La Libertà Non Sta Nello Scegliere Tra Bianco E Nero, Ma Nel Sottrarsi A Questa Scelta Prescritta. (Theodor W.Adorno)
giovedì 7 maggio 2015
mercoledì 6 maggio 2015
Mobilità sociale - Tito Boeri (e poi Zen Circus)
Una delle cose più tristi delle
rimpatriate dei compagni di classe delle elementari è scoprire che le
differenze nei livelli di reddito sono rimaste le stesse: chi era ricco è
rimasto ricco e chi era povero è rimasto povero.
Le disuguaglianze dinamiche sono non meno importanti di
quelle statiche. Conta non solo la distanza fra chi ha redditi più alti e chi
li ha più bassi, ma anche la probabilità che quest'ultimo ha di colmare il
divario nel corso della propria vita. Per molto tempo il grande gap presente
fra il 20 per cento più ricco e il 20 per cento più povero della popolazione
negli Stati Uniti è stato ritenuto socialmente accettabile perché presente in
una società con forte mobilità sociale, con molte self-made persons e con
l'obiettivo dichiarato, se non praticato, di garantire un'uguaglianza delle
opportunità. Mobilità sociale significa che, anche se le disuguaglianze sono
forti, è possibile, per chi si trova nella parte più bassa della distribuzione,
guadagnare molte posizioni nella scala dei redditi. In realtà, gli studi più
recenti, come riconosciuto anche da un rapporto del 2012 per il Congresso degli
Stati Uniti, mostrano che l'aumento delle disparità sociali è andato di pari
passo a una contrazione della mobilità sociale. E anche raccogliendo dati su
disuguaglianze statiche e dinamiche fra paesi diversi, ci si accorge che dove
ci sono maggiori disparità di reddito c'è anche meno mobilità sociale tra
generazioni, una correlazione che, ironicamente, passa sotto il nome di curva
del Grande Gatsby. Quando le disuguaglianze statiche si allargano troppo,
quando il 10 per cento più ricco della popolazione ottiene il 50 per cento del
reddito nazionale e fino al 70 per cento della ricchezza accumulata, come oggi
avviene negli Stati Uniti, è difficile che la mobilità sociale possa coprire
distanze così grandi. Al tempo stesso se la società si cristallizza, eliminando
le possibilità di dinamicità al suo interno, le disuguaglianze statiche tendono
ad aumentare. Perché è proprio a questo che serve la mobilità sociale: evitare
che le differenze nei redditi si perpetuino e si amplifichino. Se non sono
sempre le stesse famiglie ad essere al top, si eviterà di avere ricchezza
concentrata sempre nelle stesse mani e tramandata tra una generazione e
l'altra, come nelle dinastie dei secoli scorsi. Ma se ciò non avviene, le
disparità nel patrimonio accumulato tenderanno a consolidarsi, rendendo più
netto lo scarto tra chi può vivere solo del proprio lavoro e chi, oltre a
mettere a frutto il proprio capitale umano, può investire anche uno stock di
ricchezza, derivante da un ingente capitale ereditato.
Valutare la natura e l'entità della mobilità è
particolarmente importante in paesi, come l'Italia, oggi in stagnazione o
comunque a bassa crescita economica, ma che provengono da un lungo periodo
glorioso in cui il reddito nazionale aumentava ai tassi che adesso vediamo solo
nei paesi emergenti. La ricchezza è il risultato di una progressiva
accumulazione nel corso del tempo. Quando i redditi medi non crescono è molto
più difficile che quanto guadagnato durante un'intera vita di lavoro possa
permettere di colmare il divario con ricchi ereditieri che magari non hanno
lavorato neanche un giorno. Nei paesi a bassa crescita la ricchezza, tramandata
di generazione in generazione, può offrire a chi la possiede rendite più
elevate rispetto ai redditi di chi lavora. E dal momento che, in genere, i
patrimoni si tramandano di padre in figlio, a differenza del valore e
dell'ingegno, i migliori talenti sono condannati a restare sempre indietro
nella scala dei redditi. L'eredità materiale diventa così più importante delle
capacità personali nel determinare la posizione sociale di un individuo. Ci si
allontana sempre più dall'uguaglianza delle opportunità.
