La Libertà Non Sta Nello Scegliere Tra Bianco E Nero, Ma Nel Sottrarsi A Questa Scelta Prescritta. (Theodor W.Adorno)
sabato 9 maggio 2015
La confessione come metodo - Borislav Pekić (con un saggio di Božidar Stanišić)
Agli scrittori di confessioni,
diari, memorie e autobiografie - Borislav Pekić
Un uomo stermina la famiglia,
sette in tutto. Poi ne scrive un libro. La famiglia la seppelliamo, il libro lo
leggiamo. Se comunque, grazie all’analfabetismo o all’incomprensione del suo
tempo, il libro non lo scrive, un giornalista o uno scrittore si troverà
senz’altro. In queste circostanze rimaniamo sinceramente sbigottiti da una
certa ingratitudine delle vittime nei confronti di colui che le ha fatte
sprofondare nelle tenebre. In fondo, l’ombra della sua fama non cade forse in
parte anche su di loro?
Giuda vendette Cristo, poi si
pentì. Io scrivo un libro nel quale spiego la sua tragedia. Il crocifisso,
tuttavia, fu Cristo.
Un deviatore della ferrovia si
dimentica di azionare uno scambio – trenta vittime. Ma questo è un numero
impersonale. In quella catastrofe l’unica personalità è di colui che ha
commesso la dimenticanza. E tutto il nostro lavoro consiste nell’arrivare a
capire il perché.
Alcuni ritenevano che Stalin
fosse in torto. Per questo furono puniti. Altri ritenevano che avesse ragione,
e poi scrissero delle memorie in cui ammettevano francamente di non aver avuto
ragione. Per questo furono premiati. Inoltre, ma che diavolo, quella
confessione è concepita così bene da farvi semplicemente vergognare di aver
avuto ragione prima di loro.
Sapete, per caso, qualcosa
della vedova uccisa da Raskol’nikov? Io non ne so nulla. Di Raskol’nikov so
tutto, della vecchia niente. Ci sono note tutte le peculiarità, le abitudini di
un certo Landru, ma conosciamo forse qualcosa sulle sue mogli? Credo che non
siamo sicuri neppure del loro numero. Su Nerone ne sappiamo di più che su
nostro padre, dei cristiani che gettava ai leoni sappiamo solo che erano in
tanti.
Tradite il vostro miglior
amico. Siete voi l’eroe di questa triste storia. L’amico è solo un pretesto. Se
siete sagaci e seguite lo spirito dei tempi ci scriverete sopra una
confessione. Poiché siete malvagi, diventerete anche famosi. (A che serve, alla
fin fine, essere un farabutto in segreto?) Questo vi creerà nuovi amici con i
quali sostituirete quello perso.
Potete ingannare, mentire,
raggirare. Solo, quando troverete un po’ di tempo, spiegateci il vostro
sistema, diteci se non avete forse avuto qualche problema di coscienza. È un
bene averne. Non – si capisce – problemi tali da disturbarvi nelle vostre azioni
indegne, ma il minimo necessario affinché queste non vi riescano proprio così
facilmente. Questo doterà i vostri peccati di un’anima sulla quale, ve lo
garantisco, piangeremo lacrime amare. E infatti, c’è qualcosa di più ingiusto
delle circostanze che costringono un uomo a rendere infelici i suoi cari?
Questi ultimi sono secondari. Loro non hanno un’anima. Loro sono qui solo per
far emergere la vostra.
Potete anche commettere un po’
di omicidi, a condizione che, una volta messo ordine nelle vostre impressioni,
ci descriviate per filo e per segno come lo avete fatto. Non sarà inutile che
ci forniate anche qualche buona ragione. Ce ne sono a bizzeffe ovunque vi
giriate e grazie a quelle motivazioni la vostra azione diventerà vitale.
Potete essere in preda a un
errore di giudizio tale da condurre il vostro popolo alla rovina, ma basta che
vi pentiate in tempo: dichiarate così, a cuore aperto, che avete sbagliato,
ecco, è successo, confessatevi se possibile sotto forma di memoriali in diversi
volumi, con allegata documentazione, raccontateci con parole scelte il modo in
cui tutto ciò è accaduto (se ormai non possono leggervi le vittime della vostra
svista, quella sarà una buona lettura per i loro figli). Poiché, infine, quello
sbaglio infelice, che nella maggior parte dei casi non fa altro che mettere in
luce il vostro idealismo, è la vostra personale tragedia. Siete voi quello che
sta peggio, siete voi quello da commiserare. (E infatti è per voi che ci
dispiace di più.) Inoltre siete così onesto, così sincero, così coraggioso. La
vostra franchezza rappresenta una forza morale senza precedenti. Quasi quasi ci
dispiace che non abbiate sbagliato di più, in modo tale che la vostra nobile
sete di verità si potesse manifestare con forza ancora maggiore.
