venerdì 10 ottobre 2014

per ricordare Julio Cortázar

ecco alcuni racconti:

Viaggi

I famas fanno un viaggio, le loro abitudini, quando si fermano a dormire in una città, sono le seguenti: un fama va all’hotel e prudentemente vuol sapere il prezzo della camera, rendersi conto di persona della qualità delle lenzuola e del colore dei tappeti. Il secondo va al commissariato e stila una dichiarazione sui beni mobili e immobili dei tre, e fa anche l’elenco del contenuto delle loro valigie. Il terzo fama va all’ospedale e prende nota dei medici di turno nonché delle loro specializzazioni.
Finite queste incombenze, i tre viaggiatori si riuniscono nella piazza principale della città, si comunicano le rispettive osservazioni, ed entrano in un bar a prendere un aperitivo. Prima però si prendono per mano e fanno un girotondo. Questa danza è detta: «Allegria dei famas».
Quando i cronopios fanno un viaggio, trovano tutti gli alberghi al completo, i treni partiti, piove come dio la manda e i taxi non li vogliono far salire a meno che non siano pronti a farsi spellare vivi. I cronopios non si scoraggiano perché credono fermamente che queste cose capitino a tutti, e prima di andare a dormire si dicono l’un l’altro: «Ma che bella città, una città proprio bella». E sognano tutta la notte che la città è in festa e che loro sono invitati a tutti i ricevimenti. Il giorno dopo si alzano allegri, ed è così che viaggiano i cronopios.
Le speranze, sedentarie, si lasciano viaggiare dalle cose e dagli uomini, e sono come le statue che bisogna fare un viaggio per vederle perché loro non si disturbano.

Tartarughe e Cronopios
Che la tartarughe siano grandi ammiratrici della velocità è cosa del tutto naturale.
Le speranze lo sanno, e se ne infischiano.
I famas lo sanno, e ne ridono.
I cronopios lo sanno e ogni volta che incontrano una tartaruga tirano fuori i gessetti colorati e sulla curva lavagna della tartaruga disegnano una rondine.

Cronopios e Rimbambiti
Un cronopio vuole aprire la porta, e nel mettere la mano nella tasca per prendere la chiave si trova invece in mano la scatola dei fiammiferi, allora il cronopio resta male e comincia a pensare che se invece della chiave ha trovato i fiammiferi può essere accaduto l’orribile fatto che il mondo si sia spostato di colpo, e magari, dato che i fiammiferi sono dove dovrebbe esserci la chiave, può capitargli di trovare il portafoglio pieno di fiammiferi, la zuccheriera piena di soldi e il piano pieno di zucchero, e l’elenco telefonico pieno di musica, e l’armadio pieno di abbonati, e il letto pieno di vestiti e i vasi pieni di lenzuola, e i tram pieni di rose e i campi pieni di tram. Sicché questo cronopio è terribilmente angosciato e corre a guardarsi allo specchio, ma siccome lo specchio è messo un po’ per storto, quel che vede è il portaombrelli dell’entrata e i suoi dubbi si rafforzano e s coppia in singhiozzi, cade in ginocchio e non sa perchè ha le manine giunte. I fama suoi vicini accorrono per consolarlo, anche le speranze, ma passano ore prima che il cronopio si liberi da tanta angoscia e accetti una tazza di tè, che guarda ed osserva ben bene prima di bere, non capiti che invece di una tazza di tè sia un formicaio o un libro di Samuel Smiles.

Orologi 
Un fama possedeva un orologio a muro e tutte le settimane lo caricava con grande cura. Passò un cronopio e vedendolo si mise a ridere, tornò a casa e inventò l’orologio-carciofo o carciofo selvatico, perché a questa o quella varietà può e deve appartenere.
L’orologio carciofo selvatico del cronopio è un carciofo selvatico di varietà nobile, fissato per il gambo a un buco della parete. Le numerose foglie del carciofo selvatico indicano l’ora presente e anche tutte le ore, sicché il cronopio non deve far altro che togliergli una foglia e subito sa un’ora. Dato che le stacca da sinistra a destra, la foglia non sbaglia mai, e dà l’ora esatta, così il cronopio ogni giorno ricomincia da capo togliendo un nuovo giro di foglie. Quando arriva al cuore non è più possibile misurare il tempo e nell’infinita rosa violetta del centro il cronopio scopre una gran gioia e se lo mangia con olio aceto e sale, e infila un nuovo orologio nel buco.

