venerdì 28 dicembre 2018

Riace non si arresta - Mimmo Lucano



Quando assunsi il mio impegno in una terra “di frontiera”, pensavo che il problema più grave da affrontare sarebbe stato quello delle mafie, della violenza diffusa. Invece no. Da due anni prosegue una storia di oppressione nei confronti dell’esperienza di Riace, iniziata quando nel ruolo di ministro degli Interni c’era una persona della nostra terra, di Reggio Calabria. Marco Minniti mi convocò al ministero dell’Interno, ma non lo incontrai fisicamente. Fu un gesto insensibile. Seduti ad un tavolo hanno deciso le sorti, Riace doveva finire in quel modo… Così come noi organizziamo – e non è semplice – la solidarietà, spazi di umanità, c’è chi opera, seduto nei suoi uffici, con strategie oppressive, per determinare risultati mortificanti.
Candidandosi ad aspirante segretario del Pd, Marco Minniti ha detto: «Sono dalla parte di Riace, sono dalla parte del suo sindaco». Vorrei capire che senso hanno quelle parole. L’autorità giudiziaria, ai tempi, avrebbe fatto bene a chiedergli come mai da ministro dell’Interno faceva accordi con i capi clan della Libia per rinchiudere le persone. Ha cominciato la guerra alle ong, alle organizzazioni umanitarie, a progetti che in ogni caso davano speranza, trasmettendo l’idea che l’accoglienza dei migranti non è assolutamente un problema. Ciò che è successo a Riace poteva benissimo succedere in tantissime realtà, non solo della Calabria ma dell’Europa. E allora, come mai dopo un anno pronuncia quelle parole? Lo fa, ovviamente, per propaganda, perché cerca di trovare spazi politici, nonostante abbia contribuito certamente ad opprimere l’esperienza di Riace. Immagino che Minniti sapesse tutto quando venne disposto il blocco dei fondi al nostro Comune, quando c’erano le indagini della procura. E non ha detto nulla. Non ha fatto nulla. Allora vuol dire che un anno fa non facevamo nulla di così grave, altrimenti avrebbe dovuto denunciarlo pubblicamente. È interessante analizzare queste parole. Indicano che Minniti era perfettamente cosciente che a Riace non ci fosse nulla di grave.
Come ministro ha spianato la strada all’attuale deriva della nostra società, a questo decreto Salvini che possiamo definire il “decreto della disumanità”, e che già ha prodotto i suoi effetti. Basta vedere cosa è successo a Crotone: da l momento che chi ha la protezione umanitaria non può più stare nei centri di accoglienza Sprar, diverse persone sono state lasciate per strada e tra loro anche una bambina di sei mesi. Che senso ha? Di cosa parliamo? Quel ministero è un ministero della disumanità. Non ci sono dubbi…
Ma io ho una speranza, che sia possibile fare di nuovo di Riace quel paese che porta l’aura di un sogno possibile. Nel frattempo io sono stato prima indagato per due reati, tra cui favoreggiamento della immigrazione clandestina. Quando è hanno fatto il decreto Minniti Orlando, che riduceva la possibilità di ricorrere ai dinieghi delle commissioni per il riconoscimento dello status di rifugiato, noi avevamo tantissime persone a Riace. C’erano tantissimi ragazzi della Nigeria, che non avevano ricevuto un diniego solo ma ben due (non era più possibile averne tre, come prima). E volevano in qualsiasi modo evitare di tornare nei loro Paesi di origine, dove si erano lasciati dietro un inferno. Magari si erano indebitati per tutta la vita, per cercare una soluzione. E qualcuno di loro avrebbe voluto sposarsi, è vero, per ottenere il certificato di matrimonio, e quindi il permesso di soggiorno per motivi familiari. Io celebrai solo un matrimonio. E se ho fatto qualcosa è perché ho visto l’orrore nei loro occhi di fronte alla prospettiva del loro ritorno nel Paese d’origine. Un gesto del genere non può mai essere messo sullo stesso livello di un accordo coi capi clan della Libia per impedire alle persone di arrivare in Italia. Simona ha nominato una ragazza nigeriana vittima delle politiche disumane di cui ho parlato. Questa ragazza, Becky Moses, era stata “diniegata”, le era stata rifiutata la domanda di asilo. Lei non ha pensato di sposarsi, bensì che l’unica soluzione alla sua vita fosse quella di trasferirsi nella tendopoli di San Ferdinando nella piana di Gioia Tauro. Il 26 gennaio 2018 è morta bruciata viva, tentava di riscaldarsi, perché faceva freddo quella sera. Chi sono i responsabili? Perché non c’è stato un processo, perché non è stata aperta una inchiesta, che valore ha la vita degli esseri umani?
Aggiungo che sono stato accusato anche di aver concesso carte d’identità false. Anche Becky era arrivata in municipio per rinnovare il suo documento, che aveva smarrito in pullman. Il 23 dicembre 2017, io gliel’ho rifatto. Pochi giorni dopo è morta. Quella carta di identità con la mia firma, per una strana coincidenza è rimasta per terra, vicina alla sua capanna bruciata fatta di plastica. Sono orgoglioso di averla fatta, quella carta di identità. Nella stessa zona, a poca distanza da Riace, un ragazzo si batteva per i diritti sindacali dei braccianti impegnati nella piana di Gioia Tauro. È morto ammazzato, lo scorso giugno. “Dobbiamo poterci fare giustizia con le nostre mani” si dice oggi. E così, qualcuno ha pensato bene di uccidere Soumaila Sacko, perché avrebbe tentato di rubare un pezzo di lamiera per rinforzare la capanna in cui viveva, e far scivolare via l’acqua sul tetto. È stato ammazzato, Soumaila Sacko. Questi giovani vengono in Italia per vivere, e noi li facciamo morire.
Anche un altro ragazzo, di soli 18 anni, è morto bruciato vivo nella tendopoli di San Ferdinando, ad inizio dicembre. Ma vi rendete conto? E le stesse persone che sono state così attente a tutti gli aspetti burocratici, a individuare anche se mancava un timbro, quelle persone che hanno portato alla chiusura dell’esperienza di Riace e anche alla mia personale situazione giudiziaria, infliggendo quelle che per me sono mortificazioni dell’anima, ecco quelle stesse persone lasciano invece operativo il centro di San Ferdinando. A tutt’oggi, mentre noi parliamo.
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Dall’intervento di Mimmo Lucano al Teatro Palladium di Roma, durante la serata di lancio della candidatura di Riace al Nobel per la pace 2019, promossa tra gli altri da Left, Re Co Sol e VIII Municipio di Roma