Sono molte le istituzioni che possono favorire la
mobilità sociale. La più importante è, forse, il sistema educativo, che
dovrebbe permettere anche ai figli dei poveri di ricevere un'istruzione di
qualità, svelando e dispiegando i propri talenti. Ma anche nel caso dell'accesso
alla scuola e all'istruzione esiste una disparità di trattamento tra classi più
e meno abbienti. Un altro ambito che ha particolare rilevanza nella promozione
della mobilità sociale è quello dell'accesso al mercato del lavoro e alle
professioni. Più difficile l'ingresso dalla porta principale, più irta di
ostacoli ogni mobilità ascendente. I mercati finanziari e il sistema bancario
giocano un ruolo molto importante perché chi ha grandi idee, ma non ha fondi
propri per realizzarle, può trovare o meno, a seconda del funzionamento dei
mercati finanziari, il credito che gli consente di mettere in pratica queste
intuizioni. I prestiti servono anche per finanziare l'investimento in capitale
umano da parte di chi non ha famiglie ricche alle spalle.
Il mercato delle abitazioni – forma preponderante di
ricchezza delle famiglie e maggiormente oggetto di passaggi ereditari – è
parimenti molto importante nella immobilità sociale. Generalmente si ottengono
forti rendite dalle proprietà immobiliari in base a fattori che hanno poco a
che vedere con il proprio talento. La concentrazione della ricchezza in paesi
come l'Italia in proprietà immobiliari può avere giocato un ruolo molto
importante nell'immobilità sociale del nostro Paese.
Il sistema fiscale e le regole della tassazione hanno un
ruolo decisivo nel condizionare il rapporto fra redditi da capitale e redditi
da lavoro. La tassazione del capitale tende ad essere inferiore a quella del
lavoro in virtù del fatto che il capitale è molto più mobile del lavoro: se lo
tassi troppo, cambierà destinazione. Questo rende più difficile ridurre le
disuguaglianze nella distribuzione dei redditi da capitale che sono
generalmente più forti che nella distribuzione dei redditi da lavoro. Per
affrontare questo problema c'è bisogno di un coordinamento tra paesi nella
tassazione dei capitali, che si stenta a raggiungere anche solo all'interno
dell'Unione Europea.
C'è una dimensione internazionale delle disuguaglianze
delle opportunità che viene spesso trascurata. In genere più alte sono le
barriere migratorie e più forti le restrizioni alla mobilità territoriale delle
persone, soprattutto di quelle più qualificate, più difficili sono i movimenti
all'interno della società. È uno dei problemi più seri che oggi ha di fronte il
welfare state europeo, minacciato prima ancora che dalla crisi fiscale, dal
tentativo di impedire la mobilità dei lavoratori all'interno dell'Unione.
Tito Boeri - Direttore scientifico Festival dell'Economia
martedì 5 maggio 2015
Un cielo senza fine - Marlen Haushofer
di Meta, una bambina, appaiono i ricordi e la vita.
all'inizio è come un qualsiasi animale, allegro e felice, senza domande, poi la "cultura", i ruoli, la mamma cominciano a farla diventare umana, purtroppo.
dopo averlo letto uno si chiede perché è così difficile trovarlo.
forse in qualche biblioteca o in qualche bancarella si può trovare questo libro, un gran libro, come tutti quelli di Marlen Haushofer.
prova a leggere il libro ascoltando Meta, immedesimati in Meta, sii Meta - franz
all'inizio è come un qualsiasi animale, allegro e felice, senza domande, poi la "cultura", i ruoli, la mamma cominciano a farla diventare umana, purtroppo.
dopo averlo letto uno si chiede perché è così difficile trovarlo.
forse in qualche biblioteca o in qualche bancarella si può trovare questo libro, un gran libro, come tutti quelli di Marlen Haushofer.
