sabato 9 maggio 2015

da un libro di Juan Goytisolo




























Ilustración de Frederic Amat para 'Las virtudes del pájaro solitario'


La confessione come metodo - Borislav Pekić (con un saggio di Božidar Stanišić)

Agli scrittori di confessioni, diari, memorie e autobiografie - Borislav Pekić

Un uomo stermina la famiglia, sette in tutto. Poi ne scrive un libro. La famiglia la seppelliamo, il libro lo leggiamo. Se comunque, grazie all’analfabetismo o all’incomprensione del suo tempo, il libro non lo scrive, un giornalista o uno scrittore si troverà senz’altro. In queste circostanze rimaniamo sinceramente sbigottiti da una certa ingratitudine delle vittime nei confronti di colui che le ha fatte sprofondare nelle tenebre. In fondo, l’ombra della sua fama non cade forse in parte anche su di loro?
Giuda vendette Cristo, poi si pentì. Io scrivo un libro nel quale spiego la sua tragedia. Il crocifisso, tuttavia, fu Cristo.
Un deviatore della ferrovia si dimentica di azionare uno scambio – trenta vittime. Ma questo è un numero impersonale. In quella catastrofe l’unica personalità è di colui che ha commesso la dimenticanza. E tutto il nostro lavoro consiste nell’arrivare a capire il perché.
Alcuni ritenevano che Stalin fosse in torto. Per questo furono puniti. Altri ritenevano che avesse ragione, e poi scrissero delle memorie in cui ammettevano francamente di non aver avuto ragione. Per questo furono premiati. Inoltre, ma che diavolo, quella confessione è concepita così bene da farvi semplicemente vergognare di aver avuto ragione prima di loro.
Sapete, per caso, qualcosa della vedova uccisa da Raskol’nikov? Io non ne so nulla. Di Raskol’nikov so tutto, della vecchia niente. Ci sono note tutte le peculiarità, le abitudini di un certo Landru, ma conosciamo forse qualcosa sulle sue mogli? Credo che non siamo sicuri neppure del loro numero. Su Nerone ne sappiamo di più che su nostro padre, dei cristiani che gettava ai leoni sappiamo solo che erano in tanti.
Tradite il vostro miglior amico. Siete voi l’eroe di questa triste storia. L’amico è solo un pretesto. Se siete sagaci e seguite lo spirito dei tempi ci scriverete sopra una confessione. Poiché siete malvagi, diventerete anche famosi. (A che serve, alla fin fine, essere un farabutto in segreto?) Questo vi creerà nuovi amici con i quali sostituirete quello perso.
Potete ingannare, mentire, raggirare. Solo, quando troverete un po’ di tempo, spiegateci il vostro sistema, diteci se non avete forse avuto qualche problema di coscienza. È un bene averne. Non – si capisce – problemi tali da disturbarvi nelle vostre azioni indegne, ma il minimo necessario affinché queste non vi riescano proprio così facilmente. Questo doterà i vostri peccati di un’anima sulla quale, ve lo garantisco, piangeremo lacrime amare. E infatti, c’è qualcosa di più ingiusto delle circostanze che costringono un uomo a rendere infelici i suoi cari? Questi ultimi sono secondari. Loro non hanno un’anima. Loro sono qui solo per far emergere la vostra.
Potete anche commettere un po’ di omicidi, a condizione che, una volta messo ordine nelle vostre impressioni, ci descriviate per filo e per segno come lo avete fatto. Non sarà inutile che ci forniate anche qualche buona ragione. Ce ne sono a bizzeffe ovunque vi giriate e grazie a quelle motivazioni la vostra azione diventerà vitale.
Potete essere in preda a un errore di giudizio tale da condurre il vostro popolo alla rovina, ma basta che vi pentiate in tempo: dichiarate così, a cuore aperto, che avete sbagliato, ecco, è successo, confessatevi se possibile sotto forma di memoriali in diversi volumi, con allegata documentazione, raccontateci con parole scelte il modo in cui tutto ciò è accaduto (se ormai non possono leggervi le vittime della vostra svista, quella sarà una buona lettura per i loro figli). Poiché, infine, quello sbaglio infelice, che nella maggior parte dei casi non fa altro che mettere in luce il vostro idealismo, è la vostra personale tragedia. Siete voi quello che sta peggio, siete voi quello da commiserare. (E infatti è per voi che ci dispiace di più.) Inoltre siete così onesto, così sincero, così coraggioso. La vostra franchezza rappresenta una forza morale senza precedenti. Quasi quasi ci dispiace che non abbiate sbagliato di più, in modo tale che la vostra nobile sete di verità si potesse manifestare con forza ancora maggiore.
Potete essere un necrofilo, uno scassinatore, un fracassatore di teste, un assassino di anime, un delatore, un imbroglione, un omicida a contratto, un pappone, un tiranno, un traditore, un sadico, uno spacciatore, un ricattatore, un maniaco sessuale, in breve tutto ciò che vi aggrada e che meglio corrisponde alla vostra visione del mondo… solo, vi scongiuro, non dimenticate di metterlo un giorno su carta. Vi suggerisco di dichiarare quanto questo mondo infame sia stato spietato e corrotto nei vostri confronti, per cui non avete avuto altra scelta se non essere ancor più spietato e corrotto di lui, a seconda del tipo di malvagità che ci confessate.
In realtà, non prendete tutto ciò assolutamente alla lettera: siate malvagi, se proprio dovete, solo vi scongiuro, in nome di Dio, non costruite su questo né libri né dottrine.
E se proprio dovete confessarvi – eccovi le chiese!
[traduzione di Alice Parmeggiani]