Potete essere un necrofilo, uno
scassinatore, un fracassatore di teste, un assassino di anime, un delatore, un
imbroglione, un omicida a contratto, un pappone, un tiranno, un traditore, un
sadico, uno spacciatore, un ricattatore, un maniaco sessuale, in breve tutto ciò
che vi aggrada e che meglio corrisponde alla vostra visione del mondo… solo, vi
scongiuro, non dimenticate di metterlo un giorno su carta. Vi suggerisco di
dichiarare quanto questo mondo infame sia stato spietato e corrotto nei vostri
confronti, per cui non avete avuto altra scelta se non essere ancor più
spietato e corrotto di lui, a seconda del tipo di malvagità che ci confessate.
In realtà, non prendete tutto
ciò assolutamente alla lettera: siate malvagi, se proprio dovete, solo vi
scongiuro, in nome di Dio, non costruite su questo né libri né dottrine.
E se proprio dovete confessarvi
– eccovi le chiese!
[traduzione di Alice Parmeggiani]
Un Nobel mancato
Il ventennale della Fondazione “Borislav Pekić” di Belgrado,
istituzione dedicata alla cura e alla pubblicazione dell’enorme eredità
letteraria dello scrittore scomparso nel 1992, è un’occasione per ricordare uno
dei maggiori narratori, saggisti, drammaturghi e sceneggiatori serbi e
jugoslavi.
di Božidar Stanišić
1991,Belgrado. Borislav Pekic
alle manifestazioni anti-Miloševic
L’opera oceanica dello
scrittore serbo e jugoslavo Borislav Pekić (1930-1992), tra i fondatori del
Partito Democratico nel 1990, rivela ancor oggi nuovi tesori, grazie all’opera
della Fondazione di Belgrado a lui dedicata.
Il ventennale della Fondazione
“Borislav Pekić” di Belgrado, istituzione dedicata alla cura e alla
pubblicazione dell’enorme eredità letteraria dello scrittore scomparso nel
1992, è un’occasione per ricordare uno dei maggiori narratori, saggisti,
drammaturghi e sceneggiatori serbi e jugoslavi.
Tempo fa, nella mia relazione a
una conferenza sulle opere di Danilo Kiš, provando a spiegare il perché delle
dediche contenute in «Una tomba per Boris Davidovič», nominai anche Borislav
Pekić. A lui Kiš dedicò il capitolo «La scrofa che divora la propria prole»,
che tratta del destino di Gould Verskols, rivoluzionario irlandese che, dopo un
tentativo di fuga dal lager stalinista di Karaganda, fu assassinato dai suoi
persecutori in modo terribile. Qualcuno dei presenti mi chiese chi era Pekić.
Risposi che serviva un’altra conferenza. Dire di Pekić «era uno scrittore» mi
sembrava banale. Ripensai al ricordo che Pekić serbava dello stesso Kiš: «Negli
ultimi momenti della sua vita, quelli visibili per i viventi, un amico fedele chiese
a Danilo se c’era qualche cosa che gli facesse male. Sì, aveva risposto
l’autore di Clessidra. Che cosa? La vita, rispose Danilo».
La vita e le opere
Ad eccezione di due romanzi
(«Come placare il vampiro», De Martinis, Messina, 1992 e «Il tempo dei
miracoli», Fanucci, Roma, 2004, entrambi tradotti da Alice Parmeggiani) per i
lettori italiani la sua vasta opera narrativa, saggistica e teatrale è ancora sconosciuta.
L’opera omnia di Pekić, in realtà, è un oceano. Da quest’oceano emergono
migliaia di pagine inedite. Questo è il compito più importante della Fondazione
voluta dallo scrittore verso la fine della sua vita. In questi due decenni il
compito è stato portato avanti innanzitutto dalla moglie Ljiljana.
