Con la
“Giornata della pace” comincia martedì prossimo un anno di guerra. Quella che
oggi ci funesta è la guerra che, andando oltre gli stessi conflitti già
combattuti ed in corso quando il mondo era diviso in blocchi, ha avuto inizio
nel 1989 con la caduta del Muro e si è posta come obiettivo il dominio finale
sulla terra, questa volta da parte del capitale sovrano.Guerra mondiale, dice
il papa, ma a pezzi. E i pezzi sono le singole guerre e sopraffazioni e
violenze e muri e false sicurezze e chiusure, che tutti insieme fanno una
guerra sola. Nel messaggio del giorno di Natale papa Francesco le ha enumerate
una per una, a cominciare da quella di Israele in Palestina, che è la guerra
più antica e di cui portiamo il peso maggiore, perché è la guerra provocata
dalle nostre religioni non convertite. Ma poi c’è la Siria, sempre al primo posto
nell’assillo del papa, e lo Yemen, e i Paesi dell’Africa, e la Corea, e il
Venezuela, l’Ucraina, il Nicaragua, tutti chiamati per nome, e i popoli ancora
e sempre colonizzati, e le minoranze oppresse. Ma le guerre non sono tutte
qui. C’è l’Afghanistan, che non cessa di pagare per l’11 settembre, il Myanmar,
per il genocidio dei Rohingya, le Filippine, il Pakistan, la Thailandia, la
Cecenia, il Daghestan, il Nagorno Karabakh, l’Azerbajan, e c’è la Turchia
contro i curdi e contro la Siria, l’Iraq devastato, e ancora la Colombia e poi
il Messico stretto tra il muro di Trump e l’aggressione del
narcotraffico. Di queste guerre non mancherebbero notizie, ma ben pochi se
ne occupano, tanto meno i giornali e le TV delle nostre informazioni
quotidiane. Quello che allora proponiamo è che nell’anno che viene,
ciascuno si scelga una guerra da adottare, una guerra di cui informarsi, da
seguire, di cui pensare e amare in particolar modo le vittime, e di cui magari
accogliere qualche profugo nel proprio paese o nella propria casa. Sono
cose che già succedono, perché il potere, per quanto ottuso, non può
proscrivere l’amore e la solidarietà, ma se esse fossero più diffuse, forse
queste guerre non sarebbero dimenticate e lasciate incancrenire, e più presto
potrebbero finire. E magari se ne potrebbe parlare in rete, e nei siti e nelle
mail, ciascuno a dire la sua esperienza del suo incontro con l’Altro, fosse
anche solo a livello di informazione, per saperne e farne sapere di più;
qualcuno può dire perché ha scelto quella guerra lì e quel “prossimo” da
seguire, e darne a tutti ragione e notizia; e lo potrebbero fare anche le
parrocchie. Il motivo di tutto ciò è che dobbiamo cominciare ad
inventarci, non solo nella politica e nel diritto, ma nella nostra stessa
esistenza quotidiana, i modi per andare verso quel grande traguardo che il papa
ha indicato nel suo messaggio di Natale, in quel discorso dalla Loggia di san
Pietro che non a caso, secondo una ridondante tradizione, è indirizzato “urbi
et orbi” (e invece mai lo stile ne fu più umile ed evangelico come in questo
Natale di papa Francesco). Il traguardo è l’unità dell’intera famiglia
umana: “riscoprire i legami di fraternità che ci uniscono come esseri umani e
legano tutti i popoli. Fraternità tra persone di ogni nazione e cultura.
Fraternità tra persone di idee diverse, ma capaci di rispettarsi e di ascoltare
l’altro. Fraternità tra persone di diverse religioni”, tutto congiurando
all’amore, all’accoglienza, al rispetto “per questa nostra povera umanità che
tutti condividiamo in una grande varietà di etnie, di lingue, di culture …, ma
tutti fratelli in umanità!” La competizione tra le fedi, l’annessionismo
religioso per la Chiesa di Roma sono veramente finiti. Il terreno dove si gioca
la partita della salvezza, la vera Chiesa, è l’umanità tutta intera.
da qui
La Libertà Non Sta Nello Scegliere Tra Bianco E Nero, Ma Nel Sottrarsi A Questa Scelta Prescritta. (Theodor W.Adorno)
giovedì 3 gennaio 2019
mercoledì 2 gennaio 2019
Il governo gialloverde e il commercio delle armi. Tradimento di Stato - Alex Zanotelli
Il primo gennaio la Chiesa celebra la Giornata Mondiale della Pace, una
pace mai come in questo momento minacciata, nell’indifferenza generale.
“Il mondo sta sottovalutando il pericolo di una guerra nucleare che
potrebbe condurre alla fine della civiltà umana,” ha affermato il presidente
russo Putin nella conferenza stampa di fine anno. E questo per due nuovi
elementi. Il primo, è rappresentato dalla “tendenza ad abbassare la soglia per
l’uso di armi nucleari, creando cariche nucleari tattiche a basso impatto che
possono portare a un disastro nucleare globale.”
Purtroppo, a questa categoria , appartengono le nuove bombe nucleari,
B61-12 che il prossimo anno gli USA piazzeranno in Italia, in sostituzione di
una settantina di vecchie ogive atomiche. L’altro pericolo viene dalla
“disintegrazione del sistema internazionale di controllo degli armamenti,”
espresso dal recente ritiro degli USA dal Trattato INF (1987) che permette a
Trump di schierare in Europa missili a raggio intermedio con base a terra.
Ora il nostro governo gialloverde ha approvato in sede NATO tale piano e ha
dato la disponibilità a installarli in Italia come quelli che erano stati
installati a Comiso negli anni ’80. E’ ormai una vera corsa fra USA e Russia al
riarmo nucleare. Gli USA, già con Obama ed ora con Trump, hanno messo a
disposizione oltre mille miliardi di dollari per modernizzare il loro arsenale
atomico.
La Russia sta tentando di tenere testa agli USA (Putin ha appena annunciato
di aver testato il nuovo missile intercontinentale ipersonico!) cercando di
avvicinarsi alla nuova potenza, la Cina, che nel 2017 ha speso ben 228 miliardi
di dollari in difesa. Trump, che nel 2017 ha speso un’enorme cifra in armi, ben
660 miliardi di dollari, sta sferzando i suoi alleati europei perché tutti
investano in armi almeno il 2% del PIL.