Un Nobel mancato
Il ventennale della Fondazione “Borislav Pekić” di Belgrado, istituzione dedicata alla cura e alla pubblicazione dell’enorme eredità letteraria dello scrittore scomparso nel 1992, è un’occasione per ricordare uno dei maggiori narratori, saggisti, drammaturghi e sceneggiatori serbi e jugoslavi.
di Božidar Stanišić
1991,Belgrado. Borislav Pekic alle manifestazioni anti-Miloševic
L’opera oceanica dello scrittore serbo e jugoslavo Borislav Pekić (1930-1992), tra i fondatori del Partito Democratico nel 1990, rivela ancor oggi nuovi tesori, grazie all’opera della Fondazione di Belgrado a lui dedicata.
Il ventennale della Fondazione “Borislav Pekić” di Belgrado, istituzione dedicata alla cura e alla pubblicazione dell’enorme eredità letteraria dello scrittore scomparso nel 1992, è un’occasione per ricordare uno dei maggiori narratori, saggisti, drammaturghi e sceneggiatori serbi e jugoslavi.
Tempo fa, nella mia relazione a una conferenza sulle opere di Danilo Kiš, provando a spiegare il perché delle dediche contenute in «Una tomba per Boris Davidovič», nominai anche Borislav Pekić. A lui Kiš dedicò il capitolo «La scrofa che divora la propria prole», che tratta del destino di Gould Verskols, rivoluzionario irlandese che, dopo un tentativo di fuga dal lager stalinista di Karaganda, fu assassinato dai suoi persecutori in modo terribile. Qualcuno dei presenti mi chiese chi era Pekić. Risposi che serviva un’altra conferenza. Dire di Pekić «era uno scrittore» mi sembrava banale. Ripensai al ricordo che Pekić serbava dello stesso Kiš: «Negli ultimi momenti della sua vita, quelli visibili per i viventi, un amico fedele chiese a Danilo se c’era qualche cosa che gli facesse male. Sì, aveva risposto l’autore di Clessidra. Che cosa? La vita, rispose Danilo».
La vita e le opere
Ad eccezione di due romanzi («Come placare il vampiro», De Martinis, Messina, 1992 e «Il tempo dei miracoli», Fanucci, Roma, 2004, entrambi tradotti da Alice Parmeggiani) per i lettori italiani la sua vasta opera narrativa, saggistica e teatrale è ancora sconosciuta. L’opera omnia di Pekić, in realtà, è un oceano. Da quest’oceano emergono migliaia di pagine inedite. Questo è il compito più importante della Fondazione voluta dallo scrittore verso la fine della sua vita. In questi due decenni il compito è stato portato avanti innanzitutto dalla moglie Ljiljana.
Pekić (Podgorica, 1930 – Londra, 1992), quando era studente di liceo a Belgrado, nel 1948, venne privato dei diritti civili e condannato a quindici anni di carcere e lavori forzati in quanto membro della vietata Lega della gioventù democratica. Trascorse la condanna, che più tardi venne commutata a cinque anni, nelle prigioni di Niš e Sremska Mitrovica. Dopo gli studi di psicologia sperimentale a Belgrado, dal 1959 lavorò per il cinema. Ottenne il primo successo con la sceneggiatura del film «Il quattordicesimo giorno» (regia di Zdravko Velimirović). Dalla pubblicazione del suo primo romanzo, «Il tempo dei miracoli» (1965), Pekić si dedicò solo alla prosa, al teatro e al cinema. Con il secondo romanzo, «Il pellegrinaggio di Arsenije Njegovan» (1970) ottenne il “Premio NIN” dell’omonima rivista belgradese, il cui elenco dei premiati contiene i nomi dei romanzieri più importanti della letteratura jugoslava del secondo Novecento. Nello stesso anno chiese alle autorità di poter raggiungere la moglie Ljiljana e la figlia Aleksandra a Londra. In un primo momento gli sequestrarono il passaporto ma, un anno più tardi, gli consentirono di emigrare.
Durante gli anni dell’esilio Pekić scrisse molto: «L’ascesa e la caduta di Icaro Gubelkian» (1975); «Come placare il vampiro» (romanzo-resoconto sui totalitarismi, pubblicato solo perché giunse a Belgrado come testo di partecipazione a un concorso anonimo del 1977 dedicato a Danilo Kiš); la saga «La difesa e gli ultimi giorni» (1977); «Il vello d’oro» (sette volumi, 1978-1986) fantasmagoria romanzesca che racconta le infinite traversie della famiglia Njegovan.