Istruzioni per salire le scale 
Le scale si salgono frontalmente, in quanto all’indietro o di fianco risultano particolarmente scomode. La posizione naturale è quella in piedi, le braccia in giù senza sforzo, la testa eretta ma non tanto da impedire agli occhi di vedere gli scalini immediatamente superiori a quello sul quale ci si trova, e respirando con lentezza e ritmo regolare. Per salire una scala si cominci con l’alzare quella parte del corpo posta a destra in basso, avvolta quasi sempre nel cuoio o nella pelle scamosciata, e che salvo eccezioni è della misura dello scalino. Posta sul primo scalino la suddetta parte, che per brevità chiamiamo piede, si tira su la parte corrispondente sinistra (anch’essa detta piede, ma da non confondersi con il piede menzionato), e portandola alla’altezza del piede la si fa proseguire fino a poggiarla sul secondo scalino, sul quale grazie a detto movimento riposerà il piede mentre sul primo riposerà il piede. (I primi scalini sono sempre i più difficili, fino a quando non si sarà acquisito il coordinamento necessario. Il fatto che coincidano nel nome il piede e il piede rende difficoltosa la spiegazione. Fare attenzione a non alzare contemporaneamente il piede e il piede).
Giunti con questo procedimento sul secondo scalino, basta ripetere a tempi alterni i suddetti movimenti fino a trovarsi in cima alla scala. Se ne esce facilmente con un leggero colpo di tallone che la fissa al suo posto, dal quale non si muoverà fino al momento della discesa.

Fazzoletti

Un fama è molto ricco ed ha al suo servizio una cameriera. Questo fama usa un fazzoletto e poi lo getta nel cestino della carta. Ne usa un altro, e lo getta nel cestino. Getta nel cestino tutti i fazzoletti usati. Quando sono terminati, ne compera un’altra scatola.
La cameriera raccoglie i fazzoletti e se li tiene. Siccome il comportamento del fama la meraviglia non poco, un giorno non en può più e gli domanda se davvero i fazzoletti sono fatti per essere buttati via.
– Scema, – dice il fama, – non dovevi far domande. Da oggi tu laverai i miei fazzoletti e io risparmierò il mio denaro.

Storia C’era una volta un cronopio piccoletto che cercava la chiave della porta di casa sul comodino, il comodino nella camera da letto, la camera da letto nella casa, la casa nella strada. Qui il cronopio si fermava perché per uscire in strada aveva bisogno della chiave della porta di casa.

Conservazione dei ricordi 
I famas, per conservare i loro ricordi seguono, il metodo dell’imbalsamazione: dopo aver fissato il ricordo con capelli e segnali, lo avvolgono dalla testa ai piedi in un lenzuolo nero e lo sistemano contro la parete del salotto, con un cartellino che dice: «Gita a Quilmes», oppure: «Frank Sinatra».
I cronopios invece, questi esseri disordinati e tiepidi, sparpagliano i ricordi per la casa, allegri e contenti, e ci vivono in mezzo e quando un ricordo passa di corsa gli fanno una carezza e gli dicono affettuosi: «Non farti male, sai», e anche: «Sta’ attento, c’è uno scalino». Questa è la ragione per la quale le case dei famas sono in ordine e in silenzio, mentre le case dei cronopios sono sempre sottosopra e hanno porte che sbatacchiano. I vicini si lamentano sempre dei cronopios e i famas scuotono la testa comprensivi, e vanno a vedere se i cartellini sono sempre al loro posto.

