giovedì 3 gennaio 2019

ADOTTARE UNA GUERRA – di Raniero La Valle

Con la “Giornata della pace” comincia martedì prossimo un anno di guerra. Quella che oggi ci funesta è la guerra che, andando oltre gli stessi conflitti già combattuti ed in corso quando il mondo era diviso in blocchi, ha avuto inizio nel 1989 con la caduta del Muro e si è posta come obiettivo il dominio finale sulla terra, questa volta da parte del capitale sovrano.Guerra mondiale, dice il papa, ma a pezzi. E i pezzi sono le singole guerre e sopraffazioni e violenze e muri e false sicurezze e chiusure, che tutti insieme fanno una guerra sola. Nel messaggio del giorno di Natale papa Francesco le ha enumerate una per una, a cominciare da quella di Israele in Palestina, che è la guerra più antica e di cui portiamo il peso maggiore, perché è la guerra provocata dalle nostre religioni non convertite. Ma poi c’è la Siria, sempre al primo posto nell’assillo del papa, e lo Yemen, e i Paesi dell’Africa, e la Corea, e il Venezuela, l’Ucraina, il Nicaragua, tutti chiamati per nome, e i popoli ancora e sempre colonizzati, e le minoranze oppresse. Ma le guerre non sono tutte qui. C’è l’Afghanistan, che non cessa di pagare per l’11 settembre, il Myanmar, per il genocidio dei Rohingya, le Filippine, il Pakistan, la Thailandia, la Cecenia, il Daghestan, il Nagorno Karabakh, l’Azerbajan, e c’è la Turchia contro i curdi e contro la Siria, l’Iraq devastato, e ancora la Colombia e poi il Messico stretto tra il muro di Trump e l’aggressione del narcotraffico. Di queste guerre non mancherebbero notizie, ma ben pochi se ne occupano, tanto meno i giornali e le TV delle nostre informazioni quotidiane. Quello che allora proponiamo è che nell’anno che viene, ciascuno si scelga una guerra da adottare, una guerra di cui informarsi, da seguire, di cui pensare e amare in particolar modo le vittime, e di cui magari accogliere qualche profugo nel proprio paese o nella propria casa. Sono cose che già succedono, perché il potere, per quanto ottuso, non può proscrivere l’amore e la solidarietà, ma se esse fossero più diffuse, forse queste guerre non sarebbero dimenticate e lasciate incancrenire, e più presto potrebbero finire. E magari se ne potrebbe parlare in rete, e nei siti e nelle mail, ciascuno a dire la sua esperienza del suo incontro con l’Altro, fosse anche solo a livello di informazione, per saperne e farne sapere di più; qualcuno può dire perché ha scelto quella guerra lì e quel “prossimo” da seguire, e darne a tutti ragione e notizia; e lo potrebbero fare anche le parrocchie. Il motivo di tutto ciò è che dobbiamo cominciare ad inventarci, non solo nella politica e nel diritto, ma nella nostra stessa esistenza quotidiana, i modi per andare verso quel grande traguardo che il papa ha indicato nel suo messaggio di Natale, in quel discorso dalla Loggia di san Pietro che non a caso, secondo una ridondante tradizione, è indirizzato “urbi et orbi” (e invece mai lo stile ne fu più umile ed evangelico come in questo Natale di papa Francesco). Il traguardo è l’unità dell’intera famiglia umana: “riscoprire i legami di fraternità che ci uniscono come esseri umani e legano tutti i popoli. Fraternità tra persone di ogni nazione e cultura. Fraternità tra persone di idee diverse, ma capaci di rispettarsi e di ascoltare l’altro. Fraternità tra persone di diverse religioni”, tutto congiurando all’amore, all’accoglienza, al rispetto “per questa nostra povera umanità che tutti condividiamo in una grande varietà di etnie, di lingue, di culture …, ma tutti fratelli in umanità!” La competizione tra le fedi, l’annessionismo religioso per la Chiesa di Roma sono veramente finiti. Il terreno dove si gioca la partita della salvezza, la vera Chiesa, è l’umanità tutta intera.
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mercoledì 2 gennaio 2019

Il governo gialloverde e il commercio delle armi. Tradimento di Stato - Alex Zanotelli




Il primo gennaio la Chiesa celebra la Giornata Mondiale della Pace, una pace mai come in questo momento minacciata, nell’indifferenza generale.
“Il mondo sta sottovalutando il pericolo di una guerra nucleare che potrebbe condurre alla fine della civiltà umana,” ha affermato il presidente russo Putin nella conferenza stampa di fine anno. E questo per due nuovi elementi. Il primo, è rappresentato dalla “tendenza ad abbassare la soglia per l’uso di armi nucleari, creando cariche nucleari tattiche a basso impatto che possono portare a un disastro nucleare globale.”
Purtroppo, a questa categoria , appartengono le nuove bombe nucleari, B61-12 che il prossimo anno gli USA piazzeranno in Italia, in sostituzione di una settantina di vecchie ogive atomiche. L’altro pericolo viene dalla “disintegrazione del sistema internazionale di controllo degli armamenti,” espresso dal recente ritiro degli USA dal Trattato INF (1987) che permette a Trump di schierare in Europa missili a raggio intermedio con base a terra.
Ora il nostro governo gialloverde ha approvato in sede NATO tale piano e ha dato la disponibilità a installarli in Italia come quelli che erano stati installati a Comiso negli anni ’80. E’ ormai una vera corsa fra USA e Russia al riarmo nucleare. Gli USA, già con Obama ed ora con Trump, hanno messo a disposizione oltre mille miliardi di dollari per modernizzare il loro arsenale atomico.
La Russia sta tentando di tenere testa agli USA (Putin ha appena annunciato di aver testato il nuovo missile intercontinentale ipersonico!) cercando di avvicinarsi alla nuova potenza, la Cina, che nel 2017 ha speso ben 228 miliardi di dollari in difesa. Trump, che nel 2017 ha speso un’enorme cifra in armi, ben 660 miliardi di dollari, sta sferzando i suoi alleati europei perché tutti investano in armi almeno il 2% del PIL.