Se l’Italia obbedisse agli ordini di Trump spenderebbe cento milioni di
euro al giorno in armi (già oggi ne spende settanta milioni al
giorno!). Siamo ormai davanti ai due blocchi armati fino ai denti con 15.000
bombe atomiche a disposizione e un enorme armamentario. Siamo alla follia
collettiva: nel 2017 abbiamo raggiunto a livello planetario l’astronomica cifra
di 1.739 miliardi di dollari, pari a oltre 4,5 miliardi di dollari che
spendiamo ogni giorno in armi. E’ una polveriera che potrebbe scoppiarci fra le
mani. Gli scienziati dell’Orologio dell’Apocalisse a New York hanno puntato
l’orologio a due minuti dalla mezzanotte. Davanti a questo pauroso scenario,
rimango sbalordito dal silenzio dei cittadini italiani. Perché il grande
movimento per la pace non scende unitariamente in piazza per contestare il
“governo del cambiamento” che, nonostante le promesse, è diventato guerrafondaio
come gli altri? E dovremmo chiedere le ragioni per cui questo governo
giallo-verde:
-non si oppone agli USA che vogliono piazzare in Italia una settantina
delle nuove bombe nucleari B61-12;
-si rifiuta di firmare il Trattato ONU per l’abolizione degli ordigni
nucleari;
-ha accettato che vengano collocati in Italia i nuovi missili nucleari;
-ha deciso di comperare gli F -35, definiti oggi ‘irrinunciabili’, mentre
durante la campagna elettorale erano “strumenti di morte”;
-continua a vendere le bombe all’Arabia Saudita che le usa per bombardare
lo Yemen in violazione della legge 185/90, che vieta la vendita di armi ai
paesi in guerra (i 5 Stelle durante la campagna elettorale ne avevano chiesto “
l’embargo totale”);
-ha deciso di lasciare i soldati in Afghanistan, mentre il ritiro dei
nostri soldati da quel paese era stato il cavallo di battaglia dei 5 Stelle.
Abbiamo scritto, a nome dei centomila che hanno marciato alla Perugia
–Assisi, sia al Governo che al Parlamento perché riceva due delegazioni alle
quali dare risposte a queste domande. A tutt’oggi, silenzio! E’ il tradimento
di questo governo!
Mi appello altresì alle comunità cristiane che facciano tesoro delle forti prese di posizione di Papa Francesco sulla guerra e sulle armi. E’ un magistero il suo, di una lucidità e forza straordinaria. Mi auguro che questo venga presto percepito dai sacerdoti e dai fedeli.
“Offrire la pace è al cuore della missione dei discepoli di Cristo”, afferma Papa Francesco nel suo messaggio per la Giornata Mondiale della Pace 2019.
E allora mettiamoci insieme, credenti e non, per un impegno serio contro la folle corsa agli armamenti, soprattutto nucleari, foriera di nuove e micidiali guerre.
Che il 2019 sia un anno di mobilitazione popolare per la Pace!
Mi appello altresì alle comunità cristiane che facciano tesoro delle forti prese di posizione di Papa Francesco sulla guerra e sulle armi. E’ un magistero il suo, di una lucidità e forza straordinaria. Mi auguro che questo venga presto percepito dai sacerdoti e dai fedeli.
“Offrire la pace è al cuore della missione dei discepoli di Cristo”, afferma Papa Francesco nel suo messaggio per la Giornata Mondiale della Pace 2019.
E allora mettiamoci insieme, credenti e non, per un impegno serio contro la folle corsa agli armamenti, soprattutto nucleari, foriera di nuove e micidiali guerre.
Che il 2019 sia un anno di mobilitazione popolare per la Pace!
Un report confidenziale, basato su venti anni di monitoraggio, afferma che nella città di Hebron Israele sta sistematicamente violando il diritto internazionale - Uri Blau
Una missione di osservatori
internazionali, che fu istituita venti anni fa nella città occupata di Hebron,
ha prodotto uno dei rapporti interni più esaurienti ed accusatori nei confronti
della politica israeliana nella città: questo è quanto riferiscono persone che
hanno avuto modo di accedere al dossier e di parlare poi con Haaretz a
condizione di restare anonimi. Questa è la prima volta che un rapporto del TIPH
(Temporary International Presence in Hebron) viene rivelato sulla stampa.
Il dossier confidenziale del TIPH, a lungo considerato un ente senza efficacia da parte dei Palestinesi,
riporta numerose violazioni del diritto internazionale da parte di Israele e
sembra confermare il fatto che la città è lacerata da un’occupazione sia
militare che civile. A venti anni dall’istituzione di una missione che avrebbe
dovuto conferire un senso di sicurezza ed assicurare il benessere dei
Palestinesi, il rapporto avverte che la città è più divisa che mai a causa
delle politiche del governo israeliano e delle azioni dei coloni.
Secondo il documento, Israele è
colpevole di “violare sistematicamente e in maniera grave” il diritto di non
discriminazione e l’obbligo di proteggere la popolazione che vive sotto
occupazione dal rischio di deportazione. L’insediamento israeliano nella città
di Hebron è una violazione del
diritto internazionale e i “coloni estremisti” rendono la vita dei Palestinesi
molto difficile nella parte della città controllata da Israele (nota come zona
H2).
La missione TIPH fu istituita nel 1997
come parte del Protocollo di Hebron previsto dagli Accordi di Oslo, che
autorizzava il parziale ridispiegamento militare delle forze israeliane nella
parte della città di cui avevano il controllo. La missione fu successivamente
ampliata grazie al Memorandum di Wye River firmato nel 1998 da Benjamin
Netanyahu, all’epoca primo ministro per la prima volta, e dal leader
palestinese Yasser Arafat. Alcune delle persone con cui Haaretz ha parlato per
questo articolo hanno espresso il timore che la pubblicazione del rapporto
possa spingere Israele a rifiutarsi di rinnovare il mandato del TIPH nella
città, come deve avvenire ogni sei mesi.
Durante una visita a Parigi in novembre,
Netanyahu ha affermato che a dicembre avrebbe deciso “in merito al rinnovo del
mandato del TIPH”. A tal proposito il premier ha subito molte pressioni da
parte della destra affinché sia revocato il mandato degli osservatori.
Negli ultimi mesi, la missione del TIPH
è stata al centro di polemiche per due incidenti che hanno coinvolto gli
osservatori del gruppo: nel primo, uno dei dipendenti del TIPH fu filmato,
secondo la polizia, mentre perforava le gomme di un’auto appartenente ad un
colono, mentre l’altro ha visto protagonista un osservatore svizzero che è
stato deportato da Israele per aver schiaffeggiato, a quanto pare, un giovane
colono. In seguito a questi episodi, in luglio Netanyahu ha convocato il capo
della missione per una riunione.
Il rapporto di quasi cento pagine era
stato commissionato in occasione del ventesimo anniversario della missione. Una
precedente missione internazionale era stata formata dopo che nel febbraio 1994
Baruch Goldsteind aveva assassinato 29 fedeli musulmani nella Tomba dei
Patriarchi della città. Attualmente la missione consta di 64 operatori
internazionali provenienti da cinque nazioni che finanziano la loro presenza:
Italia, Norvegia, Svezia, Svizzera e Turchia, dopo il ritiro della Danimarca.
La missione sottopone i suoi rapporti solamente ai rispettivi paesi d’origine e
alle autorità palestinesi ed israeliane, senza renderli pubblici.
Il TIPH ha una reputazione controversa.
