mercoledì 22 agosto 2012

Docenti in “esubero” nella scuola statale? L’Uaar invita il ministro a impiegarli per l’ora alternativa


Egregio Ministro Profumo,
le scriviamo in quanto il suo dicastero dovrebbe assicurare che l’opzionale Insegnamento della Religione Cattolica (Irc), che per obblighi concordatari spetta allo Stato istituire, non determini alcuna forma di discriminazione.
Le cose purtroppo stanno diversamente. Studenti e genitori ci contattano da ogni parte d’Italia perché si scontrano con le tante difficoltà nel vedere riconosciuto il loro diritto alle attività alternative all’Irc. Allarmi sulle discriminazioni che colpiscono chi non opta per l’Irc sono stati lanciati negli anni passati anche dall’Unicef e dal Gruppo di Lavoro per la Convenzione sui Diritti dell’Infanzia e dell’Adolescenza.
Avendo appreso del suo recente impegno per la riqualificazione dell’Irc, siamo certi che lei provvederà immediatamente a tutelare in egual misura studenti e famiglie che chiedono di avvalersi di insegnamenti e attività educative non impartiti secondo dottrine religiose, come richiesto dalla nostra Costituzione e come doveroso per un paese che vuole definirsi laico e civile.
Al tal fine le prospettiamo l’impiego dei docenti che il ministero considera in “esubero”: potrebbe essere assicurato lo svolgimento di attività alternative qualificate in tante scuole, dando così un segnale di attenzione ai diritti civili di tutti senza mortificare con inopportune “riconversioni” le specifiche competenze dei docenti in questione.
Non riteniamo che questa sia l’unica ricetta per risolvere l’ormai trentennale problema delle attività alternative all’Irc, come dimostra la molteplicità di approcci presentata nel nostro progetto ora alternativa. Ribadiamo che ove non sia possibile coprire queste necessità con i docenti in “esubero” occorrerà in ogni caso che già dal primo giorno di scuola sia presente un docente dedicato all’attività alternativa, ricorrendo per tempo a nomine di supplenti annuali dalle graduatorie, come da norme vigenti troppo spesso non seguite dai dirigenti scolastici. Per il futuro, ricordiamo infine la nostra proposta di istituire graduatorie specifiche per l’attività didattica alternativa, che sarebbe una ulteriore strada da percorrere per tutelare davvero i diritti di chi sceglie di non frequentare l’Irc.
Attendiamo una sua cortese risposta e un suo pronto intervento a tutela degli studenti e delle famiglie che, nella scuola della Repubblica, chiedono di non essere discriminati e di avvalersi di insegnamenti didatticamente qualificati e non impartiti in «conformità della dottrina della Chiesa».
Cordiali saluti
Il comitato di coordinamento Uaar
da qui

Wild, Wild Life - Talking Heads

martedì 21 agosto 2012

Chichimeca

Günter Wallraff

Günter Wallraff è un monumento del giornalismo, qui si è finto somalo per più di un anno, ha fatto questo film documentario verità, ha scritto dei libri, qualcosa si trova in italiano, forse ancora si trova "Faccia da turco", il reportage di quando si era travestito da turco, e il razzismo c'era e c'è.
(da noi Fabrizio Gatti lavora così, non seduto in ufficio, o a casa, a fare i riassunti o i copia-incolla delle agenzie).
il film sotto è tratto da Arte, e per buona parte è sottotitolato in francese.
provate a vederlo, merita - franz





Nel film-documentario dall’azzeccato titolo "Nero su bianco" vediamo il povero Kwami girare solo e pensoso per le campagne della Sassonia a cercare, inutilmente, lavoro fra casali e contadini tedeschi (dell’est) non proprio illuminati. E comunque sospettosi nei confronti di Kwami (e delle sue sgargianti camicie). In un altro triste episodio ecco lo sfigatissimo Ogonno prender posto, in treno, in mezzo alla tifoseria più aggresiva di tutti gli stadi di Germania: gli scatenati Fans del Dynamo Dresden. Lo fa apposta il sedicente somalo a cacciarsi ovunque in Germania, dal nord al sud del paese, in mezzo ai guai? 
Certo che lo fa apposta, visto che sotto quella pelle esageratamente scura del baffuto africano si nasconde il solito Günter Wallraff, il giornalista probabilmente più noto di tutta la Germania che da circa 4 decenni altro non fa che calarsi nei panni della povera gente, o dei poveri idioti. Per „mettere così alla prova“, come spiega il giornalista, o insomma ‚sputtanare’, diremmo noi, la mentalità e soprattutto la moralitá dei suoi connazionali. Sono allora dei ‚razzisti’, gente eticamente squallida questi 82 milioni di tedeschi al centro d’Europa? E sará  poi ‚valido’ il Test morale che un irreprensibile professionista come Wallraff ha stavolta realizzato producendo dopo un anno di duro lavoro (e dopo esser sgaiattolato nei panni di Kwami Ogonno e di altri sfigatissimi personaggi) sia un film che un libro?...