Se l’Italia obbedisse agli ordini di Trump spenderebbe cento milioni di euro al giorno in armi (già oggi ne spende settanta milioni al giorno!). Siamo ormai davanti ai due blocchi armati fino ai denti con 15.000 bombe atomiche a disposizione e un enorme armamentario. Siamo alla follia collettiva: nel 2017 abbiamo raggiunto a livello planetario l’astronomica cifra di 1.739 miliardi di dollari, pari a oltre 4,5 miliardi di dollari che spendiamo ogni giorno in armi. E’ una polveriera che potrebbe scoppiarci fra le mani. Gli scienziati dell’Orologio dell’Apocalisse a New York hanno puntato l’orologio a due minuti dalla mezzanotte. Davanti a questo pauroso scenario, rimango sbalordito dal silenzio dei cittadini italiani. Perché il grande movimento per la pace non scende unitariamente in piazza per contestare il “governo del cambiamento” che, nonostante le promesse, è diventato guerrafondaio come gli altri? E dovremmo chiedere le ragioni per cui questo governo giallo-verde:
-non si oppone agli USA che vogliono piazzare in Italia una settantina delle nuove bombe nucleari B61-12;
-si rifiuta di firmare il Trattato ONU per l’abolizione degli ordigni nucleari;
-ha accettato che vengano collocati in Italia i nuovi missili nucleari;
-ha deciso di comperare gli F -35, definiti oggi ‘irrinunciabili’, mentre durante la campagna elettorale erano “strumenti di morte”;
-continua a vendere le bombe all’Arabia Saudita che le usa per bombardare lo Yemen in violazione della legge 185/90, che vieta la vendita di armi ai paesi in guerra (i 5 Stelle durante la campagna elettorale ne avevano chiesto “ l’embargo totale”);
-ha deciso di lasciare i soldati in Afghanistan, mentre il ritiro dei nostri soldati da quel paese era stato il cavallo di battaglia dei 5 Stelle.
Abbiamo scritto, a nome dei centomila che hanno marciato alla Perugia –Assisi, sia al Governo che al Parlamento perché riceva due delegazioni alle quali dare risposte a queste domande. A tutt’oggi, silenzio! E’ il tradimento di questo governo!
Mi appello altresì alle comunità cristiane che facciano tesoro delle forti prese di posizione di Papa Francesco sulla guerra e sulle armi. E’ un magistero il suo, di una lucidità e forza straordinaria. Mi auguro che questo venga presto percepito dai sacerdoti e dai fedeli.
“Offrire la pace è al cuore della missione dei discepoli di Cristo”, afferma Papa Francesco nel suo messaggio per la Giornata Mondiale della Pace 2019.
E allora mettiamoci insieme, credenti e non, per un impegno serio contro la folle corsa agli armamenti, soprattutto nucleari, foriera di nuove e micidiali guerre.
Che il 2019 sia un anno di mobilitazione popolare per la Pace!

Un report confidenziale, basato su venti anni di monitoraggio, afferma che nella città di Hebron Israele sta sistematicamente violando il diritto internazionale - Uri Blau


Una missione di osservatori internazionali, che fu istituita venti anni fa nella città occupata di Hebron, ha prodotto uno dei rapporti interni più esaurienti ed accusatori nei confronti della politica israeliana nella città: questo è quanto riferiscono persone che hanno avuto modo di accedere al dossier e di parlare poi con Haaretz a condizione di restare anonimi. Questa è la prima volta che un rapporto del TIPH (Temporary International Presence in Hebron) viene rivelato sulla stampa.
Il dossier confidenziale del TIPH, a lungo considerato un ente senza efficacia da parte dei Palestinesi, riporta numerose violazioni del diritto internazionale da parte di Israele e sembra confermare il fatto che la città è lacerata da un’occupazione sia militare che civile. A venti anni dall’istituzione di una missione che avrebbe dovuto conferire un senso di sicurezza ed assicurare il benessere dei Palestinesi, il rapporto avverte che la città è più divisa che mai a causa delle politiche del governo israeliano e delle azioni dei coloni.
Secondo il documento, Israele è colpevole di “violare sistematicamente e in maniera grave” il diritto di non discriminazione e l’obbligo di proteggere la popolazione che vive sotto occupazione dal rischio di deportazione. L’insediamento israeliano nella città di Hebron è una violazione del diritto internazionale e i “coloni estremisti” rendono la vita dei Palestinesi molto difficile nella parte della città controllata da Israele (nota come zona H2).
La missione TIPH fu istituita nel 1997 come parte del Protocollo di Hebron previsto dagli Accordi di Oslo, che autorizzava il parziale ridispiegamento militare delle forze israeliane nella parte della città di cui avevano il controllo. La missione fu successivamente ampliata grazie al Memorandum di Wye River firmato nel 1998 da Benjamin Netanyahu, all’epoca primo ministro per la prima volta, e dal leader palestinese Yasser Arafat. Alcune delle persone con cui Haaretz ha parlato per questo articolo hanno espresso il timore che la pubblicazione del rapporto possa spingere Israele a rifiutarsi di rinnovare il mandato del TIPH nella città, come deve avvenire ogni sei mesi.
Durante una visita a Parigi in novembre, Netanyahu ha affermato che a dicembre avrebbe deciso “in merito al rinnovo del mandato del TIPH”. A tal proposito il premier ha subito molte pressioni da parte della destra affinché sia revocato il mandato degli osservatori.
Negli ultimi mesi, la missione del TIPH è stata al centro di polemiche per due incidenti che hanno coinvolto gli osservatori del gruppo: nel primo, uno dei dipendenti del TIPH fu filmato, secondo la polizia, mentre perforava le gomme di un’auto appartenente ad un colono, mentre l’altro ha visto protagonista un osservatore svizzero che è stato deportato da Israele per aver schiaffeggiato, a quanto pare, un giovane colono. In seguito a questi episodi, in luglio Netanyahu ha convocato il capo della missione per una riunione.
Il rapporto di quasi cento pagine era stato commissionato in occasione del ventesimo anniversario della missione. Una precedente missione internazionale era stata formata dopo che nel febbraio 1994 Baruch Goldsteind aveva assassinato 29 fedeli musulmani nella Tomba dei Patriarchi della città. Attualmente la missione consta di 64 operatori internazionali provenienti da cinque nazioni che finanziano la loro presenza: Italia, Norvegia, Svezia, Svizzera e Turchia, dopo il ritiro della Danimarca. La missione sottopone i suoi rapporti solamente ai rispettivi paesi d’origine e alle autorità palestinesi ed israeliane, senza renderli pubblici.
Il TIPH ha una reputazione controversa. Ad Hebron lo chiamano ironicamente “ Tutti gli impotenti che Pattugliano Hebron” giocando con le iniziali della missione. Tuttavia, nonostante abbia un potere limitato, il TIPH ha sicuramente una reputazione migliore di tante altre organizzazioni internazionali che operano nell’area. Le organizzazioni no-profit e per la difesa dei diritti umani che operano nella zona sono spesso accusate dalle autorità israeliane di essere anti-israeliane o di sinistra. Il TIPH è diverso: i membri della missione si incontrano periodicamente con le forze di difesa israeliane e con i funzionari dell’amministrazione civile israeliana; possono muoversi liberamente in una città nota per le sue restrizioni alla mobilità; ma, soprattutto, il gruppo ha operato ad Hebron per più di vent’anni con l’autorizzazione israeliana.
Un altro degli obiettivi della missione è quello di aiutare la promozione e la realizzazione di progetti finanziati dai paesi donatori e di incoraggiare la crescita e lo sviluppo economico della città.
“Dure e sistematiche”
Alla fine del 2017, il TIPH ha realizzato uno dei lavori più significativi dalla sua istituzione: un rapporto che include i suoi venti anni di monitoraggio e che punta i riflettori sui problemi e sulle tendenze identificate dal gruppo.
Il dossier si basa, fra l’altro, su più di 40.000 “rapporti di incidenti” compilati dagli osservatori TIPH nel corso degli anni e giunge alla conclusione che la città si sta muovendo nella direzione opposta da quella auspicata da Israele e dall’OLP nel Protocollo di Hebron.
Quest’ultimo fu firmato nel 1997 e divide Hebron in due parti: H1, l’area controllata dall’Autorità Palestinese che comprende circa l’80% della città e 175.000 Palestinesi; H2, l’area controllata da Israele in cui 500/800 coloni vivono a fianco di 40.000 Palestinesi.

