martedì 29 gennaio 2019

Università, la guerra civile del Nord contro il Sud - Francesco Sylos Labini




Come negli ultimi 20 anni, anche la legge di Bilancio premia gli atenei virtuosi e punisce gli altri. Questo determina un travaso di docenti dal Mezzogiorno verso le Regioni settentrionali. Con danni irreversibili

La ricetta adottata nel sistema universitario e della ricerca negli ultimi venti anni si fonda sull’idea che le risorse siano poche e non debbano essere sprecate. Dunque che i virtuosi siano premiati e chi virtuoso non è sia punito ricevendo meno finanziamenti. Ma una politica ispirata a questo principio, che ritroviamo applicata anche nell’ultima Legge di Bilancio, aumenta le disuguaglianze tra il Nord e il Sud del Paese, deprimendo la crescita culturale e le prospettive di gran parte delle nuove generazioni.
Il ministro dell’Istruzione Marco Bussetti ha annunciato che le assunzioni tornano a crescere nelle Università così che gli atenei “virtuosi” potranno andare oltre il normale turn over. Tuttavia le misure del governo non comportano una crescita dell’organico, piuttosto un travaso di docenti da un ateneo all’altro. C’è una ripartizione delle risorse che segue la direttrice Sud-Nord: è come se l’equivalente di 280 ricercatori dovesse abbandonare gli atenei meridionali per essere trasferiti nelle più ricche università settentrionali. Vogliamo premiare i virtuosi, si dirà: ma cosa significa “virtuoso”? Il governo Monti stabilì che i pensionamenti in un ateneo A possano essere rimpiazzati da assunzioni in un ateneo B, se B ha un bilancio più solido (più virtuoso) di A. Così ora le università milanesi incamerano l’equivalente di 168 ricercatori in aggiunta al rimpiazzo dei propri pensionamenti: organico sottratto agli atenei del Centro-Sud. Un ateneo per diventare più virtuoso deve semplicemente aumentare le tasse universitarie, senza curarsi del tetto massimo previsto dalla legge e sulla cui violazione nessuno vigila.
L’aggettivo “virtuoso” serve dunque per giustificare una politica ispirata dall’effetto san Matteo, il processo per cui le risorse sono ripartite fra i diversi attori in proporzione a quanto già hanno: “I ricchi si arricchiscono sempre più, i poveri s’impoveriscono sempre più”. Secondo gli ideatori, questa maniera di distribuire le risorse avvantaggerebbe, per un effetto di sgocciolamento dall’alto verso il basso, l’intera società. Nel caso dell’istruzione superiore, molti governi considerano obiettivo principale della loro politica, che giustifica l’accentramento delle risorse, quello di avere università nel top delle classifiche mondiali degli atenei. Bisognerebbe invece considerare che tra le dieci regioni europee con i valori più bassi di laureati (fascia di età tra 30/34 anni, dati 2014) ci sono la Sardegna, la Sicilia, la Campania e la Basilicata e che gli studenti iscritti nel mezzogiorno sono crollati rispetto a quello del nord Italia (-18,7% contro un -3,9% nel centro Nord tra il 2006 e il 2015).
Il problema è che se in una situazione di sottosviluppo si usano degli indicatori come l’ammontare delle tasse universitarie per distribuire le risorse si fa una scelta politica in linea con l’effetto San Matteo. Per questa ragione nell’ultimo decennio l’università italiana è stata ridimensionata in modo selettivo: più al Sud che al Nord e poiché si partiva già da una situazione sottodimensionata, l’impatto al Sud compromette le prospettive di interi territori.
Anche questo governo sta perseguendo la politica di accentrare nel Nord Italia le risorse finanziarie e intellettuali per sorreggere uno sviluppo che trova sempre più difficoltà a innovare. In realtà la formazione universitaria è considerata, dal mondo produttivo e dalla politica, servire a ben poco nel mercato del lavoro del nostro Paese. Abbiamo il più basso tasso di laureati nella fascia d’età tra 24 e 35 anni eppure i laureati non trovano un lavoro al livello del loro grado di istruzione. C’è un’ignobile e persistente campagna di stampa secondo cui i giovani laureati non trovano lavoro perché sono “mammoni” e non vogliono andare lontano da casa o fare lavori faticosi, ma questo avviene perché non c’è sufficiente richiesta di persone con alto tasso di istruzione dato che le imprese che producono beni di alta tecnologia sono poche e piccole e sono scomparsi i traini delle grande imprese statali.
È così in atto un’emigrazione intellettuale di decine di migliaia di laureati all’anno da quasi un decennio, che in prospettiva causerà danni sistemici all’infrastruttura intellettuale del Paese. Per contrastare questo fatto nella Legge di Bilancio 2019 è prevista un’agevolazione che consiste in uno sgravio contributivo fino a 8.000 euro, per un massimo di 12 mesi, e per le imprese che assumeranno “giovani eccellenze” cioè giovani laureati con 110 e lode o dottori di ricerca: tuttavia anche una misura del genere non potrà che consolidare e amplificare le disuguaglianze già presenti, invece che contrastarle.
Nessuno sperava che questo governo avrebbe aumentato la spesa in ricerca sviluppo al 3% com’era stato fantasticato dal trattato di Lisbona del 2000, o recuperato quel 30% di produzione industriale persa dalla fine degli anni 90 ad oggi, ma era possibile fare qualcosa per dare ossigeno al sistema universitario nazionale e soprattutto alle sue componenti più deboli, i precari e gli studenti specialmente quelli del meridione. Per rilanciare l’università e la ricerca c’è bisogno di una rivoluzione culturale che metta al centro dell’azione politica uno sviluppo economico che punti all’innovazione piuttosto che al taglio del costo del lavoro. E ci vorrebbe anche il miracolo che tutte le diverse parti del mondo universitario maturassero questa consapevolezza.


lunedì 28 gennaio 2019

Salvini e i galoppini a 5 stelle: una sfida alla democrazia - Marco Revelli



Un ministro dell’interno che delinque è un oltraggio per il proprio Paese. Un segno di vergogna che ci accompagna ovunque andiamo. Un ministro dell’interno che oltre a delinquere irride la giustizia del proprio Paese, dichiara di infischiarsene dei giudici e promette di reiterare il reato, è qualcosa di peggio. È una sfida vivente alla nostra democrazia e alla Costituzione che la garantisce. Una sfida che deve essere accettata e vinta, pena la caduta irrimediabile in un limbo della civiltà senza uscita.
Forse Matteo Salvini fa il gradasso perché sa che la sua banda lo tutelerà in Parlamento, che con la complicità della sua maggioranza di governo si salverà dal giudizio del Tribunale dei ministri. Possibile. Anzi probabile. Ma sappia che prima o poi ci sarà una Norimberga. Che quei crimini contro l’umanità, consumati o minacciati, non resteranno ingiudicati e impuniti, quando l’umanità ritornerà in sé, e il consenso degli accecati non basterà più a far da scudo agli specialisti del disumano.
Non sono solo i 177 della Diciotti, sequestrati come fossero un carico di bestiame e segregati contro la loro volontà e contro ogni principio politico e morale; e nemmeno i 47 della Sea Watch messi a rischio della vita per un basso calcolo politico e elettorale. Nel conto ci sono anche i 100 ricacciati indietro dal «moderato» Conte, il devoto di padre Pio che ha fatto il miserabile miracolo di spedire nelle piccole Auschwitz libiche chi dichiarava di preferire morire che ritornare in quell’inferno, e che pure pretende di aver compiuto un atto di beneficenza.
Né possono chiamarsi fuori i galoppini 5 Stelle, quelli che gridavano «Onestà Onestà» e ora nicchiano e tacciono sull’immunità parlamentare per quello che ha stracciato il diritto positivo e quello naturale, violando Costituzione e convenzioni internazionali. Per tutto questo i colpevoli dovranno pagare il proprio prezzo alla giustizia, perché non c’è ragione politica o Ragion di Stato che tengano: l’argomento di chi sostiene che tutto ciò rientrava nel campo della discrezionalità di governo è ridicola, come se si vivesse ancora nell’epoca dell’assolutismo, quando il sovrano era legibus solutus e non si fosse ancora affermato lo Stato di diritto, dove un reato – tanto più se penalmente grave come il sequestro di persona o la messa a rischio della vita di decine di innocenti – resta un reato, anche se commesso dal titolare del potere.
Il cerchio perverso dell’abuso di potere va spezzato. Perché se l’ostentazione plateale della brutalità non viene sanzionata, diventa virale. Contagiosa come una febbre maligna. Quanto accadde all’origine del fascismo insegna. Se restasse impunita otterrebbe una legittimazione che apre al consenso.
Per questo si impone, oggi, una mobilitazione eccezionale, all’altezza della gravità dei tempi. L’appello «Non siamo pesci» affinché venga immediatamente istituita una Commissione parlamentare d’inchiesta sulle stragi in mare è un primo passo importante. Un’occasione – un dovere – per tutti di schierarsi. E oltre l’appello la presa di parola, in ogni ambito della società si operi, dai media alle professioni, dall’università ai tribunali, dall’associazionismo alle realtà territoriali e di lavoro.

si discute negli Usa, finalmente, su Palestina e Israele


Per chi critica Michelle Alexander, i palestinesi non meritano diritti civili - Amjad Iraqi

Lo scandalo da parte di personaggi dell’establishment ebraico in merito all’editoriale di Alexander sul New York Times a sostegno dei diritti dei palestinesi ricorda le reazioni degli americani bianchi al movimento per i diritti civili decenni fa.