Inconvenienti nei servizi pubblici
Ecco quel che succede quando si ha fiducia nei cronopios. Non appena fu nominato Direttore Generale della Radio, questo cronopio convocò alcuni traduttori del centro di corso San Martín e li incaricò di tradurre tutti i testi, gli annunci e le canzonette in rumeno, lingua non esattamente popolare in Argentina.
Alle otto del mattino i famas cominciarono ad accendere i loro apparecchi, ansiosi di ascoltare il giornale radio non ché la pubblicità del Geniol e dell’Olio Cocinero che di tutti è il primero.
E li ascoltarono, ma in rumeno, per cui capirono sì e no soltanto la marca del prodotto. Completamente esterrefatti, i famas si misero a scrollare gli apparecchi, ma questi continuavano in rumeno, persino il tango Esta noche me emborracho, mentre il telefono rispondeva in rumeno, con la voce di una gentile telefonista, ai loro energici reclami, alimentando così la già indescrivibile confusione.
Messa al corrente del fatto, l’Alta Autorità ordinò l’immediata fucilazione del cronopio che in quel modo aveva infangato la patria tradizionale. Disgraziatamente il plotone d’esecuzione era formato da cronopios coscritti che invece di sparare al Direttore Generale spararono sulla folla assembrata in Plaza de Mayo e con così buona mira che beccarono sei ufficiali di marina e un farmacista. Accorse un plotone di famas e questa volta il cronopio fu fucilato a regola d’are, mentre al suo posto fu nominato un distinto autore di canzonette folkloristiche e di un saggio sulla materia grigia. Questo fama ristabilì la lingua nazionale nelle radiotrasmissioni, ma a questo punto accadde che i famas avevano perso ogni fiducia e quasi non accendevano più la radio. Molti famas, pessimisti per natura, avevano comperato dizionari e manuali di rumeno, così come biografie di re Carol e della signora Lupescu. Il rumeno diventò alla moda, nonostante la collera dell’Alta Autorità, e intanto la tomba del cronopio era diventata meta di furtivi pellegrinaggi con lacrime e biglietti, da visita in cui proliferavano nomi noti a Bucarest, città di filatelici e dinamitardi.

da qui

Trasferimento d’ufficio di una docente sarda dalla scuola carceraria di Buoncammino: una vicenda da chiarire

Una docente che lavorava nella scuola carceraria di Buoncammino è stata trasferita d’ufficio dal settembre 2014. Informalmente le è stato comunicato che la decisione, assunta dai responsabili del Ministero di Grazia e Giustizia, è stata presa per il fatto che aveva avuto relazioni epistolari con detenuto suo ex allievo, considerato anarchico, da tempo trasferito in carcere di altra regione.
Una volta avuto accesso agli atti relativi al suo allontanamento dalla scuola carceraria, la collega ha appreso che la decisione del Ministero di Grazia e Giustizia dipenderebbe da motivi relativi alla sfera della sua sicurezza, ma nella documentazione si farebbe esplicito riferimento al detenuto, classificato come anarchico, con cui la docente aveva avuto uno scambio di lettere nell’ultimo anno.
Dagli atti visionati dalla collega, però non appare assolutamente chiara la motivazione del suo allontanamento. In particolare non è chiara però la relazione tra lo scambio di lettere e la sicurezza dell’insegnante. Che rapporto potrebbe sussistere tra l’incolumità della professoressa e l’aver scritto ad un suo ex allievo detenuto, trasferito da tempo in altra regione? Che cosa c’entra in questo trasferimento il fatto che il detenuto sarebbe “anarchico”? Che cosa impedisce o perché è inopportuno che la collega continui a insegnare nella scuola carceraria, come ha fatto fino a quest’anno da diversi anni, soprattutto in relazione al fatto che quel detenuto non è più in quel carcere?
Non ci risulta che a un docente sia impedito di avere relazioni epistolari con un suo ex allievo, anche se detenuto, anche perché l’epistolario risulta sia stato regolarmente controllato dagli organi preposti. Gli organi preposti al controllo delle strutture carcerarie potevano impedire con la censura una relazione epistolare, se l’avessero giudicata pericolosa. Ma pare non sia questo il caso, perché il carteggio tra il detenuto e la sua ex docente è stato regolarmente autorizzato.
La vicenda appare molto strana, e l’abbiamo segnalata a diversi parlamentari sardi. La questione è stata presa in carico dall’On. Michele Piras (SEL), che, non appena ne ha avuto notizia, ha presentato una interrogazione parlamentare al Ministero. Attendiamo notizie sugli sviluppi, con la speranza che sulla vicenda sia fatta chiarezza, e che la collega possa essere al più presto reintegrata nel posto di lavoro dove lavorava da anni senza soluzione di continuità.
Per i COBAS Scuola Sardegna – Andrea Degiorgi

