È di qualche settimana fa la grave notizia di un protocollo sottoscritto tra l’Arma dei Carabinieri e il Consiglio Nazionale dell’Ordine dei Giornalisti proprio al Comando Generale dell’Arma dei Carabinieri di Roma. Questo protocollo ha il fine di organizzare dei momenti di studio, l’elaborazione di analisi, report e approfondimenti specifici su argomenti di interesse comune. Qui i giornalisti iscritti all’albo e il personale dell’Arma potranno confrontarsi in momenti appropriati come conferenze, seminari, ecc. su temi definiti di rilevanza comune. Ma leggiamo un attimo le parole del Generale Luzi, firmatario del protocollo:
“Il
Protocollo odierno tra l’Arma dei Carabinieri e il Consiglio Nazionale
dell’Ordine dei Giornalisti rappresenta un importante segnale di sensibilità di
entrambe le istituzioni nei confronti dei cittadini e del loro diritto a
un’informazione trasparente e puntuale. Le professionalità dell’Arma,
unitamente a quelle dell’Ordine, da oggi collaboreranno ancora più in sinergia
per formare giornalisti e Carabinieri ancora più responsabili e consapevoli
dell’importanza di una corretta divulgazione delle notizie”.
Le parole
del presidente del Consiglio Nazionale dell’Ordine dei Giornalisti Carlo
Bartoli sono invece più adatte a riempire il rito democratico.
Leggiamole:
“la firma
del protocollo è un importante passo avanti nella collaborazione fra
giornalisti e Arma dei Carabinieri, da sempre in prima linea nella difesa della
legalità. Svolgere attività congiunte di formazione e di approfondimento
significa lavorare per una informazione professionale sempre più accurata e
completa al servizio dei cittadini e delle istituzioni”.
Noi, che non
crediamo né all’Arma, né ai giornalisti, potremmo quasi sorvolare su questa
notizia, ma sarebbe da sciocchi farla scivolare in secondo piano. Peccheremmo
di presunzione e superficialità. Certi fatti storici non possono essere
osservati con sufficienza e disattenzione, perché essi coinvolgono e pesano su
tutta la società, e quindi anche su di noi e su quelli con cui vogliamo
dialogare per lottare. Perché ora questo patto, sarebbe giusto chiedersi? Quali
funzioni future ha, soprattutto per i garanti dell’ordine costituito? La storia
e il suo peso culturale in questo Paese si ripresentano ancora come un ciclo
continuo? E quanto pesa ed influenza la mentalità, le emozioni, le riflessioni
politiche di chi ci vive, compresi noi anarchici?
Una cosa che
ci preoccupa più del solito è quanto lo Stato e i responsabili di certi
avvenimenti contro la classe sfruttata abbiano bisogno di sempre meno tempo –
di un lasso di tempo – per far emergere certe loro malefatte. Non si
preoccupano o vergognano di dire come stanno le cose, di aver censurato medici
che avevano proposte concrete da fare riguardo alla malattia Covid-19 per poi
tirarle fuori quasi due anni dopo come utili alla salute pubblica, o degli
omicidi e torture perpetrati nelle carceri nella primavera 2020, dei depistaggi
nel processi contro ENI per le tangenti in Nigeria, di tutti i morti ammazzati
nelle caserme – l’elenco sarebbe infinitamente lungo. Non si preoccupano di
possibili terremoti sociali di fronte a certe dichiarazioni che in teoria
dovrebbero far incazzare un bel po’ di gente. La macchina dell’informazione
funziona bene ed è ben oliata, non occorre citare gli studi della Zuboff con il
suo Capitalismo della Sorveglianza per comprendere le tecniche
odierne di controllo delle masse, oppure possiamo scomodare l’autore del
libro Propaganda, Edward L. Bernays, che già nel lontano 1928
scriveva: “Noi siamo in gran parte governati da uomini di cui
ignoriamo tutto, ma che sono in grado di plasmare la nostra mentalità,
orientare i nostri gusti, suggerirci cosa pensare”, e potremmo aggiungere anche
cosa farci credere che sia vero e falso.