Secondo il dossier, Israele sta violando il diritto di non discriminazione sancito dalla Dichiarazione Internazionale sui Diritti Civili e Politici, ratificato da Israele nel 1991. I Palestinesi che vivono nell’area sotto controllo israeliano (H2) non godono della libertà di movimento né di quella di culto, due evidenti violazioni dei loro diritti. Inoltre il TIPH afferma che Israele viola sistematicamente l’Articolo 49 della Convenzione di Ginevra (IV), che proibisce la deportazione delle persone protette (cioè quelle che vivono sotto occupazione e non sono cittadini del paese occupante) fuori dal territorio occupato.
Un diplomatico che ha avuto accesso al dossier ha riferito ad Haaretz che vi si legge: “questo diritto umano basilare è violato sistematicamente e in maniera sempre più grave ai danni dei Palestinesi di Hebron, soprattutto quelli che risiedono in H2, per quanto riguarda la mancata libertà di movimento e di culto.”
Il rapporto afferma che una “vita normale”, soprattutto nel centro storico di Hebron, all’interno dell’area H2 controllata da Israele, non si trova da nessuna parte, facendo riferimento al mandato del TIPH secondo il quale la missione “assiste nel monitoraggio e nell’impegno a mantenere una vita normale nella città di Hebron”. Inoltre, il vecchio mercato ortofrutticolo palestinese è diventato un’area militare israeliana, spesso occupata dai coloni ed utilizzata come parco giochi per i loro figli, come riportato nella relazione.
Il rapporto contesta anche certe rivendicazioni di proprietà dei terreni nel centro storico di Hebron da parte di coloni che dicono di rappresentare precedenti proprietari ebrei fuggiti od uccisi durante il massacro di Hebron del 1929. Secondo il rapporto, gli attuali coloni non hanno legami familiari con i precedenti proprietari, e la questione della proprietà di terre abitate od utilizzate da ebrei prima del 1929 non è ancora stata risolta chiaramente. A prescindere da tali rivendicazioni di proprietà, il TIPH afferma che la presenza di qualunque insediamento israeliano in Hebron è da considerarsi una violazione della legge internazionale.
Il rapporto riferisce anche che c’è un esodo dall’area H2 di quei Palestinesi che si possono permettere di trasferirsi nell’area H1, controllata dall’Autorità Palestinese, dove devono subire meno restrizioni. Secondo il rapporto, coloro che non possono o non vogliono lasciare l’area H2 sono costretti ad affrontare i “coloni israeliani radicali”, sostenuti dal governo israeliano e dalle fondazioni ebraiche all’estero.
Il rapporto avverte che la suddivisione delle responsabilità per la sicurezza nelle aree H1 ed H2 contrasta con il protocollo di Hebron ed ostacola lo spostamento di persone, beni e veicoli all’interno della città. Gli ostacoli e le barriere tra le due aree si sono trasformati in una fortificazione militare che consiste in numerosi sbarramenti e posti di blocco gestiti da forze di sicurezza israeliane, che controllano principalmente gli abitanti palestinesi.
Il rapporto evidenzia la situazione di Shuhada Street, probabilmente la più famosa strada di Hebron. Un tempo teatro di un florido mercato palestinese, oggi è priva di Palestinesi e tutte le saracinesche dei negozi sono abbassate. Secondo il rapporto, i Palestinesi non hanno ancora il permesso di percorrere la strada in auto né di attraversarne a piedi certe parti. Inoltre, negli ultimi 20 anni, il TIPH ha assistito all’estensione di tali restrizioni degli spostamenti dei Palestinesi lungo Shuhada Street ad altre zone dell’area H2.
Al contrario, gli automobilisti israeliani possono accedere a tutte le strade dell’area H2. Poco a poco, secondo quanto riportato, i coloni hanno avuto il permesso di costruire e di estendere le proprie attività di insediamento, anche su territori palestinesi. Il rapporto riferisce anche che la costruzione di infrastrutture e la manutenzione di strade, acquedotti e vie di accesso è stata concessa in via prioritaria ai coloni israeliani.
Il TIPH riferisce anche che un territorio nell’insediamento di Tel Rumeida, affittato da Palestinesi per più di una generazione, è stato chiuso secondo ordini militari israeliani ed utilizzato per scavi archeologici, finalizzati a dimostrare la presenza ebraica in quella zona fin dal primo secolo a.C..
Allo stesso tempo, dice il rapporto del TIPH, la libertà di movimento dei Palestinesi che vivono a Tel Rumeida è stata drammaticamente ridotta. Negli anni, la zona è stata chiusa e circondata da numerosi posti di blocco, con conseguenze disastrose per i suoi abitanti palestinesi. Ad esempio, non possono ricevere visitatori che non siano registrati su una lista in possesso delle guardie dei posti di blocco. Il TIPH osserva che i Palestinesi sono spesso molestati in questi posti di blocco, e che possono trasportare cibo o altri rifornimenti nelle loro abitazioni solo a piedi. Lo studio, il lavoro ed i rapporti familiari sono molto difficili per questi cittadini.
Il TIPH testimonia anche come, nel corso degli anni, siano stati tracciati sentieri e strade all’interno di aree rurali palestinesi, per creare percorsi ad uso esclusivo di devoti ebrei diretti dall’insediamento di Kiryat Arba al centro di Hebron. Inoltre, per ampliare queste strade, sono stati demoliti antichi edifici palestinesi risalenti all’era ottomana che erano situati lungo il percorso.
Gli osservatori del TIPH sottolineano anche che i Palestinesi devono affrontare numerosi ostacoli per accedere alla Moschea di Abramo, un sito religioso importante sia per i Musulmani che per gli Ebrei (vi si trova anche la Tomba dei Patriarchi). Oggi ci sono solo due accessi al luogo sacro musulmano ed i devoti sono costretti ad oltrepassare prima diversi posti di blocco controllati da Israeliani. I devoti sono perquisiti e talvolta costretti a sollevare le proprie vesti. Il muezzin, dice il TIPH, non ha il permesso di chiamare i fedeli per la preghiera del venerdì sera e del sabato a causa dello Shabbat ebraico. Gli osservatori aggiungono che, se –in un dato venerdì del 2003– circa 1600 fedeli palestinesi frequentavano la moschea, nel 2017 quel numero si è dimezzato.
Sebbene il rapporto sia molto critico nei confronti di Israele, non contiene alcuna richiesta o proposta di provvedimenti né da parte degli Israeliani né dei Palestinesi. È stato consegnato ai ministri degli esteri dei cinque stati membri contribuenti ed è stato recentemente presentato ai diplomatici in visita ad Hebron.
Haaretz ha invitato il TIPH a commentare il rapporto e ha chiesto se fossero state prese eventuali iniziative sulla base delle sue conclusioni. Un portavoce ha risposto che il loro mandato “afferma che il TIPH assiste nel monitoraggio e nell’impegno a mantenere la vita normale nella città di Hebron, in accordo con il protocollo di Hebron e con l’accordo tra le parti. I rapporti sono regolarmente sottoposti alle autorità palestinesi ed israeliane ed ai cinque stati contribuenti. Come richiesto dalle parti, tutte le informazioni prodotte dal TIPH sono strettamente confidenziali. Il TIPH ha un dialogo regolare con entrambe le parti.”
Haaretz ha chiesto all’Ufficio del Primo Ministro un commento sul rapporto e sulle sue conclusioni, ma la richiesta è stata reindirizzata al Ministero degli Esteri, che ha risposto: “Le relazioni del TIPH non sono finalizzate alla pubblicazione. Esse sono condivise con entrambe le parti secondo l’accordo che non prevede che esse siano trasmesse ad altre parti, e di certo non ai mass media. Di conseguenza, non intendiamo commentare informazioni parziali o qualunque altra pubblicazione su questo tema.”
Traduzione di Sonia Valentini e Rosaria Brescia

