mercoledì 4 maggio 2016

Partigiani della Scuola Pubblica allibiti per le parole di Renzi sul concorso

Recentemente il Premier Renzi ha messo avanti la martoriata Costituzione per giustificare la necessità del concorso ad eliminazione dal quale usciranno solo 60.000 docenti dei 160.000 abilitati ammessi (anche se già gli esclusi non abilitati hanno vinto il ricorso ).
I vincitori verranno poi sottoposti ad un tirocinio di ben tre anni (dopo quello fatto per abilitarsi) in qualche remoto ambito d'Italia scelto in base ad un algoritmo, da effettuarsi a stipendio ridotto, come se già non fosse abbastanza miserabile quello intero, che non consente neanche di sobbarcarsi un fitto di casa.
Non vogliamo qui fare l'apologia del "docente itinerante" o "migrante" ma della Costituzione italiana ancora una volta manipolata da chi la dovrebbe difendere.
E' vero che la Costituzione asserisce all'art. 97 che "Agli impieghi nelle pubbliche amministrazioni si accede mediante concorso" ma aggiunge "salvo i casi stabiliti dalla legge" .
Il concorso deve essere dunque correlato ad un posto di lavoro, ad un "impiego" non ad un territorio di libero reclutamento (la Legge 107 prevede infatti titolarità non più di sede ma di ambito territoriale).
Con questa operazione da leguleio piuttosto che da legislatore, il Premier ha cercato solo di creare un ponte tra la Costituzione e la vergogna della "chiamata diretta" di mussoliniana memoria da lui voluta e introdotta.
In realtà, infatti, chi opera il reclutamento in base alla legge 107/2015 é un Dirigente scolastico, senza criteri stabiliti dalla norma, ma da lui medesimo, e questo non lo prevede la Costituzione italiana, che anzi sempre all'art. 97 pretende imparzialità e buon andamento per la pubblica amministrazione, ma la malafede di chi gestisce ormai lo Stato come cosa privata, personale, di chi non si relaziona con nessuna parte sociale, ma solo con lobby di speculatori e di affaristi, per i quali la scuola pubblica non é un servizio al cittadino, ma il prossimo ennesimo business per imprenditori assistiti dallo Stato.
É vero anche che la Costituzione all'articolo 36 recita "Il lavoratore ha diritto ad una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un'esistenza libera e dignitosa."
Non ci pare che un docente fuori sede possa, con quello stipendio, per giunta ridotto, sopravvivere senza aiuti dai familiari, se quelli che lavorano a Milano a stipendio pieno, nei giorni festivi, sono costretti a praticare giardinaggio a cottimo per non riuscire neanche così a sbarcare il lunario.
Inoltre, il Premier dimentica che il suo governo con il voto di fiducia ha "scelto", non costretto né vincolato da nessuno e da niente, di assumere 50.000 docenti in Fase C, di cui non tutti avevano i requisiti previsti dalla sentenza della Corte europea del 26 novembre 2014 , mentre molti, che devono passare oggi dalle Forche Caudine di questo concorso, ce li hanno.
Perché dunque il Governo con questa discutibile legge delega non ha invece scelto di assumere solo chi aveva maturato quei requisiti e non anche altri che in una scuola non avevano mai messo piede, come invece é avvenuto ?
Il concorso di oggi é stato infatti appositamente predisposto solo perché la maggior parte dei docenti ingiustamente esclusi dal piano assunzioni perdano definitivamente quei diritti riconosciuti loro dalla sentenza che avevano maturato con corsi universitari appositamente predisposti costati dai due ai tremila euro versati alle università pubbliche, ormai gestite in maniera privatistica, e diversi anni di servizio.
Non dimentichiamo che col piano assunzioni terminato a novembre sono stati creati migliaia di esuberi, sotto il nome di "Docenti di potenziamento," senza che fossero effettivamente coperti i posti vacanti in alcune classi di concorso, un vero capolavoro del danno erariale e del disservizio oltre che un oltraggio alla professionalità dei docenti.
In tutto ciò , poi, il premier non ha neanche lontanamente pensato con l'occasione di questa riforma, di ottemperare alla sentenza del TAR del Lazio che prevedeva il ripristino delle ore di insegnamento ingiustificatamente tagliate dalla Gelmini, per cui il Miur é commissariato da un anno.
Solo così si sarebbe, infatti, potuto assumere chi aveva maturato il diritto ripristinando un servizio pubblico reso da quei tagli molto meno efficace!
il premier ha pensato bene di mettere in atto una norma vessatoria nei riguardi dei docenti perché si giungesse ad una selezione darwiniana, non del migliore, in funzione delle esigenze dell'utenza, ma del più economicamente forte e politicamente meglio appoggiato.
Per questo, oggi i Partigiani della Scuola Pubblica sono in prima linea nella raccolta delle firme contro quattro gravissimi aspetti della legge 107/2015 , nella prospettiva che nel frattempo, una forza politica alternativa a quella che l'ha generata possa riservarle la definitiva "damnatio memoriae" che merita.