giovedì 9 ottobre 2014

Matematica congolese - In Koli Jean Bofane (traduzione di Stefania Ricciardi)

ogni tanto ti capita di leggere uno di quel libri che quando arrivi all'ultima pagina non sai se sei contento o dispiaciuto.
questo libro è uno di quelli.
Célio Matemona è il protagonista della storia, che è anche una storia corale, la storia di un paese senza pace, corrotto come tanti, magari un po' di più, violento, dove la vita vale poco, e i buoni e cattivi sono difficili da individuare subito.
come tutta la buona letteratura non ha genere, dicono sia un giallo, o un noir, in realtà racconta degli esseri umani e del pianeta che abitano, o della porzione di quel pianeta dove il caso ha voluto che nascessero. 
e ti affezioni, e Celio e tutti gli altri non te li dimentichi più.
è un gran bel romanzo, leggetelo (ma solo se vi volete bene) - franz







Matematica congolese di In Koli Jean Bofane, nato nel 1954 nella Repubblica democratica del Congo e residente in Belgio dal 1993, è un “giallo” ricco di sfumature linguistiche e semantiche proprie del contesto africano, pertanto affascinante da tradurre. 
La difficoltà principale è consistita nel sintonizzarsi sulle frequenze del testo, nel coglierne il ritmo e i numerosi rimandi, nel resettare la modalità di approccio e reimpostarla sui parametri emersi in fase di lettura. Lo scenario è quello di una Kinshasa lacerata dai conflitti politici e dalla miseria, dove la fame è una realtà istituzionalizzata al pari del racket e della corruzione, e che solo molti anni dopo, nel 2006, vedrà realizzarsi l’auspicata svolta democratica con le prime vere elezioni nella storia del Paese, evocate nelle pagine finali…

… Congolese, classe 1954, esule negli anni Novanta in Belgio, Bofane da anni affronta nei suoi libri il tema della dittatura e dell’emigrazione. Con Matematica Congolese (edito da 66thand2nd) per la prima volta lascia l’universo dei bambini e la saggistica per dedicarsi alla scrittura noir e il risultato è un vero e proprio polar che intreccia l’orrore della violenza, la devastazione della dittatura, il gelido cinismo della tattica dei piani di “bonifica ambientale”, la superstizione di un popolo cresciuto ad amuleti dentro un’impalcatura letteraria finissima.
Bofane cucina la sete di potere con l’ironia, combina il muoversi della plebe col sarcasmo e, dentro una sceneggiatura di prim’ordine, ci consegna una fotografia di una porzione della realtà africana che non si esaurisce in un semplice respiro letterario (ma, in fondo, non è questa la vera voce della scrittura narrativa?)
Una nuova testimonianza che la next big thing della letteratura noir è il Continente Nero. Se è vero che tre indizi fanno una prova allora l’Africa da qualche anno ci sta offrendo su un vassoio un’autentica confessione. Autori come Alan Mabanckou, Florent Couao-Zotti ci dicono che il giallo mediterraneo, quello scandinavo o l’immortale hard boiled americano (nelle sue epocali capriole evolutive) e il puro thriller sempre a stelle e strisce (in tutte le salse) stanno trovando sulla loro strada il loro Marc Marquez. Un nuovo sole all’orizzonte della letteratura di genere. Nerissimo.

…Apparentemente letteratura ‘leggera’ come molti romanzi attuali africani ,espressa in un linguaggio rapido ed accattivante. Eppure bisognerebbe leggerli questi testi narrativi prima di una visita turistica in un paese africano o prima di un progetto cosiddetto ‘di aiuto’: sono più convincenti di un saggio o di un rapporto delle Nazioni Unite.

