Guardando all’ennesima vandalizzazione di un museo nel nome di un presunto
“ambientalismo radicale”, riflettevo su quale terrificante tragedia sia stata,
e sia, la pedagogia egemone del mondo liberale.
Questi ragazzi non possono essere liquidati né come vandali né come
disagiati, per quanto entrambe le definizioni siano propriamente applicabili;
queste definizioni non bastano perché non colgono il fatto che essi sono
l’espressione di una disposizione profonda, ampiamente condivisa e generalmente
silente.
Se vogliamo andare al di là del parco motivazioni che il sistema fornisce
di default (“lavora-guadagna-consuma-crepa”), i temi “alti” che scaldano ancora
i cuori e agitano i sonni delle nuove generazioni sono soltanto due, massimo
tre: sesso e genere (con tutti gli addentellati), ambiente/ecologia, e talora
(ma meno prominente) animalismo/veganesimo. Su questi temi si scatenano ancora
accese prese di posizione, pretese vocali di diritti, sdegni e indignazioni
variegate.
Ciò che accomuna questi temi, nella loro abissale diversità, è il fatto di
riferirsi idealmente ad una sfera “naturale”: corpi, animali, piante, entità
fisiche e biologiche.
Per comprendere le ragioni della salienza di questa sfera bisogna
comprendere cos’è successo di catastrofico nella cultura contemporanea. Le
nuove generazioni non riconoscono alcuna realtà al mondo sociale, culturale,
storico, religioso. Tutte queste sfere che hanno rappresentato il centro di
gravità delle lotte dei secoli e millenni passati sono scomparse in una
dimensione di irrealtà, che non ha più nessun aggancio effettivo con le loro
vite.
Questa trasformazione ha naturalmente motivazioni profonde e di lungo
periodo, su cui non possiamo soffermarci, dipendenti dall’imporsi progressivo
di un’ontologia “naturalista” e di un’etica “relativista” nel percorso di
egemonizzazione della ragione liberale.
Sommersi mediaticamente da una tempesta di frammenti “culturali” privi di
alcuna connessione e di alcuna rilevanza operativa che gli piovono addosso da
ogni parte, essi hanno recepito come lezione fondamentale che storia, cultura,
società, politica, ecc. sono dimensioni sfuggenti, inintelligibili e
arbitrarie, dimensioni irreali in cui magari si muovono ancora alcuni adulti –
sempre meno – ma che non rappresenta qualcosa che è possibile prendere sul
serio.
Le loro esistenze sono state integralmente destoricizzate e desocializzate.
Il mondo del passato è la noia irrilevante dei libri di storia, e siccome ogni
presente è destinato a diventare il passato di domani, anche ogni loro azione
presente non si muove più nel senso di “orientare la storia”, perché la storia
non esiste.
“Realtà” in modo preminente, legittimata dalla nostra intera ontologia, è
solo la “natura”, che si profila come concreta e presente, “vera”.
Sarebbe erroneo però immaginare che ci sia una qualche definita immagine o
un’articolata conoscenza di ciò che sarebbe, o dovrebbe essere, “natura”. E qui
fa capolino l’aspetto davvero tragico di questa metamorfosi delle coscienza. Da
un lato, solo ciò che appartiene alla sfera “naturale” è propriamente “reale” e
dunque solo questa sfera può ancora accendere qualche animo o qualche passione.
Tuttavia, com’è ovvio che sia, “natura” è in effetti sempre solo l’accesso a
determinate idee, storicamente sviluppatesi, di “natura”. Ma essendo scomparsa
dall’orizzonte ogni coscienza storico-culturale, lo schermo attraverso cui
vedono la “natura” non è percepito come tale: la “realtà” residua, la “natura”
per cui vale ancora la pena combattere è di volta in volta un’immaginicola correntemente
di moda, senza che di ciò si abbia alcuna contezza. Il sistema culturale della
“produzione di contenuti di moda”, agente fuori scena, fornisce uno spicchio di
mondo che viene percepito come realtà naturale, massimamente concreta, qualcosa
che “rifugge le complessità e fumisterie della storia e della cultura”.
Così, ci troviamo di fronte a soggetti che pensano di “star dicendo la
loro” perché lottano per l’autointerpretazione e autodeterminazione dei propri
genitali, o perché imbrattano tele contro il riscaldamento climatico, o perché
rivendicano i diritti di Bambi.
Naturalmente ciascuna di questa tematiche potrebbe avere modi critici e
intelligenti di essere trattata, ma il punto cruciale sta proprio qui:
qualunque trattazione critica dovrebbe valutare questi temi in rapporto al
sistema di relazioni storiche, sociali, economiche, culturali, ecc. in cui si
colloca. Ma proprio questo è ciò che è impossibile, precluso, perché
significherebbe entrare in quella dimensione di complessità di cui non solo ignorano
l’esistenza, ma misconoscono proprio la rilevanza.
Così, quelle residue energie di giovanile contestazione, in attesa di
essere definitivamente spente negli ingranaggi lavorativi, si sfogano su
bersagli mobili forniti e alimentati da un apparato mediatico-informativo di
cui neppure sospettano l’esistenza. Burattini di altri burattini. Burattini
senza fili sì, ma solo perché oggi funziona meglio un telecomando.
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