Ad Hebron lo chiamano ironicamente “ Tutti gli impotenti
che Pattugliano Hebron” giocando con le iniziali della
missione. Tuttavia, nonostante abbia un potere limitato, il TIPH ha sicuramente
una reputazione migliore di tante altre organizzazioni internazionali che
operano nell’area. Le organizzazioni no-profit e per la difesa dei diritti
umani che operano nella zona sono spesso accusate dalle autorità israeliane di
essere anti-israeliane o di sinistra. Il TIPH è diverso: i membri della
missione si incontrano periodicamente con le forze di difesa israeliane e con i
funzionari dell’amministrazione civile israeliana; possono muoversi liberamente
in una città nota per le sue restrizioni alla mobilità; ma, soprattutto, il
gruppo ha operato ad Hebron per più di vent’anni con l’autorizzazione
israeliana.
Un altro degli obiettivi della missione
è quello di aiutare la promozione e la realizzazione di progetti finanziati dai
paesi donatori e di incoraggiare la crescita e lo sviluppo economico della
città.
“Dure e
sistematiche”
Alla fine del 2017, il TIPH ha
realizzato uno dei lavori più significativi dalla sua istituzione: un rapporto
che include i suoi venti anni di monitoraggio e che punta i riflettori sui
problemi e sulle tendenze identificate dal gruppo.
Il dossier si basa, fra l’altro, su più
di 40.000 “rapporti di incidenti” compilati dagli osservatori TIPH nel corso
degli anni e giunge alla conclusione che la città si sta muovendo nella
direzione opposta da quella auspicata da Israele e dall’OLP nel Protocollo di
Hebron.
Quest’ultimo fu firmato nel 1997 e
divide Hebron in due parti: H1, l’area controllata dall’Autorità Palestinese
che comprende circa l’80% della città e 175.000 Palestinesi; H2, l’area
controllata da Israele in cui 500/800 coloni vivono a fianco di 40.000
Palestinesi.
Secondo il dossier, Israele sta violando
il diritto di non discriminazione sancito dalla Dichiarazione Internazionale
sui Diritti Civili e Politici, ratificato da Israele nel 1991. I Palestinesi
che vivono nell’area sotto controllo israeliano (H2) non godono della libertà
di movimento né di quella di culto, due evidenti violazioni dei loro diritti.
Inoltre il TIPH afferma che Israele viola sistematicamente l’Articolo 49 della
Convenzione di Ginevra (IV), che proibisce la deportazione delle persone
protette (cioè quelle che vivono sotto occupazione e non sono cittadini del
paese occupante) fuori dal territorio occupato.
Un diplomatico che ha avuto accesso al
dossier ha riferito ad Haaretz che vi si legge: “questo diritto umano basilare
è violato sistematicamente e in maniera sempre più grave ai danni dei
Palestinesi di Hebron, soprattutto quelli che risiedono in H2, per quanto
riguarda la mancata libertà di movimento e di culto.”
Il rapporto afferma che una “vita
normale”, soprattutto nel centro storico di Hebron, all’interno dell’area H2
controllata da Israele, non si trova da nessuna parte, facendo riferimento al
mandato del TIPH secondo il quale la missione “assiste nel monitoraggio e
nell’impegno a mantenere una vita normale nella città di Hebron”. Inoltre, il
vecchio mercato ortofrutticolo palestinese è diventato un’area militare
israeliana, spesso occupata dai coloni ed utilizzata come parco giochi per i
loro figli, come riportato nella relazione.
Il rapporto contesta anche certe
rivendicazioni di proprietà dei terreni nel centro storico di Hebron da parte
di coloni che dicono di rappresentare precedenti proprietari ebrei fuggiti od
uccisi durante il massacro di Hebron del 1929. Secondo il rapporto, gli attuali
coloni non hanno legami familiari con i precedenti proprietari, e la questione
della proprietà di terre abitate od utilizzate da ebrei prima del 1929 non è
ancora stata risolta chiaramente. A prescindere da tali rivendicazioni di
proprietà, il TIPH afferma che la presenza di qualunque insediamento israeliano
in Hebron è da considerarsi una violazione della legge internazionale.
Il rapporto riferisce anche che c’è un
esodo dall’area H2 di quei Palestinesi che si possono permettere di trasferirsi
nell’area H1, controllata dall’Autorità Palestinese, dove devono subire meno
restrizioni. Secondo il rapporto, coloro che non possono o non vogliono
lasciare l’area H2 sono costretti ad affrontare i “coloni israeliani radicali”,
sostenuti dal governo israeliano e dalle fondazioni ebraiche all’estero.
Il rapporto avverte che la suddivisione
delle responsabilità per la sicurezza nelle aree H1 ed H2 contrasta con il
protocollo di Hebron ed ostacola lo spostamento di persone, beni e veicoli
all’interno della città. Gli ostacoli e le barriere tra le due aree si sono
trasformati in una fortificazione militare che consiste in numerosi sbarramenti
e posti di blocco gestiti da forze di sicurezza israeliane, che controllano
principalmente gli abitanti palestinesi.
Il rapporto evidenzia la situazione di
Shuhada Street, probabilmente la più famosa strada di Hebron. Un tempo teatro
di un florido mercato palestinese, oggi è priva di Palestinesi e tutte le
saracinesche dei negozi sono abbassate. Secondo il rapporto, i Palestinesi non
hanno ancora il permesso di percorrere la strada in auto né di attraversarne a
piedi certe parti. Inoltre, negli ultimi 20 anni, il TIPH ha assistito
all’estensione di tali restrizioni degli spostamenti dei Palestinesi lungo
Shuhada Street ad altre zone dell’area H2.
Al contrario, gli automobilisti
israeliani possono accedere a tutte le strade dell’area H2. Poco a poco,
secondo quanto riportato, i coloni hanno avuto il permesso di costruire e di
estendere le proprie attività di insediamento, anche su territori palestinesi.
Il rapporto riferisce anche che la costruzione di infrastrutture e la
manutenzione di strade, acquedotti e vie di accesso è stata concessa in via
prioritaria ai coloni israeliani.
Il TIPH riferisce anche che un
territorio nell’insediamento di Tel Rumeida, affittato da Palestinesi per più
di una generazione, è stato chiuso secondo ordini militari israeliani ed
utilizzato per scavi archeologici, finalizzati a dimostrare la presenza ebraica
in quella zona fin dal primo secolo a.C..
Allo stesso tempo, dice il rapporto del
TIPH, la libertà di movimento dei Palestinesi che vivono a Tel Rumeida è stata
drammaticamente ridotta. Negli anni, la zona è stata chiusa e circondata da
numerosi posti di blocco, con conseguenze disastrose per i suoi abitanti
palestinesi. Ad esempio, non possono ricevere visitatori che non siano
registrati su una lista in possesso delle guardie dei posti di blocco. Il TIPH
osserva che i Palestinesi sono spesso molestati in questi posti di blocco, e
che possono trasportare cibo o altri rifornimenti nelle loro abitazioni solo a
piedi. Lo studio, il lavoro ed i rapporti familiari sono molto difficili per
questi cittadini.