domenica 19 agosto 2012

beni comuni e la soluzione sotto il tappeto


Il bilancio dello Stato in pareggio, al quale siamo impegnati ad arrivare entro il 2013, non porta automaticamente alla ripresa economica; e le misure di aumento delle imposte e riduzione della spesa non portano automaticamente a un bilancio in pareggio, anzi, l’esperienza greca fa balenare il rischio che, a causa dei tagli eccessivi, il deficit si avviti su se stesso. Il mondo della finanza sta prendendo atto in concreto di queste amare verità e, per conseguenza, sposta il discorso dal deficit al debito: se riuscissimo ad abbattere il debito - come d’altronde ci impone, nell’arco di vent’anni, il «patto fiscale» sottoscritto in sede europea - si ridurrebbero molto gli interessi sul debito stesso e navigheremmo in acque più tranquille. Nascono di qui gli studi e le proposte rese note in questi giorni per ridurre sensibilmente il debito pubblico mediante la vendita di beni di proprietà dello Stato e di altri enti…
…Infine, siamo proprio sicuri di voler vendere gran parte del patrimonio pubblico? Come dice un vecchio proverbio, «si vende una volta sola» e il depauperamento del patrimonio nazionale sarebbe un’altra spoliazione delle generazioni giovani, già chiamate a farsi carico del debito pensionistico. Occorre probabilmente decidere caso per caso: mentre è difficile trovare serie obiezioni alla vendita di una parte delle opere d’arte giacenti nei magazzini dei musei per finanziare il ministero dei Beni Culturali, sempre a corto di fondi, meno sicura sarebbe l’opportunità di disfarsi della quota pubblica dell’Eni, certamente molto appetibile sul mercato, in quanto si tratta dell’unica grande impresa italiana rimasta a carattere chiaramente globale e dal significato chiaramente strategico.

Probabilmente il bene patrimoniale più rapidamente disponibile è l’oro delle nostre riserve. Gli accordi internazionali ci permettono di metterne sul mercato solo piccole quantità ogni anno (pari all’incirca a uno-due miliardi di euro), ma il resto potrebbe essere dato in garanzia di una linea di credito con un ente internazionale per un pronto intervento in caso di spread troppo elevato, oppure per ricomprare una parte dei titoli di debito dagli interessi più costosi.
…

I beni da vendere appartengono a quattro categorie. I beni culturali, e cioè i gioielli che rappresentano la storia e il prestigio del nostro paese, luoghi spesso a disposizione di tutta la popolazione. Beni che sono alla base di uno degli articoli fondamentali della prima parte della Costituzione verranno svenduti senza remore: non ce lo possiamo permettere più, secondo la religione dei professori. Vedremo che dirà al riguardo il Presidente della Repubblica che in passato ha richiamato all'intangibilità delle radici culturali dell'Italia.
Il secondo gruppo appartiene ai beni strumentali, cioè a tutte quelle proprietà che tuttora ospitano una funzione pubblica…
…La svendita del patrimonio immobiliare pubblico non avrà alcun effetto per far uscire il paese dalla crisi economica. Servirà a far quadrare i bilanci di molti istituti di credito e fondi speculativi che a parole si dice di combattere. E servirà a far arretrare le vite di coloro che fin qui «hanno vissuto sopra le loro possibilità», come dice il professor Monti. Obiettivo da raggiungere anche svendendo le radici del nostro paese.
…
2. Dove diavolo sono finiti i soldi?
Secondo Henry, il termine offshore non corrisponde più a un luogo fisico, nonostante una quantità di posti come Singapore e la Svizzera continuino a specializzarsi nel fornire ai ricchi di tutto il mondo «residenze fisiche sicure a bassa tassazione».
Ma oggi la ricchezza offshore è virtuale. Henry descrive «siti nominali, ultra-portatili, multi-giurisdizionali e spesso temporanei all'interno di reti di organizzazioni e accordi legali e semi-legali». 
Una compagnia può essere ubicata all'interno di una giurisdizione, ma posseduta da un gruppo di aziende situato altrove e amministrata da un insieme di società in una località terza. «In definitiva il termine offshore si riferisce a un insieme di potenzialità» piuttosto che a un posto o a una serie di posti. 
Il documento nota anche che è importante distinguere tra «paradisi intermedi«, cioè quei posti che la gente normalmente immagina quando pensa ai paradisi fiscali (come le Isole Cayman di Romney, le Bermuda e la Svizzera) e i «paradisi di destinazione», che includono Stati Uniti, Gran Bretagna e perfino Germania. Queste ultime sono destinazioni richieste, perché mettono a disposizione «mercati azionari efficienti e disciplinati, banche sostenute da un'ampia popolazione di contribuenti e compagnie d'assicurazione; sistemi legali ben sviluppati, avvocati competenti, sistemi giudiziari indipendenti, e il principio di legalità».
In altre parole la stessa gente che non paga le tasse spostando in giro il suo denaro approfitta, al fine di evadere, dei servizi finanziati dai contribuenti. E negli Stati Uniti alcuni Stati hanno cominciato, fin dagli anni Novanta, a fornire, a buon mercato, organizzazioni «il cui livello di segretezza e protezione nei confronti dei creditori e i cui vantaggi fiscali fanno concorrenza a quelli dei tradizionali paradisi fiscali offshore». Se a questo si aggiunge che i ricchi e le multinazionali negli Stati Uniti pagano sempre meno tasse, ne risulta che stiamo provando ad attirare quelli che stanno cercando nasconderci il denaro…