Il forte editoriale di Michelle Alexander sul “New York Times” di sabato (“E’ tempo di rompere il silenzio sulla Palestina”) prima del giorno della commemorazione di Martin Luther King Jr., è stato presumibilmente una pietra miliare per il movimento per la Palestina negli USA.
Primo, per chi l’ha scritto: Alexander, l’autrice del fondamentale libro “The New Jim Crow” [in riferimento alle leggi segregazioniste nel Sud degli Stati Uniti, ndtr.] è un’illustre avvocatessa e un’intellettuale stimata per il suo attivismo e la sua erudizione sul razzismo negli USA, che non può facilmente essere liquidata come “marginale”.
Secondo, per dove è stato scritto: in un importantissimo giornale, che ospita più frequentemente editoriali di sostenitori di Israele come Bari Weiss, Matti Friedman, Bret Stephens, Shmuel Rosner, persino ministri come Naftali Bennett [attuale ministro dell’Educazione di Israele e dirigente del partito di estrema destra dei coloni, ndtr.].
Terzo, per quando è stato scritto: Alexander è l’ultima importante afro-americana negli ultimi mesi ad aver espresso a voce – e ad essere presa di mira per questo – la sua solidarietà con il popolo palestinese, dopo che altri, come Tamika Mallory [attivista della Marcia delle Donne, ndtr.], Marc Lamont Hill [accademico, scrittore, attivista e personaggio televisivo, ndtr] e Angela Davis [storica dirigente del movimento per i diritti degli afro-americani e accademica, ndtr], hanno affrontato pubblicamente insulti e sconfessioni.
E quarto, perché è stato scritto: per sfidare il diffuso timore delle conseguenze, da parte di molti americani progressisti, di criticare pubblicamente Israele e parlare a favore dei diritti dei palestinesi.
Lo scandalo per l’editoriale di Alexander è arrivato rapidamente da gruppi e personalità dell’establishment ebraico. Alcuni di essi vale la pena leggerli per intero, se non altro per testimoniare l’isteria e la chutzpah [termine hiddish per arroganza, ndtr], di dire a una donna nera come commemorare uno dei più importanti leader afro-americani della storia, o come interpretare la sua consapevolezza dell’ingiustizia:
·         L’Anti-Defamation League [Lega contro la Diffamazione, uno dei principali gruppi della lobby filoisraeliana negli USA, ndtr.] (ADL): “Abbiamo un grande rispetto per Michelle Alexander e per il suo lavoro innovativo sui diritti civili, ma il suo articolo sul complesso conflitto israelo-palestinese è pericolosamente errato, ignora avvenimenti fondamentali, la storia e le responsabilità condivise di entrambe le parti per la sua soluzione.”
·         L’American Jewish Congress [Congresso Ebraico Americano, altro potente gruppo filo-israeliano, ndtr.] (AJC): “La memoria di Martin Luther King non è una clava morale da brandire contro ogni causa o Paese che uno disapprova. L’editoriale di Michelle Alexander è una vergognosa usurpazione. Tutti noi abbiamo da fare un lungo cammino per raggiungere la cima della collina [riferimento al famoso discorso di Martin Luther King “Ho un sogno”, ndtr.]. Non c’è bisogno di prendersela con il democratico Israele.”
·         David Harris, presidente dell’AJC: “L’articolo di Michelle Alexander: in sintesi chiede la fine di Israele/ cita con approvazione gli estremisti/ invoca l’appoggio di Martin Luther King senza basi concrete/ ignora: la ricerca della pace da parte di Israele dal ’48; la natura di Hamas; il terrorismo; i rifugiati ebrei dai Paesi arabi.”
·         David Friedman, ambasciatore USA in Israele. “Michelle Alexander ha torto sul NYT di oggi. Se Martin Luther King oggi fosse vivo penso che sarebbe molto orgoglioso del suo solido appoggio allo Stato di Israele. Un arabo in Medio Oriente che sia gay, donna, cristiano o desideri istruzione e miglioramento personale non potrebbe fare niente di meglio che vivere sotto (la bandiera israeliana).”
·         Michael Oren, deputato alla Knesset [il parlamento israeliano, ndtr.] di Kulanu [partito di centro israeliano, ndtr.] ed ex-ambasciatore israeliano negli USA: “L’ambasciatore Friedman ha ragione, ma Israele deve intraprendere passi seri per difendersi. Mettendo sullo stesso piano l’appoggio nei confronti di Israele con quello alla guerra del Vietnam e l’opposizione a Martin Luther King Alexander ci delegittimizza pericolosamente. È una minaccia strategica e Israele deve trattarla come tale.”
Prevedibilmente queste personalità dell’establishment stanno cercando di potenziare i parametri del discorso “accettabile” sul conflitto. Per quanto li riguarda, non esiste alcuna posizione eticamente legittima a sostegno dei diritti dei palestinesi. L’unica cosa che i palestinesi producono sono razzi e razzismo, chiunque sia associato alla loro causa è in errore o è antisemita.
È particolarmente ironico che quelli che accusano Alexander di manipolare l’eredità di King sono anche noti per sostenere, tra le altre cose, che utilizzare tattiche non violente come il boicottaggio contro Israele è razzista, discriminatorio, provocatore, e/o dannoso. King, e il movimento dei diritti civili nel suo complesso, vennero accusati delle stesse cose durante le loro campagne di disobbedienza civile negli anni ’50 e ’60.
Come ha raccontato Jeanne Theoharis sul “Time” [importante periodico USA, ndtr.] di questo mese, il governo USA, l’FBI e le forze di polizia locali utilizzarono una pesante sorveglianza, la forza brutale e denunce penali per sabotare King e altri dirigenti neri, vedendo le loro attività come “pericolose”, “demagogiche” e “sovversive”. Dati di sondaggi e risposte ai media dell’epoca mostrano ulteriormente che, lungi dall’essere rispettato, il movimento dei Diritti Civili era di fatto “profondamente impopolare” tra la maggioranza dei bianchi americani sia nel Sud che nel Nord:
“La maggioranza degli americani pensava che esso (il movimento) stesse andando troppo lontano e gli attivisti del movimento stessero diventando troppo estremisti. Alcuni pensavano che i loro obiettivi fossero sbagliati; altri che gli attivisti stessero prendendo la strada sbagliata – e la maggioranza dei bianchi americani era soddisfatta dello status quo così com’era. E quindi, criticavano, controllavano, demonizzavano e a volte criminalizzavano quelli che sfidavano il modo in cui stavano le cose, rendendo il dissenso molto oneroso.”
Ciò descrive precisamente le condizioni del movimento per la Palestina di oggi. Non solo nel discorso pubblico americano le richieste di diritti per i palestinesi sono spesso viste come estremiste (soprattutto il diritto al ritorno), ma l’opposizione alle politiche israeliane deve affrontare una struttura politica e legale aggressiva finalizzata a reprimerla. Questo include le nuove leggi federali e statali che hanno lo scopo di criminalizzare il movimento BDS e di confondere le critiche ad Israele con l’antisemitismo.
Inoltre il fatto di descrivere frequentemente Israele come una vittima dell’oppressione palestinese, o che entrambe le parti condividano alla pari le responsabilità è un inganno che nasconde l’evidente asimmetria del conflitto. Spiegando perché era disonesto dire ai neri americani di fare di più per superare la diseguaglianza a loro danno, una volta King disse a un giornalista: “È una beffa crudele dire a un uomo senza scarpe che deve risollevarsi da solo con le sue forze.” È in mala fede proprio come dire che i palestinesi hanno da rimboccarsi le maniche mentre sono sottoposti all’esilio, all’occupazione, al blocco, alla discriminazione e alla repressione del dissenso.
Come ha notato Alexander, all’epoca King era un sostenitore esplicito di Israele e del sionismo. Tuttavia divenne sempre più difficile per lui conciliare quella posizione con i valori universali che propugnava. Oggi è persino ancora più chiaro che il fatto di credere nella giustizia, nell’uguaglianza e nel risarcimento per i popoli oppressi – richieste che sono al cuore della causa palestinese – sia all’antitesi dell’obiettivo di Israele di conservare la superiorità ebraica e della sua visione della non violenza palestinese come equivalente alla violenza.
È questa consapevolezza che ha portato oggi molti attivisti afro-americani – che hanno seguito, si sono basati sulla e trasformato l’eredità di King – a includere i diritti dei palestinesi nella loro lotta per la giustizia globale. Come ha scritto Alexander, le pratiche israeliane sono diventate inevitabilmente “un richiamo all’apartheid in Sud Africa e alla segregazione “Jim Crow” negli Stati Uniti,” e come tali richiedono che i progressisti siano coerenti con i valori che affermano di sostenere. Il fatto che una persona come Alexander abbia aggiunto la sua voce a questo crescente movimento potrebbe ulteriormente allargare la porta perché altri facciano lo stesso.
Benché sia impossibile sapere quello che King avrebbe creduto oggi, si può immaginare che sarebbe rimasto sconcertato da quanto siano simili le reazioni alla causa palestinese a quelle degli americani bianchi alla sua causa. Nonostante quanto sostengono i critici di Alexander, il vero tradimento dell’eredità di King è pensare che i palestinesi debbano rimanere sottomessi alle pretese suprematiste di Israele, come se non meritassero gli stessi diritti per i quali King lottò affinché li ottenesse il suo stesso popolo.
(traduzione di Amedeo Rossi)