Pekić (Podgorica, 1930 –
Londra, 1992), quando era studente di liceo a Belgrado, nel 1948, venne privato
dei diritti civili e condannato a quindici anni di carcere e lavori forzati in
quanto membro della vietata Lega della gioventù democratica. Trascorse la
condanna, che più tardi venne commutata a cinque anni, nelle prigioni di Niš e
Sremska Mitrovica. Dopo gli studi di psicologia sperimentale a Belgrado, dal
1959 lavorò per il cinema. Ottenne il primo successo con la sceneggiatura del
film «Il quattordicesimo giorno» (regia di Zdravko Velimirović). Dalla
pubblicazione del suo primo romanzo, «Il tempo dei miracoli» (1965), Pekić si
dedicò solo alla prosa, al teatro e al cinema. Con il secondo romanzo, «Il
pellegrinaggio di Arsenije Njegovan» (1970) ottenne il “Premio NIN”
dell’omonima rivista belgradese, il cui elenco dei premiati contiene i nomi dei
romanzieri più importanti della letteratura jugoslava del secondo Novecento.
Nello stesso anno chiese alle autorità di poter raggiungere la moglie Ljiljana
e la figlia Aleksandra a Londra. In un primo momento gli sequestrarono il
passaporto ma, un anno più tardi, gli consentirono di emigrare.
Durante gli anni dell’esilio
Pekić scrisse molto: «L’ascesa e la caduta di Icaro Gubelkian» (1975); «Come
placare il vampiro» (romanzo-resoconto sui totalitarismi, pubblicato solo
perché giunse a Belgrado come testo di partecipazione a un concorso anonimo del
1977 dedicato a Danilo Kiš); la saga «La difesa e gli ultimi giorni» (1977);
«Il vello d’oro» (sette volumi, 1978-1986) fantasmagoria romanzesca che
racconta le infinite traversie della famiglia Njegovan.
Negli anni ottanta scrisse i
romanzi fantascientifici «L’Atlantide» e «1999», e il romanzo fantastico
«Rabbia», che diventò un best seller. Compose inoltre testi radiofonici per
emittenti tedesche, spesso adattati da testi teatrali. Nella Jugoslavia
dell’epoca, già colpita dalla crisi, le sue «Lettere dall’estero» giungevano
come la voce della ragione e «Gli anni divorati dalle cavallette», una prosa
autobiografica, fece luce sui tempi bui del dopoguerra. L’interesse del
pubblico verso la sua opera fu risvegliato dal film «Il tempo dei miracoli»
(1989) basato sul suo omonimo romanzo (regia di Goran Paskaljević, con Miki
Manojlović).
Al ritorno a Belgrado, nel
1990, fondò il Partito democratico e la rivista «Democrazia» con un gruppo di
intellettuali indipendenti.
Pekić nei ricordi
Una volta lo scrittore raccontò
che la ragione della sua fuga da Belgrado erano le «kafane», nelle quali «la
letteratura serba si ubriaca e muore», e il fatto che sua moglie Ljiljana,
architetto, a Londra poteva guadagnare per tutti e due. «Ljiljana accettò la
mia proposta credendo in una mia missione, e questo ancor oggi mi sembra
incredibile» disse lo scrittore in un’intervista. E quella «missione
incredibile» di Ljiljana Pekić si è prolungata dopo la scomparsa del marito.
Pekić letteralmente risorge in ogni nuova pagina da lei redatta o ascoltata (lo
scrittore non si staccava mai dal suo registratore).
«A Pekić mancava sempre tempo»
disse una volta Ljiljana. «Di solito scriveva al mattino, guardava poco la
televisione, leggeva e lavorava sempre contemporaneamente su più tavoli. A
Londra avevamo un grande giardino e lui, quando la scrittura non funzionava, se
ne stava lì, toglieva le erbacce, curava i fiori, ma sempre con il registratore
appeso al collo. Quando la fine di un libro era vicina, lavorava come un pazzo.
Si alzava alle cinque del mattino e andava a letto a mezzanotte. Penso che
sognasse interi racconti, interi drammi. Mentre stava scrivendo “Il vello
d’oro”, la sua opera capitale, leggeva i libri più assurdi e noiosi,
annotandosi in fretta e furia tutti i dati che gli servivano. Potete
immaginarlo mentre trascrive la legge finanziaria serba del 1820?».
Lo scrittore Filip David,
ricordando l’amico, scrisse: «Come redattore del programma di drammi televisivi
della TV di Belgrado, negli anni settanta andavo spesso a Londra. Bora Pekić
non mi permetteva di alloggiare in albergo. Così ero ospite della sua cara e
generosa famiglia… Appena arrivato, raccontavo a Pekić della vita a Belgrado,
specialmente dei nostri amici comuni Kiš, Mirko Kovač, Glavurtić… Lui,
semplicemente, non sapeva scendere sotto un certo livello professionale,
altissimo. Tutto ciò che faceva si trasformava in oro letterario».