Il TIPH testimonia anche come, nel corso
degli anni, siano stati tracciati sentieri e strade all’interno di aree rurali
palestinesi, per creare percorsi ad uso esclusivo di devoti ebrei diretti
dall’insediamento di Kiryat Arba al centro di Hebron. Inoltre, per ampliare
queste strade, sono stati demoliti antichi edifici palestinesi risalenti
all’era ottomana che erano situati lungo il percorso.
Gli osservatori del TIPH sottolineano
anche che i Palestinesi devono affrontare numerosi ostacoli per accedere alla
Moschea di Abramo, un sito religioso importante sia per i Musulmani che per gli
Ebrei (vi si trova anche la Tomba dei Patriarchi). Oggi ci sono solo due
accessi al luogo sacro musulmano ed i devoti sono costretti ad oltrepassare
prima diversi posti di blocco controllati da Israeliani. I devoti sono
perquisiti e talvolta costretti a sollevare le proprie vesti. Il muezzin, dice
il TIPH, non ha il permesso di chiamare i fedeli per la preghiera del venerdì
sera e del sabato a causa dello Shabbat ebraico. Gli osservatori aggiungono
che, se –in un dato venerdì del 2003– circa 1600 fedeli palestinesi
frequentavano la moschea, nel 2017 quel numero si è dimezzato.
Sebbene il rapporto sia molto critico
nei confronti di Israele, non contiene alcuna richiesta o proposta di
provvedimenti né da parte degli Israeliani né dei Palestinesi. È stato
consegnato ai ministri degli esteri dei cinque stati membri contribuenti ed è
stato recentemente presentato ai diplomatici in visita ad Hebron.
Haaretz ha invitato il TIPH a commentare
il rapporto e ha chiesto se fossero state prese eventuali iniziative sulla base
delle sue conclusioni. Un portavoce ha risposto che il loro mandato “afferma
che il TIPH assiste nel monitoraggio e nell’impegno a mantenere la vita normale
nella città di Hebron, in accordo con il protocollo di Hebron e con l’accordo
tra le parti. I rapporti sono regolarmente sottoposti alle autorità palestinesi
ed israeliane ed ai cinque stati contribuenti. Come richiesto dalle parti,
tutte le informazioni prodotte dal TIPH sono strettamente confidenziali. Il
TIPH ha un dialogo regolare con entrambe le parti.”
Haaretz ha chiesto all’Ufficio del Primo
Ministro un commento sul rapporto e sulle sue conclusioni, ma la richiesta è stata
reindirizzata al Ministero degli Esteri, che ha risposto: “Le relazioni del
TIPH non sono finalizzate alla pubblicazione. Esse sono condivise con entrambe
le parti secondo l’accordo che non prevede che esse siano trasmesse ad altre
parti, e di certo non ai mass media. Di conseguenza, non intendiamo commentare
informazioni parziali o qualunque altra pubblicazione su questo tema.”
Traduzione di Sonia Valentini e Rosaria Brescia
Netflix ha rimosso dal suo catalogo in Arabia Saudita un episodio dello show “Patriot Act”, su richiesta del regime saudita
Netflix ha confermato di avere
rimosso dal suo catalogo in Arabia Saudita un episodio di “Patriot
Act“, uno show del comico statunitense Hasan Minhaj, su
specifica richiesta del regime saudita. Nell’episodio rimosso, Minhaj criticava
il potente principe ereditario saudita Mohammed bin Salman per l’omicidio del
giornalista Jamal Khashoggi, che secondo diversi governi e intelligence fu
ordinato proprio da bin Salman. Netflix ha detto al Financial
Times di sostenere in modo deciso la libertà artistica e di
espressione, ma ha aggiunto di essere obbligata a rispettare le leggi locali,
come nel caso saudita. Le persone che vivono in Arabia Saudita, comunque,
possono ancora vedere l’episodio in questione su YouTube.
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Che schifo l’Europa che non sa accogliere 49 poveracci - Francesco Cancellato
Se c’è uno spauracchio che non dobbiamo temere, nel
2019, è quello dell’Europa Fortezza, insensibile alla sofferenza altrui,
arroccata attorno agli interessi degli Stati nazionali, incapace di trovare
soluzioni condivise. Banalmente,
perché quell’Europa, comunque vadano le elezioni europee esiste già. La
prova regina ce la regala la vicenda, tragica e surreale assieme, delle navi
delle organizzazioni non governative tedesche Sea-Watch
e Sea-Eye, con 49 richiedenti asilo a bordo, per dodici giorni in balia del
mare grosso, senza porto sicuro in cui approdare.
Nessuno li vuole. Non l’Italia del truce Salvini, ma
nemmeno la Francia del liberale Macron, o la Spagna del socialista Sanchez, né
tantomeno la vicinissima Malta. Al solito, per togliere tutti dai guai, se li
prenderebbero trenta città tedesche - Berlino, Amburgo, Brema, le principali -
ma la Germania, se la geografia non è un’opinione, non ci risulta abbia porti
nel Mediterraneo. Basterebbe, insomma, che un Paese europeo facesse carico di
far attraccare i migranti. Basterebbe
un briciolo di pietà umana - a proposito di radici cristiane, a proposito di
ideali progressisti - per quarantanove poveracci, della loro fuga dalla
guerra e dalla miseria, della loro permanenza nei centri di detenzione libici,
dell’orrore che hanno vissuto.
Accusateci pure di
qualunquismo, di fare di tutta l’erba un fascio. Ma se queste sono le premesse
non vediamo differenze tra fascisti e socialisti, tra popolari e sovranisti,
tra Salvini, Orban, Le Pen e gli alfieri a parole della società aperta
Niente di niente, invece. E ci dispiace, ma il
fallimento della nostra civiltà - non dell’Unione, non degli Stati Nazione -
sta tutta qua. Nell’aver rubricato la solidarietà a buonismo. Nell’incapacità di
affrontare non tanto la sfida epocale dello sviluppo economico, sociale, umano
del continente più povero del pianeta che confina con quello più ricco, ma
anche, soprattutto, ogni minima micro-crisi che avviene sulla faglia di queste
due placche. Nell’aver abbandonato ogni idealità politica, ogni visione del
futuro, ogni afflato ideale - noi che siamo stati la culla di ogni ideologia di
cui si è sinora nutrito il pianeta - in cambio del quieto vivere, o meglio di
una lenta e dolce morte di vecchiaia. Noi,
quelli di Schengen e delle frontiere aperte nel cuore del Mundus Furiosus, che
celebriamo come successi politici le frontiere chiusa a tripla mandata grazie
agli accordi con la Turchia e con la Libia.
Se le cose vanno così, le prossime elezioni europee
non serviranno a nulla. E accusateci pure di qualunquismo, di fare di tutta l’erba un fascio.
Ma se queste sono le premesse - siete ancora in tempo a smentirci, sia chiaro
- non vediamo differenze tra fascisti e
socialisti, tra popolari e sovranisti, tra Salvini, Orban, Le Pen e gli alfieri
a parole della società aperta. Tutti bravi, bravissimi, a puntare
il dito contro il babau rossobruno, a paventare
la minaccia dell’Europa dei muri. Tutti altrettanto bravi a erigerli, a uso e
consumo della loro sopravvivenza politica e del quieto vivere dei loro canuti
elettori.
