domenica 10 maggio 2015

riscoprire Virgilio Savona

quando ero ragazzino mia madre cantava in casa qualche canzone del Quartetto Cetra, allora ancora non sapevo di Angela Davis, di Virgilio Savona, di Giorgio Gaber, dei poeti latini in musica…

il Premio Tenco ricorda Virgilio Savona:
…All’interno del Quartetto Cetra Virgilio Savona rivoluzionò la canzone italiana fin dagli anni ’40, con l’uso dello swing e dell’ironia. Compositore raffinato e brillante tanto per piglio ritmico quanto per felice vena melodica, realizzò come autore e come interprete una sterminata produzione discografica, innalzò la canzone per l’infanzia a vette di intelligenza mai sperimentate prima, portò alle massime conseguenze lo strumento della parodia, fu protagonista di una televisione di qualità’, oggi impensabile.
Da metà anni ’60 la sua produzione comincia a contemplare delle canzoni di più forte impegno civile, e nel 1969, lavorando anche al di fuori del Quartetto Cetra, una svolta netta lo proietta tra i protagonisti della nostra “canzone d’autore”: scrive, canta o produce dischi molto polemici nei confronti della società contemporanea, soprattutto in chiave pacifista; dirige in questo senso la storica collana I Dischi dello Zodiaco; adatta e musica testi di autori latini affidandoli a Giorgio Gaber col titolo “Sexus et politica”; pubblica, per lo più con Michele L.Straniero, una quindicina di volumi intorno ai patrimoni della tradizione popolare.
“Virgilio Savona – conclude il Tenco – non ha tralasciato niente nel suo cammino, dalla più immediata canzonetta divertente all’estrema invettiva politica, dallo scherzo autoironico al cabaret intellettuale, dal jazz al folk. Nelle sue canzoni sono custodite le nostre memorie, il nostro costume, i nostri modelli culturali, tracce di letteratura, cinema, televisione, sport. Mezzo secolo di musica e’ passata attraverso di lui. La cultura italiana non potrà mai dimenticarlo”.


…Era l’epoca di Angela Davis, leader del movimento per i diritti civili e del Partito Comunista, che nel 1970, con false accuse, veniva messa in carcere.
Il mondo della cultura si schierò a sua difesa e in Francia, Inghilterra, Italia, intellettuali e artisti ne richiedevano all’unisono la liberazione, ma proprio in Italia, ancor prima dei John Lennon e dei Rolling Stones, fu il Quartetto Cetra a incidere una canzone in omaggio a Angela Davis.
Nell’autunno del 1971 i Cetra conducevano Stasera sì sul 2° canale RAI con la direzione musicale di Mario Bertolazzi, programma a cui è legato un episodio spiacevole di minacce al gruppo: nel corso della puntata di domenica 7 novembre il Quartetto presentò Angela, la canzone dedicata alla Davis. Il giorno dopo Felice Chiusano ricevette da uno sconosciuto il seguente messaggio: “Dica al suo collega Savona di non fare il gradasso sul palcoscenico, e di lasciar perdere la politica, di cantare Nella vecchia fattoria e di smetterla di sfruculiare con Angela Davis e tutto il resto… queste sono cose delicate, mi sono spiegato?”. Chiusano raccontò l’episodio a Virgilio Savona, che ne trarrà ispirazione per comporre la canzone Cose delicate, incisa in proprio assieme ad altre canzoni di contenuto più impegnato, che proprio in quegli anni andava realizzando parallelamente all’attività con il Quartetto (sua l’idea contestuale della collana discografica I Dischi dello Zodiaco). Anche a causa di questo increscioso episodio, i Cetra ridussero la collaborazione con la RAI, e dopo il 1975 la interruppero…

Angela – non disperare
negli occhi tuoi
non può morire il sole
Tutti noi, per la tua vita
alziamo già – un canto senza fine
per fermare
chi si abbandona alla follia,
per aprire
al mondo libero una via..
Angela – se la tua colpa
è di essere un simbolo d’amore
tutti noi la stessa colpa
insieme a te – vogliamo confessare
per amare le cose che tu sai amare (la tua gente)
e spezzare una catena di dolore..
Non si può per un’idea,
per un idea soltanto
recidere un fiore.
E con te – dovranno ridere nel sole
tutti i volti che stanno al buio ad appassire
Non si può per un’idea
per un idea soltanto..
recidere un fiore.