prova a leggere il libro ascoltando Meta, immedesimati in Meta, sii Meta - franz
Sullo sfondo di una quieta esistenza agreste nella Storia
tra le due guerre, l'autrice narra - con una notevole capacità d'introspezione
nel mondo infantile - l'evoluzione di Meta, figlia di un guardiacaccia, dai
primi anni di vita all'adolescenza. L'azione è quasi nulla, tutto si verifica
nell'animo della protagonista, nell'ambito di un processo di formazione della
psiche infantile. Lo sguardo della bambina si costituisce come punto focale di
un universo terragno, brulicante e segreto, percepito nel breve ma fidato
orizzonte tra prato e cielo, bosco e ruscello. Un mondo che Meta esplora
provando se stessa - come nella "battaglia eroica " contro le ortiche
- tra emozioni e trasalimenti, in continua dissolvenza di gioco, realtà e
fantasia. Accanto scorre piana la vita della masseria regolata secondo la mite
legge paterna, essenziale nell'educazione sentimentale della bambina, ma dalla
quale Meta progressivamente si allontana. Crescere comporta infatti un doloroso
distacco dagli affetti primari: la madre non è più il caldo rifugio azzurro
della prima infanzia, anzi col passar degli anni si fa gelida vicaria di una
norma sociale; ma sarà lei a imporsi perché la figlia da grande continui a
studiare. Alla fine lo sguardo di Meta, ormai adulta, si alza oltre il desco
familiare, nel dolente commiato dall'infanzia…
da qui
lunedì 4 maggio 2015
Brambilla e la squaw – Gianni Brera
il piccolo racconto di Carlo Brambilla, mazziniano che la polizia sta per arrestare, e arriva nell'America degli indiani, fa il medico e sposa la figlia di un capo indiano.
Carlo si comporta con i nativi meglio di tutti gli invasori europei.
una storia che non ti immagini, e non dispiace per niente - franz
… Carlo Brambilla – Charles Barembellah, per gli amici inglesi e
americani – è uno degli inquilini di Brera: medico nell’Italia di Mazzini, si
muove dalla Padania all’Inghilterra fino al Missouri. È un emigrante padano,
inseguito per motivi politici dalla polizia, alla ricerca di lavoro e fortuna.
I pellerossa – nella solita idealizzazione negativa che si fa dello straniero e
dell’altro da sé – gli vengono presentati come temibili
e selvaggi: le loro donne appesterebbero il west con le malattie veneree. I pregiudizi
di Brambilla – da intendere solo come pre-conoscenza, cioè orizzonte di nozioni
non esperite – cadranno uno ad uno in seguito all’incontro di Altero Bisonte,
Quaglia Silvestre, Orso Nero, Shoshoanna e la loro tribù. Sposerà la bellissima
Shoshoanna, troverà l’oro e tornerà ricco in Padania. Allontanare i pregiudizi
porta fortuna: utilizzarli per comprendere la realtà significa non accedere ad
essa, sono troppo angusti per far entrare il mondo nella nostra vita. Romanzo di
evasione? Sì, dal carcere dei pregiudizi.
Alla
domanda «Brera, cosa significa questo romanzo?», lui risponderebbe
ironicamente: «Niente, significa».
Quando, ormai
vent'anni fa, Gianni Brera scomparve improvvisamente, l'Italia perse il suo più famoso
giornalista sportivo, e insieme uno scrittore fantasioso, con mille personaggi
in testa. Da anni coltivava l'idea di Brambilla e la Squaw, senza mai avere
il tempo di metterlo su carta: ma il suo protagonista, Carlo Brambilla,
lombardissimo medico dell'Italia di Mazzini, scalpitava per non restare in un
cassetto. Fu così che Gianni ne fece un "romanzo in venti cartelle",
come racconta il figlio Paolo nella informata e affettuosa
postfazione.
Emigrante come tanti ma con un destino straordinario, il buon Brambilla baratta il suo amato Ticino con il Missouri, attraversando gli Stati Uniti diretto verso la frontiera inesplorata e i temuti pellerossa.