A proposito di sopravvivenza: un ex ministro dell’interno italiano, Marco
Minniti - deprecabile quanto volete, sicuramente molto più intelligente e
consapevole di chi gli è succeduto - ha detto che il futuro dell’Africa sarà lo specchio del futuro
dell’Europa. Se l’Africa conoscerà il benessere, pure noi lo ritroveremo. Se
l’Africa sarà colonizzata dai cinesi, noi loro saremo. Se l’Africa sarà fucina
di estremismi e terrorismi, noi ne saremo vittima. Se continuerà a essere
disperata, noi continueremo a esserlo. Se conoscerà il benessere, noi lo
ritroveremo. Attenzione, quindi: stiamo
chiudendo le porte agli uomini, ma il nostro destino ce lo stiamo già portando
in casa. Basta che sia chiaro.
martedì 1 gennaio 2019
I veri nemici d’Israele - Ugo Tramballi
Prima ancora di fissare le strategie elettorali con i partiti insieme ai
quali ha governato e probabilmente governerà, Bibi Netanyahu ha incontrato i capi
dei coloni subito dopo avere annunciato elezioni anticipate. ”Un governo di
sinistra metterebbe in pericolo il movimento dei settler” nei Territori
occupati palestinesi; “Dobbiamo vincere le prossime elezioni: è una battaglia
per la nostra casa”, ha spiegato il premier.
Nethanyahu ha la capacità di dire cose diverse a diversi interlocutori: in
politica è una qualità. Con la comunità internazionale non esclude di arrivare
alla soluzione dei due stati per due popoli con i palestinesi; se ha di fronte
i coloni, fa capire che quell’ipotesi è morta e sepolta.
Non tutti i capi di Yesha, il movimento che riunisce i consigli regionali
di Giudea e Samaria, come loro chiamano la Cisgiordania occupata, hanno fiducia
in Bibi. Alcuni di loro, soprattutto quelli delle organizzazioni più estremiste
di un movimento già estremista, vogliono cose concrete: soldi, riconoscimento
legale per gli avamposti: poche case mobili su terreni spesso legalmente
posseduti dai palestinesi, destinate a diventare nuove colonie.
Pretendono anche protezione dall’esercito nonostante ne abbiano già molta,
e loro stessi posseggano piccoli arsenali. “Se Netanyahu sostiene i coloni, noi
sosteniamo lui”, “Devi scegliere fra noi e Talia Sasson”. Nel 2005 la
commissione governativa guidata da Sasson, aveva censito gli avamposti,
dimostrandone l’illegalità anche per le leggi israeliane – oltre che per la
comunità internazionale – e suggerendone la demolizione. Le sue raccomandazioni
sono state in gran parte ignorate.
Da anni i 700mila coloni condizionano come una cosca mafiosa la vita della
maggioranza degli israeliani (7 milioni). Penetrano nel sistema giudiziario, in
quello scolastico, fra i ranghi dell’esercito e dell’intelligence. “Agenti
provocatori” dei coloni sono stati scoperti nelle organizzazioni pacifiste e di
sinistra. Fra un decennio la Corte suprema e lo Stato maggiore delle Forze
armate – i due principali baluardi della democrazia israeliana – saranno nelle
loro mani. Attraverso i ministri del loro partito di riferimento, Habayit Hayehudi,
già controllano il sistema educativo, il dicastero della giustizia e
dell’agricoltura. A luglio, in una conferenza organizzata dal ministero per
l’Educazione un leader colono e terrorista noto alle autorità, Moshe Zar, ha
spiegato fra gli applausi: “Costruisci una casa ed è come eliminare centinaia
di arabi; costruisci un insediamento ed è come uccidere migliaia di gentili”, i
cristiani. Neanche Osama bin Laden avrebbe saputo dire di meglio.
Ministri e deputati di Habayit Hayehudi stanno cercando di far passare una
legge che legalizzerà più di 60 avamposti. Se approvata, lo stato dovrà
garantire a sue spese sicurezza, acqua, elettricità e tutti i servizi pubblici.
Secondo il procuratore generale Avichai Mandelblit – lo stesso che deve
decidere se formalizzare le accuse di corruzione nei confronti di Netanyahu –
una legge così “in un paese democratico che rispetta le leggi non può essere
presentata come una conquista politica”.
I metodi violenti, il potere dei coloni, canceroso per la democrazia
israeliana, hanno cambiato anche il Likud, il partito del sionismo revisionista
storicamente laico. La vecchia forza politica che dalla fine degli anni
Settanta ha governato Israele molto più dei laburisti, si sta mutando in un
partito religioso di estrema destra, senza più legami al centro. Sono ormai i
coloni che definiscono il discorso politico su posizioni intolleranti e
insostenibili.
La ramificazione del loro potere non si ferma dentro i confini d’Israele.
Fra le leggi in attesa al Congresso, a Washington, c’è la Israel Anti-Boycott
Acy che impone condanne civili e penali alle imprese e alle organizzazioni che
boicottano Israele in difesa dei diritti palestinesi e contro l’occupazione
della Cisgiordania. Personalmente sono contrario al boicottaggio di Israele: le
sanzioni dovrebbero riguardare i prodotti delle colonie, non genericamente
tutto ciò che è israeliano. Le sanzioni alla Russia, per esempio,
colpiscono gli oligarchi vicini a Putin, non la popolazione russa.
Nel provvedimento del Congresso è in gioco il diritto di esprimere
opinioni. Anziché organizzare crociate contro Bds (Boicottaggio,
Disinvestimento Sanzioni), il governo israeliano dovrebbe chiedersi perché
questo movimento internazionale si allarghi sempre di più.
Chi è dunque il vero nemico d’Israele? Coloro che ne giudicano le politiche
come accade a ogni paese democratico, o chi diffonde il cancro intollerante,
ultra- religioso e nazionalista?
Nella sua ultima visita in Germania, Netanyahu ha consegnato ad Angela
Merkel una lettera di sette pagine intitolata “Finanziamenti tedeschi a
organizzazioni che intervengono negli affari interni israeliani o promuovono
attività anti-israeliane”. Nel documento si chiede al governo di Berlino di
tagliare i fondi a numerosi enti tedeschi. C’è anche il Festival del cinema e –
ancora più incredibile – il Museo ebraico. Magnifico e commovente quasi quanto
lo Yad Vashem a Gerusalemme, il museo aveva organizzato una mostra su
Gerusalemme che, diceva la lettera, “principalmente riflette la narrativa
musulmano-palestinese”. La rassegna si era limitata a offrire ANCHE la
narrativa palestinese. Neanche il principe ereditario saudita avrebbe avuto la
faccia tosta di presentare un documento così a un governo occidentale. La
ministra della Cultura israeliana, promotrice della lettera, pretende d’imporre
alla Germania la stessa “lealtà della cultura allo stato” che sta affermando in
Israele.