martedì 3 maggio 2016

L'odio - Wisława Szymborska


Guardate com’è sempre efficiente,
come si mantiene in forma
nel nostro secolo l’odio.
Con quanta facilità supera supera gli ostacoli.
Come gli è facile avventarsi, agguantare.
Non è come gli altri sentimenti.
Insieme più vecchio e più giovane di loro.
Da solo genera le cause
che lo fanno nascere.
Se si addormenta, il suo non è mai un sonno eterno.
L’insonnia non lo indebolisce ma lo rafforza.
Religione o non religione –
purché ci si inginocchi per il via
Patria o no-
purché si scatti alla partenza.
Anche la giustizia va bene all’inizio.
Poi corre tutto solo.
L’odio. L’odio.
Una smorfia di estasi amorosa
gli deforma il viso.
Oh, quegli altri sentimenti –
malaticci e fiacchi!
Da quando la fratellanza
può contare sulle folle?
La compassione è mai
arrivata per prima al traguardo?
Il dubbio quanti volenterosi trascina?
Lui solo trascina, che sa il fatto suo.
Capace, sveglio, molto laborioso.
Occorre dire quante canzoni ha composto?
Quante pagine ha scritto nei libri di storia?
Quanti tappeti umani ha disteso
su quante piazze, stadi?
Diciamoci la verità:
sa creare bellezza
Splendidi i suoi bagliori nella notte nera
Magnifiche le nubi degli scoppi nell’alba rosata.
Innegabile è il pathos delle rovine
e l’umorismo grasso
della colonna che vigorosa le sovrasta.
È un maestro del contrasto
tra fracasso e silenzio
tra sangue rosso e neve bianca.
E soprattutto non lo annoia mai
il motivo del lindo carnefice
sopra la vittima insozzata.
In ogni istante è pronto a nuovi compiti.
Se deve aspettare aspetterà.
Lo dicono cieco. Cieco?
Ha la vista acuta del cecchino
e guarda risoluto al futuro.
– lui solo.

lunedì 2 maggio 2016

Senza - Pabuda

senza buona musica
sei fottuto, amico.
a essere sincero:
senza almeno
un pochetto
di bella musica
per lo mezzo
non credo faremo mai
amicizia,
te l’ho già detto.
senza musica buona
puoi andare
di filato alla malora.
senza musica
ti si secca il cervello
e non solo quello:
senza musica,
ben che vada, puoi
sopravvivere:
riesce anche ai sorci,
ai lombrichi, alle blatte,
alla fillossera e alle muffe.

Dalia Mogahed: Cosa pensate quando mi guardate?



dice anche: L'ISIS ha con l'Islam lo stesso legame che il Ku Klux Klan aveva con il cristianesimo.

domenica 1 maggio 2016

La madre-Sardegna non può essere assieme accogliente e ingrata - Giovanni Maria Bellu,