Pronti al decollo, F35 - Giulio Cavalli


 “Il programma F35 (i cacciabombardieri) è un programma fallimentare. Chi ci ha fatto entrare in questo programma dovrebbe essere preso a calci in culo” (Alessandro Di Battista, M5s, 8 agosto 2017).
“Riteniamo il programma degli F35 inutile e costoso” (Tatiana Basilio, deputata M5s, 11 maggio 2017).
“Si chiudano subito i contratti per gli F35 in essere e si provveda ad individuare una exit strategy che accompagni il nostro Paese ad abbandonare definitivamente il piano di sviluppo del programma” (Manlio Di Stefano, deputato M5S, 13 dicembre 2016).
“Non hanno il coraggio di impedire lo spreco di miliardi di euro per degli aerei da guerra difettosi. Temono il dibattito in Parlamento. Hanno persino paura di mostrare il loro sostegno al programma F35 in pubblico. Il governo di Capitan Findus Letta non ha neppure le palle di assumersi responsabilità davanti ai cittadini” (Beppe Grillo, 15 luglio 2013).
Sono solo alcune delle dichiarazioni, tra le tante, del Movimento 5 stelle sull’acquisto dei famosi aerei da guerra F35, quelli che per mesi sono stati al centro del dibattito politico (tra i molti che ritengono la spesa per gli armamenti tutt’altro che una priorità e chi invece sostiene da sempre la necessità di un esercito fieramente attrezzato): la posizione del Movimento 5 stelle è sempre stata netta, per anni ci hanno detto che (anche) i cacciabombardieri erano simbolo dello spreco e della cattiva amministrazione del denaro pubblico, i nostri soldi, come dicono loro. Sia chiaro: anche chi scrive trova dissennato spendere così tanto in un Paese che avrebbe bisogno di ben altri investimenti.
Bene. Ieri il sottosegretario alla Difesa Angelo Tofalo, esponente di punta del Movimento 5 stelle, ha detto tutt’altro: «Colgo l’occasione per spiegare che da tanti anni noi abbiamo parlato di questi F35 spesso in maniera distorta, spesso bisogna realmente conoscere e valutare le informazioni», ha detto Tofalo, aggiungendo che «il programma F35 ormai è avanti, c’è da oltre venti anni, a differenza di quanto spesso qualcuno ha detto è un aereo che ha un’ottima tecnologia, forse la migliore al mondo in questo momento. Ed è normale che dobbiamo fare un po’ di calcoli, sia per quanto riguarda la tasca, ossia dal punto di vista economico, sia per quanto riguarda la tecnologia. Ma resta ovvio che non possiamo rinunciare a una grande capacità aerea per la nostra Aeronautica che ancora oggi ci mette avanti rispetto a tanti altri Paesi».
Ma il punto del suo discorso è tutto in una frase: «Spesso bisogna realmente conoscere e valutare le informazioni».
Che poi significherebbe l’unico modo per fare lealmente politica, se ci pensate.
da qui

Salvini, hai torto: questa è la manovra di un governo senza palle - Francesco Cancellato



«La manovra? Le do 7. Finalmente in Italia c’è un governo con le palle». Così Matteo Salvini, vicepremier, ministro dell’interno, leader della Lega, ha giudicato la prima legge di bilancio della coalizione gialloverde, a poche ore dalla sua definitiva approvazione al Senato, dopo due mesi di tira e molla con l’Europa.
E davvero, vorremmo dare ragione a Salvini. Vorremmo credere che un governo italiano abbia avuto finalmente coraggio di fare quel che doveva, di affrontare i problemi endemici che il Paese si porta dietro da decenni, di sfidare il consenso dei gruppi sociali dominanti, di pensare al futuro anziché al presente, di costruire l’inizio di una visione ambiziosa per lo sviluppo dell’Italia nel ventunesimo secolo. Questo, è quel che avrebbe dovuto fare un governo con le palle. Questo, non è quel che ha fatto il governo Conte-Di Maio-Salvini con la sua prima legge di bilancio.
È una manovra senza palle perché non affronta nessuno dei problemi cruciali dell’Italia,innanzitutto. Non c’è nulla, in manovra, per combattere l’inverno demografico di questo Paese, dagli incentivi all’occupabilità femminile al sostegno alle famiglie con figli. Nulla per rilanciare la produttività della nostra economia, laddove si dimezza il piano industria 4.0. Nessun investimento in istruzione, ricerca e innovazione, mentre vengono tagliate le assunzioni dei ricercatori in università. Non una riga sulla lotta alla criminalità organizzata. Alcune questioni, al contrario, vengono addirittura aggravate: la sostenibilità futura del nostro sistema pensionistico è peggiorata, ad esempio, a causa di quota 100. Così come di certo non si combatte l’evasione fiscale con un condono - pardon, pace -, né tantomeno il lavoro nero con misure come il reddito di cittadinanza che sembrano fatte apposta per chi vuole far finta di essere disoccupato.
È una manovra senza palle perché non è lungimirante, nemmeno un po’. Il futuro non esiste, per Lega e Cinque Stelle. Non esistono le tematiche ambientali e il cambiamento climatico, che imporrebbero seri interventi sul riscaldamento domestico e sulla mobilità. Non esistono la ricerca, l’innovazione, il sostegno alla capitalizzazione delle nuove imprese innovative
È una manovra senza palle, perché non sfida il consenso. Al contrario, favorisce i gruppi sociali in funzione del loro peso elettorale: i pensionati, prima di tutto, o comunque i baby boomer che non vedono l’ora di andare in pensione. I disoccupati del Mezzogiorno e le loro famiglie, cui viene gentilmente concesso un sussidio. Il mondo dei piccoli professionisti e delle piccole imprese, che si ritrovano un importante sconto fiscale, laddove la pressione fiscale complessiva aumenta. È quel che serve all’Italia? Difficile credere che un Paese che invecchia abbia bisogno di nuovi pensionati, che il sud si risollevi a mancette e che un taglio delle tasse incondizionato possa far evolvere l’economia italiana. Il filo rosso di queste politiche è che sono quelle che portano più voti, e basta.
È una manovra senza palle perché non è lungimirante, nemmeno un po’. Il futuro non esiste, per Lega e Cinque Stelle. Non esistono le tematiche ambientali e il cambiamento climatico, che imporrebbero seri interventi sul riscaldamento domestico e sulla mobilità. Non esistono la ricerca, l’innovazione, il sostegno alla capitalizzazione delle nuove imprese innovative, la costruzione di un mercato di capitali per le startup sul modello francese, l’unica cosa che ci permetterebbe di sfruttare la tecnologia a nostro vantaggio, anziché subirla. Soprattutto, non esiste un piano per rendere sostenibili i nostri conti pubblici nel prossimo futuro: al governo, banalmente, non frega nulla di quel che succederà tra un anno con le clausole di salvaguardia Iva che ha messo a garanzia dei saldi attuali, figurarsi di quel che succederà alle pensioni tra il 2030 e il 2045, quando il costo previdenziale raggiungerà il suo picco massimo.
È una manovra senza palle, infine, perché non rischia nulla. Volevano lasciare l’Euro e l’Unione Europea per puntare sulla Lira, come hanno sempre sostenuto Bagnai e Borghi? Volevano bloccare tutte le infrastrutture ad alto impatto ambientale per puntare sulla mobilità dolce e su un modello di crescita non più fondato sul Pil? Volevi misure draconiane per combattere una lotta senza quartiere all’evasione fiscale? Volevano abbattere la pressione fiscale con una sola aliquota, bassa per giunta, per dare uno shock violento all’economia? Niente di tutto questo. Gli anti-sistema si sono trasformati in pallidi democristiani anni ’80, desiderosi solamente di tirare a campare fino alle europee. Forse le palle di cui parla Salvini sono quelle che han raccontato sin ora. Forse.