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Netflix ha rimosso dal suo catalogo in Arabia Saudita un episodio dello show “Patriot Act”, su richiesta del regime saudita



Netflix ha confermato di avere rimosso dal suo catalogo in Arabia Saudita un episodio di “Patriot Act“, uno show del comico statunitense Hasan Minhaj, su specifica richiesta del regime saudita. Nell’episodio rimosso, Minhaj criticava il potente principe ereditario saudita Mohammed bin Salman per l’omicidio del giornalista Jamal Khashoggi, che secondo diversi governi e intelligence fu ordinato proprio da bin Salman. Netflix ha detto al Financial Times di sostenere in modo deciso la libertà artistica e di espressione, ma ha aggiunto di essere obbligata a rispettare le leggi locali, come nel caso saudita. Le persone che vivono in Arabia Saudita, comunque, possono ancora vedere l’episodio in questione su YouTube.

Che schifo l’Europa che non sa accogliere 49 poveracci - Francesco Cancellato



Se c’è uno spauracchio che non dobbiamo temere, nel 2019, è quello dell’Europa Fortezza, insensibile alla sofferenza altrui, arroccata attorno agli interessi degli Stati nazionali, incapace di trovare soluzioni condivise. Banalmente, perché quell’Europa, comunque vadano le elezioni europee esiste già. La prova regina ce la regala la vicenda, tragica e surreale assieme, delle navi delle organizzazioni non governative tedesche Sea-Watch e Sea-Eye, con 49 richiedenti asilo a bordo, per dodici giorni in balia del mare grosso, senza porto sicuro in cui approdare.
Nessuno li vuole. Non l’Italia del truce Salvini, ma nemmeno la Francia del liberale Macron, o la Spagna del socialista Sanchez, né tantomeno la vicinissima Malta. Al solito, per togliere tutti dai guai, se li prenderebbero trenta città tedesche - Berlino, Amburgo, Brema, le principali - ma la Germania, se la geografia non è un’opinione, non ci risulta abbia porti nel Mediterraneo. Basterebbe, insomma, che un Paese europeo facesse carico di far attraccare i migranti. Basterebbe un briciolo di pietà umana - a proposito di radici cristiane, a proposito di ideali progressisti - per quarantanove poveracci, della loro fuga dalla guerra e dalla miseria, della loro permanenza nei centri di detenzione libici, dell’orrore che hanno vissuto.
Accusateci pure di qualunquismo, di fare di tutta l’erba un fascio. Ma se queste sono le premesse non vediamo differenze tra fascisti e socialisti, tra popolari e sovranisti, tra Salvini, Orban, Le Pen e gli alfieri a parole della società aperta
Niente di niente, invece. E ci dispiace, ma il fallimento della nostra civiltà - non dell’Unione, non degli Stati Nazione - sta tutta qua. Nell’aver rubricato la solidarietà a buonismo. Nell’incapacità di affrontare non tanto la sfida epocale dello sviluppo economico, sociale, umano del continente più povero del pianeta che confina con quello più ricco, ma anche, soprattutto, ogni minima micro-crisi che avviene sulla faglia di queste due placche. Nell’aver abbandonato ogni idealità politica, ogni visione del futuro, ogni afflato ideale - noi che siamo stati la culla di ogni ideologia di cui si è sinora nutrito il pianeta - in cambio del quieto vivere, o meglio di una lenta e dolce morte di vecchiaia. Noi, quelli di Schengen e delle frontiere aperte nel cuore del Mundus Furiosus, che celebriamo come successi politici le frontiere chiusa a tripla mandata grazie agli accordi con la Turchia e con la Libia.
Se le cose vanno così, le prossime elezioni europee non serviranno a nulla. E accusateci pure di qualunquismo, di fare di tutta l’erba un fascio. Ma se queste sono le premesse - siete ancora in tempo a smentirci, sia chiaro - non vediamo differenze tra fascisti e socialisti, tra popolari e sovranisti, tra Salvini, Orban, Le Pen e gli alfieri a parole della società aperta. Tutti bravi, bravissimi, a puntare il dito contro il babau rossobruno, a paventare la minaccia dell’Europa dei muri. Tutti altrettanto bravi a erigerli, a uso e consumo della loro sopravvivenza politica e del quieto vivere dei loro canuti elettori.
A proposito di sopravvivenza: un ex ministro dell’interno italiano, Marco Minniti - deprecabile quanto volete, sicuramente molto più intelligente e consapevole di chi gli è succeduto - ha detto che il futuro dell’Africa sarà lo specchio del futuro dell’Europa. Se l’Africa conoscerà il benessere, pure noi lo ritroveremo. Se l’Africa sarà colonizzata dai cinesi, noi loro saremo. Se l’Africa sarà fucina di estremismi e terrorismi, noi ne saremo vittima. Se continuerà a essere disperata, noi continueremo a esserlo. Se conoscerà il benessere, noi lo ritroveremo. Attenzione, quindi: stiamo chiudendo le porte agli uomini, ma il nostro destino ce lo stiamo già portando in casa. Basta che sia chiaro.


