lunedì 4 maggio 2015

La vie s'écoule, la vie s'enfuit (testo di Raoul Vaneigem)



La Vie S'ecoule La Vie S'enfuit 

La vie s'écoule, la vie s'enfuit
Les jours défilent au pas de l'ennui.
Parti des rouges, parti des gris
Nos révolutions sont trahies.

Le travail tue, le travail paie,
Le temps s'achète au supermarché.
Le temps payé ne revient plus
La jeunesse meurt de temps perdu.

Les yeux faits pour l'amour d'aimer
Sont le reflet d'un monde d'objet.
Sans le rêve et sans realité
Aux images nous sommes condamnés.

Les fusillés, les affamés
Viennent vers nous du fond du passé.
Rien n'a changé mais tout commence
Et va mûrir dans la violence.

Brûlez* repères de curés
Nids de marchands, de policiers,
Au vent qui sème la tempête
Se récoltent les jours de fête.

Les fusils vers nous dirigés
Contre les chefs vont se retourner.
Plus de dirigeants, plus d'état
Pour profiter de nos combats.

[La vie s'écoule, la vie s'enfuit
Les jours défilent au pas de l'ennui.
Parti des rouges, parti des gris
Nos révolutions sont trahies.]**

* "Tremblez" dans la version de Gilles Servat.
** Le premier couplet n'est répété à la fin que dans la version de Gilles Servat.


Versione italiana di Riccardo Venturi
(2002)

LA VITA SCORRE E FUGGE VIA

La vita scorre e fugge via,
I giorni sfilano a passo di noia.
Partito dei rossi, partito dei grigi,
Le nostre rivoluzioni sono tradite.

Il lavoro ammazza, il lavoro paga,
Il tempo si compra al supermercato.
Il tempo pagato non torna più,
La giovinezza muore di tempo perso.

Gli occhi fatti per l'amore d'amare
Riflettono solo un mondo di cose.
Senza sogni e senza realtà
Alle immagini siamo condannati.

I fucilati, gli affamati
Vengono a noi dal fondo del passato.
Niente è cambiato, ma tutto comincia
E maturerà nella violenza.

Bruciate*, tane di preti,
Nidi di mercanti e di sbirri,
Al vento che semina tempesta
Si raccolgono i giorni di festa.

I fucili verso di noi puntati
Verso i capi saranno rivolti.
Niente piu' dirigenti, niente più stato
A profittare delle nostre lotte.

[La vita scorre e fugge via,
I giorni sfilano a passo di noia.
Partito dei Rossi, partito dei Grigi,
Le nostre rivoluzioni sono tradite.]**

* "Tremate" nella versione di Gilles Servat.
** La prima strofa è ripetuta alla fine solo nella versione di Gilles Servat.

Le vere finalità dell'autonomia scolastica e le 8 mosse per raggiungerle - Pietro Ratto