Una storia che cattura il lettore dalla prima all’ultima pagina, ambientata in una Kinshasa che, come ben sappiamo,è ricettacolo di ogni forma di corruzione: da quella politica, a tutti i livelli, a quella che s’innesta persino nelle piccole modestissime cose del quotidiano tra la  povera gente.
E un protagonista, Célio Matemona, che legge la realtà (e quindi anche la “fame”, icona eterna di questo Paese) attraverso la “matematica”.
Matematica, che ha appreso e fatta propria con molta passione, grazie a un vecchio manuale appartenuto a suo padre e trovato per caso, dopo la sua morte, avvenuta nel conflitto del ’77.
E tutto, ogni aspetto del reale, da quel momento in avanti, viene letto dal giovane, con grande idealismo, attraverso formule matematiche, che lui considera quasi magiche.  
Ma che, alla resa dei conti,  non si dimostreranno affatto tali contro il  ruvido e inattaccabile muro dell'esistenza…

10 ottobre 1609: nasce Gerrald Winstanley

I diggers (scavatori o zappatori) furono un movimento popolare sviluppato in Inghilterra nel periodo 1648-50 a causa delle estreme condizioni di povertà della gente comune. Il fenomeno nacque, secondo alcuni autori, con l’ausilio di aderenti al gruppo di levellers, con la ricoltivazione da parte della povera popolazione locale di terreno pubblico abbandonato, dapprima nella contea del Buckinghamshire nell’inverno 1648, ed in seguito, nell’aprile 1649, nella contea del Surrey, intorno all’area di St. George’s Hill e Cobham Heath. Qui si distinse il reverendo Wiiliam Everard (ca. 1575-1650) che con i suoi seguaci disboscarono e coltivarono terreni oramai lasciati andare.
Gerrard Winstanley
Tuttavia chi strutturò e teorizzò il movimento dei d. fu Gerrard Winstanley. Egli era nato da una nobile e facoltosa famiglia del Lancaster nel 1609 ca., aveva lavorato anche come mercante, ma in seguito aveva perso ogni suo avere durante la guerra civile (1642-46) e si era ridotto a fare il guardiano di mandrie a Cobham, nel Surrey. Qui, nel 1648, Winstanley iniziò a scrivere trattati religiosi e sociali, di cui il più importante fu The new law of Righteousness (la nuova legge della giustizia), del 1649, dove egli teorizzava una nuova società democratica senza classi sociali come alternativa all’attuale basata sul privilegio e la ricchezza e rigettava il concetto della proprietà privata della terra, che doveva ritornare, con mezzi pacifici, al popolo. Altri lavori, scritti nello stesso anno con vari co-autori, furono A Declaration from the Poor Oppressed People of England Directed to all that Call Themselves or are Called Lords of Manors (Una dichiarazione dei poveri ed oppressi dell’Inghilterra a coloro che si chiamano o vengono chiamati Signori delle proprietà terriere) e The True Levellers Standard Advanced (Il vero standard avanzato dei livellatori).
Ovviamente queste argomentazioni erano particolarmente sgradite ai proprietari terrieri della zona, che dapprima protestarono con le autorità, poi affidarono a teppisti prezzolati il compito di organizzare spedizioni punitive. Nonostante ciò, Winstanley continuò a pubblicare atri trattati e a recarsi, spesso con Everard, dal Generale Lord Fairfax (1601-1671) per giustificare e spiegare le motivazioni del movimento.
Ma gli attacchi contro le comunità di d. non cessarono, sia come atti vandalici, che sotto forma di omelie ostili da parte dei parroci locali, che, infine, come interventi dei giudici, i quali spesso condannavano per introduzione abusiva in proprietà private i d. a pesanti multe e severe pene detentive. E così via con questo braccio di ferro, il quale non poté ovviamente durare molto per la disparità delle forze in campo: nell’estate 1650, nonostante l’appassionante difesa di Winstanley, i d. gettarono la spugna, abbandonando alla chetichella l’area del Surrey da loro coltivata.
Senza appoggi politici, il movimento dei d., con il suo messaggio radicale per una società più democratica, scomparve abbastanza rapidamente, osteggiato come era ovviamente dalle classi più abbienti. Di Winstanley, dopo il 1652 si persero le tracce: si suppone che sia andato avanti ad abitare nella stessa zona fino a circa il 1660, data intorno al quale è probabile che sia morto.