Israele ha appena “perso Cronkite” – la lotta per i diritti dei palestinesi al “New York Times” - Robert Herbst


Nel lontano gennaio 1968, dopo una serie di attacchi dei nordvietnamiti e dei vietcong noti come “l’offensiva del Tet”, Walter Cronkite, presentatore nel notiziario CBS della sera e il giornalista più autorevole d’America, ritornò da un viaggio in Vietnam per riportare quello che vi stava succedendo. Alla fine del suo reportage del 27 febbraio, Cronkite, che raramente osava esprimere la propria opinione in diretta, espresse il suo verdetto:
“Ora pare più sicuro che mai che la sanguinosa esperienza del Vietnam sta per finire in una situazione di stallo… È sempre più chiaro a questo reporter che l’unico modo razionale per uscirne sarà negoziare, non come vincitori, ma come gente onesta che ha mantenuto fede all’impegno di difendere la democrazia ed ha fatto il meglio che ha potuto.”
Si dice (con qualche polemica) che, dopo aver sentito questa dichiarazione, il presidente Lyndon B. Johnson abbia detto a un suo collaboratore: “Se abbiamo perso Cronkite, abbiamo perso il ceto medio americano.” Ma non c’è discussione sul fatto che il giudizio di Cronkite secondo cui la guerra del Vietnam era in una situazione di stallo impossibile da vincere sia stato un momento di svolta: ebbe un fortissimo impatto sulla discussione riguardo alla guerra e al corso della nostra politica. Diede un enorme impulso alla campagna contro la guerra di Gene McCarthy [candidato del partito democratico alle primarie per le presidenziali, ndtr.]; Bobby Kennedy scese in campo poche settimane dopo con un programma contro la guerra; il 31 marzo 1968, in un indimenticabile discorso alla Nazione, il presidente Johnson rinunciò a candidarsi di nuovo a presidente.
Oggi non c’è un “giornalista più autorevole d’America”. Il giornalismo è frammentato, in quanto ci siamo ritirati nei nostri rispettivi orticelli politici sia nelle notizie stampate che via cavo (e anche in internet). Ma se c’è qualcosa di simile all’arbitro più influente dell’opinione politica americana, questo è il “New York Times”. È letto quotidianamente dalla classe politica e liberal, progressisti e centristi dentro e fuori la “Beltway” [area di Washington in cui si concentrano gli uffici del potere, ndtr.]. Rimane il primo come diffusione complessiva tra quanti fanno opinione negli USA. Secondo l’ex-reporter del “Times” Neil Lewis, che nel 2012 ha scritto un articolo informativo per la Columbia Journalist Review [rivista per giornalisti della Columbia University, ndtr.] sul modo in cui il giornale ha informato su Israele, esso ha svolto anche la funzione di “giornale locale dell’ebraismo americano per più di un secolo.”
Ironicamente, dopo aver comprato il giornale ed essersi spostato dal Tennessee a New York, il fondatore Adolph Ochs era deciso a che il Times non apparisse mai come un “giornale ebraico” o un particolare sostenitore della causa ebraica. Durante la Seconda Guerra Mondiale la sottovalutazione dell’Olocausto da parte del giornale fu duramente criticata dalla comunità ebraica. Arthur Hays Sulzberger, genero di Och ed editore dal 1935 al 1961, non era sionista, convinto, insieme al suo nonno acquisito, il rabbino Isaac Mayer Wise, un fondatore dell’ebraismo riformato, che gli ebrei fossero seguaci di una religione, non un popolo o una nazione.
Neil Lewis descrive come la narrazione su Israele da parte del “Times” sia cambiata nel corso degli anni, sotto l’influenza della propaganda israeliana, o hasbara, uno sforzo con cui i palestinesi non potevano competere. “Teddy Kollek, sindaco di Gerusalemme dal 1965 al 1993, conosceva per nome ogni direttore del “Times”.” E i direttori del “Times” che visitavano Israele erano in genere “trattati come ospiti reali.” Lewis descrive anche come i direttori del “Times” reagirono negativamente a vari esempi di informazione critica su Israele negli anni ’80 e fino alla fine degli anni ’90 da parte dei corrispondenti del giornale da Gerusalemme. L’ex-direttore esecutivo Max Frankel ha ammesso la parzialità quando era direttore degli editorialisti. Nelle sue memorie (come vengono citate nel libro “The Israel Lobby”) [La Israel Lobby e la politica estera israeliana, Mondadori, 2007, ndtr.], egli ha scritto:
“Ero molto più fedele a Israele di quanto osassi affermare…Forte della mia conoscenza di Israele e delle mie amicizie là, io stesso ho scritto la maggior parte dei nostri articoli di commento sul Medio oriente. Come più lettori arabi che ebrei hanno riconosciuto, li ho scritti da una prospettiva filo-israeliana.”
Lamentele in merito alla copertura informativa di parte su eventi riguardanti Israele-Palestina sono state un elemento chiave su questo sito per anni. L’ex capo redattore dell’ufficio di Gerusalemme Jodi Rudoren frequentava Abe Foxman [influente membro della lobby filoisraeliana negli USA, ndtr.] e mostrò indifferenza culturale verso i palestinesi. Almeno quattro reporter del giornale hanno avuto figli nell’esercito israeliano. In quanto lettore del giornale negli ultimi 60 anni, so che la voce dei palestinesi che descrivono la propria lotta per i diritti umani e la dignità raramente è comparsa in queste pagine, mentre commenti filo-israeliani considerati attendibili sono arrivati per anni dagli editorialisti del “Zionist Times” David Brooks e Tom Friedman, e più recentemente da Bret Stephens, Bari Weiss, Shmuel Rosner e Matti Friedman.
All’inizio dello scorso anno, il primo gennaio 2018, tuttavia, il trentottenne A.G. Sulzberger ha sostituito suo padre come direttore (dopo un periodo di un anno come vice direttore). Da quando ha assunto l’incarico pare che siano in corso cambiamenti nel giornale sul fronte israelo-palestinese. Lo scorso anno l’editorialista da poco assunta Michelle Goldberg ha definito le uccisioni lungo la barriera di Gaza come un “massacro” e ha difeso l’antisionismo come una posizione legittima per ebrei e non ebrei, distinguendola dall’antisemitismo.
E oggi l’editorialista neo-assunta Michelle Alexander ha chiesto di “rompere il silenzio” sulla Palestina:
“Dobbiamo condannare le azioni di Israele, le incessanti violazioni delle leggi internazionali, la continua occupazione della Cisgiordania, di Gerusalemme est e di Gaza, le demolizioni delle case e le confische delle terre. Dobbiamo alzare la voce contro il trattamento dei palestinesi ai checkpoint, le periodiche perquisizioni nelle loro case, le restrizioni alla loro libertà di movimento e l’accesso gravemente limitato a una casa decente, alla scuola, al cibo, agli ospedali e all’acqua che molti di loro devono subire.
Non dobbiamo tollerare il rifiuto di Israele persino a discutere del diritto dei rifugiati palestinesi a tornare alle proprie case, come previsto dalle risoluzioni delle Nazioni Unite e dobbiamo mettere in questione i fondi del governo che hanno sostenuto molteplici conflitti e migliaia di vittime civili a Gaza, così come i 38 miliardi di dollari che il governo USA ha assicurato all’ appoggio militare di Israele.
E infine dobbiamo parlare a voce alta, con tutto il coraggio e la convinzione che possiamo trovare, contro il sistema di discriminazione legale che esiste all’interno di Israele, un sistema composto di…più di 50 leggi che discriminano i palestinesi…ignorando i diritti della minoranza araba che rappresenta il 21% della popolazione.”
Questa avvocatessa per i diritti umani e autrice di “The New Jim Crow” [“Il nuovo Jim Crow”, in riferimento alle leggi discriminatorie nel Sud degli Stati Uniti, ndtr.] è molto rispettata da progressisti e centristi del partito democratico, ed anche nella comunità ebraica come in quelle di colore. Rompendo il suo silenzio su Israele/Palestina ha reso pubblico un rapporto accuratamente strutturato e con fonti attendibili che mette in primo piano il dramma dei palestinesi “che lottano per sopravvivere sotto l’occupazione israeliana.” La confessione dell’immoralità del suo precedente silenzio – a causa delle preoccupazioni che “calunnie” filo-israeliane avrebbero danneggiato o screditato il suo lavoro per la giustizia sociale a favore della sua e di altre comunità emarginate – risuonerà nei cuori di quelli che, come me, hanno anche loro rotto il silenzio, e su molti altri che sanno quanto questa oppressione sia sistematica, costante e pervasiva – e come gli americani l’agevolino – ma non hanno ancora avuto il coraggio di parlarne. La sconfessione da parte di Alexander di quello che ha motivato il suo silenzio si spera influenzerà altri a farlo anche loro, nonostante il fatto che sono già stati sguainati i coltelli contro di lei da parte dei soliti sospetti.
L’appello di Alexander ad appoggiare la lotta palestinese e la sua evocazione del coraggioso appello di Martin Luther King per la fine della guerra del Vietnam – un anno prima di Cronkite – è una svolta per il “Times”, come lei implicitamente nota:
“Non molto tempo fa era veramente raro sentire questo punto di vista. Non è più così.”
Dando all’articolo di Alexander rilievo nella prima pagina della “Sunday Review” [sezione degli editoriali del NYT, ndtr.] può darsi che il “Times” di A.G. Sulzberger stia annunciando ufficialmente che il testimone è passato a una nuova generazione di americani, ebrei e non-ebrei, libera di discutere questo punto di vista senza timore o favore, nonostante l’influenza di quanti lo definirebbero antisemitismo o in qualche altro modo illegittimo. Se così fosse, questo potrebbe essere un momento di svolta non solo per il “Times”, ma per tutti quelli di noi che sono coinvolti nella lotta per i diritti e la dignità dei palestinesi.
Robert Herbst è un avvocato per i diritti civili. È stato coordinatore della sezione di “Jewish Voice for Peace” [“Voci Ebraiche per la Pace”, gruppo ebraico Usa contro l’occupazione, ndtr.] di Westchester [contea dell’area metropolitana di New York, ndtr.] dal 2014 al 2017.
da Mondoweiss  (traduzione di Amedeo Rossi)