Che - si accorge subito - sono un popolo nobile e meno ostile del previsto: fattosi amico il capo Altero Bisonte e i suoi figli Quaglia silvestre e Orso nero, diventa membro rispettato della tribù, scoprendo i piaceri della vita selvaggia e l'inatteso amore per la squaw più corteggiata della prateria. Una storia paradossale e spassosissima, in cui s'incontrano due luoghi dell'anima del grande autore: l'amata Bassa delle sue origini e il Far West di cui si era innamorato al cinema.
Emigrante come tanti ma con un destino straordinario, il buon Brambilla baratta il suo amato Ticino con il Missouri, attraversando gli Stati Uniti diretto verso la frontiera inesplorata e i temuti pellerossa.
Che - si accorge subito - sono un popolo nobile e meno ostile del previsto: fattosi amico il capo Altero Bisonte e i suoi figli Quaglia silvestre e Orso nero, diventa membro rispettato della tribù, scoprendo i piaceri della vita selvaggia e l'inatteso amore per la squaw più corteggiata della prateria. Una storia paradossale e spassosissima, in cui s'incontrano due luoghi dell'anima del grande autore: l'amata Bassa delle sue origini e il Far West di cui si era innamorato al cinema.
La vie s'écoule, la vie s'enfuit (testo di Raoul Vaneigem)
La Vie S'ecoule La Vie S'enfuit
La vie s'écoule, la vie s'enfuit
Les jours défilent au pas de l'ennui.
Parti des rouges, parti des gris
Nos révolutions sont trahies.
Le travail tue, le travail paie,
Le temps s'achète au supermarché.
Le temps payé ne revient plus
La jeunesse meurt de temps perdu.
Les yeux faits pour l'amour d'aimer
Sont le reflet d'un monde d'objet.
Sans le rêve et sans realité
Aux images nous sommes condamnés.
Les fusillés, les affamés
Viennent vers nous du fond du passé.
Rien n'a changé mais tout commence
Et va mûrir dans la violence.
Brûlez* repères de curés
Nids de marchands, de policiers,
Au vent qui sème la tempête
Se récoltent les jours de fête.
Les fusils vers nous dirigés
Contre les chefs vont se retourner.
Plus de dirigeants, plus d'état
Pour profiter de nos combats.
[La vie s'écoule, la vie s'enfuit
Les jours défilent au pas de l'ennui.
Parti des rouges, parti des gris
Nos révolutions sont trahies.]**
* "Tremblez" dans la version de Gilles Servat.
** Le premier couplet n'est répété à la fin que dans la version de Gilles Servat.
Parti des rouges, parti des gris
Nos révolutions sont trahies.
Le travail tue, le travail paie,
Le temps s'achète au supermarché.
Le temps payé ne revient plus
La jeunesse meurt de temps perdu.
Les yeux faits pour l'amour d'aimer
Sont le reflet d'un monde d'objet.
Sans le rêve et sans realité
Aux images nous sommes condamnés.
Les fusillés, les affamés
Viennent vers nous du fond du passé.
Rien n'a changé mais tout commence
Et va mûrir dans la violence.
Brûlez* repères de curés
Nids de marchands, de policiers,
Au vent qui sème la tempête
Se récoltent les jours de fête.
Les fusils vers nous dirigés
Contre les chefs vont se retourner.
Plus de dirigeants, plus d'état
Pour profiter de nos combats.
[La vie s'écoule, la vie s'enfuit
Les jours défilent au pas de l'ennui.
Parti des rouges, parti des gris
Nos révolutions sont trahies.]**
* "Tremblez" dans la version de Gilles Servat.
** Le premier couplet n'est répété à la fin que dans la version de Gilles Servat.
Versione italiana di Riccardo Venturi
(2002)
(2002)
LA VITA SCORRE E FUGGE VIA
La vita scorre e fugge via,
I giorni sfilano a passo di noia.
Partito dei rossi, partito dei grigi,
Le nostre rivoluzioni sono tradite.
Il lavoro ammazza, il lavoro paga,
Il tempo si compra al supermercato.
Il tempo pagato non torna più,
La giovinezza muore di tempo perso.
Gli occhi fatti per l'amore d'amare
Riflettono solo un mondo di cose.
Senza sogni e senza realtà
Alle immagini siamo condannati.