…Nel 1649 Winstanley trascrive le proprie idee sul libello intitolato The New Law of Righteousness (La Nuova Legge di Giustizia), in cui propugna una sorta di comunismo libertario fondato sui principi cristiani, che a suo dire erano esplicitamente presenti nella Bibbia. In particolare gli Atti degli Apostoli, capitolo 2, versetti 44 e 45, recitano quanto segue:
«Ma tutti coloro che credevano erano insieme e avevano ogni lor cosa in comune. Essi vendevano le loro proprietà e i loro beni, e ne distribuivano il ricavato fra tutti, secondo il bisogno di ciascuno».
Nel suo testo, afferma Winstanley: «In principio, Dio creò la terra. Nulla fu detto circa la parte dell’umanità che dovrebbe dominare sulle altre, però l’egoismo condusse un uomo a dominare sugli altri.» Come detto, egli prese come sua fonte i testi sacri della Bibbia in cui si afferma che tutti gli uomini sono uguali e tutti discendono dallo stesso ramo. Più volte espliciterà il proprio scetticismo di fronte alla tesi secondo cui il potere dei re avrebbe un’origine divina. Egli riteneva che nel Nuovo Testamento Dio è chiaro nel negare ogni forma di dominio tra gli esseri umani o dell’uomo sulla natura. Per questo la sua interpretazione del cristianesimo si basa sul suo senso più “primitivo”: comunitario, egualitario e solidale; di conseguenza Winstanley si professerà profondamente contrario alla proprietà privata e all’aristocrazia…

su www.marxists.org (qui) il libro scritto da Gerrald Winstanley, qui in italiano.

nel 1976 Kevin Brownlow ha girato un film intitolato “Winstanley”, un gran bel film in bianco e nero (qui)
cercatelo,  se potete, dà l’idea di chi era Gerrald Winstanley e dei tempi difficili.

mercoledì 8 ottobre 2014

29 settembre 2014: il giorno in cui in Italia la sinistra smise di esistere (ed ora che si fa?) - Vito Biolchini

29 settembre 2014: chissà se un giorno i libri di storia ricorderanno questa data come quella in cui in Italia la sinistra smise di esistere. Non “morì”, giacché le idee non muoiono mai, ma proprio cessò di essere rappresentata all’interno di una organizzazione politica di massa (per quanto questo voglia ancora dire qualcosa).
La direzione nazionale del Pd, per gli argomenti ascoltati e per il voto finale, ha segnato l’ennesimo strappo, forse l’ultimo, tra una lunga esperienza politica variamente interpretata come “di sinistra” e il partito oggi egemone in Italia.
I ragionamenti di Renzi sul mondo del lavoro (con le conseguenti ricadute sul tema delle tutele) non appartengono evidentemente al pensiero della sinistra. Eppure il segretario del Pd continua ad autoproclamarsi portatore di valori e ideali che affondano le loro radici nell’uguaglianza sociale. Non è la prima volta che le utopie della sinistra vengono capovolte: Renzi è solo l’ultimo epigone di una lunga serie.
Maria Teresa Putzolu su Sardegna Soprattutto ha fatto ben notare che ormai “tra chi riceve la lettera di licenziamento e chi la manda non c’è più nessuna differenza”. Un gioco di specchi che genera fraintendimenti e dal quale ci salva l’analisi di Norberto Bobbio. Nel suo “Destra e sinistra” del 1994, spiegò come non riconoscere la disuguaglianza significasse, di fatto, esaltarla.
Per esempio: Renato Soru è stato (mi sembra di aver capito) l’unico sardo ad essere intervenuto ai lavori della direzione, e non ha gradito il passaggio di Massimo D’Alema riferito ai “padroni”: “Non ci sono padroni” ha detto: lui. Se il futuro segretario regionale del Pd si trovasse a ripetere nel corso di un esame universitario quanto detto l’altro giorno a Roma tra i rapporti tra Costituzione lavoro e impresa, probabilmente il suo libretto volerebbe dalla finestra.
La sinistra in Italia non esiste più. Altri ne ricostruiranno gli ultimi anni di vita, individuando mandanti e complici di questa sparizione: a noi resta solo il compito di certificarne la scomparsa dalla scena politica. Essere di sinistra ormai è come essere repubblicani, liberali, monarchici: si è portatori di valori e istanze che non trovano alcun partito in grado di rappresentarle da una posizione di forza.
Ed ora che si fa? (to be continued)