Cose delicate
Cose da pazzi veramente!
Ma questo cosa vuole fare?
Dico, perché non si sta zitto?
Che fa? Si mette a protestare!
Ma come? Vive aggiatamente,
tiene la macchina, va al mare,
e vuole fare l’impegnato
e si pemmette di parlare.
Ma che si faccia i fatti suoi,
che si accontenti di campare,
ma di che si va a impicciare?
Questo si vuole rovinare…
Sono cose delicate,
non devono essere toccate!
Ma che si faccia i Caroselli,
che canti alla televisione,
che non si vada ad immischiare
con la contestazione.
Ma questo come si pemmette
di toccare le cose serie,
mentre ha fatto fin da bambino
il buffone e il burattino, ah!
Ma che si faccia i fatti suoi,
che si accontenti di campare,
ma di che si va a impicciare?
Questo si vuole rovinare…
Sono cose delicate,
non devono essere toccate!
Nessuno dice che è vietato
Se vuole scrivere canzoni,
ma che le scriva con prudenza
senza rompere i coglioni.
E si ricordi che vabbene
la libbertà delle opinioni,
però non deve esaggerare…
Ma che, c’ha preso pe’ minchioni, ah?
Ma che si faccia i fatti suoi,
che si accontenti di campare,
ma di che si va a impicciare?
Questo si vuole rovinare…
Sono cose delicate,
non devono essere toccate.
Finchè si limita a cantare
quella – com’è? – “La fattoria”,
che faccia pure, lo ascoltiamo…
Canta? Pazienza! E cosissìa.
Ma questo legge, questo pensa,
si atteggia a fare il comunista…
Che fa? Si mette a parodiare
gli intellettuali di sinistra, ah?
Ma che si faccia i fatti suoi,
che si accontenti di campare,
ma di che si va a impicciare?
Questo si vuole rovinare…
Sono cose delicate,
non devono essere toccate.
Ma che si faccia i fatti suoi,
che si accontenti di campare,
ma di che si va a impicciare?
Questo si vuole rovinare…
Se diventa irriguardoso
e continua a sfrucugliare,
lo mettiamo un po’ a riposo
a pensare e a meditare
sulle cose delicate
che non devono essere… toccate!



…Nel 1972 pubblicò un album di canzoni sue (testo e musica) intitolato È lunga la strada, che rivela nuovamente un Virgilio Savona assai diverso da quello più conosciuto, televisivo, edulcorato, anima dell’orecchiabile e ironico Quartetto Cetra. Nel brano intitolato Il testamento del parroco Meslier riprende l’incredibile testo – uno dei più violenti e lucidi atti d’accusa contro l’Ancien Régime e la religione cristiana (considerata il puntello della tirannide) – scritto dal prete francese in realtà materialista, ateo, protocomunista e rivoluzionario Jean Meslier (1664-1729). Nel brano intitolato La merda cerca invece ironicamente di riabilitare il simpatico e naturale prodotto corporeo, a suo dire ingiustamente associato, con intenti denigratori, a cose e persone di gran lunga peggiori di esso. Entrambi i brani, poco diffusi a livello discografico e raramente passati su uno schermo televisivo, sono reperibili su YouTube.


qui si possono ascoltare alcune canzoni dell’album “Lunga è la strada”



qui testo e riferimenti de “La merda”




ecco
 “Sexus e politica”, canta Giorgio Gaber, da ascoltare ad libitum, 
qui la copertina del disco