Il grande caos - Ugo Tramballi





Notizie dell’ultima settimana. Conflitto sempre più aperto fra Israele e Iran, in Siria; due presidenti a Caracas; nuove minacce russe su Narva, Estonia.
Apparentemente niente di buono sotto il sole ma nemmeno di nuovo: è difficile trovare negli annali un momento nel quale il mondo sia stato armoniosamente in pace, da un polo all’altro. Ma il quadro globale dentro il quale agiscono riformatori e provocatori, santi e guerrieri, deboli e forti, leder eletti, dittatori e cialtroni, è molto cambiato rispetto agli ultimi settanta e passa anni: oggi assomiglia a quella condizione di caos sempre meno controllabile che ha preceduto i grandi conflitti.
Una buona spiegazione di tutto questo l’ha data al World Economic Forum di Davos Fang Xinghai, il vicepresidente della più importante agenzia governativa cinese di regolamentazione del mercato mobiliare: “Dovete capire che la democrazia non funziona molto bene. Nei vostri paesi avete bisogno di riforme politiche”. Sappiamo anche noi in Occidente che occorre mettere mano al sistema, rinnovarlo, democratizzarlo ancora di più sul piano politico e sociale. Anche se le riforme di cui abbiamo bisogno non sono esattamente quelle che Fang ci esorta ad abbracciare: per esempio prendersi la libertà di rinchiudere in campi di rieducazione più di un milione di musulmani dello Xingjiang.
La dichiarazione del cinese è importante per un’altra ragione: constata che la contrapposizione fra mondo liberale e illiberale è tornata a livelli pericolosi; che il secondo è all’assalto del primo con la convinzione d’impadronirsene; che nel nostro fronte democratico ci sono crepe e tradimenti sempre più manifesti; che nel mondo illiberale ci sono dittatori determinati (del resto è una caratteristica del satrapo che non deve rendere conto a nessuno) e in quello liberale leader disorientati.
Riprendiamo i citati casi della settimana. Mai Israele aveva ammesso così chiaramente di avere bombardato postazioni iraniane in Siria e di aver compiuto incursioni con i suoi reparti speciali. Forse perché Bibi Netanyahu è in campagna elettorale – si vota ad aprile – e perché pende su di lui un possibile procedimento per corruzione. Ma in Israele non sempre le guerre garantiscono consenso nell’urna. E’ più probabile che Netanyahu abbia agito perché i russi non sono capaci di tenere gli alleati iraniani lontano dai confini israeliani; e perché pensa che gli americani non siano più un alleato credibile in Medio Oriente, quindi bisogna fare da se. In sostanza, gli attori locali si sentono più liberi di agire in assenza di arbitri che dovrebbero negoziare e spingerli alla moderazione.
Questa assenza di arbitri –o, peggio, a volte il loro coinvolgimento in modo sbagliato –  è ancora più evidente e pericoloso negli altri due episodi della settimana. Se il regime dispotico e incapace di Nicolàs Maduro cadesse domani, sarebbe sempre troppo tardi. Ma come se ne esce ora che Juan Guaidò è diventato l’altro presidente, sostenuto dal mondo democratico, e in soccorso di Maduro sono corsi russi, cinesi, turchi, cubani e populisti? (Nell’autunno 2017 il sito dei Cinque Stelle esaltava il modello economico russo-cubano). E se il Venezuela di Maduro e dei generali incomincia a reprimere l’altro Venezuela, Trump come sosterrà Guaidò?
Ugualmente pericolosa è la situazione a Narva, città estone a maggioranza russa e al confine con la Russia. C’è il pericolo che Mosca voglia ripetere il colpo di mano dell’annessione della Crimea. La differenza è che l’Ucraina non era un membro della Nato, l’Estonia si. Forse Putin pensa sia venuto il momento di tastare la profondità del disprezzo di Donald Trump per l’Alleanza atlantica e la Ue: isolazionismo e sovranismo che sempre al Forum di Davos Mike Pompeo, il segretario di Stato americano, ha di nuovo teorizzato ed esaltato.
E’ comprensibile che tutta questa gente, governo italiano compreso, abbia riempito di critiche e d’insulti il trattato franco-tedesco di Aquisgrana. Avere ribadito i legami continentali nella città dove da oltre mille anni gli europei sanciscono la fine le loro guerre, è stata la prima concreta reazione dell’Occidente all’illiberalità che lo assedia da fuori e da dentro. L’Unione si salva incominciando a creare velocità diverse: è giusto che i due paesi storicamente leader del movimento europeista vadano avanti nella costruzione di un continente davvero unito ed efficiente. E’ magnifico che finalmente la Francia pensi di rinunciare alla sua presunzione di sentirsi la potenza militare che non è. Che senso ha aspettare la piccola Europa egoista di Visegrad; sopportare le contorsioni italiane che iniziano sempre un’impresa con una parte e la concludono con quella opposta; continuare a stare con quelli che guardano a Putin come a un modello da seguire?




domenica 27 gennaio 2019

l'autorizzazione per potersi curare vuole mantenere i palestinesi divisi - Amira Hass:




immagina che il Ministero dell'Interno proibisca a un tuo parente di ricevere cure mediche essenziali a Tel Aviv, perché tu, contrariamente alle politiche di accrescere la popolazione ebraica nelle aree periferiche e separare le comunità etniche, ti sei trasferito dalla tua città natale, dove non hai trovato un lavoro decente . Difficile immaginare una tale cattiva volontà, giusto?Questo è quello che Israele fa abitualmente ai pazienti della  Striscia di Gaza : se hanno un parente che è uscito da Gaza per vivere e lavorare a Ramallah, in  Cisgiordania , ad esempio, Israele proibisce loro di lasciare Gaza per cure mediche essenziali, non disponibile a Gaza. Concede loro un permesso di uscita per cure mediche se il parente di Ramallah torna a vivere nella Striscia.Sicuramente protesterai con veemenza che non è la stessa cosa. Solo un ebreo sente davvero il dolore della sorella malata quando ha ricevuto un trattamento inadeguato o nessun trattamento. Gli arabi nella stessa situazione non sentono dolore. Una madre araba non soffre come una madre ebrea, se qualche ostacolo burocratico impedisce alla figlia adolescente di sottoporsi ai test di cui ha bisogno. Ad esempio, Asmaa di 15 anni., soffre di trombosi. Il prof. Raphael Walden, un esperto di vasi sanguigni, spiega che si tratta di una malattia grave e pericolosa che non può essere adeguatamente trattata dal  sistema sanitario palestinese. Il problema è che Asmaa ha due fratelli che vivono in Cisgiordania. La sua richiesta di lasciare Gaza per i test nell'ospedale di Ichilov a  Tel Aviv è  stata negata perché l' addetto dell'ufficio di coordinamento e collegamento del distretto di Gazaha spiegato: "Fino a quando i suoi fratelli non torneranno nella Striscia, non possiamo approvare la sua richiesta".La stessa cosa accadde a Ulfat, 33 anni, madre di quattro figli, che aveva un appuntamento al St. John's Hospital di  Gerusalemme Est , dopo che tutti i trattamenti che aveva ricevuto per infezioni alle orecchie erano falliti  Si è scoperto che il marito di una delle sue sorelle vive in Cisgiordania.Il divieto imposto dalla burocrazia israeliana non salva la persona il cui nipote ha commesso il   crimine antisemita di andare a vivere dove potrebbe trovare un sostentamento. Come Abed Al-Hakim, 61 anni. Problemi agli occhi hanno causato il declino della sua vista . Doveva sottoporsi a un intervento chirurgico all'ospedale San Giuseppe a Gerusalemme est. La sua richiesta di permesso di uscita è stata respinta perché uno dei suoi nipoti vive in Cisgiordania. Che cosa può fare ? Va a Ramallah dopo il suo intervento chirurgico e lavora con suo nipote in un cantiere o in un ristorante?Ricevi la nostra lista delle elezioni ogni giorno nella tua casella di poE così via e così via, i casi si stanno accumulando. Come  ho scritto qui alcuni mesi fa , negli ultimi due anni questa scusa è usata come pretesto per proibire a un paziente di lasciare la Striscia di Gaza per il trattamento.Le autorità citano "preoccupazione per la residenza illegale in Giudea e Samaria". Non riconosco la legalità di questa definizione: è diritto di un palestinese di Gaza recarsi in Cisgiordania per rimanere lì, così come è diritto di una donna di Netivot trasferirsi a Ramat Gan o di un residente di Nahariya di trasferirsi a Bnei Brak.Nel 2018, fino al 23 ottobre, a 433 persone è stata negata l'autorizzazione con questa scusa. Nel 2017, il numero era di 379. Questa è stata la risposta del Coordinatore delle attività governative nei Territori a una richiesta di dati da parte di Medici per i diritti umani. Quindi cosa impariamo?  
Primo, Israele sta migliorando costantemente i suoi mezzi di controllo. Ogni volta attraversa una nuova linea rossa nella sua crudeltà. 
In secondo luogo Israele ha aggiunto mezzi di punizione collettiva per un reato che ha inventato (la residenza di un palestinese da Gaza  in Cisgiordania): non vi è alcun trattamento medico per i parenti del colpevole, fino a quando questa persona non ritorna nella Striscia di Gaza.  
 Terzo, e questo è collegato: tagliare la Striscia dalla West Bank è importante per Israele come una parte fondamentale della sua politica. Chi si ricorda che Israele ha firmato una dichiarazione riconoscendo che la Cisgiordania e la Striscia di Gaza sono una singola unità territoriale?  
Quarto: non è necessario andare  a  Istanbul, Bruxelles e Dublino per trovare i nativi della Striscia di Gaza ,afflitta dalla disoccupazione e recintata, che hanno lasciato ia striscia e stanno cercando un lavoro . Puoi vederli a Ramallah e Betlemme.
L'onnipotente regime israeliano li classifica come "residenti illegali". Potrebbero essere catturati da un soldato ben addestrato che obbedisce agli ordini ed essere espulsi, quindi cercano di non lasciare l'enclave circondata da checkpoint palestinesi  Vivono a 70 chilometri di distanza dalle loro famiglie, comprese mogli e figli, e non li vedono da anni. Alcuni soffrono di solitudine perché, come dirlo con delicatezza, la società palestinese in Cisgiordania non è sempre accogliente nei confronti degli abitanti di Gaza.  Poi potrebbero venire a sapere che la loro madre ha una malattia ai reni e non può andarsene per il trattamento di cui ha bisogno finché non tornano indietro.Al Mezan Center for Human Rights di Gaza e Physicians for Human Rights di Tel Aviv hanno presentato una petizione dell'Alta Corte di giustizia per abolire il condizionamento delle cure mediche al ritorno di un parente a Gaza. Gli autori della petizione, gli avvocati Adi Lustigman, Tamir Blank e Hagar Shechter, stanno aspettando la risposta dello stato.