I fucilati, gli affamati
Vengono a noi dal fondo del passato.
Niente è cambiato, ma tutto comincia
E maturerà nella violenza.
Bruciate*, tane di preti,
Nidi di mercanti e di sbirri,
Al vento che semina tempesta
Si raccolgono i giorni di festa.
I fucili verso di noi puntati
Verso i capi saranno rivolti.
Niente piu' dirigenti, niente più stato
A profittare delle nostre lotte.
[La vita scorre e fugge via,
I giorni sfilano a passo di noia.
Partito dei Rossi, partito dei Grigi,
Le nostre rivoluzioni sono tradite.]**
* "Tremate" nella versione di Gilles Servat.
** La prima strofa è ripetuta alla fine solo nella versione di Gilles Servat.
La vita scorre e fugge via,
I giorni sfilano a passo di noia.
Partito dei rossi, partito dei grigi,
Le nostre rivoluzioni sono tradite.
Il lavoro ammazza, il lavoro paga,
Il tempo si compra al supermercato.
Il tempo pagato non torna più,
La giovinezza muore di tempo perso.
Gli occhi fatti per l'amore d'amare
Riflettono solo un mondo di cose.
Senza sogni e senza realtà
Alle immagini siamo condannati.
I fucilati, gli affamati
Vengono a noi dal fondo del passato.
Niente è cambiato, ma tutto comincia
E maturerà nella violenza.
Bruciate*, tane di preti,
Nidi di mercanti e di sbirri,
Al vento che semina tempesta
Si raccolgono i giorni di festa.
I fucili verso di noi puntati
Verso i capi saranno rivolti.
Niente piu' dirigenti, niente più stato
A profittare delle nostre lotte.
[La vita scorre e fugge via,
I giorni sfilano a passo di noia.
Partito dei Rossi, partito dei Grigi,
Le nostre rivoluzioni sono tradite.]**
* "Tremate" nella versione di Gilles Servat.
** La prima strofa è ripetuta alla fine solo nella versione di Gilles Servat.
Le vere finalità dell'autonomia scolastica e le 8 mosse per raggiungerle - Pietro Ratto
La cosiddetta Autonomia scolastica, messa a punto dalla Riforma
Berlinguer nel 1999, ha scaraventato l’istruzione pubblica italiana in un
baratro senza fine. I mass media, però, si sono ostinati ad occultare
sistematicamente gli espedienti, le motivazioni e le finalità di questa
perversamente geniale trasformazione del mondo della Scuola in una gigantesca
azienda, in una colossale e vergognosa fabbrica dell’ignoranza dei molti e del
profitto economico dei “soliti pochi”, che ormai persegue gli stessi identici
obiettivi di una banca o di una multinazionale. Quello che segue è l’ottalogo
che riassume alcuni dei punti fondamentali dell’allucinante progetto tramite
cui, questa diabolica distruzione della cultura di un Paese, è stata
meticolosamente messa in atto, nel corso degli ultimi quindici anni.
1. Elaborare
e mettere in atto un Sistema scolastico in virtù di cui ogni Istituto sia,
almeno in apparenza, AUTONOMO. Soprattutto da un punto di vista economico: ogni
istituto riceverà infatti ogni anno un tot di soldi con cui dovrà gestirsi
autonomamente nel corso dell’intero periodo;
2. Far
dipendere però i finanziamenti ministeriali destinati annualmente a ciascuna
scuola, dall’effettivo numero di studenti iscritti e dalle strategie
opportunamente approntate per “attirarli”. Meglio ancora: attenuare progressivamente
la differenza tra “pubblico” e “privato”, consentendo agli imprenditori che
monopolizzano la politica del Paese di influenzare la didattica attraverso i
propri fondi, così da permetter loro di investire proficuamente nel sistema
istruzione sia per ricavarne guadagni diretti, sia per plasmare la mentalità e
la formazione dei giovani che diventeranno i loro futuri dipendenti;
3. Spingere
così i singoli Istituti scolastici statali a competere tra loro per accaparrare
“clienti”, elaborando Progetti sempre più accattivanti, settimane corte,
viaggi, corsi aggiuntivi stimolanti e non impegnativi (il tutto con enormi
guadagni da parte delle aziende private dislocate nel territorio) e,
contemporaneamente, attenuando sempre più i carichi di lavoro degli alunni, la
severità delle verifiche e delle norme disciplinari a cui attenersi e, di
conseguenza, abbassando radicalmente la media annuale degli alunni respinti.