un articolo di Giorgio Maimone:
Riscopriamo i dischi antichi! Perché se non li riscopriamo rischiamo di perderci molto. “Sexus et politica” di Giorgio Gaber su testi e musiche di Virgilio Savona, “basato su testi di autori latini di 2000 anni fa” (come recita il sottotitolo) se non è un capolavoro però molto ci si avvicina. E’ un disco di grande intelligenza e grande finezza. Giocato in punta di penna tra ottimi testi e musiche di Savona, ormai bene emendato dal peccato originale del “Quartetto Cetra”, sempre che peccato sia stato, tra una grande interpretazione vocale e (massì) teatrale di Gaber e gli arrangiamenti delicamente “dugenteschi” di Giorgio Casellato.
L’impressione iniziale è di trovarsi di fronte ai primi lavori di Fabrizio De André; stesso clima, stesso gusto per il gioco di rimando tra il colto e il goliardico, stessa la voglia di prendere spunto dalla storia per tracciare un quadro attuale, in cui vengono messe alla berlina non gli usi e costumi di “allora” ma quelli di “ora”! La vaga aria troubadorica impressa dagli arrangiamenti dell’altro Giorgio (Casellato) richiama sia “Fila la lana” che “Carlo Martello” a seconda dell’andamento del brano. Alcuni sono seri e più pensosi, altri leggermente ironici con alcuni passaggi spassosamente comici. Certo che quando come co-autori si schierano nomi come Orazio, Ovidio, Giovenale e Catone si parte bene. E questa è stata la scommessa vincente di Virgilio Savona.
Vincente sotto il punto della resa, perché, invero, il disco a suo tempo fu ascoltato da pochi (e tra questi io non c’ero. Sono un convertito dell’ultima ora) e sparì presto dai cataloghi, nonostante la fama che Gaber nel frattempo si stava meritando nei teatri di tutta Italia.
Cerchiamo di inquadrare il momento storico: siamo nel 1970, l’anno della grande conversione di Gaber in cui, come scrive giustamente Paolo Jachia nel suo libro sul padre del Cerutti Gino, dobbiamo “dare addio a Mister Simpatia e salutare l’arrivo del Signor G.”. Gaber è disgustato dal suo essere cantante di successo, presentatore, ospite fisso, personaggio festivaliero e simpatico a tutti i costi: “canto una canzone, faccio un bell’inchino e mi faccio schifo”. Già qualche anno prima ha cercato di dare una svolta alla sua produzione pubblicando il primo Lp pensato come tale e non come semplice raccolta di successi: “L’asse d’equilibrio”.
A febbraio 1970 esce “Sexus et politica”, concept album tratto da autori latini. Forse la cattiva coscienza scolastica di molti noi, freschi di licei, ce ne tiene lontani. I professori, peraltro, non sanno cogliere l’occasione al volto per dimostrare quanto quella cultura possa ancora contenere semi vitali e non solo atrofizzate forme verbali. E l’album sparisce ben presto dai negozi. Dobbiamo aspettare il 2003 e la morte di Gaber per vedere tornare in circolazione il disco. Ora abbiamo figli al liceo e meno ripulsa verso il latino e procediamo all’acquisto. Sorpresa! Il disco suona benissimo. Niente polvere. Né musicale, né testuale.
Può bastare il testo di “Donne credetemi” di Publio Ovidio Nasone? “Donne credetemi, io mi vergogno / di tutto ciò che vi sto per dire / ma è stata Venere a consigliarmi / di non temere di farvi arrossire. // Non spalancate mai le finestre / L’ambiente deve restare scuro / ci sono parti del vostro corpo / che vanno in ombra, questo è sicuro // Tu che sei bella rimani supina, perché il tuo viso si possa ammirare / ma sei hai le spalle più belle del viso / è chiaro che tu ti devi voltare // Se sai di avere bellissimi fianchi / resta in ginocchio sull’orlo del letto / stenditi invece un po’ obliquamente / se nei tuoi seni non c’è alcun difetto”?
Oppure possiamo esaminare “Prova a pesare Annibale” di Giovanale: “Prova a pesare Annibale/ ora che è solo cenere / e dimmi quanti grammi / la stadera segnerà/ Prova a pesare Annibale e ti accorgerai / di un grande generale / cos’è rimasto ormai”. Stesso tema ripreso da “La pallida morte” di Orazio: “Perché la pallida morte / di torri e capanne bussa alle porte / perché la pallida morte coglie ugualmente poveri e re”. O vogliamo vedere l’estrema attualità dei “I magistrati”? Il presidente del Consiglio “caghemm in pé” (intraducibile gioco di parole lombardo tra l’essere in carica e il non essere alti di statura) sottoscriverebbe al volo: “Giocano a dadi in allegre brigate / tra stuoli di battone ben pagate /… / Poi si riuniscono per il giudizio / e tra di loro mai uno screzio / perché si fermano un’ora a parlare / di vini greci, di arrosti e fritture / di pesci grossi e di tordi infilzati / questa è la vita dei Magistrati”.
Delizioso è poi l’erotico quadro di Corinna che “arriva vestita della sua tunica trasparente” che strapparle di dosso“credetemi, fu una vera battaglia”. “I suoi seni eran come un invito / a farne un sapiente maneggio” … “e sotto le turgide poppe / la pelle era candida e liscia / Com’erano splendidi i fianchi / come era fresca la coscia”.


Se c’è un disco anomalo nell’ampia discografia gaberiana è questo “Sexus et politica“. Stranissimo progetto capitanato da Virgilio Savona (storico componente dell’indimenticato Quartetto Cetra), incentrato su una serie di testi recuperati dall’antica Roma, elaborati e musicati dallo stesso Savona.
Gaber, all’epoca in fase transitoria tra la prima parte della carriera e l’approdo definitivo al Teatro Canzone, si limita ad interpretare i brani, ma mi sembra di poter dire che la sua sia una partecipazione piena al progetto e non semplicemente una prestazione d’opera.