giovedì 27 dicembre 2018

Mapuche come terroristi



a cura di Naila Clerici (*)

I Mapuche sono il popolo indigeno più numeroso del Cile (un milione e mezzo secondo il censimento del 2012): una metà vive in comunità rurali nelle regioni centrali e meridionali del paese e reclama il diritto alle terre ancestrali.
Essi devono far fronte ad una duplice oppressione, quella dello stato, che li considera dei terroristi, e quella delle multinazionali, interessate a sfruttare le risorse naturali presenti sul loro territorio.
I conflitti maggiori tra lo stato e le multinazionali minerarie o dedite alla costruzione delle centrali idroelettriche avvengono a livello politico e ambientale. Un altro motivo di conflitto tra i Mapuche e il Cile riguarda la questione agraria: il grande latifondo, spesso con l’aiuto di guardie armate private, caccia le comunità dai territori ancestrali.
Una delle questioni più discusse e criticate dalle organizzazioni per i diritti umani è l’applicazione di una legge antiterrorismo (n. 18314) del periodo di Pinochet (1984), per giudicare le azioni di protesta dei Mapuche. In questo modo le battaglie degli indigeni vengono criminalizzate e molti dei loro leader sono in prigione. Secondo l’agenzia delle Nazioni Unite per i Rifugiati “questa legge considera l’occupazione illegale della terra e l’attacco ad attrezzature o personale di compagnie multinazionali come atti di terrorismo e le persone accusate possono essere giudicate sia da un tribunale civile, sia da uno militare. Autorizza inoltre l’uso di testimoni anonimi da parte dell’accusa e permette un’incarcerazione indefinita per coloro che sono identificati come terroristi”.
Vari casi di fattorie e mezzi di trasporto incendiati, attribuiti ai Mapuche, hanno giustificato l’invio massiccio di truppe nella regioni VIII e IX, che si trovano in un vero e proprio stato d’assedio. Reynaldo Mariqueo, portavoce per i Mapuche, ha affermato in un intervista alla Southern Pacific Review (2017), “Siamo una nazione occupata […]. La casa del lonko Juana Calfunao è stata incendiata tre volte e un suo zio è morto nel rogo. Non c’è mai stata un’inchiesta per questo crimine”.
Le varie organizzazioni mapuche si sono adoperate per sensibilizzare gli osservatori internazionali: a loro favore si è espressa Human Rights Watch, ma anche l’Istituto Nazionale per i Diritti Umani cileno; Amnesty International ha messo in rilievo il fatto che la polizia abbia sparato pallettoni sulle persone che protestavano, incluso donne anziane e bambini. Dei giornalisti sono stati arrestati mentre documentavano le proteste studentesche; altri mentre testimoniavano un’azione sul terreno di una compagnia forestale (inclusi due cineasti italiani poi espulsi per “aver rubato del legname”). Per quanto riguarda la libertà di stampa, Reporters without Borders ha collocato il Cile all’ottantesimo posto.
Manca la volontà politica di risolvere il conflitto tra lo stato cileno e i Mapuche e di demilitarizzare il loro territorio. A sostenerlo, tra gli altri, Francisco Huenchumilla, già sindaco di Temuco, ministro sotto la presidenza del “socialista” Ricardo Lagos ed esponente della Democrazia cristiana cilena, quindi non un “sovversivo”. In una lunga intervista rilasciata a Punto Final, Huenchumilla dice di vergognarsi di far parte di una coalizione di centrosinistra che individua nei Mapuche solo un problema di ordine pubblico da trattare in maniera esclusivamente repressiva, senza prendere in considerazione il processo storico da cui è scaturita la persecuzione nei confronti di questo popolo. Il problema principale è che il Cile rifiuta di essere uno stato plurinazionale, come lo sono, ad esempio, la Bolivia e l’Ecuador. La recente detenzione di molti leader mapuche nell’ambito dell’Operación Huracán rappresenta bene l’agire politico dello stato cileno: repressione e gestione della sicurezza in maniera non troppo diversa dall’era pinochetista. Del resto, la Ley Antiterrorista rappresenta solo la punta di un iceberg: i Mapuche hanno sperimentato più volte sulla loro pelle la Ley de Seguridad Interior e una serie di strumenti legali utilizzati esclusivamente contro di loro. A farne le spese, il leader della Coordinadora Arauco-Malleco (Cam) Héctor Llaitul, di nuovo in carcere, senza dimenticare, tra gli altri, il caso della machi (autorità religiosa e spirituale) Francisca Linconao, del machi Celestino Córdova e di altri dieci mapuche condannati senza prove per l’incendio nel quale perì la coppia di proprietari terrieri Luchsinger-Mackay nel gennaio 2013. Per quest’ultimo caso, l’Observatorio para la proteción de los defensores de derechos humanos ha rilevato gravi irregolarità nel corso di un processo basato su un solo testimone, mentre i Mapuche sono criminalizzati come terroristi, in un contesto in cui prevale l’impunità verso i grandi proprietari terrieri.
Spesso i detenuti mapuche praticano lo sciopero della fame come protesta nelle carceri di Concepción, Temuco, Angol, Valdivia e Lebu. Ultimamente abbiamo citato nelle nostre mail d’informazione il caso del machi Celestino Cordova, del lonko Facundo Jones Huala e di Camilo Catrillanca, ma purtroppo non sono i soli.