La cosiddetta Autonomia scolastica, messa a punto dalla Riforma Berlinguer nel 1999, ha scaraventato l’istruzione pubblica italiana in un baratro senza fine. I mass media, però, si sono ostinati ad occultare sistematicamente gli espedienti, le motivazioni e le finalità di questa perversamente geniale trasformazione del mondo della Scuola in una gigantesca azienda, in una colossale e vergognosa fabbrica dell’ignoranza dei molti e del profitto economico dei “soliti pochi”, che ormai persegue gli stessi identici obiettivi di una banca o di una multinazionale. Quello che segue è l’ottalogo che riassume alcuni dei punti fondamentali dell’allucinante progetto tramite cui, questa diabolica distruzione della cultura di un Paese, è stata meticolosamente messa in atto, nel corso degli ultimi quindici anni.
1. Elaborare e mettere in atto un Sistema scolastico in virtù di cui ogni Istituto sia, almeno in apparenza, AUTONOMO. Soprattutto da un punto di vista economico: ogni istituto riceverà infatti ogni anno un tot di soldi con cui dovrà gestirsi autonomamente nel corso dell’intero periodo;
2. Far dipendere però i finanziamenti ministeriali destinati annualmente a ciascuna scuola, dall’effettivo numero di studenti iscritti e dalle strategie opportunamente approntate per “attirarli”. Meglio ancora: attenuare progressivamente la differenza tra “pubblico” e “privato”, consentendo agli imprenditori che monopolizzano la politica del Paese di influenzare la didattica attraverso i propri fondi, così da permetter loro di investire proficuamente nel sistema istruzione sia per ricavarne guadagni diretti, sia per plasmare la mentalità e la formazione dei giovani che diventeranno i loro futuri dipendenti;
3. Spingere così i singoli Istituti scolastici statali a competere tra loro per accaparrare “clienti”, elaborando Progetti sempre più accattivanti, settimane corte, viaggi, corsi aggiuntivi stimolanti e non impegnativi (il tutto con enormi guadagni da parte delle aziende private dislocate nel territorio) e, contemporaneamente, attenuando sempre più i carichi di lavoro degli alunni, la severità delle verifiche e delle norme disciplinari a cui attenersi e, di conseguenza, abbassando radicalmente la media annuale degli alunni respinti.
4. A tale scopo, trasformare i Presidi in “Dirigenti” concentrati soprattutto sugli aspetti economici e burocratici delle loro scuole. Dirigenti ben consapevoli dell’importanza di aumentare, di anno in anno, il numero di studenti ottenendo in cambio più fondi per l’Istituto e, per questo stesso motivo, il più possibile schierati con le famiglie e con gli studenti contro i docenti “troppo esigenti”. Dirigenti che, come tali, non godono di alcuna tutela sindacale e che quindi possono essere ricattati “dall’alto”, tenuti costantemente sotto la minaccia di venir sospesi, se non trovano il modo di indurre la maggioranza dei loro Collegi docenti – con ogni mezzo e con qualsiasi forma di ricompensa – a votare quei provvedimenti che il Ministero pretende, ma che, per salvare le “democratiche apparenze”, debbono risultare “decisi dal basso”. Dirigenti “blindati”, tanto ricattabili “dall’alto” quanto inattaccabili “dal basso”, autorizzati dal Ministero a comportamenti anti-sindacali, indotti anche a prendere decisioni illegittime nei confronti del personale, ben consci che i sindacati ufficiali molto difficilmente si metteranno contro di loro e che, anche nella improbabile eventualità che un loro dipendente si spingesse fino al punto di querelarli per veder tutelati i propri diritti e che, in ragione di ciò, un Giudice decidesse di condannarli, il pagamento dei danni e delle spese processuali non toccherebbe a loro, ma al Ministero, cioè allo Stato. Cioè ai cittadini, lavoratore querelante compreso. Non a caso, sempre più spesso l’insegnante vittima di un’ingiustizia si sente sfidare dal proprio Dirigente Scolastico con frasi del tipo: “Se ritiene, apra pure un contenzioso contro di me“;
5. Screditare di fronte all’opinione pubblica i docenti quanto alle loro conoscenze e alle loro capacità didattiche e educative, sottoponendoli a rigidi controlli, a intimidatorie valutazioni ed ispezioni esterne ed all’esplicitazione e formalizzazione di qualsiasi loro scelta didattica o valutativa tramite sterili e ansiogene griglie, verbali, piani di lavoro, programmi, elenchi di obiettivi didattici e educativi, moduli, ecc. alimentando in essi il timore di eventuali ricorsi da parte di alunni i cui risultati scolastici non soddisfacenti non siano stati ampiamente giustificati. Irregimentare, insomma, ogni attività di docenza in un sistema di regole sempre più soffocanti e puramente formali, ricorrendo anche allo strumento dei “Dipartimenti”, tramite cui il Dirigente possa obbligare ogni insegnante ad attenersi a criteri comuni in ogni suo passo, impedendo così pericolose forme di “individualismo” o di “personalismo” che, a qualunque titolo, possano compromettere – mediante valutazioni non sempre indulgenti o atteggiamenti non troppo permissivi – il progressivo accaparramento di alunni e fondi. Con la complicità dei sindacati, poi, trasformare il docente in un impiegato che meccanicamente timbra, “somministra”, applica “griglie”, “recupera”, compila moduli e ri-timbra. In generale dividere i colleghi, indurli a forme di competizione reciproca, ad atteggiamenti delatori, a forme di reciproco boicottaggio, in un clima in cui nessuno osi più dire apertamente ciò che pensa. Atteggiamento, questo, che proficuamente si trasferisce da docenti ad alunni. I quali imparano a scrivere nei temi ciò che vuole l’insegnante, che a sua volta ha predisposto le tracce secondo i parametri del Dipartimento, che ha applicato le norme del Dirigente, che decide secondo l’Ordinanza Ministeriale;
6. Ridurre così l’alunno a cliente da coccolare, vezzeggiare, attirare in tutti i modi, aspettandosi sempre meno dalla sua preparazione, provvedendo costantemente a tentativi di recupero nei confronti delle sue sempre crescenti lacune, perseguendo obiettivi e saperi minimi, tollerando la sua crescente maleducazione. In compenso, valorizzare con appositi crediti le attività che svolge nel tempo libero, ricorrendo in generale a qualsiasi escamotage per alzargli ingiustificatamente la media dei voti;
7. A tale scopo, sostituire il “punteggio” al vecchio voto, così da svuotare la valutazione di qualsiasi valore morale. Un “4” non è più una cosa di cui vergognarsi, al contrario: può diventare in certi casi un’ottima opzione se hai la media dell’ “8” e quel giorno non hai voglia di studiare. Quello che conta, insomma, è il punteggio. Che puoi incrementare anche con l’attività che al pomeriggio svolgi in un campo di calcio o, meglio ancora, in oratorio. Il tuo “4”, se mai, è cosa di cui dovrà dare conto l’insegnante di fronte al Dirigente.
In generale, diffondere nei giovani una mentalità materialistica, finalizzata soltanto a ciò che conviene e al successo economico. Un mettere il punteggio al primo posto che, un domani, si trasformi in un collocare i soldi in cima alle proprie priorità esistenziali. Una mentalità “bancaria”, inculcata da un percorso di studi che si risolve in un banale bilancio di “debiti” e “crediti” da far quadrare a fine periodo. Che si riduce ad una manciata di anni in cui i giovani imparano che ciò che davvero conta è il “punteggio”, da massimizzare ad ogni costo, con qualunque compromesso, così da comportarsi in futuro nello stesso modo quando, invece che con i voti, il potente di turno reputerà necessario comprarseli con i soldi;
8. In questo modo, abituare i ragazzi a studiare poco, conoscere pochissimo, ragionare quasi mai, anche grazie all’ausilio, fortemente incoraggiato, dei media e del loro ossessionante giovanilismo. Formare, insomma, una massa di ragazzi ideologicamente gestibili perché privi di consapevolezza, di conoscenze, di controllo sui propri impulsi (anche grazie all’escamotage di trasformare il vecchio voto di condotta in un punteggio in più, che – per quanto basso – faccia media col profitto e non serva in alcun modo ad influire sul comportamento di studenti sempre meno in grado di autodisciplinarsi e di perseguire disinteressatamente un qualunque principio morale, e sempre più inclini a piegarsi al solo volere di chi percepiscono nelle condizioni di aiutarli ad aumentare il loro personale punteggio).
In quest’ottica, diminuire progressivamente, soprattutto nelle classi terminali, le ore di discipline “pericolose” come, ad esempio, la Filosofia o la Storia, così da evitare ai ragazzi la conoscenza degli avvenimenti passati più o meno recenti e delle loro implicazioni sul caotico e corrotto presente. Per incanalare questa massa di inconsapevoli giovani verso le prospettive lavorative che il sistema politico ed economico che li governa privilegia – anche a discapito delle loro inclinazioni naturali – attivare nelle scuole forme di “orientamento” tese a scoraggiare scelte “indesiderate” o troppo originali, a favore di opzioni “in linea” con le esigenze del mondo imprenditoriale, presentate come più allettanti ed in grado di offrire maggiore possibilità occupazionale.
In definitiva, in tal modo, raggiungere l’obiettivo ultimo di una cittadinanza inconsapevole, ignorante, facilmente corruttibile, culturalmente e politicamente sottomessa, ideologicamente manipolabile.