I brani sono arrangiati utilizzando strumenti acustici, senza nessuna pretesa di ricreare atmosfere musicali tipiche di 2000 anni fa ma, al contempo, cercando di renderli funzionali a ricostruire un immaginario antico romano credibile e non straniante.
Tutto il disco gira intorno al cortocircuito provocato dal sentire versi scritti secoli fa, ma cantati alla maniera odierna e, soprattutto, ascoltati da orecchie contemporanee. E’ inevitabile cogliere (o avere l’impressione di cogliere) importanti differenze tra il parlare di amore, morte e politica di oggi e la visione di queste cose che potevano avere nella Roma pre-cattolica.
In particolare (nell’iniziale “La pallida morte“, testo dalle parti de “‘A livella” di Totò e musicalmente un seducente valzerino di campagna, in “Prova a pesare Annibale” e in “Ragiona amico mio” dal cinismo perfettamente in linea con la romanità odierna, come nella lucida rassegnazione di “E’ inutile piangere“) emerge una molto seria leggerezza nel parlare della morte che, se appare in sintonia con il Battiato più recente, sembra parecchio fuori contesto in una società come la nostra dove l’esperienza della morte viene sempre più nascosta e rimossa come se non dovesse mai riguardarci.
Altrettanto sorprende (parlando di testi scritti 2000 anni fa) la leggerezza e il modo esplicito in cui si parla di sesso (l’incredibile Publio Ovidio Nasone di “Donne credetemi” o la “Corinna” dai bruni capelli e dai facilissimi costumi).
Infine la politica (e i costumi) criticati con feroce ironia (ai limiti della cattiveria) ne “I magistrati” (oggi li si etichetterebbe come privilegiatissima casta) o il pacifismo (mai come in questo caso) ante litteram di “Dove andate ?” o, ancora, il benedetto classismo de “Il tavolo d’avorio” che, mutatis mutandis (e dagli con le citazione latine…), potrebbe parlare di certi super-manager odierni.
Da notare che, come si conveniva in quegli anni, nella copertina erano presenti tutta una serie di note per aiutare l’ascoltatore a meglio contestualizzare e comprendere i testi cantati nel disco.
Gaber canta in maniera superba tutti i brani (non sempre viene ricordato quanto fosse bravo ad interpretare con misura, espressività e perfetta intonazione le canzoni del suo repertorio) e Giorgio Casellato arrangia il tutto con mestiere ed eleganza, realizzando sonorità non distanti da quelle del primo De Andrè, con la chitarra acustica al centro di quasi tutte le canzoni spesso contornata dal flauto traverso.
Perfetta unione di intelligenza, curiosità e originalità.
p.s.
Mi piace ricordare che la collana 
I dischi dello Zodiaco, sussidiaria della Vedette records, che fu un’etichetta che molti della mia generazione ricorderanno per lo strepitoso e coraggioso catalogo che ospitò musicisti di tutto il mondo spesso politicamente impegnati, fu diretta proprio da quel Virgilio Savona passato alla storia quasi esclusivamente per il suo ruolo nel Quartetto Cetra. A dispetto di ciò che è rimasto nell’immaginario popolare, Savona è stato musicista di razza, uomo perfettamente calato nei suoi tempi e capace di scelte coraggiose, personali e non necessariamente in linea con il gusto della grande massa, dotato di quella incredibile dote chiamata umiltà capace di fargli fare lavori di altissimo livello senza necessariamente apparirne come deus ex machina. E di questo, in un mondo dove un po’ tutti corrono ad enfatizzare le proprie, spesso millantate, qualità urlandole al mondo, gli va dato enorme merito.

qui la recensione del cd “Seguendo Virgilio”, omaggio del Premio Tenco

qui molti testi delle canzoni di Virgilio Savona


sabato 9 maggio 2015

Due poesie di Paul Polansky

Odiare se stessi

Pensando che fossi ebreo
a causa del mio cognome
e siccome io sono
anti-sionista
qualcuno mi ha chiamato
un ebreo che odia se stesso.
Io sono americano
ma nessuno mi chiama
un americano che odia se stesso
solo perché sono contro
la nostra politica estera,
che è fortemente influenzata
dal nostro sistema militare e industriale.
Da dove vengono
questi slogan?
Se un ebreo è contro i sionisti
che commettono un genocidio,
odia se stesso?
Se un americano è contro il fatto
che gli Stati Uniti invadano un altro paese
per ottenere il petrolio
odia se stesso?
I sionisti chiamano chi combatte per la libertà
terrorista, e se tu
non sei d’accordo con loro
sei antisemita.
La maggior parte dei sionisti sono laici
eppure sostengono che Dio li ha scelti
tra tutti gli altri popoli.
Una cosa è certa:
la parola “odio” ha le sue radici
nel profondo della terra
che, essi sostengono,
Dio ha dato loro.


Resistenza

Non abbiamo il diritto
di resistere?
Dopo che i sionisti
ci hanno rubato la terra,
ci hanno rubato l’acqua,
hanno tagliato i nostri alberi di ulivo,
hanno messo i nostri uomini e i nostri ragazzi in prigione,
hanno ucciso le nostre madri,
hanno costruito un muro tra le nostre case
e i nostri campi.
Non abbiamo il diritto
di resistere?
Perché il mondo
ci chiama terroristi?
Tutto ciò che stiamo facendo
è resistere
al genocidio.

da un libro di Juan Goytisolo




























Ilustración de Frederic Amat para 'Las virtudes del pájaro solitario'


La confessione come metodo - Borislav Pekić (con un saggio di Božidar Stanišić)

