre stata nelle mani di un’élite, cioè di una categoria ben definita a cui era (ed é) riservata l’amministrazione dello Stato e il governo dei cittadini, il “fare collettivo” ha avuto sempre meno importanza e rilievo. Così come ne ha acquisita sempre di più la politica trasformata in preponderanza dei partiti, affermazione personale, ricerca di consensi. Non piacerà sentirlo – e, per carità, sarebbe un gran problema se non ci fossero – ma anche le presenze e le azioni sindacali di un tempo sapevano “fare politica” più di oggi. Sapevano muovere masse e far sentire quelle masse utili, importanti, decisive per i cambiamenti sociali.
Io non sono una politologa, non sono una sociologa. Sono solo una semplice giornalista. Ma soprattutto una semplice osservatrice. E quello che mi sembra di vedere è che quel “tutto è politica” si è trasformato in “tutto per il consenso”.
E mentre la gente, i cittadini, noi, stiamo sempre più a casa ad indignarci sui social, litigare con tizio e caio che non la pensa come noi e a dire pure parolacce, c’è chi i cittadini, noi, li usa per cercare consenso, aumentarlo, consolidarlo. Se fatto disseminando odio, fake news, e attraverso un utilizzo personale delle istituzioni, anche stravolgendone il senso e la sacralità, non importa a nessuno. O meglio, sembra che più nessuno possa farci nulla. Che la situazione sia sfuggita di mano. Sembra di assistere a una grande farsa, a una grande opera pirandelliana dove noi restiamo spettatori quasi inutili perché tutto ciò che si svolge richiede solo la nostra partecipazione emotiva, la nostra indignazione, appunto. O il nostro battimano. E magari, per bene che vada, ricavarci una morale, una lezione di vita. Meglio ancora, una conferma di come vanno le cose.
Perché tutto è apparenza, facciata, gioco delle parti, travestimento. Ecco perché si può essere anche “governati” da chi tramuta quella che dovrebbe essere un’arte – “arte di governare” – in un gioco al massacro. Dove ad essere massacrati sono i valori della Costituzione, i diritti umani, le leggi e le relazioni internazionali. Ma anche, prosaicamente, le norme del vivere civile. Perché, insomma quell’homo homini lupus lo avevamo imparato sì a scuola, ma chissà perché uno a volte pensa che i filosofi esagerano. E poi, magari, che i tempi della cannibalizzazione culturale e civile siano finiti. Finiti i princìpi che reggevano le colonizzazioni, le apartheid, gli sfruttamenti delle classi più deboli, le supremazie delle classi di potere.
Pensavamo. In realtà sta andando peggio, molto peggio. E in Italia ancora di più. Il perché è assai ovvio. Perché in Italia abbiamo gente che dovrebbe praticare “l’arte di governare” per il bene e il benessere della società, che invece sta facendo di tutto per creare divisioni (e ci riesce benissimo), non solo tra noi e il resto d’Europa, ma tra noi e noi (italiani contro italiani); gente che mente spudoratamente (per dirne una: su quanto siano belli, confortevoli e funzionali i campi per immigrati in Libia); che ha saputo dell’esistenza del Franco CFA solo quando qualcuno gli ha suggerito che poteva tornare utile per rompere e gettare fango su un membro (al pari nostro) dell’Unione Europea, non per altri motivi; che se la ride delle istituzioni – e ne indossa tutte le divise – perché pensa di poter fare come gli pare; che ha il culo al coperto e allora pensa di poter mandare allo sfascio il futuro dei giovani e del lavoro con un’idea propagandistica, ancora inattuabile e che forse non lo sarà mai (reddito di cittadinanza).
Potremmo provarci ad essere ottimisti. Ma il punto non è quello. Il punto non è sperare che sia un momento di passaggio in questa nostra piccola storia italiana. Il punto è che questa piccola storia italiana è sintomatica del fatto che un po’ dappertutto quel “tutto è politica” e dunque condivisione, partecipazione, azione, si è tramutato da tempo in “tutto è consenso”. E per il consenso, beh per quello basta trovare quelli che la pensano come te sui social, fare massa critica e accumulare like.
Non occorre neanche uscire di casa, guarda un po’.

domenica 3 febbraio 2019

NETANYAHU NON VUOLE PIU’ LA TIPH. SCHIAFFO ANCHE ALL’ITALIA, CHE TACE - Umberto De Giovannangeli


Uno schiaffo all’Italia, nei giorni in cui il nostro ministro degli Esteri, Enzo Moavero Milanesi, è in missione in Israele. Senza dare uno straccio di spiegazione all’ospite italiano, il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha annunciato che Israele non accetterà il prolungamento della missione di controllo Tiph (Temporary international presence in Hebron) della quale fa parte l’Italia. E già di per sé questa decisione avrebbe meritato una risposta da parte del titolare della Farnesina. Ma la cosa è ancora più grave per le motivazioni addotte da Netanyahu, il quale ha spiegato che “non consentiremo la prosecuzione della presenza di una forza internazionale che opera contro di noi“.
Insomma, i carabinieri italiani che sono da sempre parte importante, non solo in quantità ma per la qualità del lavoro svolto, sarebbero, nella visione del primo ministro israeliano, parte di una forza ostile che “opera contro di noi“. Un’accusa gravissima, senza fondamento. Perché ad Hebron il Tiph è un avamposto di legalità, una missione di osservatori internazionali che monitora, senza poter intervenire, sui fatti di violenza che investono la città. La missione è composta da 63 elementi, tra i quali 14 carabinieri italiani (forte, e non solo nel numero, è la presenza femminile).
Chi scrive è testimone diretto di questo impegno. L’ultima volta che ho avuto occasione di visitare Hebron, assieme a Roberto Speranza e Arturo Scotto, sono alcuni di loro ad accompagnarci nella visita del centro di Hebron. I bambini palestinesi li riconoscono, si ricordano di loro, di ciò che hanno fatto (la costruzione di un centro sportivo, grazie anche la contributo della cooperazione italiana) e sorridono. Già questo è una vittoria, un gesto che dà significato ad un generoso impegno quotidiano. Secondo Peace Now, storica organizzazione pacifista israeliana, particolarmente impegnata nel monitoraggio degli insediamenti, “garantendo uno status ufficiale ai coloni di Hebron, il governo israeliano sta formalizzando il sistema di apartheid già vigente in città“. Il rispetto non alberga da queste parti. Il nemico non va solo combattuto, va spregiato. Non basta sbarrare le strade, militarizzare il territorio. L’odio cala anche dall’alto: dai rifiuti che i coloni scaricano dalle finestre delle loro abitazioni sulle strade del vecchio suq percorse dai palestinesi.
Gli osservatori del Tiph hanno provato a “mitigare” questa situazione, a difendere i più indifesi: i bambini, gli adolescenti palestinesi. Per questo il primo ministro d’Israele li considera una “forza ostile”. Perché testimoni scomodi di una illegalità che non conosce limiti. L’Italia non ha nulla da eccepire?