Celestino Cordova
Celestino è un’autorità spirituale mapuche, uno sciamano, incarcerato senza prove dopo un processo ampiamente tacciato di parzialità e condotto con strumenti giudiziari che le Nazioni Unite hanno più volte stigmatizzato. L’estrema protesta mirava a costringere lo stato cileno a garantire il rispetto dei diritti umani, tra cui diritto al culto e alla salute psico-fisica, secondo le pratiche della cultura mapuche. Nello specifico il machi chiedeva di poter tornare nella propria comunità per realizzare una importante cerimonia che le entità spirituali della cosmovisione mapuche esigono periodicamente, pena la malattia e la morte dello sciamano.
Il diritto internazionale, in particolare la Convenzione N. 169 dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro sui Popoli Indigeni e Tribali del 1989, ratificata dal Cile nel 2008, e la Dichiarazione delle Nazioni Unite sui diritti dei popoli indigeni del 2007, nonché le norme nazionali del diritto penitenziario cileno prevedono un’applicazione interculturale del diritto al culto e alla salute, che permetterebbe la concessione di questo beneficio, ma il governo cileno si è rifiutato categoricamente.
Riferisce Manuel Zani, Osservatore dei Diritti Umani per l’associazione Il Cerchio, che Celestino si trova in carcere accusato e condannato per l’omicidio di una coppia di agricoltori di origine svizzera, la famiglia Luksinger Makay, coloni giunti nel paese nell’Ottocento e che negli anni hanno costruito una fortuna facendo incetta di terre mapuche con vari mezzi. Nessuna prova dimostra la sua partecipazione in un fatto che ha diverse zone d’ombra; tra l’altro è stato condannato a diciott’anni di carcere utilizzando le deposizioni di testimoni a volto protetto e perizie che smontano le tesi del PM non sono state prese in considerazione del tribunale. “Non chiedo niente che non sia legittimo – afferma Celestino in un’intervista fatta da Zani – in questi anni abbiamo bussato a ogni porta e tentato di instaurare un dialogo con le autorità carcerarie del ministero di giustizia, ma abbiamo incontrato solo rifiuti e dilazioni. Paradossalmente sto mettendo a rischi la mia vita per salvarla. Sembra assurdo ma non lo è. Se non torno alla mia comunità e non realizzo la cerimonia del cambio di rewe morirò ugualmente”.
Nella cosmovisione mapuche il rewe, è il centro delle energie spirituali di un territorio, uno spazio sacro dove realizza tutti i giorni le sue attività spirituali e di guarigione delle persone che richiedono pratiche della medicina tradizionale, il machi Celestino Córdova ha richiesto alle autorità cilene un’autorizzazione di quarantotto ore per visitare la sua rewe, situata all’interno del comune di Padre las Casas, e potere realizzare una cerimonia spirituale e culturale per mantenere il vincolo intrinseco tra il proprio spirito e quello della terra; dopo centotre giorni il machi ha sospeso lo sciopero e il governatore della provincia di Cautín, Mauricio Ojeda, si è detto finalmente aperto al dialogo e gli ha concesso quindici ore per la cerimonia di rinnovamento a cui hanno preso parte ventiquattro persone.

 Morti sospette
Non si contano solo parecchi Mapuche messi in prigione, ci sono anche i morti; a cadere sotto i proiettili dei carabineros in Araucanía sono stati Alex Lemún (nel 2002), Matías Catrileo (nel 2008) e Jaime Mendoza Collío (nel 2009), Camilo Catrillanca (2018), ufficialmente sempre per legittima difesa.
Camilo Catrillanca era un giovane mapuche di ventiquattro anni ucciso nella comunità di Temucuicui il 14 novembre 2018, in circostanze sicuramente “poco chiare”: questa la formula usata dal governo cileno che parla di uno scontro con la polizia e usa la parola enfrentamiento più volte proprio per evitare che si pensi all’uccisione di Camilo a sangue freddo. La fonte governativa riferisce di un gruppo di mapuche incappucciati che avrebbe rubato tre automobili a docenti della Escuela Santa Rosa de Ancapi Ñancucheo, nel municipio di Ercilla. Gli uomini del Comando Jungla, nel tentativo di ristabilire l’ordine, recuperando due dei tre veicoli, hanno sparato due colpi di pistola alla testa di Catrillanca uccidendolo. Il Comando Jungla è formato da gruppi di carabineros addestrati in Colombia e inviati dal governo del presidente Sebastián Piñera per combattere il terrorismo nell’Araucanía, dove maggiore è il conflitto sociale tra lo stato e i Mapuche.
La morte del nipote di Juan Catrillanca – lonko di una comunità mapuche della zona e figlio di Marcelo Catrillanca, storico attivista del popolo mapuche – è avvenuta nell’ambito di un vero e proprio assalto contro la gente di Temucuicui, che si trovava già in stato d’assedio a causa della presenza di un nutrito gruppo di militari. A testimoniarlo, numerosi video che evidenziano la presenza di circa duecento uomini armati fino ai denti che si dirigono verso la comunità di Temucuicui protetti da blindati e da due elicotteri. Catrillanca, al momento dell’attacco dei carabineros, si trovava in campagna per accudire i suoi animali; era su un trattore assieme a un ragazzo più giovane, che è rimasto gravemente ferito nella sparatoria. Quando Camilo si è accorto dell’avanzata dei carabinieri, ha cercato di tornare indietro ed è stato colpito alla nuca da almeno due proiettili. Camilo era stato tra i promotori della mobilitazione studentesca che nell’agosto del 2011 portò all’occupazione del municipio di Ercilla. Lascia una figlia di sei anni e la moglie incinta.
Il Centro de Investigación y Defensa Sur (CID Sur) ha richiesto immediatamente un’inchiesta imparziale e che i responsabili siano consegnati alla giustizia per rispondere di questo omicidio.
La sinistra della coalizione politica Frente Amplio esige le dimissioni di Mayol intendente della Araucanía (massima autorità regionale), ma vuole soprattutto ottenere spiegazioni da parte del presidente Piñera e del suo ministro dell’Interno Andrés Chadwick, oltre alla sospensione delle operazioni del Comando Jungla in territorio mapuche. Il presidente di turno, aldilà del colore politico, ha sempre sostenuto le multinazionali interessate alla costruzione delle centrali idroelettriche, al disboscamento e all’utilizzo dei terreni agricoli per imporre la monocoltura della soia.
Nelle comunità sono stati proclamati tre giorni di mobilitazione: si chiede verità e giustizia per Camilo, ma soprattutto la cancellazione della Ley Antiterrorista, tuttora applicata quasi esclusivamente contro i mapuche.
L’ex gesuita Luis García Huidobro, storico sostenitore della causa mapuche, ha definito Catrillanca “vittima di questa democrazia che assassina i mapuche in lotta per difendere la propria terra”; anche Erika Guevara Rosas, portavoce per le Americhe di Amnesty International, ha accusato lo Stato cileno di aver provocato la morte di Camilo.