Negli anni ottanta scrisse i romanzi fantascientifici «L’Atlantide» e «1999», e il romanzo fantastico «Rabbia», che diventò un best seller. Compose inoltre testi radiofonici per emittenti tedesche, spesso adattati da testi teatrali. Nella Jugoslavia dell’epoca, già colpita dalla crisi, le sue «Lettere dall’estero» giungevano come la voce della ragione e «Gli anni divorati dalle cavallette», una prosa autobiografica, fece luce sui tempi bui del dopoguerra. L’interesse del pubblico verso la sua opera fu risvegliato dal film «Il tempo dei miracoli» (1989) basato sul suo omonimo romanzo (regia di Goran Paskaljević, con Miki Manojlović).
Al ritorno a Belgrado, nel 1990, fondò il Partito democratico e la rivista «Democrazia» con un gruppo di intellettuali indipendenti.
Pekić nei ricordi
Una volta lo scrittore raccontò che la ragione della sua fuga da Belgrado erano le «kafane», nelle quali «la letteratura serba si ubriaca e muore», e il fatto che sua moglie Ljiljana, architetto, a Londra poteva guadagnare per tutti e due. «Ljiljana accettò la mia proposta credendo in una mia missione, e questo ancor oggi mi sembra incredibile» disse lo scrittore in un’intervista. E quella «missione incredibile» di Ljiljana Pekić si è prolungata dopo la scomparsa del marito. Pekić letteralmente risorge in ogni nuova pagina da lei redatta o ascoltata (lo scrittore non si staccava mai dal suo registratore).
«A Pekić mancava sempre tempo» disse una volta Ljiljana. «Di solito scriveva al mattino, guardava poco la televisione, leggeva e lavorava sempre contemporaneamente su più tavoli. A Londra avevamo un grande giardino e lui, quando la scrittura non funzionava, se ne stava lì, toglieva le erbacce, curava i fiori, ma sempre con il registratore appeso al collo. Quando la fine di un libro era vicina, lavorava come un pazzo. Si alzava alle cinque del mattino e andava a letto a mezzanotte. Penso che sognasse interi racconti, interi drammi. Mentre stava scrivendo “Il vello d’oro”, la sua opera capitale, leggeva i libri più assurdi e noiosi, annotandosi in fretta e furia tutti i dati che gli servivano. Potete immaginarlo mentre trascrive la legge finanziaria serba del 1820?».
Lo scrittore Filip David, ricordando l’amico, scrisse: «Come redattore del programma di drammi televisivi della TV di Belgrado, negli anni settanta andavo spesso a Londra. Bora Pekić non mi permetteva di alloggiare in albergo. Così ero ospite della sua cara e generosa famiglia… Appena arrivato, raccontavo a Pekić della vita a Belgrado, specialmente dei nostri amici comuni Kiš, Mirko Kovač, Glavurtić… Lui, semplicemente, non sapeva scendere sotto un certo livello professionale, altissimo. Tutto ciò che faceva si trasformava in oro letterario».
Anni fa un noto editore americano chiese a Pekić un romanzo. Doveva trattarsi di una tematica allora di moda, la catastrofe. Pekić scelse di scrivere di un’ipotetica epidemia di rabbia che scoppiava nell’aeroporto londinese di Heathrow. Gli mancava però la topografia dettagliata della struttura aeroportuale. Così si recò molte volte in aeroporto: disegnava, annotava. Non passò inosservato alle guardie di sicurezza. Spiegare i motivi delle sue visite non era un’impresa facile, ma Pekić ci riuscì e gli agenti gli regalarono addirittura una mappa dettagliata dell’aeroporto. Lo scrittore era felice come un bambino.
Il romanzo «La rabbia» non è mai stato pubblicato in America. L’editore rifiutò l’opera, perché il numero di pagine oltrepassava quello previsto. Pekić non faceva concessioni a nessuno.
(*) Entrambi questi testi sono stati pubblicati sulla rivista on line «Zibaldone».
da qui