E’ questo che fa bene a Israele, sono questi i valori che lo renderanno
invincibile? Ed è questo che serve a sconfiggere gli antisemiti veri? Chi è,
alla fine, il vero nemico di Israele: chi scrive un blog come questo o i
fondamentalisti delle colline di Giudea e Samaria?
contro Orbán
Eroe della rivolta contro i sovietici, statua via dalla Budapest di Orban - Ennio Remondino
Piazza del Parlamento
nella capitale magiara. Come dei banditi che debbono nascondersi, è l’alba
quando è stata rimossa da Budapest la statua di Imre Nagy, il premier all’epoca
della rivolta anticomunista del 1956, poi soffocata dall’Armata Rossa. Capo
della rivolta ungherese, Imre Nagy fu imprigionato e giustiziato il 16 giugno
1958 a Budapest. Eroe nazionale della resistenza all’intervento sovietico. Poi,
incidenti della storia, al potere arrivano i nani.
L’attuale premier, il
conservatore Viktor Orban, dopo la condanna a morte sovietica, vorrebbe anche
cancellare la memoria e la riconoscenza dei suoi cittadini e dalla storia
ungherese. Ordine eseguito e statua rimossa. Orban ormai straripante nel suo
potere politico quasi incontrastato incassa le critiche dell’opposizione quasi
con compiacimento. Dalla sua parte la recente legge ‘sulla schiavitù’ che
consente ai datori di lavoro di imporre 40 ore di straordinari l’anno, pagabili
con tutto comodo in tre anni.
La statua di bronzo,
eretta nel 1996, sorgeva su una piazza vicino al Parlamento. Trasferita in una
posizione meno visibile, è stata sostituita con una replica di un monumento
dedicato alle vittime del regime comunista di Bela Kun, che governò brevemente
l’Ungheria nel 1919. I partiti di opposizione hanno accusato Orban di
revisionismo storico; chi lo difende ha sostenuto che il suo obiettivo è quello
di restituire agli spazi pubblici della capitale l’aspetto che avevano prima
della Seconda Guerra Mondiale e cancellare le tracce del periodo comunista,
concluso nel 1989.
La rivolta contro Orbán – intervista di David Broder a G. M. Tamás
Il 12 dicembre il parlamento ungherese ha approvato una legge che consente
ai datori di lavoro di chiedere 400 ore di straordinari all’anno, con pagamento
dilazionato da uno a tre anni. La misura, avanzata dal governo di estrema
destra del primo ministro Viktor Orbán ha sollevato proteste di massa senza
precedenti da quando Orbán è andato al potere nel 2010.
Definita «legge schiavista», la decisione potrebbe costringere gli
ungheresi a lavorare un giorno in più a settimana, e la maggior parte del
ritardato pagamento sarà eroso dall’inflazione. Il modo in cui la legge è
passata – sbattuta in parlamento da un governo autoritario senza rispetto delle
formalità costituzionali – la ha anche collegata a una più ampia battaglia
sulla democrazia ungherese.
Nelle ultime settimane le manifestazioni si sono diffuse in tutto il paese.
La più grande finora è quella di domenica scorsa, in una Budapest gelata, con
15.000 dimostranti. Dopo una serie di altre proteste e blocchi, i sindacati ora
parlano di uno sciopero generale a gennaio. Guidato da sindacati e studenti, il
movimento include anche l’intero spettro dei partiti che si oppongono al
governo di Orbán .
David Broder di Jacobin ha parlato con G. M. Tamás,
scrittore e filosofo ungherese che partecipa alla protesta della legge sulla
schiavitù, le origini del movimento, la minaccia che rappresenta per Orbán .
Perché la legge sugli straordinari è diventata la calamita dello scontento?
Queste proteste si basano su altre recenti mobilitazioni anti-governative? Come
sono organizzate, e come pensano di farsi ascoltare?
Queste proteste accadono mentre lo scontento cresce nella regione, con le
grandi manifestazioni in Romania, in Slovacchia, in Serbia (motivate da fattori
diversi, ma tutte in qualche modo anti-sistemiche). E mentre tutta l’Europa
vive una crescente instabilità, dalla Spagna alla Gran Bretagna, alla Francia e
la Germania. Anche le proteste in Ungheria sono state innestate da una serie di
fattori più specifici, alcuni di essi fortuiti.
La consuetudine costituzionale e le regole parlamentari in Ungheria
chiedono che le proposte di leggi importanti come quella sugli straordinari
debbano essere soggette a un dibattito parlamentare lungo dettagliato, e che
debbano essere condotte consultazioni con le parti interessate, in questo caso
i sindacati e gli imprenditori. Il governo ha aggirato ciò presentandola come
una proposta di legge di iniziativa personale, firmata da due parlamentari
della maggioranza, rendendo così possibile che passasse in un solo giorno.
L’opposizione ha provato a fare ostruzionismo presentando più di duemila
emendamenti, ma il presidente del parlamento ha deciso (illegalmente) che essi
potevano essere rigettati tutti con un solo voto. Allora l’opposizione ha
occupato la presidenza e ha impedito lo svolgimento dei lavori parlamentari,
suonando fischietti e trombette, gridando e così via.
Tutto è stato trasmesso in televisione e su internet. In serata, una prima
manifestazione spontanea ha avuto luogo nella Piazza del Parlamento di
Budapest. Il giorno dopo, gli studenti di sinistra hanno dato vita ad un’altra
manifestazione nello stesso luogo, dove ho avuto l’onore di tenere il primo
intervento.
Ma tutto si è innestato sulla manifestazione che si era già tenuta contro
il bando alla Central European University, che è stata obbligata a trasferirsi
a Vienna, e contro altre misure repressive che hanno colpito università e
istituti di ricerca – nelle quali anche io ho preso la parola – nelle quali si
erano già alzate voci per fare appello a un accorpamento fra le richieste degli
studenti e quelle dei lavoratori. «Solidarietà lavoratori-studenti» era stato
lo slogan più popolare.
Il giorno dopo, i parlamentari dell’opposizione hanno tentato di fare in
modo che le loro richieste venissero riportate dalla tv di Stato: poiché il 90
per cento dei media è sottomesso alla estrema destra al governo, non era stata
data nessuna informazione in merito. Sono stati accompagnati da parecchie
migliaia di persone sotto la neve. I parlamentari hanno il diritto di entrare
in qualsiasi istituzione statale, e così sono stati ammessi negli studi
televisivi, ma le loro richieste sono state rigettate.
I parlamentari dell’opposizione hanno passato la notte nell’edificio della
televisione, e all’alba sono stati brutalmente gettati fuori dalle forze di
sicurezza di una ditta privata di proprietà del segretario di stato, il
generale Pinter. Questo evento ha segnato un punto di svolta, e la protesta è ora
diventata permanente. Ci sono blocchi stradali e dimostrazioni ovunque,
attività su internet senza fine, opuscoli, storielle, canzoni, videoclips, Gif
e memi. C’è una gioiosa atmosfera di rivolta e l’espressione di massa di
umoristico disprezzo per il regime in un paese che normalmente è cupo e
apatico.