4. A tale
scopo, trasformare i Presidi in “Dirigenti” concentrati soprattutto sugli
aspetti economici e burocratici delle loro scuole. Dirigenti ben consapevoli
dell’importanza di aumentare, di anno in anno, il numero di studenti ottenendo
in cambio più fondi per l’Istituto e, per questo stesso motivo, il più
possibile schierati con le famiglie e con gli studenti contro i docenti “troppo
esigenti”. Dirigenti che, come tali, non godono di alcuna tutela sindacale e
che quindi possono essere ricattati “dall’alto”, tenuti costantemente sotto la
minaccia di venir sospesi, se non trovano il modo di indurre la maggioranza dei
loro Collegi docenti – con ogni mezzo e con qualsiasi forma di ricompensa – a
votare quei provvedimenti che il Ministero pretende, ma che, per salvare le
“democratiche apparenze”, debbono risultare “decisi dal basso”. Dirigenti
“blindati”, tanto ricattabili “dall’alto” quanto inattaccabili “dal basso”,
autorizzati dal Ministero a comportamenti anti-sindacali, indotti anche a
prendere decisioni illegittime nei confronti del personale, ben consci che i
sindacati ufficiali molto difficilmente si metteranno contro di loro e che,
anche nella improbabile eventualità che un loro dipendente si spingesse fino al
punto di querelarli per veder tutelati i propri diritti e che, in ragione di
ciò, un Giudice decidesse di condannarli, il pagamento dei danni e delle spese
processuali non toccherebbe a loro, ma al Ministero, cioè allo Stato. Cioè ai
cittadini, lavoratore querelante compreso. Non a caso, sempre più spesso
l’insegnante vittima di un’ingiustizia si sente sfidare dal proprio Dirigente
Scolastico con frasi del tipo: “Se ritiene, apra pure un contenzioso contro di me“;
5. Screditare
di fronte all’opinione pubblica i docenti quanto alle loro conoscenze e alle
loro capacità didattiche e educative, sottoponendoli a rigidi controlli, a
intimidatorie valutazioni ed ispezioni esterne ed all’esplicitazione e
formalizzazione di qualsiasi loro scelta didattica o valutativa tramite sterili
e ansiogene griglie, verbali, piani di lavoro, programmi, elenchi di obiettivi
didattici e educativi, moduli, ecc. alimentando in essi il timore di eventuali
ricorsi da parte di alunni i cui risultati scolastici non soddisfacenti non
siano stati ampiamente giustificati. Irregimentare, insomma, ogni attività di
docenza in un sistema di regole sempre più soffocanti e puramente formali,
ricorrendo anche allo strumento dei “Dipartimenti”, tramite cui il Dirigente
possa obbligare ogni insegnante ad attenersi a criteri comuni in ogni suo
passo, impedendo così pericolose forme di “individualismo” o di “personalismo”
che, a qualunque titolo, possano compromettere – mediante valutazioni non
sempre indulgenti o atteggiamenti non troppo permissivi – il progressivo
accaparramento di alunni e fondi. Con la complicità dei sindacati, poi,
trasformare il docente in un impiegato che meccanicamente timbra,
“somministra”, applica “griglie”, “recupera”, compila moduli e ri-timbra. In
generale dividere i colleghi, indurli a forme di competizione reciproca, ad
atteggiamenti delatori, a forme di reciproco boicottaggio, in un clima in cui
nessuno osi più dire apertamente ciò che pensa. Atteggiamento, questo, che
proficuamente si trasferisce da docenti ad alunni. I quali imparano a scrivere
nei temi ciò che vuole l’insegnante, che a sua volta ha predisposto le tracce
secondo i parametri del Dipartimento, che ha applicato le norme del Dirigente,
che decide secondo l’Ordinanza Ministeriale;
6. Ridurre
così l’alunno a cliente da coccolare, vezzeggiare, attirare in tutti i modi,
aspettandosi sempre meno dalla sua preparazione, provvedendo costantemente a