Il ruolo del Papa
Prima della visita del pontefice in Cile, nel gennaio 2018, il Coordinamento mapuche in Europa aveva chiesto a Bergoglio di prendere posizione nei confronti dello Stato cileno, allo scopo di mettere fine alle violazioni dei diritti umani di minori, donne e uomini mapuche e invitare il pontefice a promuovere un dialogo di pace con uno stato cileno che continua ad agire in maniera razzista ed escludente e con una parte della chiesa cilena, che spesso non è sensibile ai loro conflitti territoriali. E ancora, i Mapuche sperano che il Papa interceda presso il governo cileno e quello argentino affinché entrambi risarciscano le comunità per i crimini contro l’umanità compiuti dai due stati all’epoca della Pacificación de la Araucanía e della Campaña del Desierto.
Il messaggio del pontefice, come ha evidenziato anche il portavoce del Consejo de Todas la Tierras di Temuco, Aucán Huilcamán, ha sì fatto riferimento ai diritti dei Mapuche, ma in maniera molto generica e indiretta, dando in un certo senso l’idea che spettasse allo stato cileno adoperarsi per il rispetto di un popolo da molti paragonato a quello kurdo o palestinese proprio perché senza terra. La durissima dichiarazione dei popoli indigeni che vivono in Cile, un vero e proprio manifesto politico in cui erano rivendicate le loro istanze, spiega con chiarezza i motivi per cui la visita papale sia stata oggetto di critiche. Dopo più di cinquecento anni di colonialismo europeo nel continente latinoamericano, al papa si chiedeva l’assunzione di una responsabilità storica nei confronti del furto delle terre ancestrali e di un genocidio di cui, ad eccezione di figure quali Bartolomeo de Las Casas o dei missionari gesuiti in Paraguay e Bolivia, anche la Chiesa si è resa responsabile, come spiegato nell’appello indigeno dall’inequivocabile titolo No queremos más cruces ni biblias. La contestazione a Bergoglio era diretta a lui in quanto massimo esponente della Chiesa, pur riconoscendo i tanti cristiani progressisti (laici e religiosi) che si sono da sempre adoperati per i diritti dei popoli indigeni. Altro aspetto controverso della visita di Bergoglio è stata la dura repressione contro la Marcha de los Pobres convocata dai movimenti sociali. In Cile sono molti a ricordare la visita di Giovanni Paolo II all’epoca della dittatura di Pinochet e le organizzazioni popolari intendevano ribadire che, da allora, in Cile non è cambiato niente. Dal colpo di stato contro Salvador Allende, quando centinaia di persone sparirono e furono torturate, ai giorni nostri, in un contesto contrassegnato ancora dalla mancanza dei diritti più elementari, dallo sfruttamento della risorse secondo le regole del neoliberismo, ad esclusivo vantaggio dell’oligarchia dei proprietari terrieri e delle multinazionali, i passi da compiere affinché trionfi la giustizia sociale sono ancora molti. La violenza dei carabineros, che hanno arrestato circa trenta persone in occasione della marcia del 16 gennaio 2018, testimonia che in Cile protestare significa commettere un reato.
I Mapuche hanno affermato, nel corso dei secoli, la loro volontà di mantenere un’identità culturale separata e un’autonomia: “riconoscere questa volontà non significherebbe dividere il paese, ma capire che in una democrazia moderna il potere centrale non è chiamato a sottomettere le differenze, ma a farle convivere” afferma Patricio Fernández.
BIBLIOGRAFIA
– Brevis Guido, regia di, Territorio de fronteras, documentario, 75 minuti, Cile, 2007.
Quattro Mapuche sono condannati in base alla legge antiterroristica cilena e in carcere iniziano uno sciopero della fame. Ciò genera un processo di mobilitazione a livello di istituzioni statali e organizzazioni Mapuche, che cercando di trovare una soluzione al problema dalle loro diverse posizioni. Sullo sfondo, una relazione storica su quanto è accaduto in questo “territorio di confine”, confine che non rappresentano un limite, ma lo spazio in cui si verificano le relazioni.
– Casagrande Olivia, Il tempo spezzato. Biografia di una famiglia mapuche tra golpe ed esilio, Unicopli, 2015.
Muovendosi tra etnografia e biografia, il libro ripercorre la storia della famiglia Railaf Zuñiga dalla terra d’origine in Cile fino ai luoghi dell’esilio in Olanda. Le narrazioni dei membri della famiglia si intrecciano con gli eventi della storia e il più ampio contesto politico e sociale, dal golpe del generale Pinochet fino all’attuale movimento mapuche.
– cidsur.cl., Centro de Investigación y Defensa Sur.
– Ceotto Claudio, regia e montaggio di, con consulenza storica di Surdich F. e Vietri L., Viaggio tra i Mapuche, dvd, 2010.
– Ceotto Claudio, Mapuche, un popolo invisibile, Youcanprint Self-Publishing, 2012.
È la storia in testo ed immagini di un viaggio, nato dalla profonda passione per le Americhe e per le loro popolazioni indigene, compiuto tra i panorami mozzafiato di Cile e Argentina. È la storia di un incontro sognato, cercato e realizzato, un incontro tra realtà diverse e lontane, dove nonostante le forti diffidenze, inevitabili dopo secoli di ininterrotte violenze e ingiustizie, prevalgono, nel rispetto reciproco, la voglia di comunicare, di conoscersi, di stare insieme, di raccontarsi. Secondo Gianni Ferrara lo stile del libro, troppo enfatico e retorico, lascia molto a desiderare.
– Fernández Patricio, “Gli errori del Cile con i mapuche”, Internazionale, 1208, 9-6-2017, 32.
– Il Cerchio, “Il Cile continua a uccidere”, associazioneilcerchio.it/wordpress, 15/11/2018–
– Lifodi David , “Camilo Catrillanca: tutti sanno chi è stato”, labottegadelbarbieri.org/camilo-catrillanca-tutti-sanno-chi-e-stato, 18 novembre 2018.
– Lifodi David, “Cile: i Mapuche da Papa Francesco”, “Cile: la visita del papa lascia molti punti in sospeso”, labottegadelbarbieri.org, 2017 e 2018.
– Perez José Nain – Coordinatore dell’associazione Regionale Mapuche FOLILKO Araucanía (CILE), “Il machi Celestino Cordova”, 2018.
– puelaukache.blogspot.com/ southernpacificreview.com/2013/02/17/terrorism-in-chile-the-mapuche-conflic/, sito ufficiale del Movimiento Mapuche Autonomo del Puelmapu, M.A.P.
– Zani Manuel, “Il Caso Del Machi Celestino Cordova”, associazioneilcerchio.it/wordpress/, 2018