Agli scrittori di confessioni, diari, memorie e autobiografie - Borislav Pekić

Un uomo stermina la famiglia, sette in tutto. Poi ne scrive un libro. La famiglia la seppelliamo, il libro lo leggiamo. Se comunque, grazie all’analfabetismo o all’incomprensione del suo tempo, il libro non lo scrive, un giornalista o uno scrittore si troverà senz’altro. In queste circostanze rimaniamo sinceramente sbigottiti da una certa ingratitudine delle vittime nei confronti di colui che le ha fatte sprofondare nelle tenebre. In fondo, l’ombra della sua fama non cade forse in parte anche su di loro?
Giuda vendette Cristo, poi si pentì. Io scrivo un libro nel quale spiego la sua tragedia. Il crocifisso, tuttavia, fu Cristo.
Un deviatore della ferrovia si dimentica di azionare uno scambio – trenta vittime. Ma questo è un numero impersonale. In quella catastrofe l’unica personalità è di colui che ha commesso la dimenticanza. E tutto il nostro lavoro consiste nell’arrivare a capire il perché.
Alcuni ritenevano che Stalin fosse in torto. Per questo furono puniti. Altri ritenevano che avesse ragione, e poi scrissero delle memorie in cui ammettevano francamente di non aver avuto ragione. Per questo furono premiati. Inoltre, ma che diavolo, quella confessione è concepita così bene da farvi semplicemente vergognare di aver avuto ragione prima di loro.
Sapete, per caso, qualcosa della vedova uccisa da Raskol’nikov? Io non ne so nulla. Di Raskol’nikov so tutto, della vecchia niente. Ci sono note tutte le peculiarità, le abitudini di un certo Landru, ma conosciamo forse qualcosa sulle sue mogli? Credo che non siamo sicuri neppure del loro numero. Su Nerone ne sappiamo di più che su nostro padre, dei cristiani che gettava ai leoni sappiamo solo che erano in tanti.
Tradite il vostro miglior amico. Siete voi l’eroe di questa triste storia. L’amico è solo un pretesto. Se siete sagaci e seguite lo spirito dei tempi ci scriverete sopra una confessione. Poiché siete malvagi, diventerete anche famosi. (A che serve, alla fin fine, essere un farabutto in segreto?) Questo vi creerà nuovi amici con i quali sostituirete quello perso.
Potete ingannare, mentire, raggirare. Solo, quando troverete un po’ di tempo, spiegateci il vostro sistema, diteci se non avete forse avuto qualche problema di coscienza. È un bene averne. Non – si capisce – problemi tali da disturbarvi nelle vostre azioni indegne, ma il minimo necessario affinché queste non vi riescano proprio così facilmente. Questo doterà i vostri peccati di un’anima sulla quale, ve lo garantisco, piangeremo lacrime amare. E infatti, c’è qualcosa di più ingiusto delle circostanze che costringono un uomo a rendere infelici i suoi cari? Questi ultimi sono secondari. Loro non hanno un’anima. Loro sono qui solo per far emergere la vostra.
Potete anche commettere un po’ di omicidi, a condizione che, una volta messo ordine nelle vostre impressioni, ci descriviate per filo e per segno come lo avete fatto. Non sarà inutile che ci forniate anche qualche buona ragione. Ce ne sono a bizzeffe ovunque vi giriate e grazie a quelle motivazioni la vostra azione diventerà vitale.
Potete essere in preda a un errore di giudizio tale da condurre il vostro popolo alla rovina, ma basta che vi pentiate in tempo: dichiarate così, a cuore aperto, che avete sbagliato, ecco, è successo, confessatevi se possibile sotto forma di memoriali in diversi volumi, con allegata documentazione, raccontateci con parole scelte il modo in cui tutto ciò è accaduto (se ormai non possono leggervi le vittime della vostra svista, quella sarà una buona lettura per i loro figli). Poiché, infine, quello sbaglio infelice, che nella maggior parte dei casi non fa altro che mettere in luce il vostro idealismo, è la vostra personale tragedia. Siete voi quello che sta peggio, siete voi quello da commiserare. (E infatti è per voi che ci dispiace di più.) Inoltre siete così onesto, così sincero, così coraggioso. La vostra franchezza rappresenta una forza morale senza precedenti. Quasi quasi ci dispiace che non abbiate sbagliato di più, in modo tale che la vostra nobile sete di verità si potesse manifestare con forza ancora maggiore.
Potete essere un necrofilo, uno scassinatore, un fracassatore di teste, un assassino di anime, un delatore, un imbroglione, un omicida a contratto, un pappone, un tiranno, un traditore, un sadico, uno spacciatore, un ricattatore, un maniaco sessuale, in breve tutto ciò che vi aggrada e che meglio corrisponde alla vostra visione del mondo… solo, vi scongiuro, non dimenticate di metterlo un giorno su carta. Vi suggerisco di dichiarare quanto questo mondo infame sia stato spietato e corrotto nei vostri confronti, per cui non avete avuto altra scelta se non essere ancor più spietato e corrotto di lui, a seconda del tipo di malvagità che ci confessate.
In realtà, non prendete tutto ciò assolutamente alla lettera: siate malvagi, se proprio dovete, solo vi scongiuro, in nome di Dio, non costruite su questo né libri né dottrine.
E se proprio dovete confessarvi – eccovi le chiese!
[traduzione di Alice Parmeggiani]