Eccoci qua, noi sardi, il 28 aprile. Come dei trovatelli il giorno della Festa della Mamma. Non avendola mai conosciuta, ognuno se la immagina come vuole e come può, guidato dai propri sogni, desideri, frustrazioni. Chi la vede come una madre eroica, che è stata capace di resistere a ogni genere di oltraggio e tradimento, chi come una madre ingrata, incapace di nutrire tutti i suoi figli, chi come una madre amorevole e accogliente che ha saputo comunque allevarne la maggior parte. C’è poi chi vede nell’atto di immaginarla tutti assieme, anche se solo una volta l’anno, un momento del processo che un giorno potrebbe portare i sardi a riconoscersi in un’unica madre.
Un momento molto lontano. E non è affatto certo che un giorno ci si arrivi.
Di certo, oggi, per i sardi la mamma-Sardegna non è una sola. Infatti discutiamo animatamente, e a volte litighiamo, ogni 28 aprile, ogni volta che si celebra Sa die de sa Sardigna.
Le discussioni diventano particolarmente accese quando le istituzioni prendono l’iniziativa di suggerire ai sardi una certa idea di madre, una certa idea di Sardegna. Quest’anno la Regione, mettendo al centro di questa giornata i migranti, ha scelto un modello ibrido di madre che unisce la “madre ingrata” e la “madre accogliente”. Ingrata verso i sardi che sono stati costretti (e ancora sono costretti, specie i più giovani e più colti) a emigrare; accogliente verso altri giovani che approdano nel suo grembo dopo essere fuggiti da guerre, carestie o che, semplicemente, sono alla ricerca di migliori condizioni di vita.
Scelta nobilissima. Ha ragione l’assessore alla Cultura Claudia Firino quando dice che non dobbiamo dimenticare la storia di migrazioni che “abbiamo alle spalle” (e, a dire il vero, ancora davanti agli occhi) e sottolinea che questa storia “costituisce una fetta importante della nostra identità”. Ma a noi pare che, nel fare questa scelta, siano state sottovalutate alcune difficoltà.
La principale sta nel conciliare le “opposte madri”, l’ingrata e l’accogliente. Che poi è esattamente la difficoltà che, senza andarsela a cercare, incontra tutti i giorni l’Europa e sulla quale i movimenti xenofobi stanno lucrando crescenti consensi.
È la difficoltà che si traduce in slogan beceri – smentiti dai dati economici – e però molto efficaci, quali “Ci portano via il lavoro”. Slogan che trovano un terreno fertilissimo nel crescere della povertà, nella perdurante insufficienza di opportunità di lavoro, nella diminuzione dei servizi sociali.
Dedicare una giornata identitaria a chi soffre è una scelta alta e coraggiosa. Ma rischia di apparire un esercizio irritante di politically correct se non è stata preceduta, e non viene accompagnata, da atti coerenti e sistematici volti a combattere la povertà, la corruzione, l’ineguaglianza sociale. E, magari, anche dai primi effetti visibili di questi atti.
Effetti che ancora non si vedono, né in Sardegna né in Italia. I segni di ripresa sono ancora ambigui e fragili. E soprattutto non si vede, nell’agenda politica, la centralità del tema della lotta alla povertà. È di pochi giorni fa la notizia che le concrete madri sarde, le donne sarde, dal 2014 al 2015 hanno perso tre mesi della loro aspettativa di vita. Dato, d’altra parte, coerente col trend negativo dell’intero Mezzogiorno d’Italia.
La madre accogliente sarà riconosciuta come la madre di tutti solo dopo che saremo stati capaci di uccidere la madre ingrata.
da qui  

Il sonno della ragione genera mostri

Quando c’erano la Dc e il Pci, se un preside avesse festeggiato (anche solo in forma di seminario) nella “sua” scuola il Natale di Roma (festa fascistissima, nata nel 1924 e morta nel 1945, dopo la Liberazione, festa della quale Gramsci aveva capito il significato), almeno ci sarebbero state delle interrogazioni parlamentari e il Ministero della Pubblica Istruzione (c’è stato un tempo nel quale un ministero aveva un così bel nome) avrebbe fatto saltare quei fascisti che avessero festeggiato (anche solo in forma di seminario) una festa fascista.
Uno può essere fascista, nessuno è perfetto, non c’è problema, ma lo sia a casa sua, dice la Costituzione (quella che ancora r-esiste), non in una scuola della Repubblica Italiana.
A Cagliari in un liceo si tiene una conferenza sul Natale di Roma, come dice l’ANPI: “il dirigente scolastico del Liceo Alberti di Cagliari Ing. Raffaele Rossi ha promosso, presso i locali dell’Istituto nella giornata di venerdì 22 Aprile, una iniziativa discutibile con la partecipazione del Dirigente dell’A.S.T. della provincia di Cagliari Dott. Luca Cancelliere, sotto forma di seminario su “Natale di Roma – 21 Aprile 753 a.c.”.