domenica 3 maggio 2015

Perché all’Italia non interessa degli italiani assassinati dai droni - Antonio Mazzeo

Vittime collaterali, inconsapevoli e innocenti, dell’ennesimo atto di una guerra unilaterale. Niente più eserciti contro eserciti, solo killer-robot contro uomini, donne, bambini. Il cooperante siciliano Giovanni Lo Porto, colpevolmente ignorato dalla politica con la P maiuscola, dalle istituzioni e dall’intero Parlamento italiano, è stato brutalmente assassinato in Pakistan in uno degli innumerevoli bombardamenti scatenati dagli stormi di droni Usa. “Si è trattato di un  tragico e fatale errore dei nostri alleati americani, riconosciuto dal presidente Obama, ma la responsabilità della morte di Lo Porto e di un secondo ostaggio, lo statunitense Warren Weinstein, è integralmente dei terroristi, contro i quali confermiamo l’impegno dell’Italia”, il liquidatorio commento del ministro degli Esteri Paolo Gentiloni. Nessuna colpa dunque per gli agenti Cia che hanno ordinato l’attacco, nessuna responsabilità politica per chi, a Washington - violando il diritto internazionale - ha promosso e legittimato l’uso dei droni, in un’escalation infernale verso la totale disumanizzazione dei conflitti.