Un Nobel mancato
Il ventennale della Fondazione “Borislav Pekić” di Belgrado, istituzione dedicata alla cura e alla pubblicazione dell’enorme eredità letteraria dello scrittore scomparso nel 1992, è un’occasione per ricordare uno dei maggiori narratori, saggisti, drammaturghi e sceneggiatori serbi e jugoslavi.
di Božidar Stanišić
1991,Belgrado. Borislav Pekic alle manifestazioni anti-Miloševic
L’opera oceanica dello scrittore serbo e jugoslavo Borislav Pekić (1930-1992), tra i fondatori del Partito Democratico nel 1990, rivela ancor oggi nuovi tesori, grazie all’opera della Fondazione di Belgrado a lui dedicata.
Il ventennale della Fondazione “Borislav Pekić” di Belgrado, istituzione dedicata alla cura e alla pubblicazione dell’enorme eredità letteraria dello scrittore scomparso nel 1992, è un’occasione per ricordare uno dei maggiori narratori, saggisti, drammaturghi e sceneggiatori serbi e jugoslavi.
Tempo fa, nella mia relazione a una conferenza sulle opere di Danilo Kiš, provando a spiegare il perché delle dediche contenute in «Una tomba per Boris Davidovič», nominai anche Borislav Pekić. A lui Kiš dedicò il capitolo «La scrofa che divora la propria prole», che tratta del destino di Gould Verskols, rivoluzionario irlandese che, dopo un tentativo di fuga dal lager stalinista di Karaganda, fu assassinato dai suoi persecutori in modo terribile. Qualcuno dei presenti mi chiese chi era Pekić. Risposi che serviva un’altra conferenza. Dire di Pekić «era uno scrittore» mi sembrava banale. Ripensai al ricordo che Pekić serbava dello stesso Kiš: «Negli ultimi momenti della sua vita, quelli visibili per i viventi, un amico fedele chiese a Danilo se c’era qualche cosa che gli facesse male. Sì, aveva risposto l’autore di Clessidra. Che cosa? La vita, rispose Danilo».
La vita e le opere
Ad eccezione di due romanzi («Come placare il vampiro», De Martinis, Messina, 1992 e «Il tempo dei miracoli», Fanucci, Roma, 2004, entrambi tradotti da Alice Parmeggiani) per i lettori italiani la sua vasta opera narrativa, saggistica e teatrale è ancora sconosciuta. L’opera omnia di Pekić, in realtà, è un oceano. Da quest’oceano emergono migliaia di pagine inedite. Questo è il compito più importante della Fondazione voluta dallo scrittore verso la fine della sua vita. In questi due decenni il compito è stato portato avanti innanzitutto dalla moglie Ljiljana.
Pekić (Podgorica, 1930 – Londra, 1992), quando era studente di liceo a Belgrado, nel 1948, venne privato dei diritti civili e condannato a quindici anni di carcere e lavori forzati in quanto membro della vietata Lega della gioventù democratica. Trascorse la condanna, che più tardi venne commutata a cinque anni, nelle prigioni di Niš e Sremska Mitrovica. Dopo gli studi di psicologia sperimentale a Belgrado, dal 1959 lavorò per il cinema. Ottenne il primo successo con la sceneggiatura del film «Il quattordicesimo giorno» (regia di Zdravko Velimirović). Dalla pubblicazione del suo primo romanzo, «Il tempo dei miracoli» (1965), Pekić si dedicò solo alla prosa, al teatro e al cinema. Con il secondo romanzo, «Il pellegrinaggio di Arsenije Njegovan» (1970) ottenne il “Premio NIN” dell’omonima rivista belgradese, il cui elenco dei premiati contiene i nomi dei romanzieri più importanti della letteratura jugoslava del secondo Novecento. Nello stesso anno chiese alle autorità di poter raggiungere la moglie Ljiljana e la figlia Aleksandra a Londra. In un primo momento gli sequestrarono il passaporto ma, un anno più tardi, gli consentirono di emigrare.
Durante gli anni dell’esilio Pekić scrisse molto: «L’ascesa e la caduta di Icaro Gubelkian» (1975); «Come placare il vampiro» (romanzo-resoconto sui totalitarismi, pubblicato solo perché giunse a Belgrado come testo di partecipazione a un concorso anonimo del 1977 dedicato a Danilo Kiš); la saga «La difesa e gli ultimi giorni» (1977); «Il vello d’oro» (sette volumi, 1978-1986) fantasmagoria romanzesca che racconta le infinite traversie della famiglia Njegovan.
Negli anni ottanta scrisse i romanzi fantascientifici «L’Atlantide» e «1999», e il romanzo fantastico «Rabbia», che diventò un best seller. Compose inoltre testi radiofonici per emittenti tedesche, spesso adattati da testi teatrali. Nella Jugoslavia dell’epoca, già colpita dalla crisi, le sue «Lettere dall’estero» giungevano come la voce della ragione e «Gli anni divorati dalle cavallette», una prosa autobiografica, fece luce sui tempi bui del dopoguerra. L’interesse del pubblico verso la sua opera fu risvegliato dal film «Il tempo dei miracoli» (1989) basato sul suo omonimo romanzo (regia di Goran Paskaljević, con Miki Manojlović).
Al ritorno a Belgrado, nel 1990, fondò il Partito democratico e la rivista «Democrazia» con un gruppo di intellettuali indipendenti.
Pekić nei ricordi
Una volta lo scrittore raccontò che la ragione della sua fuga da Belgrado erano le «kafane», nelle quali «la letteratura serba si ubriaca e muore», e il fatto che sua moglie Ljiljana, architetto, a Londra poteva guadagnare per tutti e due. «Ljiljana accettò la mia proposta credendo in una mia missione, e questo ancor oggi mi sembra incredibile» disse lo scrittore in un’intervista. E quella «missione incredibile» di Ljiljana Pekić si è prolungata dopo la scomparsa del marito. Pekić letteralmente risorge in ogni nuova pagina da lei redatta o ascoltata (lo scrittore non si staccava mai dal suo registratore).
«A Pekić mancava sempre tempo» disse una volta Ljiljana. «Di solito scriveva al mattino, guardava poco la televisione, leggeva e lavorava sempre contemporaneamente su più tavoli. A Londra avevamo un grande giardino e lui, quando la scrittura non funzionava, se ne stava lì, toglieva le erbacce, curava i fiori, ma sempre con il registratore appeso al collo. Quando la fine di un libro era vicina, lavorava come un pazzo. Si alzava alle cinque del mattino e andava a letto a mezzanotte. Penso che sognasse interi racconti, interi drammi. Mentre stava scrivendo “Il vello d’oro”, la sua opera capitale, leggeva i libri più assurdi e noiosi, annotandosi in fretta e furia tutti i dati che gli servivano. Potete immaginarlo mentre trascrive la legge finanziaria serba del 1820?».
Lo scrittore Filip David, ricordando l’amico, scrisse: «Come redattore del programma di drammi televisivi della TV di Belgrado, negli anni settanta andavo spesso a Londra. Bora Pekić non mi permetteva di alloggiare in albergo. Così ero ospite della sua cara e generosa famiglia… Appena arrivato, raccontavo a Pekić della vita a Belgrado, specialmente dei nostri amici comuni Kiš, Mirko Kovač, Glavurtić… Lui, semplicemente, non sapeva scendere sotto un certo livello professionale, altissimo. Tutto ciò che faceva si trasformava in oro letterario».
Anni fa un noto editore americano chiese a Pekić un romanzo. Doveva trattarsi di una tematica allora di moda, la catastrofe. Pekić scelse di scrivere di un’ipotetica epidemia di rabbia che scoppiava nell’aeroporto londinese di Heathrow. Gli mancava però la topografia dettagliata della struttura aeroportuale. Così si recò molte volte in aeroporto: disegnava, annotava. Non passò inosservato alle guardie di sicurezza. Spiegare i motivi delle sue visite non era un’impresa facile, ma Pekić ci riuscì e gli agenti gli regalarono addirittura una mappa dettagliata dell’aeroporto. Lo scrittore era felice come un bambino.
Il romanzo «La rabbia» non è mai stato pubblicato in America. L’editore rifiutò l’opera, perché il numero di pagine oltrepassava quello previsto. Pekić non faceva concessioni a nessuno.
(*) Entrambi questi testi sono stati pubblicati sulla rivista on line «Zibaldone».
da qui