I docenti di quella scuola protestano (solo 25, in realtà), l’ANPI protesta, ma la Buona Scuola va avanti, tutto va bene, tutto va bene.

A regime, per chi non lo sapesse, la legge 107 del 2015, Riforma del sistema nazionale di istruzione e formazione e delega per il riordino delle disposizioni legislative vigenti. (quella sulla Buona Scuola, che farà schifo, ma nella neolingua si può dire qualsiasi cosa, tanto, chi protesta?) prevede che i dirigenti scelgano gli insegnanti della “propria” scuola , la libertà d’insegnamento e la libertà di pensiero sentitamente ringraziano.




Il 3 aprile 1921, durante un discorso pronunciato a Bologna, Benito Mussolini proclamò l'anniversario della fondazione di Roma quale festa ufficiale del Fascismo. La decisione venne commentata da Antonio Gramsci come il tentativo del Fascismo di naturalizzare il proprio ruolo nella Storia italiana, attraverso la rivendicazione delle origini romane…
…Lo stesso 19 aprile venne approvato dal Consiglio dei ministri uno schema di decreto-legge proposto dal presidente Benito Mussolini che aboliva la festività del 1º maggio e fissava la celebrazione del Lavoro al 21 aprile, Natale di Roma. Fu la prima celebrazione istituita dal governo Mussolini che, a partire dal 21 aprile 1924 divenne festività nazionale, denominata "Natale di Roma - Festa del lavoro". Tale decreto fu cassato nel 1945, ripristinando la Festa del lavoro al 1º maggio e limitando la festività del Natale di Roma al solo ambito cittadino della Capitale.

Docenti del Liceo Alberti di Cagliari, sul piede di guerra. Il motivo? La decisione del Dirigente scolastico di organizzare per la giornata di oggi una conferenza sul tema del Natale di Roma. I 25 docenti del liceo si "dissociano nettamente dalla unilaterale e sconcertante decisione del Preside di organizzare presso la scuola una conferenza sul tema del “Natale di Roma”, si legge nella nota stampa inviata al nostro giornale "argomento nel quale è impossibile non rintracciare una oggettiva valenza apologetica in direzione di un passato in contrasto con i principi fondanti della nostra Repubblica".


Chi era presente il 25 aprile in Piazza del Carmine alla manifestazione promossa dal Comitato 25 aprile ha sentito dalla voce di Vito Biolchini l'incredibile vicenda accaduta al Liceo Alberti di Cagliari venerdì 22 aprile e l'espressione della solidarietà ai docenti del Liceo che hanno denunciato la discutibile scelta del dirigente scolastico di promuovere e consentire una iniziativa pseudo culturale rievocativa dei "Natali di Roma" che si configura esplicitamente come iniziativa di stampo fascista. Si tratta infatti di una ricorrenza che divenne "Festa nazionale " durante i primi anni del regime fascista e che fu abolita dopo la Liberazione.
Come ANPI provinciale, in coerenza con la nostra funzione e con le nostre finalità, ci siamo sentiti in dovere di esprimere con un comunicato la nostra posizione e di inoltrare il nostro comunicato, unitamente alla presa di posizione dei docenti del Liceo Alberti ed al rimando al sito che segue per ulteriori informazioni sui promotori della sconcertante iniziativa promossa dal Dirigente scolastico in collegamento con Luca Cancelliere, dirigente dell'Ufficio provinciale della P.I., noto appartenente in qualità di dirigente provinciale alla formazione di estrema destra neofascista "Progetto fiamma".
Comunicato
L’ANPI di Cagliari esprime sconcerto e indignazione per la gravissima decisione del Dirigente scolastico del Liceo Alberti di Cagliari Ing. Raffaele Rossi che ha promosso, presso i locali dell’Istituto nella giornata di venerdì 22 Aprile, una iniziativa discutibile con la partecipazione del Dirigente dell’A.S.T. della provincia di Cagliari Dott. Luca Cancelliere, sotto forma di seminario su “Natale di Roma – 21 Aprile 753 a.c.”.
Si tratta, in termini inequivocabili, di una ricorrenza che fu dichiarata festa nazionale durante il regime fascista e che fu giustamente abolita subito dopo la Liberazione dell’Italia dal nazi fascismo. Proporre questo tema, bloccando le lezioni, in un contesto scolastico che ha visto, fino a pochi giorni prima di questo “seminario”, un “Viaggio della memoria” di un nutrito gruppo di studenti del Liceo Alberti nei luoghi dove avvennero le stragi nazifasciste, a partire da Marzabotto, ha il sapore della ritorsione e della provocazione. Il fatto che l’evento sia stato partecipato dal Dirigente Cancelliere, che, come risulta dal link che di seguito si evidenzia, risulta dirigente di una associazione neofascista chiude il cerchio.
L’Anpi esprime piena solidarietà nei confronti dei docenti che hanno manifestato il proprio dissenso dall’iniziativa promossa dal Dirigente scolastico e chiede al Ministro della Pubblica Istruzione di verificare l’accaduto e di voler adottare anche misure di censura sull’accaduto e sui responsabili che lo hanno promosso e consentito.
Marco Sini
Presidente ANPI Cagliari