I raid Usa contro le presunte postazioni delle milizie filo-al Qaida al confine con l’Afghanistan risalgono allo scorso mese di gennaio. Warren Weinstein, originario di Rockville, Maryland, direttore per il Pakistan della J. E. Austin Associates, era stato rapito a Lahore nell’agosto 2011, qualche giorno prima di rientrare negli Stati Uniti per la fine del contratto lavorativo con l’U.S. Agency for International Development. Giovanni Lo Porto era stato rapito invece nel gennaio 2012 a Multan, nella provincia centro-occidentale delPunjab, dove lavorava per la ong tedesca“Welthungerhilfe” (Aiuto alla fame nel mondo), impegnata nella ricostruzione della regione colpita dalle inondazioni del 2011. Nel bombardamento in cui ha trovato la morte il cooperante siciliano, sarebbe rimasto ucciso anche un altro cittadino statunitense, Ahmed Farouq, ritenuto dalla Cia come uno dei maggiori leader di al Qaida in Pakistan. Pochi giorni dopo, sempre con un missile sganciato da un drone, è stato assassinato in Pakistan un terzo cittadino statunitense, Adm Gadahn, indicato come uno dei “portavoce ufficiali” di al Qaida. Secondo Washington, i militari Usa non erano a conoscenza dell’identità degli “obiettivi” spiati dai droni. “Sebbene Farouq e Ghadahn fossero membri di al Qaida, nessuno dei due è stato specificamente preso di mira, non avevamo informazioni che indicassero la loro presenza nei siti delle operazioni”, ha dichiarato il portavoce della Casa Bianca,Josh Earnest. “L’autorizzazione al raid è stata data dopo centinaia di ore di sorveglianza; sulla base delle informazioni in nostro possesso, al momento dell’attacco nel compound controllato c’erano solo quattro militanti di al Qaeda, ma non ostaggi o civili pakistani”.

Il 20 gennaio 2015, una nota d’agenzia aveva rivelato che qualche giorno prima un drone Usa aveva attaccato un compound nell’area di Shahi Khel, nel Waziristan settentrionale, “causando la morte di almeno quattro persone”. La zona oggetto dei raid era già stata bombardata dai velivoli senza pilota statunitensi un anno prima; secondo Amnesty International, quegli attacchi nel Waziristan avevano causato la morte di “numerose persone non legate ad alcun tipo di attività terroristica”. Fonti dell’intelligence americana hanno confermato al New York Times che le operazioni dei droni-killer al confine tra il Pakistan e l’Afghanistan del gennaio 2015 rientravano nella categoria definita in ambito militare come signature strikes, cioè quei raid che vengono attuati sulla base non di informazioni certe sull’identità dei bersagli da colpire ma sulla base “del riscontro, attraverso attività di ricognizione ed intercettazione, di modelli di comportamentoche vengono ritenuti conformi a quelli di una possibile organizzazione terroristica”. Cioè l’ordine a migliaia di chilometri di distanza di un omicidio extragiudiziale, già di per sé illegittimo e immorale, viene dato semplicemente sulla valutazione soggettiva di meri elementi “comportamentali” della vittima-target e non certo sulla raccolta di prove certe e inequivocabili sui suoi legami con il terrorismo internazionale.

In Pakistan i signature strikes della Cia (più di 400 solo nell’ultimo anno) hanno causato un numero impressionante di vittime tra la popolazione civile, tra i 556 e 1.128 morti secondo diverse ong internazionali, e ingentissimi danni ad abitazioni, scuole, ospedali. I droni hanno sganciato missili teleguidati contro feste religiose, banchetti nuziali e funerali, scambiando pacifici assembramenti di donne e bambini per campi d’addestramento delle milizie anti-governative. Le stragi hanno prodotto un forte risentimento tra la popolazione e le stesse autorità di governo pakistane. Già nell’ottobre 2012 l’allora ministro dell’Interno Rehman Malik aveva denunciato che appena un 20% delle persone uccise nei raid Usa erano militanti filotalebani o terroristi. Il 24 ottobre 2013, nel corso di un faccia a faccia con il presidente Obama, il primo ministro Nawaz Sharif aveva chiesto di porre fine agli attacchi di droni in territorio pakistano. Qualche tempo dopo Washington si era impegnata a sospendere gli attacchi nel 2014, comunque prima della data in cui si sarebbero dovute concludere le operazioni di guerra in Afghanistan.

Oggi si scopre dal Wall Street Journal che Barack Obama ha invece mentito deliberatamente al governo pakistano e all’opinione pubblica internazionale. Mentre infatti l’amministrazione Usa varava nel 2013 un regolamento più severo sull’impiego dei droni onde ridurre il rischio di vittime “non combattenti”, secondo il quotidiano economico “veniva approvata segretamente un’esenzione che ha concesso alla Cia più flessibilità in Pakistan rispetto che in altri paesi per attaccare militanti sospetti”. Sempre per il Wall Street Journal, “se l’esenzione non fosse stata in vigore per il Pakistan, alla Cia avrebbero potuto essere richieste più informazioni d’intelligence prima degli attacchi che hanno causato la morte di Warren Weinstein e Giovanni Lo Porto”.