L’algoritmo sovrano - Identità digitale, sorveglianza totale, sistema politico - Renato Curcio



Incontro-dibattito sul libro L’algoritmo sovrano. Metamorfosi identità- rie e rischi totalitari nella società artificiale, di Renato Curcio (Sensibili alle foglie, 2018), presso il Csa Vittoria, Milano, 27 settembre 2018

Questo ultimo libro, L’algoritmo sovrano, riflette sui cambiamenti delle relazioni di potere che stiamo vivendo, in quella che è una grande trasformazione antropologica che riguarda non solo la rete, in quanto dimensione tecnologica, ma anche la formazione del sociale in cui siamo inseriti. Ci hanno abituati a immaginare le relazioni di potere, almeno nella loro forma più organizzata, con le analisi di Weber o Foucault, per non fare citazioni classiche del marxismo; questo significa che in epoca moderna abbiamo guardato il potere all’interno di un mondo che non c’è più, perché negli ultimi trent’anni, dal 1990/91, in questo mondo è entrato un nuovo continente: internet. È questo il primo punto su cui voglio suggerirvi uno sguardo. Dobbiamo cominciare a guardare internet in questo modo perché è un territorio che prima non c’era, e all’interno del quale si giocano ormai i destini dell’economia, della comunicazione, della politica, di fatto tutti i destini della vita delle persone che vivono nei continenti storici. Le relazioni faccia a faccia sono diventate paradossalmente secondarie rispetto alle relazioni alias-alias che caratterizzano la presenza nel continente di internet.
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Internet nasce negli Stati Uniti per concorso di due forze, quella militare e quella scientifica, studi legati a università americane che avevano iniziato a immaginare una comunicazione tra computer, quindi la costruzione di una rete. Quando parliamo di ‘rete’ stiamo entrando progressivamente in un territorio molto materiale, perché la rete è una cosa materiale, che esiste, dentro la quale succedono delle cose, ma è un territorio molto diverso dalla rete delle relazioni: è una rete di connessioni, sono computer, macchine, che entrano in relazione.
Quando parliamo di internet parliamo quindi di una società artificiale, non naturale, e questo è un punto importante, perché man mano che questa rete si è espansa ha portato con sé lo stigma dei suoi iniziatori, quindi una bandiera, che è quella degli Stati Uniti, alzata con due mani: una è militare e una è di imprese audaci che già lavoravano con i computer, che però fino a quel momento erano solo dei calcolatori e da lì iniziano a diventare delle entità che entrano in una relazione tra di loro, cioè costruiscono rete.
In questo continente che si è sviluppato a una velocità spaventosa, a cui noi come umani non siamo abituati, siamo entrati progressivamente; per quel che riguarda l’Occidente, in trent’anni siamo arrivati a contare circa l’80-85% delle persone coinvolte nella rete, in relazione nel lavoro, nella comunicazione, nelle attività di qualunque genere, persone che ormai operano più ore nella rete che al di fuori. In questo nuovo continente siamo entrati pian piano considerandolo normale, ma anche sedotti dagli aspetti di comodità, affascinati dalle molte operazioni possibili che questo territorio ci consente di fare: mandare una mail, fare un gruppo Whatsapp, dire quel che pensiamo su un social, Facebook ecc., fare circolare delle fotografie. In trent’anni questo territorio è diventato un continente estremamente esteso e presuntuoso, al punto da chiamarsi world wide web, darsi dunque una dimensione mondiale, “noi siamo il mondo di internet”; è assolutamente falso. Non è vero che internet è il mondo, è un mondo, ed è il mondo americano; c’è anche un mondo altrettanto potente, quello cinese, dove navigano circa un miliardo di persone, che non funziona con il codice americano, ha strutture simili nell’ambito della ricerca, dei social ecc. ma fa capo a un altro continente e a un’altra bandiera, quella cinese appunto. E c’è anche un terzo continente, quello russo, ad altissimo livello tecnologico. Se dovessimo fare delle graduatorie non sapremmo oggi quali di questi mondi è il più potente. Quando si parla di cyberwar si parla di questo, del fatto che tra questi continenti, che riguardano ormai la grande maggioranza della popolazione mondiale, c’è un conflitto ampio ed estremamente profondo perché riguarda il potere, chi lo eserciterà, chi riuscirà a colonizzare i territori che gli altri stanno colonizzando. E qui entro nel secondo punto.
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Un continente si sviluppa nella misura in cui dei coloni istituiscono al suo interno delle colonie. Per esempio i greci nell’VIII secolo a.C. decisero di fondare una serie di colonie nel sud Italia, ad Agrigento, Crotone, Catania ecc. Costruire una colonia, da un punto di vista tecnico, significa compiere un atto materiale molto preciso: prendere degli uomini, una barca, metterla in mare, andare in un posto, stabilirsi, dire: “Qui adesso ci sto io. Chi vuole può entrare nella mia colonia, se qualcuno si oppone gli taglio le testa”. Le colonie hanno sempre funzionato così, noi europei abbiamo una grandissima storia di colonie, da Cristoforo Colombo in poi abbiamo colonizzato quasi tutti gli altri continenti. Anche l’Italia ha una lunga storia di colonie atroci, per esempio siamo andati in Eritrea, in Somalia, in Libia, tra la fine dell’Ottocento e la fine del fascismo, abbiamo portato le camicie nere, i soldati. Fare una colonia significa quindi impiantarsi materialmente su un territorio.
Non appena è nato il territorio di internet, e sono stati i militari a renderlo un territorio possibile per operatori non militari, quindi dal 1990 in poi con il passaggio tecnico dell’http, il protocollo di internet, una serie di aziende ha cominciato a impiantare colonie. I primi tempi sono state fondate con una strategia, perché quel continente inesplorato appena nato bisognava frequentarlo e sapere come fare, non bastava aprire una propria ‘postazione’ perché senza un sistema di relazione non succedeva nulla; i primissimi anni sono stati infatti caratterizzati da un duro scontro tra una serie di imprese che cercavano di impiantare dei motori di ricerca. È quella che è stata chiamata “la guerra dei motori di ricerca”, un processo che progressivamente ha fatto fuori i concorrenti finché le aziende più potenti, come Google, si sono affermate e oggi sono il crocevia attraverso il quale noi entriamo in relazione con informazioni, documenti, situazioni, indirizzi ecc.
Questi motori di ricerca esplorano una porzione di mondo, e sono in una posizione strategica, nel senso che tutte le nostre transazioni passano attraverso una domanda che gli poniamo. Si inventano dunque una strategia di scambio diseguale molto interessante. Dicono: io mi sono impiantato, posso raggiungere questo continente o gran parte di esso, più divento forte più raggiungerò altri indirizzi, sono in grado quindi di fare questo servizio, se tu lo vuoi mi fai una domanda e io ti rendo possibile questa operazione di connessione, ma in cambio mi dai i tuoi dati e metadati. I dati sono la domanda che scrivi in Google, i metadati sono il dispositivo da cui fai la domanda, l’ora, il luogo, il tempo che stai su quel territorio. A molti è sembrata una cosa logica, non se ne sono visti i pericoli per molto tempo, e quindi anche le piattaforme che progressivamente si sono affermate, come Facebook, hanno iniziato a ragionare nello stesso modo: io ti do uno spazio in una piattaforma tu in cambio mi dai i tuoi dati, cioè i contenuti che carichi e tutto ciò che riguarda il tempo, il giorno, l’ora, il dispositivo con cui fai queste operazioni. È uno scambio diseguale perché quando queste strutture si sono affermate hanno offerto un servizio gratuito e si sono prese dei dati che noi abbiamo dato gratuitamente, però se facciamo un bilancio lo scambio non è affatto gratuito perché noi siamo rimasti dei cittadini in braghe di tela e queste strutture in pochissimi anni sono diventate le prime company del mondo per fatturato e capitalizzazione; quindi ciò che gli abbiamo dato è stato il materiale attraverso cui loro hanno costruito una profonda penetrazione nel mondo capitalistico, sia dal lato della raccolta del denaro connesso all’utilizzo di questi dati, sia dal punto di vista della capitalizzazione vera e propria, gioco di Borsa e di tutto ciò che ne è seguito. Scambio diseguale dunque, questo è il secondo punto. La colonizzazione quindi è impiantare una colonia per realizzare uno scambio diseguale attraverso il quale realizzare un profitto mastodontico, e nello stesso tempo un controllo delle informazioni di tutti coloro che vivono su quel continente.
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L’ulteriore domanda che ci possiamo porre a questo punto è: qual è l’interesse di un’impresa a impiantare una colonia all’interno di questo continente? Ce ne sono due: il primo molto materiale, che abbiamo analizzato prima – prendo i tuoi dati, li vendo a strutture industriali, di servizi ecc. che possono avere interesse a fare pubblicità, ricerche di mercato e via di seguito –; il secondo è invece un’operazione più complessa di questa: incidere sui processi identitari delle persone che entrano nel mio continente.