I curiosi che vogliono farsi un’idea del “curriculum” del Dott. Luca Cancelliere, Dirigente dell’A.S.T. della provincia di Cagliari, possono leggere qui.



ps: approfitto per comunicare, o ricordare, che si stanno raccogliendo, fino all'inizio di luglio, le firme per sei referendum (questo è il sito del comitato promotore), quattro contro alcuni aspetti della "Buona scuola", uno contro future trivellazioni petrolifere sia in terra che in mare (anche oltre le 12 miglia) e l’altro contro il piano nazionale inceneritori previsto dallo Sblocca Italia; in più una petizione contro gli scandalosi decreti attuativi Madia sui servizi pubblici e le partecipate, per sostenere la versione originale della legge per la ripubblicizzazione del servizio idrico e per inserire il diritto all’acqua nella Carta costituzionale (da qui)

una buona scuola

Auguri di buon anno scolastico

"Bisognerebbe educare la gente alla bellezza: perché in uomini e donne non si insinui più l’abitudine e la rassegnazione, ma rimangano sempre vivi la curiosità e lo stupore.” (Peppino Impastato)

Da sempre, ma in questi ultimi mesi soprattutto, anche in conseguenza dell’attuazione della Legge 107, si parla molto della scuola, dei suoi problemi organizzativi e dei progetti di riforma da attuare, per superare la complessità che vive e che sempre di più ha bisogno di essere progettata, gestita, monitorata, valutata e riprogettata.

I problemi mai risolti e le soluzioni che hanno avuto difficile o parziale attuazione, hanno rischiato di spingere ai margini della nostra attenzione gli studenti, di sfuocare i loro bisogni di apprendimento e di crescita, la didattica, i processi di apprendimento e la loro progettazione e organizzazione, la passione, l’impegno e il lavoro quotidiano degli insegnanti e del personale tutto della scuola.

In questo nuovo anno scolastico che sta per cominciare, in questo nuovo cammino e nuova stagione della vita e della conoscenza, desidero rivolgere a tutti coloro che fanno parte della comunità educante del Liceo Paolo Giovio e a tutti coloro che hanno una partecipazione ed interesse nella scuola, un sincero e partecipato augurio di Buon anno scolastico.

Auguro ai docenti di saper accompagnare con amore e cura i loro studenti nel loro cammino, di saperli guidare a tradurre le mappe dei saperi nel loro territorio, di saperli aiutare a imparare, ma soprattutto imparare ad essere e a vivere.

Auguro ai genitori di avere coraggio e cuore che danno ai loro figli l’entusiasmo di vivere e senza i quali non ce la farebbero e verrebbero più facilmente meno.