Predator tricolore

Il drone-killer protagonista delle sanguinose incursioni Usa nei principali scacchieri di guerra internazionali (oltre al Pakistan, l’Afghanistan, lo Yemen, la Somalia, la regione dei Grandi Laghi, il Mali, il Niger, la Libia, ecc.) è il Predator, armato con missili AGM-114 “Hellfire”, bombe a guida laser Gbu-12 “Paveway II” e Gbu-38 “Jdam” (Joint direct attack munition) a guida Gps. Nonostante sia dotato di sofisticatissime tecnologie di telerilevamento, il Predator non è in grado di distinguere i “combattenti” nemici dalla popolazione inerme. Pur essendo oggi tra i sistemi bellici più stigmatizzati dalle organizzazioni non governative umanitarie e dallo stesso Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite, questi famigerati velivoli senza pilota sono ospitati dall’autunno del 2012 nella stazione aeronavale siciliana di Sigonella, sulla base di un’autorizzazione top secret del Ministero della difesa italiano che consente alle forze armate Usa di impiegarli nell’area nordafricana e nel Sahel.

Le forze armate italiane sono inoltre le prime in tutta Europa ad aver acquistato i Predator dall’industria statunitense “General Atomics”. Sino ad oggi questi droni sono privi d’armamento, ma si attende a breve l’autorizzazione del Congresso Usa per una loro conversione in velivoli-killer automatizzati. Il governo italiano ha pure candidato la base aerea di Amendola, Foggia, quale sede per la formazione dei militari europei nella gestione degli aerei senza pilota. Proprio ad Amendola, l’1 marzo 2002 è stato costituito il 28° Gruppo Velivoli Teleguidati per condurre le operazioni aeree con iPredator. Il battesimo di fuoco dei droni “italiani” avvenne in Iraq nel gennaio 2005, nell’ambito della missione “Antica Babilonia”. Nel maggio 2007 i Predator furono trasferiti pure nella base di Herat, sede del Comando regionale interforze per le operazioni in Afghanistan, dove hanno continuato ad operare ininterrottamente sino a qualche mese fa. Nel corso delle operazioni belliche contro la Libia di Gheddafi della primavera-estate 2011, i velivoli a pilotaggio remoto schierati ad Amendola ebbero un ruolo chiave nelle operazioni d’intelligence dell’Aeronautica italiana e dei partner della coalizione internazionale a guida Usa, volando complessivamente per più di 360 ore. Le ultime missioni all’estero risalgono allo scorso anno: due velivoli-spia sono stati schierati a Gibuti (Corno d’Africa), nell’ambito della missione antipirateria dell’Unione Europea “Atalanta”, mentre altri due Predator sono stati trasferiti nello scalo aereo di Kuwait City per operare a favore della coalizione internazionale anti-Isis in Iraq e Siria. Attualmente i velivoli senza pilota del 28° Gruppo di Amendola sono operativi in Kosovo a sostegno delle attività della forza militare internazionale a guida Nato (Kfor).

Per la loro flessibilità d’impiego, i Predator dell’Aeronautica italiana sono utilizzati pure in funzioni d’ordine pubblico, per il controllo delle frontiere e nelle controverse operazioni di “sorveglianza” delle imbarcazioni di migranti e richiedenti asilo nel Mediterraneo centrale (le ultime, in  ordine cronologico,Mare Nostrum e Triton). L’“accordo tecnico” di cooperazione bilaterale Italia-Libia sottoscritto il 28 novembre 2013 dai ministri della difesa Mario Mauro e Abdullah Al-Thinni ha autorizzato l’impiego di mezzi aerei italiani a pilotaggio remoto in missioni a supporto delle autorità libiche per il “controllo” del confine meridionale del Paese. Grazie ai Predator, gli automezzi dei migranti possono essere intercettati quanto attraversano il Sahara, consentendo ai militari libici d’intervenire tempestivamente per detenerli in campi-lager o deportarli prima che essi possano raggiungere le città costiere. Nei giorni scorsi, tra le proposte più drastiche per “contenere” i flussi migratori nel Mediterraneo c’è stata quella dell’ex generale dell’Aeronautica Leonardo Tricarico, presidente della Fondazione ICSA: “impiegare i droni per distruggere i barconi nei porti libici”.