Se entri nel mio continente e mi dai le tue informazioni, io ho una opzione di potere su di te: non solo ti porto via il tempo e i dati, ma inizio a conoscerti. Faccio un esempio che apparentemente non c’entra ma fa capire il meccanismo. Nel 2020 in Nuova Zelanda un robot chiamato Sam si presenterà alle elezioni politiche. È un robot dotato di un dispositivo di intelligenza artificiale, prodotto dall’università di Wellington insieme a due aziende private. Questo robot dice: “Io mi presento alle elezioni politiche ma non ho alcun programma, questa è la mia forza. Vengo da voi e vi dico: sarò il politico che vi rappresenta, non ho nessuna idea. Il gioco funziona così: fatemi una domanda, cosa vi interesserebbe?” Una persona risponde portare l’acqua nel rione tale, e Sam incamera questa informazione; poi un’altra e un’altra ancora e le elabora, le divide in categorie e stabilisce delle priorità e delle maggiori incidenze di alcune richieste su altre, e restituisce un programma politico che è sicuramente vincente perché sarà il punto di vista della maggioranza su ciascun problema che le persone hanno posto. Quindi alle elezioni avrà una fortissima possibilità di vincere. Questo esempio ci interessa anche per un altro punto di questa mia analisi, che vedremo, ma intanto voglio farvi riflettere sul fatto qui non siamo davanti a una realtà che si propone di vendere delle informazioni, neanche di utilizzarle a fini pubblicitari, ma di vincere delle elezioni; vale a dire fare un gioco di potere partendo da un dispositivo di intelligenza artificiale.
Questo punto ci pone un problema tecnico immediato che è un problema di linguaggio, espressioni che vengono utilizzate quando si parla di queste cose; per esempio, ‘identità digitale’. Se cerco il significato di questa definizione ne trovo venti, trenta, e ne ricavo una grande confusione di idee perché non riesco a capire se si intende Renato Curcio, cioè una persona, oppure il mio dispositivo, lo smartphone che ho in tasca. È un aspetto fondamentale perché, come dicevo all’inizio, su internet sono le macchine a comunicare, e non comunicano con me ma con il mio dispositivo. È importante avere ben chiaro che quando io vado su internet siamo un due ad andarci, io e il dispositivo che utilizzo. Quindi ci sono due identità, ed è importante distinguerle. Esistono dei sistemi di controllo, che vedremo, che prima che alle persone sono interessati ai loro dispositivi, ed è molto importante perché è un tipo di tecnologia, poi c’è il problema dell’identità di Renato Curcio.
Facciamo gli esempi di Facebook. Se apro un profilo sulla piattaforma, sul libro delle facce, posso mettere la mia fotografia, quella del mio cane, di qualcun altro, di una signora che non conosco ma così mi garba, nessuno mi dirà niente. Facebook identifica il mio dispositivo e mi dà l’autorizzazione ad aprire un profilo, in quanto ha l’IP da cui partono i messaggi, e quello gli interessa; che poi io mi chiami Renato o Filippo o addirittura al femminile, per Facebook è irrilevante. Anzi, è rilevantissimo, ma da un punto di vista di studi di psicologia sociale: io so che il proprietario di quel dispositivo è Filippo, e so che si presenta al femminile e comincia a intrattenere delle relazioni con il mondo. Questo è uno straordinario scenario per chi vuole fare un lavoro sulle molteplicità identitarie delle persone e soprattutto sui giochetti identitari che le persone fanno tra di loro, su Facebook o su qualunque altro social network. Se registro e storicizzo quei dati, mi danno l’insieme di due tagli di lettura: uno possiamo chiamarlo il taglio della ‘dissonanza identitaria’, l’altro lo ‘storico delle dissonanze’ di una certa persona. È una questione fondamentale perché le dissonanze identitarie sono la caratteristica della nostra vita, noi viviamo di dissonanze identitarie, Bauman parlava del “guardaroba identitario”: in ufficio vesto un’identità, con gli amici un’altra, nel privato ancora un’altra e sui media non ne parliamo.
La distinzione tra l’identificazione del dispositivo e i processi identitari è quindi molto importante, ed è una situazione che potremmo definire di doppia sovranità. Nel continente virtuale ci troviamo infatti di fronte a due interessi, che corrispondono alle due forze che l’hanno creato, e abbiamo visto che una è quella militare, interessata innanzitutto ai dispositivi, molto meno alle identità: le istituzioni di sorveglianza vogliono sapere dov’è un certo dispositivo. Per questa ragione gli Stati Uniti hanno vietato per legge che i militari americani, di qualunque ordine e grado, utilizzino uno smartphone Huawei, dichiarando che non possono avere in tasca un dispositivo cinese che li localizza, perché significa dire alla Cina dove sono dislocati i militari statunitensi. Con ciò ammettendo che i dispositivi hanno dei sensori che comunicano e possono dire a un’altra macchina dove sono. Questo è vero anche per Samsung, Apple, per qualunque smartphone: le case produttrici possono tranquillamente identificarli nello spazio e nel tempo.
Quindi il volto di internet legato alla mano militare comincia a presentarsi come un volto inquietante, perché legato all’idea di sorveglianza totale, poiché fin dall’inizio ha come intenzione pratica, assolutamente oggettiva, quella di far circolare dispositivi che le persone utilizzano per la comunicazione, il lavoro, l’acquisto ecc., che sono identificati nello spazio e nel tempo.
Questo sistema di sorveglianza totale si muove su più piani. Uno è quello della categorizzazione delle persone che frequentano il continente. L’uso commerciale è facilmente comprensibile: se ho tutti i dati delle persone dai 16 ai 18 anni di sesso femminile nell’area romana che si interessano di musica, posso avere una rapida algoritmica elaborazione dei gusti di quella popolazione femminile ed è un’informazione che può essere di straordinario interesse per le industrie che producono musica. Posso raggruppare i dati per classi di età, gruppi regionali, aree cittadine, qualunque cosa, anche per tipologia politica, come il comunistometro o anarchistometro, un rilevatore dei libri che compriamo su internet che qualcuno ha definito così, divertendosi: è chiaro che se per due anni continuo a comprare i libri di Proudhon avrò un certo tipo di orientamento e se compro i libro di Hitler ne avrò un altro, non sono rilevazioni difficili da fare. Ne è interessato Amazon o anche Netflix. Chi ha quest’ultimo, sa che prima di potervi accedere ha dovuto rispondere a una domanda semplice e banale: quali sono le categorie di film e di serie televisive che ti interessano di più? Netflix in pratica fa l’operazione di Sam: non so niente di te ma da questo momento comincio a studiarti. Tu dici che ti piace Philip Dick, oppure Manzoni, Netflix ti categorizza con un certo tipo di orientamento e poi lo verifica: se il giorno dopo compri l’opposto ti classificherà come uno spettatore vago e indistinto, ma se poi continui a cercare le stesse serie televisive saprà quali hai visto e quali no, quelle che ha in catalogo e come offrirtele, e aumenterà le probabilità di venderti un prodotto.
Abbiamo dunque due percorsi, quello dell’identità dei dispositivi e quello dell’identità delle persone, che puntano a cose diverse ma si incontrano entrambi con due problemi piuttosto sconvolgenti.
Il primo è che se andiamo a vedere i dispositivi, ci accorgiamo che esiste un’infinità di macchine che sono state taroccate, un’infinità di smartphone che non si fanno identificare, di computer che ti rimandano da server a server ma non sai dove, che ci sono addirittura dei computer zombi che non solo non sono da nessuna parte ma sono nel tuo computer, e tu non lo sai. Un hacker può impiantare nel tuo computer un computer fantasma, collegare questo zombi con tanti altri e fare un’operazione di hackeraggio, rendendo impossibile risalire al computer da cui è partita. Questi oggetti operativi ma non identificabili sono quelli utilizzati nelle campagne di fishing, ma non solo, perché interessano molto anche la politica.
Se andiamo invece a vedere l’identità abbiamo un altro problema. Dentro Facebook, per esempio, ci sono 200 milioni di profili inesistenti, falsi, costruiti solo per fare operazioni, così come il 20% di quelli su Twitter. E questa è ancora una microparte, perché poi abbiamo i casi come Telecom/Tim e le sim card legate a identità false, o le persone che si fanno passare per altre, come lo scrittore inglese Roger Jon Ellory, che sotto altra identità scriveva entusiastiche recensioni dei suoi libri su Amazon, o Tommasa Giovannoni Ottaviani, la moglie di Renato Brunetta, che sotto falso nome, Beatrice Di Maio, aveva aperto un profilo Twitter da cui lanciava a raffica tweet contro l’allora Presidente del Consiglio Renzi e contro il Presidente della Repubblica Mattarella; oppure anche il caso di Amina Arraf, la blogger che dalla Siria dava notizie in tempo reale, tenuta in gran conto per un po’ dall’informazione internazionale, finché non si è scoperto che era in realtà Tom MacMaster, un dottorando di Edimburgo, che scriveva dalla Scozia. Queste storie sono interessanti per riflettere sul fatto che quando ci muoviamo sul lato delle identità incontriamo territori sconosciuti. Su internet esistono siti che forniscono un’identità falsa completa: nome, cognome, professione, telefono, mail, via, nonni, curriculum ecc. Per non parlare dei morti ancora operativi con i loro profili, Pannella, per dirne uno.