Frase che
può sembrare banale oggi, forse un po’ tutti e tutte si è consapevoli che non
siamo realmente liberi di pensare, oltre che di vivere, in questa società. Se
nel 1928 i mezzi di comunicazione erano principalmente i giornali, le riviste e
la radio, oggi si ha la percezione collettiva – conscia oppure inconscia – che
uno strumento come lo smarthphone, ormai presente in quasi ogni mano di ogni
singolo essere umano, quello strumento tecnologico – e non solo esso – sia una
potenza devastante nella manipolazione della mente umana.
La questione
Covid è il caso forse più palese e recente: nel giro di pochi mesi o un anno lo
Stato, tramite i suoi enti addetti all’informazione come la RAI, non ha avuto
problemi a dire cose contrarie a quelle che erano state dette fin poco tempo
prima. Già dimenticata l’inchiesta di Report sul ruolo dell’OMS e sulle sue
gravi responsabilità? Potremmo parlare degli stessi giornalisti che all’interno
della RAI hanno chiesto di non censurare alcuni fatti sulla guerra in Ucraina nel marzo di quest’anno. Ma che la RAI – che è
un ente dello Stato e non dei suoi sudditi, come invece pensano i sinceri
democratici – faccia quello che le viene detto dall’alto in nome della
sicurezza dello Stato stesso, non ci sorprende, ma crediamo e pensiamo che se
l’intero Ordine dei Giornalisti oggi è sottoposto a questo protocollo, visto
che lo ha sottoscritto, e se collabora in modo formale con l’Arma dei
Carabinieri, questo fatto lo reputiamo molto più grave che se l’avesse
sottoscritto solo la RAI come ente indipendente. Invece qui c’è un serio
rischio che una massa di giornalisti venga del tutto addomesticata, oppure che
sia più facilmente manipolabile e ricattabile, da ciò che è storicamente un
apparato dello Stato, e ha quindi come funzione la repressione, il controllo,
la cosiddetta sicurezza degli apparati più in alto in grado di questo Paese.
L’Arma dei Carabinieri ha coperto, deviato, depistato, ucciso, usato tecniche contro-insurrezionali,
usato una tecnica chiamata Strategia della Tensione, affiancato
interessi altrui come un altro ente, stavolta straniero, quale la CIA. Tra
l’altro questi fatti sono confermati nell’interrogatorio a Giulio Andreotti il
20 Novembre 1999 a Roma nel processo a Gladio. Dobbiamo andare avanti?
Sì, e lo
facciamo con un fatto storico che in questo anno 2022 ha perso – al contrario
di altri fatti che ci stanno toccando tutti da vicino negli ultimi anni –
l’interesse generale, dove l’opinione pubblica è attenta a ben altre cose, dove
i giornali sono pieni di notizie spazzatura, scritte male e poco approfondite.
Un fatto che però, grazie all’uscita di un libro e a un documentario1 prodotto
ben dieci anni fa, ci fa capire la pericolosità di questo protocollo firmato
nel mese di settembre. Il fatto che vogliamo citare come memoria storica è la
strage di Peteano avvenuta in Friuli nel lontano – appunto – 31 maggio 1972
alle ore 23,15, perché un fatto come quello avvenuto nelle campagne di Sagrado
dovrebbe accendere più di un campanello d’allarme su un patto tra Carabinieri e
pennivendoli vari. Quella sera un’autobomba scoppiò uccidendo tre carabinieri.