In Sicilia la capitale mondiale dei droni

Nel campo dei droni, l’Italia si è già conquistata una leadership in ambito internazionale. Nei piani delle forze armate Usa e Nato la base siciliana di Sigonella è stata prescelta infatti per fare da vera e propria capitale mondiale dei droni, cioè in centro d’eccellenza per il comando, il controllo, la manutenzione delle flotte di velivoli senza pilota chiamati a condurre i futuri conflitti globali. Oltre ai Predator, dall’ottobre 2010 Sigonella ospita anche tre o quattro aeromobili teleguidati da osservazione e sorveglianza RQ-4B Global Hawk dell’US Air Force. Lunghi 14,5 metri e con un’apertura alare di 40, questi droni possono volare in qualsiasi condizione meteorologica per 32 ore sino a 18,3 km d’altezzae a migliaia di km dalla loro base operativa. Alla iperdronizzazione delle guerre si prepara pure l’Alleanza Atlantica. Entro la fine del 2016 sarà pienamente operativo il programma denominato Alliance Ground Surveillance (AGS)che punta a potenziare le capacità d’intelligence, sorveglianza e riconoscimento della Nato. Il sistema AGS verterà su una componente aerea basata su cinque velivoli a controllo remoto “Global Hawk” versione Block 40, che saranno schierati anch’essi a Sigonella. L’AGS fornirà informazioni in tempo reale per compiti di vigilanza aria-terra a supporto dell’intero spettro delle operazioni nel Mediterraneo, nei Balcani, in Africa e in Medio oriente. Il nuovo sistema Nato potrà contare pure sul supporto dei velivoli senza pilotaSentinel in dotazione alle forze armate britanniche ed Heron R1 che la Francia ha prodotto congiuntamente ad Israele. Successivamente l’AGS s’interfaccerà con il programma d’intelligence Bams (Broad Maritime Area Surveillance) che la Marina militare Usa avvierà grazie all’acquisto dei nuovi pattugliatori marittimi P-8 Poseidon e dell’ultima generazione di droni-spia Triton della Northrop Grumman. Il 2 febbraio scorso, il Dipartimento della difesa ha chiesto al Congresso l’autorizzazione per l’anno fiscale 2016 a spendere 102.943.000 dollari per costruire nella base siciliana gli hangar e una serie di infrastrutture di supporto per i Triton e iPoseidon. Lungo 14,5 metri e con un’apertura alare di 39,9, ilTriton potrà operare entro un raggio di 2.000 miglia nautiche dalla base di decollo, a un’altitudine massima di 18.288 metri e una velocità di crociera di 575 km/h. Il velivolo godrà di un’autonomia di volo tra le 24 e le 30 ore consecutive.

Come se ciò non bastasse, Sicilia e Sardegna sono state trasformate in poligoni dove sperimentare altri nuovi velivoli senza pilota d’attacco. Le società Piaggio Aereo Industries e Selex Es (Finmeccanica) utilizzano dal novembre 2013 la base del 37° Stormo dell’Aeronautica militare di Trapani Birgi per i test di volo del dimostratore P.1HH DEMO, l’aereo a pilotaggio remoto realizzato nell’ambito del programma denominato “HammerHead” (Squalo Martello). Con un’apertura alare di 15,5 metri, il drone può raggiungere la quota di 13.700 metri e permanere in volo per più di 16 ore. Il velivolo è stato dotato di torrette elettro-ottiche, visori a raggi infrarossi e radar “Seaspray 7300” che consentonod’individuare l’obiettivo, anche in movimento, fornendo le coordinate per l’attacco aereo o terrestre, o colpendolo direttamente con missili e bombe a guida di precisione (loSqualo martello può trasportare sino a 500 kg di armamenti). I decolli e gli atterraggi a Trapani Birgi costituiscono un grosso pericolo per il traffico aereo passeggeri di quello che è oggi uno dei principali scali low cost europei e per le popolazioni delle vicine città di Trapani e Marsala. Il 19 marzo scorso si è pure sfiorata la tragedia: un prototipo dello Squalo martello è uscito fuori pista durante le prove di rullaggio, terminando la sua corsa nel prato circostante. L’aeroporto di Trapani è stato temporaneamente chiuso e il traffico civile è stato dirottato a Palermo - Punta Raisi.