(*) Tratto da Tepee 54, nello stesso numero, “I Mapuche e la loro terra” e “La famiglia e l’organizzazione sociale mapuche”.
Per ricevere TEPEE per il 2019 e sostenere il lavoro dell’associazione, la donazione liberale minima suggerita è di € 20: c/c postale n. 33770108 intestato a SOCONAS INCOMINDIOS, onlus, via S. Quintino 6, 10121 Torino, codice IBAN: IT91 T076 0101 0000 0003 3770 108, codice SWIFT: 3PPIITRRXXX, Codice Fiscale: 97536340017. Per informazioni: redazione@soconasincomindios.it, www.soconasincomindios.it .



mercoledì 26 dicembre 2018

L'obiettivo della destra nazionalista e religiosa e dei coloni: l'espulsione dei Palestinesi - Amira Hass:



I suggerimenti del capo di stato maggiore dell'IDF, Gadi Eisenkot,  sono spaventosi anche se non dicono molto di nuovo, specialmente per quelli che vedono Yeshastan, il conglomerato dei coloni, diventare più grande, più ricco e meglio armato.
Non è una novità che la destra dei coloni e la destra sionista-religiosa stiano spingendo per l'escalation e la guerra. Perché i coloni vogliono la guerra? Qui avete bisogno di una spiegazione molto chiara e dettagliata perché i livelli di repressione cognitiva tra le persone che vivono ad ovest della Green Line sono alle stelle.
Ai coloni non basta l'abilità di una rapina sanzionata dallo stato e da organismi ufficiali : vuole di più. E il "di più" è creare situazioni che consentano l'espulsione di massa dei palestinesi. Il caos della guerra permetterà agli israeliani di trasferire i palestinesi oltre il confine, non solo all'interno della West Bank (come richiesto da un disegno di legge di Habayit Hayehudi, che cerca di normalizzare il termine spregevole dell'espulsione).

L'obiettivo del regime colonialista israeliano non è quello di uccidere quanti più palestinesi possibile. Questo costituisce un'introduzione essenziale per comprendere le solide intenzioni politiche. L'uccisione di palestinesi era ed è un mezzo per l'espansione della proprietà sionista sulla vita rovinata dei palestinesi. Uccidere è un mezzo legittimo per Israele, come le incursioni notturne, l'imprigionamento di 2 milioni di abitanti di Gaza, l'esproprio di terre su entrambi i lati della Linea Verde e il soffocamento economico.
L'uccisione occasionale di un uomo d'affari di 60 anni mentre si reca al lavoro, di manifestanti dietro il recinto di filo spinato del campo di concentramento di Gaza, così come di sospetti di omicidio - non ancora incriminati - è possibile grazie al nostro cultura dell'impunità, la cultura di "noi (ebrei) al di sopra di ogni legge".
Uccidere è un mezzo che soldati e polizia usano con gioia, perché sono stati nutriti sin dall'infanzia con una miscela mortale di paura dei palestinesi e di disprezzo per coloro le cui case abbiamo rubato e ruberemo. Il disprezzo rende il furto a venire più naturale

Israele ha gettato via la generosa opportunità d'oro ricevuta dai palestinesi nel 1994 e, invece di consentire l'istituzione di uno stato palestinese al suo fianco, Israele ha deciso di mantenere le sue caratteristiche coloniali e migliorarle.
Così, sotto l'ombrello dei negoziati, Israele ha creato le enclave palestinesi. Negli ultimi anni queste enclavi sono diventate il compromesso israeliano tra il desiderio di vedere i palestinesi scomparire e la consapevolezza che la situazione geopolitica non consente una ripetizione del 1948.
Il colono e la destra religiosa chiedono l'annessione  dell'Area C , il 61 per cento della Cisgiordania che avvolge le enclavi. Cioè, per fare ora, apertamente e in un sol colpo, ciò che il diritto non-messianico (in primis del partito laburista) ha fatto con l'abile applicazione del metodo "un altro dunam” fuori dai riflettori, mentre dolcemente parlava di pace.
Il diritto dei coloni non si adegua ai metodi legali per rubare terreni e case sviluppati dagli organismi ufficiali. In ogni momento c'è un cowboy ebreo che caccia un pastore palestinese, un gruppo di coloni che costruisce una strada su una terra non propria, un nuovo prefabbricato trasformato in un avamposto. Ogni solco di terra in Cisgiordania e in ogni casa di  Gerusalemme Est  è preda degli appetiti vittoriosi dei principi di Yeshastan.
Gli ebrei Yeshastani che hanno urlato amaramente nelle ultime due settimane che sono "anatre sedute" sanno bene che sono gli israeliani meglio protetti e più imbottiti di tutti.
Hanno fatto uno spettacolo di isteria per portare un'escalation e tornare al piano generale in attesa nel cassetto. Il diritto dei coloni brama le enclave palestinesi. Hebron  vuoto dei suoi abitanti palestinesi è il modello.
In ogni caso, la mancanza di un futuro nelle enclavi (prima di tutto a Gaza) sta già stimolando giovani e professionisti a emigrare.
Nessuna legge internazionale e nessun paese che ha sostenuto  Oslo  ha fermato il galoppante progetto di insediamento israeliano. E così la conclusione del colono è che il prossimo passo naturale, l'espulsione di massa dei palestinesi, è possibile, geopoliticamente e non c'è nessuna entità internazionale a mettersi sulla loro strada.

Usa e Russia, torna l’incubo della guerra nucleare. E l’Europa? Squittisce - Fulvio Scaglione