martedì 1 gennaio 2019

I veri nemici d’Israele - Ugo Tramballi



Prima ancora di fissare le strategie elettorali con i partiti insieme ai quali ha governato e probabilmente governerà, Bibi Netanyahu ha incontrato i capi dei coloni subito dopo avere annunciato elezioni anticipate. ”Un governo di sinistra metterebbe in pericolo il movimento dei settler” nei Territori occupati palestinesi; “Dobbiamo vincere le prossime elezioni: è una battaglia per la nostra casa”, ha spiegato il premier.
Nethanyahu ha la capacità di dire cose diverse a diversi interlocutori: in politica è una qualità. Con la comunità internazionale non esclude di arrivare alla soluzione dei due stati per due popoli con i palestinesi; se ha di fronte i coloni, fa capire che quell’ipotesi è morta e sepolta.
Non tutti i capi di Yesha, il movimento che riunisce i consigli regionali di Giudea e Samaria, come loro chiamano la Cisgiordania occupata, hanno fiducia in Bibi. Alcuni di loro, soprattutto quelli delle organizzazioni più estremiste di un movimento già estremista, vogliono cose concrete: soldi, riconoscimento legale per gli avamposti: poche case mobili su terreni spesso legalmente posseduti dai palestinesi, destinate a diventare nuove colonie.
Pretendono anche protezione dall’esercito nonostante ne abbiano già molta, e loro stessi posseggano piccoli arsenali. “Se Netanyahu sostiene i coloni, noi sosteniamo lui”, “Devi scegliere fra noi e Talia Sasson”. Nel 2005 la commissione governativa guidata da Sasson, aveva censito gli avamposti, dimostrandone l’illegalità anche per le leggi israeliane – oltre che per la comunità internazionale – e suggerendone la demolizione. Le sue raccomandazioni sono state in gran parte ignorate.
Da anni i 700mila coloni condizionano come una cosca mafiosa la vita della maggioranza degli israeliani (7 milioni). Penetrano nel sistema giudiziario, in quello scolastico, fra i ranghi dell’esercito e dell’intelligence. “Agenti provocatori” dei coloni sono stati scoperti nelle organizzazioni pacifiste e di sinistra. Fra un decennio la Corte suprema e lo Stato maggiore delle Forze armate – i due principali baluardi della democrazia israeliana – saranno nelle loro mani. Attraverso i ministri del loro partito di riferimento, Habayit Hayehudi, già controllano il sistema educativo, il dicastero della giustizia e dell’agricoltura. A luglio, in una conferenza organizzata dal ministero per l’Educazione un leader colono e terrorista noto alle autorità, Moshe Zar, ha spiegato fra gli applausi: “Costruisci una casa ed è come eliminare centinaia di arabi; costruisci un insediamento ed è come uccidere migliaia di gentili”, i cristiani. Neanche Osama bin Laden avrebbe saputo dire di meglio.
Ministri e deputati di Habayit Hayehudi stanno cercando di far passare una legge che legalizzerà più di 60 avamposti. Se approvata, lo stato dovrà garantire a sue spese sicurezza, acqua, elettricità e tutti i servizi pubblici. Secondo il procuratore generale Avichai Mandelblit – lo stesso che deve decidere se formalizzare le accuse di corruzione nei confronti di Netanyahu – una legge così “in un paese democratico che rispetta le leggi non può essere presentata come una conquista politica”.
I metodi violenti, il potere dei coloni, canceroso per la democrazia israeliana, hanno cambiato anche il Likud, il partito del sionismo revisionista storicamente laico. La vecchia forza politica che dalla fine degli anni Settanta ha governato Israele molto più dei laburisti, si sta mutando in un partito religioso di estrema destra, senza più legami al centro. Sono ormai i coloni che definiscono il discorso politico su posizioni intolleranti e insostenibili.
La ramificazione del loro potere non si ferma dentro i confini d’Israele. Fra le leggi in attesa al Congresso, a Washington, c’è la Israel Anti-Boycott Acy che impone condanne civili e penali alle imprese e alle organizzazioni che boicottano Israele in difesa dei diritti palestinesi e contro l’occupazione della Cisgiordania. Personalmente sono contrario al boicottaggio di Israele: le sanzioni dovrebbero riguardare i prodotti delle colonie, non genericamente tutto ciò che è israeliano.  Le sanzioni alla Russia, per esempio, colpiscono gli oligarchi vicini a Putin, non la popolazione russa.
Nel provvedimento del Congresso è in gioco il diritto di esprimere opinioni. Anziché organizzare crociate contro Bds (Boicottaggio, Disinvestimento Sanzioni), il governo israeliano dovrebbe chiedersi perché questo movimento internazionale si allarghi sempre di più.
Chi è dunque il vero nemico d’Israele? Coloro che ne giudicano le politiche come accade a ogni paese democratico, o chi diffonde il cancro intollerante, ultra- religioso e nazionalista?
Nella sua ultima visita in Germania, Netanyahu ha consegnato ad Angela Merkel una lettera di sette pagine intitolata “Finanziamenti tedeschi a organizzazioni che intervengono negli affari interni israeliani o promuovono attività anti-israeliane”. Nel documento si chiede al governo di Berlino di tagliare i fondi a numerosi enti tedeschi. C’è anche il Festival del cinema e – ancora più incredibile – il Museo ebraico. Magnifico e commovente quasi quanto lo Yad Vashem a Gerusalemme, il museo aveva organizzato una mostra su Gerusalemme che, diceva la lettera, “principalmente riflette la narrativa musulmano-palestinese”. La rassegna si era limitata a offrire ANCHE la narrativa palestinese. Neanche il principe ereditario saudita avrebbe avuto la faccia tosta di presentare un documento così a un governo occidentale. La ministra della Cultura israeliana, promotrice della lettera, pretende d’imporre alla Germania la stessa “lealtà della cultura allo stato” che sta affermando in Israele.
E’ questo che fa bene a Israele, sono questi i valori che lo renderanno invincibile? Ed è questo che serve a sconfiggere gli antisemiti veri? Chi è, alla fine, il vero nemico di Israele: chi scrive un blog come questo o i fondamentalisti delle colline di Giudea e Samaria?

contro Orbán


Eroe della rivolta contro i sovietici, statua via dalla Budapest di Orban - Ennio Remondino