A fine marzo, nella base aerea sarda di Decimomannu è giunto il primo prototipo di robot-killer volante nEUROn, l’aereo senza pilota da combattimento coprodotto da Italia, Francia, Svezia, Spagna, Svizzera e Grecia, per intraprendere una serie di test operativi nel grande poligono militare di Perdasdefogu (Ogliastra). Il nEUROn è dotato di materiali con accentuate caratteristiche stealth che gli consentiranno di penetrare nello spazio aereo nemico senza essere individuato. Il drone è più grande di un normale aeromobile a pilotaggio remoto e possiede capacità di carico, autonomia e capacità di volo quasi simili a quelle di un qualsiasi caccia pilotato. Con un costo unitario superiore ai 25 milioni di euro, il nEUROn è lungo 9,2 metri e ha un’apertura alare di 12,5 metri. Il velivolo può raggiungere la velocità di 980 chilometri l’ora e volare per più di otto ore consecutive. Opererà a tutti gli effetti per colpire e uccidere a distanza grazie agli ordigni di precisione per gli attacchi aria-suolo a guida laser da 250 kg.Il drone verrà controllato da terra attraverso un datalink ad alta capacità e standard Nato. “Tramite questo datalink vengono inviati al velivolo i dati della missione, da lì in poi sarà l’intelligenza artificiale del nEUROn ad intraprendere tutte le necessarie azioni che permetteranno il raggiungimento dell’obiettivo”, spiegano le aziende produttrici. “Non vi sarà quindi un controllo diretto e continuo da terra e questo permetterà di mantenere un quasi assoluto silenzio radio, necessario per evitare l’intercettazione”. Il drone avrà inoltre le capacità di controllare a distanza, in modo automatico, le operazioni dei cacciabombardieri di ultima generazione prodotti in Europa, come il “Rafale” e il JAS 39 “Gripen”, consentendo così ai piloti d’intraprendere diverse azioni di combattimento contemporaneamente. Ancora più deiPredator Usa e degli Squalo martello Piaggio (Emirati Arabi Uniti), i nEUROn assumeranno tutti i contorni dei famigerati“LAR” (Lethal Autonomous Robotics), i sistemi d’arma robotizzati che, una volta attivati, possono selezionare e colpire un obiettivo in piena autonomia, esautorando l’operatore umano da ogni intervento.
“Se utilizzati, i LAR possono avere conseguenze di enorme portata sui valori della società, soprattutto quelli riguardanti la protezione della vita, e sulla stabilità e la sicurezza internazionale”, ha denunciato il Consiglio per i Diritti Umanidell’Assemblea generale delle Nazioni Unite in un rapporto speciale pubblicato il 9 aprile 2013. “Raccomandiamo agli Stati membri di stabilire una moratoria nazionale sulla sperimentazione, produzione, assemblaggio, trasferimento, acquisizione, installazione e uso dei Lethal Autonomous Robotics, perlomeno sino a quando non venga concordato a livello internazionale un quadro di riferimento giuridico sul loro futuro”, ha aggiunto il Consiglio D.U. dell’Onu. “Essi non possono essere programmati per rispettare le leggi umanitarie internazionali e gli standard di protezione della vita previsti dalle norme sui diritti umani. La loro installazione non comporta solo il potenziamento dei tipi di armi usate, ma anche un cambio nell’identità di quelli che li usano. Con i LAR, la distinzione tra armi e combattenti rischia di divenire indistinta”. Un accorato appello che Washington, Parigi, Tel Aviv, Londra, Roma e adesso pure Bruxelles non intendono per nulla ascoltare.

Coscienza della morte - Giorgio Gaber

Pierpaolo Capovilla interpreta "La religione del mio tempo", di Pier Paolo Pasolini

I mali minori - Luis Mateo Díez

un libretto piccolo, composto da trentotto micro-racconti (genere letterario diffuso sopratutto nelle letterature in spagnolo), alcuni sono bellissimi, gli altri solo belli.
cercateli - franz

eccone alcuni:


Il sicario
I dati erano sbagliati e uccisi un uomo che non era quello previsto. Questi lavori così rapidi, così segreti, ti portano spesso a commettere errori irreparabili.
Ricordo un caso lontano in cui l'errore si ripetè tre volte. Tutte le vittime mi guardarono con stupore e solo quella giusta lo fece con tranquillità.
- Ti aspettavo - sussurrò quando gli conficcai il pugnale.
Come sempre dopo aver finito un lavoro, andai a ubriacarmi; alcuni giorni più tardi, quando mi ripresi dai postumi della sbornia, tornai a casa e trovai una lettera spedita la data stessa della morte.
- Ti perdono per quello che stai per fare - diceva, - ma ti maledico per come l'hai fatto male. Un morto che costa tre morti non è un morto innocente. Oltre a uccidermi mi hai fatto sentire colpevole e profondamente infelice.

Destinazione
Ricordo un viaggio a Buenos Aires che terminò a New York, un altro a Lima che si concluse ad Atene ed uno a Roma che finì a Berlino.
Tutti gli aerei che prendo vanno dove non devono, ma ormai ci sono abituato perché, sovente, esco di casa per andare in ufficio e passo la mattina dentro vari taxi che vanno e vengono senza che io riesca a dare un indirizzo preciso.
Quando torno alla sera nessuno sa niente di mia moglie né dei miei figli e, stanco di cercare le mie stesse tracce, me ne vado a dormire in un albergo.
Meno male che in queste occasioni viene mio padre a cercarmi. Non so che ne sarà di me il giorno che verrà a mancare.