venerdì 8 maggio 2015

Il Governo Ha Ragione - Freak Antoni

Se siamo # inglesi: considerazioni elettorali - bortocal

cosi` Cameron, il conservatore, governerà il Regno Unito col 36% dei voti.
be’, qualcuno deve pur governare, no?
ma il risultato impone di spiegare perché questo sarà pienamente democratico li`, mentre non sarà affatto democratico in Italia se Renzi governerà con una percentuale di consenso simile.
mi dispiace soltanto che occorre riflettere tre minuti per capirlo, mentre sarebbe tanto piu` bello qualche slogan isterico al posto di un breve ragionamento.
* * *
il problema sta tutto nel sistema col quale si arriva al risultato.
nel Regno Unito è uninominale: ogni partito propone un solo candidato in ogni circoscrizione elettorale e uno solo viene eletto, quello che riporta più voti.
gli elettori possono scegliere il candidato.
la maggioranza dei rappresentanti in parlamento non è garantita a priori a nessuno.
in questo caso, ad esempio, pare che Cameron dovrà fare comunque una colalizione con i pochi liberal-democratici sopravvissuti a questo metodo elettorale.
* * *
col metodo elettorale di Renzi, invece in ogni circoscrizione elettorale si presentano piu` candidati.
1. gli elettori possono scegliere il candidato solo dal secondo in poi: il primo candidato e` scelto dai partiti che lo mettono al primo posto nella lista e al massimo gli elettori potranno scegliere dal secondo in poi, se il partito ne avra` piu` d’uno.
2. un partito, purche` risulti primo alle prime votazioni o al ballottaggio govenera` sempre e comunque da solo, per esempio nel ballottaggio e anche se avesse solo il 10% dei voti alle prime votazioni, purche` sia risultato il secondo per numero di voti nella prima fase.
* * *
messa a posto in questo modo la coscienza e dette quelle che mi paiono le buone ragioni per ribadire senza incoerenze il no all’Italicum, alcune considerazioni piu precise sulle elezioni inglesi.
1. chi governa, se non ha fatto chiari sfracelli, viene confermato sempre, come dimostra in questo caso anche Cameron; vi e` una quota stabile dell’elettorato fra il 35 e il 40% dei voti che in ogni paese vota per il governo.
i cambi di governo si hanno soltanto in momenti di crisi sociale.
basta non scontentare questo gruppo dei filo-governativi ad oltranza ed impedire che gli scontenti si coalizzino, per governare.
2. nel Regno Unito gli euroscettici hanno preso circa il 12% dei voti, ma saranno presenti nel parlamento solo con un paio di portavoce.
però si conferma che la maggioranza degli inglesi e` contraria all’Unione Europea.
sarebbe il caso di prenderne atto e di prevedere l’uscita del Regno Unito dall’Unione Euopea: sopravviviamo senza Svizzera, possiamo sopravvivere anche senza Inghilterra e l’Unione Europea avrebbe soltanto da guadagnarci perchè sarebbe più compatta e omogenea.
3. ho scritto Inghilterra e non Regno Unito non a caso.
il partito degli indipendentisti scozzesi riporta in queste elezioni un vero trionfo locale ed è il primoo partito in quasi tutte le circoscrizioni elettorali di questo stato della Scozia.
questo ripropone necessariamente il problema dell’indipendenza della Scozia che il recente referendum sembrava avere accantonato con la bocciatura della proposta.
la Scozia è tra l’altro europeista.
l’ingresso nell’Unione Europea di una Scozia indipendente e l’uscita dell’Inghilterra, che resterebbe ai margini, come la Svizzera, in quanto paese sede della City e condizionato dalle esigenze del mondo della finanza, sarebbe la migliore delle soluzioni possibili per il destino dell’Europa.
invece purtroppo dobbiamo pensare che continuerà a farne parte come portavoce conservatore della finanza internazionale.
la gara sarà tutta fra Cameron, Renzi e la Merkel su chi la rappresenta meglio.
da qui