È impossibile riassumere la storia in poche righe, ma quello che oggi è certo,
è che l’unico fascista, in carcere con l’ergastolo, che abbia parlato della
collusione tra Servizi segreti italiani, CIA, Ordine Nuovo, Avanguardia
Nazionale tra gli anni Sessanta e Ottanta è Vincenzo Vinciguerra. Il
giornalista Paolo Morando, per i tipi delle Edizioni Laterza, nel maggio di
quest’anno ha fatto uscire un libro dal titolo: L’ergastolano. La
strage di Peteano e l’enigma Vinciguerra. Ne consigliamo vivamente la
lettura a chi volesse farsi un’idea, perché – e lo ribadiamo – sul protocollo
firmato tra Carabinieri e giornalisti, a distanza di cinquant’anni esatti da
quel fatto, potrebbe venirgli il sospetto che questa collaborazione non sia né
neutrale né disinteressata per le due parti, o per una soltanto, l’Arma. Nel
libro si comprende molto bene che quando i Carabinieri avevano (o hanno?) il
loro interesse – e quello di altre forze militari o paramilitari – a battere
una pista di indagini o di crearne ad arte altre, trovavano un utile e docile
alleato proprio negli scribacchini. Quante menzogne sono state raccontate,
orchestrate, finanziate in questo Paese? E perché oggi non dovrebbe essere così
se gli uffici interessati sono sempre gli stessi? Perché non c’è più il
pericolo di un’occupazione militare dell’Italia da parte dei “comunisti”? Ed i
giornalisti che si definiscono indipendenti alzeranno la voce contro questo
protocollo per rimanere tali? Una frase del fascista Vinciguerra calza a
pennello con gli avvenimenti dell’oggi, anche se si riferiva ad altre vecchie
vicende. Essa è stata riferita il 27 gennaio del 2022 a Morando nel carcere di
Opera durante l’intervista, prima della conclusione del libro, e tocca dargli
ragione: “E se aspettiamo che sia lo Stato a dire la verità, moriremo delusi”.
Ma ora la
massa inebetita dalla campagna elettorale in queste singolari elezioni dove
l’astensionismo ha toccato i suoi massimi storici e dove il partito Fratelli
d’Italia ha vinto in molti luoghi importanti, anche in uno storicamente
proletario come Sesto San Giovanni, è bene ricordarsi – e basta guardare il
simbolo – che questo partito che governerà nel prossimo periodo questo Paese è
nipote del Movimento Sociale Italiano, che non è per nulla estraneo alle
dinamiche di Peteano (vedi il capitolo del libro sopra citato, dal titolo
inequivocabile Almirante, per chi non lo sapesse fondatore del MSI
e segretario di redazione fin dal 1938 de La Difesa della
Razza).
Ma che
l’astensionismo sia ai massimi storici, che i partiti si scannino per entrare
al governo, che ci siano elezioni oppure no, negli ultimi decenni in questo
Paese la farsa elettorale ha messo in luce un altro aspetto che viene spesso
sottovalutato, e cioè che la macchina statale continua a girare
indipendentemente dal fatto che un parlamento sia funzionante oppure no: gli
apparati addetti alla sicurezza funzionano sempre benissimo. La
militarizzazione della società avanza a piè sospinto, nelle università, nelle
scuole, nei centri di ricerca, nelle filmografia e nelle fiction per la tv, ma
anche in strumenti tecnocratici come il credito sociale. Ora ufficialmente i
giornalisti formalizzano il loro rapporto-servilismo con l’Arma dei Carabinieri,
che di scheletri nell’armadio ne ha a sufficienza da occupare interi scaffali.
Visto che oggi la censura esiste eccome, con i compagni imbavagliati in galera,
altri condannati per reati d’opinione, quando ormai uno slogan, uno striscione,
un manifesto o una scritta basta per aprire un fascicolo da parte della ormai
famosa DNAA, per chi vuole dire le cose come stanno si aprono ulteriori funesti
scenari di linciaggio mediatico. Senza contare il ruolo degli algoritmi nel
mondo dei social. La censura non è più solo la mano della persona addetta a
tale funzione, o all’ente della RAI che decide se tagliare un pezzo di un video
piuttosto che un altro; l’apparato tecnologico non è in mano nostra, di noi
sfruttati, e quindi non possiamo controllare un bel niente. Riusciremo a
silenziare la mole di balle che verranno fatte sentire nell’immediato futuro e
che condizioneranno non poco l’intera società, quando lo Stato per bocca di
alcuni suoi ministri ha la netta sensazione che nel prossimo futuro gli attriti
sociali aumenteranno con possibili scoppi di rivolta?
Note
1 Per mano
ignota. Peteano una strage dimenticata, 2012, del regista Cristian Natoli.
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