Sembra che l’opposizione sia estremamente diversificata, dalla destra
liberale a Jobbik, che è ben conosciuto a livello internazionale come un
partito di estrema destra. Quali richieste hanno in comune? Jobbik ha cambiato
linea? Che ruolo hanno i sindacati nella mobilitazione – e quali lavoratori
sono coinvolti?
I partiti per ora sono – dopo il comportamento coraggioso dei parlamentari
– accettati dai manifestanti. Ma le loro ideologie e le differenze tra di loro
sono totalmente ignorate. La sola cosa che importa è il loro grado di volontà
di resistere. I partiti in quanto tali non hanno richieste specifiche al
momento, stanno per ora solo dando eco alle richieste dei dimostranti e dei
sindacati – che includono il rifiuto dei nuovi tribunali amministrativi
(introdotti lo stesso giorno della legge sugli straordinari, con lo stesso
metodo discutibile), la riforma dei media pubblici, e la adesione alla procura
europea. Questa ultima richiesta è motivata dalla non volontà dei magistrati
ungheresi, guidati da uno dei principali alleati di Orbán, Peter Polt, di
indagare sui casi più flagranti e scandalosi di corruzione.
Jobbik è oggi piuttosto un partito conservatore, sembra che abbia perso le
ultime vestigia del suo passato fascista e attualmente è decisamente più
moderato del partito di governo Fidezs di Viktor Orban (che non è un partito ma
una combinazione fra apparato statale e una informale ma altamente
centralizzata macchina di propaganda senza aderenti o vita interna).
La “sinistra liberale” non appare come forza indipendente: la opposizione è
unita dietro i sindacati e gli studenti (per il momento), l’intero quadro è
ideologicamente confuso. Ma sembra essere guidato da una dinamica di sinistra
che non si permette di pronunciare il suo nome. Sono apparse per la prima volta
bandiere rosse, nelle proteste. Questo ha fatto impazzire i media ufficiali, ma
i dimostranti non le hanno contestate.
I sindacati hanno mobilitato poco; al contrario, sono stati mobilitati dai
dimostranti e – ad oggi – hanno risposto molto bene. Hanno formato comitati di
sciopero e stanno discutendo le loro richieste, come i diritti sindacali alla
protesta che sono stati tremendamente ristretti, specialmente nel settore dei
servizi pubblici (per esempio, nelle ferrovie). La leadership sindacale aveva
annunciato che, se il docile presidente ungherese Janos Ader avesse firmato la
legge – come è necessario perché essa diventi valida – avrebbe potuto
dichiarare lo sciopero generale. E in effetti giovedì 20 gennaio Ader ha
firmato.
I sindacati più forti sono i chimici e i lavoratori delle ferrovie, gli impiegati
pubblici, gli insegnanti, i lavoratori del settore auto, ma la classe operaia è
disorganizzata: le cinque confederazioni sindacali nazionali hanno in tutto
100.000 aderenti, in un paese di 9 milioni di abitanti. E perché uno sciopero
sia davvero importante dovrà essere a gatto selvaggio, diffuso con mezzi non
ufficiali.
Dopo le amare delusioni degli ultimi quindici anni, la politica elettorale
è in secondo piano; nessuno sembra più interessato. Le diverse fazioni della
classe dirigente appaiono, all’improvviso, piuttosto irrilevanti: si tratta di
“noi” e di “loro”.
Cosa ha motivato la legge, e quali forze hanno sostenuto la sua
approvazione?
C’è carenza di manodopera a causa dell’emigrazione di massa – anzi, della
fuga di massa – dall’Ungheria (circa 600.000 ungheresi lavorano all’estero; la
popolazione nazionale è sotto i 10 milioni, essendo scesa di un milione dalla
fine degli anni Ottanta). Questa è anche una classica misura di taglio
salariale: i datori di lavoro potrebbero pagare gli straordinari con un ritardo
di tre anni, se lo desiderano, e con l’attuale tasso di inflazione, questo
permetterà loro di ridurre seriamente le loro uscite.
È interessante notare che le organizzazioni dei datori di lavoro – in
particolare le case automobilistiche tedesche – hanno dichiarato che non sono
interessate alla misura e che non desiderano vederla attuata. Pensano che
creerebbe più problemi sindacali di quanti vantaggi fornirà loro. Si tratta di
un tipico atto legislativo arrogante e antipopolare da parte di una
quasi-dittatura che vuole risolvere tutto con un ordine amministrativo.
Questa è la caratteristica dei regimi fascisti e post-fascisti: il primato
della politica, il trionfo della volontà. In tali regimi, il potere può essere
esercitato nell’interesse della classe capitalista, ma non dalla classe
capitalista. Gli editti del leader supremo stanno sostituendo la governance che
viene dal consenso borghese. Il disprezzo aperto per il popolo, per la
misera plebs contribuens – l’umile massa che paga le tasse – è
di primaria importanza, qui.
Orban sembra credere che la propaganda razzista (e la vera e propria
discriminazione nei confronti del popolo rom) prevalga su tutto il resto. Ha
avuto successo per cinque anni o giù di lì, ma non sembra destinata a durare per
sempre. Quello che ho chiamato “post-fascismo” e “etnicismo” non è messo
direttamente in discussione dalle attuali proteste (anche se i media di estrema
destra lo presentano come un movimento “pro-immigrati”). Ma al momento attuale
sono strumenti che sembrano inefficaci.
Mercoledì scorso si è appreso che la polizia nel nord-est del paese aveva
pubblicamente richiesto il pagamento degli straordinari, ma non si è associata
alle proteste. Che possibilità c’è che questo malcontento si estenda a parti
dell’apparato statale stesso? Qual è la reazione dei media statali?
Le forze di polizia sono notoriamente insoddisfatte delle loro condizioni
sociali (sono le più colpite dagli straordinari e le nuove norme impongono un
onere insopportabile sulle loro spalle). Si dice che molti simpatizzino
privatamente con i manifestanti, ma sono una organizzazione militare –
disciplinata e obbediente.
L’apparato statale è stato ripetutamente depurato, decine di migliaia di
dipendenti pubblici sono stati licenziati senza la minima spiegazione, gli
esperti sono stati sostituiti ovunque da lealisti di estrema destra poco
qualificati (il governo sta cercando di estendere la cosa anche alle
università, agli istituti di ricerca e alle istituzioni culturali). I
lavoratori più giovani entrano nel settore privato o emigrano (non ci sono
medici e infermieri negli ospedali, non ci sono insegnanti, soprattutto nelle
province, e non ci sono ingegneri nelle fabbriche).
Quanto ai media statali – e questo significa quasi tutti i media, apertamente
o segretamente – hanno ceduto alla paranoia totalitaria: tutto è il risultato
di una cospirazione di ispirazione straniera, che cerca di minare la nostra
bianca virilità cristiana e maschia. Le proteste sono presumibilmente causate
da “marxisti culturali”, femministe “fasciste del gender “, “globalizzatori
cosmopoliti”, e dalla “lobby gay”, per non parlare delle forze dell’
“imbastardimento” che importano musulmani per distruggere la nazione, la
Magyardom (“Ungheresità”), e così via.