Auguro agli studenti di saper imparare ad essere, imparare e imparare la “conoscenza della conoscenza”, come dice E. Morin. Auguro loro di acquisire conoscenze e competenze per affrontare la complessità e l’inatteso, di imparare a vivere con il coraggio per affrontare i problemi della loro vita personale, come cittadini e come parte del genere umano, di saper rinforzare ogni giorno la loro missione di sapere, saper essere e vivere, saper pensare e agire nel presente e nel loro futuro che verrà.

Auguro al personale ausiliario ed amministrativo, con la passione e la pazienza di sempre, rese più forti dalla revisione e dall’aggiornamento delle loro conoscenze e competenze, di saper cogliere e sostenere i processi e gli strumenti funzionali all’educazione, alla crescita degli studenti, alla professionalità del personale docente e al servizio per l’utenza. Auguro loro soprattutto di comprendere ed avere pazienza.

Auguro a tutti i portatori di interesse di continuare a contribuire e partecipare con sempre più convinzione e forza alla crescita della comunità educante del Paolo Giovio in funzione del ben-essere e del ben-vivere di ciascuno degli studenti e di tutti coloro che alla loro crescita e formazione partecipano.

A tutti auguro di saper costruire e stabilire legami, comunicazioni e dialoghi tra le varie anime della scuola e saper guidare la crisi della cultura che stiamo vivendo aiutandoci a realizzare l’educazione alla comprensione reciproca e all’educazione alla civiltà, nella direzione che indicava Antonio Gramsci, quando affrontando il problema educativo lo legava all’espressione, al bisogno storico di crescita politica, sociale e culturale.

 “Cultura non è possedere un magazzino ben fornito di notizie, ma la capacità che la nostra mente ha di comprendere la vita, il posto che vi teniamo, i nostri rapporti con gli altri uomini. Ha cultura chi ha coscienza di sé e del tutto, chi sente la relazione immanente con tutti gli altri esseri. (…) Basta vivere da uomini, cioè cercare di spiegare a se stesso il perché delle azioni proprie e altrui, tenere gli occhi aperti, curiosi su tutto e su tutti, sforzandosi di capire ogni giorno di più l’organismo di cui siamo parte; penetrare la vita con tutte le nostre forze di consapevolezza, di passione, di volontà; non addormentarsi, non impigrire mai; dare alla vita il suo giusto valore, in modo da essere pronti, secondo la necessità, a difenderla o a sacrificarla. La cultura non ha altro significato.” (Antonio Gramsci)

Auguro un sereno anno scolastico a tutti, pieno di bellezza e di gioia per la vita e la conoscenza.