Piazza del Parlamento nella capitale magiara. Come dei banditi che debbono nascondersi, è l’alba quando è stata rimossa da Budapest la statua di Imre Nagy, il premier all’epoca della rivolta anticomunista del 1956, poi soffocata dall’Armata Rossa. Capo della rivolta ungherese, Imre Nagy fu imprigionato e giustiziato il 16 giugno 1958 a Budapest. Eroe nazionale della resistenza all’intervento sovietico. Poi, incidenti della storia, al potere arrivano i nani.
L’attuale premier, il conservatore Viktor Orban, dopo la condanna a morte sovietica, vorrebbe anche cancellare la memoria e la riconoscenza dei suoi cittadini e dalla storia ungherese. Ordine eseguito e statua rimossa. Orban ormai straripante nel suo potere politico quasi incontrastato incassa le critiche dell’opposizione quasi con compiacimento. Dalla sua parte la recente legge ‘sulla schiavitù’ che consente ai datori di lavoro di imporre 40 ore di straordinari l’anno, pagabili con tutto comodo in tre anni.
La statua di bronzo, eretta nel 1996, sorgeva su una piazza vicino al Parlamento. Trasferita in una posizione meno visibile, è stata sostituita con una replica di un monumento dedicato alle vittime del regime comunista di Bela Kun, che governò brevemente l’Ungheria nel 1919. I partiti di opposizione hanno accusato Orban di revisionismo storico; chi lo difende ha sostenuto che il suo obiettivo è quello di restituire agli spazi pubblici della capitale l’aspetto che avevano prima della Seconda Guerra Mondiale e cancellare le tracce del periodo comunista, concluso nel 1989.