Rottamare Platone? - Andrea Ermano

Tra le varie frasi pronunciate dal Presidente del Consiglio Renzi lunedì scorso all'assemblea del Nazareno, ce n'era una - dedicata alla natura del PD - che mi ha fatto sobbalzare: "Noi non siamo un club di filosofi, non siamo un'associazione di liberi pensatori, noi siamo un partito politico".
Oibò. Non saprei nulla di più essenzialmente filosofico che un partito politico. E nulla mi pare più intimamente politico di un dialogo filosofico. Non solo la filosofia nasce come progetto pedagogico espressamente finalizzato alla formazione di membri consapevoli della Polis, ma il moderno partito politico altro non è se non un organismo collettivo che assume (o dovrebbe assumere) le proprie deliberazioni sulla base di certe procedure 'dialettiche' e certi ancoraggi ideali le quali e i quali in ultima analisi sono filosofia, nient'altro che filosofia.
Per non parlare del prototipo del partito politico: l'ecclesia ateniese, cioè l'assemblea del popolo sovrano (ekklēsía: "assemblea") cui spettava di deliberare in merito alle questioni più rilevanti per la conduzione della Polis.
Questo sanno (o dovrebbero sapere) tutti quelli che si occupano di politica. Poi però occorre aggiungere che - dopo l'uccisione di Socrate, per mano demagogica, nel 399 a.C. - è proprio il suo allievo Platone a riformulare in senso filosofico la questione della Polis (e dell'ekklēsía), cioè la questione di un governo della cosa pubblica resistente alle crisi mimetico-sacrificali nelle quali il potere e le masse possono trovarsi risucchiati.

Lungo ventiquattro secoli di vita la filosofia ha sviluppato utili antidoti contro la demagogia e il populismo, denunciando - non sempre ascoltata e non senza pagare essa stessa un prezzo di sangue - i temibili demoni che possono sedurre il potere e le masse. Quando questi demoni prevalgono, vediamo interi continenti cadere in una sorta di sonnambulismo suicida, fatto di lotte fratricide, guerre sanguinose, immani tragedie.
Non è tramite gli Osanna e i Crucifige, i culti entusiastici della personalità o il loro 'odioso' inverso persecutorio che uno stato consegue la forma stabile del buon governo, ma solo grazie al lavoro critico e pubblico sulle ragioni in base alle quali si giustifichino le scelte politiche da compiere.
Dopodiché, la storia non sta ferma davanti a niente. E quindi anche la filosofia appare destinata, prima o poi, alla sorte universale della rottamazione; tema, questo, classicamente marxiano. Ma a proposito di esso Karl Korsch osservava che non si può rottamare la filosofia prima di averla... realizzata.
E, in effetti, le strutture civili, politiche e cosmopolitiche moderne - dalle associazioni di volontariato al dialogo interreligioso, dagli stati democratici all'Onu - si modulano su una "sostanza normativa" di natura prettamente filosofica.
Per converso, gli esperimenti politici di "superamento" della filosofia - copiosamente scaturiti dall'economia o da qualsivoglia altra scienza, dall'esaltazione ideologica o da qualsivoglia altro dogmatismo, dalla supremazia militare o da qualsivoglia altra techne - hanno provveduto da sé a disintegrarsi con virulenza e rapidità davvero impressionanti.

martedì 7 ottobre 2014

9 ottobre 1967: viene ucciso il Che








nel 2008 Steven Soderbergh ha girato un film in due parti, apparso anche nei cinema italiani (e quindi si trova in dvd), nel quale Benicio del Toro “è” Ernesto Che Guevara.
qui e qui due recensioni in italiano, qui quella di Roger Ebert.
recuperatelo, se vi era sfuggito, è ottimo cinema.