Durante la solita conferenza stampa monstre di fine anno (1.700 giornalisti, traduzione simultanea in inglese, tedesco e francese, Tv, radio, ecc. ecc.), Vladimir Putin ha detto alcune cosette che non tutti gradiscono. Per esempio, che «il mondo sottovaluta la possibilità di una guerra nucleare», la quale «potrebbe portare alla fine della civiltà e forse alla fine del pianeta», e che sta prendendo piede l’idea di «usare armi nucleari a bassa potenza per uso tattico». Ha dileggiato il giusto («Se arriveranno i missili in Europa, poi l’Occidente non squittisca se reagiremo: dobbiamo garantire la nostra sicurezza») e tributato un omaggio appena formale al dovere dell’ottimismo: «Confido che l’umanità avrà abbastanza buon senso da evitare il peggio». Cin cin, Buon Natale.
I cattivacci hanno sempre torto, si sa. Però Vladimir Putin ha ragione e le sue parole andrebbero seriamente meditate. Usa e Russia, ovvero le due massime potenze nucleari, hanno gestito malissimo l’eredità ricevuta dall’epoca della perestrojka e della fine dell’Urss. L’ultimo esempio è l’uscita dagli Stati Uniti dal Trattato INF (Intermediate-Range Nuclear Forces Treaty) firmato nel 1987 da Ronald Reagan e Mikhail Gorbaciov, trattato che permise di chiudere la stagione degli euromissili, i sovietici SS-20 e gli americani Pershing e Cruise. Con quella firma vennero eliminati 2.700 missili a medio raggio (500-5.500 chilometri) e banditi i vettori con cui le parti avrebbero potuto colpire l’Europa.
Gli Usa accusano la Russia di aver violato il Trattato per prima, piazzando due battaglioni di missili da crociera Novator 9M729 ai propri confini occidentali. Poi ci sono altre accuse, mai esplicitate però per “ragioni di sicurezza”. La Russia risponde che quei missili sono su lanciatori mobili, mentre l’Inf probisce solo i missili lanciati da basi fisse a terra. E aggiunge che nulla sarebbe successo se il buon Barack Obama non avesse avviato, in Polonia e Romania, i lavori per la costruzione del sistema missilistico Aegis Ashore, e che anche gli americani hanno sistemi missilistici simili al Novator, su basi mobili e su navi. Gli americani (e la Nato) ribattono che l’Aegis Ahore serve a proteggere l’Europa da eventuali azioni ostili dell’Iran, i russi dicono ma certo, come no, con quei radar che possono scandagliare quasi tutta la Russia, e con quei sistemi di lancio così facilmente adattabili alle testate made in Usa. E così via, di provocazione in provocazione, di missile in missile.
Gli americani ribattono che l’Aegis Ahore serve a proteggere l’Europa da eventuali azioni ostili dell’Iran, i russi dicono ma certo, come no, con quei radar che possono scandagliare quasi tutta la Russia. E così via, di provocazione in provocazione, di missile in missile.
La verità è che entrambi ciurlano nel manico, e basterebbe andare a vedere i sistemi d’arma impiegati in tutte le ultime guerre, dalla Libia allo Yemen alla Siria, per capirlo. Ma tant’è. La Casa Bianca non ha mai smesso di tenere la Russia nel mirino delle sue politiche di contenimento e di pressione. L’unica novità degli ultimi anni è che il Cremlino, costretto dalla propria debolezza a restare passivo per tutti gli anni Novanta e i primi Duemila (mentre gli Usa ristrutturavano la Ue, i Balcani e il Medio Oriente a propria immagine e somiglianza), ha cominciato a reagire. Tra i due contendenti l’Europa che, come dice crudelmente Putin, «squittisce» e non decide nulla.
Sono stato molto di recente a Mosca dove, tra politologi, ex diplomatici e diplomatici in servizio, mi è parso di percepire una vera preoccupazione. Basta su tre considerazioni. La prima, appena sottolineata, è l’inerzia dell’Europa di fronte a un’escalation militarista che punta a intimidirla (e infatti Trump ha alzato di molto l’asticella sulle spese per la Nato) e ad allontanarla da qualunque intesa con la Russia, indebolendola anche dal punto di vista economico. La seconda è l’imprevedibilità della politica americana. Non perché, come si scrive ogni giorno da noi, Donald Trump è tonto o incapace ma perché questa strategia anti-russa pare, ai russi, ormai antistorica. La Russia debole degli anni Novanta non c’è più e credere che si possa agire, sullo scacchiere internazionale, come se la Russia non contasse nulla è davvero da sciocchi.
La più importante, però, è la terza considerazione. Se Usa e Russia continuano a impegnarsi in questo botta e risposta a salire, finiscono col consegnarsi a uno qualunque dei tanti terzi incomodi che trovano sulla loro strada. Il caso tipico è l’Ucraina. Quello che a Mosca più si teme, ora, è una provocazione di Petro Poroshenko e dei suoi. Non robetta come i tre barchini spediti nelle acque territoriali russe, qualcosa di molto più serio. Abbiamo ben visto che cos’è successo coi barchini: Usa e Ue subito allineati a Kiev, prima ancora di sapere che cosa fosse successo. E se la Russia costretta a scegliere se rispondere o farsi umiliare. E se non fosse Poroshenko ma Erdogan? O gli ayatollah? Immaginiamo se…
Se Usa e Russia continuano a impegnarsi in questo botta e risposta a salire, finiscono col consegnarsi a uno qualunque dei tanti terzi incomodi che trovano sulla loro strada. Il caso tipico è l’Ucraina.
Ecco, non immaginiamolo. Perché basta e avanza la realtà. Parliamo di noi. Nel 1975 l’Italia ha firmato il Trattato per la non proliferazione delle armi nucleari che all’articolo 2 stabilisce: “Ciascuno degli Stati militarmente non nucleari, che sia parte del Trattato, si impegna a non ricevere da chicchessia armi nucleari o altri congegni esplosivi, direttamente o indirettamente”. Peccato che la Nato ci abbia “consigliato” di non ratificarlo, ragion per cui oggi, sul nostro bel territorio avito, ci sono 70 testate nucleari Usa, nelle basi di Ghedi e Aviano.
E i famosi F35 li dobbiamo comprare perché dovranno portare in volo le nuove bombe nucleari americane B61-12, che sono appunto armi “tattiche”, quelle “bombe nucleari a bassa potenza” di cui ha parlato Putin, che possono essere usate con una certa tranquillità perché distruggono Torino e provincia, mica tutto il Piemonte. E nel bilancio di previsione 2018 del Pentagono sono stati stanziati 65 milioni di dollari per lo sviluppo di un nuovo missile a raggio intermedio “per ridurre il divario provocato dalla violazione russa del Trattato Inf”.
E insomma, qui stiamo. Impegnati a costruire serenamente un potenziale olocausto. Questo loro, Trump e Putin. Noi possiamo sempre squittire.


martedì 25 dicembre 2018

Francia, studenti stranieri traditi da Macron, per loro più tasse - Constance Laisné e Gabriel Bristow