Angelo Di Carlo

L'uomo che si diede fuoco davanti alla Camera dei Deputati è morto questa mattina, a causa delle gravi ustioni riportate su circa l'85% del corpo. La sua protesta risale ad otto giorni fa e fece parlare tutta Italia, conquistando l'attenzione sperata.
Era l' una di notte dell' 11 Agosto quando Angelo Di Carlo, originario di Forlì, si recò davanti a Montecitorio. Dopo essersi versato addosso una bottiglia di liquido infiammabile ed essersi dato fuoco con l'ausilio di un accendino, si scaraventò verso l'ingresso della Camera...

Samia Yusuf Omar

...«Sapete che fine ha fatto Samia Yusuf Omar? - ha chiesto Abdi nei pochi giorni che mancano alle elezioni presidenziali somale -. La ragazza è morta… morta per raggiungere l'Occidente. Aveva preso una carretta del mare che dalla Libia l’avrebbe dovuta portare in Italia. Non ce l’ha fatta. Era un'atleta bravissima. Una splendida ragazza»...

La badante di Bucarest - Gianni Caria

la prima cosa che impressiona è che qui le italiane vanno in Romania a far le badanti, e questo per chi legge è un elemento di coscienza e di conoscenza.
vedere le cose con un altro occhio (l'occhio dell'altro) stupisce e lascia senza fiato.
da non perdere - franz



La Badante di Bucarest è un romanzo che tratta di burle della storia, di ribaltamenti di vite e di lettura del fallimento annunciato di un sistema economico, quello capitalista, arrivato ad un capolinea di orrore e disperazione. Gianni Caria, new entry del variegato parco dei magistrati-scrittori, non sceglie( grazie a Dio!) la strada ruffiana del noir da classifica ma imbocca il sentiero tortuoso di una storia solo apparentemente surreale e di difficile digeribilità per gli stomaci deboli abituati al “cibo letterario” liofilizzato e inscatolato. Avvertenza per l’uso: non è un romanzo da svago e la sferzata di emozioni che offre non ha niente a che vedere con quelle da thriller incentrato sul poliziotto esistenzialista di turno: qui parliamo di pancia, di sconfitte dolorose, risentimenti e ricerca di un egoismo liberatorio e indispensabile per una sopravvivenza la cui unica e definitiva ambizione è rappresentata  dagli ottocento euro da mandare a casa a fine mese…

…Opera strutturalmente calibratissima, tra flashback, pensieri monologanti, stringhe di riflessione e dialoghi essenziali, densa e angosciante per la carica d’umanità, affronta dall’interno anche il problema del rapporto italiani-rumeni, ribaltando le prospettive a cui siamo abituati: è un’italiana a varcare il confine rumeno, ad affrontare il problema della lingua e di una cultura straniera. Accanto alla solitudine, infatti, il tema dell’esclusione è continuamente presente, nelle sfaccettature più varie: esclusione dalla vita (il professore), dagli affetti (Maria, il marito e i ragazzi), dalla comunità straniera (né la famiglia del professore né gli altri sembrano interessati ad aiutare Maria nell’integrazione, a cominciare dal divario linguistico). Sfociando nel dramma psicologico ed esistenziale, il romanzo di Caria si inserisce nel numero esiguo di quei libri che vorremmo far conoscere e regalare a chi amiamo. Per aprire le proprie visuali, per emozionarsi, per rabbrividire e, a libro terminato, per riflettere ancora.