La rivolta contro Orbán – intervista di David Broder a G. M. Tamás

Il 12 dicembre il parlamento ungherese ha approvato una legge che consente ai datori di lavoro di chiedere 400 ore di straordinari all’anno, con pagamento dilazionato da uno a tre anni. La misura, avanzata dal governo di estrema destra del primo ministro Viktor Orbán ha sollevato proteste di massa senza precedenti da quando Orbán è andato al potere nel 2010.
Definita «legge schiavista», la decisione potrebbe costringere gli ungheresi a lavorare un giorno in più a settimana, e la maggior parte del ritardato pagamento sarà eroso dall’inflazione. Il modo in cui la legge è passata – sbattuta in parlamento da un governo autoritario senza rispetto delle formalità costituzionali – la ha anche collegata a una più ampia battaglia sulla democrazia ungherese.
Nelle ultime settimane le manifestazioni si sono diffuse in tutto il paese. La più grande finora è quella di domenica scorsa, in una Budapest gelata, con 15.000 dimostranti. Dopo una serie di altre proteste e blocchi, i sindacati ora parlano di uno sciopero generale a gennaio. Guidato da sindacati e studenti, il movimento include anche l’intero spettro dei partiti che si oppongono al governo di Orbán .
David Broder di Jacobin ha parlato con G. M. Tamás, scrittore e filosofo ungherese che partecipa alla protesta della legge sulla schiavitù, le origini del movimento, la minaccia che rappresenta per Orbán .
Perché la legge sugli straordinari è diventata la calamita dello scontento? Queste proteste si basano su altre recenti mobilitazioni anti-governative? Come sono organizzate, e come pensano di farsi ascoltare?
Queste proteste accadono mentre lo scontento cresce nella regione, con le grandi manifestazioni in Romania, in Slovacchia, in Serbia (motivate da fattori diversi, ma tutte in qualche modo anti-sistemiche). E mentre tutta l’Europa vive una crescente instabilità, dalla Spagna alla Gran Bretagna, alla Francia e la Germania. Anche le proteste in Ungheria sono state innestate da una serie di fattori più specifici, alcuni di essi fortuiti.
La consuetudine costituzionale e le regole parlamentari in Ungheria chiedono che le proposte di leggi importanti come quella sugli straordinari debbano essere soggette a un dibattito parlamentare lungo dettagliato, e che debbano essere condotte consultazioni con le parti interessate, in questo caso i sindacati e gli imprenditori. Il governo ha aggirato ciò presentandola come una proposta di legge di iniziativa personale, firmata da due parlamentari della maggioranza, rendendo così possibile che passasse in un solo giorno.
L’opposizione ha provato a fare ostruzionismo presentando più di duemila emendamenti, ma il presidente del parlamento ha deciso (illegalmente) che essi potevano essere rigettati tutti con un solo voto. Allora l’opposizione ha occupato la presidenza e ha impedito lo svolgimento dei lavori parlamentari, suonando fischietti e trombette, gridando e così via.
Tutto è stato trasmesso in televisione e su internet. In serata, una prima manifestazione spontanea ha avuto luogo nella Piazza del Parlamento di Budapest. Il giorno dopo, gli studenti di sinistra hanno dato vita ad un’altra manifestazione nello stesso luogo, dove ho avuto l’onore di tenere il primo intervento.
Ma tutto si è innestato sulla manifestazione che si era già tenuta contro il bando alla Central European University, che è stata obbligata a trasferirsi a Vienna, e contro altre misure repressive che hanno colpito università e istituti di ricerca – nelle quali anche io ho preso la parola – nelle quali si erano già alzate voci per fare appello a un accorpamento fra le richieste degli studenti e quelle dei lavoratori. «Solidarietà lavoratori-studenti» era stato lo slogan più popolare.
Il giorno dopo, i parlamentari dell’opposizione hanno tentato di fare in modo che le loro richieste venissero riportate dalla tv di Stato: poiché il 90 per cento dei media è sottomesso alla estrema destra al governo, non era stata data nessuna informazione in merito. Sono stati accompagnati da parecchie migliaia di persone sotto la neve. I parlamentari hanno il diritto di entrare in qualsiasi istituzione statale, e così sono stati ammessi negli studi televisivi, ma le loro richieste sono state rigettate.
I parlamentari dell’opposizione hanno passato la notte nell’edificio della televisione, e all’alba sono stati brutalmente gettati fuori dalle forze di sicurezza di una ditta privata di proprietà del segretario di stato, il generale Pinter. Questo evento ha segnato un punto di svolta, e la protesta è ora diventata permanente. Ci sono blocchi stradali e dimostrazioni ovunque, attività su internet senza fine, opuscoli, storielle, canzoni, videoclips, Gif e memi. C’è una gioiosa atmosfera di rivolta e l’espressione di massa di umoristico disprezzo per il regime in un paese che normalmente è cupo e apatico.
Sembra che l’opposizione sia estremamente diversificata, dalla destra liberale a Jobbik, che è ben conosciuto a livello internazionale come un partito di estrema destra. Quali richieste hanno in comune? Jobbik ha cambiato linea? Che ruolo hanno i sindacati nella mobilitazione – e quali lavoratori sono coinvolti?
I partiti per ora sono – dopo il comportamento coraggioso dei parlamentari – accettati dai manifestanti. Ma le loro ideologie e le differenze tra di loro sono totalmente ignorate. La sola cosa che importa è il loro grado di volontà di resistere. I partiti in quanto tali non hanno richieste specifiche al momento, stanno per ora solo dando eco alle richieste dei dimostranti e dei sindacati – che includono il rifiuto dei nuovi tribunali amministrativi (introdotti lo stesso giorno della legge sugli straordinari, con lo stesso metodo discutibile), la riforma dei media pubblici, e la adesione alla procura europea. Questa ultima richiesta è motivata dalla non volontà dei magistrati ungheresi, guidati da uno dei principali alleati di Orbán, Peter Polt, di indagare sui casi più flagranti e scandalosi di corruzione.
Jobbik è oggi piuttosto un partito conservatore, sembra che abbia perso le ultime vestigia del suo passato fascista e attualmente è decisamente più moderato del partito di governo Fidezs di Viktor Orban (che non è un partito ma una combinazione fra apparato statale e una informale ma altamente centralizzata macchina di propaganda senza aderenti o vita interna).
La “sinistra liberale” non appare come forza indipendente: la opposizione è unita dietro i sindacati e gli studenti (per il momento), l’intero quadro è ideologicamente confuso. Ma sembra essere guidato da una dinamica di sinistra che non si permette di pronunciare il suo nome. Sono apparse per la prima volta bandiere rosse, nelle proteste. Questo ha fatto impazzire i media ufficiali, ma i dimostranti non le hanno contestate.
I sindacati hanno mobilitato poco; al contrario, sono stati mobilitati dai dimostranti e – ad oggi – hanno risposto molto bene. Hanno formato comitati di sciopero e stanno discutendo le loro richieste, come i diritti sindacali alla protesta che sono stati tremendamente ristretti, specialmente nel settore dei servizi pubblici (per esempio, nelle ferrovie). La leadership sindacale aveva annunciato che, se il docile presidente ungherese Janos Ader avesse firmato la legge – come è necessario perché essa diventi valida – avrebbe potuto dichiarare lo sciopero generale. E in effetti giovedì 20 gennaio Ader ha firmato.
I sindacati più forti sono i chimici e i lavoratori delle ferrovie, gli impiegati pubblici, gli insegnanti, i lavoratori del settore auto, ma la classe operaia è disorganizzata: le cinque confederazioni sindacali nazionali hanno in tutto 100.000 aderenti, in un paese di 9 milioni di abitanti. E perché uno sciopero sia davvero importante dovrà essere a gatto selvaggio, diffuso con mezzi non ufficiali.
Dopo le amare delusioni degli ultimi quindici anni, la politica elettorale è in secondo piano; nessuno sembra più interessato. Le diverse fazioni della classe dirigente appaiono, all’improvviso, piuttosto irrilevanti: si tratta di “noi” e di “loro”.
 Cosa ha motivato la legge, e quali forze hanno sostenuto la sua approvazione?
C’è carenza di manodopera a causa dell’emigrazione di massa – anzi, della fuga di massa – dall’Ungheria (circa 600.000 ungheresi lavorano all’estero; la popolazione nazionale è sotto i 10 milioni, essendo scesa di un milione dalla fine degli anni Ottanta). Questa è anche una classica misura di taglio salariale: i datori di lavoro potrebbero pagare gli straordinari con un ritardo di tre anni, se lo desiderano, e con l’attuale tasso di inflazione, questo permetterà loro di ridurre seriamente le loro uscite.
È interessante notare che le organizzazioni dei datori di lavoro – in particolare le case automobilistiche tedesche – hanno dichiarato che non sono interessate alla misura e che non desiderano vederla attuata. Pensano che creerebbe più problemi sindacali di quanti vantaggi fornirà loro. Si tratta di un tipico atto legislativo arrogante e antipopolare da parte di una quasi-dittatura che vuole risolvere tutto con un ordine amministrativo.
Questa è la caratteristica dei regimi fascisti e post-fascisti: il primato della politica, il trionfo della volontà. In tali regimi, il potere può essere esercitato nell’interesse della classe capitalista, ma non dalla classe capitalista. Gli editti del leader supremo stanno sostituendo la governance che viene dal consenso borghese. Il disprezzo aperto per il popolo, per la misera plebs contribuens – l’umile massa che paga le tasse – è di primaria importanza, qui.
Orban sembra credere che la propaganda razzista (e la vera e propria discriminazione nei confronti del popolo rom) prevalga su tutto il resto. Ha avuto successo per cinque anni o giù di lì, ma non sembra destinata a durare per sempre. Quello che ho chiamato “post-fascismo” e “etnicismo” non è messo direttamente in discussione dalle attuali proteste (anche se i media di estrema destra lo presentano come un movimento “pro-immigrati”). Ma al momento attuale sono strumenti che sembrano inefficaci.
Mercoledì scorso si è appreso che la polizia nel nord-est del paese aveva pubblicamente richiesto il pagamento degli straordinari, ma non si è associata alle proteste. Che possibilità c’è che questo malcontento si estenda a parti dell’apparato statale stesso? Qual è la reazione dei media statali?
Le forze di polizia sono notoriamente insoddisfatte delle loro condizioni sociali (sono le più colpite dagli straordinari e le nuove norme impongono un onere insopportabile sulle loro spalle). Si dice che molti simpatizzino privatamente con i manifestanti, ma sono una organizzazione militare –  disciplinata e obbediente.
L’apparato statale è stato ripetutamente depurato, decine di migliaia di dipendenti pubblici sono stati licenziati senza la minima spiegazione, gli esperti sono stati sostituiti ovunque da lealisti di estrema destra poco qualificati (il governo sta cercando di estendere la cosa anche alle università, agli istituti di ricerca e alle istituzioni culturali). I lavoratori più giovani entrano nel settore privato o emigrano (non ci sono medici e infermieri negli ospedali, non ci sono insegnanti, soprattutto nelle province, e non ci sono ingegneri nelle fabbriche).
Quanto ai media statali – e questo significa quasi tutti i media, apertamente o segretamente – hanno ceduto alla paranoia totalitaria: tutto è il risultato di una cospirazione di ispirazione straniera, che cerca di minare la nostra bianca virilità cristiana e maschia. Le proteste sono presumibilmente causate da “marxisti culturali”, femministe “fasciste del gender “, “globalizzatori cosmopoliti”, e dalla “lobby gay”, per non parlare delle forze dell’ “imbastardimento” che importano musulmani per distruggere la nazione, la Magyardom (“Ungheresità”), e così via.
Fonti governative hanno, senza sorpresa, targato le manifestazioni come piccole ed elitarie, guidate da personaggi del calibro di George Soros, sottolineando nel contempo l’impopolarità dei partiti di opposizione, distrutti nelle elezioni di aprile. Come valuta la profondità del sostegno pubblico alle proteste? Che atteggiamento hanno adottato le forze liberali?
Sei troppo educato. Invece di “elitaria” devi dire: complotto ebraico o giudaico-massonico-illuminato. I media ufficiali chiamano i lavoratori “i servi di Soros” – davvero pietosi. I partiti dell’opposizione, come ho detto prima, non contano adesso. Per quanto riguarda il sostegno pubblico, i sondaggi ci dicono che l’83% della popolazione è contrario alla legge sugli straordinari, che è diffusamente chiamata “la legge sugli schiavi”. Le forze liberali – e con questo termine dobbiamo intendere pochi giornalisti – sono totalmente a favore delle proteste, proprio come i conservatori anti Orbán .
Orbán non ha risposto pubblicamente alle proteste. Qual è la sua strategia, qui? Quanto è forte la sua posizione all’interno del suo partito e del suo governo?
Orbán non ha detto una sola parola dall’inizio delle proteste. Non vuole essere associato a qualcosa che potrebbe rivelarsi troppo impopolare la prossima settimana, anche se i suoi istinti politici sono selvaggiamente repressivi. È il miglior nemico del popolo ungherese: astuto, intelligente, intelligente, astuto, paziente, diligente e spietato. È rispettato e odiato. Nel suo “partito” – nessun movimento, nessun membro, solo apparato – è naturalmente immensamente rispettato, e paga bene.
Orbán è uno degli uomini più ricchi d’Europa (attraverso intermediari e aziende fittizie; il suo gruppo conta 176 media in un piccolo paese di 9 milioni di persone). E’ un avversario temibile, ma la sua fortuna sembra si stia esaurendo. Ha commesso errori enormi: non gliene frega niente del parlamento, ma la sua aperta e pubblica violazione della legge è un po’ esagerata, così come lo è ostentare la lussuosa esistenza della sua famiglia e i suoi furfanti che comprano palazzi ducali. Il trasferimento del suo ufficio al Castello Reale a Buda Hill potrebbe rivelarsi eccessivo.
Le calunnie contro i manifestanti e il frenetico appello dell’Abteilung (in tedesco “dipartimento”) della propaganda potrebbe essere stato un errore. L’intero paese si sente dissenziente. Qualcosa dovrà concedere.
*M. Tamás è visiting professor all’Università dell’Europa centrale di Budapest e visiting fellow all’Institut für die Wissenschaften vom Menschen, Vienna. David Broder è uno storico del comunismo francese e italiano. Attualmente sta scrivendo un libro sulla crisi della democrazia italiana nel dopo guerra fredda. È redattore europeo di Jacobin.
Questa intervista è comparsa su www.jacobinmag.com. La traduzione è di Raffaella Bolini