Anni fa un noto editore
americano chiese a Pekić un romanzo. Doveva trattarsi di una tematica allora di
moda, la catastrofe. Pekić scelse di scrivere di un’ipotetica epidemia di
rabbia che scoppiava nell’aeroporto londinese di Heathrow. Gli mancava però la
topografia dettagliata della struttura aeroportuale. Così si recò molte volte
in aeroporto: disegnava, annotava. Non passò inosservato alle guardie di
sicurezza. Spiegare i motivi delle sue visite non era un’impresa facile, ma
Pekić ci riuscì e gli agenti gli regalarono addirittura una mappa dettagliata
dell’aeroporto. Lo scrittore era felice come un bambino.
Il romanzo «La rabbia» non è
mai stato pubblicato in America. L’editore rifiutò l’opera, perché il numero di
pagine oltrepassava quello previsto. Pekić non faceva concessioni a nessuno.
(*) Entrambi questi testi sono
stati pubblicati sulla rivista on line «Zibaldone».
da
qui
venerdì 8 maggio 2015
Se siamo # inglesi: considerazioni elettorali - bortocal
cosi` Cameron, il conservatore, governerà il Regno Unito col 36% dei voti.
be’, qualcuno deve pur
governare, no?
ma il risultato impone di
spiegare perché questo sarà pienamente democratico li`, mentre non sarà affatto democratico in Italia se Renzi governerà con una percentuale di
consenso simile.
mi dispiace soltanto che
occorre riflettere tre minuti per capirlo, mentre sarebbe tanto piu` bello
qualche slogan isterico al posto di un breve ragionamento.
* * *
il problema sta tutto nel
sistema col quale si arriva al risultato.
nel Regno Unito è uninominale:
ogni partito propone un solo candidato in ogni circoscrizione elettorale e uno
solo viene eletto, quello che riporta più voti.
gli elettori possono scegliere
il candidato.
la maggioranza dei
rappresentanti in parlamento non è garantita a priori a nessuno.
in questo caso, ad esempio,
pare che Cameron dovrà fare comunque una colalizione con i pochi
liberal-democratici sopravvissuti a questo metodo elettorale.
* * *
col metodo elettorale di Renzi,
invece in ogni circoscrizione elettorale si presentano piu` candidati.
1. gli elettori possono
scegliere il candidato solo dal secondo in poi: il primo candidato e` scelto
dai partiti che lo mettono al primo posto nella lista e al massimo gli elettori
potranno scegliere dal secondo in poi, se il partito ne avra` piu` d’uno.
2. un partito, purche` risulti
primo alle prime votazioni o al ballottaggio govenera` sempre e comunque da
solo, per esempio nel ballottaggio e anche se avesse solo il 10% dei voti alle
prime votazioni, purche` sia risultato il secondo per numero di voti nella
prima fase.
* * *
messa a posto in questo modo la
coscienza e dette quelle che mi paiono le buone ragioni per ribadire senza
incoerenze il no all’Italicum, alcune considerazioni piu precise sulle elezioni inglesi.
1. chi governa, se non ha fatto
chiari sfracelli, viene confermato sempre, come dimostra in questo caso anche Cameron; vi e` una quota stabile
dell’elettorato fra il 35 e il 40% dei voti che in ogni paese vota per il
governo.
i cambi di governo si hanno
soltanto in momenti di crisi sociale.
basta non scontentare questo
gruppo dei filo-governativi ad oltranza ed impedire che gli scontenti si
coalizzino, per governare.
2. nel Regno Unito gli euroscettici hanno preso
circa il 12% dei voti, ma saranno presenti nel parlamento solo con un paio di
portavoce.
però si conferma che la
maggioranza degli inglesi e` contraria all’Unione Europea.
sarebbe il caso di prenderne
atto e di prevedere l’uscita del Regno Unito dall’Unione
Euopea: sopravviviamo senza Svizzera, possiamo sopravvivere anche senza
Inghilterra e l’Unione Europea avrebbe soltanto da guadagnarci perchè sarebbe più compatta e
omogenea.