venerdì 8 maggio 2015

Il Governo Ha Ragione - Freak Antoni

Se siamo # inglesi: considerazioni elettorali - bortocal

cosi` Cameron, il conservatore, governerà il Regno Unito col 36% dei voti.
be’, qualcuno deve pur governare, no?
ma il risultato impone di spiegare perché questo sarà pienamente democratico li`, mentre non sarà affatto democratico in Italia se Renzi governerà con una percentuale di consenso simile.
mi dispiace soltanto che occorre riflettere tre minuti per capirlo, mentre sarebbe tanto piu` bello qualche slogan isterico al posto di un breve ragionamento.
* * *
il problema sta tutto nel sistema col quale si arriva al risultato.
nel Regno Unito è uninominale: ogni partito propone un solo candidato in ogni circoscrizione elettorale e uno solo viene eletto, quello che riporta più voti.
gli elettori possono scegliere il candidato.
la maggioranza dei rappresentanti in parlamento non è garantita a priori a nessuno.
in questo caso, ad esempio, pare che Cameron dovrà fare comunque una colalizione con i pochi liberal-democratici sopravvissuti a questo metodo elettorale.
* * *
col metodo elettorale di Renzi, invece in ogni circoscrizione elettorale si presentano piu` candidati.
1. gli elettori possono scegliere il candidato solo dal secondo in poi: il primo candidato e` scelto dai partiti che lo mettono al primo posto nella lista e al massimo gli elettori potranno scegliere dal secondo in poi, se il partito ne avra` piu` d’uno.
2. un partito, purche` risulti primo alle prime votazioni o al ballottaggio govenera` sempre e comunque da solo, per esempio nel ballottaggio e anche se avesse solo il 10% dei voti alle prime votazioni, purche` sia risultato il secondo per numero di voti nella prima fase.
* * *
messa a posto in questo modo la coscienza e dette quelle che mi paiono le buone ragioni per ribadire senza incoerenze il no all’Italicum, alcune considerazioni piu precise sulle elezioni inglesi.
1. chi governa, se non ha fatto chiari sfracelli, viene confermato sempre, come dimostra in questo caso anche Cameron; vi e` una quota stabile dell’elettorato fra il 35 e il 40% dei voti che in ogni paese vota per il governo.
i cambi di governo si hanno soltanto in momenti di crisi sociale.
basta non scontentare questo gruppo dei filo-governativi ad oltranza ed impedire che gli scontenti si coalizzino, per governare.
2. nel Regno Unito gli euroscettici hanno preso circa il 12% dei voti, ma saranno presenti nel parlamento solo con un paio di portavoce.
però si conferma che la maggioranza degli inglesi e` contraria all’Unione Europea.
sarebbe il caso di prenderne atto e di prevedere l’uscita del Regno Unito dall’Unione Euopea: sopravviviamo senza Svizzera, possiamo sopravvivere anche senza Inghilterra e l’Unione Europea avrebbe soltanto da guadagnarci perchè sarebbe più compatta e omogenea.
3. ho scritto Inghilterra e non Regno Unito non a caso.
il partito degli indipendentisti scozzesi riporta in queste elezioni un vero trionfo locale ed è il primoo partito in quasi tutte le circoscrizioni elettorali di questo stato della Scozia.
questo ripropone necessariamente il problema dell’indipendenza della Scozia che il recente referendum sembrava avere accantonato con la bocciatura della proposta.
la Scozia è tra l’altro europeista.
l’ingresso nell’Unione Europea di una Scozia indipendente e l’uscita dell’Inghilterra, che resterebbe ai margini, come la Svizzera, in quanto paese sede della City e condizionato dalle esigenze del mondo della finanza, sarebbe la migliore delle soluzioni possibili per il destino dell’Europa.
invece purtroppo dobbiamo pensare che continuerà a farne parte come portavoce conservatore della finanza internazionale.
la gara sarà tutta fra Cameron, Renzi e la Merkel su chi la rappresenta meglio.
da qui