Lettera di Julio Cortázar a Roberto Fernández Retamar sulla morte del “Che” Guevara
Parigi, 29 Ottobre 1967
Miei carissimi Roberto, Adelaida:
Ieri notte sono tornato a Parigi da Algeri. Solo ora, a casa mia, sono capace di scrivervi coerentemente; laggiù, in un mondo dove contava solo il lavoro, ho lasciato trascorrere i giorni come in un incubo, comprando giornali su giornali, senza volermi convincere, nel vedere quelle foto che tutti abbiamo visto, nel leggere le stesse notizie e nell’entrare, ora dopo ora, nella più dure delle realtà da accettare.
E’ stato allora che mi è arrivato il tuo messaggio per telefono, Roberto, e mi sono dedicato a questo testo che avresti già dovuto ricevere e che ti invio nuovamente perché tu possa trovare il tempo di vederlo un’altra volta prima che venga stampato, poiché so quali sono i meccanismi del telex e quello che accade con le parole e con le frasi.
Voglio dirti questo: non sono capace di scrivere quando qualcosa mi ferisce tanto, non sono, non sarò mai lo scrittore professionale pronto a produrre quello che ci si aspetta da lui, quello che gli viene richiesto o quello che lui chiede disperatamente a se stesso. La verità è che la scrittura, oggi e di fronte a ciò, mi sembra la più banale delle arti, una specie di rifugio, quasi di dissimulazione, la sostituzione dell’insostituibile.
Il Che è morto e a me non resta altro che il silenzio, chissà fino a quando; se ti ho inviato questo testo è stato perché eri tu che me lo chiedevi, e perché so quanto amavi il Che e quello che lui significava per te. Qui a Parigi ho trovato un telegramma di Lisandro Otero che mi chiede centocinquanta parole per Cuba. Così, centocinquanta parole, come se uno potesse toglierle dal portafoglio come monete. Non credo di poterle scrivere, sono vuoto e arido, e cadrei nella retorica. E questo no, soprattutto questo. Lisandro perdonerà il mio silenzio, o lo prenderà male, non mi importa; in ogni caso tu sai quello che provo. Vedi, laggiù ad Algeri, circondato da imbecilli burocrati, in un ufficio dove si andava avanti sempre con la stessa routine, mi sono rinchiuso ,una e molte altre volte, nel bagno per piangere; si doveva stare in un bagno, capisci, per restare solo, per potersi sfogare senza violare le sacrosante regole del buon vivere di una organizzazione internazionale. Persino tutto quello che ti sto raccontando mi fa vergognare perché parlo di me stesso, l’eterna prima persona del singolare, e in cambio mi sento incapace di dire qualcosa di lui. Allora sto zitto.
Hai ricevuto, spero, il telegramma che ti ho inviato prima del tuo messaggio. Era il mio unico modo per abbracciare te ed Adelaida, e tutti gli amici della Casa. E questo è per te, l’unica cosa che sono stato capace di scrivere in queste prime ore, questo che è nato come un poema e che desidero che tu tenga e che conservi affinché ci faccia sentire più vicini.

Che
Io avevo un fratello
Non siamo mai vissuti vicini ma
Non ha importanza.
Io avevo un fratello
Che vagava per i monti
Mentre io dormivo.
Gli ho voluto bene a modo mio,
ho interpretato la sua voce
libera come l’acqua,
ho camminato volta volta
vicino la sua ombra.
Non ci siamo mai visti
Ma non aveva importanza,
mio fratello sveglio
mentre io dormivo,
mio fratello che mi indicava
nella notte
la sua stella eletta.
Ci riscriveremo. Un grande abbraccio ad Adelaida. Per sempre.
Julio.
(Traduzione di Samanta Catastini)

Il sorriso della libertà, Arin Mirkan…- baruda


Li senti i nostri canti Arin?
Cercano di placare il pianto delle tue bambine,
Cercano di ringraziarti, di rendere eterno quel sorriso che racchiude il mondo,
racchiude la libertà.
La terra per te sarà ali di farfalla, compagna mia.