tentativi di recupero nei confronti delle sue sempre crescenti lacune,
perseguendo obiettivi e saperi minimi,
tollerando la sua crescente maleducazione. In compenso, valorizzare con
appositi crediti le attività che svolge nel tempo libero, ricorrendo in generale
a qualsiasi escamotage per alzargli ingiustificatamente la media dei voti;
7. A tale
scopo, sostituire il “punteggio” al vecchio voto, così da svuotare la
valutazione di qualsiasi valore morale. Un “4” non è più una cosa di cui
vergognarsi, al contrario: può diventare in certi casi un’ottima opzione se hai
la media dell’ “8” e quel giorno non hai voglia di studiare. Quello che conta,
insomma, è il punteggio. Che puoi incrementare anche con l’attività che al
pomeriggio svolgi in un campo di calcio o, meglio ancora, in oratorio. Il tuo
“4”, se mai, è cosa di cui dovrà dare conto l’insegnante di fronte al
Dirigente.
In
generale, diffondere nei giovani una mentalità materialistica, finalizzata
soltanto a ciò che conviene e al successo economico. Un mettere il punteggio al
primo posto che, un domani, si trasformi in un collocare i soldi in cima alle
proprie priorità esistenziali. Una mentalità “bancaria”, inculcata da un
percorso di studi che si risolve in un banale bilancio di “debiti” e “crediti”
da far quadrare a fine periodo. Che si riduce ad una manciata di anni in cui i
giovani imparano che ciò che davvero conta è il “punteggio”, da massimizzare ad
ogni costo, con qualunque compromesso, così da comportarsi in futuro nello
stesso modo quando, invece che con i voti, il potente di turno reputerà
necessario comprarseli con i soldi;
8. In questo
modo, abituare i ragazzi a studiare poco, conoscere pochissimo, ragionare quasi
mai, anche grazie all’ausilio, fortemente incoraggiato, dei media e del loro
ossessionante giovanilismo. Formare, insomma, una massa di ragazzi
ideologicamente gestibili perché privi di consapevolezza, di conoscenze, di
controllo sui propri impulsi (anche grazie all’escamotage di trasformare il
vecchio voto di condotta in un punteggio in più, che – per quanto basso –
faccia media col profitto e non serva in alcun modo ad influire sul
comportamento di studenti sempre meno in grado di autodisciplinarsi e di
perseguire disinteressatamente un qualunque principio morale, e sempre più
inclini a piegarsi al solo volere di chi percepiscono nelle condizioni di
aiutarli ad aumentare il loro personale punteggio).
In
quest’ottica, diminuire progressivamente, soprattutto nelle classi terminali,
le ore di discipline “pericolose” come, ad esempio, la Filosofia o la Storia,
così da evitare ai ragazzi la conoscenza degli avvenimenti passati più o meno
recenti e delle loro implicazioni sul caotico e corrotto presente. Per
incanalare questa massa di inconsapevoli giovani verso le prospettive
lavorative che il sistema politico ed economico che li governa privilegia –
anche a discapito delle loro inclinazioni naturali – attivare nelle scuole
forme di “orientamento” tese a scoraggiare scelte “indesiderate” o troppo
originali, a favore di opzioni “in linea” con le esigenze del mondo
imprenditoriale, presentate come più allettanti ed in grado di offrire maggiore
possibilità occupazionale.
In definitiva, in tal modo, raggiungere l’obiettivo ultimo di una cittadinanza inconsapevole, ignorante, facilmente corruttibile, culturalmente e politicamente sottomessa, ideologicamente manipolabile.
In definitiva, in tal modo, raggiungere l’obiettivo ultimo di una cittadinanza inconsapevole, ignorante, facilmente corruttibile, culturalmente e politicamente sottomessa, ideologicamente manipolabile.
Iscriviti a:
Post (Atom)