3. ho scritto Inghilterra e non
Regno Unito non a caso.
il partito degli
indipendentisti scozzesi riporta in queste elezioni un vero trionfo locale ed è il primoo partito in quasi tutte le circoscrizioni elettorali di questo
stato della Scozia.
questo ripropone
necessariamente il problema dell’indipendenza della Scozia che il recente
referendum sembrava avere accantonato con la bocciatura della proposta.
la Scozia è tra l’altro
europeista.
l’ingresso nell’Unione Europea di una Scozia indipendente e
l’uscita dell’Inghilterra, che resterebbe ai margini, come la Svizzera, in
quanto paese sede della City e condizionato dalle esigenze
del mondo della finanza, sarebbe la migliore delle soluzioni possibili per il
destino dell’Europa.
invece purtroppo dobbiamo
pensare che continuerà a farne parte come portavoce conservatore della finanza
internazionale.
la gara sarà tutta fra Cameron, Renzi e la Merkel su chi la rappresenta meglio.
da qui
La vita coniugale – Sergio Pitol
una storia folle e così reale.
si racconta il matrimonio di Jacqueline e Nicolás, lui la tradisce, lei lo tradisce, quelli che se la passano male sono gli amanti di lei, usati, forse, per qualcosa che non capiscono.
Jacqueline e Nicolás sono come due calamite, si allontanano, ma poi si uniscono, impossibile farne a meno.
si legge benissimo, cercatelo, inizia come tanti romanzi, e poi è un crescendo continuo, fino all'ultima pagina - franz
si racconta il matrimonio di Jacqueline e Nicolás, lui la tradisce, lei lo tradisce, quelli che se la passano male sono gli amanti di lei, usati, forse, per qualcosa che non capiscono.
Jacqueline e Nicolás sono come due calamite, si allontanano, ma poi si uniscono, impossibile farne a meno.
si legge benissimo, cercatelo, inizia come tanti romanzi, e poi è un crescendo continuo, fino all'ultima pagina - franz
…Sergio Pitol è uno scrittore messicano. Uno scrittore importante. Un grande scrittore, che molti italiani amerebbero. Cosa si può leggere di Pitol in Italia? Sono andato sull’indice opac Sbn e su Ibs e il risultato è: La vita coniugale eValzer di Mefisto. Forse mi è sfuggito qualcosa, ma la mia somma è questa: 1 + 1 = 2. (Spero davvero che mi sia sfuggito qualcosa.)
Pitol ha scritto qualche libro in più. Ecco la lista delle sue opere…
Pitol ha scritto qualche libro in più. Ecco la lista delle sue opere…
…Jaqueline è una
bella donna, piena di rabbia e frustrazione, ma anche la chiarezza e la forza,
che riesce a superare le sue umili origini e ha introdotto per l'alta società
messicana perché il marito Nicola. Godetevi l'amore e spera di essere uniti in
matrimonio finché morte non vi separi, ma anni passano e le cose cambiano.
Un giorno sono in
una guerra incessante di amore-odio, che, come molte coppie, è il loro unico
legame.
Jaqueline è stanco
dei soliti litigi, infedeltà, crisi, riconciliazioni e scoppi. Un giorno decise
di trasformare la propria vita in un istante, mentre la sua cena di
anniversario con le mani quando si rompe un granchio gamba e ascoltare dietro
la stappatura di una bottiglia di champagne, ha permesso di possedere da un
pensiero che ossessiona il suo come un matto e costante: uccidere il marito.
Si inizia ad avere
diverse amanti che convince più e più volte per ottenere il suo desiderio. La
cosa divertente è che non è facile, è così difficile da realizzare il suo piano
per la lunga lista di attentati falliti diventa sempre più divertente.
Arriva un momento
in cui il personaggio di Jaqueline dà più risate di dolore, nonostante tutti i
suoi problemi, questo dà un tocco di originalità e realismo alla storia…
Un modo per parafrasare questo racconto lungo dello scrittore messicano - e diplomatico, e colto traduttore - Sergio Pitol è questo: una coppia di sposi, di estrazione sociale neoborghese, che si odiano di vero amore, escogita un modo sicuro per non separarsi mai. Periodicamente, ritualmente ma in piena sincerità, tentano l'uxoricidio; e ogni volta, nel corso dei trent'anni della loro unione, sono le circostanze del caso, in cui sempre si nascondono le profonde intenzioni, a sventarne gli elaborati piani. Ma questa novella, di umorismo nero, è anche una parodia: già nel titolo, La vita coniugale, si presenta come una naturalistica fisiologia del matrimonio; il resoconto di una ascesa sociale borghese, che il desiderio imperioso e grossolano di uccidere il coniuge schizza di un baffo surrealistico, buñueliano per così dire.
giovedì 7 maggio 2015
Lucy - Jamaica Kincaid
Lucy è molto arrabbiata, voleva fuggire dall'isola natale, arriva New York, in una famiglia che non poteva essere meglio, quattro bambine e una coppia, sembra, perfetta.