Il cappotto
Il giorno in cui arrivai in ufficio, un martedì di novembre millenovecentocinquantasei, e , nell'appendere il cappotto all'attaccapanni, il collo si staccò dal resto come se le tarme ne avessero favorito la decapitazione definitiva, il dolore mi fece capire che gli oggetti familiari muoiono sempre nel cuore degli umili.
Tre generazioni giacevano appese all'attaccapanni assassino e il loro calore andò via via svanendo fino a raffreddarmi le mani e a lasciarmi nel tatto un flebile rantolo di inverni e di solitudine.
Un crimine
Sotto la luce della lampada la mosca rimase ferma.
Allungai con cautela il dito indice della mano destra.
Poco prima di spiaccicarla, si sentì un grido, e poi il tonfo del corpo che cadeva.
Subito dopo bussarono alla porta della mia camera.
- L'ho uccisa - disse il mio vicino.
- Anch'io - mormorai tra di me senza capirlo.

La lettera
Tutte le mattine arrivo in ufficio, mi siedo, accendo la lampada, apro il portacarte e, prima di cominciare il lavoro quotidiano, scrivo una riga della lunga lettera in cui, da quattordici anni, spiego minuziosamente le ragioni del mio suicidio

venerdì 1 maggio 2015

il nemico vien dal mare

Ci dicono tutti i giorni che è una guerra, basta fare attenzione al linguaggio, invasione, morti, esercito, bombardare, confini, e così via.
Se si parte da una guerra vera, la prima guerra mondiale, anche lì il linguaggio era simile (in tutte le guerre lo è): il Nemico, i Confini, la Sopravvivenza, Mors tua vita mea.
Pensiamo al concetto principe di ogni guerra, il Nemico.
Il Nemico è maiuscolo, impersonale.
Cito due casi della prima guerra mondiale nei quali il Nemico diventa nemico, e poi solo uno come te, con un’altra divisa, poi può diventare un amico.
Una pagina di “Un anno sull’altipiano” (qui)
Un film, “Joyeux Noel” (qui)
Qualche lettera (qui)


Lo stesso accade con l’immigrazione, gli sbarchi, i profughi, i clandestini, i sans papier, masse anonime e minacciose.
L’antidoto è dare un nome e una storia a queste persone.

Cinema e letteratura ci aiutano, eccone alcuni esempi.

“Io sto con la sposa” (qui)

la storia di Samia, in “Non dirmi che hai paura”, di Giuseppe Catozzella  (qui)

Nel mare ci sono i coccodrilli. Storia vera di Enaiatollah Akbari – Fabio Geda
(un libro nel quale la realtà supera la fantasia.
non puoi non soffrire insieme a Enaiatollah, leggendo il libro.
poi è finita bene, ma quanti altri migliaia non racconteranno mai la loro storia?
per ricordare l’inferno quotidiano)

14 chilometri – Gerardo Olivares, un film che è passato in silenzio nei cinema qualche anno fa (qui il trailer)
(14 chilometri. Tanti ne misura lo Stretto di Gibilterra. 14 chilometri per lasciarsi l’Africa alle spalle e mettere i piedi in Europa, terra dei balocchi dove nessuno piange miseria, che i soldi stanno anche sotto i sassi. Buba ne è convinto, tanto da vendere tutto ciò che ha e partire col fratello Mukela per il più disperato dei viaggi della speranza. Vi si unirà anche Violeta, in fuga da un matrimonio che non vuole. Dal Mali all’Algeria, da qui alla Spagna, su camioncini stracarichi e piedi sfasciati, strade di fortuna e barconi come bare sul mare. Con loro – a distanza di pudore – Gerardo Olivares, che filma con 14 Kilometros l’odissea senz’epica dei dannati del pianeta, esuli “da una terra che li odia per un’altra che non li vuole” (I. Fossati). Uno sguardo al servizio dei personaggi, di cui condivide la fatica ma non la disperazione, sfiorando la pietà che non cede alla commiserazione. Genuino, forse persino brado, teso tra l’estasi immobile dei paesaggi e la calma di una natura che avvolge ma non soccorre. Fermo nell’inchiodare la crudeltà del potere sulla croce dei poveri. Morale nel restituire al digitale una forte ragion d’essere, l’occhio sottratto ai pochi per essere rivolto a tutti. Invisibili in primis.  da qui )

Come un uomo sulla terra – Andrea Segre  (qui il film completo)


il cinema ci fa vedere, ci racconta storie, che la tv, i documentari, i giornali faticano a mettere nelle prime pagine, o anche nelle altre, allora ben vengano film che sono, tra l’altro, buon cinema, come questi.