La vita coniugale – Sergio Pitol

una storia folle e così reale.
si racconta il matrimonio di Jacqueline e Nicolás, lui la tradisce, lei lo tradisce, quelli che se la passano male sono gli amanti di lei, usati, forse, per qualcosa che non capiscono.
Jacqueline e Nicolás sono come due calamite, si allontanano, ma poi si uniscono, impossibile farne a meno.
si legge benissimo, cercatelo, inizia come tanti romanzi, e poi è un crescendo continuo, fino all'ultima pagina - franz







…Sergio Pitol  è uno scrittore messicano. Uno scrittore importante. Un grande scrittore, che molti italiani amerebbero. Cosa si può leggere di Pitol in Italia? Sono andato sull’indice opac Sbn e su Ibs e il risultato è: La vita coniugale eValzer di Mefisto. Forse mi è sfuggito qualcosa, ma la mia somma è questa: 1 + 1 = 2. (Spero davvero che mi sia sfuggito qualcosa.)
Pitol ha scritto qualche libro in più. Ecco la lista delle sue opere…
…Jaqueline è una bella donna, piena di rabbia e frustrazione, ma anche la chiarezza e la forza, che riesce a superare le sue umili origini e ha introdotto per l'alta società messicana perché il marito Nicola. Godetevi l'amore e spera di essere uniti in matrimonio finché morte non vi separi, ma anni passano e le cose cambiano.
Un giorno sono in una guerra incessante di amore-odio, che, come molte coppie, è il loro unico legame.
Jaqueline è stanco dei soliti litigi, infedeltà, crisi, riconciliazioni e scoppi. Un giorno decise di trasformare la propria vita in un istante, mentre la sua cena di anniversario con le mani quando si rompe un granchio gamba e ascoltare dietro la stappatura di una bottiglia di champagne, ha permesso di possedere da un pensiero che ossessiona il suo come un matto e costante: uccidere il marito.
Si inizia ad avere diverse amanti che convince più e più volte per ottenere il suo desiderio. La cosa divertente è che non è facile, è così difficile da realizzare il suo piano per la lunga lista di attentati falliti diventa sempre più divertente.
Arriva un momento in cui il personaggio di Jaqueline dà più risate di dolore, nonostante tutti i suoi problemi, questo dà un tocco di originalità e realismo alla storia…

Un modo per parafrasare questo racconto lungo dello scrittore messicano - e diplomatico, e colto traduttore - Sergio Pitol è questo: una coppia di sposi, di estrazione sociale neoborghese, che si odiano di vero amore, escogita un modo sicuro per non separarsi mai. Periodicamente, ritualmente ma in piena sincerità, tentano l'uxoricidio; e ogni volta, nel corso dei trent'anni della loro unione, sono le circostanze del caso, in cui sempre si nascondono le profonde intenzioni, a sventarne gli elaborati piani. Ma questa novella, di umorismo nero, è anche una parodia: già nel titolo, La vita coniugale, si presenta come una naturalistica fisiologia del matrimonio; il resoconto di una ascesa sociale borghese, che il desiderio imperioso e grossolano di uccidere il coniuge schizza di un baffo surrealistico, buñueliano per così dire.