Mariah la tratta benissimo, a volte anche troppo.
Lucy vuole l'indipendenza, odia il suo passato, la madre, la famiglia, cerca la sua strada.
e poi inizia a scrivere, su un quaderno che le ha regalato Mariah.
leggetelo, non è perfetto, ma un libro così arrabbiato e amaro non capita spesso - franz
Mariah la tratta benissimo, a volte anche troppo.
Lucy vuole l'indipendenza, odia il suo passato, la madre, la famiglia, cerca la sua strada.
e poi inizia a scrivere, su un quaderno che le ha regalato Mariah.
leggetelo, non è perfetto, ma un libro così arrabbiato e amaro non capita spesso - franz
…Un romanzo forte, privo di qualsiasi
consolazione e proprio per questo bello, illuminante, scritto nello stile
asciutto e deciso a cui la Kincaid ci ha abituati. Lucy viene da un'isola delle
Antille, paradiso per i turisti ma inferno per lei, che la vede come residuo
coloniale ostaggio del sole e della siccità. Lucy vuol fuggire:
dall'isola-prigione, da una madre possessiva che lei critica per le scelte che
ha fatto, da un padre indifferente e infedele che condiziona la sua visione
dell'universo maschile…
…Si ribella al sistema britannico che le fa imparare poesie su fiori
che non ha mai visto, si rifiuta di canzare le canzoni che celebrano il dominio
dell’Inghilterra ma, soprattutto, si avvicina al sesso quasi come a voler fare
uno sgarbo a sua madre che, da fervente cristiana, ha dedicato tutti i suoi
sforzi a evitare che sua figlia “diventasse una zoccola”.
Vorrei
amare qualcuno tanto da morirne
scrive Lucy sul quaderno che le ha regalato Mariah, sua amica
ed ex datrice di lavoro. O forse non riesce ad amare nessuno con la stessa
forza con cui ama/odia la madre?
…Lucy appare
come un lampo individualista, meno mediato dal pensiero e più concentrato sul
fluire delle emozioni. Non potrebbe essere altrimenti: Lucy è un’adolescente
che reclama il suo diritto a esistere e la sua libertà, persino la libertà di
essere il prodotto di una storia tragica o anche solo la libertà di essere
spaesata senza che ciò la riduca alla mera occorrenza di un destino collettivo.
Quando ostenta indifferenza verso i valori condivisi o manifesta un sentire
rovesciato, o sfrutta la relatività dei punti di vista etnici e sociali per
sconvolgere le certezze di chi le sta di fronte, la sua non è ancora una
polemica contro una concezione della realtà che non condivide: è una questione
personale, una lotta per l’affermazione di sé che, al suo acme, troverà una
chiave di volta nel ricordo, indistinguibile da un sogno, di una discussione
sul suo nome avuta con la madre, figura ormai cresciuta nella mente della
ragazza fino a divenire un dio immenso dalla sostanza del quale sembra
impossibile uscire: Lucy sta per Lucifero, e se da un lato ciò dà un senso al
passato e al presente della ragazza, a ogni sua cattiveria, indifferenza,
ritrosia di fronte all’altro, facendone elementi di una rivelazione rovesciata
da cui scaturisce un sì alla vita come possibilità del male che preannuncia il
motivo – centrale in Autobiografia di mia madre – della superiorità del valore della conoscenza
del male sulla felicità, d’altro canto offre a Lucy la possibilità di sradicare
un condizionamento asfissiante, e l’acerbo nichilismo adolescenziale comincia a
vacillare.
Lucy si lascerà indietro la vecchia famiglia di Antigua e la nuova di New York. “Sono sola al mondo. Non è un risultato di poco conto”, considererà amaramente dal cuore del suo esanime mondo di valori trasvalutati – ridotto ormai all’appendere tende dai motivi tropicali alle finestre della sua nuova casa immersa nel gelo – prima di gettare definitivamente la maschera.
Lucy si lascerà indietro la vecchia famiglia di Antigua e la nuova di New York. “Sono sola al mondo. Non è un risultato di poco conto”, considererà amaramente dal cuore del suo esanime mondo di valori trasvalutati – ridotto ormai all’appendere tende dai motivi tropicali alle finestre della sua nuova casa immersa nel gelo – prima di gettare definitivamente la maschera.
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