Fonti governative hanno, senza sorpresa, targato le manifestazioni come
piccole ed elitarie, guidate da personaggi del calibro di George Soros,
sottolineando nel contempo l’impopolarità dei partiti di opposizione,
distrutti nelle elezioni di aprile. Come valuta la profondità del sostegno
pubblico alle proteste? Che atteggiamento hanno adottato le forze liberali?
Sei troppo educato. Invece di “elitaria” devi dire: complotto ebraico o
giudaico-massonico-illuminato. I media ufficiali chiamano i lavoratori “i servi
di Soros” – davvero pietosi. I partiti dell’opposizione, come ho detto prima,
non contano adesso. Per quanto riguarda il sostegno pubblico, i sondaggi ci
dicono che l’83% della popolazione è contrario alla legge sugli straordinari,
che è diffusamente chiamata “la legge sugli schiavi”. Le forze liberali – e con
questo termine dobbiamo intendere pochi giornalisti – sono totalmente a favore
delle proteste, proprio come i conservatori anti Orbán .
Orbán non ha risposto pubblicamente alle proteste. Qual è la sua strategia,
qui? Quanto è forte la sua posizione all’interno del suo partito e del suo
governo?
Orbán non ha detto una sola parola dall’inizio delle proteste. Non vuole
essere associato a qualcosa che potrebbe rivelarsi troppo impopolare la
prossima settimana, anche se i suoi istinti politici sono selvaggiamente
repressivi. È il miglior nemico del popolo ungherese: astuto, intelligente,
intelligente, astuto, paziente, diligente e spietato. È rispettato e odiato.
Nel suo “partito” – nessun movimento, nessun membro, solo apparato – è
naturalmente immensamente rispettato, e paga bene.
Orbán è uno degli uomini più ricchi d’Europa (attraverso intermediari e
aziende fittizie; il suo gruppo conta 176 media in un piccolo paese di 9
milioni di persone). E’ un avversario temibile, ma la sua fortuna sembra si
stia esaurendo. Ha commesso errori enormi: non gliene frega niente del
parlamento, ma la sua aperta e pubblica violazione della legge è un po’
esagerata, così come lo è ostentare la lussuosa esistenza della sua famiglia e
i suoi furfanti che comprano palazzi ducali. Il trasferimento del suo ufficio
al Castello Reale a Buda Hill potrebbe rivelarsi eccessivo.
Le calunnie contro i manifestanti e il frenetico appello dell’Abteilung (in
tedesco “dipartimento”) della propaganda potrebbe essere stato un errore.
L’intero paese si sente dissenziente. Qualcosa dovrà concedere.
*M. Tamás è visiting professor all’Università dell’Europa centrale di
Budapest e visiting fellow all’Institut für die Wissenschaften vom Menschen,
Vienna. David Broder è uno storico del comunismo francese e italiano.
Attualmente sta scrivendo un libro sulla crisi della democrazia italiana nel
dopo guerra fredda. È redattore europeo di Jacobin.
Questa intervista è comparsa su www.jacobinmag.com. La traduzione è di
Raffaella Bolini
Migranti. Nuovi schiavi per i caporali (grazie al decreto Salvini) - Fulvio Fulvi
Ecco i nuovi, attesi
quanto devastanti, effetti del “decreto sicurezza”. Sono circa 500 i migranti
che in questi giorni vivono nella baraccopoli nelle campagne tra Rignano Garganico
e San Severo, nel Foggiano, quello che chiamano il “Gran ghetto”. Le presenze
sono quasi il doppio rispetto a quelle che negli anni passati, durante le
festività natalizie, si sono registrate nell’accampamento della Capitanata. «Un
numero destinato a crescere quando finirà la raccolta degli agrumi nella Piana
di Gioia Tauro, in Calabria, e centinaia di braccianti extracomunitari
torneranno qui per poter lavorare nei campi di pomodori» commenta don Andrea
Pupilla, direttore della Caritas diocesana di San Severo. «Ma l’incremento
delle presenze è un effetto della nuova legge – commenta il sacerdote – perché
i ghetti si riempiono quando Cara e Cpr si svuotano: basti pensare al Centro di
accoglienza e per richiedenti asilo di Borgo Mezzanone, presso Manfredonia, che
da mille presenze oggi ne conta solo 200». Dove sono andati gli altri 800? Se
ne vanno dalle strutture pubbliche e si appoggiano nelle baraccopoli abusive
diventando “merce umana” a disposizione dei caporali.
«La situazione nel
“gran ghetto” è peggiorata – precisa don Pupilla –, a Natale ho visto altre
capanne sorgere e un casolare abbandonato è stato occupato: così aumenta
l’illegalità e il problema non si risolve, semmai si sposta da un luogo
all’altro. Pensiamo a quello che potrà succedere a marzo-aprile, alla ripresa
del lavoro nelle coltivazioni ortofrutticole della zona…». Il numero dei
migranti in queste campagne, la prossima estate, potrebbe anche superare le
mille unità. Dallo scorso settembre si attende qui l’installazione dei moduli acquistati
da Regione Puglia per ospitare gli immigrati cercando di sottrarli, così, dalle
grinfie del caporalato che si allungano anche nell’offerta (scalando l’affitto
sul già magro salario) di un buco per dormire, che può costare anche 200 euro
al mese. «Perché non cominciano a montare le casette, visto che il Consiglio
comunale di San Severo ha approvato da mesi la variante al piano regolatore?»
si domanda don Pupilla. Burocrazia o disinteresse?
Pensare che
quest’estate il problema era diventato una priorità del governo, dopo la strage
dei 16 giovani migranti rimasti schiacciati all’interno dei camioncini, dove
erano stipati come bestie. «Ora il bisogno più grande di questi disperati non è
tanto avere coperte e indumenti per affrontare l’inverno – dice don Pupilla –,
ma procurarsi i documenti necessari a ottenere il permesso di soggiorno».
Anche le baracche e le
tende dei tre campi di San Ferdinando, vicino a Rosarno, in provincia di Reggio
Calabria, sono affollate più del solito: oltre 3mila persone a dicembre. «Sono
600 in più dell’anno scorso a vivere in questo “inferno” e continuano ad
arrivare – commenta Vincenzo Alampi, direttore della Caritas di Oppido
Mamertina-Palmi –, sono venuti qui per raccogliere mandarini da Lazio,
Campania, Puglia e persino dal Piemonte, dormono sotto le tende nei sacchi a
pelo o nelle baracche che si costruiscono da soli, sono approdati a San
Ferdinando dopo la chiusura di vari Sprar (Sistema di protezione per
richiedenti asilo e rifugiati) e Cas (Centri di accoglienza straordinaria)».
Gente che non ha niente, solo paura e fame, «e noi cerchiamo di aiutarli». Fino
ad aprile rimarranno nel centro calabrese poi si sposteranno altrove per
un’altra stagione in balia degli sfruttatori. «Migliaia di persone si
butteranno nelle strade e nelle campagne – dice Alampi – e sarà una situazione
ingestibile».
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