giovedì 7 maggio 2015

un concerto di Cesaria Evora

Lucy - Jamaica Kincaid

Lucy è molto arrabbiata, voleva fuggire dall'isola natale, arriva  New York, in una famiglia che non poteva essere meglio, quattro bambine e una coppia, sembra, perfetta. 
Mariah la tratta benissimo, a volte anche troppo.
Lucy vuole l'indipendenza, odia il suo passato, la madre, la famiglia, cerca la sua strada.
e poi inizia a scrivere, su un quaderno che le ha regalato Mariah.
leggetelo, non è perfetto, ma un libro così arrabbiato e amaro non capita spesso - franz






…Un romanzo forte, privo di qualsiasi consolazione e proprio per questo bello, illuminante, scritto nello stile asciutto e deciso a cui la Kincaid ci ha abituati. Lucy viene da un'isola delle Antille, paradiso per i turisti ma inferno per lei, che la vede come residuo coloniale ostaggio del sole e della siccità. Lucy vuol fuggire: dall'isola-prigione, da una madre possessiva che lei critica per le scelte che ha fatto, da un padre indifferente e infedele che condiziona la sua visione dell'universo maschile…

…Si ribella al sistema britannico che le fa imparare poesie su fiori che non ha mai visto, si rifiuta di canzare le canzoni che celebrano il dominio dell’Inghilterra ma, soprattutto, si avvicina al sesso quasi come a voler fare uno sgarbo a sua madre che, da fervente cristiana, ha dedicato tutti i suoi sforzi a evitare che sua figlia “diventasse una zoccola”.
Vorrei amare qualcuno tanto da morirne
scrive Lucy sul quaderno che le ha regalato Mariah, sua amica ed ex datrice di lavoro. O forse non riesce ad amare nessuno con la stessa forza con cui ama/odia la madre?

…Lucy appare come un lampo individualista, meno mediato dal pensiero e più concentrato sul fluire delle emozioni. Non potrebbe essere altrimenti: Lucy è un’adolescente che reclama il suo diritto a esistere e la sua libertà, persino la libertà di essere il prodotto di una storia tragica o anche solo la libertà di essere spaesata senza che ciò la riduca alla mera occorrenza di un destino collettivo. Quando ostenta indifferenza verso i valori condivisi o manifesta un sentire rovesciato, o sfrutta la relatività dei punti di vista etnici e sociali per sconvolgere le certezze di chi le sta di fronte, la sua non è ancora una polemica contro una concezione della realtà che non condivide: è una questione personale, una lotta per l’affermazione di sé che, al suo acme, troverà una chiave di volta nel ricordo, indistinguibile da un sogno, di una discussione sul suo nome avuta con la madre, figura ormai cresciuta nella mente della ragazza fino a divenire un dio immenso dalla sostanza del quale sembra impossibile uscire: Lucy sta per Lucifero, e se da un lato ciò dà un senso al passato e al presente della ragazza, a ogni sua cattiveria, indifferenza, ritrosia di fronte all’altro, facendone elementi di una rivelazione rovesciata da cui scaturisce un sì alla vita come possibilità del male che preannuncia il motivo –  centrale in Autobiografia di mia madre – della superiorità del valore della conoscenza del male sulla felicità, d’altro canto offre a Lucy la possibilità di sradicare un condizionamento asfissiante, e l’acerbo nichilismo adolescenziale comincia a vacillare. 
Lucy si lascerà indietro la vecchia famiglia di Antigua e la nuova di New York. “Sono sola al mondo. Non è un risultato di poco conto”, considererà amaramente dal cuore del suo esanime mondo di valori trasvalutati – ridotto ormai all’appendere tende dai motivi tropicali alle finestre della sua nuova casa immersa nel gelo – prima di gettare definitivamente la maschera.

Sostiene Bergonzoni