Ricapitolando: sul piano dei dispositivi gli Stati sanno dove sono le macchine, le macchine non sono tutte identificabili; sul piano delle identità le aziende interessate ad avere dati sono poco interessate a sapere fino a che punto e a che gioco stai giocando, perché avendo uno storico possono facilmente profilare anche i falsi profili e vedere con si stemi di esclusioni quelli che servono per fare pubblicità e soldi e quelli che servono per fare numero – un aspetto importante perché più utenti ha una piattaforma, più raccoglie pubblicità.
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Ora proviamo a fare un passo un po’ più inquietante, e consentitemi di fare un’operazione di tipo metodologico che Marx consigliava e che è stata poi sviluppata da Henri Lefebvre, e si chiama ‘metodo regressivo progressivo’: per guardare un certo problema può essere utile fare tre passi indietro e un piccolo esercizio di specchio.
Se scendiamo nel momento totalitario per eccellenza del Novecento, quindi nazismo e anche fascismo – e qui utilizzo una nozione di totalitarismo in modo tecnico, non mi addento nella polemica tra storici se il fascismo sia stato totalitario o meno – e utilizzo l’analisi profonda che ne hanno fatto soprattutto Hannah Arendt e Bauman, vedo che tre punti fondamentali dei sistemi totalitari li ritroviamo nel continente di internet.
Primo: quando andiamo a vedere la base sociale ci troviamo di fronte a persone singolarizzate. I sistemi totalitari rompono i sistemi organizzativi e di legami, rompono l’idea stessa di classe. Non ci può essere una classe perché c’è una dimensione plebiscitaria, in piazza Venezia a un comizio del duce non ho una differenza tra operai e padroni, prefetti, poliziotti e chiunque altro: indipendentemente dai loro interessi singolari, sono uniti in una solitudine totale, siamo in una folla di persone solitarie non unite da legami reali di interessi comuni. Questo è un aspetto che ritroviamo sia nel nazismo che nel fascismo.
Secondo: la negazione delle differenze di classe. È un punto importante perché Casaleggio, o anche Salvini, affermano che non c’è più né destra né sinistra. È una tesi di Mussolini. Arendt l’ha scritta e documentata nei tre volumi sul totalitarismo, nel secondo. Oggi ritroviamo questa polverizzazione dei concetti e delle relazioni. Populismo è una parola priva di senso, perché non c’è nessun popolo in una situazione di insieme quando gli interessi sono i più diversi: il proprietario della piattaforma Foodora e il fattorino di Foodora potranno stare accanto in una manifestazione ma non hanno un interesse comune sul piano politico, perché quest’ultimo prevede la rappresentanza degli interessi di qualcuno, e in un contesto capitalistico gli interessi del fattorino e gli interessi di chi ha piattaforma non corrispondono.
Terzo: quello che Arendt chiama la “fuga nella finzione”, ed è un corollario del punto precedente. È chiaro che se i tuoi interessi non sono comuni, devo creare una finzione dentro la quale questi interessi diventano comuni. La post-verità di oggi per esempio, una verità che è intenzionale, non reale, costruita perché funzionale a uno scopo. Oggi la creazione di finzioni è un’attività lavorativa, ci sono agenzie che lo fanno, per esempio la Casaleggio Associati è una struttura nata parecchi anni fa per fare marketing politico ed economico, e il marketing è la costruzione di una finzione che ti induca a comprare quella bambola, o una pubblicità che ti invogli a seguire una proposta di acquisto o una proposta politica.
Questi tre momenti si uniscono a un quarto, che è quello su cui voglio portare la vostra attenzione. Accennavo prima che il controllo sociale sta diventando molto predittivo e preventivo: perché devo aspettare che una persona rubi una mela se attraverso il monitoraggio dei profili posso individuare delle categorie di rischio che sono quelle che più probabilmente ruberanno una mela? Questa è un’idea positivista, nata negli anni Trenta durante il fascismo, ed è molto importante sia perché il positivismo paradossalmente veniva dal mondo socialista, e ha influenzato il pensiero moderno fino a oggi, sia perché è il fondamento del pensiero scientifico della rete. Oggi l’università di Google, la Singula rity University, più di 100 sedi in moltissimi Paesi e aperta anche a Roma e a Milano, insegna esattamente questo: tu hai a che fare con dei numeri, una logica quantitativa, non con altri tipi di problemi; la rete è fatta di numeri e di algoritmi e funziona solo se stai dentro quel sistema, che è chiuso e positivo e devi quindi leggere con il criterio delle leggi delle scienze positive – la matematica, la fisica ecc. È importante questo nesso con il positivismo perché inventa l’idea di delitto possibile, che si sviluppa nel Novecento e dà origine in Italia alla nascita della polizia scientifica, ed è su questa base che viene inventato il cartellino Ottolenghi, il cartellino segnaletico. Ottolenghi era un positivista e l’approccio era questo: poniamo che se uno ha rubato una mela un giorno, è verosimile che la possa rubare ancora; quindi intanto gli prendiamo due cose, le impronte digitali, che mettiamo su un cartellino, e la fotografia; la prossima volta che qualcuno ruberà una mela, per prima cosa andremo a vedere quelli della categoria ‘rubatori di mele’, poi se non lo troviamo lì faremo delle indagini. Questa idea all’epoca aveva a che fare con la carta e con la fotografia, eravamo nel Novecento, oggi ha a che fare con la biometria. Vale a dire: visto che so che con la tua identità fai i giochi che vuoi, e te lo lascio fare perché mi può servire sul piano psicologico per fare delle profilazioni, per identificarti faccio delle operazioni più serie: ti prendo le impronte biometriche, le metto su un chip e le fisso su una carta elettronica, dopodiché ti attribuisco un numero unico, perché io lavoro con i numeri, e ti identifico nel mondo con un codice unico: quel codice, quel pattern facciale, quelle impronte digitali e quella scansione dell’iride. Non è fantascienza, sono sistemi politici reali che partono dall’India e arrivano all’Italia. Quattro esempi molto precisi.
Primo. L’India è un Paese di 1,3 miliardi di persone e ha un Ministero dell’Informatica tra i più avanzati del mondo, perché ci sono alcune università di informatica e matematica pura che sono tra le migliori a livello globale. Nel 2009 il ministro inventa una carta elettronica per la soluzione di un grande problema, il sistema delle sovvenzioni alle persone più povere. Si tratta di costruire un sistema che consenta di non dare due volte lo stesso contributo alla stessa persona, che caso mai si fa passare per un’altra. Viene creata una carta elettronica che comprende tre caratteristiche biometriche: le impronte, il pattern facciale e la scansione dell’iride. Viene detto agli indiani che la carta è volontaria, non c’è nessun obbligo, tuttavia chi ce l’ha sarà favorito, passerà per primo perché la sua richiesta di sovvenzioni può essere gestita con molta tranquillità. Averla viene quindi posto come vantaggio e si lascia ai cittadini la scelta. Oggi la Aadhaar Card è obbligatoria e non serve più per i contributi ma per pagare le tasse, acquistare una sim telefonica, prenotare un treno, per qualunque tipo di operazione.
Secondo. Nel 2014 la Cina, dopo aver studiato a lungo i pregi e i limiti di una struttura di questo genere, perfeziona il dispositivo e fa una carta che si chiama ‘carta di credito sociale’ e la propone volontariamente ai cittadini. Contiene gli stessi tre riferimenti biometrici, pattern facciale, impronte digitali e iride, e la presenta nel quadro di un gioco nazionale a premi, un gioco importante per la cittadinanza, un gioco democratico, che consiste nel fatto che chi si doterà di questa carta acquisirà un punteggio per le sue attività. Per esempio: paghi le bollette della luce regolarmente? Tutti i mesi ricevi 10 punti. Hai un curriculum scolastico perfettamente in regola? 10 punti. Hai perso un anno? 9 punti. Non hai pagato una bolletta? 8 punti. Un computer fa poi la somma in tempo reale e la popolazione cinese viene gerarchizzata in base a un punteggio chiamato ‘punteggio di affidabilità’. La genialità della proposta cinese sta nel fatto che il sistema a premi è quello dei videogiochi, di Facebook, i mi piace, e funziona perché è ciò con cui le ultime generazioni crescono. È un aspetto interessante perché è un dispositivo che fa giocare una partita in cui ti senti più cittadino di un altro se ottemperi a tutte le regole che gli algoritmi hanno stabilito. Ma le regole le ha fissate chi governa, e questo significa che sto costruendo un sistema di obbedienza al quale tu corrispondi oppure no; se non corrispondi a ciò che io, come Stato, reputo sia il bene, ti tolgo dei punti. E te li tolgo se frequenti tra i tuoi amici degli ex carcerati, frequentali pure ma perdi due punti; oppure te ne do se sei un ottimo lavoratore, ossia non ti rifiuti di fare ore in più se ti vengono richieste. Teniamo presente che questo sistema dei punti oggi esiste dentro la Fca, l’ex Fiat: a Melfi ci sono i cartelloni su cui in tempo reale i lavoratori vedono quanti punti di produttività hanno con i ritmi che stano seguendo.