Trump viene invitato a Parigi da Macron per il Centenario della Grande Guerra ma non è il benvenuto. Immagine ripresa da Flickr/Jeanne Menjoulet in licenza CC. Alcuni diritti sono riservati
Nel 2017, il Partito Laburista inglese si era impegnato a creare in Inghilterra un National Education Service al fine di “avanzare verso un’istruzione dalla culla alla tomba che fosse gratuitamente fruibile” e che comprendesse anche l’abolizione delle tasse scolastiche. Appena al di là del Canale della Manica, la Francia, che vanta da sempre un sistema d’istruzione gratuito a vita, vede oggi questo stesso sistema soffrire a causa di scarsi finanziamenti.
Per noi autori (una di nascita francese, l’altro inglese) entrambi i sistemi sono stati fondamentali e hanno significato: l’apertura verso nuovi mondi, la possibilità di riorientamento delle nostre vite e un modo per riaccendere quell’avida curiosità che segna la fine della nostra infanzia. Tuttavia, ora è proprio la base universale di tale modello ad essere minacciata.
Lo scorso 19 novembre, il Primo Ministro francese, Édouard Philippe, ha annunciato nuovi piani governativiche vedono un aumento astronomico delle tasse universitarie per gli studenti non comunitari. Finora, infatti, il Paese di provenienza non incide sui contributi universitari che, annualmente, ammontano a circa 170 € per le lauree triennali, 243 € per quelle magistrali e 380 € per i dottorati di ricerca. Ora invece il Governo prevede di aumentare le tasse per gli studenti extraeuropei: 2770 € all’anno per la triennale e 3770 € per specializzandi e dottorandi.
#BienvenueEnFrance (“Benvenuti in Francia”), è questo l’hashtag che, attraverso una dedica in chiave ironicaalla politica di Trump, introduce la serie di misure riguardanti l’aumento delle tasse. L’obiettivo dichiarato dal Governo è quello di incrementare, entro il 2027, il numero di studenti stranieri da 324.000 a 500.000 nonostante un rincaro delle tasse di almeno dieci volte.
Il modello anglo-americano
Visto dalla prospettiva del modello inglese dell’istruzione superiore – elitario, a pagamento e nazionalista – sarebbe normale restare più colpiti dalla parziale apertura dell’attuale sistema francese piuttosto che dai cambiamenti proposti. Effettivamente, un confronto tra i due modelli rappresenta un’azione preveggente perché sembra sempre più chiaro che l’obiettivo della mossa del Governo Macron sia quello di importare nel Paese il modello anglo-americano di istruzione superiore.
All’inizio di quest’anno, il Governo ha introdotto dei criteri di selezione più rigidi per i diplomati che desiderano andare all’università. Un’azione simile è stata ampiamente vista come un allontanamento dall’idea di un tipo di scuola non selettiva e comprensiva, alla base delle università pubbliche francesi. Il principio di non selezione – incarnato dall’Università Paris 8 e istituito in seguito ai movimenti studenteschi del ’68 come un esperimento di istruzione aperta al popolo – è stato sempre minato sia dagli scarsi finanziamentiricevuti, sia dall’esistenza delle Grandes Écoles (un piccolo gruppo di Istituti altamente selettivi ed elitari come l’École Normale Supérieure).
Eppure, questo principio continua ad influenzare fortemente i dibattiti sul futuro dell’istruzione superiore in Francia. In realtà, le prime due misure del Governo riguardanti le università – accrescere la loro selettività e tracciare confini finanziari  – segnano un cambiamento preoccupante nell’ambito della mobilità studentesca.

Minaccia esistenziale
Come scrive il sociologo Éric Fassin sul quotidiano Le Monde, l’obiettivo dell’ultima misura governativa risiede palesemente nella volontà del Governo di attirare i più ricchi e respingere i più poveri. Sebbene il numero delle borse di studio per gli studenti esteri godrà di un loro aumento da 13.000 a 21.000, questo non sarà che una goccia nel mare in quanto, oggi, gli studenti stranieri sono circa 324.000.
E anche se il numero delle borse di studio andasse a compensare l’aumento delle tasse, l’introduzione dellaverifica dei mezzi economici costituisce sempre una minaccia esistenziale al principio dei servizi universali pubblici: una volta che si inizia a indagare chi dovrebbe pagare e chi no, si imbocca l’ambigua strada verso laprivatizzazione.
In concomitanza con l’insufficiente aumento nell’erogazione di borse di studio, Édouard Philippe, ha dichiarato l’intenzione del Governo di voler attirare più studenti provenienti da “Paesi emergenti (quali Cina, India, Vietnam e Indonesia) e quelli non francofoni dell’Africa sub-sahariana”. E ciò è in netta contrapposizione con l’attuale tipo di popolazione studentesca straniera.
Delle 10 nazioni che mandano la maggior parte degli studenti in Francia, 6 sono Paesi dell’Africa francofona con studenti africani che, generalmente, costituiscono circa il 45%. Questi sono gli studenti che il Governo spera di riuscire a dissuadere dallo studiare in Francia: i figli delle sue ex colonie.
Tradizione repubblicana
Tutto questo affonda le sue radici in quello che alcuni considerano una consolidata tradizione repubblicana: ovvero se si sa parlare il francese e si hanno le qualifiche, si può studiare nel Paese praticamente con pochissimo. Tale tradizione – che ha funto, inizialmente, da strumento coloniale nella formazione delle élite governative delle colonie francesi e, in seguito, da misera forma di riparazione post-coloniale – ha contribuito all’emergere di alcuni dei più noti pensatori e scrittori degli ultimi decenni: Achille Mbembe, Albert Memmi, e René Depestre, giusto per citarne alcuni.***
Al fine di compensare, il Governo francese sta proponendo di contribuire allo sviluppo degli Istituti d’istruzione superiore al di fuori dell’Europa. Sebbene questa mossa potrebbe essere ben accetta tra coloro che preferiscono studiare nel proprio Paese natale, la proposta presenta, comunque, dei problemi. Si tratta non solo di un tentativo di rafforzare l’influenza globale della francophonie (che cerca di raggiungere la stessa diffusione nel mondo delle più note Università americane o inglesi), ma anche di limitare le dinamiche dell’attuale decolonizzazione nelle stesse ex métropoles. Come afferma in una famosa frase Stuart Hall, “siamo qui perché voi eravate lì”.
La stessa è stata più volte pronunciata dagli studenti delle ex colonie che erano presenti al meeting indetto poco dopo l’annuncio da parte del Governo. Il tentativo di aumentare le tasse per gli studenti provenienti dalle ex colonie rappresenta un cambiamento forzato delle attuali dinamiche di decolonizzazione – un processo in corso non solo nelle ex colonie ma anche negli ex centri di potere coloniale.
Patriottismo come apertura?
La pura e semplice ipocrisia di una tale mossa è tanto più scioccante se si pensa alla posizione internazionalista di Macron a livello mondiale. Solo il mese scorso, durante la visita di Trump a Parigi in occasione del Centenario della fine della Prima Guerra Mondiale, il presidente francese era impaziente di denunciare il nazionalismo economico a favore di un vago concetto di patriottismo come apertura.
Che questo poi coincida con l’aumento delle tasse universitarie per gli studenti non comunitari, ci rivela tutto ciò che c’è da sapere sugli aspetti elitari dell’internazionalismo neoliberista.

*** Non menzioniamo qui figure come Frantz Fanon e altri in quanto la Martinica resta, sul piano amministrativo, parte della Francia.

 [Traduzione a cura di Luciana Buttini dall’articolo originale di Constance Laisné e Gabriel Bristow su openDemocracy]