Il dirigente scolastico

   Marzio Caggiano


Sa Die della rimozione - Nicolò Migheli


Il 28 aprile e la Sarda Rivoluzione vanno oscurati. La Giunta che ci governa l’anno scorso in estremis dedicò la Giornata dei Sardi alla sovranità alimentare e al cibo; quest’anno ai migranti. Temi di indubbio rispetto. Il primo ci poneva davanti alla nostra dipendenza dalle importazioni di alimenti. Non vi è libertà senza la proprietà del cibo. Il secondo vorrebbe ricordarci quello che già viviamo, migliaia di sardi che ogni anno lasciano l’isola perché qui non trovano lavoro e gli spostamenti biblici di popolazioni in fuga da guerre e povertà, da siccità e desertificazione.
Come non essere d’accordo? Soprattutto in tempi di chiusura di frontiere, di respingimenti da parte delle polizie europee. Evidentemente il calendario deve essere così pieno di impegni che non si trova altro giorno che non sia Sa Die de sa Sardigna. Questa insistenza sugli spostamenti di significato del 28 aprile più di casualità sanno di strategia ben precisa: far dimenticare ai sardi il senso di quella giornata, rimuoverlo dal ricordo e spingerlo nell’inconscio.
La Sarda Rivoluzione non ha mai goduto, se non da parte di poche minoranze, di “buona stampa”, è passata come rivolta del notabilato locale per avere qualche impiego in più a Corte. Di conseguenza è meglio che non se ne parli. Già la scuola non lo fa, quando avviene è frutto dell’impegno dei singoli docenti. È bene che neanche le istituzioni lo facciano. Ricordare una Sardegna illuministica, in linea con la migliore Europa del Settecento non conviene. Sono avvenimenti storici che possono indurre riflessioni sulla nostra attuale dipendenza culturale prima che economica.
Memorie che pongono  domande come: quale è la nostra Patria? Siamo nazione viva oppure abortita? Temi disturbanti in una Europa che si rinazionalizza, che riscopre gli Stati ottocenteschi facendo naufragare il progetto europeo. Sa Die de sa Sardigna contraddice i disegni neocentralisti renziani e non si può dispiacere al  governo amico. Spegnere ogni diversità e originalità, non solo qualsiasi richiesta di autodeterminazione, ma anche di autonomia dai desiderati romani. La definizione italiani di Sardegna va più che bene.
Da rimpiangere i democristiani sardi di un tempo che si facevano forti della specialità per contrattare duramente con Roma. Oggi invece domina la rimozione; lo è nella lingua sarda, considerata un orpello inutile per la modernità; lo è la festa dei sardi per identici motivi. Rimozione nelle tradizioni sarde ridotte a folklore, rito del cargo di cui si sono persi i fondamentali, buone per vendere vini e formaggi perché fannostrano e tipico; deprivate di modernità,  utili ai disegni egemonici di chi ci vorrebbe eternamente eunuchi. Però come ci insegnano cento anni di psicanalisi la rimozione tende a rendere inconsci le idee, gli impulsi i ricordi che sarebbero fonte di angoscia o di senso di colpa, perché per loro, evidentemente, è così.
Un meccanismo di difesa contro il loro emergere. Una operazione che crea un deposito di contenuti ritenuti inaccettabili. Solo che l’operazione metapsichica è fonte di disagio continuo. Dalla negazione del sé, alla vergogna come fatto costitutivo della propria esistenza;  per gli individui e per le comunità. I sardi si negano, perché il negarsi credono sia l’unica possibile per essere in sintonia con il resto del mondo. Su questi temi la psichiatra Nereide Rudas ha scritto pagine importanti analizzando il disagio e l’infelicità dei sardi, il loro sentirsi sempre fuori posto, cani nella chiesa della contemporaneità. Una vergogna che spinge persino a mutare il proprio accento vissuto come rozzo e penalizzante.
Una fonte di ansia sociale, un dipendere dal giudizio straniero considerato determinante nel autodefinirsi. Sei giusto e corretto se diluisci quel che sei in un indistinto. Qualche anno fa in Cagliari ebbero grande successo i corsi di dizione per non professionisti. Cancellare la propria appartenenza come obiettivo di realizzazione personale. Ancor di più in quelli che sono disponibili ad ogni rivendicazione nazionale degli altri, ma non della propria, vissuta come inutile se non contradditoria con il bisogno dell’esistere. Una continua cessione dell’essere, un accrescere il proprio disagio interiore.
Minorati e senza strumenti per vivere e competere nel proprio tempo. Tutto questo ha del paradossale per un governo regionale che si proclama propulsore dello sviluppo dell’isola. Quale sviluppo se si agisce per alimentare la sfiducia in se stessi? Quali possibilità di competizione nel mondo vasto e terribile se si rifiutano le precondizioni per costruire capitale sociale condiviso? La rimozione continua porta con sé il riemergere dei bisogni sotto forma di pulsioni  inaccettabili. Oscurare il 28 di aprile contribuirà a regalare migliaia di sardi al neofascismo risorgente. Se italiani si deve essere alcuni lo saranno anche nella patologia.
Ed infatti già oggi quotidiani come il Giornale scrivono di identità tradita. Per fortuna però il comportamento dell’istituzione regionale non viene seguito ovunque. In centinaia di scuole e località si ricorderanno Giovanni Maria Angioy e la Sarda Rivoluzione. L’anno scorso nella messa nella cattedrale di Cagliari organizzata dalla Fondazione Sardinia, l’arcivescovo Miglio pregò per “La Sardegna, patria nostra”. Un seme di speranza. Per il resto, come tutte le società dipendenti, ondeggiamo tra esaltazioni e depressioni schizofreniche. Abbiamo bisogno di sedute di  psicoanalisi di massa. Tutti.