Migranti. Nuovi schiavi per i caporali (grazie al decreto Salvini) - Fulvio Fulvi



Ecco i nuovi, attesi quanto devastanti, effetti del “decreto sicurezza”. Sono circa 500 i migranti che in questi giorni vivono nella baraccopoli nelle campagne tra Rignano Garganico e San Severo, nel Foggiano, quello che chiamano il “Gran ghetto”. Le presenze sono quasi il doppio rispetto a quelle che negli anni passati, durante le festività natalizie, si sono registrate nell’accampamento della Capitanata. «Un numero destinato a crescere quando finirà la raccolta degli agrumi nella Piana di Gioia Tauro, in Calabria, e centinaia di braccianti extracomunitari torneranno qui per poter lavorare nei campi di pomodori» commenta don Andrea Pupilla, direttore della Caritas diocesana di San Severo. «Ma l’incremento delle presenze è un effetto della nuova legge – commenta il sacerdote – perché i ghetti si riempiono quando Cara e Cpr si svuotano: basti pensare al Centro di accoglienza e per richiedenti asilo di Borgo Mezzanone, presso Manfredonia, che da mille presenze oggi ne conta solo 200». Dove sono andati gli altri 800? Se ne vanno dalle strutture pubbliche e si appoggiano nelle baraccopoli abusive diventando “merce umana” a disposizione dei caporali.
«La situazione nel “gran ghetto” è peggiorata – precisa don Pupilla –, a Natale ho visto altre capanne sorgere e un casolare abbandonato è stato occupato: così aumenta l’illegalità e il problema non si risolve, semmai si sposta da un luogo all’altro. Pensiamo a quello che potrà succedere a marzo-aprile, alla ripresa del lavoro nelle coltivazioni ortofrutticole della zona…». Il numero dei migranti in queste campagne, la prossima estate, potrebbe anche superare le mille unità. Dallo scorso settembre si attende qui l’installazione dei moduli acquistati da Regione Puglia per ospitare gli immigrati cercando di sottrarli, così, dalle grinfie del caporalato che si allungano anche nell’offerta (scalando l’affitto sul già magro salario) di un buco per dormire, che può costare anche 200 euro al mese. «Perché non cominciano a montare le casette, visto che il Consiglio comunale di San Severo ha approvato da mesi la variante al piano regolatore?» si domanda don Pupilla. Burocrazia o disinteresse?
Pensare che quest’estate il problema era diventato una priorità del governo, dopo la strage dei 16 giovani migranti rimasti schiacciati all’interno dei camioncini, dove erano stipati come bestie. «Ora il bisogno più grande di questi disperati non è tanto avere coperte e indumenti per affrontare l’inverno – dice don Pupilla –, ma procurarsi i documenti necessari a ottenere il permesso di soggiorno».
Anche le baracche e le tende dei tre campi di San Ferdinando, vicino a Rosarno, in provincia di Reggio Calabria, sono affollate più del solito: oltre 3mila persone a dicembre. «Sono 600 in più dell’anno scorso a vivere in questo “inferno” e continuano ad arrivare – commenta Vincenzo Alampi, direttore della Caritas di Oppido Mamertina-Palmi –, sono venuti qui per raccogliere mandarini da Lazio, Campania, Puglia e persino dal Piemonte, dormono sotto le tende nei sacchi a pelo o nelle baracche che si costruiscono da soli, sono approdati a San Ferdinando dopo la chiusura di vari Sprar (Sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati) e Cas (Centri di accoglienza straordinaria)». Gente che non ha niente, solo paura e fame, «e noi cerchiamo di aiutarli». Fino ad aprile rimarranno nel centro calabrese poi si sposteranno altrove per un’altra stagione in balia degli sfruttatori. «Migliaia di persone si butteranno nelle strade e nelle campagne – dice Alampi – e sarà una situazione ingestibile».