La vita coniugale – Sergio Pitol

una storia folle e così reale.
si racconta il matrimonio di Jacqueline e Nicolás, lui la tradisce, lei lo tradisce, quelli che se la passano male sono gli amanti di lei, usati, forse, per qualcosa che non capiscono.
Jacqueline e Nicolás sono come due calamite, si allontanano, ma poi si uniscono, impossibile farne a meno.
si legge benissimo, cercatelo, inizia come tanti romanzi, e poi è un crescendo continuo, fino all'ultima pagina - franz







…Sergio Pitol  è uno scrittore messicano. Uno scrittore importante. Un grande scrittore, che molti italiani amerebbero. Cosa si può leggere di Pitol in Italia? Sono andato sull’indice opac Sbn e su Ibs e il risultato è: La vita coniugale eValzer di Mefisto. Forse mi è sfuggito qualcosa, ma la mia somma è questa: 1 + 1 = 2. (Spero davvero che mi sia sfuggito qualcosa.)
Pitol ha scritto qualche libro in più. Ecco la lista delle sue opere…
…Jaqueline è una bella donna, piena di rabbia e frustrazione, ma anche la chiarezza e la forza, che riesce a superare le sue umili origini e ha introdotto per l'alta società messicana perché il marito Nicola. Godetevi l'amore e spera di essere uniti in matrimonio finché morte non vi separi, ma anni passano e le cose cambiano.
Un giorno sono in una guerra incessante di amore-odio, che, come molte coppie, è il loro unico legame.
Jaqueline è stanco dei soliti litigi, infedeltà, crisi, riconciliazioni e scoppi. Un giorno decise di trasformare la propria vita in un istante, mentre la sua cena di anniversario con le mani quando si rompe un granchio gamba e ascoltare dietro la stappatura di una bottiglia di champagne, ha permesso di possedere da un pensiero che ossessiona il suo come un matto e costante: uccidere il marito.
Si inizia ad avere diverse amanti che convince più e più volte per ottenere il suo desiderio. La cosa divertente è che non è facile, è così difficile da realizzare il suo piano per la lunga lista di attentati falliti diventa sempre più divertente.
Arriva un momento in cui il personaggio di Jaqueline dà più risate di dolore, nonostante tutti i suoi problemi, questo dà un tocco di originalità e realismo alla storia…

Un modo per parafrasare questo racconto lungo dello scrittore messicano - e diplomatico, e colto traduttore - Sergio Pitol è questo: una coppia di sposi, di estrazione sociale neoborghese, che si odiano di vero amore, escogita un modo sicuro per non separarsi mai. Periodicamente, ritualmente ma in piena sincerità, tentano l'uxoricidio; e ogni volta, nel corso dei trent'anni della loro unione, sono le circostanze del caso, in cui sempre si nascondono le profonde intenzioni, a sventarne gli elaborati piani. Ma questa novella, di umorismo nero, è anche una parodia: già nel titolo, La vita coniugale, si presenta come una naturalistica fisiologia del matrimonio; il resoconto di una ascesa sociale borghese, che il desiderio imperioso e grossolano di uccidere il coniuge schizza di un baffo surrealistico, buñueliano per così dire.