Terzo. Da un paio d’anni in Svezia tutti hanno una carta elettronica biometrica, il Ministero del Futuro l’ha inventata dicendo ai cittadini: perché siete così sciocchi da tenervi la carta d’identità, la carta di credito, il passaporto, tanti documenti dentro un portafoglio quando potete averne uno solo, un codice unico con i dati biometrici e un microchip con tutte le operazioni che vi riguardano? Pochi mesi fa il Ministero del Futuro se n’è inventata un’altra. Ha detto: la carta elettronica si può perdere. Ha quindi fatto una proposta per 3.000 volontari che si sottoponessero a un esperimento, trasferire la carta digitale sottopelle – in Svezia non è una novità, da tempo si possono anche prenotare i treni con un microchip sottopelle e in fabbriche e università ci sono lavoratori e docenti che ce l’hanno. Ebbene, il Ministero ha dovuto chiudere l’e sperimento dopo pochissimo tempo perché si sono presentate molte più persone.
Ora veniamo all’Italia, dove dal 2014 esiste la carta d’identità elettronica. Le cose vanno talmente a rilento che non sono state neanche discusse. Se andate all’ufficio anagrafe portando una fotografia formato tessera fatta a una macchinetta qualsiasi non va bene, bisogna farla con quella del municipio, perché deve avere delle caratteristiche specifiche, di fatto il pattern facciale; vi chiedono poi di mettere i polpastrelli del dito indice di entrambe le mani in uno scanner, e sono le impronte digitali; vi assegnano infine un numero, che non è il numero della carta d’i dentità, come una volta. Il Ministero dell’Interno invia poi un documento a casa con due parti di codice, per attivarla, e c’è scritto che il micro chip ad altissima tecnologia contenuto nella carta d’identità elettronica consentirà di fare tutte le operazioni con l’amministrazione dello Stato. In conclusione c’è un codice PIN e un codice PUC, un codice unico e le impronte biometriche. Siamo esattamente nell’arco di Cina e India.
Questo sistema è importante perché farà saltare tutti i sistemi di falsificazione identitaria, trasferendo in tasca con uno smartphone, o prima o poi sottopelle, l’identificazione non l’identità, il processo di verificazione.
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Definisco questo percorso ‘tendenzialmente totalitario’. ‘Tendenzialmente’ perché a differenza degli scienziati e dei docenti che insegnano l’intelligenza artificiale, che sono assolutamente convinti che entro gli anni Venti/Trenta del 2000 i sistemi AI riusciranno a gestire per intero la società artificiale, e quindi la AI sarà così potente da rendere l’intelligenza umana assolutamente subalterna, e il sistema macchinico prenderà il sopravvento sull’umano così come lo conosciamo dall’homo sapiens a oggi, io non sono invece affatto convinto che l’homo sapiens sia arrivato alla fine della sua storia. Per due ragioni.
La prima è legata a un’osservazione generica della storia di questa specie. Negli ultimi 7-8000 anni, che sono quelli che storicamente possiamo valutare con più attendibilità, la nostra specie ha fatto molti passi, sicuramente nel campo tecnologico ma anche psico-sociale e di sistemi, ma non è ancora riuscita, per esempio, a risolvere il problema della convivenza; siamo una specie che non sa convivere, facciamo guerre di tutti i tipi, ci ammazziamo l’un l’altro, siamo dentro sistemi conflittuali ancora fortemente primitivi, ancora pensiamo che se uno viene da un altro Paese del mondo gli chiudiamo le porte in faccia. Quindi penso che questa specie deve fare ancora tanti passi evolutivi che sono la condizione stessa della sua crescita e realizzazione, e credo che voler delegare a una intelligenza macchinica il destino e la vita della nostra specie sia la più atroce delle prospettive totalitarie.
Seconda cosa, ho ancora fiducia che le persone, gli umani, sappiano fare un ragionamento molto semplice intorno all’uso della tecnologia, vale a dire che non si tratta di essere contro, io non sono contro la tecnologia, sono felice che l’umanità abbia inventato la scrittura, la ruota, l’elettricità, la macchina e qualsiasi altra cosa, quello che non mi rende felice è ciò che non ha fatto felice milioni di persone, ossia che questo oggi avvenga all’interno di un sistema capitalistico, che è un modo di produzione assolutamente barbaro, arcaico, superato dalle sensibilità comuni.
Ci dobbiamo quindi sbarazzare di queste prospettive partendo dal territorio degli umani, ricomponendo un sistema di legami che ci facciano capire che dobbiamo affrontare insieme i problemi del nostro svilup po senza chiudere le porte in faccia a nessuno, e anzi dotandoci delle tecnologie idonee a sfruttare nel modo migliore le risorse del mondo per stare bene tutti. Quindi il punto è una prospettiva diversa, non un uso diverso degli strumenti, e non è una polemica banale sull’intelligenza artificiale, è una polemica che riguarda la specie, non la tecnologia. Questo è il senso del mio ragionamento, ed è anche il senso per cui ritengo che continuare a sviluppare questo tipo di ricerca e di riflessione sia un’esigenza sociale profonda.
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Chiudo lanciando un allarme che è politico e riguarda la metamorfosi del sistema italiano. Siamo all’interno di un processo di trasformazione del sistema politico da sistema politico novecentesco a un sistema digitale, e questa trasformazione ha una caratteristica: il soggetto politico delle campagne elettorali non sono più i politici, non sono più gli umani, ma sono delle agenzie. In Italia ci sono due agenzie potenti. Una è la Casaleggio Associati, ed è l’agenzia del Movimento 5 stelle, l’altra è Sistemi Intranet, ed è l’agenzia di Salvini, molto meno nota ma altrettanto potente. Sono agenzie per le quali lavorano moltissimi tecnici e studiosi dei sistemi digitali, quella di Salvini è gestita da Luca Morisi, un digital philosopher, e quella di Casaleggio prima da Gianroberto Casaleggio e ora dal figlio. Casaleggio padre era uno dei massimi conoscitori e tecnici delle reti internet, e precedentemente di quelle aziendali – è stato dentro Olivetti. Ha lavorato con l’Italia dei valori di Di Pietro, per costruire il primo sistema informatico sperimentale che però non ha funzionato molto bene, e ha inventato un sistema più complesso, il sistema 5 stelle, che è quello in cui ci troviamo. Non mi interessa entrare nel merito delle politiche dei due partiti, ma dei dispositivi.
Queste strutture, che lavorano sia sul piano dell’identificazione dei dispositivi sia su quello della manipolazione dell’identità, sono agenzie che operano a un unico scopo: profilare le identità politiche del corpo elettorale per realizzare dei sistemi di intervento personalizzato, di micro-target, per la manipolazione delle scelte. È qualcosa che abbiamo già visto all’opera negli Stati Uniti con la campagna presidenziale di Obama ma soprattutto in quella di Trump, e che abbiamo visto sotto forma di un grande scandalo, quello della Cambridge Analytica, che aveva a che fare con Steve Bannon, uno dei massimi esponenti del suprematismo bianco della destra radicale americana e dei grandi capitalisti che hanno portato al potere Trump. A Bruxelles Bannon ha aperto una sede, The Movement, che ha lo scopo di connettere e collegare le agenzie che in Europa lavorano per partiti consimili, e la prospettiva sono le elezioni europee del 2019. Siamo quindi dentro una grandissima campagna elettorale che riguarderà tutti i Paesi della Ue. Queste operazioni non le fa Salvini e non le fa Di Maio, non le fanno i singoli politici ma delle agenzie, che sono legate a università che hanno dei nomi molto forti; Link Campus, per esempio, da cui proviene l’attuale ministro della Difesa, Elisabetta Trenta. Sono università che lavorano con i Paesi e i servizi di tutto il mondo, con i contractor e con i militari.
Stiamo insomma andando in una certa direzione. Io vi propongo di non guardarla soltanto nella sua quotidianità, battute e controbattute dell’uno contro l’altro, ma nelle sue strutture profonde, vale a dire in chi organizza questa operazione sul web, sul continente virtuale, per catturare attenzione e voti e manipolare le scelte dei sistemi elettorali.